L’arte di vincere

Moneyball - L'arte di vincereLa vera storia di Billy Beane, il manager che cambiò per sempre le regole del baseball, in un film che travalica il genere dello sport movie e conquista il pubblico. 5 nomination agli Oscar

di Stefania Pala
stefania.pala@gmail.com

Fresco delle sue cinque nomination all’Oscar (miglior film, sceneggiatura, montaggio, più i due attori: Brad Pitt come protagonista e Jonah Hill come non protagonista) arriva nelle nostre sale L’arte di vincere (Moneyball), la storia vera di Billy Beane (Brad Pitt), il general manager degli Oakland Athletics che nel 2002 cambiò per sempre le regole del baseball americano applicando al gioco una pseudo-scienza chiamata Sabermetrics (dall’acronimo SABR che sta per Society of American Baseball Research).

Scegliendo i giocatori sulla scorta dei dati messi a disposizione da software sempre più sofisticati, Beane portò la squadra più povera e sfigata delle Major Leagues a competere con super potenze come New York Yankees e Boston Red Sox. La sua convinzione era che nello sport, come nella vita, molto possa essere spiegato o addirittura previsto, studiando i dati.

Partendo dal libro firmato dal giornalista Michael Lewis Moneyball: The Art of Winning an Unfair Game (che è stato a lungo un bestseller nella classifica del New York Times), lo sceneggiatore Aaron Sorkin (Premio Oscar per The Social Network), insieme a Steven Zaillian, è riuscito a parlare del baseball, lo sport americano per eccellenza, senza mai mostrarlo.

Bennett Miller, che ha esordito sette anni fa con il film Truman Capote – A sangue freddo, lascia che il gioco finisca fuori campo esaltandolo piuttosto a livello ideologico e metaforico. La storia di Billy Beane diventa così quella di un uomo e delle proprie convinzioni, della forza delle proprie idee portate avanti con coraggio e determinazione.

L’arte di vincere è un film unico nel suo genere: pur rispettando le regole strutturali e i cliché tipici del cinema sportivo riesce infatti a travalicarli e a stravolgerli mantenendo un ritmo sempre sostenuto. Grazie all’abilità degli interpreti e a una sceneggiatura molto solida e convincente, Miller conquista il pubblico proprio come farebbe una squadra di baseball con i propri tifosi.

Fate la storia senza di me

Fate la storia senza di meIl documentario del regista torinese Mirko Capozzoli, presentato a Venezia e all’ultimo Torino Film Festival, esce insieme al libro-diario di Albertino Bonvicini, protagonista di anni intensi e di vicende drammatiche che hanno segnato la storia d’Italia. Un racconto leggero e profondo che colpisce per la sua necessità

di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com

Fate la storia senza di me (add editore) è un libro e allo stesso tempo un documentario di Mirko Capozzoli, che contiene gli interventi scritti di Alberto Papuzzi e la voce di Fabrizio Gifuni prestata alle parole del diario di Albertino Bonvicini, la cui vicenda umana è l’assoluta protagonista di quest’opera indispensabile. Sì, avete capito bene, indispensabile perché racconta non solo una parabola umana affascinante e sconvolgente, ma perché dietro di essa si staglia la storia dell’Italia, dagli anni Sessanta fino all’inizio dei Novanta, insomma il periodo degli entusiasmi e di epocali trasformazioni, ma anche i tempi delle mutazioni più impreviste, delle sviste e dei vuoti esistenziali e culturali che hanno fatto prendere a questo paese e a molte persone svolte inattese, volute o obbligatorie. Vite che spesso non hanno avuto scelta, proprio come succede ad Albertino, che si ritrova a Villa Azzurra, il famigerato ospedale psichiatrico di Torino dove lavorava Giorgio Coda, l’apologeta dell’elettroshock come pratica terapeutica. Capozzoli non scende mai nel patetico o nel melodrammatico nel raccontare questo momento, ma usa l’ironia e il coraggio di Albertino, che da bambino si ritrova in quel luogo degli orrori dove uomini, donne e bambini venivano spogliati della loro dignità di essere umani e sottoposti a vere e proprie torture con metodi da Garage Olimpo con dieci anni d’anticipo. Albertino là dentro ci finisce per deficit della burocrazia, ci finisce come in una storia di Kafka, perché se non fosse tutto vero quello che è successo, potrebbe essere solo un racconto di Kafka.

Ma la storia di Albertino è anche altro: è fatta di incredibili riprese che lo porteranno dentro i tumultuosi anni Settanta, dove inizierà il suo impegno politico, e poi negli anni Ottanta, quando ingiustamente accusato dell’incendio del bar L’Angelo Azzurro finisce in galera e ci resta per più di due anni. Sono di questo periodo le pagine del diario che compongono il libro: è il periodo in cui nella vita di Albertino compare l’eroina, che cominciava a flagellare un’intera generazione. Le testimonianze e il racconto del documentario mostrano come Albertino sia riuscito a riprendersi anche da questo scacco e con un passaggio da Torino a Roma inizia a lavorare come giornalista in Rai.

Abbiamo incontrato Mirko Capozzoli, regista del documentario e curatore del volume che lo accompagna, Fate la storia senza di me.

Come ti è successo di metterti sulle tracce della storia e della vicenda umana di Albertino Bonvicini?

«Circa sei o sette anni fa un mio amico mi fece leggere il libro di Alberto Papuzzi, Portami su quello che canta. Il libro uscì la prima volta nel 1977 e racconta una vicenda importante e prepotentemente radicata nella memoria di Torino, ovvero il processo a Giorgio Coda, dove per la prima volta in Italia, durante un processo, i malati mentali furono ascoltati come testimoni, oltre che essere le vittime dell’uso feroce dell’elettroshock cui Coda li sottoponeva regolarmente. Inizialmente volevo raccontare quella storia, quella vicenda giudiziaria, per poi rendermi conto che il racconto filmico sarebbe stato molto complicato. Nel libro di Papuzzi, in due o tre pagine si parla di quello che allora era un bambino di nove anni, Albertino Bonavicini, che entrò nel manicomio di Villa Azzurra nel 1967 per una banalità, per inefficienza della burocrazia. Questo fatto mi ha colpito subito, tanto è vero che lui era una delle prime persone che volevo contattare comunque per il documentario, vista la sua storia, ma non c’era già più. Così ho deciso di raccontare la sua storia e questo mi ha permesso di fare i conti con un periodo, quello degli anni Settanta – gli anni di piombo, il movimento del ‘77 e l’incendio del bar L’Angelo Azzurro dove morì un giovane studente, Roberto Crescenzio, caso mai risolto e che segnò la fine del movimento a Torino spalancando le porte al terrorismo – che mi ha sempre interessato e che anagraficamente non ho potuto vivere».

La storia di Albertino Bonvicini ha come sfondo quello degli anni entusiasmanti e critici del cambiamento in Italia, e lui sembra veramente viverne gli aspetti salienti.

«Della vita e delle vicende di Albertino ho scoperto un pezzo alla volta, non c’è stato nessuno che potesse raccontarmela in una volta sola, solo la madre adottiva, che si vede nel documentario, avrebbe potuto farlo, ma è una donna anziana con dei problemi di memoria, una donna che è stata veramente coraggiosa e generosa con Albertino. Il fatto è che Albertino ha avuto tante vite e tutte separate l’una dalle altre. Ogni volta che ricominciava chiudeva con il passato. E questa caratteristica mi ha condotto a dover mettere insieme i tasselli di un’esistenza che può sembrare frammentaria. Poi è vero che sembra che lui abbia giocato una partita a scacchi con il destino, molto spesso in maniera del tutto involontaria. Anche quando nel ‘77 si impegna nel movimento ha avuto un ruolo importante, i suoi compagni di allora lo raccontano come una figura carismatica ma allo stesso tempo non ideologizzata, non era imbevuto dei dogmi e degli slogan della sinistra, lui veniva direttamente dal sottoproletariato, figlio di una prostituta, abbandonato dal padre, il sentimento politico ce l’aveva addosso sulla pelle. È stato uno che ne ha combinate di tutti i colori da quando era giovane, è finito anche in un carcere minorile per poi essere affidato ai Berlanda, una famiglia bene di Torino. Ma tutti quelli che ho incontrato e che mi hanno parlato di lui gli hanno voluto veramente bene perché lui aveva un magnetismo, uno spirito che contaminava chiunque avesse intorno».

Il tuo documentario racconta una storia esplorando le vicende intime di Alberto Bonvicini, i suoi rapporti familiari, le amicizie, il lavoro, e lo fa sempre con un tocco di leggerezza.

«Mentre andavo alla scoperta di Albertino ho sentito tutto il peso della sua storia, del suo vissuto, ho capito che le cose non andavano forzate perché c’era già tutto. È stato come dare forma a un dipinto che aveva già tutti i suoi colori. Tutto è scorso con naturalezza, senza inutili o facili sensazionalismi, senza il bisogno di cercare l’affetto a tutti i costi».

Cosa ha significato per te raccontare questa storia, questa figura, e quali sono le scoperte che più ti hanno sorpreso?

«È stata una grande opportunità, è stato un modo per confrontarmi con una Storia subita perché solo letta sui libri, o vista in programmi televisivi come La notte della Repubblica di Sergio Zavoli. Ho potuto guardare negli occhi uomini e donne che in quel periodo c’erano, che l’hanno vissuto veramente come attori diretti. Ho potuto avvicinarmi a quel periodo ardente senza pregiudizi ideologici, mi sono confrontato con un centinaio di persone, alcune delle quali hanno avuto anche l’ergastolo, come alcuni esponenti di Prima Linea che ho intervistato. Poi ho potuto conoscere la famiglia cui Albertino fu affidato, i Berlanda, esponenti della Torino progressista, a casa dei quali era possibile incontrare dirigenti del PCI, e anche questa è stata una grande esperienza umana che ho vissuto. Ma è stato un modo per raccontare la mia città, Torino, e me stesso, sovrapponendomi in certi momenti alle esperienze di Albertino, come i bambini che giocano con la neve, o i momenti a Porta Palazzo, cose che ha fatto lui ma che ho fatto anch’io e che nel documentario ci sono».

Spesso i documentari richiedono un lavoro di preparazione molto lungo, tra la ricerca del materiale e la sua successiva selezione. Qual è lo stato della produzione dei documentari in Italia dal tuo punto di vista?

«Il problema grosso è la distribuzione, la possibilità di raggiungere un pubblico numeroso. Il fatto è che non c’è un’educazione al guardare i documentari, che spesso nell’immaginario collettivo vengono associati a Piero Angela o alle cose del National Geographic. Io in questa occasione sono stato fortunato perché la Film Commission di Torino e Piemonte ha un fondo per i documentari che ha finanziato il mio progetto, e inoltre l’occasione che l’editore add mi ha dato con il libro che accompagna il documentario è stata un’ulteriore opportunità. Ma anche io ho avuto momenti critici, come il trovare un produttore, che nello specifico è la Fourlab, dovermi impegnare in prima persona su tutti gli aspetti produttivi. C’è chi pensa che il documentario sia roba per sfigati, per gente che non riesce a fare il suo film e allora cerca un ripiego. Ma non è così, non lo è mai stato. Una volta la Rai dava spazio a questa forma espressiva, dedicava una fascia oraria al documentario. Oggi in tv se riesci a far passare qualche lavoro rischi che te lo facciano a spezzatino per ragioni di format del programma dove finisce. Forse bisognerebbe tentare di ridare uno spazio dignitoso per raggiungere il pubblico, perché se no si rischia veramente che ce li vediamo tra noi autori nei vari festival. Eppure io ci credo, perché mi capita sempre che persone che guardando il mio lavoro o quello di altri se ne innamorino, perché è un modo diverso di raccontare le storie, ma che riesce a coinvolgere perché racconta di vita».

Miracolo a Le Havre

Miracolo-a-Le-Havre Dopo Cannes, Aki Kaurismäki apre il Torino Film Festival con una favola contemporanea surreale e piena di poesia che racconta un mondo d’altri tempi

di Stefania Pala
stefania.pala@gmail.com

Ci sono film che ti riconciliano con il mondo e con la vita: Miracolo a Le Havre è uno di questi. Aki Kaurismäki ci ha regalato una splendida fiaba, un antidoto ai mali che ci affliggono.

La storia ruota attorno a Marcel Marx (André Wilms), nome di certo non scelto a caso, un maturo “sciuscià” che tenta di sbarcare il lunario facendo il lustrascarpe. Marcel è una specie di filosofo saggio, un anarchico con una naturale vocazione alla fraternità, che si divide fra le chiacchiere al caffè, quel lavoretto poco redditizio e l’adorata moglie Arletty (Kati Outinen), che di nascosto si contorce dal dolore (ma non abbiate paura, non le succederà niente).

Quando un ragazzino del Gabon, inseguito dalla polizia doganale e deciso a raggiungere la mamma a Londra, irrompe nella sua vita e in quella del quartiere, si scatena una specie di gara di solidarietà, cui fa eccezione soltanto Jean Pierre Léaud, nei panni di una spregevole spia che denuncia ai gendarmi il piccolo clandestino.

Un omaggio a Truffaut, come spiega il regista: «Tutti sanno che Léaud ne I 400 colpi aveva tredici anni e interpretava il ragazzino protagonista in fuga da tutto. Ecco, a quarant’anni di distanza la società ha trasformato il ragazzino ribelle in un delatore della polizia. Questo ci può fare la vita. E se il mio film avesse un significato simbolico, ma non lo ha, sarebbe questo il senso».

Nessun “significato simbolico”, dunque, per questo piccolo capolavoro che rende omaggio, oltre che a Truffaut, al cinema francese di Melville e di Carnè ma anche Tati, Bresson e René Clair, fotografando un’umanità perduta, sempre dalla parte dei più deboli, degli emarginati, degli sconfitti.

Kaurismäki non si sente a suo agio nel mondo contemporaneo e la sua idiosincrasia per una certa estetica della contemporaneità ha finito per diventare la cifra stilistica dei suoi film, ambientati sempre negli anni Cinquanta, «un’epoca gloriosa in cui tutti i vicini si conoscevano per nome e si dicevano buon giorno ogni mattina».

Miracolo A Le Havre fa da pre-apertura al TorinoFilmFest (25 novembre – 3 dicembre 2011), dove il regista finlandese sarà premiato per il suo cinema “passato e futuro” dal direttore Gianni Amelio.

Abbiate fede. Un miracolo ci salverà.

Un gelido inverno (Winter’s Bone)

Winter's BoneNel pluripremiato film di Debra Granik, una diciassettenne alla ricerca del padre scomparso sfida l’omertà della provincia americana. Candidato a 4 premi Oscar

di Marco Bruna
marco.bruna@ymail.com

Winter’s Bone (Un gelido inverno, 2010) ci racconta la storia dell’America provinciale, precisamente di Ozark, nel Missouri sud occidentale. Il tono cupo e soffocante con cui il film si presenta allo spettatore è perfettamente inserito nella cornice naturalistica del luogo: colline desolate, boschi tetri e senza vita nei quali la natura trova posto in tutta la sua decadenza.
A contribuire a questa atmosfera agiscono anche i personaggi principali del film, la cui durezza e violenza rende la vita di quella zona complicata e pericolosa, dove la legge del più forte domina su ogni ragione o diritto.
È in questa realtà che cresce Ree (Jennifer Lawrence), senza un padre e con due fratelli piccoli da accudire, una madre ormai ridotta al mutismo e incapace di prendersi cura di una casa e dei suoi figli.
Sola e, malgrado la sua età, già responsabile di tutto ciò che le sta attorno, dovrà partire alla ricerca di suo padre Jessup, scomparso nel nulla dopo aver impegnato la casa per pagarsi la cauzione e uscire di prigione. Se l’uomo non si presenterà in tribunale correranno il rischio di perdere tutto ciò che possiedono e di subire l’inevitabile adozione dei fratelli più piccoli.
Aiutata dallo zio Teardrop (John Hawkes) si scontrerà con la durezza e l’omertà degli abitanti di questa provincia del Mid-West, fino alla scoperta di una realtà nascosta dalla violenza e dalla malavita locale.

L’uscita in Italia della pellicola di Debra Granik (Down To The Bone, 2004) è accompagnata da una pioggia di riconoscimenti, dalla candidatura all’Oscar sino ai premi come miglior film al Torino Film Festival e al Sundance Film Festival 2010. Tratto dal fortunato romanzo omonimo di Daniel Woodrell e sceneggiato dalla stessa Granik e da Anne Rosellini, il film scorre con un ritmo lento sin dalle battute iniziali, stentando a coinvolgere lo spettatore (soprattutto nella seconda parte) nonostante l’argomento trattato. L’interpretazione degli attori risulta di ottimo livello, intensa e mai superficiale, appassionata e drammatica, accompagnata da molta musica country, tipica del luogo, diretta da D. Hinchliffe.
Un viaggio negli stereotipi e nei simboli della cultura montana, rafforzato dalla violenza – a tratti da film horror – e dalla tenacia di chi cerca “la vita” al posto della desolazione e di un nichilismo soffocante.
Girato interamente con la RED camera (ad alta risoluzione) a Ozark, Winter’s Bone è prodotto da A. Rosellini e Alix M. Yorkin. M. McDonough (New York, I Love You, 2009) è il direttore della fotografia.

Torino Film Festival: i premi

Winter's BoneLa Giuria di Torino 28 – Concorso Internazionale Lungometraggi, composta da Marco Bellocchio (Presidente, Italia), Barbora Bobulova (Italia), Michel Ciment (Francia), Helmut Grasser (Austria), Joe R. Lansdale (Stati Uniti) assegna i premi

Miglior Film (euro 25.000) a:

WINTER’S BONE di Debra Granik (USA, 2010, 35mm, 100′)

Premio speciale della Giuria ex aequo (per un totale di euro 10.000) a:

LES SIGNES VITAUX di Sophie Deraspe (Canada, 2009, 35mm, 87′) &

LAS MARIMBAS DEL INFIERNO di Julio Hernández Cordón (Guatemala/Francia/Messico, 2010, HDCam, 73′)

Premio per la Miglior Attrice, in collaborazione con Max, ex aequo a:

JENNIFER LAWRENCE per WINTER’S BONE di Debra Granik (USA, 2010, 35mm, 100′) &

ERICA RIVAS per POR TU CULPA di Anahí Berneri (Argentina/Francia, 2010, 35mm, 87′)

Premio per il Miglior Attore, in collaborazione con Max a:

OMID DJALILI per THE INFIDEL di Josh Appignanesi (UK, 2010, 35mm, 105′)

Premio del pubblico per il Miglior Film, in collaborazione con Digima a:

HENRY di Alessandro Piva (Italia, 2010, HDCam, 94’)

ITALIANA.DOC

La Giuria di italiana.doc, composta da Carlos Casas (Spagna/Italia), Gianfranco Rosi (Italia), Ana Isabel Strindberg (Portogallo) assegna i premi

Miglior Documentario Italiano, in collaborazione con Persol (euro 10.000) a:

BAKROMAN di Gianluca e Massimiliano De Serio (Italia, 2010, HDV, 100’)

con la seguente motivazione: “Per aver saputo unire la forza e la consapevolezza di un linguaggio cinematografico forte ad un’attenta sensibilità nei confronti dei personaggi.”

Premio speciale della Giuria ex aequo (per un totale di euro 5.000) a:

IL POPOLO CHE MANCA di Andrea Fenoglio e Diego Mometti (Italia, 2010, DV, 75’)

con la seguente motivazione: “Perché la voce incantata del passato attraverso le immagini del presente ci costringe a riflettere sul futuro.”

e

LES CHAMPS BRÛLANTS di Stefano Canapa e Catherine Libert (Francia/Italia, 2010, 16mm, 72’)

con la seguente motivazione: “Per aver saputo costruire un atto d’amore per il cinema, attraverso l’universo evocativo e complesso di due cineasti.”

ITALIANA.CORTI

La Giuria di italiana.corti del 28° Torino Film Festival, composta da (Italia),Pierpaolo Capovilla, Marzia Migliora (Italia), Giorgio Vasta (Italia), assegna i premi

Miglior Cortometraggio Italiano (euro 10.000) a:

ARCHIPEL di Giacomo Abruzzese (Francia/Palestina/Italia, 2010, HD, 23’)

con la seguente motivazione: “Ricorrendo con riconoscibile chiarezza di pensiero e di struttura a uno stile documentaristico, Archipel mette in scena una storia di finzione in grado di modificare la percezione spesso stereotipata di quelli che conosciamo come ‘teatri di guerra’. Ogni luogo di distruzioni è anche necessariamente uno spazio vitale, di gioco, di conversazione, persino di erotismo. Attraverso i percorsi di Abed, Giacomo Abbruzzese descrive un mondo nel quale ogni movimento accade in un labirinto a cielo aperto: se davvero ‘silence is complicity’ ovvero manutenzione del labirinto, raccontare può essere un modo di uscirne. Perché, è vero, ‘non c’è niente di straordinario nell’organizzazione dell’oppressione’ .”

Premio speciale della Giuria –  Premio Kodak (euro 5.000 in pellicola cinematografica) a:

LEÇON DE TENEBRES di Sarah Arnold (Francia, 2010, 35mm, 16’)

con la seguente motivazione: “Attraverso una laconicità strategicamente eloquente Leçon de ténébre racconta l’avventura tragicomica di un violoncellista ‘cenerentolo’ che tra scarpe che non calzano e autobus in fuga corre a piedi nudi verso una meta: rendere armonico un concerto che diversamente resterebbe dissonante. Sarah Arnold ‘orchestra’ con leggerezza ed ironia un racconto nel quale il cinema, le vetrate di una chiesa e la musica barocca coincidono in una potente intensità di visione.”

La Giuria assegna inoltre una Menzione speciale a:

MAMMALITURCHI! di Carlo Michele Schirinzi (Italia, 2010, DV, 17’)

con la seguente motivazione: “Per la capacità di trasfigurare uno spazio semi-concentrazionario rivelandone – attraverso l’uso drastico e coerente di un visivo dilatato – il carattere costitutivamente straniante e deformante. Mammaliturchi! ci chiarisce che ogni struttura di contenimento è in sé, inevitabilmente, una maceria sociale.”

SPAZIO TORINO

Premio Chicca Richelmy per il Miglior Cortometraggio realizzato in Piemonte: euro 6.500 (2.500 offerti da Associazione Chicca Richelmy e 4.000 in servizi di post-produzione per pellicola cinematografica offerti da Square Post – Production), in collaborazione con Premio “Achille Valdata” – La Stampa – TorinoSette. La Giuria, composta da 20 lettori di TorinoSette, assegna il premio a:

DIVERGENZE di Luigi Sorbilli (Italia, 2010, HD, 6’)

con la seguente motivazione: “ Per la capacità del regista di aver trattato in modo semplice e in pochi minuti il tema dell’incomprensione.”

PREMIO FIPRESCI

La Giuria, presieduta da Jan Lumholdt (Svezia) e composta da Gábor Gelencsér (Ungheria), Victor Matizen (Russia), Thomas Rothschild (Germania), Roberto Tirapelle (Italia), assegna il Premio Fipresci 2010

Miglior film di Torino 28 a:

SMALL TOWN MURDER SONGS di Ed Gass-Donnelly (Canada, 2010, HDCam, 75′)

con la seguente motivazione: “Abbiamo scelto il nostro vincitore tra una rosa di cinque altrettanto validi concorrenti, quasi tutti ugualmente eccezionali. Il film vincitore rappresenta una voce estremamente originale nell’ambito della più alta qualità del genere noir, con un uso impressionante delle location, della fotografia e non da ultimo della musica, e allo stesso tempo ci offre un’interpretazione veramente sorprendente da parte di uno dei più raffinati attori americani (che per metà è anche svedese). Speriamo di vedere ancora molte opere dirette dal regista canadese Ed Gass-Donnelly, qui solo alla sua seconda regia. Il nostro premio Torino 2010 è assegnato a Small Town Murder Songs.”

PREMIO CULT – IL CINEMA DELLA REALTA’

La Giuria del Premio Cult – Il cinema della realtà presieduta da Carlo Antonelli (Italia), e composta da Joshua Siegel (Stati Uniti), Eva Truffaut (Francia) assegna il premio

Miglior documentario internazionale in collaborazione con il canale satellitare Cult, Gruppo Fox Channels Italy (€ 20.000) a:

LET EACH ONE GO WHERE HE MAY di Ben Russel (USA, 2009, 16mm, 135’)

con la seguente motivazione: “All’interno di una selezione forte e intensa che sfida le convenzioni del cinema della realtà – con film che rivelano i limiti della biografia e dell’autobiografia, che testimoniano il trauma e i suoi effetti, e che indagano la politica della produzione di immagini, in particolare in riferimento alle “storie ufficiali” – la giuria ha deciso di assegnare il ‘Premio Cult. Il cinema della Realtà’ a Ben Russell per Let Each One Go Where He May, un film che sovverte i cliché del cinema etnografico e che, attraverso una sensibilità che è allo stesso tempo onirica e irriverente, affascina e provoca.”

PREMIO CIPPUTI

La Giuria, composta da Altan, Fabrizio Gifuni, Cosimo Torlo, assegna il Premio Cipputi 2010

Miglior film sul mondo del lavoro (euro 5.000) a:

LAS MARIMBAS DEL INFIERNO di Julio Hernández Cordón (Guatemala/ Francia/ Messico, 2010, HDCam, 73’)

con la seguente motivazione: “Confondendo impercettibilmente i piani della realtà e della finzione in una struttura narrativa originale e di grande forza emotiva, Cordòn documenta la vera storia di un suonatore di marimba, struggente nella sua ostinazione e nella sua capacità di adattamento. Se l’antico strumento musicale guatemalteco è in crisi nel suo uso tradizionale e il pubblico vuole il rock, Don Alfonso porta il suo strumento al rock. Il racconto mescola sapientemente dramma e humor diventando paradigma di ciò che la trasformazione del lavoro sta provocando in moltissime professioni: dove l’esito è incerto ma forse non ci sono altre strade per continuare a vivere.”

PREMIO INVITO ALLA SCUOLA HOLDEN

La Giuria per la migliore sceneggiatura di Torino 28, composta dagli allievi del Corso biennale di scrittura e story-telling assegna il

Premio Invito alla Scuola Holden per la sceneggiatura (Il vincitore è invitato a condurre un workshop presso la Scuola Holden – euro 1.500) a:

WINTER’S BONE di Debra Granik (USA, 2010, 35mm, 100′)

con la seguente motivazione: “Per l’equilibrio nella scrittura, per il coraggio al femminile, per lo spessore costruito sul non detto.”

PREMIO “Achille Valdata”

in collaborazione con “La Stampa – TorinoSette”

La Giuria del Premio “Achille Valdata”, composta da 20 lettori di «Torino Sette» (Giulia Benvenuto, Igor Catrano, Enrico Di Pietro, Claudia Ella, Carmen Fiore, Paola Giachello, Sabrina Greggio, Ellana Landolina, Barbara Malacart, Alessandro Mancin, Paola Marlotto, Massimiliano Milone, Raffaella Moretto, Stefano Riccardi, Barbara Ricono, Silvia Stola, Omero Udovich, Concettina Valerio, Marco Ventura, Anna Vitiello), assegna il premio

Miglior film di Torino 28 a:

WINTER’S BONE di Debra Granik (USA, 2010, 35mm, 100′)

con la seguente motivazione: “Per la sceneggiatura, la regia e l’eccellente protagonista di una storia ambientata in un’America solitamente nascosta.”

PREMIO “AVANTI!”

La Giuria del Premio Avanti! (Agenzia Valorizzazione Autori Nuovi Tutti Italiani), composta da Chiara Boffelli, Maurizio Cau, Fiammetta Girola, Enrico Nosei e Andrea Zanoli – presi in esame i film delle sezioni Italiana.doc, Italiana.corti e Spazio Torino presentati al 28° Torino Film Festival – segnala per la distribuzione nel circuito culturale, curata da Lab 80 Film, i seguenti film:

ARCHIPEL di Giacomo Abruzzese (Francia/Palestina/Italia, 2010, HD, 23’)

UNA SCUOLA ITALIANA di Angelo Loy e Giulio Cederna (Italia, 2010, DV, 75’)

IL POPOLO CHE MANCA di Andrea Fenoglio e Diego Mometti (Italia, 2010, DV, 75’)

con la seguente motivazione: “Per la capacità dei rispettivi autori di affrontare temi di stretta urgenza sociale attraverso un linguaggio filmico sempre di ricerca, fortemente espressivo e caratterizzato sia dal rigore che dalla spontaneità di sguardo.”

PREMIO UCCA – VENTI CITTA’

La giuria nazionale UCCA (Unione Circoli Cinematografici Arci) composta da Mauro Brondi (Arci Torino), Francesca Panebianco (Arci Valle Susa), Paola Scarnati (UCCA nazionale) conferisce il Premio UCCA VENTI CITTA’ – che consiste nella circuitazione dell’opera nelle sale o presso le sedi di circoli UCCA in almeno venti città italiane – a:

SCUOLAMEDIA di Marco Santarelli (Italia, 2010, DV, 77’)

con la seguente motivazione: “Per affrontare un tema scottante come quello della scuola italiana oggi, mettendo in luce in modo particolare l’impegno del corpo docente ‘al femminile’ e testimoniando – pur con alcune ridondanze – la quotidianità della vita a scuola, àncora di salvezza, tra difficoltà e bisogni.”

La giuria conferisce inoltre una menzione speciale – con l’impegno di proporre una programmazione delle opere all’interno della rete nazionale dei circoli UCCA – a:

IL POPOLO CHE MANCA di Andrea Fenoglio e Diego Mometti (Italia, 2010, DV, 75’)

con la seguente motivazione: “Per la ricerca rigorosa nel saper raccontare la memoria di un popolo attraverso le registrazioni storiche e le immagini di oggi: voci antiche unite ad inquadrature vive ed emozionanti. ”

PREMIO SELEZIONE CINEMA.DOC

Consiste nella partecipazione al festival [CINEMA.DOC] Il documentario in sala.

Il premio va a:

IL PEZZO MANCANTE di Giovanni Piperno (Italia, 2010, DigiBeta, 76’).

La bocca del lupo

La bocca del lupo

Esce nella collana “Feltrinelli Real Cinema” il DVD del film vincitore del festival di Torino 2009 La bocca del lupo di Pietro Marcello. Il film racconta la struggente storia di Enzo e Mary, due testimoni di un sottoproletariato ormai scomparso che hanno deciso di proteggersi l’un l’altra dalle malignità del mondo coltivando il loro sogno: una casetta in campagna, lontano da tutto e sospesa in un tempo di semplice felicità, in cui vivere amandosi fino alla fine.

«Finalmente un cinema che non si era mai visto, che non somiglia a niente di quello che c’era già stato, con una grande umanità e una regia sorprendentemente intensa», ha commentato Lucio Dalla.

Insieme al film, il libro Genova di tutta la vita, a cura di Daniela Basso, con lettera inedita di Edoardo Sanguineti; approfondimenti sul film di P. Marcello, S. Fgaier, D. Zonta, F. Cima e N. Giuliano, A. Burlando, M. Messina, D. De Luise e N. Gay; interventi critici di G. Fofi, M. Maggiani e altri; la Genova di Montale, Soldati, Sanguineti, Caproni. Il testo comprende anche parte dell’intervista a Pietro Marcello realizzata da Francesco Boille, e già apparsa sul sito cineclandestino.it e in Francia sul sito Independencia.fr, e un saggio sul film, firmato da Boille, nel segmento dei testi critici.

Tra gli Extra del DVD, interviste ai personaggi del film; repertori; galleria fotografica; trailer cinematografico.

Dvd + libro saranno disponibili in tutte le librerie a 16,90 euro.

Affetti & dispetti

La nanaIl cileno Sebastián Silva mette in scena una storia ricca di sentimenti, relazioni e situazioni realistiche con ottimi interpreti e una regia eccellente

di Federico Capitoni
federico.capitoni@gmail.com

Prima cosa: non lasciarsi ingannare dal titolo del film; La nana non parla di una donna di bassa statura e la traslazione italiana – Affetti e dispetti - a opera dei soliti geni (deficienti) del marketing è un titolo ridicolo. Seconda cosa: non fidarsi della locandina che ritrae la cameriera (la tata, la nana appunto) con una maschera da gorilla; La nana non è un film comico. Se si andrà al cinema con questi due punti saldi almeno si eviterà di restare delusi quando le aspettative di trovarsi di fronte a un film sul circo saranno state disattese. L’opera del cileno Sebastián Silva è invece una storia di sentimenti, di affetti veri, di relazioni che si instaurano nonostante i piani differenti e che spesso soffrono proprio di una mancata percezione della diversità delle dimensioni che connettono.

Raquel fa la cameriera in una famiglia benestante che considera ormai, dopo oltre venti anni di servizio, la sua famiglia. Ma così non è, i componenti di quel nucleo sono i suoi datori di lavoro e pur volendole bene non mancano di farglielo notare. Lo stress e le condizioni di salute non eccellenti di Raquel spingono la padrona di casa a cercare una cameriera che possa affiancarla. Raquel vedrà in questo un pericolo per la sua considerazione (intesa in maniera fallace) come membro all’interno della famiglia e riuscirà a sbarazzarsi di ogni concorrente a suon di dispetti e scorrettezze. Finché non arriva Lucy, una ragazza così solare che imporrà a Raquel il suo punto di vista positivo sulle cose facendola – forse – cambiare.

Girato in casa del regista stesso, La nana non è un film definibile bello o memorabile ma rinfranca il fatto che possa dirsi realistico. La storia è realistica, i protagonisti lo sono (anche se Raquel è di un’acidità e di un’ostilità difficilmente riscontrabili quotidianamente); un po’ per la bravura del regista, alla sua seconda prova cinematografica; molto per quella di tutti gli attori – Catalina Saavedra in testa (miglior attrice al Sundance e a Torino) – anche quelli più piccoli, ottimi interpreti della parte di quegli adolescenti (normali) che invece nei film italiani fanno spesso pena.

Nord

Nord890 km di neve per riconciliarsi con se stessi e con la vita: il film del norvegese Langlo è un singolare road movie premiato dalla critica e in arrivo in Italia dal 26 febbraio

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

Non capita spesso di vedere film come Nord, del norvegese Rune Denstad Langlo. Un po’ perché l’imperversare di blockbuster americani e cinepanettoni fuori stagione lascia poco spazio ad altre cinematografie, un po’ perché quando si tratta di distribuire un film, qualunque sia la provenienza, la scelta cade il più delle volte su storie che poco si discostano dal rassicurante bisogno di convenzionalità di cui si presume che il pubblico sia affamato.
Ecco che Nord è invece un’isola anomala nel panorama distributivo attuale. Un film sottile, minimalista, surreale nel suo non discostarsi mai dall’iper-realtà del suo paesaggio, fatto di dialoghi essenziali, atmosfere rarefatte, lunghi silenzi amplificati dal biancore di distese innevate, momenti di svolta impercettibili unicamente sottolineati dal crescendo delle musiche. Di certo non un film di immediato appeal popolare, il che rende ancor più pregevole la scelta della Sacher di distribuirlo (il film esce in Italia il 26 febbraio).
Protagonista è Jomar, un trentenne ex campione di sci che in seguito a una crisi depressiva ha mollato la sua carriera, ha lasciato che la sua compagna lo abbandonasse e trascorre tutto il suo tempo inerte, incapace di muoversi ed agire. È appena uscito dal centro psichiatrico dove era in cura quando un amico gli dice che ha un figlio di 5 anni, che vive su al Nord a 890 chilometri di distanza. Per la prima volta dopo tanto tempo Jomar prende in mano la sua vita e intraprende un viaggio in motoslitta attraverso le intemperie invernali e le immense distese gelate del paesaggio artico. Lungo la via incontrerà una serie di personaggi bizzarri e solitari: una ragazzina in cerca di compagnia, un ragazzo fuori di testa, un vecchio eremita in tenda, che lo aiuteranno, ciascuno a suo modo, a superare le intemperie della natura e della mente.
L’idea di questo singolare road movie innevato nasce da un’esperienza personale del regista, reduce egli stesso da un periodo di forte depressione, con frequenti attacchi di ansia e di panico. Vedere uno ski lift che usava da bambino è stata la molla da cui è scaturito il personaggio di Jomar. A dare il volto al corpulento Jomar è Anders Baasmo Christiansen, attore molto noto e apprezzato in Norvegia, che nel film recita prevalentemente con un cast di non professionisti, composto da amici e familiari del regista e persone incontrate in loco che svolgevano davvero il ruolo ricoperto nel film: i militari che Jomar incontra in viaggio, ad esempio, erano soldati norvegesi in partenza per l’Afghanistan.
Nord è anche il primo film di Langlo, che ha a lungo militato come regista e produttore di documentari e ha già ricevuto importanti riconoscimenti: presentato al 59° Festival di Berlino, ha vinto il premio della critica internazionale FIPRESCI – Europa Cinemas Label, è stato premiato per la Miglior Regia al Tribeca Film Festival e selezionato in concorso all’ultimo Festival di Torino.
Al di là della bellezza paesaggistica documentata e della singolarità della trama, il film è apprezzabile anche per la sua valenza metaforica e il suo messaggio di incoraggiamento e fiducia: uscire dalla depressione è un viaggio solitario e faticoso attraverso luoghi apparentemente desolati e irti di insidie, ma l’aiuto degli altri e la determinazione nei propri obiettivi sono le chiavi per portare a termine un cammino necessario e liberatorio.

Welcome

Welcome

Il legame tra un istruttore di nuoto e un giovane clandestino, disposto a tutto per un sogno d’amore, nell’ultimo film denuncia di Philippe Lioret

di Marcello Giacalone
marcello.giacalone@gmail.com

Calais, sulla costa nord della Francia, è lo scenario sul quale si affiancano prospettive di vita diverse e che trovano rari punti di incontro e confronto. Simon (Vincent Lindon), ex-nuotatore professionista, ha abbandonato i suoi sogni di gloria legati alla carriera agonistica. Guarda la sua vita da lontano. Da una parte i corsi da istruttore in una piscina della città non bastano a colmare qualcosa che dentro manca, dall’altra la sua vita sentimentale sta andando a rotoli per la crisi con la moglie (Audrey Dana), che intimamente ancora continua ad amare. Nei pressi del porto della stessa città, quasi ad anni luce di distanza, esiste la cosiddetta “giungla”, un limbo dove trovano rifugio centinaia di immigrati clandestini, che cercano di raggiungere con ogni mezzo il Regno Unito: un Eldorado che sembra così vicino ma, al tempo stesso, incredibilmente lontano.
Tra questi c’è Bilal (Firat Ayverdi), un curdo iracheno diciassettenne che ha attraversato l’Europa per raggiungere la ragazza amata a Londra. A Calais si trova ad affrontare una realtà disumana fatta di estorsioni dei contrabbandieri, persecuzioni della polizia, centri di detenzione, continui controlli sui camion dove si ammassano i clandestini nella speranza di essere traghettati oltre quelle poche miglia di mare. Bilal si convince che l’unica soluzione “logica” per raggiungere le coste inglesi sia attraversare il canale a nuoto e per questo decide di prendere delle lezioni da Simon. L’istruttore di nuoto si avvicina al mondo del ragazzo dapprima mantenendo le distanze. Fino a quel momento, come gli rimprovera la moglie, ha sempre «guardato da un’altra parte per tornare a casa». La determinazione, il coraggio e lo sguardo puro di Bilal, convincono però Simon a mettersi in gioco in prima persona, sfidando i giudizi altrui e la legge, per supportarlo nella realizzazione di ciò che appare un’impresa folle.
Philippe Lioret ha firmato regia e sceneggiatura di Welcome, presentato con successo nella sezione Panorama del Festival di Berlino 2009, dove ha ottenuto il premio Label Europa Cinemas e il Premio della Giuria Ecumenica. Attraverso una storia di amicizia e di amore, Lioret ha affrontato un tema di bruciante attualità, soprattutto alla luce della legge sull’immigrazione voluta da Sarkozy, con la quale i cittadini francesi che aiutano i clandestini possono rischiare fino a cinque anni di reclusione. La denuncia delle condizioni di vita disumana dei clandestini è stata presentata mettendo a fuoco le vicende di un ragazzo, non ancora uomo, che si trova ad affrontare qualcosa più grande di lui stesso. La piscina, l’acqua, è l’elemento che fa da legame tra il giovane e un uomo alla deriva, che trova in lui il figlio mancato. Il legame si fa più stetto nel confronto di due storie d’amore, una quasi idealizzata e acerba, l’altra logora ma ancora carica di sentimento e rimpianti. La grande carica drammatica ed umana risulta coinvolgente, anche grazie alla prova del “gigante buono” interpretato da Lindon e alla autenticità e intensità di Ayverdi, alla sua prima prova da professionista. I commenti musicali discreti di Nicola Piovani si integrano col tessuto narrativo, con la consueta poesia a cui il compositore ci ha abituati nelle sue collaborazioni cinematografiche. Con questa più che reale “favola d’amore” moderna, Lioret invita a riflettere sulla condizione di certi esseri umani tagliati fuori dal gioco della vita a causa della propria condizione di “invisibili”.

La cosa giusta

La cosa giusta

Due poliziotti e un arabo sospettato di terrorismo: un pedinamento che diventa l’inizio di un rapporto umano, un’occasione per riflettere sui confini tra l’Io e l’Altro

di Michele Zanlari
michez@iol.it

Un sorriso a quel che conosciamo bene ed un pensiero poco accomodante a quanto si avvicina lentamente dallo sfondo. Sono questi i confini della rappresentazione nel cinema italiano della diversità?
Io e l’altro, i confini caduti e un’identità da costruire sui corpi che ci passano accanto. Sono i margini toccati dai film italiani selezionati all’ultimo Torino Film Festival; qualcuno con vertici poetici insospettabili (La bocca del lupo di Pietro Marcello), altri con limiti di linguaggio altrettanto evidenti (La straniera di Marco Tullo). In mezzo, La cosa giusta, il film che Marco Campogiani ha scritto a partire da una sequenza che aveva ben chiara in testa: due poliziotti stanno seguendo uno straniero, quando questo di colpo allarga il braccio destro per avvisare che sta per voltare, facendo capire che il loro pedinamento non è molto discreto. Un sorriso (i poliziotti si beccano una lavata di capo dai superiori, ma stringono amicizia con lo straniero) e un pensiero scomodo (l’ambiguità di una persona distante).
Campogiani punta molto sull’empatia tra i suoi personaggi (Paolo Briguglia, Ennio Fantastichini e Ahmed Hafiene) per raccontare una storia dalla situazione investigativa classica, con qualche risvolto di attinenza alla cronaca recente. Khalid viene scarcerato e due poliziotti, uno giovane e l’altro navigato, non devono perderlo di vista perché sospettato di terrorismo.
È chiaro che con queste premesse La cosa giusta deve guardarsi in primo luogo dal rischio di seguire quel solco televisivo che accompagna sia la rappresentazione delle forze dell’ordine che quella dell’immigrato arabo. Ci riesce in pochi momenti, quelli più inattesi, in cui le parole tra Briguglia e Fantastichini sembrano catturare un po’ d’improvvisazione. Il resto dei dialoghi si svolge nella cornice innocua di una scrittura veloce, priva di asperità. Anche senza pretendere un’opera potente sui temi dell’immigrazione e del sospetto – e ce ne sarebbe bisogno – La cosa giusta paga lo scotto della sua idea di partenza. Il tono divertito che accompagna tutte le situazioni, anche quelle potenzialmente drammatiche, è una marcia in più sul piano del ritmo, ma diventa limitante nel momento in cui si fa riferimento al caso Abu Omar, si tenta la via della riflessione sul mestiere del poliziotto o si mette piede all’estero (l’incipit e la conclusione sono girati in Tunisia).
Minaccia leghista, diritto negato, decreto d’espulsione e legge sull’immigrazione sono parole che transitano sul copione del film con la stessa inconsistenza che incontrerebbero in un talk show televisivo. Affrancarsene per agevolare il racconto è sempre possibile. In nome di un sorriso è poco. È nulla.

Bronson

Bronson

Sangue sulle mani: la penetrazione violenta delle immagini e il culto dei personaggi nel cinema di Nicolas Winding Refn

di Michele Zanlari
michez@iol.it

Ogni festival ha il suo film, quello di cui tutti parlano, che crea un passaparola febbrile e nel tempo arriva ad identificare un’intera edizione. Torino ha avuto il suo, Bronson, ma forse ha avuto un autore interno: Nicolas Winding Refn, protagonista della retrospettiva “Rapporto confidenziale”.
In coda, prima delle proiezioni, c’era sempre qualcuno che commentava un capitolo di Pusher o s’interrogava sul fallimento di Fear X. Ho visto addirittura due signore anziane spalancare le braccia per l’entusiasmo comune nei confronti di Bronson, la storia del detenuto più violento nelle carceri inglesi.
Nicolas Winding Refn, dunque. Non ha fatto scuole d’arte, o meglio: è stato espulso quasi subito e dichiara di non aver imparato niente nemmeno alla Danish Film School. Conosce chiaramente le regole, ma solo per violarle nella forma e nella sostanza. Professa un cinema basato sull’idea della penetrazione violenta che colpisce emotivamente lo spettatore. Abbraccia il sangue, quasi spontaneamente centrale in ogni sua opera, eppure lo rende qualcosa d’altro ai nostri occhi: puro, nonostante la sua origine violenta, e di certo meno sporco degli oscuri moti umani che lo generano. Nato a Copenaghen nel 1970, Refn rappresenta l’altra faccia del cinema giovane danese rispetto ai rigori del Dogma o agli “inganni” di Lars Von Trier. Anche lui muove parecchio la macchina da presa nel suo folgorante esordio con Pusher (1996), ma il legame creato con lo spettatore ha una natura totalmente diversa: sempre disturbante eppure sincera, quasi confidenziale.
Il cinema di Nicolas Winding Refn crede soprattutto nella realtà che riconosce attorno a sé e nei personaggi che genera. Nei suoi film c’è addirittura un culto dei personaggi, chiaramente riscontrabile nell’esempio della trilogia Pusher. Il primo capitolo è un successo di pubblico debordante, subito considerato come la prima pietra di una new wave danese. Poi è la volta di Bleeder (1999), ancora con la coppia di attori composta da Kim Bodnia e Mad Mikkelsen, che precede il gran salto della coproduzione hollywoodiana.
Nonostante le prime critiche positive, Fear X (2003) – indagine quasi lynchiana interpretata da John Turturro – è un flop che getta il regista nella depressione documentata da Phie Ambo nel documentario Gambler (2006). Refn deve trovare al più presto i soldi per appianare i debiti e si trova costretto a scrivere di corsa Pusher II e Pusher III. Ecco, in questi due lavori praticamente su commissione della banca, l’autore compie un passo decisivo: rispettare il suo credo registico penetrante, ma spiazzare totalmente lo spettatore eleggendo a protagonisti quelli che nel primo capitolo erano solo comprimari. Ne nascono due film molto diversi tra loro, forti ma inaspettatamente commoventi. Aspri come solo qualcosa che si conosce bene può risultare. Due film che lo rimettono in carreggiata.
Ed è il momento di una nuova svolta. Nel momento in cui tutti aspettano Valhalla Rising – annunciato come un fantasy nordico e in realtà rivelatosi un film di metafisica per immagini – Nicolas Winding Refn tira fuori Bronson, la sua opera più innovativa. La violenza è giocata in termini di rappresentazione elegante, nobilitata. La moralità cade in un angolo e l’uomo che si batte contro tutti, il detenuto soprannominato “Charles Bronson”, trova la sua dimensione perfetta nelle carceri, dove può combattere senza sentirsi mai sconfitto, anche se alla fine risulterà, giocoforza, sempre sedato.
Refn compie la sua parabola e prepara un nuovo salto a Hollywood per girare un film con Harrison Ford. Prima, però, ha per le mani altri due progetti: Jekyll e The Dying of the Light. La differenza sostanziale? La spiega lui: «Nel primo ci sarà poco sesso e molta violenza, nel secondo molto sesso e molta violenza».

Torino Film Festival

La bocca del lupo

Con Gianni Amelio alla guida della kermesse, il TFF ha dato grande spazio a opere prime e seconde e ha premiato per la prima volta un film italiano

di Michele Zanlari
michez@iol.it

Figure nel paesaggio e paesaggio con figure. Forme del linguaggio e realtà più forte della rappresentazione. Forte di una mancata distinzione tra fiction e documentario, il 27° Torino film Festival – il primo diretto da Gianni Amelio dopo il biennio del grande rilancio con Nanni Moretti – sovverte le definizioni per cercare la voce nuova in una selezione che, a parte l’eccezione della folle commedia Le roi de l’évasion di Alain Giraudie, ha presentato in concorso esclusivamente opere prime e seconde.
Prima di porre la questione della qualità dei singoli film – decisamente elevata – Torino 27 ha retto la scena per otto giorni con la vitalità di un’anima percepibile in ogni proiezione, in ogni sguardo suggerito da autori forti della scomodità dei loro sguardi nuovi. Ha vinto La bocca del lupo di Pietro Marcello. Ha vinto un italiano, e non era mai successo. Ha vinto un ragazzo (classe ’76) che in un documentario di 67’ ha ricostruito la storia affettiva di una città (Genova), riconducendo il reale più crudo a una natura poetica seducente e traducendo in termini emotivi un soggetto che si prestava al sordo dialogo con il presente (l’amore tra un detenuto e un trans).
«I nuovi abitanti delle caverne sono persone che trasmigrano e hanno trovato questo posto. Forse è dal mare che provengono, come naufraghi abbandonati». Marcello apre La bocca del lupo con queste parole dedicate al mondo dell’ombra, degli ultimi che si vogliono dimenticare. Con occhio gentile accarezza la sporcizia di un intero paese e ricopre di dignità il racconto a due voci di Enzo e Mary, creature delle caverne che testimoniano con ritrosia uno spettro d’amore.
È un premio che forse basta a descrivere lo spirito del festival, ma che si arricchisce nel confronto con gli estremi opposti della ricerca linguistica. Il premio speciale della giuria presieduta da Sandro Petraglia è andato in ex aequo a Crackie, film canadese di Sherry White che richiama per la durezza il primo cinema di Ken Loach, e allo statunitense Guy and Madelaine on a Park Bench di Damien Chazielle, piccolo musical jazz in cui anche il niente può sembrare tutto grazie alla corposità del bianco e nero.
Opere prime rivolte al futuro che hanno riempito le sale torinesi con una media impressionante di sold out, a testimonianza del fatto che un festival non ha sempre bisogno di posare i piedi su un red carpet. A volte basta che faccia sollevare gli occhi verso qualcosa che sta arrivando. E quando arriva può persino avere la forma di una città battuta dal mare che fa da tetto alle anime sole.

Oltre i Festival: gli operatori a confronto

Cinema

All’ultima edizione del Torino Film Festival, tavola rotonda con produttori, distributori e finanziatori per la creazione di un network di sostegno alle nuove cinematografie

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

Da “vetrina” a “laboratorio permanente”: questa la transizione che i festival sono chiamati oggi a compiere per rispondere ai mutamenti che hanno cambiato il profilo della cinematografia internazionale degli ultimi dieci anni. E in questo processo di trasformazione il Torino Film Festival è sicuramente all’avanguardia, date le numerose iniziative che ne hanno da sempre accompagnato l’attività, godendo peraltro di un forte radicamento sul territorio e di un considerevole prestigio internazionale: dalle Giornate Europee dell’Audiovisivo agli Script&Pitch Workshop, co-finanziati dal Programma Media della UE, al progetto Work in Progress dell’Alba International Film Festival. Alla creazione di un laboratorio permanente che affianchi i lavori del TFF è dedicato il convegno “Oltre i Festival. Strategie per lo sviluppo del nuovo cinema”. Alla tavola rotonda partecipano i principali operatori del settore: produttori, distributori e finanziatori.
Un’occasione importante per distogliere finalmente lo sguardo dalle passerelle e dare il via a un “sistema cinema” sempre più solido e innovativo.
Come ha commentato Riccardo Tozzi, presidente di Cattleya, «I festival sono i luoghi più adatti per far nascere e crescere progetti così, per lavorare sul nuovo, su quello che ancora non c’è». Il presidente di Cinecittà Holding Alessandro Battisti ha invece sottolineato che «bisogna evitare il rischio della eccessiva regionalizzazione, che potrebbe portare alla frammentazione della produzione culturale. Il nostro compito non è, comunque, quello di mortificare le iniziative regionali, quanto di coordinarle».
Ad auspicare la creazione di un network stabile di sostegno alle nuove cinematografie è il dg Cinema Gaetano Blandini: «Si può lavorare a un contenitore con regole flessibili, che sostenga giovani registi e produttori, ma non necessariamente solo le opere prime e seconde».

La voce umana

Pappi Corsicato

In anteprima a Torino l’ultimo lavoro di Pappi Corsicato: il dramma di una verità che sa di finzione

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

Occhiali scuri, passo sicuro, una donna (Elena Bucci) entra in un teatro vuoto. È la protagonista di uno spettacolo che deve ancora iniziare. O forse è già iniziato, chissà. Parla al cellulare con un uomo. Dai frammenti di conversazione capiamo che si tratta di una storia finita da poco, e non certo per volontà di lei. Lui adesso ha un’altra, lei finge di star bene, ma le sue parole trasudano dolore, la sua ostentata naturalezza è la maschera della disperazione. La sera prima – gli dice con nonchalance – ha preso 12 pillole di sonnifero, ma il suo cuore ha continuato a farle male senza darle neanche il sollievo della morte. D’altronde «è difficilissimo avvelenarsi, si sbaglia sempre la dose» – dice. Sarebbe più facile se tutto questo fosse una menzogna. Che lui le regalasse almeno il conforto di una bugia. Perché quando il dolore assume le proporzioni di un orizzonte infinito, ci si accontenterebbe perfino di barattare la realtà con un’ultima consapevole illusione. Ma cosa è realtà e cosa illusione? Il dramma di un amore finito è una verità da backstage o una finzione da palco? Fino all’ultimo non ci è dato saperlo. Ma ecco che lo spettacolo comincia (o forse sta per finire): con una pistola in mano la donna avanza sul palco. Nel buio della sala uno sparo. La fine.
Riadattando liberamente il monologo La voix humaine di Jean Cocteau, Pappi Corsicato dà vita a un cortometraggio intenso e drammatico, che mescola continuamente i piani della finzione scenica e della realtà. È il cinema che racconta se stesso, e che supera se stesso, in una pièce che intreccia le vibrazioni dell’arte drammatica e il fascino affabulatorio del racconto cinematografico. «L’idea – afferma l’autore – è quella di spostare il monologo dalla camera da letto, dove sono state tradizionalmente ambientate le messe in scena della pièce, a un teatro, dove un’attrice d’avanspettacolo alterna ironia e dolore in un gioco metaforico in bilico tra finzione e realtà». Una prova d’autore che conferma il talento di una delle voci più interessanti e originali del cinema italiano.

La ballata dei perdenti

The Elephant and the SeaSolitudini individuali e tematiche esistenziali nei film in concorso al Festival di Torino: opere coraggiose che difficilmente trovano spazio nei canali tradizionali. E su tutti trionfa l’irlandese Garage

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

Storie di ordinaria amarezza presentate nel corso dell’ultimo Torino Film Festival, sotto la guida di Nanni Moretti.
The Savages, opera seconda di Tamara Jenkins, ha aperto la kermesse del Torino Film Festival raccontando la storia di un fratello e una sorella che, dopo la fuga da un padre dispotico e autoritario, sono costretti a volgere il loro sguardo di nuovo verso il passato quando il padre si ammala. Una commedia familiare amarissima che, attraverso dialoghi folgoranti, esprime le solitudini radicate dei protagonisti. Nel cast due attori alle soglie dell’Oscar: Laura Linney e Philip Seymour Hoffman.
Kunsten å tenke negativt/ The Art of Negative Thinking, opera prima del norvegese Bård Breien, è un’esilarante commedia nera che mescola dramma psicologico, sarcasmo e romanticismo. Geirr, rimasto invalido a causa di un incidente stradale, vede la vita con estremo pessimismo. Per non perdere la fidanzata Ingvild, il protagonista accetta di frequentare un gruppo di sostegno ma durante la terapia trascina tutti i membri del gruppo nella sua disperazione. Solo alla fine si accenderà per lui un barlume di speranza.
The Home Song Stories di Tony Ayres narra la storia di Rose, cantante di Shanghai, che sposa un marinaio australiano seguendolo in Australia. Qui la sua vita imbocca la strada della tragedia. Un melodramma sui sentimenti che mira al cuore e commuove.

Piccole solitudini di massa
Tra gli altri film in concorso, The Elephant and the Sea di Ming Jin Woo e The Blue Hour di Eric Nazarian. Il primo è ambientato in Malesia, dove una misteriosa epidemia ha decimato la fauna marittima del luogo, mettendo in ginocchio l’economia di un piccolo villaggio costiero. Su questo sfondo di devastazione e di morte, le storie parallele di due personaggi che non si incontrano mai: un pescatore di mezz’età che ha perso la moglie e un giovane che scivola pericolosamente verso una vita scandita da piccoli atti criminosi. Un’intrigante tragicommedia sull’isolamento della condizione umana che mette in scena con rigore sentimenti ed emozioni.
Il film del regista esordiente Nazarian racconta invece piccole storie quotidiane ambientate a Los Angeles River. Un mosaico multietnico in cui ciascuno tesse la propria storia personale senza sapere che la sua esistenza influenza quella altrui e crea altri piccoli intrecci di vite. Film essenziale con dialoghi scarni e un’attenta rappresentazione del dolore.

La parabola della vita
Tra i lungometraggi più significativi e intensi compaiono inoltre Vogelfrei (Volo libero) di Janis Kalejs, Janis Putnins, Gatis Smits e Anna Viduleja. Quattro diversi registi che colgono i quattro momenti della vita di un uomo, ognuno con uno stile diverso. Così “Infanzia”, “Adolescenza”, “Maturità” e “Vecchiaia” si susseguono dai giochi del fanciullo fino alla solitudine della vecchiaia, raccontando l’intera parabola di un’esistenza.
A seguire, Away from her (Lontano da lei) di Sarah Polley che racconta la lacerazione della vita di coppia di due anziani coniugi. La moglie, Fiona, malata di Alzheimer, viene ricoverata in una clinica di degenza, dove si costruisce un mondo tutto suo, dimenticando la vita passata insieme al marito, Grant, e i sentimenti che la legavano a lui. Quest’ultimo assiste così al progressivo allontanamento della moglie che arriva a istaurare un rapporto affettivo con un altro paziente. Vicenda dolente di un amore senile e di una fase della vita in cui ciò che sembra saldo e consolidato viene rimesso in discussione, con un cast d’applauso e una smagliante Julie Christie.

Confidenze troppo intime
Addentrandosi nei labirinti della mente umana, Ingo Haeb e Jan Christoph Glaser ricercano con Neandertal l’origine della malattia psico-fisica da cui il protagonista, Guido, è affetto fin da piccolo. Dopo un forte attacco, il personaggio decide di sottoporsi a una terapia olistica scoprendo una realtà diversa da quella che appare, basata sulla menzogna: un padre adultero, una madre consapevole del tradimento ma che tace annegando l’umiliazione nell’alcool, un fratello egoista. Guido si perde, cresce e si ritrova affrontando le difficili relazioni umane e familiari fino a quel momento ignorate.
Già vincitore del concorso cortometraggi del TFF 1999, Heung-sik Park concorre con Gyeong-ui-seon (The railroad) raccontando un incontro imprevisto tra un’assistente universitaria e un conducente di metropolitana. Le vite di Man-Hoo e Anna si intrecciano su un treno diretto a Seul: lui, grande lavoratore, vive un periodo di immenso dolore per la morte di una persona gettatasi sotto la sua vettura; lei, presuntuosa intellettuale, è amareggiata per non essere potuta partire con il suo amante. I due, sebbene diversi, instaureranno un rapporto di solidarietà reciproca confidandosi e svelando le loro parti più intime.

Amori per gioco, amori per scelta
Lino, film del regista francese Jean-Louis Milesi, racconta la nascita di un affetto inaspettato tra un uomo di cinquant’anni e Lino, un bambino di due anni. Rimasto solo in seguito alla perdita della compagna, il protagonista si trova alle prese con il figlio di lei. Nonostante la ricerca ossessiva del padre naturale del piccolo, il padre adottivo presto arriverà a considerare Lino la sua vera famiglia. Una storia commovente su
un rapporto speciale tra padre e figlio.
Naissance des pieuvres, opera prima del regista francese Céline Sciamma, è dedicato alla scoperta delle prime esperienze sessuali da parte di tre ragazze di 15 anni, appassionate
di nuoto sincronizzato. I loro destini si incrociano e nella solitudine delle loro stanze nessuna è ciò che sembra…
Accolto con favore a Cannes, Garage, dell’irlandese Lenny Abrahamson, ha vinto il TFF con la storia di Josie, l’innocente e vulnerabile inserviente di una stazione di servizio, nonché perfetto capro espiatorio. La sua routine viene scossa dall’arrivo sul lavoro del giovane figlio del capo, che lo accuserà di molestie sessuali. Un dramma amaro su un mondo in cui vince il più forte, colui che è più adatto a resistere alle
pressioni della modernità.

Ecce Torino

pg2_NANNI MORETTINella 25ª edizione del Torino Film Festival, diretto da Nanni Moretti, 15 film in concorso, retrospettiva su Cassavetes e Wenders e un cartellone fitto di voci fuori dal coro

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

Era il 1981, quando alcuni esponenti di spicco dell’università e dei cineclub torinesi raccoglievano l’invito lanciato dall’assessore alla Gioventù del comune di Torino, Fiorenzo Alfieri, a creare una rassegna cinematografica che raccogliesse le sfide della cinematografia giovanile. Un festival che, nel solco delle sperimentazioni del nuovo cinema internazionale, esplorasse le forme periferiche e innovative di sensibilità alternative ai modelli consolidati della cinematografia tradizionale. Nasceva così, nel 1982, il Festival Internazionale Cinema Giovani, accreditandosi ben presto come uno dei tre grandi festival di cinema “alternativi” in Europa, insieme a Vienna e Rotterdam.
Sono passati 25 anni da quella prima edizione. Anni di scelte coraggiose, di proposte d’autore e cinema di genere, di panoramiche inedite su cinematografie straniere e produzioni locali, di riscoperta di voci trascurate o mai ascoltate. Un festival metropolitano che ha trasformato Torino nella grande capitale della cultura italiana.
Forte di tale tradizione, il Torino Film Festival ha riaperto i lavori sotto la direzione artistica di Nanni Moretti, che ha commentato così il suo nuovo incarico: «Il lavoro di ricerca che il Festival svolge sul nuovo cinema, e la proposta di autori meno convenzionali, è di grandissima importanza. Ho accettato la proposta del Museo del Cinema di assumere la direzione artistica nella speranza di contribuire al suo rafforzamento, che non può che partire dal rilancio della sua identità più autentica e dal rinnovo della sua formula, con l’intento di renderla più efficace nei confronti dei cambiamenti in atto nell’industria del cinema e nel panorama dei festival».
Quella appena trascorsa è stata un’edizione ricchissima di novità. A partire dai titoli in cartellone. 15 le pellicole in concorso, di cui 9 opere prime, frutto di un attento lavoro di valutazione condotto su più di 1200 film dalla squadra di selezionatori capitanata dalla coordinatrice Emanuela Martini. Nella sezione Anteprime sono stati presentati 7 film che alla conclusione del festival hanno la possibilità di avvalersi di una distribuzione italiana. Fra questi l’attesissimo Eastern Promises di David Cronenberg e My Blueberry Nights di Wong Kar Wai. Mentre nella sezione Fuori Concorso sono stati presentati 12 titoli privi di una distribuzione italiana. 5 i titoli proposti in Panorama Italiano, sezione non competitiva dedicata al cinema italiano: In fabbrica di Francesca Comencini; Lascia perdere Johnny di Fabrizio Bentivoglio, per la prima volta alla regia; Nelle tue mani di Peter Del Monte, Signorina Effe di Wilma Labate e Vogliamo anche le rose di Alina Marazzi. Ampio spazio a cortometraggi, documentari e cinema sperimentale nelle sezioni Lo stato delle cose, La zona, Italiana.doc e Italiana.corti.
Le retrospettive di quest’anno sono state invece dedicate a due autori fondamentali nel panorama del cinema indipendente: l’anarchico John Cassavetes e l’immaginifico Wim Wenders, «un regista – ha sottolineato Moretti – che ha significato molto per quelli della mia generazione». Nell’ambito della sezione L’amore degli inizi, Moretti ha presentato 5 illustri e discussi esordi della storia del cinema italiano degli anni ’50 e ’60, incontrando i registi che li hanno diretti: Tinto Brass, Gianfranco De Bosio, Francesco Rosi, Florestano Vancini, Paolo e Vittorio Taviani. Come da tradizione, nello Spazio Torino si sono confrontati 9 cortometraggi realizzati da filmmakers e videomakers piemontesi. Ad arricchire le proposte della kermesse torinese due eventi speciali: le versioni restaurate di Dillinger è morto (1969) di Marco Ferreri e di Maciste nella gabbia dei leoni (1926) di Guido Brignone, cui ha fatto da colonna sonora l’accompagnamento dal vivo dei Marlene Kuntz.
Un cartellone, dunque, che si è confermato capace di «bilanciare un programma rigoroso di nuovi lavori, con eroiche, enciclopediche retrospettive», come ebbe a dire il critico Tennis Lim, e che da sempre trova il suo segno distintivo nella qualità delle proposte e – puntualizza Moretti – nell’«attenzione a quel cinema meno convenzionale e pigro» che troppo spesso fatica a trovare una distribuzione.
Il Torino Film Festival ha riaperto dunque i battenti nella orgogliosa consapevolezza – sottolinea il suo direttore – di avere «un suo DNA diverso dagli altri». E con la ferma volontà che «chi fa cinema in Italia continui a sentirsi a casa».