L’industriale

L'industrialeFuori Concorso al Festival di Roma, e nei cinema italiani da venerdì 13, l’affresco più lucido dell’Italia in ginocchio. Perché quando la crisi dilaga nessuno è innocente…

di Paola De Benedictis
guardalaluna23@hotmail.com

Se volete capire la portata dell’attuale crisi economica lasciate stare Tg e giornali, e pure internet, ma correte al cinema a vedere L’industriale, che compie il miracolo di raccontare in maniera lucida e chirurgica il disfacimento pubblico che stiamo vivendo e il dramma personale di un uomo al bivio.

«Noi non scommettiamo sul futuro». Nella risposta del banchiere all’ingegner Ranieri che chiede fiducia c’è tutto il dramma del film e la sintesi fulminea dello spirito di chi ci ha governato finora.

In una Torino metafisica, livida e metallica si aggira l’ingegnere quarantenne Nicola Ranieri (Pierfrancesco Favino), proprietario di una fabbrica a un passo dal fallimento a causa della crisi economica. Gravato dai debiti e respinto dalle banche, pur di non ricorrere ai soldi della perfida suocera, le tenta tutte per salvare l’azienda e non licenziare gli operai. Nel frattempo il suo matrimonio va a rotoli. La giovane moglie (Carolina Crescentini) trascurata, comincia a frequentare un ragazzo romeno che lavora nel parcheggio del suo ufficio. Ranieri vacilla, gira a vuoto, non sa cosa fare: sta perdendo la fabbrica, sua moglie e forse ha già perso se stesso. E allora diventa Otello e pure Macbeth e inevitabilmente la tragedia irrompe sulla scena. Dura un attimo l’ebbrezza della vittoria personale (il riavvicinamento alla moglie) e pubblica (con la vendita del pacchetto di minoranza della fabbrica ai tedeschi). La partita è truccata, il topolino è uscito dal labirinto per finire in gabbia.

Tra echi kubrickiani di Eyes Wide Shut e il cinema di denuncia degli anni 70, Giuliano Montaldo realizza assieme al cosceneggiatore, il giornalista Andrea Purgatori, il suo film più politico proprio perché coraggiosamente incentrato nell’uomo. In un uomo. Così realisticamente disegnato da attraversare lo schermo. C’è il tocco di Purgatori nella resa cinematografica della doppia anima del protagonista, eroica ed egoista a un tempo, e della sua progressiva chiusura interiore. Se non si “fa” semplicemente un mestiere, ma si “vive” una professione è inevitabile che perdere il lavoro voglia dire perdere anche la propria identità e di conseguenza tutte le certezze comincino a vacillare. Lo spiega bene Favino: «Il tema del lavoro mi è caro da sempre, ma bisogna sempre pensarlo in termini di identità, non solo di profitto».

Per questo è fuori strada chi trova che il film a un certo punto abbandoni l’istanza pubblica (la vicenda della fabbrica) per ripiegarsi eccessivamente sul privato (la crisi coniugale). È proprio da qui che bisogna cominciare: riportare il lavoro all’uomo. Riappropriarci della libertà attraverso la rivendicazione dell’integrità, anche con uno scatto d’orgoglio. Scegliere tra la sottomissione alla gelida morsa del mercato e il caldo vento dell’indignazione. (www.independnews.com)

Il cuore grande delle ragazze

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Pupi Avati mette abilmente in scena un’Italia retrò, filofascista e maschilista, per rievocare, tra i cari colli emiliani, il ricordo sbiadito di un amore senza poesia

di Cristina Locuratolo
cristina.elle@hotmail.it

Con Il cuore grande delle ragazze, Pupi Avati sfoglia nuovamente l’album di ricordi di famiglia, raccontando la storia “d’amore” dei suoi nonni.  Ne esce fuori un ritratto di un’Italia bucolica anni 30, dominata dall’ideologia fascista che relega la donna a un ruolo marginale nella società, dominata dalla forza bruta dell’uomo, nel film riconducibile più a una bestia che a un essere umano per gli irrefrenabili istinti sessuali che giustificano (persino) l’adulterio.

Alla storia frettolosa e priva di romanticismo tra Carlino, playboy di provincia, e Francesca, la ragazza di città ingenua e rozza, fa da sfondo una pittoresca campagna che esprime la nostalgia per un mondo (per fortuna) perduto. Carlino alias Cesare Cremonini fa del suo meglio in sella a una bici che sfreccia come la 50 special del suo singolo d’esordio, ma il suo personaggio è espressione della meschinità e dell’ottusità di quel genere (o di quella generazione) di uomini detestabili e patetici. Francesca (Micaela Ramazzotti), dal suo canto, è emblema di un mondo di donne, dedito alla casa e ai figli, in attesa di un marito che le “salvi” da una vita miserabile, siano esse zitelle, scherzi della natura o prostitute.

In questo quadro desolante risulta difficile trovare una traccia di poesia o di sentimento, come lo stesso titolo vorrebbe suggerirci. Neanche le stramberie dei  personaggi riescono stavolta  a  conferire al film  maggiore  spessore o drammaticità. Così ad Avati non basta aver donato al suo Carlino sospiri d’amore al profumo di biancospino per convincerci che la sua è una storia di sentimenti delicati. Il cuore delle ragazze di Pupi Avati  allude alla penosa condizione di allora delle donne, destinate a vivere in un angolo di mondo in cui non godono della minima considerazione, destinate al tradimento o alla solitudine. A infastidirci, però, non è solo lo sguardo maschile e maschilista, ma gli angusti spazi provinciali in cui spesso il nostro cinema si muove (senza quasi mai varcarli), restituendo a noi e agli altri un’immagine, ormai scevra di qualsiasi fascino retrò, di un’Italia stereotipata e povera di cultura e di immaginazione.

I primi della lista

I primi della listaAl suo esordio alla regia, Roan Johnson racconta una storia vera, mettendo in scena sogni, illusioni e ingenuità di tre giovani protagonisti del ‘68 italiano

di Lidia Parazzoli
lidiaparazzoli@libero.it

Immagini di repertorio mostrano tutta la violenza di un periodo storico che sembra appartenere al nostro passato, sebbene non troppo lontano. Siamo nel 1968 e la cosiddetta strategia della tensione non risparmia i giovani manifestanti: uno studente toscano, Soriano Ceccanti, viene ferito gravemente dalla polizia durante una contestazione. Il footage lascia ora posto alla finzione filmica: seduta a tavola vi è una famiglia comune. Un padre, una madre e un giovane. La macchina da presa indugia su di lui. Potrebbe essere Soriano, vien da pensare. Come lui liceale, come lui appartenente all’ambiente dei collettivi, come lui pieno di sogni.
La sua sorte si pone al confine tra la storia con la S maiuscola e la piccola, ma non meno importante, vicenda di tre ragazzi che hanno vissuto il ‘68 fino in fondo.

A Pisa, Renzo Lulli (Francesco Turbanti) e Fabio Gismondi (Paolo Cioni) vivono gli anni del liceo imbevuti di ingenui ideali di libertà. Mai avrebbero immaginato che il loro idolo, Pino Masi (Claudio Santamaria), autore di alcune famose canzoni di lotta, di lì a poco li avrebbe coinvolti nella più assurda avventura della loro vita. Proprio lui, infatti, mentre si trova a suonare insieme ai ragazzi durante un provino, viene a conoscenza del fatto che un colpo di stato, simile a quello greco dei colonnelli, è alle porte. L’ordine per tutti coloro che sono politicamente esposti è di dormire fuori casa per tre, quattro notti. «Se c’è il putsh», viene detto, «vi vengono a prendere a casa uno per uno». Sono infatti proprio loro i primi della lista: i musicisti, gli artisti e i contestatori. La cosa più razionale, in quel momento di panico, sembra salire in macchina e andare al più presto verso il confine, far perdere le proprie tracce. Scapestrati, spaventati e senza documenti – se non un patentino e una denuncia di smarrimento – i ragazzi si ritrovano al confine austriaco. Lo passeranno in maniera non propriamente ortodossa, nella speranza di ottenere asilo politico, ma ottenendo solo un arresto e la consapevolezza di aver fatto una cavolata.

Questi eventi, rimasti impressi nella mente dei pisani, a metà tra la barzelletta e la leggenda, vengono catturati con la giusta resa visiva nel film. Il tono rimane giocato sul registro del “non ci posso credere”; protagonisti delle inquadrature sono infatti gli occhi spalancati e increduli dei due ragazzi che vedono cospirazioni e pericolo dietro ogni angolo. Magistrale, a riguardo, la sequenza presso il bar dell’autostrada. Proprio lì i tre incrociano l’esercito in marcia verso Roma; pensano subito che il golpe sia ormai vicino e sudano freddo. La realtà però è molto meno tragica di quanto si immagini e li lascerà di stucco: è semplicemente il 2 giugno e i militari vanno a Roma per la parata della Festa della Repubblica.

La regia di Roan Johnson, al suo primo lungometraggio, si dimostra sapiente nel tenere il filo dell’ironia e affrontare la maturazione dei personaggi attraverso la fuga, l’amicizia, l’avventura e la paura. Ciò che li unisce definitivamente è forse la musica, che rimane un sottofondo significativo per tutto il film, culminando col primo vero concerto dei ragazzi davanti alle inferriate della prigione. La canzone che suonano è Quello che non ho, di De Andrè, che incarna perfettamente, secondo il regista «la fine di un’epoca, l’orgoglio e la purezza di una generazione, quella dei protagonisti, che è stata sconfitta».

Un cuento chino

Un-cuento-chinoVincitore dell’ultimo festival di Roma, il film dell’argentino Sebastián Borensztein è una commedia brillante e visionaria che racconta il singolare incontro fra due solitudini. Una storia paradossale, ma realmente accaduta

di Cristina Locuratolo
cristina.elle@hotmail.it

Un cuento chino (Un racconto cinese) è una storia delicata e a tratti surreale sull’incontro tra due solitudini, accomunate da una storia personale costellata di perdite e mancanze. Roberto (Ricardo Darin) è un misantropo sui generis, burbero ma d’animo buono, accoglie in casa sua uno straniero cinese (Ignacio  Huang) che si è perso per le vie di Buenos Aires, alla ricerca dell’unico familiare ancora in vita. La convivenza forzata di Roberto con uno sconosciuto che non parla una sola parola della sua lingua porterà l’uomo ad aprirsi, suo malgrado, all’altro e forse a trovare un senso a una vita che appare ai suoi occhi assurda, dominata solo dalle bizzarrie del caso. Roberto si è costruito una corazza che lo difende dal mondo esterno; la sua vita è scandita da azioni di routine e collezioni insolite ( gli oggetti di vetro soffiato per la madre defunta e i trafiletti di giornali di tutto il mondo, riportanti fatti di cronaca tragicamente surreali), nel tentativo di dare ordine al caos dell’esistenza da cui si sente continuamente minacciato. Il cinese rappresenta l’altro con  le sue molteplici differenze che, nonostante tutto, getta un ponte verso l’uomo che lo ha accolto e contemporaneamente lo respinge, instaurando un legame fatto di silenzi e condivisione del quotidiano, di scontri e slanci di generosità.

Il film low cost del regista argentino Sebastián Borensztein (Premio Marc’Aurelio della Giuria e Premio BNL del pubblico all’ultimo Festival di Roma) è un’opera solo in apparenza semplice: ben scritto, ben diretto e ben interpretato, Un cuento chino calibra ironia e dramma, paradosso e quotidianità. Del resto, Borensztein è figlio d’arte, suo padre è celebre un comico argentino, e ha un passato da pubblicitario; in questo film dosa bene l’humour di famiglia e l’eleganza delle immagini che documentano una storia vera, seppur tradotta nel linguaggio cinematografico.

La realtà supera l’immaginazione nell’infinito concatenarsi di eventi privi di senso nella loro beffarda crudeltà, sia che essi sconvolgano l’esistenza di un singolo individuo o quella dell’intera umanità.  La mucca che cade dal cielo e uccide la futura sposa del cinese è emblema dell’assurdo destino, dell’imprevedibilità e della fragilità della vita. Un cuento chino è una parabola sul rapporto umano di due individui  che supera le barriere delle differenze culturali e del linguaggio, trasformando, rinnovando la vita di entrambi, salvandoli da loro stessi e dalla loro sofferenza.

L’opera colpisce il pubblico quanto i critici, per la sua umanità, il suo tocco di visionarietà, per la sua capacità di farsi strada in punta di piedi nel cuore di tutti, partendo da una situazione insolita per arrivare allo stravagante senso della vita, rivelatoci dalla straordinarietà di certi incontri e dalla singolarità di certi percorsi.

Roma Film Fest 2011: i premi ufficiali

Un-cuento-chino

Una giuria internazionale presieduta da Ennio Morricone e composta da Susanne Bier, Roberto Bolle, Carmen Chaplin, David Puttnam, Pierre Thoretton, Debra Winger ha giudicato i film in concorso nella Selezione Ufficiale. La giuria internazionale ha assegnato il:

- Premio Marc’Aurelio della Giuria al miglior film: Un cuento chino di Sebastián Borensztein

- Premio Marc’Aurelio della Giuria alla migliore attrice: Noomi Rapace per Babycall

- Premio Marc’Aurelio della Giuria al miglior attore: Guillaume Canet per Une vie meilleure

- Gran Premio della Giuria Marc’Aurelio: Voyez comme ils dansent di Claude Miller

- Premio Speciale della Giuria Marc’Aurelio: The Eye of the Storm di Fred Schepisi

- Premio Speciale alla colonna sonora della Giuria Marc’Aurelio: Ralf Wengenmayr per Hotel Lux

IL PREMIO ASSEGNATO DAL PUBBLICO

Attraverso un sistema elettronico, il Festival ha previsto la partecipazione degli spettatori all’assegnazione del Premio BNL del pubblico al miglior film. I film che hanno partecipato all’assegnazione del premio sono quelli in concorso nella Selezione Ufficiale. Il pubblico ha assegnato il:

- Premio BNL del pubblico al miglior film: Un cuento chino di Sebastián Borensztein

IL PREMIO ASSEGNATO AL MIGLIOR DOCUMENTARIO PER LA SEZIONE L’ALTRO CINEMA | EXTRA

Un’apposita giuria internazionale, diretta da Francesca Comencini e composta da Pietro Marcello, James Marsh, Anne Lai, Meghan Wurtz ha assegnato il:

- Premio Marc’Aurelio al miglior documentario per la sezione L’Altro Cinema | Extra: Girl Model di David Redmon e Ashley Sabin

I PREMI ASSEGNATI DALLE GIURIE DI RAGAZZI

Ai film in concorso nella sezione Alice nella città sono stati attribuiti due premi Marc’Aurelio Alice nella città. Sono stati votati da due giurie, una composta dai ragazzi sotto i 13 anni e una dai ragazzi sopra i 13. Le giurie di ragazzi hanno assegnato il:

- Premio Marc’Aurelio Alice nella città sotto i 13 anni: En el nombre de la hija di Tania Hermida P.

- Premio Marc’Aurelio Alice nella città sopra i 13 anni: Noordzee Texas di Bavo Defurne

IL PREMIO MARC’AURELIO ESORDIENTI

Grazie alla collaborazione con il Dipartimento della Gioventù della Presidenza del Consiglio dei Ministri, è stato assegnato il Premio Marc’Aurelio Esordienti, trasversale a tutte le sezioni del Festival, e destinato al regista della migliore opera prima. La giuria presieduta da Caterina D’Amico e composta da Leonardo Diberti, Anita Kravos, Gianfrancesco Lazotti, Giuseppe Alessio Nuzzo ha assegnato il:

- Premio Marc’Aurelio Esordienti: ex aequo Circumstance di Maryam Keshavarz – La Brindille di Emmanuelle Millet

IL PREMIO MARC’AURELIO ALL’ATTORE

Il riconoscimento è stato assegnato a Richard Gere, il divo di Hollywood da sempre impegnato in battaglie umanitarie, protagonista di film popolari come American Gigolo, Ufficiale e gentiluomo, Pretty Woman e interprete per autori come Robert Altman, Akira Kurosawa, Sidney Lumet, Francis Ford Coppola, Todd Haynes, Terrence Malick.

Roma Film Fest 2011: i vincitori dei premi collaterali

L'industrialeSono stati assegnati oggi, 4 novembre 2011, i Premi Collaterali della sesta edizione del Festival Internazionale del Film di Roma:

Premio L.A.R.A (Libera Associazione Rappresentanza di Artisti) al miglior interprete italiano

Francesco Scianna per l’interpretazione nel film L’industriale
Menzione speciale a Francesco Turbanti per l’interpretazione nel film I primi della lista di Roan Johnson

Premio Farfalla d’oro – Agiscuola
Hotel Lux di Leander Haussmann

Premio ENEL CUORE

Girl Model di David Raimond e Ashley Sabin
Menzione speciale al film The Dark Side of the Sun di Carlo Shalom Hintermann

Premio HAG – Pleasure Moments

Pina di Wim Wenders

Premio Lancia Eleganza e Temperamento

Zhang Ziyi per l’interpretazione nel film Love for Life

3 Social Movie Award
Pier Francesco Favino

Premio Speciale WWF “ Urban City – Green style”

African Women: in viaggio per il Nobel della pace di Stefano Scialotti

Premio Distribuzione Indipendente alla miglior opera da svelare (sezione L’altro Cinema | Extra)
Turn Me On, Goddammit! di Jannicke Systad Jacobsen

Premio Focus Europe al miglior Progetto Europeo

Rising Voices di Bénédicte Liénard e Mary Jimenez

Eurimages Co –production Development Award

Off Frame di Mohanad Yaqubi

Nel corso della cerimonia è stato anche annunciato il vincitore della Vetrina dei giovani cineasti italiani:

Appartamento ad Atene di Ruggero Dipaola

Il film è stato proiettato al termine della premiazione.

Roma Film Fest: da Richard Gere al Re Leone in 3D

Richard GereLa sesta edizione del Festival Internazionale del Film di Roma dedica le battute conclusive a Richard Gere. Il 3 novembre alle ore 19, il divo americano sfilerà sul red carpet dell’Auditorium Parco della Musica e alle 19.30 introdurrà Days of Heaven, il secondo film di Terrence Malick che per primo offrì all’attore un ruolo da protagonista. L’evento nasce grazie alla collaborazione di Universal Pictures Italia Home Entertainment che ha concesso la visione del film, prodotto da Paramount Pictures. Il giorno dopo Richard Gere – protagonista di film popolari come American Gigolo, Ufficiale e gentiluomo, Pretty Woman e interprete per autori come Robert Altman, Akira Kurosawa, Sidney Lumet, Francis Ford Coppola, Todd Haynes e il già citato Terrence Malick – riceverà il Marc’Aurelio all’attore. La consegna del riconoscimento avverrà durante la cerimonia di premiazione ufficiale, alle ore 18.30 presso la Sala Sinopoli.

Il 4 novembre, dopo quasi vent’anni dalla sua prima uscita nelle sale, Il re leone sarà presentato al Festival in 3D, fuori concorso nella sezione Alice nella città. Il film di Roger Allers e Rob Minkoff, nella sua nuova versione, ha già sbancato i botteghini USA e si prepara a uscire nuovamente anche in Italia, il prossimo 11 novembre. Sul red carpet del Festival ci sarà Don Hahn, il creatore di film d’animazione campioni di incassi come Il gobbo di Notre Dame, Nightmare Before Christmas, La bella e la bestia, Chi ha incastrato Roger Rabbit, e vincitore di due Golden Globe per La bella e la bestia (1991) e Il re leone (1994).

Pina

PinaEvento speciale del Festival di Roma, il film di Wim Wenders è un omaggio alla coreografa e danzatrice più rivoluzionaria del nostro tempo, lo struggente atto d’amore di un regista per la sua musa ballerina

di Stefania Pala
stefania.pala@gmail.com

In principio fu “la folgorazione”, un’influenza rigeneratrice, la scoperta del movimento e del valore profondo che può avere la danza, le lacrime: commosse e inquietanti. Nel 1985 Wim Wenders vede al teatro la Fenice di Venezia alcuni lavori di Pina Bausch e ne rimane estasiato. Poi la conosce, in un caffè vicino al teatro, e le dice che avrebbe voluto fare un film con lei. La Bausch sorride in silenzio. Il fumo delle sigarette a danzare nell’aria… Da allora una profonda amicizia lega il regista alla coreografa tedesca, un’influenza sottile e penetrante che porta Wenders a immaginare le visioni de ll cielo sopra Berlino.

Fu solo un anno dopo che la Bausch, con il suo sorriso enigmatico e un po’ triste, disse di volerlo fare quel film che per Wenders era diventato poco più di un sogno. A quel punto il regista si rese conto di non avere una tecnica adeguata per tradurre il cinema in danza, le macchine da presa avrebbero restituito un’impressione labile, incompleta e troppo esterna di quanto accadeva in scena. Mancava qualcosa e che quel qualcosa era lo spazio. La soluzione finale arriva nel 2007 come un’epifania rivelatrice: un concerto in 3D degli U2 a Cannes. Usando la tridimensionalità Wenders sarebbe riuscito a entrare nel regno stesso dei danzatori, a respirare con loro e a trovare un nuovo linguaggio delle immagini.

Cominciano preparativi febbrili, la scelta delle coreografie: Le sacre du printemps e Cafè Muller, naturalmente, ma anche l’anima messa a nudo in Kontakthof e la struggente potenza degli elementi nel recente Vollmond. Ma a giugno del 2009 la più crudele delle Moire recide inesorabilmente il filo: Pina Bausch muore all’improvviso, lasciando tutti orfani e Wenders, sconvolto, decide di fermare il lavoro. Sono stati i suoi stessi danzatori a pregarlo di non lasciarli soli, di riprendere il film in mano e a suggerirgli che realizzarlo sarebbe stato un omaggio e un modo per dirle grazie o addio.

Restano le coreografie scelte, ma l’opera vira di senso: quello che doveva essere un film su Pina diventa un film per Pina. Non una biografia ma un vero e proprio atto d’amore in cui l’unione tra la grande forza espressiva ed emotiva della Bausch e le capacità e il gusto visivo di Wenders si fondono magnificamente. Un “film danzato” che alterna vecchi filmati con la coreografa e riprese in 3D a interviste in voice over in cui i ballerini rispondono alle domande con danze improvvisate o con il linguaggio del corpo come insegnava loro la Bausch. Seguendo questo metodo Wenders ha invitato i danzatori ad esprimere i loro ricordi di Pina in emozionanti esibizioni solistiche che il regista ha poi filmato in luoghi diversi di Wuppertal e dintorni e da cui prende forma una riflessione molto profonda e articolata sul rapporto unico che si instaurava tra la Bausch e i suoi ballerini. Come dice una delle sue danzatrici, «lavorare con Pina era come essere adulti e bambini allo stesso tempo».

Le opere create da Pina Bausch offrono infatti un ritratto lucido e spietato della realtà, ma al tempo stesso incoraggiano ognuno di noi a perseguire i propri sogni e i propri desideri.

«Balliamo, balliamo, altrimenti siamo perduti».

La kryptonite nella borsa

La-kryptonite-nella-borsaTratto dall’omonimo romanzo del regista e prodotto da Indigo Film e Rai Cinema, il film di Cotroneo, in concorso al Festival di Roma, è riflette tra lacrime e risate sui problemi di una famiglia sui generis

di Marco Bruna
marco.bruna@ymail.com

«Ogni famiglia ha i suoi segreti, ma alcuni fanno più ridere di altri». A giudicare dal sottotitolo del primo film di Ivan Cotroneo, quarantatreenne regista e scrittore napoletano, è quasi naturale per lo spettatore aspettarsi una vivace commedia partenopea ricca di colpi di scena esilaranti.
Invece, La kryptonite nella borsa appartiene a quel tipo di pellicola di cui si fa fatica a riconoscere il genere e le intenzioni autoriali.

Partiamo dalla trama: ci troviamo a Napoli, nei primissimi anni 70, e Peppino (Luigi Catani) ha 9 anni, una famiglia piuttosto numerosa e scombinata e un cugino, Gennaro (Vincenzo Nemolato), che si crede Superman. Spettatore inerme delle vicissitudini familiari – i problemi della madre (Valeria Golino), i tradimenti del padre (Luca Zingaretti), lo stile di vita degli zii Titina (Cristiana Capotondi) e Salvatore (Libero De Rienzo) – Peppino si affida unicamente a Gennaro, che, morto in un incidente, gli appare nella sua fantasia e rappresenta l’unico punto di riferimento capace di assisterlo nei problemi di ogni giorno.

Cotroneo mischia più temi nello stesso film, riuscendo con molta fatica a gestirli contemporaneamente. Il tema del tradimento, almeno nella sua “soluzione”, è molto banale. La vicenda del bambino lasciato a sé stesso e privato del necessario affetto dei genitori è molto interessante e meriterebbe uno sguardo molto più profondo: anzi, mertiterebbe di essere il tema portante del film. Purtroppo, però, tutto diventa espediente per qualche (a tratti amara) risata.
Gli anni 70, le loro mode e cliché sono stati talmente sfruttati – commercialmente – da apparire ripetitivi. Verrebbe da dire che lo sguardo del regista, molto distante e quasi assente dal film (Cosa ne pensa? Cosa ci vuole comunicare? In quale dei personaggi si immedesima?) sia molto indulgente e compiacente, mai veramente portato a una riflessione seria.

La kryptonite nella borsa è una commedia piacevole, con ottimi interpreti e gag a tratti esilaranti: ma finisce tutto lì, rimane la sensazione che le risposte ai quesiti che la pellicola solleva siano tutte nelle battute della nonna di Peppino, che alla fine rinuncia a capire i “giovani” perché troppo complicati.
Musiche originali di Pasquale Catalano, colonna sonora di Mina, Iggy Pop, David Bowie e Peppino di Capri.

Insidious

InsidiousIl nuovo horror di James Wan è un trionfo di cliché e rivisitazioni di grandi successi cinematografici, ma povero di suspense e tensione narrativa

di Elena Mandolini
mand.mae@libero.it

Renai (Rose Byrne), musicista e compositrice, si trasferisce assieme al marito insegnante Josh (Patrick Wilson) e i tre figli piccoli in una nuova casa. Qualcosa, però, turba la famiglia. Sia la madre che il figlio maggiore Dalton (Ty Simpkins) avvertono una strana presenza. Un giorno il figlio improvvisamente e, senza motivo apparente, finisce in coma. Come se non bastasse, quelle strane presenze diventano sempre più insistenti e fastidiose.

Il regista James Wan, che si era già fatto conoscere grazie al successo di Saw, con Insidious scade nello scontato. Presentato durante il Festival internazionale del cinema di Roma, l’ultima fatica di Wan è una serie di banalità sconcertanti, di cliché visti fino alla nausea e di effetti speciali realizzati con pochi soldi. Sul serio. Basterebbe prendere un po’ di Darkness, un po’ di Poltergeist, un po’ di The Others e un pizzico de l’Esorcista, per ottenere la sceneggiatura del film. Ricavandone fra l’altro una brutta copia; fatto evidente soprattutto nella scena della seduta spiritica. Nel corso del film si palesano molte falle della sceneggiatura; momenti di presunto horror vengono messi a casaccio, sperando in un salto improvviso dello spettatore che non arriva mai. Più di un evento viene lanciato, ma mai ripreso (ad esempio il bambino che si spaventa mentre osserva una  stufa nella soffitta, oppure la soffitta stessa, presunto luogo infestato, che viene lasciata a sé senza nessun approfondimento). La suspense è praticamente assente: assistiamo semplicemente al panico della protagonista che si destreggia fra fantasmi e demoniache presenze.

Assente persino la tensione fra i personaggi del film. Un finale arrabattato, ennesimo cliché che si subodora da molto prima della fine, non regala la minima sorpresa. Gli effetti speciali sono stati realizzati con poca cura e poche risorse; l’antro della Bestia sembra un connubio mal riuscito fra il bello e suggestivo rifugio del Fantasma dell’opera e quello di Kruger nel film Il nuovo incubo. Dulcis in fundo, l’attore che interpreta Josh, Patrick Wilson: una sola espressione per tutta la durata del film. Rose Byrne, alias Renai, non riesce a entrare nella parte della madre coraggio. In compenso, il compositore Joe Bishara ha realizzato una buona colonna sonora, ma è davvero poco per reggere un film horror. Non si spiega come il film abbia potuto creare negli Stati Uniti un caso cinematografico tale da attirare l’attenzione del Festival di Roma. Sostanzialmente Insidious è un film da evitare.

Il mio peggior incubo

Il mio_peggior_incuboAlgida e sofisticata, Isabelle Huppert si mette in gioco in una commedia francese sugli opposti che si attraggono, presentata fuori concorso al Festival del cinema di Roma

di Stefania Pala
stefania.pala@gmail.com

In una giornata ancora declinata al femminile (erano presenti Kristin Scott Thomas e Charlotte Rampling), è arrivata ieri al Festival di Roma, minuscola e sottile come un giunco, Isabelle Huppert.

In Mon pire cauchemar, la commedia francese di Anne Fontaine presentata fuori concorso al Festival di Roma, la Huppert interpreta il ruolo di Agathe, direttrice ricca e ultra snob di una fondazione d’arte che, come dice il marito editore (André Dussolier), «non ascolta nessuno a meno che non sia un candidato al Nobel». La sua vita verrà stravolta dall’incontro-scontro con Patrick (il comico francese Benoit Poelvoorde), il padre dell’amico e compagno di scuola del figlio, un uomo rozzo e volgare che vive di espedienti e deve dimostrare agli assistenti sociali di avere un tetto che non sia un furgone.

Due mondi opposti che vengono inevitabilmente a collidere con risvolti a dire il vero un po’ troppo prevedibili. Travolta dal ciclone Patrick, vediamo Agathe, abbandonate le vesti austere della donna manager, esibirsi in una lap dance in balera e camminare a quattro zampe completamente ubriaca. Ma se l’esito degli scontri tra i due protagonisti appare scontato, il film può senza dubbio contare sul ritmo vivace e brioso di regia e sceneggiatura e sulla bravura dei protagonisti.

La Huppert assicura di essersi divertita ad interpretare un ruolo che prende in giro se stessa e gioca con la sua immagine di attrice eccelsa ma tutto sommato un po’ scostante, di donna algida e altera. «Spesso noi attori veniamo identificati coni ruoli che interpretiamo. La regista ha giocato con la mia immagine e con quella di Poelvoorde avendo in mente l’idea di fare piccole caricature di noi stessi», dice l’attrice.

Nella commedia si ride e si riflette sulle differenze di classe e di cultura, anche se la regista, pur tentando la critica ironica della borghesia radical chic, finisce per restare ingabbiata in una certa bonomia di appartenenza che le impedisce qualsivoglia causticità. Peccato non aver avuto il coraggio di osare di più.

Roma Film Fest 2011: i film in concorso

The LadyGiunto alla VI edizione, il Festival Internazionale del Film di Roma si svolge quest’anno dal 27 ottobre al 4 novembre 2011 all’Auditorium Parco della Musica. Film d’apertura, The Lady di Luc Besson, biografia del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi. Quindici le pellicole in concorso, tra cui quattro italiane (Pupi Avati, Ivan Cotroneo, Marina Spada, Pippo Mezzapesa). Fuori concorso altri due big del panorama cinematografico nazionale (Giuliano Montaldo e Roberto Faenza), l’atteso Too Big Too Fall di Curtis Hanson, sulla crisi finanziaria del 2008 e il fallimento del colosso Lehman Brothers, e My Week with Marilyn, con Michelle Williams nei panni della Monroe.

SELEZIONE UFFICIALE – CONCORSO

Babycall

di Pål Sletaune, Norvegia – Svezia – Germania, 2011, 100’

Cast: Noomi Rapace, Kristoffer Joner, Vetle Qvenild Werring

Anna (Noomi Rapace, nuova diva del cinema scandinavo: è la hacker Lisbeth Salander nei film tratti dalla trilogia Millennium dello scrittore svedese Stieg Larsson) e suo figlio Anders (Vetle Qvenild Werring), di 8 anni, per sfuggire al padre violento del bambino si trasferiscono in un luogo segreto, all’interno di un enorme condominio. Anna teme che il suo ex marito possa trovarli e compra un Babycall, affinché Anders sia al sicuro mentre dorme e lei possa ascoltarne suoni e rumori dall’altra stanza. Dall’apparecchio, però, echeggiano strani gemiti che sembrano provenire da altre parti dell’edificio: Anna ascolta quello che crede sia l’omicidio di un bambino. Nel frattempo, Anders incontra una misteriosa presenza infantile che appare e scompare. Sa qualcosa dei suoni provenienti dal Babycall? Perché c’è del sangue su un disegno di Anders? Madre e figlio sono ancora in pericolo? Horror efficace e perturbante ambientato nell’apparente pace di Oslo, dove i mostri sono forse solo un incubo. O forse no.

Il cuore grande delle ragazze

di Pupi Avati, Italia, 2011, 85’

Cast: Cesare Cremonini, Micaela Ramazzotti, Gianni Cavina, Andrea Roncato, Erica Blanc, Manuela Morabito, Marcello Caroli, Sara Pastore

Prima metà degli anni 30, in una cittadina dell’Italia centrale immersa nella campagna. La famiglia contadina dei Vigetti (Andrea Roncato è il padre) ha tre figli: il piccolo Edo (Marcello Caroli), Sultana (Sara Pastore) e Carlino (il cantante Cesare Cremonini, ex leader dei Lunapop, al suo primo ruolo importante al cinema), giovanotto molto ambìto dalle ragazze. Gli Osti invece sono proprietari terrieri che hanno fatto fortuna e vivono in una casa padronale con le loro tre figlie, tutte da maritare: le più attempate Maria e Amabile, e la più giovane Francesca (Micaela Ramazzotti). Facendo buon viso a cattiva sorte, i coniugi Osti, Sisto (Gianni Cavina, al suo diciannovesimo film con Avati) e Rosalia (Manuela Morabito), accettano che il giovane contadino Carlino corteggi le due sorelle maggiori con l’intento di sistemarne almeno una. Inizia un periodo di incontri tra Carlino e le due ragazze nel salotto di casa Osti, turbato però un giorno dall’arrivo improvviso della bellissima Francesca dalla città in cui è stata mandata a studiare. Tra i due giovani è colpo di fulmine e tutti i piani vanno in fumo.

Un cuento chino / Chinese Take-Away

di Sebastián Borensztein, Spagna, 2011, 90’

Cast: Ricardo Darín, Huang Sheng Huang, Muriel Santa Ana

Roberto (Ricardo Darín, già protagonista del film Premio Oscar Il segreto dei suoi occhi), introverso proprietario di un negozio di ferramenta, vive da vent’anni quasi senza contatti col mondo dopo un dramma che l’ha profondamente segnato. Per caso conosce Jun (Huang Sheng Huang), un cinese appena arrivato in Argentina senza conoscere una parola di spagnolo, in cerca dell’unico parente ancora vivo, uno zio. Incapace di abbandonarlo, Roberto lo accoglie in casa: attraverso la loro singolare convivenza, troverà la strada per risolvere la sua grande solitudine, non senza aver svelato all’impassibile, eppure tenerissimo Jun, che le strade del destino hanno tali e tanti incroci in grado di svelare anche la surreale sequenza d’apertura: la mucca pezzata che piomba dal cielo.

The Eye of the Storm

di Fred Schepisi, Australia, 2011, 118’

Cast: Geoffrey Rush, Charlotte Rampling, Judy Davis, John Gaden

In un sobborgo di Sydney, due infermiere, una governante e un avvocato assistono Elizabeth Hunter (Charlotte Rampling) sul letto di morte. I figli Sir Basil (Geoffrey Rush), un attore che fatica ad affermarsi a Londra, e Dorothy (Judy Davis), la moglie di un principe francese che non le ha garantito il benessere economico, vengono convocati al suo capezzale. La signora Hunter, anche nel momento estremo della sua vita, rimane una forza per coloro che la circondano. Entrambi i figli, che nel passato si erano allontanati dalla madre accusandola di non essere capace di amarli, tentano di riconciliarsi con lei e ripercorrono con la mente le difficoltà dell’adolescenza, condividendo un comune obiettivo: lasciare l’Australia con l’eredità della donna. Usando i riluttanti servigi dell’avvocato di famiglia, Arnold Wyburd (John Gaden), da lungo tempo innamorato della Hunter, progettano di sistemare la madre in una casa di riposo per accelerarne la morte. Tratto dal romanzo L’occhio dell’uragano di Patrick White, premio Nobel australiano per la Letteratura nel 1973.

La Femme du cinquième / The Woman in the Fifth

di Pawel Pawlikowski, Francia – Polonia – UK, 2011, 83’

Cast: Ethan Hawke, Kristin Scott Thomas, Joanna Kulig, Samir Guesmi

Lo scrittore americano Tom Ricks (Ethan Hawke) si reca a Parigi nel disperato tentativo di rimettere in sesto la sua vita e riconquistare l’amore dell’ex moglie e di sua figlia, trasferite nella capitale francese. Le cose non vanno secondo i suoi piani e l’uomo, per sbarcare il lunario, si ritrova a lavorare come guardiano notturno in un losco albergo di periferia. Quando incontra Margit (Kristin Scott Thomas), una bella e misteriosa sconosciuta, inizia con lei una strana relazione: si vedranno solo due volte a settimana a casa della donna, e senza sapere nulla dei rispettivi passati. La loro intensa e profonda relazione, però, innesca una serie di inspiegabili eventi tragici, come se una forza oscura stesse prendendo il controllo della vita di Tom e chiunque gli abbia fatto del male nel passato viene colpito dal destino. Perciò la polizia comincia a insospettirsi, e Harry si ritrova in un incubo dal quale non sa come uscire. Tratto dal romanzo di Douglas Kennedy Margit (Sperling e Kupfer).

Hysteria

di Tanya Wexler, UK – Lussemburgo, 2010, 95’

Cast: Hugh Dancy, Maggie Gyllenhaal, Rupert Everett, Jonathan Pryce, Felicity Jones

1880. Nella pudica Londra vittoriana, il brillante giovane dottore Mortimer Granville (Hugh Dancy) è in cerca di un nuovo lavoro. Lo trova presso il Dottor Dalrymple (Jonathan Pryce), specializzato nel trattamento dei casi di isteria, i cui angoscianti sintomi nelle donne includono pianto, malinconia, irritabilità, rabbia. Dalrymple è convinto che la causa del malanno sia anche la repressione sessuale imperante in quell’epoca, e cura le “isteriche” con una terapia scandalosamente efficace: il “massaggio manuale” sotto le gonne delle sue pazienti. Il dottore, però, deve lottare contro la fiera disapprovazione della figlia Charlotte (Maggie Gyllenhaal), sostenitrice dei diritti delle donne più deboli. Mortimer decide di affinare il metodo terapeutico: quando il suo lungimirante amico Edmund (Rupert Everett) gli rivela il progetto del suo nuovo spolverino elettrico, gli viene in mente un’idea irresistibile. L’effetto sarà dare nuova linfa alla sua pratica medica, provocando nelle sue pazienti sensazioni forti. Storia vera e commedia romantica sulla creazione del vibratore.

Hotel Lux

di Leander Haussmann, Germania – Russia,  2011, 110’

Cast: Michael Bully Herbig, Jürgen Vogel, Thekla Reuten, Valery Grishko, Alexander Senderovich, Juraj Kukura

Nella Berlino nazista del 1938, il comico donnaiolo Hans Zeisig (Michael Bully Herbig) fa sbellicare il pubblico con il suo “Stalin-Hitler-show”, interpretato insieme all’amico ebreo Siegfried Meyer (Jürgen Vogel): lui è il dittatore russo, l’amico è il fuhrer. Con il mutare dell’atmosfera politica, Meyer si unisce alla Resistenza, mentre qualche anno dopo, il disincantato Zeisig, dopo aver dato rifugio alla bellissima compagna di Meyer, la comunista Frida (Thekla Reuten), è costretto a sua volta a fuggire. Pensa di andare a Hollywood ma invece atterra a Mosca, nel famigerato Hotel Lux. Là, nel leggendario paradiso perduto del Comintern, fra spie e delatori, veri comunisti e impostori, Hans, grazie ad un errore dei servizi segreti, interpreta il ruolo della sua vita: l’astrologo personale di Stalin. Forte dell’appoggio del dittatore e travolto dagli eventi, spera così di mantenere il suo stile di vita bohémien. Ma presto realizza di essere passato dalla padella alla brace: microfoni nascosti registrano ogni sua parola, e Stalin stesso comincia a recitare una pericolosa commedia.

La kryptonite nella borsa

di Ivan Cotroneo, Italia, 2011, 98’

Cast: Valeria Golino, Cristiana Capotondi, Luca Zingaretti, Libero De Rienzo, Fabrizio Gifuni, Luigi Catani

Ogni famiglia ha i suoi segreti, ma alcuni fanno più ridere di altri. Napoli, 1973. Peppino Sansone (Luigi Catani) ha 9 anni, una famiglia affollata e piuttosto scombinata e un cugino più grande, Gennaro, che si crede Superman. Le giornate di Peppino si dividono tra il mondo folle e colorato dei due giovani zii Titina (Cristiana Capotondi) e Salvatore (Libero De Rienzo), fatto di balli di piazza, feste negli scantinati e collettivi femminili, e la sua casa dove la mamma (Valeria Golino) si è chiusa in un silenzio incomprensibile e il padre (Luca Zingaretti) cerca di distrarlo regalandogli pulcini da trattare come animali da compagnia. Quando però Gennaro muore, la fantasia di Peppino riscrive la realtà e lo riporta in vita, come se il cugino fosse effettivamente il supereroe che diceva di essere. È grazie a questo amico immaginario, a questo Superman napoletano dai poteri traballanti, che Peppino riesce ad affrontare le vicissitudini della sua famiglia e ad accostarsi al mondo degli adulti.

Il mio domani

di Marina Spada, Italia, 2011, 88’

Cast: Claudia Gerini, Raffaele Pisu, Claudia Coli, Paolo Pierobon, Lino Guanciale, Enrico Bosco

Monica (Claudia Gerini), donna manager, decide di mettere in discussione il precario equilibrio costruito intorno al lavoro e agli affetti, in una Milano antonioniana. Ha una relazione con Vittorio (Paolo Pierobon), il presidente della società per cui lavora e dal quale avverte un distacco crescente, e un conflittuale rapporto che la lega alla sorellastra Simona (Claudia Coli) e al padre (Raffaele Pisu). La donna è spinta, forse da un celato desiderio di riparazione, ad aiutare il nipote Roberto (Enrico Bosco), uno schivo diciassettenne. Frequenta un seminario sull’autoritratto fotografico dove conosce Lorenzo (Lino Guanciale), con il quale vive una breve relazione, che non riesce tuttavia a distogliere Monica dalle sue inquietudini. A questo punto della sua vita, deve fare i conti con il passato. La morte del padre, malato da tempo, le offrirà la possibilità di una rinascita. Potrà così trovare il coraggio di affrontare il sentimento di abbandono e tradimento che prova per Vittorio e la disillusione per aver creduto in un lavoro che ora scopre pieno di ambiguità e inganni.

Il paese delle spose infelici / Annalisa

di Pippo Mezzapesa, Italia, 2011, 82’

Cast: Nicolas Orzella, Luca Schipani, Cosimo Villani, Vincenzo Leggieri, Gennaro Albano, Aylin Prandi, Antonio Gerardi

Veleno (Nicolas Orzella), un ragazzo di 15 anni, pedala forsennato sulla sua bicicletta per star dietro ai suoi nuovi amici. Sono diversi da lui, sono figli della strada, impennano con i loro motorini e si sfidano sul campo di calcio della loro squadra, la Cosmica. Cimasa (Cosimo Villani), Capodiferro (Vincenzo Leggieri) e Natuccio (Gennaro Albano) hanno un capo indiscusso, Zazà (Luca Schipani), autentico talento del calcio. Lo scenario offerto dal piccolo paese del Sud – la fabbrica, l‘inquinamento, la droga e le invettive demagogiche del politico locale in ascesa Vito Cicerone (Antonio Gerardi) – non promette niente di buono. Ma i loro giorni cominciano a prendere una piega inattesa quando una strana madonna randagia, la bellissima Annalisa (Aylin Prandi), entra nelle loro vite volando dall’alto di una chiesa, vestita da sposa. Zazà e Veleno, maldestri e appassionati, riescono ad avvicinarla e quel contatto è pura estasi. Regia scabra e insieme nervosa per disegnare i volti e i paesaggi dissecati del Tarantino.

Magic Valley

di Jaffe Zinn, USA, 2011, 80’

Cast: Scott Glenn, Kyle Gallner, Alison Elliott, Matthew Gray Gubler, Brad William Henke, Will Estes

È una calda mattina d’ottobre come tante nella tranquilla cittadina di Buhl, nell’Idaho, ma per molti dei suoi abitanti sarà una giornata davvero particolare. Un allevatore di pesce trova i suoi animali avvelenati da un vicino egoista, lo sceriffo trascura i suoi doveri e usa l’auto di servizio per scopi personali, un paio di bambini scelgono uno strano gioco nei campi soleggiati. Sarà un giorno diverso soprattutto per TJ Waggs, uno studente di scuola superiore che, dopo una festa selvaggia, porta sulle spalle il peso di un terribile segreto. Girato con fredda e chirurgica determinazione, ma riscaldato da soprassalti stilistici, il film narra con occhio da entomologo i vizi segreti della provincia americana dove anche il male assomiglia a un gioco sbagliato e rischioso tra ragazzi.

Poongsan

di Juhn Jaihong, Corea del Sud, 2011, 121’

Cast: Yoon Kye-Sang, Kim Gyu-Ri

Anche se nessuno può facilmente attraversare il confine fra la Corea del Nord e del Sud, il giovane Poongsan (Yoon Kye-Sang) valica il confine per recapitare il dolore e i desideri di famiglie lontane, le stesse che lasciano messaggi sul muro che separa le due regioni, la cosiddetta zona demilitarizzata. L’uomo, sorta di supereroe, si assume il rischio senza timore. Un giorno, per una misteriosa richiesta di agenti governativi, Poongsan si introduce di nascosto nella Corea del Nord per persuadere In-oak (Kim Gyu-Ri), amante di un disertore nordcoreano, a seguirlo. Lungo la strada per la Corea del Sud, i due giovani si innamorano. L’amante della donna intuisce i sentimenti che Poongsan e Ino-ak provano l’uno per l’altra e, geloso, consegna il protagonista agli agenti governativi indietro con In-oak, a condizione che intervenga a favore di un agente sudcoreano infiltratosi nella Corea del Nord. Scritto e prodotto dal grande regista coreano Kim Ki-duk.

Une vie meilleure / A Better Life

di Cédric Kahn, Francia – Canada, 2011, 112’

Cast: Guillaume Canet, Leïla Bekhti, Slimane Khettabi

Yann (Guillaume Canet, attore e regista francese, già al Festival del Film di Roma con Last Night e il suo film da regista Les petits mouchoirs), cuoco trentacinquenne, e Nadia (Leïla Bekhti), una cameriera ventottenne, madre di un bambino, decidono di mettere tutte le loro energie nell’acquisto di un ristorante. Decisi e appassionati nel progetto, ma privi di risorse economiche, cercano di realizzare il loro sogno all’interno di una giungla di finanziamenti e prestiti bancari che rapidamente li sommergono. Per tirarsi fuori dai guai, Nadia deve accettare un lavoro in Canada e lasciare il figlio, mentre Yann è costretto a rimanere per salvare il ristorante. Insieme, l’uomo e il bambino affrontano creditori implacabili, un sistema indifferente e una dura quotidianità. Yann comprende che la sola possibilità di salvezza è riunirsi con la donna che ama – e riunire madre e figlio – raggiungendo Nadia in Canada per garantirsi una vita migliore.

Voyez comme ils dansent /See How They Dance

di Claude Miller, Francia – Canada – Svizzera, 2010, 99’

Cast: Marina Hands, James Thiérrée, Maya Sansa, Yves Jacques, Anne-Marie Cadieux, Aubert Pallascio

Lise, una regista francese (Marina Hands), attraversa il Canada in treno, in mezzo alla neve, dalla costa orientale a quella occidentale. Il viaggio la conduce da Alexandra (Maya Sansa), medico di frontiera e ultima compagna del suo ex marito, un artista, clown e performer di fama mondiale (James Thiérrée) scomparso nel nulla. Ciascuna delle due donne cercherà di capire come l’uomo della propria vita abbia amato l’altra. Entrambe cercheranno di spiegarci come si può condividere l’esistenza con la nevrosi dell’arte. Straordinario duetto femminile e straordinario il talento del funambolo della scena James Thiérrée, figlio di Victoria Chaplin, inventrice di “Le cirque imaginaire”.

Zui Ai / Love for Life

di Gu Changwei, Cina, 2011, 100’

Cast: Zhang Ziyi, Aaron Kwok

In un piccolo villaggio cinese un traffico illecito di sangue ha diffuso l’AIDS nella comunità. La famiglia Zhao è al centro della vicenda: Qi Quan, il figlio maggiore, è stato il primo a indurre i vicini a donare il sangue con la promessa di denaro veloce. Il nonno, disposto a tutto pur di rimediare al danno causato dalla sua famiglia, trasforma la scuola locale in una casa di cura per i malati. Fra i pazienti c’è il suo secondo figlio De Yi (Aaron Kwok), che affronta la morte imminente con rabbia e incoscienza. De Yi incontra la bellissima Qin Qin (Zhang Ziyi), moglie del cugino, recente vittima del virus. I due sono attratti l’uno dall’altra, condividendo l’amarezza e la paura del loro destino. Pur senza aspettative per il futuro, diventano amanti ma si accorgono presto di essere davvero innamorati l’uno dell’altra. Il sogno di vivere la loro relazione in modo legittimo e libero viene compromesso quando i compaesani li scoprono: con il tempo che scivola via, devono decidere se arrendersi o dare una possibilità alla felicità prima che sia troppo tardi.

SELEZIONE UFFICIALE – FUORI CONCORSO

A Few Best Men

di Stephan Elliott, Australia, 2011, 97’

Cast: Xavier Samuel, Kris Marshall, Kevin Bishop, Laura Brent, Olivia Newton-John

Quando il giovane David (Xavier Samuel), inglese, annuncia che sta per sposare una ragazza australiana (Laura Brent), i suoi sciagurati amici danno un significato completamente nuovo alla frase “nella buona e nella cattiva sorte”… In terra australiana l’ultra-caotico giorno delle nozze mette a dura prova sia il rapporto tra gli sposi, sia il rapporto di David con i suoi tre testimoni, rischiando di trasformare quello che dovrebbe essere il più bel giorno della vita nel peggiore di tutti. Un divertente “scontro di civiltà” tra gli amici di lui e la famiglia di lei, perché il sangue non è acqua! Una irresistibile, sboccata, commedia dall’autore di Priscilla, la regina del deserto e del bellissimo Easy virtue – Un matrimonio all’inglese, già molto applaudito al Festival di Roma. Grande ritorno del mito Olivia Newton-John.

L’industriale

di Giuliano Montaldo, Italia, 2011, 94’

Cast: Pierfrancesco Favino, Carolina Crescentini, Eduard Gabia, Francesco Scianna

Il quarantenne Nicola (Pierfrancesco Favino) è proprietario di una fabbrica sull’orlo del fallimento di una Torino nebbiosa e notturna, immersa nella grande crisi economica che soffoca tutto il paese. Ma è orgoglioso, tenace. Ha deciso di risolvere i suoi problemi senza farsi scrupoli. Sua moglie Laura (Carolina Crescentini, che aveva già lavorato con Montaldo in I demoni di San Pietroburgo) è sempre più lontana, ma Nicola non fa nulla per colmare la distanza che ormai li separa. Assediato dagli operai che lo pressano per conoscere il loro destino, Nicola avverte che qualcosa sta turbando l’unica certezza che gli è rimasta: il matrimonio. Ma invece di aprirsi con Laura comincia a sospettare di lei e a seguirla di nascosto. Tutto precipita. Nicola annaspa e tira fuori il peggio di sé. Poi tutto sembra tornare a posto: l’azienda, il matrimonio, il successo sociale. Ma l’uomo ha più di un segreto da nascondere e il ritratto sociale prende sfumature dostoevskijane.

The Lady

di Luc Besson, Francia, 2011, 145’

Cast: Michelle Yeoh, David Thewlis

The Lady è la straordinaria storia dell’attivista birmana Aung San Suu Kyi (Michelle Yeoh, la diva malese di Memorie di una geisha), Premio Nobel per la Pace tornata libera, dopo oltre vent’anni di arresti domiciliari, il 13 novembre 2010, e di suo marito, l’inglese Michael Aris (David Thewlis). Nonostante la distanza, le lunghe separazioni e un regime pericolosamente ostile, l’amore tra la donna leader del movimento democratico in Birmania e il marito durerà fino alla fine. Una storia di dedizione e di umana comprensione all’interno di una situazione politica convulsa che ancora oggi persiste, ma anche il racconto di una scelta terribile, quella tra la fedeltà alla propria battaglia e l’amore per il compagno. The Lady, girato tra la Birmania, Bangkok e Oxford, è stato scritto dalla sceneggiatrice Rebecca Frayn nell’arco di tre anni: grazie agli incontri con le figure chiave dell’entourage di Aung San Suu Kyi, ha potuto ricostruire per la prima volta la vera storia dell’eroina nazionale birmana.

Like Crazy

di Drake Doremus, USA, 2010, 90’

Cast: Anton Yelchin, Felicity Jones, Jennifer Lawrence, Charlie Bewley, Alex Kingston, Oliver Muirhead, Finola Hughes, Chris Messina

Una storia d’amore è un racconto tanto fisico quanto emozionale: Like Crazy mostra mirabilmente come il primo vero amore sia appassionante, incantevole e al contempo devastante. Anna (Felicity Jones, che compare anche nel cast di Hysteria), una studentessa inglese, si trasferisce a Los Angeles per frequentare il college e lì si innamora di Jacob (Anton Yelchin), un suo compagno di classe americano. Dopo il diploma, nonostante il suo visto di soggiorno sia scaduto, Anna decide di rimanere negli Usa. Costretta a rimpatriare a Londra, non potrà più vedere Jacob per un lungo periodo: il loro amore romantico viene messo a dura prova dalle difficoltà e dalle tentazioni della lontananza.

Mon pire cauchemar / My Worst Nightmare

di Anne Fontaine, Francia – Belgio, 2011, 99’

Cast: Isabelle Huppert, Benoît Poelvoorde, André Dussollier

Agathe (Isabelle Huppert) vive con figlio e marito (André Dussollier) in un ricco appartamento di fronte all’elegante parco del Lussemburgo. Patrick (Benoît Poelvoorde), invece, vive con suo figlio nel retro di un furgone. Lei è la direttrice di una prestigiosa fondazione di arte contemporanea. Lui vive di lavori occasionali e grazie ai sussidi della previdenza sociale. Lei ha conseguito la laurea universitaria dopo 7 anni. Lui ha trascorso quasi 7 anni dietro le sbarre. Lei ha buoni rapporti con il Ministero della Cultura e delle Arti. Lui ha buoni rapporti con tutte le bevande alcoliche che incrociano il suo cammino. Lei ama le discussioni intellettuali. Lui apprezza il sesso occasionale con compagne di letto dal seno grosso. Sono due persone diametralmente opposte e non tollerano l’uno la vista dell’altro. Non avrebbero mai voluto incontrarsi, ma i loro figli sono inseparabili. Alla fine capiranno il perché. Sesso e lotta di classe per una commedia al servizio di grandi attori.

My Week with Marilyn

di Simon Curtis, UK, 2011, 96′

Cast: Michelle Williams, Emma Watson, Kenneth Branagh, Judi Dench

Londra, estate 1956. Il ventitreenne Colin Clark (Eddie Redmayne) lavora come assistente alla regia sul set del film Il principe e la ballerina (The Prince and the Showgirl, 1957), diretto e interpretato da Laurence Olivier (Kenneth Branagh), che vede come protagonista femminile Marilyn Monroe (Michelle Williams), in luna di miele con il suo nuovo marito, il commediografo Arthur Miller (Dougray Scott). Quando l’uomo va a Parigi per lavoro, Clark trascorre una settimana con la Monroe, alla scoperta della vita londinese lontani dalle pressioni del set. Il film è basato sui due diari scritti da Colin Clark, The Prince, The Showgirl and Me e My Week with Marilyn, che raccontano le esperienze sul set del film Il principe e la ballerina e i giorni trascorsi in compagnia di Marilyn. L’ adattamento e la sceneggiatura sono di Adrian Hodges.

Un giorno questo dolore ti sarà utile

di Roberto Faenza,  Italia, 2011, 99’

Cast: Toby Regbo, Marcia Gay Harden, Peter Gallagher, Lucy Liu, Stephen Lang, Deborah Ann Woll, Ellen Burstyn

Tratto dall’omonimo romanzo di Peter Cameron, è il ritratto lieve e appassionato della New York di oggi, raccontato attraverso gli occhi del giovane James (Toby Regbo, già visto in Mr. Nobody), in crisi di identità anche sessuale, e della sua strana famiglia. La madre Marjorie (il Premio Oscar Marcia Gay Harden) colleziona mariti: il terzo, un giocatore compulsivo (Stephen Lang), l’ha abbandonato durante la luna di miele. Il padre Paul (Peter Gallagher) esce con donne che potrebbero essergli figlie. Al contrario, la sorella Gillian (Deborah Ann Woll) si innamora di uomini con il doppio della sua età. Solo Nanette (il Premio Oscar Ellen Burstyn), una nonna anticonformista, comprende lo spaesamento di un diciassettenne inquieto. James viene mandato in terapia da una life coach (Lucy Liu), psicoterapeuta dai metodi non convenzionali, nella quale il ragazzo trova una guida stimolante. E finisce per porsi una domanda alla quale urge dare una risposta: se io sono un disadattato, allora gli altri cosa sono? Coproduce la grande costumista Premio Oscar Milena Canonero.

Too Big to Fail / Il crollo dei giganti

di Curtis Hanson, USA, 2011, 110’

Cast: William Hurt, Edward Asner, Billy Crudup, Paul Giamatti, Topher Grace, Cynthia Nixon, Bill Pullman, Tony Shalhoub, James Woods

Una sconcertante cronaca della crisi finanziaria del 2008 e del fallimento del colosso Lehman Brothers. Henry “Hank” Paulson (William Hurt) è il segretario del Tesoro ed ex Presidente e Amministratore Delegato di Goldman Sachs. Attorno a lui si muovono i magnati che governano l’economia del pianeta: il Presidente della Federal Reserve; il Presidente della New York Federal Reserve Bank; il Presidente e Amministratore Delegato di JP Morgan Chase; l’Amministratore Delegato della Lehman Brothers. Il film attraversa le intricate vite di questi potenti broker, alle prese con l’avvio del più grave crack finanziario dal 1929. Dai retroscena di quella che è stata definita “la grande depressione del terzo millennio”, alle manovre elaborate nei feudi dell’alta finanza e nei corridoi della politica, fino agli incontri segreti e alle trattative riservate, il film affonda lo sguardo in ciascun aspetto del colossale crollo economico. Con un’attenzione particolare all’aspetto umano, ovvero alle scelte, alle passioni, alle illusioni e alla sete di potere di quelli che si sentono «troppo grandi per fallire».

I Want To Be A Soldier

I want to be a soldierAdolescenti violenti? Tutta colpa di certa tv. Lo sostiene Christian Molina nel film co-prodotto da Valeria Marini, col patrocinio di Unicef e Movimento Italiano Genitori. Ma la tesi, quanto il film, traballa e non convince

di Lucia Santarelli
lucia.santarelli@libero.it

È una tesi discutibile – nel senso più ampio del termine, visto il dibattito suscitato all’anteprima ufficiale del film – quella sostenuta da Christian Molina nel suo I want to be a soldier, già vincitore della sezione “Alice nella città” del Festival di Roma 2010, in uscita nelle sale italiane il 14 ottobre.

Per il giovane regista spagnolo, rabbia, aggressività, bullismo e gli atti d’incomprensibile violenza omicida di cui alcuni adolescenti si rendono protagonisti sono il frutto amaro della sovraesposizione televisiva. I ragazzi, complice l’incuria di genitori altrove affaccendati, abbandonati alle cruente immagini libere di circolare anche in fascia protetta, rischiano di trasformarsi in teppisti esaltati, fautori della guerra e delle armi; esattamente ciò che accade ad Alex, il bambino di dieci anni protagonista del film.

Sarà, ma l’allarme rosso contro la tv diseducativa che il film, col patrocinio di Moige (Movimento Italiano Genitori) e Unicef, intende lanciare, non convince. E non tanto perché tra i co-produttori, oltre che in un ruolo marginale, c’è Valeria Marini, che deve molta della sua popolarità all’intrattenimento trash del prime time, dai contenuti formativi difficilmente rintracciabili (sarà un limite, ma nessuno tra i cronisti in sala riesce a scorgere in lei l’attrice oltre la showgirl). Quanto piuttosto perché la pregevole intenzione d’indagare le cause della violenza nei pre-adolescenti finisce per essere sommariamente risolta attraverso banali semplificazioni, liquidata ricorrendo alla stantia teoria ipodermica e alla pletora di ricerche americane sugli effetti da abuso di tv e videogiochi. Se Alex compie azioni violente e contempla ripetutamente l’ipotesi di uccidere, teniamoci caro il dubbio che non sia per imitazione dell’uso disinvolto delle armi visto in tv nella solitudine della sua cameretta, ma per qualcosa di più profondo. E Molina, in modo confuso e contraddittorio, forse senza intenzione, sembra anche suggerirlo attraverso l’ingombrante co-protagonista della storia: “l’amico immaginario” con cui Alex vive in simbiosi. Un’allucinazione (il regista non se ne abbia a male per questa definizione) costante e onnipresente che alla nascita dei fratellini gemelli di Alex smette i panni apparentemente innocui di un eroico astronauta per vestire quelli di un soldato brutale che istiga alla violenza. Alex, come un soldato, ubbidisce ai suoi ordini: si rasa a zero, si sbarazza delle costellazioni celesti che tappezzano le pareti, appende croci celtiche, diventa aggressivo e prepotente. La totale incapacità dei genitori di cogliere il dramma di Alex – resa in sceneggiatura in modo del tutto inverosimile, ahimè – si somma all’impotenza della psicoanalisi, raccontata attraverso il personaggio dello psicologo che, a scanso d’equivoci, sembra un redivivo Freud. L’occasione di raccontare una crisi giovanile è soffocata, dunque, dal precipitoso additare il colpevole, il monstrum televisivo; escludendo peraltro ogni considerazione sulla Rete e sui nuovi accessi digitali, che rendono la tesi ulteriormente fuori tempo. Il ricorso agli stereotipi inficia anche gli aspetti stilistici e formali del film; il registro linguistico è inchiodato a scontati americanismi, complice una sceneggiatura mediocre tenuta a stento da inquadrature tecnicamente irreprensibili ma paradossalmente mutuate dalle serie televisive d’oltreoceano.

Unica stella nello sbiadito firmamento della storia è Fergus Riordan, più che convincente nel ruolo di Alex. Con molta probabilità è a lui, e non al film, che i giurati under 12 di Alice nella città hanno assegnato il premio.

Tron: Legacy

Tron: Legacy

Il sequel sci-fi targato Disney mescola intrattenimento cibernetico e ambizioni filosofiche: uno spettacolo per gli occhi, ma che non lascia il segno

di Elena Mandolini
mand.mae@libero.it

Sam Flynn è un giovane ribelle che preferisce vivere alla giornata anziché sfruttare le sue capacità. Il suo comportamento antisociale altro non è che il frutto della scomparsa del padre, Kevin, avvenuta quando era solo un bambino. Kevin era un genio dei computer e dei videogiochi, il cui sogno era creare un universo cibernetico. Una sera Sam, seguendo un segnale del cercapersone del padre, si ritrova nella vecchia sala giochi Flynn. Dietro il videogioco più famoso, Tron troverà un laboratorio segreto e l’ingresso in quell’universo cibernetico che Kevin aveva tanto sognato. In questo mondo, Sam troverà tutte le risposte che cerca.

Da vedere rigorosamente in 3D. Uno spettacolo per gli occhi, entusiasmante mentre lo guardi, ma con poca storia alle spalle. Tron è il tipico film da assaporare per deliziare lo sguardo e rilassare la mente. Finito il film si ha quasi la voglia di chiedersi cosa ci volessero comunicare storia e personaggi. Potenzialmente una pellicola leggendaria, lascia invece morire importanti aspetti della sceneggiatura; le dicotomie psicologiche dei protagonisti vengono solo accennate, il ritrovato rapporto tra padre e figlio non viene approfondito, ma si risolve nell’arco di una giornata perché Sam è più impegnato a salvare le grazie della bella Quorra, per non parlare dell’accennato aspetto religioso. Un personaggio chiave del film viene rappresentato come un nuovo messia, c’è chi viene esplicitamente definito Dio e vengono toccati anche importanti aspetti della religione buddista. Sinceramente, per un film che per i suoi tre quarti è solo combattimenti e inseguimenti diventa solo un bagaglio in più e quasi ridicolo. Inoltre, alcune sottotrame, alcuni momenti che sembrano cardini fondamentali della storia, vengono abbandonati quasi come se gli sceneggiatori Adam Horowitz e Eddie Kitsis si fossero scordati di chiudere lo script.

Tutto il film regge sulla magnifica fotografia, gli effetti speciali, i led sgargianti che contrastano con il nero e l’oscurità del male. E’ qui che il regista Joseph Kosinski dà il massimo, è qui che la bellezza di Tron appare sgargiante proprio come i suoi colori. Così, presa dalle immagini, dalla superlativa colonna sonora dei Daft Punk, un vero e proprio concerto, e nonostante le pecche nella storia, ti ritrovi ad entusiasmarti a parteggiare per i buoni. Ma niente di più. Il giorno dopo, ricordi solo i bei colori e gli effetti speciali. Bravo Jeff Bridges, accompagnato da una deliziosa Olivia Wilde ed un Micheal Sheen che sembra quasi un’ennesima versione del Cappellaio Matto.

In un mondo migliore

In un mondo migliorePremiato a Roma, il film della regista danese Susanne Bier indaga con spietato realismo il rapporto tra l’individuo e l’ineluttabile violenza dei rapporti umani e sociali

di Raffaele Serinelli
raffaeleserinelli@hotmail.com

Presentato all’ultima edizione del Roma Film Festival, premiato con il riconoscimento della Giuria e del pubblico, candidato ufficiale della Danimarca agli Oscar, In un mondo migliore arriva nelle sale italiane con un curriculum di tutto rispetto. Le vite di due famiglie si incrociano in una fredda cittadina della provincia danese. Anton è un medico che lavora in un campo nomadi africano, la distanza e i poco frequenti ritorni a casa hanno minato seriamente il rapporto con la moglie Marianne, e ridotto al minimo la possibilità di stare accanto al figlio Elias, ragazzino timido e oggetto privilegiato delle attenzioni dei bulletti della scuola. Christian, orfano di madre, si trasferisce con il padre in casa della nonna; nella nuova scuola incontra Elias e, fra i due ragazzini, nasce subito un’intesa speciale, che si trasforma presto in una pericolosa amicizia.

Senza alcun dubbio, il mondo che la regista danese Susanne Bier ci propone con questo suo ultimo film è un luogo dove la violenza sembra non avere confini. Sempre più in crisi, i personaggi di questa pellicola giocano a turno la personalissima partita a scacchi con la morte. Christian è un bambino disturbato, silenzioso e pericoloso, sfoga il dolore per la perdita della madre compiendo azioni da vero terrorista, mettendo in pericolo a più riprese la sua vita e quella di chi gli sta intorno. Vittima di una incomunicabilità di fondo con il padre, il piccolo diavolo trascina nell’oblio della sua mente pericolosa il malcapitato Elias. Quest’ultimo, ingenuo ragazzino picchiato dai bulli, asseconda le azioni scriteriate del nuovo amico, affascinato dalla sua forza distruttrice e soggiogato dalla filosofia del fine che giustifica i mezzi. La morte in questo film è ovunque, nel suo aspetto più metaforico, cioè cessazione dei sentimenti e distacco fra le persone, al suo aspetto più crudo ed insopportabile, con il dolore provocato da azioni di inspiegabile violenza ad opera di chi sta a capo dei branchi selvaggi di assassini senza scrupoli nel cuore del continente africano. Anton combatte la sua battaglia su due fronti, in famiglia, cercando vanamente di impartire sani principi ai figli, e nel campo profughi, dove lotta costantemente per salvare le vite di centinaia di bisognosi. Se c’è una cosa che non convince del film è proprio insita in un finale incredibilmente positivo. La visione della società, del mondo intero, tutto procede ibernando sentimenti ed estrinsecando solo il peggio che si possa ottenere da certe dinamiche. Non c’è salvezza per i personaggi, anche quando sembra poter apparire un barlume di speranza, tutto ricade nella disumana (o troppo umana) incapacità di resistere al selvaggio. Troppo ci sarebbe da dire per avvalorare la tesi che un finale come quello proposto dalla regista sia del tutto inappropriato, tale da invalidare l’intera pellicola che diversamente sarebbe stata davvero impeccabile. Nulla da eccepire dal punto di vista stilistico, la Bier dimostra di saper padroneggiare questo mezzo espressivo, regalandoci una fotografia eccellente. Ottima l’interpretazione di Mikael Persbrandt nei panni di Anton, in sintonia con un cast di attori tutti credibili nei ruoli interpretati.

We Want Sex

We Want Sex

Dal regista de L’Erba di Grace, Nigel Cole, uno spaccato ironico e intelligente sul mondo del lavoro al femminile nella Ford degli anni 60

di Elena Mandolini
mand.mae@libero.it

Siamo a Dagenham nel 1968. La fabbrica della Ford offre lavoro a circa 55mila operai; gli uomini si dedicano alle automobili in un nuovo dipartimento, mentre le 187 donne cuciono i sedili in pelle nell’ala della vecchia fabbrica, che cade letteralmente a pezzi. Quando vengono classificate come “operaie non qualificate”, pur lavorando in condizioni assurde, le operaie insorgono. Ironiche, battagliere e coraggiose riescono a farsi ascoltare dai sindacati, dalla comunità locale e dal governo.

Delizioso! Il nuovo film di Nigel Cole riesce in un intento non da poco: farti uscire dalla sala cinematografica con un sorriso stampato sulla faccia e con in tasca la soddisfazione di aver ben speso il tuo tempo e i tuoi soldi. Versione rivista e corretta per meglio adattarla al grande schermo, We Want Sex si incentra fatti realmente accaduti nell’Inghilterra di fine anni Sessanta. Divertente, irriverente ma anche intelligente e acuta, l’ultima fatica di Nigel Cole è ben costruita sia nella sceneggiatura che nella regia. Come anche nei suoi precedenti film, Calendar Girls e L’erba di Grace, il regista si dimostra un gran indagatore dell’animo femminile senza mai cadere in clichè o mancare di rispetto alle donne. Con ironia e sarcasmo, indaga le discriminazioni lavorative subite dalle donne, le lotte dei sindacati e persino le difficoltà che incorrono fra i sindacati e i sindacalisti che spesso, paradossalmente, si trovano in disaccordo. Naturalmente non poteva mancare l’eterno dilemma femminile: realizzarsi nel lavoro, oppure fra le mura domestiche, o magari riuscire a trovare un equilibrio fra entrambe le strade? Commedia sociale che ben riesce agli inglesi, basti pensare anche al divertente Full Monty, We Want Sex non solo racconta le donne di ieri ma anche quelle di oggi che continuano ancora a lottare per avere parità in diversi ambiti lavorativi. Altro merito da attribuire al film: riuscire ad attualizzare un evento del passato per meglio farlo comprendere.

Sally Hawkins, nei panni della leader Rita O’Grady è molto brava, ma Bob Hoskins, qui delegato sindacale, è una vera e propria forza della natura. Presentato al Festival Internazionale del Cinema di Roma di questa edizione: da vedere e rivedere!

Il mio nome è Khan

Il mio nome è KhanPresentato al Festival di Roma e a Berlino, il film di Karan Johar ambisce all’impegno sociale, con vizi e virtù degli stilemi bollywoodiani

di Angelo Mozzetta
angelomozzetta@tiscali.it

Il Festival di Roma ospita Il mio nome è Khan, ultimo grande successo di Bollywood, già visto a febbraio fuori concorso in quel di Berlino e detentore di vari record d’incassi fra India e Regno Unito per pellicole di genere. Trama: Rizwan Khan (Shahrukh Khan), indiano musulmano di Bombay, è emarginato sin dall’infanzia perché soffre della Sindrome di Asperger. Con l’aiuto di un vecchio professore scoprirà di avere delle ottime qualità, scatenando la gioia della madre e la gelosia del fratello Zakir (Jimmy Shergill) che, appena può, si allontana da casa e finisce col diventare venditore di successo negli USA. Alla morte della madre, anche Khan si trasferisce e comincia a lavorare per lui come venditore di prodotti di bellezza, attività con cui conoscerà la splendida parrucchiera Mandira (Kajol), ragazza-madre divorziata. L’idillio (e il registro narrativo) viene interrotto dal 9/11, che cambierà la vita di tutta la comunità musulmana già da tempo integrata.

Il tema centrale del film è certamente l’interpretazione della stella Shahrukh Khan, che interpreta alla grande la parte dello stupidotto geniale, curandone maniacalmente la voce, i gesti, l’espressione. Altrettanto bravo (o furbo) il regista Karan Johar a lasciargli spazio e a riuscire a ritagliarsi comunque la sua fetta di gloria girando con buon ritmo e costruendo spesso scene non banali su temi triti e ritriti. Kajol ha sicuramente un ruolo più semplice del protagonista, ma se la cava tutto sommato bene nelle scene drammatiche, mentre in quelle da commedia romantica brilla di luce propria. Azzeccati i volti del cast di contorno.
I classici stilemi bollywoodiani ci sono tutti: la musica, gli scenari esotici, i colori sgargianti, l’estetica patinata, il manicheismo dei valori rappresentati, il buonismo di fondo, la recitazione sopra le righe, gli scopiazzamenti ai fratelli maggiori di Hollywood. La sorpresa, in questo film, sta in una confezione per metà socialmente impegnata, evento raro nel cinema indiano: non aspettatevi granché, il modello principale (oltre a Rain Man) è Forrest Gump, di cui questa pellicola sembra incarnare pregi e difetti. Lo sforzo, anche se tardivo visto che dalle Twin Towers è passato un decennio, va comunque tenuto in considerazione anche quando non qualitativamente apprezzabile.

Come commedia, il film funziona; come film impegnato ha grossi problemi di introspezione, condizionato com’è dal dover raggiungere una fascia di pubblico (per cominciare l’India) così ampia e culturalmente eterogenea, e si riduce a un’accozzaglia di luoghi comuni a tratti imbarazzante per temi complessi come l’integrazione razziale, il terrorismo, la religione e il perdono; che poi qualche singola scena possa passare è tutt’altro discorso, come quella in cui Khan smentisce un terrorista che parla agli altri attentatori in moschea con l’esatta interpretazione di una delle più discusse sure del Corano. Ma c’è troppa ricerca di lacrime facili e consensi unanimi: il dolore per la perdita, gli afroamericani devastati dall’Uragano, l’amore materno… in via definitiva, una pellicola con troppe ambizioni per risultare compiuta e che, forse proprio per questo, riflette in se stessa Bollywood: può funzionare fino a quando non si prende troppo sul serio.

Io sono con te

Io sono con te

La storia di Maria di Nazareth messa in scena da Guido Chiesa esalta gli aspetti più umani e anticonformisti della figura sacra, ma non sfugge ai retaggi culturali più tradizionali

di Raffaele Serinelli
raffaeleserinelli@hotmail.com

Che si sia credenti o no, è difficile che la trama di questo film risulti completamente nuova. Il film che il regista torinese Guido Chiesa ha presentato al Festival internazionale del cinema di Roma (criticato da molti) porta sul grande schermo la storia di Maria di Nazareth. La giovanissima fanciulla, quattordicenne secondo quanto tramandato, è promessa in sposa all’umile falegname Giuseppe, terzo di tre fratelli e vedovo con due figli. Maria è una ragazza molto forte e determinata, una donna che prima di tutto, secondo quanto il film suggerisce, ha fatto dell’anticonformismo e dell’amore per il genere umano l’unica filosofia di vita possibile. Costretta al confronto costante con il fratello del marito, Mardocheo, attaccato cecamente alla sua visione patriarcale e maschilista delle gererchie sociali, Maria rifiuta ogni forma di sottomissione. Alla nascita di Gesù, la giovane madre si assume tutte le responsabilità in merito alla disciplina da impartire al proprio figlio, decisa a seguire solamente il proprio istinto.

Fin dalle prime battute, capiamo che questa pellicola è differente delle innumerevoli che hanno proposto visioni molto più divine del personaggio Maria di Nazareth. Non servono angeli o apparizioni mistiche a Guido Chiesa per approfondire l’aspetto che più sta a cuore al regista. Cosa c’è dietro la Vergine Maria? Quali erano gli aspetti fondamentali che la differenziavano dalle altre giovani fanciulle del tempo? Queste domande cercano una risposta nel modo più naturale possibile. Naturale come il metodo di rappresentazione delle vicende, narrate mediante un taglio che riproduca quanto più “fedelmente” possibile la vita di una figura divina cercandone gli aspetti più umani. Questo si traduce in una regia ridotta all’osso, potremmo definirla moderno realismo dato l’utilizzo di attori per lo più non professionisti e paesaggi scarni.La bravura di Chiesa, che nel costruire il personaggio Maria non nasconde elementi di provocazione, viene fuori quando sottolinea la natura subalterna dell’animo di Giuseppe. Una figura che assume dei connotati particolarmente inconsueti, tali da divenire oggetto di discussione all’interno della rigida conformazione sociale ricercata ed imposta dal fratello Mardocheo. Tutto gravita attorno alla nuova visione dell’umanità semplice di una donna caparbia e determinata. A proposito di provocazione nel narrare le vicende descritte nelle Sacre Scritture, avevamo apprezzato l’apporto che Gibson aveva dato alla violenza delle immagini del suo The Passion, ma nel film di Chiesa non c’è violenza bensì esaltazione degli aspetti più umani e meno considerati della giovane madre del Messia. Attraverso un attento studio di quanto tramandato da Luca (in particolare) e di quanto descritto nei testi apocrifi, Chiesa abbandona il divino per esaltare la potenza dell’agire umano, in nome di una visione molto più laica di quella che siamo abituati a vedere.

Oltre a questo, nel film si riscontra una difficoltà strutturale che nasce dalla maniacale costruzione dei personaggi che si traduce in un pressapochismo narrativo. L’aspetto particolarmente anticonformista che questo film cerca di sottolineare, diventa un’arma a doppio taglio. Se da una parte Chiesa si fa portatore di messaggi antidogmistici, la personalissima lotta di Maria contro gli aspetti più violenti della religione ebraica rischia di far cadere l’intero film in una contrapposizione tra differenti culture (cristiana ed ebraica) a beneficio unico di una di esse. Il film, cioè, rischia di rimanere ancora troppo legato a quei retaggi culturali dai quali cerca di svincolarsi.

Festival di Roma: i premi ufficiali

HaevnenUna giuria internazionale presieduta da Sergio Castellitto e composta dalla giornalista e scrittrice Natalia Aspesi, il regista Ulu Grosbard, lo scrittore Patrick McGrath, il regista Edgar Reitz e la direttrice del Museo della Arti Multimediali di Mosca Olga Sviblova, ha giudicato i film in Concorso nella Selezione Ufficiale.

La giuria internazionale ha assegnato:

- Premio Marc’Aurelio della Giuria al miglior film: Kill Me Please di Olias Barco

- Gran Premio della Giuria Marc’Aurelio: Hævnen – In a Better World di Susanne Bier

- Premio Speciale della Giuria Marc’Aurelio: Poll di Chris Kraus

- Premio Marc’Aurelio della Giuria al miglior attore: Toni Servillo per Una Vita Tranquilla

- Premio Marc’Aurelio della Giuria alla migliore attrice: tutto il cast femminile di Las Buenas hierbas

- Targa Speciale del Presidente della Repubblica Italiana al film che meglio mette in rilievo i valori umani e sociali: Dog Sweat di Hossein Keshavarz

IL PREMIO ASSEGNATO DAL PUBBLICO

Attraverso un sistema elettronico, il Festival ha previsto la partecipazione di tutti gli spettatori all’assegnazione del Premio Marc’Aurelio del pubblico al miglior film – BNL in Concorso nella Selezione Ufficiale.

Il pubblico ha assegnato il:

- Premio Marc’Aurelio del Pubblico al miglior film – BNL: Hævnen – In a Better World di Susanne Bier

IL PREMIO ASSEGNATO AL MIGLIOR DOCUMENTARIO PER LA SEZIONE L’ALTRO CINEMA | EXTRA

Una giuria internazionale di documentaristi, diretta da Folco Quilici e composta da Anna Glogowski, Villi Herman, Alexandre O. Philippe e Kayo Yoshida, ha assegnato il:

- Premio Marc’Aurelio al miglior documentario per la sezione L’Altro Cinema | Extra: De Regenmakers di Floris-Jan Van Luyn

IL PREMIO ASSEGNATO DALLA GIURIA ESORDIENTI

A partire dall’edizione 2010, in collaborazione con il Dipartimento della Gioventù della Presidenza del Consiglio dei Ministri, viene attribuito il Premio Marc’Aurelio Esordienti. Il nuovo riconoscimento intende premiare il miglior regista o il miglior interprete del film, alla sua opera prima.

La giuria composta da Andrea Piersanti (presidente), Valentina Carnelutti, Claudio Giovannesi, Uliana Kovaleva e Giampaolo Rossi, ha assegnato il:

- Premio Marc’Aurelio Esordienti: Kaspar Munk per Hold Om Mig

I PREMI ASSEGNATI DALLE GIURIE DI RAGAZZI

Ai film in concorso nella sezione Alice nella città sono stati attribuiti due premi Marc’Aurelio Alice nella città. I vincitori sono scelti da due giurie, una composta da ragazzi dagli otto ai tredici anni e l’altra dai quattordici ai diciassette, appositamente selezionate tra pubblico e scuole.

Le due giurie di ragazzi hanno assegnato il:

- Premio Marc’Aurelio Alice nella città sotto i 12 anni: I Want To Be a Soldier di Christian Molina

- Premio Marc’Aurelio Alice nella città sopra i 12 anni: Adem di Hans Van Nuffel

IL PREMIO MARC’AURELIO ALLA MEMORIA DI SUSO CECCHI D’AMICO

La quinta edizione del Festival ricorda con uno dei suoi premi ufficiali la sceneggiatrice italiana, scomparsa lo scorso 31 luglio.

PREMIO MARC’AURELIO ALL’ATTORE

Il Festival ha assegnato il Premio Marc’Aurelio all’attore a Julianne Moore.

Premio Marc’Aurelio della Giuria al miglior film

KILL ME PLEASE

di Olias Barco, Belgio, 2010, 96’

Cast: Virgile Bramly, Aurelien Recoing, Benoit Poelvoorde

Commedia nerissima e irresistibile, grottesca e scorrettissima. Il Dr Kruger vuole dare un senso al suicidio nella sua clinica dedicata alla morte. Ma con irresistibili paradossi la libera scelta si dimostrerà solo un’illusione. Una risata strozzata per un tema forte, l’eutanasia.

Gran Premio della Giuria Marc’Aurelio

HÆVNEN / IN A BETTER WORLD

di Susanne Bier, Danimarca, 2010, 113’

Cast: Mikael Persbrandt, Trine Dyrholm, Ulrich Thomsen

Una straordinaria e rischiosa amicizia tra i giovani Elias e Christian. La solitudine, la fragilità e il dolore, però, sono in agguato e presto l’amicizia si trasformerà in una pericolosa alleanza e in un inseguimento mozzafiato in cui sarà in gioco la vita stessa. E la credibilità di un padre.

Premio Speciale della Giuria Marc’Aurelio

POLL

di Chris Kraus, Germania, Austria, Estonia, 2010, 129’

Cast: Paula Beer, Edgar Selge, Tambet Tuisk

Vigilia della prima guerra mondiale. La quattordicenne Oda fa ritorno a casa, a Poll, ai confini tra Germania e Impero Russo Il padre Ebbo, scienziato morboso e inquietante, controlla la famiglia in modo crudele. Curiosa e ribelle, Oda si prende cura di un anarchico estone ferito.

Premio Marc’Aurelio della Giuria al miglior attore

TONI SERVILLO

Una vita tranquilla di Claudio Cupellini, Italia, Germania, Francia, 2010, 105’

Cast: Toni Servillo, Marco D’Amore, Francesco Di Leva

Rosario Russo è un ristoratore originario del Sud Italia perfettamente integrato in Germania. Ha cambiato identità, mantiene un basso profilo, parla un impeccabile tedesco e nulla lascia trasparire delle sue origini. Finché un giorno il passato non riappare sotto le sembianze del figlio Diego.

Premio Marc’Aurelio della Giuria alla migliore attrice

TUTTO IL CAST FEMMINILE

Las buenas hierbas di María Novaro, Messico, 2010, 120’

Cast: Úrsula Pruneda, Ofelia Medina, Ana Ofelia Murguía, Míriam Balderas

Dalia lavora in una radio. Sua madre, Lala, si occupa del Giardino Botanico dell’Università di Città del Messico. Due vite ordinarie fino a quando a Lala viene diagnosticato l’Alzheimer. Un viaggio nella chimica delle piante e del cervello umano.

Targa Speciale del Presidente della Repubblica Italiana al film che meglio mette in rilievo i valori umani e sociali

DOG SWEAT

di Hossein Keshavarz, Iran, Stati Uniti, 2010, 90’

Cast: Sara Esfahani, Tahereh Azadi, Shahrokhi Taslimi

Le vite di sei giovani ragazzi nell’Iran di oggi, narrate con l’urgenza sovversiva del cinéma vérité. Girato clandestinamente, a Teheran prima delle elezioni del 2009, il provocatorio film, produzione Iran/Usa sfida lo status quo dando voce alla voglia di ribellione delle nuove generazioni iraniane.

Premio Marc’Aurelio del Pubblico al miglior film – BNL

HÆVNEN / IN A BETTER WORLD

di Susanne Bier, Danimarca, 2010, 113’

Cast: Mikael Persbrandt, Trine Dyrholm, Ulrich Thomsen

Una straordinaria e rischiosa amicizia tra i giovani Elias e Christian. La solitudine, la fragilità e il dolore, però, sono in agguato e presto l’amicizia si trasformerà in una pericolosa alleanza e in un inseguimento mozzafiato in cui sarà in gioco la vita stessa. E la credibilità di un padre.

Premio Marc’Aurelio al miglior documentario

per la sezione L’Altro Cinema | Extra

DE REGENMAKERS

di Floris-Jan Van Luyn, Paesi Bassi, 2010, 70’

Fiumi devastati, città irrespirabili, campagne avvelenate. In Cina, scenari di commovente bellezza si alternano a gironi infernali. Con gli occhi di quattro attivisti votati alla sconfitta, uno sguardo antagonista e irrequieto di stilizzata modernità.

Premio Marc’Aurelio Esordienti

KASPAR MUNK

Hold Om Mig di Kaspar Munk, Danimarca, 2010, 76’

Cast: Julie Brochorst Andersen, Wili Julius Findsen, Sofia Cukic

Opera prima del regista danese Kaspar Munk, racconta la storia di quattro adolescenti alla ricerca della loro identità, che si ritrovano per un malinteso creatosi in classe ad essere responsabili e vittime al tempo stesso di un gioco sfuggito di mano.

Premio Marc’Aurelio Alice nella città sotto i 12 anni

I WANT TO BE A SOLDIER

di Christian Molina, Spagna, Italia, 2010, 88’

Cast: Fergus Riordan, Ben Temple, Andrew Tarbet, Valeria Marini

Alex ha otto anni, e un amico immaginario, l’astronauta Capitano Harry. Quando sua madre partorisce due gemelli, Alex, usando un ricatto emotivo, ottiene una televisione in camera: un mondo nuovo ed eccitante ma anche molto pericoloso che trasformerà il suo alter ego nel violento Sergente John Cluster.

Premio Marc’Aurelio Alice nella città sopra i 12 anni

ADEM

di Hans Van Nuffel, Belgio, 2010, 98’

Cast: Stef Aerts, Maarten Mertens,Wouter Hendrickx

Film d’esordio per Hans Van Nuffel. Tom e suo fratello Lucas soffrono di fibrosi cistica. In ospedale Tom conosce Xavier anche lui malato, ma ottimista convinto e Eline in quarantena per un’infezione. Non possono toccarsi. Possono solo parlarsi al telefono, eppure iniziano una storia d’amore.

I fiori di Kirkuk

I fiori di kirkuk

Dramma sentimentale nell’Iraq del regime, che intreccia il tema della resistenza curda a un triangolo amoroso che scivola troppo spesso nel melò

di Raffaele Serinelli
raffaeleserinelli@hotmail.com

Najla è una giovane irachena trasferitasi a Roma per studiare medicina. Siamo negli anni 80, la sua terra d’origine è sconvolta dalle brutali azioni di sterminio, ad opera di Hussein, della popolazione curda. Pronta ad affrontare la dura opposizione della famiglia, decide di fare ritorno in Iraq per cercare il ragazzo che ama, soggetto attivo della resistenza curda. Pressata dall’insistente interessamento del generale iracheno Mokhtar, disposta a inseguire con ogni mezzo il suo vero amore e la difesa dei diritti di un popolo martoriato, diventa guardia medica dell’esercito, unico mezzo per poter raggiungere Kirkuk, cuore della resistenza.

Fariborz Kamkari, regista formatosi in Italia, adotta uno stile in bilico tra sentimentale e documentario per dare vita a un triangolo amoroso tormentato ed emozionante. Sullo sfondo uno dei periodi più bui e meno affrontati, dal punto di vista cinematografico, del duro regime repressivo del dittatore Saddam Hussein. Al suo secondo lungometraggio, il giovane regista iracheno si concentra sul fondamentalismo di stampo maschilista, per costruire un personaggio femminile forte e determinato, che rinchiude in sé tutte le grida di chi vive drammaticamente una posizione subalterna a priori. Ecco che la vita della giovane Najla diventa teatro di scontri tra ideali contrapposti, esplicitato attraverso due matrici sulle quali si intersecano due storie, diverse ma drammaticamente contingenti. La convinzione di doversi liberare da una condizione che la vorrebbe legata a retaggi culturali troppo stretti per una formazione di stampo occidentale, e la difficoltà nel dover affrontare la vita di tutti i giorni sentendosi a disagio con la personale responsabilità individuale di fronte ad un massacro di massa, danno vita a una pellicola drammatica e coinvolgente. Amore e morte, eros e thanatos, rappresentano la due facce della stessa medaglia, ancora di più in questo film dove il disperato tentativo di sopravvivere e la morte “vera” arrivano a unirsi, a confondersi, soprattutto nella scena in cui Najla viene gettata in una fossa comune con altre vittime. Non esiste gloria se non c’è sofferenza. Contrapporre il lato più oscuro dell’animo umano per esaltarne l’aspetto sentimentale nobile sembra essere il leitmotiv di questa pellicola.

Uno degli aspetti meno accattivanti è proprio il pesante apporto della storia sentimentale che arriva a invadere inevitabilmente l’intera sceneggiatura. L’idea di ambientare questa storia negli anni peggiori del Kurdistan iracheno, che vedeva proprio in Kirkuk l’epicentro degli scontri sanguinosi, forse meritava un approfondimento maggiore. Va sottolineato che I fiori di Kirkuk elimina per la prima volta, nei film di questo genere, l’ingombrante figura dei soldati americani e introduce l’eroe al femminile. Della condizione perlomeno discutibile delle donne in Afganistan si parla moltissimo, sui vari mezzi di comunicazione e nelle arene più disparate, ma il personaggio Najla apporta alla figura della donna una peculiarità che di certo non manca, in generale, ma che spesso viene trascurata.

Festival di Roma: i vincitori dei premi collaterali

Kill_Me_Please

La V edizione del Festival internazionale del Film di Roma (28 ottobre-5 novembre) si conclude con l’assegnazione dei Premi Collaterali, che precede la consegna degli Official Awards. Ecco i vincitori:

Premio Libera Associazione Rappresentanti di Artisti (L.A.R.A.)  al miglior interprete italiano:

Francesco Di Leva per Una vita tranquilla

Premio Enel Cuore al miglior documentario sociale (sezione L’Altro Cinema | Extra):

Diol Kadd. Vita, diari e riprese in un villaggio del Senegal di Gianni Celati

Premio Farfalla d’oro – Agiscuola:

Kill Me Please di Olias Barco

Premio Focus Europe al Miglior Progetto Europeo:

Director’s Cut di Nader Takmil Homayoun

Eurimages Co-Production Development Award:

Chaika di Miguel Ángel Jiménez

Premio Selezione [CINEMA.DOC] al Miglior documentario italiano:

Le radici e le ali di Claudio Camarca e Maria Rita Parsi

Premio Politeama Catanzaro – Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato. La Grande Musica per il Cinema:

Annette Focks per Poll

Premio HAG – Pleasure Moments:

The Promise: The Making of Darkness on the Edge of Town di Thom Zimny

Premio Lancia Musa e Diva:

Micaela Ramazzotti e Cristiana Capotondi

Premio WWF per la biodiversità:

De Regenmakers di Floris – Jan Van Luyn

3 Social Movie Star Award:

Fabrizio Gifuni

L’elefante occupa spazio

L'elefante occupa spazio

Nel documentario di Barnabei, presentato a Roma, il dietro le quinte di tre proiezionisti “d’altri tempi” nell’era dei multisala

di Elena Mandolini
mand.mae@libero.it

Ecco un piccolo documentario, un piccolo gioiellino per i cinefili che racconta la vita degli addetti ai lavori. Francesco Barnabei è l’autore de L’elefante occupa spazio presentato al Festival Internazionale del film di Roma.

L’elefante occupa spazio è un documentario che racconta le giornate di chi lavora dietro le quinte, degli addetti ai lavori del cinema, ovvero i proiezionisti e direttori di sala. Tre scorci di vite, tre microstorie, tre uomini. Ermanno Nastri, Elio Grieco e Fernando Romanelli diventano in realtà dei veri e propri personaggi, delle macchiette che strappano non poche risate. Il regista Francesco Barnabei utilizza modi narrativi differenti per ogni microstoria. Per Ermanno, direttore di sala del cinema Nuovo Sacher di Nanni Moretti, preferisce alternare la sua quotidianità lavorativa alle prove teatrali con degli sketch; due piccole sequenze, girate con montaggio serrato raccontano così con ironia le assurde richieste telefoniche del pubblico e il rapporto col padre. Poi c’è Elio, proiezionista del Greenwich che ci mostra il suo presente, le sue passioni e le sue manie; Elio, infatti, ama trasformare la sua cabina di proiezione in una sorta di atelier dove disegna tutte le ragazze che incontra e tenta di comprenderle attraverso una lettura dell’ombelico. Infine c’è Fernando, che proviene dall’ex cinema Teatro Volturno; ormai in pensione, racconta la sua vita passata e ci mostra le sue invenzioni che vorrebbe brevettare entro poco tempo. Attorno a loro le cassiere che condividono il lavoro e il tempo di attesa fra uno spettacolo e l’altro: Paola Orfei, Anna Bastoni, Gaia Zoppi e Chiara Porta.

Il tutto è condito da immagini di repertorio, foto e filmati privati dei protagonisti, alternate a immagini che ritraggono i più importanti cinema romani nel corso degli anni, come il vecchio Adriano pre-restyling, unite alle più disparate locandine originali dei film.

L’elefante occupa spazio è stato presentato al Festival Internazionale del film di Roma, nella sezione L’altro Cinema/Extra. Il pubblico in sala si è divertito e ha applaudito alla fine della proiezione. Buon segno.

The Social Network tra gli Eventi Speciali a Roma

The-Social-Network

Jesse Eisenberg sarà a Roma, al Festival Internazionale del Film, per presentare il nuovo lavoro del regista di culto David Fincher The Social Network, pellicola che racconta la nascita e i retroscena di uno dei più importanti fenomeni sociali del nostro tempo Facebook. «La figura più interessante e controversa è proprio quella di Mark Zuckerberg, il giovane miliardario fondatore di Facebook», spiega Eisenberg. «Ho passato sei mesi a pensare alla sua vita per far  vivere il mio personaggio».

Ad affascinare Fincher invece «[...] sono le persone, la storia, l’ambientazione e il concetto di etica morale che dal vecchio mondo degli affari sono qui trasposti nell’era dell’informazione digitale».

Con un box office negli USA di oltre 60 milioni di dollari, il film sarà proiettato nella sezione Spettacolo | Eventi Speciali il 1° novembre. Nel cast un gruppo di giovani attori, tra cui anche Andrew Garfield e Justin Timberlake.

Il film è tratto dal libro di Ben Mezrich Miliardari per caso. L’invenzione di Facebook: una storia di soldi, sesso, genio e tradimento, la sceneggiatura è di Aaron Sorkin ed uscirà nelle sale italiane il prossimo 12 novembre.

In una sera d’autunno del 2003, lo studente di Harvard Mark Zuckerberg (Jesse Eisenberg), un genio dell’informatica, siede al suo computer e inizia con passione a lavorare ad una nuova idea. Passando con furore tra blog e linguaggi di programmazione, quello che prende vita nella sua stanza diventerà ben presto una rete sociale globale che rivoluzionerà la comunicazione. In soli sei anni e con 500 milioni di amici, Mark Zuckerberg è il più giovane miliardario della storia… ma per lui il successo porterà anche complicazioni sia personali, sia legali. Con 500 milioni gli amici è inevitabile non farsi dei nemici.

Festival di Roma, i primi appuntamenti

Ugo-Tognazzi

Mercoledì 27 ottobre il Festival Internazionale del Film di Roma ricorderà Ugo Tognazzi a venti anni esatti dalla sua scomparsa, avvenuta il 27 ottobre del 1990. Alle ore 19,30, presso la Sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica, sarà presentato in anteprima il documentario Ritratto di mio padre diretto dalla figlia Maria Sole Tognazzi, un ritratto inedito che ricostruisce la vicenda umana e professionale del grande attore e regista italiano attingendo ad uno sterminato archivio di video, film e interviste. L’omaggio a Tognazzi attraverserà tutto il Festival: ogni film in concorso sarà preceduto da ‘pillole’ delle sue migliori interpretazioni.

Sempre il 27 ottobre, alle ore 18, presso lo spazio Auditorium Arte, sarà inaugurata la mostra fotografica “Mika Ninagawa for International Rome Film Festival” che la sezione Occhio sul Mondo | Focus, in  collaborazione con la Koyama Gallery di Tokyo, dedica all’artista giapponese. Saranno esposte cinquanta opere fotografiche di varie dimensioni, disposte secondo un preciso ordine tematico dove i contrasti cromatici dettati dalle pareti colorate fanno da sfondo alle immagini. I pesci, i fiori e i ritratti diventano parte di un universo a colori che la critica d’arte Midori Matsui definisce come un mondo di “fiori terrestri, colori paradisiaci”. Mika Ninagawa non ritocca mai le foto al computer, scatta in analogico e non sorprende la sua affermazione anche come regista: il suo film Sakuran è stato infatti selezionato nella vetrina cinematografica del Focus.

Anche il red carpet del Festival sarà nel segno del Giappone grazie all’installazione floreale dell’artista Shogo Kariyazaki, composta da canne di bamboo di differenti dimensioni intrecciate tra di loro e arricchite da 800 orchidee bianche, rosa e rosse. Il red carpet “d’autore”, ispirato all’arte dell’ikebana, accompagnerà dal 28 ottobre la passerella delle star del Festival: da Keira Knightley a Eva Mendes che inaugurano il Festival con Last Night fino a Julianne Moore, protagonista del film The Kids Are All Right, che riceverà anche il Premio Marc’Aurelio all’attore. E poi il divo di Bollywood Shah Ruhk Khan, John Landis il regista di The Blues Brothers, Jesse Eisenberg, il giovane protagonista di The Social Network, i registi Olivier Assayas, Alexandre Rockwell, Susanne Bier, gli attori Aaron Eckhart, Guillaume Canet, Fanny Ardant. Ci saranno anche importanti nomi del panorama cinematografico italiano come Sergio Castellitto, presidente della giuria internazionale, Mario Monicelli, Gabriele Salvatores, Toni Servillo, Margherita Buy, Silvio Orlando, Maria Sole Tognazzi, Cristina Comencini, Claudio Santamaria, Ricky Tognazzi, Alessandro Gassman, Ksenia Rappoport, Claudio Cupellini, Valeria Golino, Guido Chiesa, Paola Cortellesi e la madrina del Festival, Valeria Solarino.

Da martedì 26 ottobre apriranno al pubblico le mostre che MACRO – Museo d’Arte Contemporanea Roma realizza in collaborazione con il Festival Internazionale del Film di Roma. In “Laboratorio Schifano” verranno presentate per la prima volta più di duemila immagini realizzate da Mario Schifano, esposte secondo un allestimento teso al coinvolgimento del pubblico nell’inarrestabile flusso creativo dell’artista. La mostra è realizzata grazie alla collaborazione tra MACRO e l’Archivio Mario Schifano.

All’interno del progetto “MACROradici del contemporaneo”, “L’Attico di Fabio Sargentini 1966-1978” è uno straordinario viaggio visivo  dedicato ad uno degli spazi più sperimentali e innovativi che hanno caratterizzato la scena artistica della città di Roma: la galleria L’Attico, diretta a partire dal 1966 da Fabio Sargentini.

“Hiker Meat” di Jamie Shovlin è un omaggio al cinema d’exploitation degli anni ’70. L’artista ricostruisce la storia di un film mai realizzato, attraverso i materiali e gli studi che lo hanno costituito. Oggetto dopo oggetto lo spettatore entrerà nel mondo del film Hiker Meat che Shovlin mostra insieme all’archivio degli studi e degli oggetti di scena, dei costumi, dei dialoghi e dei trailer che ne hanno accompagnato l’uscita, trasformando così un evento immaginato in uno possibile e forse reale.

Inaugura infine il terzo appuntamento del ciclo di mostre “roommates / coinquilini”, progetto con cui il Museo si apre all’attività di giovani artisti e curatori della scena romana, ideato e coordinato da Costanza Paissan. Protagoniste sono questa volta Carola Bonfili e Luana Perilli, due artiste che lavorano con lo stesso medium, il video, utilizzato però secondo modalità completamente diverse.

La scrittrice Mahasweta Devi al Festival di Roma

Priyanka  Bose_foto di Rajendra UpadhyayMahasweta Devi, una tra le più grandi scrittrici indiane accanto a Tagore, accompagna al Festival Internazionale del Film di Roma la pellicola Gangor liberamente tratta dal suo racconto Dietro il corsetto. Il film di produzione italo-indiana, in concorso al prossimo festival diretto da Piera Detassis, porta la regia di Italo Spinelli ma è girato totalmente in India, con importanti  attori indiani su temi profondamente indiani. Ma anche drammaticamente indiani, di quella parte del subcontinente povera e deprivata dove le donne continuano a subire violenze e discriminazioni. Siamo nelle regioni del Bengala, una realtà arretrata e lontana dal nuovo crescente sviluppo di Delhi e Mumbay. E molto lontana dall’immagine romantica, spensierata e colorita di Bollywood. L’anziana scrittrice Devi racconta e combatte da oltre 50 anni le discriminazioni sociali e i privilegi di casta che umiliano principalmente le donne.

Questa è la seconda volta che Mahasweta Devi,  più volte favorita al Nobel, giunge in Italia: la prima nel 2005 per ritirare il prestigioso Premio Nonino. Tra le infinite riflessioni intorno all’esperienza femminile, a proposito «del corpo non goduto, non consumato», la Devi ha sottolineato: «Se una donna prova piacere fisico tanta gente pensa che non sia legittimo. Invece la fame del corpo non dovrebbe essere bandita, è qualcosa di così basilare…  fin da piccole ci dicono che dobbiamo vergognarci del nostro corpo. Io sono stata sempre considerata una svergognata, correvo con il sari tirato su, già  dai tredici anni ho dovuto indossare un sari. Un giorno scriverò che non ho goduto di questo mio corpo. Non abbastanza».

Della scrittrice indiana in Italia sono pubblicati il romanzo La cattura (Theoria, 1996) e La preda ed altri racconti (Einaudi, 2004).

Shooting Stars: l’Italia rappresentata da Michele Riondino

Michele Riondino

L’italiano Michele Riondino, la croata Zrinka Cvitešić e la finlandese Pihla Viitala sono le tre Shooting Stars 2010 che la European Film Promotion (EFP) porterà al Festival Internazionale del Film di Roma (28 ottobre – 5 novembre) con l’intento di accrescere anche in Italia la conoscenza dei film e dei talenti europei. I tre attori, proclamati Shooting Stars al Festival di Berlino 2010 per i film Dieci inverni, On the Path e Bad Family, saranno presentati al pubblico e ai professionisti del settore domenica 31 ottobre alle 11,00 alla Casa del cinema di Villa Borghese, dove parteciperanno insieme allo scrittore e sceneggiatore Ivan Cotroneo e alla casting director Beatrice Kruger ad un convegno sulle nuove generazioni di attori europei e le sfide del cinema indipendente (“Playing Europe: the new generation of European actors facing the challenges of independent production’’). Poi Michele Riondino, protagonista di Dieci inverni e da poco scelto per interpretare il commissario Montalbano giovane in una nuova serie televisiva, risponderà alle domande del pubblico insieme a  Zrinka Cvitešić, attrice in concorso alla Berlinale con una storia d’amore sullo sfondo della Bosnia divisa tra fondamentalismo e laicità (On the Path), e Pihla Viitala  interprete del film Bad Family,  prodotto da da Aki Kaurismaki, presentato anch’esso alla Berlinale (Panorama). A seguire, la proiezione dei tre film.

La tournée di Shooting Stars, proseguimento ideale della proclamazione a Berlino, ha lo scopo di portare i giovani attori direttamente all’interno del processo promozionale dei propri film, focalizzare su di loro l’attenzione della stampa e incoraggiare le opportunità distributive nei vari paesi.  È la prima volta che il Festival di Roma viene coinvolto. Quest’anno, il tour ha portato una selezione di Shooting Stars in vari festival, tra cui Copenhagen (23-25 aprile) e The Hamptons negli Stati Uniti (7-10 ottobre). Dopo Roma proseguirà a Tallinn in Estonia (3-5 dicembre).

«Crediamo fortemente nel futuro dei talenti emergenti. È per questo che Roma apre ogni anno una finestra sulle più nuove e brillanti speranze del cinema», afferma Roberto Cicutto, direttore del Mercato Internazionale del Film di Roma. «L’iniziativa Shooting Stars, con la sua volontà di supportare la crème del talento attoriale emergente europeo, si attaglia perfettamente al profilo del nostro Festival. Siamo orgogliosi di accendere i riflettori su tre giovani stars, dando loro visibilità presso ospiti internazionali e pubblico nazionale, soprattutto considerando che negli ultimi anni ben undici attori italiani hanno avuto l’onore di ricevere in occasione della Berlinale il premio Shooting Stars».

L’evento Shooting Stars a Roma è stato realizzato anche grazie al supporto finanziario del Media Programme dell’Unione Europea.

Brotherhood

BrotheroodUn amore omosessuale all’interno di un gruppo neo-nazi nel potente film d’esordio del danese Nicolo Donato, vincitore all’ultimo festival di Roma

di Luca Biscontini
lucabiscontini@hotmail.it

Vincitore della scorsa edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, Broterhood (Fratellanza) approda nelle sale italiane in un periodo dell’anno non particolarmente vivo; eppure, a parte l’investitura romana, il film di esordio di Nicolo Donato, regista danese di origini italiane, classe 1974, presenta non pochi punti d’interesse. Forse il tema dell’omosessualità, così ampiamente portato alla ribalta negli ultimi anni, comincia a perdere carisma, anche se, considerati gli ultimi fatti verificatisi nell’ambito della rassegna cinematografica ‘Queer in action’, che avrebbe dovuto regolarmente svolgersi presso l’università La sapienza di Roma, continuare a porre la questione della libertà sessuale è da considerarsi, più che mai, cosa buona e giusta.

Deluso da un mancato avanzamento di carriera, Lars (Thure Lindhardt) decide di lasciare l’esercito e, in preda allo smarrimento, si fa risucchiare all’interno di un patetico movimento neo-nazista, prendendo parte alle becere spedizioni punitive organizzate ai danni di omosessuali, clochard, immigrati.

Le minoranze spaventano terribilmente forse perché, come diceva il professor George Falconer di A Single Man, sono invisibili, o solo perché non vi è in esse la volontà di divenire “maggioranze” e quindi, non aspirando ad alcuna forma di potere, spiazzano coloro che sotto il giogo dell’ordine e del comando sono nati e pasciuti. Ma è l’incontro tra Lars e Jimmy (David Dencik), da tempo affiliato al gruppo di estrema destra, a innescare il cortocircuito che produrrà l’inizio di un nuovo percorso di ricerca d’identità. Il loro approccio, dapprima marcato da una virile complicità (tema ricorrente nei film del maestro Johnnie To), lascia lentamente il passo a una tenerezza che li sorprende, gettandoli nel vortice di una passionale storia d’amore.

E, come ben si può comprendere, una coppia omosessuale all’interno di una smanada di picchiatori inneggianti a Hitler è come una bomba a orologeria. Gli esiti di della vicenda sono particolarmente funesti, e il male dal quale i due sembravano essersi redenti riappare pericolosamente, quasi a voler pareggiare i conti col tentativo di liberazione intrapreso. Rimaniamo sospesi, senza sapere cosa accadrà.

Mentre redigeva l’agile recensione, lo scrivente è stato sorpreso da un’agenzia dell’Adnkronos, di cui riporta il testo integrale: «Roma, 30 Giugno -  Brotherhood fa già parlare di sé, anzi scrivere: in Piazzale delle Belle Arti a Roma tutti i manifesti parapedonali del film “omo-nazi” di Nicolo Donato sono stati marchiati in rosso, con simil svastiche. Oltraggio, “ragazzata”, dissenso? Difficile dirlo, ma il film vincitore dell’ultimo Festival di Roma spera di trovare tante sottoscrizioni pure in sala…».

Fratelli d’Italia

Fratelli d'Italia

Nel documentario di Claudio Giovannesi premiato all’ultimo Festival di Roma, tre storie, tre adolescenti, tre aspetti diversi della complessa identità multietnica del Paese

di Laura Giacalone
laura.giacaone@gmail.com

Dopo la Menzione speciale della Giuria all’ultima edizione del Festival di Roma, il documentario di Claudio Giovannesi Fratelli d’Italia fa la sua timida apparizione anche in sala, distribuito in 5 copie da Cinecittà Luce.

Il film, diviso in 3 parti, fotografa l’Italia multietnica di oggi attraverso le storie di tre studenti dell’Istituto tecnico commerciale “Paolo Toscanelli” di Ostia, una scuola particolarmente rappresentativa del “melting pot” della società contemporanea, con quasi il 30% di iscritti di origine non italiana. Se Alin, 17 anni, rumeno, in Italia da quattro anni, vive un profondo conflitto con i compagni di classe e la professoressa di italiano, Misha, 18 anni, è nata in Bielorussia ma è stata adottata da una famiglia italiana: il suo problema non è la comunicazione con i propri pari, ma il rapporto con le proprie origini, che emerge in tutta la sua drammatica complessità nel momento in cui ritrova il fratello, rimasto in Bielorussia. Infine Nader, 16 anni, è egiziano ma è nato in Italia. Per lui, romano a tutti gli effetti, perfino in certi estremismi ideologici che caratterizzano i suoi giovani coetanei, l’elemento di estraneità sembra essere rappresentato dalle convinzioni religiose della sua famiglia, che non accetta la sua ragazza italiana e lo stile di vita eccessivamente liberale del Paese.

Tre adolescenti diversi, tre aspetti complementari dello stesso problema: integrazione, identità e conflitto, a cui si aggiungono le normali problematiche legate alla loro giovane età, che li rendono in tutto e per tutto simili ai loro coetanei italiani. Come Winspeare con Sotto il Celio azzurro, il documentario di Giovannesi ha sicuramente il merito di accendere i riflettori su uno degli aspetti più attuali, e purtroppo problematici, della società italiana contemporanea. In un momento storico e politico in cui gli immigrati vivono sulla loro pelle le conseguenze di una politica sociale miope e xenofoba, vedendosi negati i diritti civili più elementari (emblematico lo scandaloso caso della mensa di Adro), conoscere più da vicino i protagonisti di queste ordinarie storie di integrazione sociale è un incentivo prezioso alla tolleranza e al rispetto della diversità e della ricchezza multiculturale.

Non sempre la resa qualitativa del linguaggio utilizzato è all’altezza delle pregevoli intenzioni dell’autore: l’ultimo episodio, complice senz’altro l’innata simpatia e capacità comunicativa di Nader, è sicuramente il migliore dei tre, sia per la qualità delle immagini che per il ritmo narrativo del racconto. Nella composita totalità dell’opera, però, il calore e l’onestà dello sguardo di Giovannesi arriva al cuore dello spettatore, ed emoziona.

Christine Cristina

Christine Cristina

Al suo debutto come regista, Stefania Sandrelli racconta la storia di una poetessa italiana vissuta in Francia nel Trecento e lo fa con garbo e intelligenza

di Stefania Pala
stefania.pala@gmail.com

A quanto pare negli ultimi tempi il cinema ama raccontare le eroine dimenticate, nascoste nelle pieghe della storia. Nelle sale infatti è tutto un proliferare di figure femminili “scomode”. Dopo la storia di Ipazia, filosofa greca trucidata dai cristiani integralisti nel V secolo, portata sugli schermi da Amenabar con il suo Agorà, sono in arrivo altri due film ispirati rispettivamente alla papessa Giovanna e a Cristina da Pizzano, poetessa italiana vissuta in Francia nel 1300, invisa ai dotti universitari di Parigi cui ebbe il coraggio di ribellarsi con le armi dell’intelletto nella celebre disputa sul Roman de la Rose, troppo misogino per i suoi gusti.

Candidata al David di Donatello per la sua interpretazione di La prima cosa bella di Virzì, Stefania Sandrelli con Christine Cristina, presentato in anteprima fuori concorso al Festival Internazionale del Film di Roma, firma la sua prima opera da regista. «Quando ho letto per caso la storia di Cristina, la sua forza piena di femminilità e di grazia mi toccò il cuore e provai un senso di vicinanza con una donna così lontana che mi fece pensare subito quanto fosse necessario raccontare la sua conquista avventurosa e il suo desiderio di pace, di serenità, di dignità», spiega la Sandrelli. «E ora dedico il film a tutte le donne di ieri e di oggi. Cristina non si risparmia, la sua immensa forza propositiva e il suo coraggio sono doti tipicamente femminili diventate sempre più rare in un mondo che sembra tornare indietro nel tempo dove le donne sono considerate solo merce di scambio».

Nell’epoca degli scandali legati alle escort e dei documentari che fanno il giro del web invitando alla riflessione, come quello raccontato dalla Zanardo ne Il corpo delle donne, Stefania Sandrelli è riuscita a raccontare attraverso la figura esemplare di una femminista ante litteram, la prima donna a vivere grazie alla sua penna e al suo talento, una storia quanto mai attuale. Un film magari non perfetto ma molto garbato, intelligente e ben girato oltre che coraggioso. E che esce in sole 20 copie e, come ha confessato la regista, conta molto sul passaparola. Andatelo a vedere dunque e se vi piace passate parola.

L’uomo che verrà

L'uomo che verrà

Vincitore del Marc’Aurelio d’Argento, l’opera seconda di Giorgio Diritti rievoca la strage di Marzabotto per ripudiare le guerre di ieri e di oggi

di Gaetano Maiorino
gaetmaior@yahoo.it

Si dice che la prova fondamentale per un regista di qualità sia la sua opera seconda, il film che viene subito dopo l’entusiasmante esordio e che conduce verso un brillante avvenire o una irrecuperabile mediocrità. Dopo i quasi dodici mesi di proiezioni in tutta Italia dello stupefacente Il vento fa il suo giro, le scelte artistiche di Giorgio Diritti erano tra le più attese della nuova stagione cinematografica. Il Festival del Film di Roma ha tenuto a battesimo la seconda pellicola girata dal regista, e con L’uomo che verrà le speranze non sono state deluse.
In una nazione che non ha, o non vuole più avere, memoria storica, Diritti compie un atto coraggioso e necessario, rievocando la strage di Marzabotto e raccontando gli eventi che portarono alla drammatica rappresaglia nazista nei confronti degli innocenti abitanti del paese romagnolo, in risposta all’uccisione di una pattuglia tedesca da parte dei partigiani nascosti tra le colline circostanti.
La storia si concentra attorno a Martina, ultima figlia di una famiglia di contadini. La piccola non parla da quando ha perduto il fratellino di pochi giorni e osserva silenziosa gli eventi che la circondano e che coinvolgono sua madre, nuovamente incinta, suo padre e sua zia. Il punto di vista di un’innocente per antonomasia, è forse retorico, e ancor più amplificato dal mutismo della giovanissima protagonista, ma riesce tuttavia a caricare di ulteriore intensità la narrazione di Diritti.
Dopo aver girato Il vento fa il suo giro in dialetto occitano, il regista propone al pubblico un film in dialetto bolognese, la lingua realmente parlata dai contadini locali. La ricostruzione storica messa in scena è attenta e precisa, il ritmo del film scorre lento come le giornate incerte dei vari personaggi, perfettamente interpretati, mai eroici, come la storia insegna. I numerosi piano-sequenza che accompagnano lo spettatore attraverso i luoghi della tragedia, sono i passi timorosi e rispettosi di chi si addentra nella sofferenza dei sopravvissuti e un’ultima carezza sul volto delle vittime.
Quello che colpisce è comunque il modo con cui il regista riesca a non cadere nei luoghi comuni e nella facile presa di posizione, schierandosi dalla parte di chi combatte l’oppressore.
La bravura di Diritti sta nel sottolineare le contraddizioni da entrambe le parti, nel non fare sconti a nessuna delle due fazioni in conflitto, prendendosi carico realmente del dolore di chi è stato brutalmente giustiziato.
Il nostro paese ha bisogno di film come L’uomo che verrà. Ne ha bisogno per ricordare a chi sostiene le azioni militari, che non c’è nulla di naturale nel mettere contro due gruppi di uomini armati, qualsiasi siano le ideologie che li muovono; ne ha bisogno per stroncare i dibattiti sterili che ciclicamente ritornano su chi fosse dalla parte giusta durante la seconda guerra mondiale e a quale delle due fazioni ora bisogna rifarsi per legittimare la propria importanza politica. Perchè da qualsiasi parte ci si fosse trovati in quei giorni terribili, è chi sta nel mezzo che ne ha patito di più, e chi sta nel mezzo è sempre la povera gente. La semplicità degli uomini e delle donne delle campagne bolognesi è infatti schiacciata tra i folli ideali del nazismo e la rabbiosa, necessaria, ma non sempre ben orchestrata, reazione dei partigiani.
L’uomo che verrà ha inoltre il pregio di parlare della guerra senza mostrare (se non da lontanissimo, dall’alto di un campanile) azioni di guerra. Perchè parlare della guerra non è necessariamente affondare nella carne del soldato ferito o condividere la solitudine e la paura del partigiano nascosto. Parlare della guerra è, soprattutto oggi, parlare di chi la guerra la subisce per davvero, di chi vede le proprie terre invase, la propria routine tragicamente interrotta. Era ieri la gente di Marzabotto, come è oggi la gente di Gaza, la gente di Kabul, la gente di Baghdad. È per questo che l’opera di Diritti, sebbene si concentri su un solo episodio legato alla seconda guerra mondiale, può considerarsi senza dubbio una lettura attenta del fenomeno bellico e si distacca dal suo essere temporale per diventare universale. È un atto di memoria e di commemorazione, ma anche un’opera contemporanea, attuale, ben radicata nel presente. L’impatto fisico e emotivo del conflitto sui personaggi del film, è da ritenersi emblematico.
Nel proliferare di film consumati e dimenticati, che il pubblico nostrano è abituato a fruire e abbandonare nel giro di poche settimane, Diritti si inserisce con un racconto che sarà difficile rimuovere e che sarebbe bello vedere magari nelle scuole, nelle piazze, commentato a giovani ancora sufficientemente innocenti per riuscire a coglierne il profondo messaggio di pace.