Nord

Nord890 km di neve per riconciliarsi con se stessi e con la vita: il film del norvegese Langlo è un singolare road movie premiato dalla critica e in arrivo in Italia dal 26 febbraio

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

Non capita spesso di vedere film come Nord, del norvegese Rune Denstad Langlo. Un po’ perché l’imperversare di blockbuster americani e cinepanettoni fuori stagione lascia poco spazio ad altre cinematografie, un po’ perché quando si tratta di distribuire un film, qualunque sia la provenienza, la scelta cade il più delle volte su storie che poco si discostano dal rassicurante bisogno di convenzionalità di cui si presume che il pubblico sia affamato.
Ecco che Nord è invece un’isola anomala nel panorama distributivo attuale. Un film sottile, minimalista, surreale nel suo non discostarsi mai dall’iper-realtà del suo paesaggio, fatto di dialoghi essenziali, atmosfere rarefatte, lunghi silenzi amplificati dal biancore di distese innevate, momenti di svolta impercettibili unicamente sottolineati dal crescendo delle musiche. Di certo non un film di immediato appeal popolare, il che rende ancor più pregevole la scelta della Sacher di distribuirlo (il film esce in Italia il 26 febbraio).
Protagonista è Jomar, un trentenne ex campione di sci che in seguito a una crisi depressiva ha mollato la sua carriera, ha lasciato che la sua compagna lo abbandonasse e trascorre tutto il suo tempo inerte, incapace di muoversi ed agire. È appena uscito dal centro psichiatrico dove era in cura quando un amico gli dice che ha un figlio di 5 anni, che vive su al Nord a 890 chilometri di distanza. Per la prima volta dopo tanto tempo Jomar prende in mano la sua vita e intraprende un viaggio in motoslitta attraverso le intemperie invernali e le immense distese gelate del paesaggio artico. Lungo la via incontrerà una serie di personaggi bizzarri e solitari: una ragazzina in cerca di compagnia, un ragazzo fuori di testa, un vecchio eremita in tenda, che lo aiuteranno, ciascuno a suo modo, a superare le intemperie della natura e della mente.
L’idea di questo singolare road movie innevato nasce da un’esperienza personale del regista, reduce egli stesso da un periodo di forte depressione, con frequenti attacchi di ansia e di panico. Vedere uno ski lift che usava da bambino è stata la molla da cui è scaturito il personaggio di Jomar. A dare il volto al corpulento Jomar è Anders Baasmo Christiansen, attore molto noto e apprezzato in Norvegia, che nel film recita prevalentemente con un cast di non professionisti, composto da amici e familiari del regista e persone incontrate in loco che svolgevano davvero il ruolo ricoperto nel film: i militari che Jomar incontra in viaggio, ad esempio, erano soldati norvegesi in partenza per l’Afghanistan.
Nord è anche il primo film di Langlo, che ha a lungo militato come regista e produttore di documentari e ha già ricevuto importanti riconoscimenti: presentato al 59° Festival di Berlino, ha vinto il premio della critica internazionale FIPRESCI – Europa Cinemas Label, è stato premiato per la Miglior Regia al Tribeca Film Festival e selezionato in concorso all’ultimo Festival di Torino.
Al di là della bellezza paesaggistica documentata e della singolarità della trama, il film è apprezzabile anche per la sua valenza metaforica e il suo messaggio di incoraggiamento e fiducia: uscire dalla depressione è un viaggio solitario e faticoso attraverso luoghi apparentemente desolati e irti di insidie, ma l’aiuto degli altri e la determinazione nei propri obiettivi sono le chiavi per portare a termine un cammino necessario e liberatorio.

Welcome

Welcome

Il legame tra un istruttore di nuoto e un giovane clandestino, disposto a tutto per un sogno d’amore, nell’ultimo film denuncia di Philippe Lioret

di Marcello Giacalone
marcello.giacalone@gmail.com

Calais, sulla costa nord della Francia, è lo scenario sul quale si affiancano prospettive di vita diverse e che trovano rari punti di incontro e confronto. Simon (Vincent Lindon), ex-nuotatore professionista, ha abbandonato i suoi sogni di gloria legati alla carriera agonistica. Guarda la sua vita da lontano. Da una parte i corsi da istruttore in una piscina della città non bastano a colmare qualcosa che dentro manca, dall’altra la sua vita sentimentale sta andando a rotoli per la crisi con la moglie (Audrey Dana), che intimamente ancora continua ad amare. Nei pressi del porto della stessa città, quasi ad anni luce di distanza, esiste la cosiddetta “giungla”, un limbo dove trovano rifugio centinaia di immigrati clandestini, che cercano di raggiungere con ogni mezzo il Regno Unito: un Eldorado che sembra così vicino ma, al tempo stesso, incredibilmente lontano.
Tra questi c’è Bilal (Firat Ayverdi), un curdo iracheno diciassettenne che ha attraversato l’Europa per raggiungere la ragazza amata a Londra. A Calais si trova ad affrontare una realtà disumana fatta di estorsioni dei contrabbandieri, persecuzioni della polizia, centri di detenzione, continui controlli sui camion dove si ammassano i clandestini nella speranza di essere traghettati oltre quelle poche miglia di mare. Bilal si convince che l’unica soluzione “logica” per raggiungere le coste inglesi sia attraversare il canale a nuoto e per questo decide di prendere delle lezioni da Simon. L’istruttore di nuoto si avvicina al mondo del ragazzo dapprima mantenendo le distanze. Fino a quel momento, come gli rimprovera la moglie, ha sempre «guardato da un’altra parte per tornare a casa». La determinazione, il coraggio e lo sguardo puro di Bilal, convincono però Simon a mettersi in gioco in prima persona, sfidando i giudizi altrui e la legge, per supportarlo nella realizzazione di ciò che appare un’impresa folle.
Philippe Lioret ha firmato regia e sceneggiatura di Welcome, presentato con successo nella sezione Panorama del Festival di Berlino 2009, dove ha ottenuto il premio Label Europa Cinemas e il Premio della Giuria Ecumenica. Attraverso una storia di amicizia e di amore, Lioret ha affrontato un tema di bruciante attualità, soprattutto alla luce della legge sull’immigrazione voluta da Sarkozy, con la quale i cittadini francesi che aiutano i clandestini possono rischiare fino a cinque anni di reclusione. La denuncia delle condizioni di vita disumana dei clandestini è stata presentata mettendo a fuoco le vicende di un ragazzo, non ancora uomo, che si trova ad affrontare qualcosa più grande di lui stesso. La piscina, l’acqua, è l’elemento che fa da legame tra il giovane e un uomo alla deriva, che trova in lui il figlio mancato. Il legame si fa più stetto nel confronto di due storie d’amore, una quasi idealizzata e acerba, l’altra logora ma ancora carica di sentimento e rimpianti. La grande carica drammatica ed umana risulta coinvolgente, anche grazie alla prova del “gigante buono” interpretato da Lindon e alla autenticità e intensità di Ayverdi, alla sua prima prova da professionista. I commenti musicali discreti di Nicola Piovani si integrano col tessuto narrativo, con la consueta poesia a cui il compositore ci ha abituati nelle sue collaborazioni cinematografiche. Con questa più che reale “favola d’amore” moderna, Lioret invita a riflettere sulla condizione di certi esseri umani tagliati fuori dal gioco della vita a causa della propria condizione di “invisibili”.

La cosa giusta

La cosa giusta

Due poliziotti e un arabo sospettato di terrorismo: un pedinamento che diventa l’inizio di un rapporto umano, un’occasione per riflettere sui confini tra l’Io e l’Altro

di Michele Zanlari
michez@iol.it

Un sorriso a quel che conosciamo bene ed un pensiero poco accomodante a quanto si avvicina lentamente dallo sfondo. Sono questi i confini della rappresentazione nel cinema italiano della diversità?
Io e l’altro, i confini caduti e un’identità da costruire sui corpi che ci passano accanto. Sono i margini toccati dai film italiani selezionati all’ultimo Torino Film Festival; qualcuno con vertici poetici insospettabili (La bocca del lupo di Pietro Marcello), altri con limiti di linguaggio altrettanto evidenti (La straniera di Marco Tullo). In mezzo, La cosa giusta, il film che Marco Campogiani ha scritto a partire da una sequenza che aveva ben chiara in testa: due poliziotti stanno seguendo uno straniero, quando questo di colpo allarga il braccio destro per avvisare che sta per voltare, facendo capire che il loro pedinamento non è molto discreto. Un sorriso (i poliziotti si beccano una lavata di capo dai superiori, ma stringono amicizia con lo straniero) e un pensiero scomodo (l’ambiguità di una persona distante).
Campogiani punta molto sull’empatia tra i suoi personaggi (Paolo Briguglia, Ennio Fantastichini e Ahmed Hafiene) per raccontare una storia dalla situazione investigativa classica, con qualche risvolto di attinenza alla cronaca recente. Khalid viene scarcerato e due poliziotti, uno giovane e l’altro navigato, non devono perderlo di vista perché sospettato di terrorismo.
È chiaro che con queste premesse La cosa giusta deve guardarsi in primo luogo dal rischio di seguire quel solco televisivo che accompagna sia la rappresentazione delle forze dell’ordine che quella dell’immigrato arabo. Ci riesce in pochi momenti, quelli più inattesi, in cui le parole tra Briguglia e Fantastichini sembrano catturare un po’ d’improvvisazione. Il resto dei dialoghi si svolge nella cornice innocua di una scrittura veloce, priva di asperità. Anche senza pretendere un’opera potente sui temi dell’immigrazione e del sospetto – e ce ne sarebbe bisogno – La cosa giusta paga lo scotto della sua idea di partenza. Il tono divertito che accompagna tutte le situazioni, anche quelle potenzialmente drammatiche, è una marcia in più sul piano del ritmo, ma diventa limitante nel momento in cui si fa riferimento al caso Abu Omar, si tenta la via della riflessione sul mestiere del poliziotto o si mette piede all’estero (l’incipit e la conclusione sono girati in Tunisia).
Minaccia leghista, diritto negato, decreto d’espulsione e legge sull’immigrazione sono parole che transitano sul copione del film con la stessa inconsistenza che incontrerebbero in un talk show televisivo. Affrancarsene per agevolare il racconto è sempre possibile. In nome di un sorriso è poco. È nulla.

Bronson

Bronson

Sangue sulle mani: la penetrazione violenta delle immagini e il culto dei personaggi nel cinema di Nicolas Winding Refn

di Michele Zanlari
michez@iol.it

Ogni festival ha il suo film, quello di cui tutti parlano, che crea un passaparola febbrile e nel tempo arriva ad identificare un’intera edizione. Torino ha avuto il suo, Bronson, ma forse ha avuto un autore interno: Nicolas Winding Refn, protagonista della retrospettiva “Rapporto confidenziale”.
In coda, prima delle proiezioni, c’era sempre qualcuno che commentava un capitolo di Pusher o s’interrogava sul fallimento di Fear X. Ho visto addirittura due signore anziane spalancare le braccia per l’entusiasmo comune nei confronti di Bronson, la storia del detenuto più violento nelle carceri inglesi.
Nicolas Winding Refn, dunque. Non ha fatto scuole d’arte, o meglio: è stato espulso quasi subito e dichiara di non aver imparato niente nemmeno alla Danish Film School. Conosce chiaramente le regole, ma solo per violarle nella forma e nella sostanza. Professa un cinema basato sull’idea della penetrazione violenta che colpisce emotivamente lo spettatore. Abbraccia il sangue, quasi spontaneamente centrale in ogni sua opera, eppure lo rende qualcosa d’altro ai nostri occhi: puro, nonostante la sua origine violenta, e di certo meno sporco degli oscuri moti umani che lo generano. Nato a Copenaghen nel 1970, Refn rappresenta l’altra faccia del cinema giovane danese rispetto ai rigori del Dogma o agli “inganni” di Lars Von Trier. Anche lui muove parecchio la macchina da presa nel suo folgorante esordio con Pusher (1996), ma il legame creato con lo spettatore ha una natura totalmente diversa: sempre disturbante eppure sincera, quasi confidenziale.
Il cinema di Nicolas Winding Refn crede soprattutto nella realtà che riconosce attorno a sé e nei personaggi che genera. Nei suoi film c’è addirittura un culto dei personaggi, chiaramente riscontrabile nell’esempio della trilogia Pusher. Il primo capitolo è un successo di pubblico debordante, subito considerato come la prima pietra di una new wave danese. Poi è la volta di Bleeder (1999), ancora con la coppia di attori composta da Kim Bodnia e Mad Mikkelsen, che precede il gran salto della coproduzione hollywoodiana.
Nonostante le prime critiche positive, Fear X (2003) – indagine quasi lynchiana interpretata da John Turturro – è un flop che getta il regista nella depressione documentata da Phie Ambo nel documentario Gambler (2006). Refn deve trovare al più presto i soldi per appianare i debiti e si trova costretto a scrivere di corsa Pusher II e Pusher III. Ecco, in questi due lavori praticamente su commissione della banca, l’autore compie un passo decisivo: rispettare il suo credo registico penetrante, ma spiazzare totalmente lo spettatore eleggendo a protagonisti quelli che nel primo capitolo erano solo comprimari. Ne nascono due film molto diversi tra loro, forti ma inaspettatamente commoventi. Aspri come solo qualcosa che si conosce bene può risultare. Due film che lo rimettono in carreggiata.
Ed è il momento di una nuova svolta. Nel momento in cui tutti aspettano Valhalla Rising – annunciato come un fantasy nordico e in realtà rivelatosi un film di metafisica per immagini – Nicolas Winding Refn tira fuori Bronson, la sua opera più innovativa. La violenza è giocata in termini di rappresentazione elegante, nobilitata. La moralità cade in un angolo e l’uomo che si batte contro tutti, il detenuto soprannominato “Charles Bronson”, trova la sua dimensione perfetta nelle carceri, dove può combattere senza sentirsi mai sconfitto, anche se alla fine risulterà, giocoforza, sempre sedato.
Refn compie la sua parabola e prepara un nuovo salto a Hollywood per girare un film con Harrison Ford. Prima, però, ha per le mani altri due progetti: Jekyll e The Dying of the Light. La differenza sostanziale? La spiega lui: «Nel primo ci sarà poco sesso e molta violenza, nel secondo molto sesso e molta violenza».

Torino Film Festival

La bocca del lupo

Con Gianni Amelio alla guida della kermesse, il TFF ha dato grande spazio a opere prime e seconde e ha premiato per la prima volta un film italiano

di Michele Zanlari
michez@iol.it

Figure nel paesaggio e paesaggio con figure. Forme del linguaggio e realtà più forte della rappresentazione. Forte di una mancata distinzione tra fiction e documentario, il 27° Torino film Festival – il primo diretto da Gianni Amelio dopo il biennio del grande rilancio con Nanni Moretti – sovverte le definizioni per cercare la voce nuova in una selezione che, a parte l’eccezione della folle commedia Le roi de l’évasion di Alain Giraudie, ha presentato in concorso esclusivamente opere prime e seconde.
Prima di porre la questione della qualità dei singoli film – decisamente elevata – Torino 27 ha retto la scena per otto giorni con la vitalità di un’anima percepibile in ogni proiezione, in ogni sguardo suggerito da autori forti della scomodità dei loro sguardi nuovi. Ha vinto La bocca del lupo di Pietro Marcello. Ha vinto un italiano, e non era mai successo. Ha vinto un ragazzo (classe ’76) che in un documentario di 67’ ha ricostruito la storia affettiva di una città (Genova), riconducendo il reale più crudo a una natura poetica seducente e traducendo in termini emotivi un soggetto che si prestava al sordo dialogo con il presente (l’amore tra un detenuto e un trans).
«I nuovi abitanti delle caverne sono persone che trasmigrano e hanno trovato questo posto. Forse è dal mare che provengono, come naufraghi abbandonati». Marcello apre La bocca del lupo con queste parole dedicate al mondo dell’ombra, degli ultimi che si vogliono dimenticare. Con occhio gentile accarezza la sporcizia di un intero paese e ricopre di dignità il racconto a due voci di Enzo e Mary, creature delle caverne che testimoniano con ritrosia uno spettro d’amore.
È un premio che forse basta a descrivere lo spirito del festival, ma che si arricchisce nel confronto con gli estremi opposti della ricerca linguistica. Il premio speciale della giuria presieduta da Sandro Petraglia è andato in ex aequo a Crackie, film canadese di Sherry White che richiama per la durezza il primo cinema di Ken Loach, e allo statunitense Guy and Madelaine on a Park Bench di Damien Chazielle, piccolo musical jazz in cui anche il niente può sembrare tutto grazie alla corposità del bianco e nero.
Opere prime rivolte al futuro che hanno riempito le sale torinesi con una media impressionante di sold out, a testimonianza del fatto che un festival non ha sempre bisogno di posare i piedi su un red carpet. A volte basta che faccia sollevare gli occhi verso qualcosa che sta arrivando. E quando arriva può persino avere la forma di una città battuta dal mare che fa da tetto alle anime sole.