Dopo l’esordio con Hunger, il regista Steve McQueen torna a dirigere un grande Michael Fassbender, premiato a Venezia con la Coppa Volpi, nei panni di un personaggio estremo, succube delle sue ossessioni sessuali
di Antonio Capocasale
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Brandon (Michael Fassbender) è un trentenne di origini irlandesi che vive e lavora a New York. Al di là della routine lavorativa, spende gran parte del suo tempo in numerosi tentativi di soddisfare i propri istinti sessuali, ora cercando prostitute, ora approfittando di conoscenze occasionali, oppure attraverso la masturbazione. La vita di Brandon sembra però entrare in crisi radicalmente quando sua sorella Sissy (Carey Mulligan), cantante dai trascorsi autodistruttivi, si stabilisce nel suo appartamento. Brandon sfuggirà al confronto con Sissy aggirandosi per i bassifondi di New York, cercando le più estreme soddisfazioni delle proprie pulsioni…
Steve McQueen torna dietro la macchina da presa con un secondo protagonista “estremo” dopo il Bobby Sands, militante dell’IRA che si imponeva scioperi della fame in Hunger. Questa volta, il protagonista estremo non è un rivoluzionario. L’estremo Brandon, invece, appare in tutto (ed è un punto di forza della sceneggiatura di McQueen e Abi Morgan, sapientemente costruita sui cosiddetti “tempi morti”) come il più tipico everyman occidentale di borghesia medio-alta, yuppie dalla vita lavorativa tanto solida quanto monotona. Si potrebbe dire che è così estremamente normale da essere in realtà – paradossalmente – fuori norma rispetto a quello che immaginiamo sia un essere umano. E quel suo essere fuori norma è reso evidente dalla sua erotomania compulsiva. Brandon non nega nulla alla propria sessualità fatta di eccessi: la web girl come la prostituta o la fiamma del suo capo, tutte le occasioni (da quelle colte pigramente al volo, con aria compassata, a quelle cercate con foga) sono buone purché non siano impegnative. Brandon, di fatto, è schiavo della sua ossessione, che gli serve anche a fuggire, forse, dalle possibilità di un confronto umano autentico. Infatti, se per un attimo il protagonista cerca, in maniera titubante, di avviare una relazione con un’affascinante collega, subito si ritrae. Per di più, quando Sissy cerca di parlargli, Brandon fugge passando la notte tra menage a trois e locali torbidi, intraprendendo quella che ha tutta l’aria di una discesa agli inferi – come testimoniano le luci rosse nella scena del locale gay – o una via crucis blasfema con tanto di pestaggio da parte di un uomo la cui ragazza è stata avvicinata dal protagonista poco prima. E la sessualità, dacché era vissuta come ricerca ossessiva del piacere, diviene nient’altro che un’esperienza pesante, dolorosa, non più contatto con un altro essere umano, ma solo con la propria solitudine. Una solitudine dimentica di chi, come Sissy, ragazza emotivamente fragile, cerca invece di avvicinarsi a Brandon.
Un film doloroso, intenso, per alcuni versi anche commovente (il lungo primo piano di Sissy quando in un locale si esibisce in una versione lenta e acustica di New York, New York), senza però essere commosso: McQueen non concede nulla (o quasi) al patetico, e riesce a coinvolgere lo spettatore (e a sconcertarlo) con una regia essenziale, fatta per lo più di lunghi piani fissi, di pochi esterni plumbei e interni che sembrano prigioni per Brandon. Gli spazi sembrano ridotti a “porzioni di spazio” opprimenti: l’unico totale arioso arriva a pochi minuti dalla fine del film, in corrispondenza del solo momento catartico in cui l’anaffettività del protagonista sembra svanire, e forse insorge in lui “Shame”, la vergogna, quando comprende in maniera dolorosa le ricadute del suo comportamento.
In questo senso, ottima anche la perfomance di Fassbender (giustamente premiato con la Coppa Volpi all’ultimo Festival di Venezia), che si conferma sempre più attore versatile, capace di passare da X-Men a A Dangerous Method, e qui si trova a interpretare (leggi: incarnare) un personaggio “tutto corpo”, ma senza che risulti eccessivo, sensuale ma anaffettivo, compassato.
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Illustrazione di Antonio Giacalone
