
Nel documentario di Claudio Giovannesi premiato all’ultimo Festival di Roma, tre storie, tre adolescenti, tre aspetti diversi della complessa identità multietnica del Paese
di Laura Giacalone
laura.giacaone@gmail.com
Dopo la Menzione speciale della Giuria all’ultima edizione del Festival di Roma, il documentario di Claudio Giovannesi Fratelli d’Italia fa la sua timida apparizione anche in sala, distribuito in 5 copie da Cinecittà Luce.
Il film, diviso in 3 parti, fotografa l’Italia multietnica di oggi attraverso le storie di tre studenti dell’Istituto tecnico commerciale “Paolo Toscanelli” di Ostia, una scuola particolarmente rappresentativa del “melting pot” della società contemporanea, con quasi il 30% di iscritti di origine non italiana. Se Alin, 17 anni, rumeno, in Italia da quattro anni, vive un profondo conflitto con i compagni di classe e la professoressa di italiano, Misha, 18 anni, è nata in Bielorussia ma è stata adottata da una famiglia italiana: il suo problema non è la comunicazione con i propri pari, ma il rapporto con le proprie origini, che emerge in tutta la sua drammatica complessità nel momento in cui ritrova il fratello, rimasto in Bielorussia. Infine Nader, 16 anni, è egiziano ma è nato in Italia. Per lui, romano a tutti gli effetti, perfino in certi estremismi ideologici che caratterizzano i suoi giovani coetanei, l’elemento di estraneità sembra essere rappresentato dalle convinzioni religiose della sua famiglia, che non accetta la sua ragazza italiana e lo stile di vita eccessivamente liberale del Paese.
Tre adolescenti diversi, tre aspetti complementari dello stesso problema: integrazione, identità e conflitto, a cui si aggiungono le normali problematiche legate alla loro giovane età, che li rendono in tutto e per tutto simili ai loro coetanei italiani. Come Winspeare con Sotto il Celio azzurro, il documentario di Giovannesi ha sicuramente il merito di accendere i riflettori su uno degli aspetti più attuali, e purtroppo problematici, della società italiana contemporanea. In un momento storico e politico in cui gli immigrati vivono sulla loro pelle le conseguenze di una politica sociale miope e xenofoba, vedendosi negati i diritti civili più elementari (emblematico lo scandaloso caso della mensa di Adro), conoscere più da vicino i protagonisti di queste ordinarie storie di integrazione sociale è un incentivo prezioso alla tolleranza e al rispetto della diversità e della ricchezza multiculturale.
Non sempre la resa qualitativa del linguaggio utilizzato è all’altezza delle pregevoli intenzioni dell’autore: l’ultimo episodio, complice senz’altro l’innata simpatia e capacità comunicativa di Nader, è sicuramente il migliore dei tre, sia per la qualità delle immagini che per il ritmo narrativo del racconto. Nella composita totalità dell’opera, però, il calore e l’onestà dello sguardo di Giovannesi arriva al cuore dello spettatore, ed emoziona.




























