Fuori Concorso al Festival di Roma, e nei cinema italiani da venerdì 13, l’affresco più lucido dell’Italia in ginocchio. Perché quando la crisi dilaga nessuno è innocente…
di Paola De Benedictis
guardalaluna23@hotmail.com
Se volete capire la portata dell’attuale crisi economica lasciate stare Tg e giornali, e pure internet, ma correte al cinema a vedere L’industriale, che compie il miracolo di raccontare in maniera lucida e chirurgica il disfacimento pubblico che stiamo vivendo e il dramma personale di un uomo al bivio.
«Noi non scommettiamo sul futuro». Nella risposta del banchiere all’ingegner Ranieri che chiede fiducia c’è tutto il dramma del film e la sintesi fulminea dello spirito di chi ci ha governato finora.
In una Torino metafisica, livida e metallica si aggira l’ingegnere quarantenne Nicola Ranieri (Pierfrancesco Favino), proprietario di una fabbrica a un passo dal fallimento a causa della crisi economica. Gravato dai debiti e respinto dalle banche, pur di non ricorrere ai soldi della perfida suocera, le tenta tutte per salvare l’azienda e non licenziare gli operai. Nel frattempo il suo matrimonio va a rotoli. La giovane moglie (Carolina Crescentini) trascurata, comincia a frequentare un ragazzo romeno che lavora nel parcheggio del suo ufficio. Ranieri vacilla, gira a vuoto, non sa cosa fare: sta perdendo la fabbrica, sua moglie e forse ha già perso se stesso. E allora diventa Otello e pure Macbeth e inevitabilmente la tragedia irrompe sulla scena. Dura un attimo l’ebbrezza della vittoria personale (il riavvicinamento alla moglie) e pubblica (con la vendita del pacchetto di minoranza della fabbrica ai tedeschi). La partita è truccata, il topolino è uscito dal labirinto per finire in gabbia.
Tra echi kubrickiani di Eyes Wide Shut e il cinema di denuncia degli anni 70, Giuliano Montaldo realizza assieme al cosceneggiatore, il giornalista Andrea Purgatori, il suo film più politico proprio perché coraggiosamente incentrato nell’uomo. In un uomo. Così realisticamente disegnato da attraversare lo schermo. C’è il tocco di Purgatori nella resa cinematografica della doppia anima del protagonista, eroica ed egoista a un tempo, e della sua progressiva chiusura interiore. Se non si “fa” semplicemente un mestiere, ma si “vive” una professione è inevitabile che perdere il lavoro voglia dire perdere anche la propria identità e di conseguenza tutte le certezze comincino a vacillare. Lo spiega bene Favino: «Il tema del lavoro mi è caro da sempre, ma bisogna sempre pensarlo in termini di identità, non solo di profitto».
Per questo è fuori strada chi trova che il film a un certo punto abbandoni l’istanza pubblica (la vicenda della fabbrica) per ripiegarsi eccessivamente sul privato (la crisi coniugale). È proprio da qui che bisogna cominciare: riportare il lavoro all’uomo. Riappropriarci della libertà attraverso la rivendicazione dell’integrità, anche con uno scatto d’orgoglio. Scegliere tra la sottomissione alla gelida morsa del mercato e il caldo vento dell’indignazione. (www.independnews.com)

Al suo esordio alla regia, Roan Johnson racconta una storia vera, mettendo in scena sogni, illusioni e ingenuità di tre giovani protagonisti del ‘68 italiano
Vincitore dell’ultimo festival di Roma, il film dell’argentino Sebastián Borensztein è una commedia brillante e visionaria che racconta il singolare incontro fra due solitudini. Una storia paradossale, ma realmente accaduta
Sono stati assegnati oggi, 4 novembre 2011, i Premi Collaterali della sesta edizione del Festival Internazionale del Film di Roma:
La sesta edizione del Festival Internazionale del Film di Roma dedica le battute conclusive a Richard Gere. Il 3 novembre alle ore 19, il divo americano sfilerà sul red carpet dell’Auditorium Parco della Musica e alle 19.30 introdurrà Days of Heaven, il secondo film di Terrence Malick che per primo offrì all’attore un ruolo da protagonista. L’evento nasce grazie alla collaborazione di Universal Pictures Italia Home Entertainment che ha concesso la visione del film, prodotto da Paramount Pictures. Il giorno dopo Richard Gere – protagonista di film popolari come American Gigolo, Ufficiale e gentiluomo, Pretty Woman e interprete per autori come Robert Altman, Akira Kurosawa, Sidney Lumet, Francis Ford Coppola, Todd Haynes e il già citato Terrence Malick – riceverà il Marc’Aurelio all’attore. La consegna del riconoscimento avverrà durante la cerimonia di premiazione ufficiale, alle ore 18.30 presso la Sala Sinopoli.
Evento speciale del Festival di Roma, il film di Wim Wenders è un omaggio alla coreografa e danzatrice più rivoluzionaria del nostro tempo, lo struggente atto d’amore di un regista per la sua musa ballerina
Tratto dall’omonimo romanzo del regista e prodotto da Indigo Film e Rai Cinema, il film di Cotroneo, in concorso al Festival di Roma, è riflette tra lacrime e risate sui problemi di una famiglia sui generis
Il nuovo horror di James Wan è un trionfo di cliché e rivisitazioni di grandi successi cinematografici, ma povero di suspense e tensione narrativa
Algida e sofisticata, Isabelle Huppert si mette in gioco in una commedia francese sugli opposti che si attraggono, presentata fuori concorso al Festival del cinema di Roma
Giunto alla VI edizione, il Festival Internazionale del Film di Roma si svolge quest’anno dal 27 ottobre al 4 novembre 2011 all’Auditorium Parco della Musica. Film d’apertura, The Lady di Luc Besson, biografia del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi. Quindici le pellicole in concorso, tra cui quattro italiane (Pupi Avati, Ivan Cotroneo, Marina Spada, Pippo Mezzapesa). Fuori concorso altri due big del panorama cinematografico nazionale (Giuliano Montaldo e Roberto Faenza), l’atteso Too Big Too Fall di Curtis Hanson, sulla crisi finanziaria del 2008 e il fallimento del colosso Lehman Brothers, e My Week with Marilyn, con Michelle Williams nei panni della Monroe.
Adolescenti violenti? Tutta colpa di certa tv. Lo sostiene Christian Molina nel film co-prodotto da Valeria Marini, col patrocinio di Unicef e Movimento Italiano Genitori. Ma la tesi, quanto il film, traballa e non convince 
Premiato a Roma, il film della regista danese Susanne Bier indaga con spietato realismo il rapporto tra l’individuo e l’ineluttabile violenza dei rapporti umani e sociali
Presentato al Festival di Roma e a Berlino, il film di Karan Johar ambisce all’impegno sociale, con vizi e virtù degli stilemi bollywoodiani
Una giuria internazionale presieduta da Sergio Castellitto e composta dalla giornalista e scrittrice Natalia Aspesi, il regista Ulu Grosbard, lo scrittore Patrick McGrath, il regista Edgar Reitz e la direttrice del Museo della Arti Multimediali di Mosca Olga Sviblova, ha giudicato i film in Concorso nella Selezione Ufficiale.




Mahasweta Devi, una tra le più grandi scrittrici indiane accanto a Tagore, accompagna al Festival Internazionale del Film di Roma la pellicola Gangor liberamente tratta dal suo racconto Dietro il corsetto. Il film di produzione italo-indiana, in concorso al prossimo festival diretto da Piera Detassis, porta la regia di Italo Spinelli ma è girato totalmente in India, con importanti attori indiani su temi profondamente indiani. Ma anche drammaticamente indiani, di quella parte del subcontinente povera e deprivata dove le donne continuano a subire violenze e discriminazioni. Siamo nelle regioni del Bengala, una realtà arretrata e lontana dal nuovo crescente sviluppo di Delhi e Mumbay. E molto lontana dall’immagine romantica, spensierata e colorita di Bollywood. L’anziana scrittrice Devi racconta e combatte da oltre 50 anni le discriminazioni sociali e i privilegi di casta che umiliano principalmente le donne.
Un amore omosessuale all’interno di un gruppo neo-nazi nel potente film d’esordio del danese Nicolo Donato, vincitore all’ultimo festival di Roma






Illustrazione di Antonio Giacalone
