Shame

ShameDopo l’esordio con Hunger, il regista Steve McQueen torna a dirigere un grande Michael Fassbender, premiato a Venezia con la Coppa Volpi, nei panni di un personaggio estremo, succube delle sue ossessioni sessuali

di Antonio Capocasale
capocasale.a@gmail.com

Brandon (Michael Fassbender) è un trentenne di origini irlandesi che vive e lavora a New York. Al di là della routine lavorativa, spende gran parte del suo tempo in numerosi tentativi di soddisfare i propri istinti sessuali, ora cercando prostitute, ora approfittando di conoscenze occasionali, oppure attraverso la masturbazione. La vita di Brandon sembra però entrare in crisi radicalmente quando sua sorella Sissy (Carey Mulligan), cantante dai trascorsi autodistruttivi, si stabilisce nel suo appartamento. Brandon sfuggirà al confronto con Sissy aggirandosi per i bassifondi di New York, cercando le più estreme soddisfazioni delle proprie pulsioni…

Steve McQueen torna dietro la macchina da presa con un secondo protagonista “estremo” dopo il Bobby Sands, militante dell’IRA che si imponeva scioperi della fame in Hunger. Questa volta, il protagonista estremo non è un rivoluzionario. L’estremo Brandon, invece, appare  in tutto (ed è un punto di forza della sceneggiatura di McQueen e Abi Morgan, sapientemente costruita sui cosiddetti “tempi morti”) come il più tipico everyman occidentale di borghesia medio-alta, yuppie dalla vita lavorativa tanto solida quanto monotona. Si potrebbe dire che è così estremamente normale da essere in realtà – paradossalmente – fuori norma rispetto a quello che immaginiamo sia un essere umano. E quel suo essere fuori norma è reso evidente dalla sua erotomania compulsiva. Brandon non nega nulla alla propria sessualità fatta di eccessi: la web girl come la prostituta o la fiamma del suo capo, tutte le occasioni (da quelle colte pigramente al volo, con aria compassata, a quelle cercate con foga) sono buone purché non siano impegnative. Brandon, di fatto, è schiavo della sua ossessione, che gli serve anche a fuggire, forse, dalle possibilità di un confronto umano autentico. Infatti, se per un attimo il protagonista cerca, in maniera titubante, di avviare una relazione con un’affascinante collega, subito si ritrae. Per di più, quando Sissy cerca di parlargli, Brandon fugge passando la notte tra menage a trois e locali torbidi, intraprendendo quella che ha tutta l’aria di una discesa agli inferi – come testimoniano le luci rosse nella scena del locale gay – o una via crucis blasfema con tanto di pestaggio da parte di un uomo la cui ragazza è stata avvicinata dal protagonista poco prima. E la sessualità, dacché era vissuta come ricerca ossessiva del piacere, diviene nient’altro che un’esperienza pesante, dolorosa, non più contatto con un altro essere umano, ma solo con la propria solitudine. Una solitudine dimentica di chi, come Sissy, ragazza emotivamente fragile, cerca invece di avvicinarsi a Brandon.

Un film doloroso, intenso, per alcuni versi anche commovente (il lungo primo piano di Sissy quando in un locale si esibisce in una versione lenta e acustica di New York, New York), senza però essere commosso: McQueen non concede nulla (o quasi) al patetico, e riesce a coinvolgere lo spettatore (e a sconcertarlo) con una regia essenziale, fatta per lo più di lunghi piani fissi, di pochi esterni plumbei e interni che sembrano prigioni per Brandon. Gli spazi sembrano ridotti a “porzioni di spazio” opprimenti: l’unico totale arioso arriva a pochi minuti dalla fine del film, in corrispondenza del solo momento catartico in cui l’anaffettività del protagonista sembra svanire, e forse insorge in lui “Shame”, la vergogna, quando comprende in maniera dolorosa le ricadute del suo comportamento.

In questo senso, ottima anche la perfomance di Fassbender (giustamente premiato con la Coppa Volpi all’ultimo Festival di Venezia), che si conferma sempre più attore versatile, capace di passare da X-Men a A Dangerous Method, e qui si trova a interpretare (leggi: incarnare) un personaggio “tutto corpo”, ma senza che risulti eccessivo, sensuale ma anaffettivo, compassato.

La talpa

La-talpaQuanto ci manca la guerra fredda! E soprattutto quanto manca al cinema. Il nuovo film di Tomas Alfredson è un elegante e raffinato gioco di specchi e di ruoli tratto dal romanzo di John le Carré

di Antonio Rubinetti
rubinetti.antonio@gmail.com

Londra in piena guerra fredda è un covo si spie e contro spie e l’ex agente dell’MI6 George Smiley viene incaricato di scovare la “talpa” infiltrata tra i membri dei servizi segreti britannici. Questa la sinossi dell’ultimo film di Tomas Alfredson, rivelazione del cinema scandinavo con il raffinato Lasciami entrare, che si confronta con un altro adattamento. Questa volta si tratta del classico spy story, Tinker Tailor Soldier Spy di John le Carré, romanzo del 1974 già portato sul piccolo schermo da una fortunata serie televisiva diretta da John Irvin, con la maschera di Alec Guiness nel ruolo dell’agente segreto.

Dopo Graham Greene, la letteratura di spionaggio britannica si è lasciata influenzare e suggestionare dalle tensioni tra i due blocchi economici in maniera assolutamente diversificata rispetto ai loro “cugini” americani, definendo una vera e propria la Golden Age del genere. In quel periodo sono sbocciati scrittori come Ian Fleming e si sono inventati fascinosi agenti segreti come 007, Herry Palmer, ma anche Modesty Blaise, per quanto riguarda il mondo dei fumetti. I personaggi di Le Carré si distanziano particolarmente dal modello James Bond, che comunque non corrispondeva alla sua stilizzazione cinematografica. Già l’Alec Leamas de La spia che venne dal freddo, interpretato da Richard Burton nell’omonimo film di Martin Ritt, era un personaggio quasi amletico, disilluso almeno quanto il Philip Marlowe di Raymond Chandler (volendo fare un accostamento con un altro antieroe seriale). Smiley è un uomo di mezza età di spiccata intelligenza ma incapace nella vita quotidiana, e ha in Gary Oldman un efficacissimo interprete che riprende i toni dolenti del suo Commissario Gordon nei Batman di Nolan, mutandoli nell’ambiguità fredda ma comunque malinconica dell’antieroe letterario.

L’approccio autoriale di Tomas Alfredson, si piega umilmente all’originale letterario, dimostrando ancora una volta la sua abilità nella trasposizione. Non è concessa nessuna semplificazione di trama, tutt’altro. Il labirintico intreccio funziona come un gioco di ruolo a puzzle la cui complessità sembra raggiungere una plasticità del racconto. Alle dinamiche narrative raccontate con cadenze a cui non siamo più abituati, senza grida, ma con intelligenza e raffinatezza, prevale l’atmosfera, l’attenzione al decòr d’epoca. Ne consegue che La talpa diventa una sorta de “Il grande sonno” (appunto) delle spy story. Il tutto orchestrato da una messa in scena altamente di classe, non priva di una certa nostalgia per la guerra fredda, e sostenuto da una galleria di interpreti di prima qualità: da Colin Firth a John Hurt, da Tom Hardy a Stephen Graham, senza dimenticare l’ultimo e aggiornato Sherlock Holmes televisivo, Benedict Cumberbatch, tutti impegnati in una recitazione ai limiti della perfezione.

Fate la storia senza di me

Fate la storia senza di meIl documentario del regista torinese Mirko Capozzoli, presentato a Venezia e all’ultimo Torino Film Festival, esce insieme al libro-diario di Albertino Bonvicini, protagonista di anni intensi e di vicende drammatiche che hanno segnato la storia d’Italia. Un racconto leggero e profondo che colpisce per la sua necessità

di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com

Fate la storia senza di me (add editore) è un libro e allo stesso tempo un documentario di Mirko Capozzoli, che contiene gli interventi scritti di Alberto Papuzzi e la voce di Fabrizio Gifuni prestata alle parole del diario di Albertino Bonvicini, la cui vicenda umana è l’assoluta protagonista di quest’opera indispensabile. Sì, avete capito bene, indispensabile perché racconta non solo una parabola umana affascinante e sconvolgente, ma perché dietro di essa si staglia la storia dell’Italia, dagli anni Sessanta fino all’inizio dei Novanta, insomma il periodo degli entusiasmi e di epocali trasformazioni, ma anche i tempi delle mutazioni più impreviste, delle sviste e dei vuoti esistenziali e culturali che hanno fatto prendere a questo paese e a molte persone svolte inattese, volute o obbligatorie. Vite che spesso non hanno avuto scelta, proprio come succede ad Albertino, che si ritrova a Villa Azzurra, il famigerato ospedale psichiatrico di Torino dove lavorava Giorgio Coda, l’apologeta dell’elettroshock come pratica terapeutica. Capozzoli non scende mai nel patetico o nel melodrammatico nel raccontare questo momento, ma usa l’ironia e il coraggio di Albertino, che da bambino si ritrova in quel luogo degli orrori dove uomini, donne e bambini venivano spogliati della loro dignità di essere umani e sottoposti a vere e proprie torture con metodi da Garage Olimpo con dieci anni d’anticipo. Albertino là dentro ci finisce per deficit della burocrazia, ci finisce come in una storia di Kafka, perché se non fosse tutto vero quello che è successo, potrebbe essere solo un racconto di Kafka.

Ma la storia di Albertino è anche altro: è fatta di incredibili riprese che lo porteranno dentro i tumultuosi anni Settanta, dove inizierà il suo impegno politico, e poi negli anni Ottanta, quando ingiustamente accusato dell’incendio del bar L’Angelo Azzurro finisce in galera e ci resta per più di due anni. Sono di questo periodo le pagine del diario che compongono il libro: è il periodo in cui nella vita di Albertino compare l’eroina, che cominciava a flagellare un’intera generazione. Le testimonianze e il racconto del documentario mostrano come Albertino sia riuscito a riprendersi anche da questo scacco e con un passaggio da Torino a Roma inizia a lavorare come giornalista in Rai.

Abbiamo incontrato Mirko Capozzoli, regista del documentario e curatore del volume che lo accompagna, Fate la storia senza di me.

Come ti è successo di metterti sulle tracce della storia e della vicenda umana di Albertino Bonvicini?

«Circa sei o sette anni fa un mio amico mi fece leggere il libro di Alberto Papuzzi, Portami su quello che canta. Il libro uscì la prima volta nel 1977 e racconta una vicenda importante e prepotentemente radicata nella memoria di Torino, ovvero il processo a Giorgio Coda, dove per la prima volta in Italia, durante un processo, i malati mentali furono ascoltati come testimoni, oltre che essere le vittime dell’uso feroce dell’elettroshock cui Coda li sottoponeva regolarmente. Inizialmente volevo raccontare quella storia, quella vicenda giudiziaria, per poi rendermi conto che il racconto filmico sarebbe stato molto complicato. Nel libro di Papuzzi, in due o tre pagine si parla di quello che allora era un bambino di nove anni, Albertino Bonavicini, che entrò nel manicomio di Villa Azzurra nel 1967 per una banalità, per inefficienza della burocrazia. Questo fatto mi ha colpito subito, tanto è vero che lui era una delle prime persone che volevo contattare comunque per il documentario, vista la sua storia, ma non c’era già più. Così ho deciso di raccontare la sua storia e questo mi ha permesso di fare i conti con un periodo, quello degli anni Settanta – gli anni di piombo, il movimento del ‘77 e l’incendio del bar L’Angelo Azzurro dove morì un giovane studente, Roberto Crescenzio, caso mai risolto e che segnò la fine del movimento a Torino spalancando le porte al terrorismo – che mi ha sempre interessato e che anagraficamente non ho potuto vivere».

La storia di Albertino Bonvicini ha come sfondo quello degli anni entusiasmanti e critici del cambiamento in Italia, e lui sembra veramente viverne gli aspetti salienti.

«Della vita e delle vicende di Albertino ho scoperto un pezzo alla volta, non c’è stato nessuno che potesse raccontarmela in una volta sola, solo la madre adottiva, che si vede nel documentario, avrebbe potuto farlo, ma è una donna anziana con dei problemi di memoria, una donna che è stata veramente coraggiosa e generosa con Albertino. Il fatto è che Albertino ha avuto tante vite e tutte separate l’una dalle altre. Ogni volta che ricominciava chiudeva con il passato. E questa caratteristica mi ha condotto a dover mettere insieme i tasselli di un’esistenza che può sembrare frammentaria. Poi è vero che sembra che lui abbia giocato una partita a scacchi con il destino, molto spesso in maniera del tutto involontaria. Anche quando nel ‘77 si impegna nel movimento ha avuto un ruolo importante, i suoi compagni di allora lo raccontano come una figura carismatica ma allo stesso tempo non ideologizzata, non era imbevuto dei dogmi e degli slogan della sinistra, lui veniva direttamente dal sottoproletariato, figlio di una prostituta, abbandonato dal padre, il sentimento politico ce l’aveva addosso sulla pelle. È stato uno che ne ha combinate di tutti i colori da quando era giovane, è finito anche in un carcere minorile per poi essere affidato ai Berlanda, una famiglia bene di Torino. Ma tutti quelli che ho incontrato e che mi hanno parlato di lui gli hanno voluto veramente bene perché lui aveva un magnetismo, uno spirito che contaminava chiunque avesse intorno».

Il tuo documentario racconta una storia esplorando le vicende intime di Alberto Bonvicini, i suoi rapporti familiari, le amicizie, il lavoro, e lo fa sempre con un tocco di leggerezza.

«Mentre andavo alla scoperta di Albertino ho sentito tutto il peso della sua storia, del suo vissuto, ho capito che le cose non andavano forzate perché c’era già tutto. È stato come dare forma a un dipinto che aveva già tutti i suoi colori. Tutto è scorso con naturalezza, senza inutili o facili sensazionalismi, senza il bisogno di cercare l’affetto a tutti i costi».

Cosa ha significato per te raccontare questa storia, questa figura, e quali sono le scoperte che più ti hanno sorpreso?

«È stata una grande opportunità, è stato un modo per confrontarmi con una Storia subita perché solo letta sui libri, o vista in programmi televisivi come La notte della Repubblica di Sergio Zavoli. Ho potuto guardare negli occhi uomini e donne che in quel periodo c’erano, che l’hanno vissuto veramente come attori diretti. Ho potuto avvicinarmi a quel periodo ardente senza pregiudizi ideologici, mi sono confrontato con un centinaio di persone, alcune delle quali hanno avuto anche l’ergastolo, come alcuni esponenti di Prima Linea che ho intervistato. Poi ho potuto conoscere la famiglia cui Albertino fu affidato, i Berlanda, esponenti della Torino progressista, a casa dei quali era possibile incontrare dirigenti del PCI, e anche questa è stata una grande esperienza umana che ho vissuto. Ma è stato un modo per raccontare la mia città, Torino, e me stesso, sovrapponendomi in certi momenti alle esperienze di Albertino, come i bambini che giocano con la neve, o i momenti a Porta Palazzo, cose che ha fatto lui ma che ho fatto anch’io e che nel documentario ci sono».

Spesso i documentari richiedono un lavoro di preparazione molto lungo, tra la ricerca del materiale e la sua successiva selezione. Qual è lo stato della produzione dei documentari in Italia dal tuo punto di vista?

«Il problema grosso è la distribuzione, la possibilità di raggiungere un pubblico numeroso. Il fatto è che non c’è un’educazione al guardare i documentari, che spesso nell’immaginario collettivo vengono associati a Piero Angela o alle cose del National Geographic. Io in questa occasione sono stato fortunato perché la Film Commission di Torino e Piemonte ha un fondo per i documentari che ha finanziato il mio progetto, e inoltre l’occasione che l’editore add mi ha dato con il libro che accompagna il documentario è stata un’ulteriore opportunità. Ma anche io ho avuto momenti critici, come il trovare un produttore, che nello specifico è la Fourlab, dovermi impegnare in prima persona su tutti gli aspetti produttivi. C’è chi pensa che il documentario sia roba per sfigati, per gente che non riesce a fare il suo film e allora cerca un ripiego. Ma non è così, non lo è mai stato. Una volta la Rai dava spazio a questa forma espressiva, dedicava una fascia oraria al documentario. Oggi in tv se riesci a far passare qualche lavoro rischi che te lo facciano a spezzatino per ragioni di format del programma dove finisce. Forse bisognerebbe tentare di ridare uno spazio dignitoso per raggiungere il pubblico, perché se no si rischia veramente che ce li vediamo tra noi autori nei vari festival. Eppure io ci credo, perché mi capita sempre che persone che guardando il mio lavoro o quello di altri se ne innamorino, perché è un modo diverso di raccontare le storie, ma che riesce a coinvolgere perché racconta di vita».

Cavalli

CavalliPresentato a Venezia nella sezione Controcampo Italiano, l’esordio alla regia di Michele Rho, tratto dall’omonimo racconto di Pietro Grossi, intreccia i temi dell’amore fraterno e del rapporto viscerale tra uomo e animale a quello della scelta del proprio futuro

di Marco Bruna
marco.bruna@ymail.com

Cavalli è la storia di Alessandro e Pietro (Vinicio Marchioni e Michele Alhaique), due fratelli molto legati che vivono, alla fine dell’Ottocento, in un piccolo paese sugli Appennini. Alla morte della madre vengono lasciati soli al loro destino e obbligati dal padre a prendersi cura di due puledri, Baio e Sauro, comprati con i restanti averi della famiglia. Col passare degli anni i due prenderanno strade molto diverse e, mentre Alessandro cercherà ripetutamente di oltrepassare il confine delle montagne per fuggire lontano, Pietro si stabilisce nella dimora di un fattore avendo come unica ambizione quella di allevare cavalli.

Tratto da un racconto di Pietro Grossi edito nella raccolta Pugni per i tipi Sellerio, la pellicola di Michele Rho affronta i temi dell’amore fraterno, del rapporto viscerale tra uomo e animale e quello della scelta indispensabile del proprio futuro. Il regista insiste spesso sull’accoppiata uomo-cavallo come portatrice di significati ancestrali e come unione inscindibile tra chi si sente legato indissolubilmente da un istinto quasi irrazionale. E sarà proprio questa carica di impulsività a separare nella vita i due fratelli, i quali si troveranno ad affrontare e pagare le proprie scelte davanti agli occhi di coloro che amano.

La pellicola cerca di approfondire il rapporto che corre tra le nostre scelte e la vita di chi ci sta attorno, raccontando quanto è facile ferire e quanto difficili siano da sopportare gli errori e la determinazione altrui. Purtroppo, questa bella sceneggiatura – di  Francesco Ghiaccio e dello stesso Michele Rho – non è accompagnata da una resa cinematografica degna delle sue aspettative. Ad eccezione dell’ottima fotografia di Andrea Locatelli, la pellicola si concede troppo spesso e inutilmente pause laconiche nei dialoghi e nel racconto filmico, monotono e spesso noioso. Ne viene fuori un dramma ben costruito ma fin troppo legato a uno stile di recitazione teatrale a tratti eccessivo e un po’ irritante. La sensazione che si ha uscendo dal cinema è di un film che nasce con ottime intenzioni ma che non convince e non coinvolge in pieno lo spettatore.

Il villaggio di cartone

il Villaggio di CartoneL’ultima opera di Olmi, presentata fuori concorso a Venezia, è un apologo sul sacro denso di emozioni e di magia, che affronta il tema della carità in maniera rivoluzionaria e pone agli spettatori interrogativi difficili

di Stefania Pala
stefania.pala@gmail.com

Per colpa di una brutta caduta, dovendo scontare più di due mesi immobile a letto, Ermanno Olmi decide di trasformare l’idea di un documentario «su ciò che è rimasto delle grandi civiltà del Mediterraneo» in una sceneggiatura «sulla rivoluzione cristiana come scoperta del senso del bene e del male, e del perdono». Nasce così Il villaggio di cartone, dedicato “a Suso e Tullio”, cioè agli scomparsi Suso Cecchi d’Amico e Tullio Kezich, un’opera di forte rilevanza politica e sociale, densa di emozioni e di magia, che pone agli spettatori interrogativi difficili.

Da sempre attento ai temi della fede, su cui si è interrogato con dichiarata sensibilità cattolica, Olmi è sicuramente un “cristiano” nel senso più alto e nobile del termine, anche se questa volta le sue parole suonano severe, come quelle del Cristo di Pasolini venuto «a dividere il fratello dal fratello, il padre dal figlio».

«Una chiesa dimessa può essere più utile di una chiesa funzionante», sostiene il regista. E infatti la chiesa del suo film, svuotata da tutti gli orpelli religiosi, a cominciare da un antico crocifisso ligneo, diventa improvvisamente rifugio per immigrati nordafricani che si impossessano dello spazio formando una specie di presepe contemporaneo e gli restituiscono una ragione d’essere, una dignità, anche se qualcuno di loro, senza che il regista si scandalizzi troppo, nasconde trame rivoluzionarie e cruente. «Di fronte a un Cristo di cartone tutti si genuflettono; dovremmo invece inginocchiarci davanti a coloro che soffrono, ai ragazzi devastati dalla droga , ai migranti che arrivano a noi dopo infinite sofferenze», afferma provocatoriamente il maestro Olmi. Il villaggio di cartone è un apologo umanistico in cui ogni personaggio, ogni parola, racchiude un simbolo. Il regista affronta il tema della carità in maniera rivoluzionaria suggerendo ai cattolici «di ricordarsi più spesso di essere anche cristiani», parole che pesano come pietre e che risuonano quanto mai necessarie in un’epoca di intolleranza e razzismo come quella in cui stiamo vivendo.

Il film, che si avvale delle considerazioni di Claudio Magris e Gianfranco Ravasi, si chiude con un monito prezioso per tutti gli uomini di buona volontà: «O noi cambiamo il corso della Storia o sarà la Storia a cambiare noi».

Meditate gente, meditate.

A Dangerous Method

A Dangerous-Method

Nella biopic di Cronenberg, in concorso all’ultimo festival di Venezia, i fantasmi interiori e il rapporto umano e professionale tra Freud e Jung. Una riflessione sulle zone oscure della psiche umana e sul labile confine tra  malattia e normalità

di Cristina Locuratolo
cristina.elle@hotmail.it

Europa, inizio Novecento. Lo psichiatra austriaco Sigmund Freud (Viggo Mortensen) attua quella che potrebbe essere definita una vera e propria “rivoluzione copernicana” del pensiero psicoanalitico. Introduce il termine inconscio, concetto che si riferisce a un substrato della coscienza umana, e che comprende la parte irrazionale della mente. La scoperta è che l’inconscio costituisce la base su cui avviare ogni processo interpretativo e terapeutico. La zona oscura della psiche viene messa in luce da Freud e dal suo allievo svizzero, Carl Jung (Michael Fassbender).

A Dangerous Method di Cronenberg esplora non solo i fantasmi interiori, ma anche il rapporto professionale e umano tra i due studiosi. La separazione è inevitabile: Jung parte dalle considerazioni del maestro per elaborare una sua teoria personale che estende l’inconscio alla collettività, dandogli una valenza spirituale.

Ma non è solo la diatriba intellettuale a frapporsi tra i due psichiatri: c’è una donna, Sabina Spilrein (Keira Knightley), una ventenne schizofrenica affascinante quanto folle che coinvolge in una relazione torbida e clandestina il suo psicanalista, Carl Jung, mettendo a dura prova la sua etica professionale.

E c’è poi un altro elemento di disturbo: Otto (Vincent Cassell), un dottore sregolato, amante dei vizi e fedifrago. Il biopic di Cronenberg è il terzo film, in tre giorni della mostra veneziana, a essere tratto da un’opera teatrale, The Talking Cure (povertà creativa del cinema o commutazione tra le arti?). Il regista canadese non ha girato un film documentaristico, ma un dramma umano e professionale, in cui giocano l’orgoglio di far prevalere le proprie teorie e la fragilità dell’essere umano. Il paziente e il dottore sono figure interscambiabili perché la follia del primo cura quella del secondo, in un mutuo scambio in cui le ferite dell’inconscio del “salvatore”  possono essere sanate dal malato.

Guarda il video della conferenza stampa.

Venezia 68, tra arte ed entertainment

CarnageLa 68ª edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica premia i mostri sacri e dimentica altri capolavori, come il Carnage di Polanski, capaci di coniugare genialità e universalità del linguaggio

di Cristina Locuratolo
cristina.elle@hotmail.it

Cala il sipario anche su questa 68ª Mostra d’Arte Cinematografica; un’edizione che ha segnato il ritorno di grandi divi a stelle e strisce al Lido (su tutte la superstar Madonna e quel mostro sacro di Al Pacino), che ha portato alla luce cinematografie nuove e differenti, senza trascurare le opere dei grandi maestri.

Secondo il Presidente della Biennale Paolo Baratta è stata la mostra dello scatto d’orgoglio, in realtà è stata una mostra che, pur protendendo verso il nuovo, alla fine, ha virato verso il vecchio. Il dubbio che i due Leoni assegnati, quello speciale della Giuria a Crialese, e l’altro d’oro a Sokurov, siano stati premi di riconoscimento a due carriere importanti, più che alle rispettive opere presentata alla mostra, si è insinuato nella mente di molti. Anche in quelle degli intellettuali e pseudo tali che hanno applaudito l’opera monumentale di Sokurov, Faust, mentre in sala, durante la proiezione, dormivano o si erano defilati al buio. Ingiustamente e vergognosamente ignorato Carnage di Polanski e il suo brillante quartetto di attori (Winslet, Foster, C. Reilly, Waltz) che, dato l’elevato livello di bravura, probabilmente si sono esclusi a vicenda, lasciando spazio all’osannato Michael Fassbender (in lizza con A Dangerous Method ma soprattutto per Shame) e alla meravigliosa  Deanie Yip  di A Simple Life.

Leone d’argento al cinese People Mountain People Sea, scelta che ben si accorda con i gusti orientali del direttore Marco Mueller e che, di sicuro, ha voluto premiare anche il coraggio del regista Shangjun Cai, il quale, sfidando le autorità cinesi, ha portato al Festival una copia pirata del film, poiché l’originale era stata censurata.

Premiando Sokurov, il Festival veneziano conferma il suo status di mostra “d’arte cinematografica”, escludendo di fatto tutte le espressioni cinematografiche che si configurano come sintesi tra arte e entertainment, o che si identificano con un’arte non più esclusiva ed elitaria, in cui l’idea di genialità è connessa a quella di accessibilità, proprio perché il loro valore è riconoscibile da tutti, e il loro linguaggio è universale.

Venezia 68: Sokurov conquista il Leone d’oro

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Si è chiusa la sera di sabato 10 settembre, con la Cerimonia di premiazione, la 68ª Mostra. Leone d’Oro per il miglior film a Faust di Aleksander Sokurov. Leone d’Argento per la migliore regia a Shangjun Cai per il film Ren Shan Ren Hai. Premio Speciale della Giuria a Terraferma di Emanuele Crialese. Coppa Volpi a Michael Fassbender (nel film Shame) e a Deanie Yip (nel film Tao Jie). Premio Marcello Mastroianni a Shôta Sometani e Fumi Nikaidô (nel film Himizu). I premi sono stati assegnati dalla giuria presieduta da Darren Aronosfky e composta da Eija-Liisa Ahtila, David Byrne, Todd Haynes, Mario Martone, Alba Rohrwacher ed André Téchiné.

Tutti i premi:

VENEZIA 68

Leone d’Oro per il miglior film

Faust di Aleksander Sokurov (Russia)

Leone d’Argento per la migliore regia

Shangjun Cai per il film Ren Shan Ren Hai (People Mountain People Sea) (Cina – Hong Kong)

Premio Speciale della Giuria

Terraferma di Emanuele Crialese (Italia)

Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile

Michael Fassbender nel film Shame di Steve McQueen (Gran Bretagna)

Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile

Deanie Yip nel film Tao jie (A Simple Life) di Ann Hui (Cina – Hong Kong)

Premio Marcello Mastroianni a un giovane attore o attrice emergente

Shôta Sometani e Fumi Nikaidô nel film Himizu di Sion Sono (Giappone)

Osella per la miglior fotografia

Robbie Ryan per il film Wuthering Heights di Andrea Arnold (Gran Bretagna)

Osella per la migliore sceneggiatura

Yorgos Lanthimos e Efthimis Filippou per il film Alpis (Alps) di Yorgos Lanthimos (Grecia)

Leone del Futuro – Premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis”

Là-bas di Guido Lombardi (Italia) – Settimana della Critica

nonché un premio di 100.000 USD, messi a disposizione da Filmauro di Aurelio e Luigi De Laurentiis, che saranno suddivisi in parti uguali tra il regista e il produttore

ORIZZONTI

Premio Orizzonti (riservato ai lungometraggi):

Kotoko di Shinya Tsukamoto (Giappone)

Premio Speciale della Giuria (riservato ai lungometraggi):

Whores’ Glory di Michael Glawogger (Austria, Germania)

Premio Orizzonti Mediometraggio:

Accidentes Gloriosos di Mauro Andrizzi, Marcus Lindeen (Svezia, Danimarca, Germania)

Premio Orizzonti Cortometraggio:

In attesa dell’avvento di Felice D’Agostino, Arturo Lavorato (Italia)

Menzioni Speciali:

O Le Tulafale (The Orator) di Tusi Tamasese (Nuova Zelanda, Samoa)

All The Lines Flow Out di Charles LIM Yi Yong (Singapore)

CONTROCAMPO ITALIANO

Premio Controcampo (per i lungometraggi narrativi)

Scialla! di Francesco Bruni

Premio Controcampo (per i cortometraggi)

A Chjàna di Jonas Carpignano

Premio Controcampo Doc (per i documentari)

Pugni chiusi di Fiorella Infascelli

Menzioni Speciali:

al documentario Black Block di Carlo Augusto Bachschmidt

a Francesco Di Giacomo per la fotografia di Pugni chiusi

Leone d’Oro alla carriera

Marco Bellocchio

Jaeger-LeCoultre Glory to the Filmmaker Award 2011

Al Pacino

Premio Persol 3D per il più creativo cinema stereoscopico dell’anno

Zapruder Filmmakers Group (David Zamagni, Nadia Ranocchi, Monaldo Moretti)

Premio L’Oréal Paris per il cinema

Nicole Grimaudo

L’ultimo terrestre

L'ultimo terrestreLa vita grigia e solitaria di Luca, cameriere segretamente innamorato della propria vicina, potrebbe cambiare totalmente con l’imminente arrivo degli alieni. Dal celebre fumettista Gian Alfonso Pacinotti, uno sguardo impietoso su un’Italia ridotta ad eterna provincia, terra di alieni e alienati

di Antonio Rubinetti
rubinetti.antonio@gmail.com

Gipi, il più celebrato e autorevole fumettista italiano contemporaneo, con un’azzardata quanto coraggiosa operazione di “ri-mediazione”, si è trasformato in Gianni Pacinotti, autore cinematografico. Non è la prima volta che un esponente della così detta arte sequenziale passa dall’immagine-statica all’immagine-movimento: Enki Bilal aveva adattato il suo Immortal (Ad Vitam), Sergio Tofano aveva interpretato e diretto Cenerentola e il signor Bonaventura, e Joann Sfar ha raccontato la biografia di Serge Gainsbourg, Gainsbourg (Vie héroïque), prima su carta e poi su pellicola. Ma forse il nostro caso è meglio accostabile a quello di Frank Miller e al suo troppo sottovalutato (meta)adattamento cinematografico di The Spirit. Come Miller, Gipi non trasporta sul grande schermo una propria opera, ma quella di un altro autore, più precisamente il graphic novel Nessuno mi farà del male di Giacomo Monti, una raccolta di racconti tra il minimalismo e l’assurdo, pubblicati dalla bellissima rivista underground “Canicola”. Come Miller, Gipi omaggia l’opera in questione e contemporaneamente porta avanti un discorso personale iniziato sul medium fumetto ma che fugge in qualche modo dalla griglia della tavola senza però mai prescindere da essa. Quindi ne L’ultimo terrestre tornano i temi e le sue situazioni del disegnatore toscano, la provincia, l’alienazione, privati del dichiarato autobiografismo, sostituito da un plot di stampo fantascientifico incentrato sullo sbarco degli extra terrestri.

Il film si apre infatti con la voce, fin troppo celebre, di Giuseppe Cruciani, giornalista di Radio 24, che in qualche modo annuncia l’“Adventus Martianis”. La registrazione, che insieme a un falso servizio del Tg3, era stata utilizzata per la campagna di viral marketing che ha anticipato la presentazione del film a Venezia, è un piccolo omaggio alla trasmissione proto-situazionista di Orson Welles. Ma questa volta l’invasione non suscita il panico ma soltanto qualche vuoto dibattito o suggeriscono nuove forme di sfruttamento commerciale agli speculatori di turno.

L’erede ufficiale di Andrea Pazienza, con cui condivide anche la scelta di un diminutivo come nome d’arte, non centra sempre il bersaglio e molte suggestioni rimangono irrisolte così come il mondo film che vorrebbe definire conserva qualche lacuna, ma ricorda, forse involontariamente, gli spazi immortalati e inventati dal Marco Ferreri degli anni 80. Come il grande regista apolide, Gipi  posa sull’Italia, oramai ridotta a eterna provincia, squallido non-luogo, uno sguardo impietoso che sembra immedesimarsi totalmente con quello degli extra terrestri, un po’ messia e un po’ angeli  sterminatori, mettendo in questione, tra le righe del grottesco e della cinica satira, l’intercambiabilità tra alieni e alienati.

Venezia 68: I vincitori di Controcampo Italiano

SciallaLa Giuria della sezione Controcampo Italiano, presieduta da Stefano Incerti e composta da Aureliano Amadei e Cristiana Capotondi, ha assegnato i seguenti premi:

• Premio Controcampo (per i lungometraggi narrativi) al film Scialla! (95’) di Francesco Bruni, interpretato da Fabrizio Bentivoglio, Barbora Bobulova, Filippo Scicchitano, Vinicio Marchioni, Giuseppe Guarino, Prince Manujibeya.

• Premio Controcampo (per i cortometraggi) al film A Chjàna (18’) di Jonas Carpignano, interpretato da Koudous Seihun e Cheik Baily Kane.

• Premio Controcampo Doc a Pugni chiusi (60’) di Fiorella Infascelli.

La Giuria ha inoltre deciso di assegnare una Menzione Speciale al documentario Black Block (76’) di Carlo Augusto Bachschmidt e a Francesco Di Giacomo per la fotografia di Pugni chiusi (60’).

Al regista vincitore per il lungometraggio narrativo andranno 30.000 Euro di pellicola negativa, offerta da Kodak. Al regista vincitore per il cortometraggio andranno 10.000 Euro di pellicola negativa, offerta da Kodak.

Black Block

Black Block

Dieci anni dopo il  G8 di Genova, il documentario di Bachschmidt, Menzione Speciale a Venezia nella sezione Controcampo Italiano e distribuito in cofanetto (libro+DVD) da Fandango, riapre una pagina nera di storia italiana su cui è bene che non cali il sipario

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

Nei giorni tra il 20 e il 22 luglio 2001, in occasione del G8 di Genova, ebbe luogo quella che Amnesty International ha definito come “la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”. Dieci anni dopo le violenze che sono costate la vita a Carlo Giuliani, un documentario firmato da Carlo A. Bachschmidt e prodotto da Fandango raccoglie le testimonianze di chi c’era e ha vissuto – è il caso di dirlo, sulla propria pelle – l’orrore di quei giorni.

Il regista affida la ricostruzione dei fatti a sette ragazzi stranieri, i “black block” indicati provocatoriamente nel titolo, vittime del pestaggio della polizia alla scuola Diaz e delle torture alla Caserma di Bolzaneto. Le immagini di repertorio si intrecciano al racconto corale dei protagonisti. La telecamera indugia sui loro volti mentre ciascuno ricorda i momenti più drammatici di quel tragico luglio. I loro racconti sono frammenti di un quadro che ricomponendosi assume contorni mostruosi, quasi surreali. Alla concitazione claustrofobica degli eventi narrati, sottolineati dalle immagini di repertorio, si oppone la pace artificiale dello spazio in cui avvengono le interviste. Ciascuno dei protagonisti è infatti seduto in una stanza bianca, una sorta di non-luogo della memoria, in cui un unico elemento scenografico – un banco di scuola, un estintore, un attaccapanni – ricorda simbolicamente l’elemento chiave della storia di ciascuno. Il racconto delle violenze subite è impressionante. Ognuno è solo, come soli si è davanti alla morte, al cospetto di una brutalità senza confini. Dan (Londra) ricorda una giovane ragazza italiana inginocchiata davanti a quello che in quel momento doveva sembrarle un plotone d’esecuzione: implorava pietà, voleva tornare a casa, la mamma di sicuro era in pena. Dan avrebbe voluto abbracciarla, dirle di stare tranquilla, che non era sola, ma la violenza subita aveva inibito ogni reazione, ogni minima forma di socialità e di condivisione. La notte del feroce pestaggio alla Diaz, Lena (Amburgo) giaceva invece con le costole rotte e i polmoni forati sui corpi di altri compagni, non riusciva a muovere neanche le dita. Solo le gambe facevano su e giù, come impazzite. Forse era normale così, ricorda di aver pensato, vedendo accanto a sé un altro corpo scosso da simili convulsioni. Sembravano una mandria di cinghiali fatti di speed, racconta Muli (Berlino), riferendosi ai poliziotti che, dopo aver condotto “the bad ones” a Bolzaneto, si abbandonavano a una nuova vergognosa spirale di violenze e umiliazioni.

Un’esperienza traumatica che ha segnato inevitabilmente uno spartiacque nella vita dei protagonisti e nella storia del nostro Paese: c’è un prima e c’è un dopo. E il dopo è una faticosa risalita verso la normalità, verso un sonno senza incubi, una socialità senza fantasmi.
Il 19 maggio 2010, la Corte d’appello del Tribunale di Genova ha ribaltato la sentenza di primo grado, condannando 25 dei 27 poliziotti imputati per il blitz alla Diaz a un totale di 85 anni di carcere e all’interdizione dai pubblici uffici per 5 anni. Fra i 25 condannati c’è anche l’allora capo della polizia Giovanni De Gennaro. Per lui il minimo della pena (un anno e quattro mesi) «per aver istigato l’ex questore di Genova Francesco Colucci alla falsa testimonianza nel processo per l’irruzione alla Diaz». De Gennaro oggi coordina i servizi segreti. Ma questa, evidentemente, è un’altra storia.

Lucido e impietoso, il documentario di Bachshmidt, accompagnato dal libro La costruzione del nemico curato dallo stesso autore, riapre una pagina nera di storia italiana su cui è bene che non cali il sipario. Un’opera matura e coraggiosa che scava dolorosamente nell’animo di protagonisti e spettatori, e lascia il segno.

Venezia 68: Hahithalfut (The Exchange)

Hahithalfut

L’israeliano Eran Kolirin traccia la crisi esistenziale di un uomo qualunque al cospetto di una vita, la sua, che improvvisamente gli appare aliena. Un horror-non horror che riflette in maniera intelligente e provocatoria sul senso della vita

di Cristina Locuratolo
cristina.elle@hotmail.it

The Exchange dell’israeliano Eran Kolirin traccia la crisi esistenziale di un uomo qualunque che un giorno arriva a casa prima del previsto e si sente, all’improvviso, estraneo dalla sua vita, come se la stesse osservando dall’alto, come se non gli fosse mai appartenuta. Un’epifania che rivela la banalità del reale, dei gesti quotidiani, ripetuti in una routine priva di senso, nel vuoto esistenziale che ci affanniamo a colmare senza risultato. Lo scambio in questione riguarda l’incontro di quest’uomo con un altro uomo, un suo simile; entrambi diventano spettatori delle proprie vite in un gioco (che poi tanto gioco non è) in cui l’arte imita la vita e forse viceversa.

Il film di sicuro ha un intreccio straniante, che disorienta ma trae la propria forza proprio da questa anticonvenzionalità; lo stesso regista dichiara che sebbene alcuni spettatori potrebbero sentirsi, in qualche modo, in lotta con il suo stile, egli è immensamente orgoglioso della propria opera. Questo perché l’intenzione del suo cinema, frutto di un momento di grande fermento ad Israele, non è quella di avere un soggetto o un oggetto, ma fa della mancanza di senso il senso stesso. Kolirin dice che si tratta di un horror movie pur non essendo horror. In un film normale vedremmo un uomo che, ritornando a casa, viene a scoprire qualcosa di terribile. Ad esempio il tradimento di una moglie o una morte improvvisa. Per la maggior parte delle persone questo è molto più sconvolgente che rendersi conto che la propria vita scorre in una modalità quasi predefinita e che ogni minuto che passa ci avvicina inesorabilmente alla morte. Kolirin vuole (di)mostrarci l’esatto opposto, offrendoci un punto di vista divergente.

The Exchange è una pellicola sperimentale che differisce dalle trame tradizionali, ponendosi un unico grande interrogativo “Cosa significa realmente tutto questo?”. La risposta, ovviamente, non esiste.

Terraferma

TerrafermaIn concorso a Venezia, Crialese si muove tra cronaca e mito realizzando una straziante elegia sul mare e le sue antiche leggi e sull’incontro con l’Altro

di Stefania Pala
stefania.pala@gmail.com

Lo chiamano “il regista con le branchie” e lui confessa che l’acqua è il suo elemento e la sua ossessione, l’unico luogo, a parte lo spazio, in cui si può smettere di sentire il peso del proprio corpo. Terraferma, quarto lungometraggio di Emanuele Crialese, è una specie di elegia del mare e delle sue leggi antiche.

Dopo Respiro (2002) e Nuovomondo (2006), il regista, romano di origini siciliane, torna nelle estreme latitudini meridionali per raccontare una specie di favola popolata da personaggi simbolici. Non un film sull’immigrazione, come subito precisa, «ma una narrazione per metafore di certe dinamiche umane che si mettono in moto nei confronti dell’Altro, dello Straniero».

Tra roccia e mare, quel Mediterraneo dove i pesci nuotano tra le scarpe e i documenti dei clandestini che non ce l’hanno fatta, vive una famiglia sospesa tra vecchio e nuovo: il patriarca Ernesto (Mimmo Cuticchio, che nella vita è uno degli ultimi “pupari”) non vuol saperne di abbandonare il suo peschereccio, suo figlio (Beppe Fiorello) ha fregole imprenditoriali e sogna di arricchirsi coi turisti, la vedova Giulietta (Donatella Finocchiaro) cui l’isola va stretta e vorrebbe andarsene e suo figlio (Filippo Pucillo, giovane attore feticcio di Crialese), un adolescente in bilico tra fedeltà alle tradizioni e voglia di trasgredirle.

Il vecchio Ernesto, durante una battuta di pesca, avvista un gruppo di africani stremati e decide di portarli a terra. Appena arrivati fuggono tutti tranne Sara (l’etiope Timnit, vera sopravvissuta) che è incinta e ha con sé un bambino. Non resta che ospitarli, nasconderli, offrire loro rifugio e asilo, contro la volontà della nuora. L’incontro/scontro tra Sara e Giulietta, due donne molto diverse che diventeranno l’una lo specchio dell’altra, vedrà nascere tra loro una solidarietà istintiva, poiché entrambe vogliono la stessa cosa: una vita migliore per se stesse e i loro figli.

La storia della civiltà si è formata attraverso l’esplorazione, il movimento, l’approdo in luoghi sconosciuti. Terraferma è una storia sulla libertà di poter andare altrove che affronta due temi: l’accoglienza e il respingimento; l’urto tra leggi insensate e più atavici codici di comportamento: il nonno pescatore, fedele alle leggi del mare secondo cui un naufrago va sempre soccorso, obbedisce a una sorta di morale antica e  geometrica ma la legge lo punisce sequestrandogli la barca.

Con una cifra stilistica da racconto magico, il regista cerca un difficile equilibrio tra cronaca e mito. Il risultato è un film poetico e visionario che esibisce una pietas solidale nei confronti dei migranti e descrive con lirismo quella che lo stesso Crialese definisce «l’eterna volontà di un altrove». A Venezia non sono mancate le polemiche sul tema del politically correct ma il film è stato accolto da quasi dieci minuti di applausi e standing ovation. Segno che in Italia le cose possono cambiare.

Venezia 68: Himizu

HimizuTratto da un manga, il film di Sion Sono, in corsa per il Leone d’Oro, racconta il Giappone del dopo-tsunami e le contraddizioni di un paese senza futuro

di Cristina Locuratolo
cristina.elle@hotmail.it

Himizu (che in giapponese indica un animale simile alla talpa) del regista nipponico Sion Sono è un film otaku, immancabile alla mostra veneziana. La pellicola è tratta da un manga ancora inedito in Italia, scritto da Minoru Furuya, autore di Ping Pong Club.

Himizu parla di un ragazzo in lotta per una vita normale. La sua situazione economica e familiare è disastrosa, vive in una baracca affittando barche e la sua unica ambizione è riuscire a sopravvivere con quel lavoro. Himizu è quasi un film post-atomico poiché getta lo sguardo su un Giappone senza futuro, che cerca di andare avanti dopo lo tsunami. Il giovane protagonista, in modo neanche troppo celato, rappresenta allegoricamente una nazione distrutta che deve nel contempo leccarsi le ferite e guardare avanti. Oltre al risvolto politico di  Himizu, troviamo anche una tormentata storia d’amore tra due teenager, entrambi rifiutati dai genitori, i quali desiderano la loro morte. Anche qui la metafora è evidente: i genitori dei ragazzi rappresentano il passato di una nazione che vorrebbe recuperare uno stato di benessere, mentre i due ragazzi rappresentano un futuro senza speranza che vede come unica prospettiva la morte individuale e collettiva.

Il regista Sion Sono realizza un’opera confusa, cambia molte volte registro e stile. Per molti versi Himizu ricorda Balada triste de trompeta di De La Iglesia, film premiato al Lido lo scorso anno; se lì avevamo una Spagna dilaniata dal fascismo, qui ritroviamo la storia attuale di una nazione in frantumi a causa di un disastro naturale, entrambe celate dietro immagini forti e personaggi dalle mille sfaccettature. Ma le intenzioni non bastano per rendere Himizu un film ben riuscito, se non a tratti.

Venezia 68: Tinker, Tailor, Soldier, Spy

tinker-tailor-soldier-spyTomas Alfredson porta in concorso una intricata e avvincente spy story con Gary Oldman nei panni di un James Bond dall’aplomb british e un inedito Colin Firth in versione dandy

di Cristina Locuratolo
cristina.elle@hotmail.it

Chi è il nuovo James Bond? Forse Gary Oldman che, in Tinker, Tailor, Soldier, Spy di Tomas Alfredson, veste i panni grigi di un serioso James Bond dall’aplomb tipicamente  inglese.

La storia trae ispirazione dal libro  La talpa (titolo dell’opera e della pellicola in Italia),  scritto dall’autore cult John Le Carré. La storia è intricata tanto da rendere la spiegazione difficile: in definitiva Oldman interpreta il capo dell’Intelligence britannica che ha l’incarico di investigare su una probabile spia nascosta tra i suoi uomini. La spia in questione sta conducendo abilmente un doppiogioco con i russi. Il periodo storico rappresentato è, infatti, quello della Guerra Fredda. Lo scenario, impeccabile, rappresenta una elegante Londra degli anni 70: tutto è curato nei minimi dettagli,  dai costumi alle auto d’epoca. Accanto al protagonista ritroviamo “Re” Colin Firth che ha un ruolo secondario e un look da dandy.

La regia di Alfredson segue il percorso investigativo di Oldman, passo dopo passo, risaltando il dettaglio, cercando di ricollegare i tasselli di un puzzle intricatissimo ma avvincente. Se, come dichiarato, il vero leit motiv di questa sessantottesima edizione della mostra veneziana è il tradimento, allora non c’è pellicola più rappresentativa di questa, non solo per la tematica, ma per le scelte stilistiche del regista che “accompagnano” la ricerca della verità, smascherando i volti dei traditori, scavando nello sporco e nel fango.

Il tradimento, in questo film, viene messo a nudo, studiato nelle sue molteplice sfumature perché, come dichiarato dallo stesso Firth, Tinker, Tailor, Soldier, Spy non è semplicemente uno spy movie, ma parla di tutti gli esseri umani, del traditore che si cela dietro ogni faccia, soprattutto dietro quelle a noi più familiari.

Guarda il video della conferenza stampa.

Contagion

CONTAGIONFuori Concorso a Venezia, Soderbergh racconta il terrore delle epidemie globali. Un impeccabile thriller ad alta tensione con Gwyneth Paltrow, Matt Damon, Jude Law, Kate Winslet e Marion Cotillard

di Cristina Locuratolo
cristina.elle@hotmail.it

Un terribile virus sconosciuto sta sconvolgendo il mondo. Il focolaio ha origine da Hong Kong, una città notoriamente sovraffollata e perciò esposta a maggiori rischi: tutto parte da una donna del Wisconsin (Gwyneth Paltrow) che, dopo un viaggio nella metropoli cinese, avverte sintomi simili a una forte influenza e muore nel giro di pochi giorni. Nel contempo un uomo muore misteriosamente in un autobus a Tokyo; l’epidemia si diffonde rapidamente in tutto il globo e il panico con essa.

Soderbergh dirige un thriller ad alta tensione dal titolo Contagion: la regia è impeccabile, il ritmo sempre crescente fino a divenire vertiginoso, il cast comprende attori del calibro di Matt Damon, Jude Law, Kate Winslet, Marion Cotillard e la già citata Paltrow.
La sceneggiatura è di Scott Z. Burns, già autore di The Informant, e sebbene la storia possa sembrare poco originale, in realtà, Contagion è un film solido e diretto con maestria.
Soderbergh alterna immagini ad alto impatto visivo, commentate solo dalla musica angosciante di Cliff Martinez, a scene di vita quotidiana, notiziari, diagrammi scientifici e persino a video filmati per YouTube. La corsa contro il virus killer è un viaggio accelerato verso uno scenario apocalittico e, nello stesso tempo, un viaggio a ritroso nel giorno che precede la morte della prima inconsapevole vittima. Le spiegazioni scientifiche sono sempre pertinenti e plausibili, così come l’ipotesi di un complotto governativo a favore delle aziende farmaceutiche; il film non vuole allontanarsi dal reale, ma anzi rivela come il rischio di contagio, in realtà, si nasconda nei gesti quotidiani, nel semplice contatto umano, accrescendo l’ansia nello spettatore e mostrando come la paura della morte possa privare l’uomo della propria umanità o, come al contrario, possa far scattare in lui un istinto di protezione ossessivo verso chi ama. Non solo l’argomento è di un’attualità sconcertante, ma ogni singolo personaggio rappresenta un’ottica diversa da cui affrontare la malattia, la morte e la minaccia dell’altro.

Guarda il video della conferenza stampa a Venezia.

Venezia 68: Wilde Salome

Wilde SalomeAl Pacino presenta Fuori Concorso un film sperimentale e difficilmente etichettabile che celebra il genio di Oscar Wilde rimettendo in scena una delle sue opere più famose

di Cristina Locuratolo
cristina.elle@hotmail.it

Chi è Oscar Wilde? È senza dubbio questa la domanda a cui Al Pacino vuole rispondere con il suo Wilde Salome. Una domanda volutamente posta al presente perché l’opera di Wilde non solo ha precorso i tempi con il suo pensiero estremamente moderno, ma rappresenta pienamente i nostri, restando immortale, rinascendo molteplici volte sotto gli occhi di un lettore appassionato o nello sguardo di un regista d’eccezione quale è Al Pacino, il quale realizza un film sperimentale, non facilmente etichettabile.

Wilde Salome non è un documentario, non è una fiction, non è una rappresentazione teatrale filmata, non è un making off. È tutte queste cose messe insieme da un eclettico protagonista come Al Pacino che si mette sulle tracce, letteralmente e idealmente, dello scrittore irlandese. Un viaggio che parte da un palcoscenico teatrale, in cui un’eterea e insieme diabolica Jessica Chastain incarna Salomè, riportando in vita un’opera struggente di Wilde, tratta dai Vangeli, e prosegue per le vie di Londra e di Dublino per raccogliere testimonianze sulla vita, la personalità artistica e umana dell’autore.

Un cammino, che è quasi un pellegrinaggio, conduce Al Pacino fino alla camera d’hotel dove Wilde fu arrestato, macchiando indelebilmente la sua fama, ma mai alterando il suo genio.

E nel contempo, intersecando piani temporali, linguaggi ed espressioni artistiche, Al Pacino va alla ricerca del senso profondo di Salomè, del suo legame con la vita tormentata di Wilde e si reca nei luoghi dove la tragedia è stata ambientata, attraversando il deserto, aspettando  un miraggio, un’epifania che possa cogliere appieno lo spirito dell’opera teatrale e la passione creativa del genio.

Il film è una visione suggerita da un’ispirazione e segue questa scia, questa empatia tra uno dei più grandi attori contemporanei e uno scrittore visionario dal destino da outsider.

Considerevoli anche le testimonianze raccolte: il nipote di Wilde, Tom Stoppard, Gore Vidal e non ultimo Bono Vox che accompagna con la sua musica anche i titoli di coda del film.

Da standing ovation la messa in scena di una parte della tragedia, quando la principessa Salomè danza per Erode (interpretato da un immenso Al Pacino) chiedendogli in cambio la testa di Giovanni Battista. Di certo Oscar Wilde avrebbe gradito un’opera come questa: complessa, sofisticata e autentica.

Venezia 68: Shame

ShameIl regista inglese Steve McQueen presenta in concorso un film volutamente scioccante e ossessivo sull’angoscia esistenziale di un uomo dipendente dal sesso, interpretato da Michael Fassbender, in una New York notturna e deserta

di Cristina Locuratolo
cristina.elle@hotmail.it

Shame è un film sulla vita di un uomo con problemi relativi alla sfera sessuale. Il protagonista interpretato da Michael Fassbender ha la necessità di avere rapporti carnali di varia natura durante la giornata. Siamo di fronte ad un disagio esistenziale e a un caso clinico: l’uomo paga prostitute, frequenta locali notturni, abborda ragazze sulla metro e fa sesso on line. Fino a che, un giorno, arriva una donna misteriosa nel suo appartamento: non è una ex (anche perché è incapace di avere relazioni non occasionali) ma la sorella, una ragazza squilibrata che ha tentato più volte il suicidio (Carey Mulligan).

Il regista inglese Steve McQueen gira un film volutamente scioccante e ossessivo, in un crescendo di insane relazioni, nello scenario di una New York notturna e deserta, dove si può respirare l’angoscia esistenziale dei personaggi. Una pellicola che non spiega, ma si limita a suggerire un trauma infantile e, forse, un rapporto incestuoso tra i due fratelli. Sesso e morte viaggiano sullo stesso disperato binario, in cui si intravede l’urgenza di una redenzione, di una liberazione, di un perdono che non può essere umano ma necessita di una comprensione che vada al di là dei nostri limiti e abbracci un’umanità spezzata e sofferente. Andare a fondo fino ad annullarsi, perdere il rispetto di se stessi, attraversare la morte fisica o spirituale  per poi  rinascere in una catarsi sembra l’unica via per rimettere insieme i pezzi di una storia che va taciuta.

Ma se la vergogna del titolo (Shame) è imputabile a una violenza che ha interrotto un’infanzia (o forse due),  macchiando le vittime di una colpa e caricandole di un peso insostenibile, il regista avrebbe forse dovuto rappresentare il dolore senza cercar a tutti costi la provocazione, la scena ad effetto, lo scandalo, perché per spiegare una ferita, per quanto profonda essa sia, non c’è bisogno di mostrare tutto il sangue sparso; non a caso la più bella scena del film è quella di un pianto segreto sulle note  di una versione struggente di New York, New York.

Cose dell’altro mondo

Cose dell'altro mondo

Cosa succederebbe se di colpo, in Veneto, sparissero tutti gli immigrati? Francesco Patierno presenta, nella sezione Controcampo Italiano, una commedia dai temi fantascientifico-surreali con Valerio Mastandrea, Valentina Lodovini e Diego Abatantuono

di Angelo Mozzetta
angelomozzetta@tiscali.it

Presentato al Festival di Venezia nella sezione “Controcampo Italiano”, Cose dell’altro mondo di Francesco Patierno è una commedia dai temi temi fantascientifico-surreali. Nel Veneto di oggi si intrecciano le vite di tre personaggi: il poliziotto romano in vacanza (Mastandrea), la sua ex-ragazza incinta (Lodovini), l’industriale razzista Mariso Golfetto (Abatantuono). Le vite di tutti vengono sconvolte da un avvenimento improvviso: tutti gli immigrati della regione (ben 90.000) spariscono nel giro di una notte, fra l’altro dopo un apocalittico discorso di Golfetto nella sua TV privata.

Qualche spunto ci sarebbe in questa pellicola: un inizio scoppiettante e in grado di creare buone aspettative, il personaggio cucito su Valerio Mastandrea con sketch divertenti, ben costruiti e, soprattutto, originali, una solare Lodovini e il solito Abatantuono a briglia sciolta. Peccato che, al di là di una bella confezione, una precisa idea di cinema  e tanti buoni propositi, ci si perda dietro una morale alquanto semplicistica per non dire politicamente schierata. Dire che se da un giorno all’altro tutti gli immigrati sparissero il paese andrebbe in rovina è una considerazione abbastanza banale, è come non dire niente: il Paese andrebbe in crisi anche se da un giorno all’altro sparissero tutti quelli con gli occhi verdi e i capelli biondi, o tutti quelli che si chiamano Mario. Come è ambiguo dire che bisogna pagare gli immigrati quanto gli italiani e metterli in regola, visto che molto spesso si assumono stranieri in nero proprio per non pagare i contributi.

Tirate le somme, un godibile prodotto di intrattenimento, dal ritmo frizzante e dalla comicità tutto sommato non banale, ma con una morale buonista e sinistroide che, se da un lato garantisce in partenza una buona fetta di pubblico, dall’altra ne limita le ambizioni in modo cospicuo.

Venezia 68: Cut

CutPresentato nella sezione Orizzonti, il film dell’iraniano Amir Naderi, girato e prodotto in Giappone, è una delle opere più originali e interessanti del festival. Un provocatorio de profundis per la morte del cinema come arte

di Angelo Mozzetta
angelomozzetta@tiscali.it

Presentato nella sezione Orizzonti alla 68ma edizione del Festival del Cinema di Venezia, Cut di Amir Naderi è una delle pellicole più interessanti viste in Laguna in quanto a originalità.

L’intransigente cineasta Shuji organizza cineforum gratuiti e solitarie manifestazioni di piazza armato di megafono e di uno sconfinato amore per il “cinema come arte”, destinato oramai a essere sostituito dai Multiplex e dal cinema commerciale in genere. Un giorno scopre che il fratello è stato ucciso dagli strozzini, e che fra i motivi dell’indebitamento c’erano anche i finanziamenti che lui riceveva per portare avanti i suoi progetti artistici. Shuji trova il modo di pagare trasformandosi in una sorta di punching-ball umano: un tanto a pugno ricevuto dentro lo stesso bagno dove il fratello è stato brutalmente assassinato. La sua intensa lotta passa così da un piano puramente intellettuale a uno spazio decisamente più concreto: per ogni colpo subito Shimizu pensa a una pellicola-capolavoro, sublimando in questa lotta passiva tanto il dolore per la morte del fratello quanto quello per la morte del cinema come arte. Tramuta il suo corpo e se stesso in opera d’arte vivente: provare una enorme quantità di dolore reale e riuscire a sopportarlo è il modo di dimostrare a sé e al mondo quanto infinitamente più profondo è il dolore del suo animo; non a caso, nella prima parte della sua lotta si fa colpire solo nell’addome, che per i giapponesi rappresenta l’Hara o centro vitale dell’uomo. Come  d’altronde l’eterna e infinita ripetizione del gesto (in questo caso passivo) rappresenta la Via per raggiungere la Perfezione.

Bravissimi gli attori a partire dal protagonista Hidetoshi Nishijima, ottima la regia che indulge soltanto in qualche eccessiva strizzatina d’occhio allo spettatore cinefilo, dalle visite alle tombe di Ozu e Kurosawa all’elenco dei migliori (per lui) 100 film della scuola del cinema. Inezie a parte, un film d’autore da vivere come un’esperienza, che piaccia oppure no.

Venezia 68: Whores’ Glory

Whores' GloryNell’interessante documentario dell’austriaco Michael Glawogger, selezionato in Orizzonti, tre paesi, tre culture diverse – Thailandia, Bangladesh, Messico – per raccontare storie di ordinaria prostituzione nel mondo

di Angelo Mozzetta
angelomozzetta@tiscali.it

Il regista documentarista Michael Glawogger gira un’opera interessantissima sulla prostituzione nel mondo, ponendo al centro della questione non tanto la contrattazione e l’atto fisico, ma interessandosi soprattutto all’animo di ambo le parti e domandandosi senza pregiudizi di sorta cosa spinga entrambe a entrare in quel giro, quali siano le modalità, i riti, i luoghi.

Glawogger sceglie tre nazioni proprio per raccontare tre diverse “città della perdizione” tre diverse culture: Thailandia, Bangladesh e Messico. In Thailandia le prostitute sembrano le ragazze di un call-center: timbrano il cartellino al “Fish Tank” e, come in un concorso di bellezza, si accomodano in una vetrina insieme alle altre con un numeretto sul petto e aspettano di essere nominate al megafono. Lavorano per aiutare la famiglia e cercano un lavoro migliore nel senso di meglio remunerato, le condizioni igieniche sono buone e i clienti selezionati in partenza.

Diversa la situazione in Bangladesh, dove la prostituzione è legale e la “City of Joy” assomiglia molto a una buia favela brasiliana in cui  ci si comincia dolorosamente e tristemente a prostituire non appena dopo lo sviluppo: sovente i clienti sono brutali, la paga è molto bassa e si hanno soltanto rapporti standard. L’unico scopo nella vita è accumulare abbastanza denaro in dote per le figlie, per farle uscire da lì, comprare altre prostitute e diventare “protettrici” o all’occorrenza cuoche prima dei 50 anni.

In Messico c’è la Zona de la Tolerancia, al confine col Texas, la più vicina alla nostra cultura occidentale: i clienti passano lentamente con la macchina davanti a una fila di mini-appartamenti con le “lucciole” davanti, e non possono avvicinarsi se non dopo un gesto di queste ultime, sfacciatissime e sicure. Le interviste sfiorano non di rado la comicità e le inibizioni sembrano inesistenti, tanto che una di loro accetta di farsi filmare durante una prestazione professionale, ma non ci si lasci ingannare: tanta spavalderia nasconde animi distrutti dal lavoraccio, dalla vita e, molto spesso, dalla piaga del crack.

Glawogger lascia un marchio molto più forte di quanto non appaia a una prima visione. La scelta di filmare con taglio documentaristico e limitarsi a essere occhio scrutatore appare la più scontata: in realtà, la fotografia è curata, coerente e bellissima specie nei notturni, e riesce a non far pesare sui soggetti ripresi lo sguardo gelido della macchina da presa. Occhio sapiente, quello del regista, che pondera continuamente cosa riprendere e da dove, assegnando ben poco all’istinto e alla casualità al di là delle apparenze. Inoltre, non pochi sono stati i problemi logistici da ovviare durante le riprese ma tutti superati con intelligenza e capacità cinematografica: location buie e strette, riservatezza dei soggetti, ricerca della naturalezza…

Riprese tutte comunque concordate: tutte le persone che appaiono nel film sono state, ovviamente, pagate.

Venezia 68: Love and Bruises

Love and Bruises
Dal cinese Lou Ye, presente a Venezia nelle Giornate degli Autori, una storia di sesso e violenza che punta il dito contro le ipocrisie della società borghese

di Angelo Mozzetta
angelomozzetta@tiscali.it

La cinese Hua, trasferitasi da poco a Parigi, viene lasciata dal ragazzo e intreccia subito dopo una relazione con Mathieu. Lei traduttrice colta e gentile, lui operaio rozzo e un po’ guascone, intrecceranno una torbida relazione principalmente sessuale, che non di rado scivola nella violenza.

Il regista Lou Ye gira abusando di camera a mano fra le vie di Parigi e Pechino, riempiendo la pellicola di sesso, violenza e sesso violento. Non che questo debba necessariamente essere un limite, ma la reiterata quantità di lunghi amplessi fra i due non trova ragion d’essere né nella trama né nello sviluppo delle psicologie dei personaggi. In un mondo dove tutti sono, chi per un motivo chi per un altro, falsi e colpevoli, Ye vorrebbe puntare il dito verso le ipocrisie della società borghese sul tradimento, la fedeltà, la differenza di classe, la capacità di soffrire e aspettare chi si ama. Purtroppo i centocinque minuti di film scorrono su un binario registico piuttosto monocorde, in cui Ye incessantemente persiste nella camera a mano e non riesce mai a dare altre angolazioni alla vicenda, i cui mille risvolti (ti lascio, ti riprendo, ti amo, ti odio, ti sfido…) continuano a dire la stessa cosa. Se tutti sono cattivi è come se non fosse cattivo nessuno.

Probabilmente negli intenti di Ye c’era l’intenzione di attaccare alcuni “credo” del suo Paese: donna cinese che rifiuta il tranquillo matrimonio di un compatriota preferendo lascive avventure in terra straniera con individui di ceto inferiore. Chissà se in patria glielo avrebbero fatto fare, visto che i fondi del film sono francesi grazie alla fama che si è costruito a Cannes con le precedenti e migliori opere.

In ultima analisi, un film che probabilmente stava molto a cuore al regista, ma in molti casi è meglio il cervello. Ottime le prestazioni di entrambi i protagonisti: Tahar Rahim e Corinne Yam, che rimangono il punto di forza della pellicola.

Venezia 68: Carnage

CarnageIn concorso a Venezia, Roman Polanski chiama a raccolta un cast d’eccezione in un’opera dal sapore teatrale che erode le regole del bon ton e della convivenza sociale per esplorare conflitti e paradossi dell’animo umano

di Cristina Locuratolo
cristina.elle@hotmail.it

Cosa rende un film un capolavoro? Una regia d’eccezione, una sceneggiatura solida e un cast di interpreti superlativi. Carnage, il nuovo film di Polanski in concorso alla 68ª mostra veneziana, possiede tutti questi assi nella manica. L’opera è tratta dalla pièce teatrale Le Dieu de Carnage scritta dalla scrittrice e drammaturga franco-iraniana Yasmine Reza. Polanski riunisce quattro grandi nomi del cinema contemporaneo (Jodie Foster, Kate Winslet, Christoph Waltz e John C. Reilly) e li chiude letteralmente dentro le mura di un appartamento. Due coppie di genitori si incontrano per discutere di una lite avvenuta tra i loro figli. Un incontro ordinario che all’inizio si svolge rispettando le regole sociali, con civiltà e buona educazione, sfocia nel caos più totale. La situazione assume toni paradossali e grotteschi:  le due donne si alleano contro i propri mariti che, d’altro canto, scoprono di condividere una comune visione cinica e misogina della vita.

Quando le maschere, dettate dalle convenzioni sociali e dalla convivenza civile, cadono, l’essere umano si rivela in tutta la sua feroce verità. L’incontro-scontro tra le due coppie si configura come un viaggio nelle profondità del loro io, in quel lato oscuro dove riemergono fragilità e insicurezze e le brutalità primitive nascoste negli spazi reconditi dell’imperfetto animo umano.

Guarda il video della conferenza stampa.

Ruggine

RuggineDopo il bellissimo Pietro, Daniele Gaglianone torna dietro la macchina da presa con una favola nera sul tema della pedofilia. Dall’omonimo romanzo di Stefano Massaron, un film destabilizzante e angosciante che infetta gli occhi e il cuore dello spettatore

di Francesco Del Grosso
francescodelgrosso@yahoo.it

Se lo scopo di Daniele Gaglianone con Ruggine era quello di destabilizzare, somministrando allo spettatore di turno copiose dosi di angoscia e inquietudine, allora l’obiettivo è stato senza alcun dubbio raggiunto. La sua trasposizione dell’omonimo romanzo di Stefano Massaron, presentata in concorso alle Giornate degli Autori e nelle sale nostrane a partire dal 2 settembre con Fandango, trasuda dal grande schermo un senso indescrivibile di sgradevolezza e morbosità, quello che ti porti dietro anche dopo la visione, quando i titoli di coda hanno smesso di scorrere e le luci si sono riaccese (consigliamo vivamente di non lasciare il proprio posto prima della fine). Gli occhi, il cuore e la mente, faranno difficoltà a scrollarsi subito di dosso tutto il marcio che la pellicola, alla pari delle pagine del libro, ha voluto trasmettere alla platea. Le atmosfere claustrofobiche degli interni privi di luce di una sorta di bunker delimitato da mura fatte di lamiere consumate dal tempo e dalla sporcizia, insieme agli spazi agorafobici della periferia di una città del nord non meglio identificata della fine degli anni Settanta sul fondo del quale si stagliano omologanti e squallidi palazzoni che ricordano i quartieri di Scampia e del Corviale, contribuiscono a costruire questa maledetta e insopportabile sensazione di insofferenza, che infetta, ossessiona, stordisce e circoscrive colui che guarda e ascolta  dalla poltrona di un cinema.

Lì si consuma il passato di un trauma infantile che a trent’anni di distanza riemergerà prepotentemente nei ricordi di chi lo ha vissuto. La narrazione di Ruggine avanza in maniera simmetrica come due binari che durante un percorso non si incrociano mai, in un ribalzo temporale che scopre molto lentamente, con fastidiosa ridondanza e ossessiva partecipazione agli eventi, la genesi di un’atroce verità. Chi incasella il film, e con esso storia e personaggi, nella più scontata delle classificazione che riportano al dramma sul tema della pedofilia, ha solo minimamente scalfito la superficie di un’opera che, al contrario, è capace di scavare fino al profondo di un male che logora dentro e fuori l’Essere umano. Per fare ciò, l’ultima fatica del regista anconetano usa l’arma affilata della favola nera, quella di un orco che arriva a sconvolgere la vita di un gruppo di bambini, tre dei quali nel tempo conserveranno addosso cicatrice invisibili. Siamo per questo lontani concettualmente da altre opere che hanno affrontato a modo proprio questo delicatissimo tema come La bestia nel cuore di Cristina Comencini, Una storia americana di Andrew Jarecki o The Woodsman di Nicole Kassell.

Ruggine non si chiede il perché, piuttosto mostra il come, con uno sguardo scabro ed essenziale che osserva senza giudicare. La scrittura registica, così come i dialoghi e la recitazione, lavora per sottrazione conservando incontaminati i punti di vista di chi diegeticamente affronta sulla propria pelle il dolore e la sofferenza di una storia che non può lasciare indifferenti. E questo è tipico del modo di fare e concepire il cinema per Gaglianone, un cinema che come dimostrato dai film precedenti (I nostri anni, Nemmeno il destino e Pietro) non ha bisogno solo di parole, ma anche di lunghi silenzi, sguardi nel vuoto, gesti appena accennati, tradotti in immagini e suoni destrutturati come quelli delle lamiere che diventano parte della colonna sonora. Questo film è di quelli che si amano o si detestano, senza via di mezzo o possibilità di appello. Da parte nostra ci sentiamo di difenderlo in tutto e per tutto, nonostante arrivi alla bocca dello stomaco come un pugno che lascia senza fiato.

Indicinema al Festival di Venezia

logo indicinemaIndicinema – progetto di rilancio del cinema indipendente italiano – si dà forma giuridica e promuove un incontro nell’ambito delle Giornate degli Autori con le istituzioni regionali, i rappresentanti culturali dei Partiti politici e tutte le realtà sensibili alla promozione e alla diffusione del Cinema Indipendente. Ad aderire al progetto, l’ANAC, Artisti Indipendenti2010, Consequenze Network e FIDAC. Al centro del dibattito l’elaborazione di un nuovo assetto che garantisca la rinascita culturale ed economica del cinema indipendente italiano, a partire dagli scenari attuali e dalla capacità di progettare un’architettura valida per affrontare le sfide dell’immediato futuro. Tra le tematiche in esame, la creazione di nuovi spazi espressivi, nuove forme di finanziamento statale, maggiore accessibilità distributiva, un incisivo posizionamento nel panorama multipiattaforma, adeguata attenzione per una parte importante di consumo culturale e la partecipazione attiva e condivisa da parte dei rappresentanti di tutta la filiera produttiva.

Giornate degli Autori

Martedì 6 settembre

Ore 15.00 – 18.00

Casa degli autori – Pagoda dell’Hotel Des Bains (Lungomare Marconi)

Programma della giornata:

Messaggio di benvenuto di Giorgio Gosetti

Introduce e modera: Alessandro Rossetti

Indicinema nel confronto con la Politica

Matteo Orfini – Resp. Cultura PD

Stefania Brai – Resp. Cultura Rif. Com.

Umberto Croppi – Resp. Cultura FLI

Franco Bartolomei – Resp. Cultura PSI

Fabiana Santini – Ass.re alla Cultura Regione Lazio

Giulia Rodano – Resp. Cultura IDV

Marco Furfaro – Resp. Politiche giovanili SEL

Indipendenza, centralità dell’opera e nuovi strumenti produttivi e distributivi

Enrico Ghezzi (critico)

Adriana Chiesa (distr. Internazionale)

Greta Barbolini (UCCA)

Mario Lorini (FICE)

Candido Coppetelli (CGS)

Cristina Loglio (coord. Schermi di Qualità)

Gianluca Arcopinto (produttore indipendente)

Giulio Scarpati (attore e Presidente SAI)

Daniele Terzoli (Presidente Casa del Cinema Trieste)

Pasquale Scimeca (regista)

Fabrizio Ferrari (Direttore RIFF)

Interventi per Indicinema di:

Nino Russo (ANAC), Silvia Falanga (FIDAC), Emanuele Cerman (Artisti Indipendenti2010),

Stefano Pierpaoli (Consequenze), Alessandro Rossetti – Presidente Indicinema

Venezia 68: The Ides of March

The-Ides-of-MarchGeorge Clooney apre la 68ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia con un film politico, una storia universale fatta di tradimenti, giochi di potere e compromessi

di Cristina Locuratolo
cristina.elle@hotmail.it

Le Idi di Marzo è un film classico e asciutto, ben diretto, ben scritto, ben interpretato. Non c’è che dire, Clooney sa girare un film politico che poi tanto politico non è, come afferma lo stesso regista-attore nel corso della conferenza stampa. La storia, infatti, è universale, parla di tradimenti, giochi di potere, compromesso.

La pellicola presenta una trama circolare che ruota attorno a Stephen (un Ryan Gosling da lodare), giovane idealista che lavora per Morris (Clooney), governatore in corsa per la carica presidenziale.

Nel cast attori del calibro di Philip Seymour Hoffman e Paul Giamatti, Evan Rachel Wood e Marisa Tomei. Liberamente ispirato all’opera teatrale Farragut North di Beau Willimon, Le Idi di Marzo conserva l’impostazione teatrale ma non ne mantiene la staticità anzi coinvolge lo spettatore regalando momenti di suspence degni di un thriller. Se lo scenario è quello politico, lo scontro è tra vita reale e ideali. Il dramma, dal sapore shakespeariano, si esprime nei dialoghi brillanti e nei volti dei protagonisti, pedine di un gioco che essi manovrano ma che è tuttavia più grande di loro.Tuttavia Le Idi di Marzo volge il suo sguardo oltre la corruzione politica e la crisi di valori, pur restando ancorato all’ambiente politico, evidenzia l’importanza della responsabilità, dell’integrità morale, della lealtà nelle scelte che la vita impone ad ogni singolo individuo.

La fitta rete di intrighi, su cui è costruita l’intera opera, è tessuta ad arte da Clooney che confeziona un film di genere impeccabile, dimostrandosi un abile conoscitore del mondo politico americano e dei suoi retroscena. La storia compie un doppio movimento: ad un’ascesa corrisponde una discesa, è l’inevitabile destino umano costellato di vittorie e sconfitte, dove la verità non viene perseguita ma messa a tacere sotto un cumulo di segreti e bugie.

Venezia 68: Filmaker’s a Digital Expo

Filmaker's - Digital Expo

Venerdì 2 settembre 2011, presso lo Spazio Incontri di Digital Expo (3° piano Hotel Excelsior), a Venezia, si terrà il convegno “Dall’editoria alla distribuzione: strategie di sviluppo in tempo di crisi. L’esperienza di Filmaker’s e Bunker Lab”. L’evento, in programma dalle ore 11 alle 13, è a cura di Filmaker’s magazine-Bunker Lab, in partnership con Studio Universal e 30Holding.

Johnnie To in concorso a Venezia

Johnnie ToLife Without Principle (Dyut Ming Gam), il nuovo film del maestro hongkonghese del cinema d’azione contemporaneo Johnnie To, sarà in Concorso in prima mondiale alla 68ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (31 agosto – 10 settembre 2011). Con Life Without Principle sono così 22 i film già annunciati nel Concorso di Venezia 68. A essi si aggiungerà il Film sorpresa. Life Without Principle segna il ritorno in Concorso a Venezia di Johnnie To a quattro anni di distanza da The Mad Detective (2007) e dopo i precedenti Exiled (2006, in Concorso alla 63ª Mostra) e Throw Down (2004, Fuori concorso alla 61ª Mostra), tra i suoi più importanti, personali polizieschi per cui è internazionalmente ammirato e con cui ha profondamente innovato il cinema di Hong Kong.

Su questo suo nuovo attesissimo film, Johnnie To ha dichiarato:

“Viviamo in un mondo turbolento. Per sopravvivere, le persone non hanno altra scelta che prendere parte al gioco. Non importa con quanto impegno cerchino di seguire le regole; prima o poi una parte di loro andrà persa”.

Life Without Principle segue tre fili narrativi (che si incroceranno alla fine): 1. un’impiegata di banca, promossa analista finanziaria, è costretta a piazzare fondi ad alto rischio ai suoi clienti per raggiungere gli obiettivi di vendita assegnati; 2. un piccolo malvivente consulta gli indici di borsa, sperando di guadagnare denaro facile per pagare la cauzione del compagno nei guai con la legge; 3. un inappuntabile ispettore di polizia, orgoglioso del suo sobrio stile di vita, cade improvvisamente nella disperazione quando la moglie paga un anticipo per un appartamento di lusso che non si può permettere, e quando il padre morente vuole che si occupi della giovane sorellastra che lui non sapeva di avere. Tre piccoli uomini con un disperato bisogno di denaro nelle loro vite. Non hanno niente in comune finché non appare una borsa con 5 milioni di dollari rubati, che li trascina in una situazione intricata, costringendoli a prendere decisioni molto difficili fra il bene e il male.

Life Without Principle è prodotto e diretto da Johnnie To ed è interpretato da Lau Ching Wan, Richie Jen, Denise Ho, con la “guest star” Terence Yin. La direzione della fotografia è di Cheng Siu Keung, la scenografia di Sukie Yip, il montaggio di David Richardson, la sceneggiatura di Au Kin Yee e Wong King Fai. Life Without Principle è una produzione Milkyway Image ed è distribuito da Media Asia Distribution.

Johnnie To ha iniziato la sua carriera entrando nel 1974 alla Television Broadcast Ltd. (TVB) come assistente alla produzione, per poi diventare produttore e regista nel 1977. Fra i suoi numerosi lavori televisivi, due hanno vinto il primo premio al New York International TV Festival nel 1986 e 1989.

The Enigmatic Case (1979) ha segnato il suo debutto nella regia cinematografica. Negli anni ’80 e ’90 To ha prodotto e diretto più di trenta film, che lo hanno reso celebre a Hong Kong. Il suo stile è diventato familiare al pubblico internazionale dal suo successo post-moderno di arti marziali, The Heroic Trio (1993). Nel 1993 Johnnie To ha creato Milkyway Image, dove è stato regista e produttore di una serie di film audaci e innovativi come The Longest Night (1998), Expect The Unexpected (1998), A Hero Never Dies (1998), Where A Good Man Goes (1999), Running Out Of Time (1999) e The Mission (1999). Con tre decenni di regia alle spalle, Johnnie To ha realizzato un impressionante catalogo di opere con una grande varietà di generi, mentre internazionalmente è più conosciuto per i suoi polizieschi come The Mad Detective (2007) e Vengeance (Vendicami, 2009), che lo hanno inserito nella cerchia degli autori di culto e gli hanno garantito il rispetto della critica nei festival più importanti. Spesso è stato descritto come “multiforme e camaleontico” per la versatilità dei toni e dei generi nei suoi film. Con Sparrow (2008), To ha dimostrato la sua abilità nel mantenere uno stile coerente, con un’impronta personale che non compromette l’alto livello della narrazione, della recitazione e degli elementi stilistici visuali.

Venezia 68: i film in concorso

Leone d'Oro

Annunciati a Roma i film in programma alla 68ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. Tra i big in concorso Cronenberg, Garrel, Polanski, Sokurov e Solondz. Tre gli italiani che si contenderanno il Leone d’Oro: Comencini, Crialese e Pacinotti. Fuori Concorso Soderbergh, Pacino e Madonna. Ecco l’elenco dei film.

TOMAS ALFREDSON – TINKER, TAYLOR, SOLDIER, SPY
Gran Bretagna, Germania, 127′
Gary Oldman, Colin Firth, Tom Hardy, John Hurt

ANDREA ARNOLD – WUTHERING HEIGHTS
Gran Bretagna, 128′
Kaya Scodelario, Nichola Burley, Steve Evets, Oliver Milburn

AMI CANAAN MANN – TEXAS KILLING FIELDS
Usa, 109′
Sam Worthington, Jessica Chastain, Chloe Grace Moretz, Jeffrey Dean Morgan

GEORGE CLOONEY – THE IDES OF MARCH [FILM D’APERTURA]
Usa, 98′
Ryan Gosling, George Clooney, Philip Seymour Hoffman, Paul Giamatti, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood

CRISTINA COMENCINI – QUANDO LA NOTTE
Italia, 116′
Claudia Pandolfi, Filippo Timi, Michela Cescon, Thomas Trabacchi

EMANUELE CRIALESE – TERRAFERMA
Italia, Francia, 88′
Filippo Pucillo, Donatella Finocchiaro, Giuseppe Fiorello, Claudio Santamaria

DAVID CRONENBERG – A DANGEROUS METHOD
Germania, Canada, 99′
Keira Knightley, Viggo Mortensen, Michael Fassbender, Vincent Cassel

ABEL FERRARA – 4:44 LAST DAY ON EARTH
Usa, 82′
Willem Dafoe, Shanyn Leigh, Paz de la Huerta

WILLIAM FRIEDKIN – KILLER JOE
Usa, 103′
Matthew McConaughey, Emile Hirsch, Juno Temple, Gina Gershon

PHILIPPE GARREL – UN ÉTÉ BRULANT
Francia, Italia, Svizzera, 95′
Monica Bellucci, Louis Garrel, Céline Sallette, Jérôme Robart

ANN HUI – TAOJIE (A SIMPLE LIFE)
Cina-Hong Kong, Cina, 117′
Andy Lau, Deanie Yip, Anthony Wong, Tsui Hark

ERAN KOLIRIN – HAHITHALFUT (THE EXCHANGE)
Israele, Germania, 94′
Rotem Keinan, Sharon Tal, Dov Navon, Shirili Deshe

YORGOS LANTHIMOS – ALPEIS (ALPS)
Grecia, 93′
Ariane Labed, Aggeliki Papoulia, Aris Servetalis, Johnny Vekris

STEVE MCQUEEN – SHAME
Gran Bretagna, 99′
Michael Fassbender, Carey Mulligan, James Badge, Nicole Beharie

GIAN ALFONSO PACINOTTI [GIPI] – L’ULTIMO TERRESTRE
Italia, 100′
Gabriele Spinelli, Anna Bellato, Roberto Herlitzka, Teco Celio

ROMAN POLANSKI – CARNAGE
Francia, Germania, Spagna, Polonia, 79′
Jodie Foster, Kate Winslet, Christoph Waltz, John C. Reilly

MARJANE SATRAPI, VINCENT PARONNAUD – POULET AUX PRUNES
Francia, Belgio, Germania, 90′
Mathieu Amalric, Maria De Medeiros, Golshifteh Farahani, Isabella Rossellini, Chiara Mastroianni

ALEKSANDER SOKUROV – FAUST
Russia, 134′
Johannes Zeiler, Anton Adasinskiy, Isolda Dychauk, Hanna Schygulla

TODD SOLONDZ – DARK HORSE
Usa, 84′
Mia Farrow, Christopher Walken, Justin Bartha, Selma Blair

SION SONO – HIMIZU
Giappone, 129′
Shôta Sometani, Fumi Nikaidô, Tetsu Watanabe, Mitsuru Fukikoshi

TE-SHENG WEI – SEEDIQ BALE
Cina, Taiwan, 135′
Da-Ching, Umin Boya, Landy Wen, Lo Mei-ling

FUORI CONCORSO

COLLECTIF ABOUNADDARA – THE END
Siria, 3′30

COLLECTIF ABOUNADDARA – VANGUARD
Siria, 1′30

CHANTAL AKERMAN – LA FOLIE ALMAYER
Belgio, Francia, 130′
Stanislas Merhar, Marc Barbé, Aurora Marion, Zac Andrianasolo

MARCO BELLOCCHIO – NEL NOME DEL PADRE [LEONE D’ORO ALLA CARRIERA 2011]
Italia, 90′
Yves Beneyton, Renato Scarpa, Laura Betti, Lou Castel

MARCO BRAMBILLA – EVOLUTION (MEGAPLEX) [3D]
Usa, 3′
(film di ricerca)

TONY SIU-TUNG CHING – BAISH ECHUANSHUO (THE SORCERER AND THE WHITE SNAKE)
Cina-Hong Kong, Cina, 99′
Jet Li, Eva Huang, Raymond Lam, Charlene Choi

ROLANDO COLLA – GIOCHI D’ESTATE
Svizzera, Italia, 101′
Armando Condolucci, Fiorella Campanella, Alessia Barela, Antonio Merone

TAMER EZZAT, AHMAD ABDALLA, AYTEN AMIN, AMR SALAMA – TAHRIR 2011
Egitto, 90′
(documentario)

PHILIPPE FAUCON – LA DÉSINTÉGRATION
Belgio, 80′
Rachid Debbouze, Yassine Azzouz, Perset Ymanol, Mohamed Nachit

MARY HARRON – THE MOTH DIARIES
Canada, Irlanda, 85′
Sarah Bolger, Sarah Gadon, Lily Cole, Scott Speedman

TODD HAYNES – MILDRED PIERCE [OMAGGIO A TODD HAYNES]
Usa, 5×60′
Kate Winslet, Guy Pearce, Evan Rachel Wood, Melissa Leo

MANI KAUL – DUVIDHA [MANI KAUL (25.12.1944-6.7.2011)]
India, 82′
Ravi Menon, Raeesa Padamsi

VICTOR KOSSAKOVSKY – VIVAN LAS ANTIPODAS! [FILM D’APERTURA]
Germania, Argentina, Olanda, Cile, Russia, 100′
(documentario)

TOMÁS LUNÁK – ALOIS NEBEL
Repubblica Ceca, Germania, 80′
Miroslav Krobot, Marie Ludvikova, Leos Noha, Karel Roden

MADONNA – W.E.
Gran Bretagna, 115′
Andrea Riseborough, Abbie Cornish, James D’Arcy, Oscar Isaac

KIKE MAILLO – EVA
Spagna, Francia, 94′
Daniel Brühl, Marta Etura, Alberto Ammann, Claudia Vega

PIETRO MARCELLO – MARCO BELLOCCHIO, VENEZIA 2011
Italia, 11′
(documentario) Marco Bellocchio

MARIO MARTONE – LA MEDITAZIONE DI HAYEZ
Italia, 6′

FRANCESCO MASELLI, CARLO LIZZANI, UGO GREGORETTI, NINO RUSSO – SCOSSA
Italia, 95′
Amanda Sandrelli, Massimo Ranieri, Paolo Briguglia, Lucia Sardo

CLAUDE NURIDSANY, MARIE PERENNOU – LA CLÉ DES CHAMPS
Francia, 81′
Simon Delagnes, Lindsey Henocque, Jean-Claude Ayrinhac

ERMANNO OLMI – IL VILLAGGIO DI CARTONE
Italia, 87′
Michael Lonsdale, Rutger Hauer, Massimo De Francovich, Alessandro Haber

AL PACINO – WILDE SALOME
Usa, 95′
Al Pacino, Jessica Chastain, Kevin Anderson

ALESSANDRO PARIS, SIBYLLE RIGHETTI – QUESTA STORIA QUA [EVENTI]
Italia, 75′
(documentario) Vasco Rossi

NICHOLAS RAY – WE CAN’T GO HOME AGAIN [NUOVA VERSIONE RICOSTRUITA E RESTAURATA] [NICHOLAS RAY 1911-2011]
Usa, 93′
Nicholas Ray, Tom Farrell, Jill Gannon, Jane Heymann

SUSAN RAY – DON’T EXPECT TOO MUCH [NICHOLAS RAY 1911-2011]
Usa, 70′
(documentario) Nicholas Ray, Jim Jarmusch, Victor Erice, Tom Farrel

ROBERTO ROSSELLINI – INDIA, MATRI BHUMI [NUOVA VERSIONE RESTAURATA] [ROSSELLINI RITROVATO]
Italia, Francia, India, 90′
(documentario)

TAKASHI SHIMIZU – TORMENTED
Giappone, 83′
Hikari Mitsushima, Teruyuki Kagawa, Takeru Shibuya, Tamaki Ogawa

STEVEN SODERBERGH – CONTAGION
Usa, 105′
Matt Damon, Kate Winslet, Marion Cotillard, Jude Law, Gwyneth Paltrow, Laurence Fishburne

WHIT STILLMAN – DAMSELS IN DISTRESS [FILM DI CHIUSURA]
Usa, 98′
Greta Gerwig, Adam Brody, Megalyn Echikunwoke, Analeigh Tipton

LISA IMMORDINO VREELAND – DIANA VREELAND: THE EYE HAS TO TRAVEL [EVENTI]
Usa, 92′
(documentario)

DAVID ZAMAGNI, NADIA RANOCCHI – JOULE [3D] [PREMIO PERSOL 3-D 2011]
Italia, 22′
Cristiana Capelli, Maria Sole Ugolini, Fabrizio Fabbri

DAVID ZAMAGNI, NADIA RANOCCHI – SPELL. THE HYPNOTIST DOG [3D] [PREMIO PERSOL 3-D 2011]
Italia, 20′
Werner Hirsch, Chimera, Monaldo Moretti, Nadia Ranocchi

DAVID ZAMAGNI, NADIA RANOCCHI – SUITE [3D] [PREMIO PERSOL 3-D 2011]
Italia, 5′
Li Weilong, Paolo Bisi, Elena Biserna, Eleonora Amadori

Venezia 68: i convegni di Digital Expo

convegnoI convegni “ANICA Incontra” a Digital Expo nell’ambito della 68ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia

Nell’ambito di Digital Expo, progetto di promozione e business del settore audiovideo curato dalla Biennale di Venezia e da Expo Venice nei giorni della 68ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia, si terrà il ciclo di convegni “ANICA incontra” dedicati al settore audio video. Giovedì 1 settembre alle ore 11.00 presso la Sala Stucchi dell’Hotel Excelsior del Lido di Venezia si terrà il convegno inaugurale di Digital Expo dal titolo Cinema: Futuro Prossimo. L’appuntamento è organizzato dalla Biennale di Venezia in collaborazione con ANICA; è prevista la presenza del Ministro per i Beni e le Attività Culturali Giancarlo Galan. Lunedì 5 settembre, dalle 11.00 alle 13.00, presso lo Spazio Incontri dell’Hotel Excelsior, si terrà il convegno Cinema e Territorio. Mercoledì 7 dalle 11.00 alle 13.00, sempre presso lo Spazio Incontri dell’Excelsior, si svolgerà il convegno Cinema: la sfida dei mercati esteri. Quarto ed ultimo appuntamento di “ANICA Incontra” è la tavola rotonda Banche e Cinema 2011, in collaborazione con ABI Associazione Bancaria Italiana, che si terrà venerdì 9 settembre dalle 11.00 alle 13.00 presso lo Spazio Incontri dell’Hotel Excelsior. ANICA sarà inoltre presente a Digital Expo con uno stand istituzionale. www.digital-expo.it; www.labiennale.org/it/cinema/industry/