Tra le nuvole

Up In The Air

Nell’esilarante commedia di Jason Reitman, George Clooney è un cinico tagliatore di teste alle prese con la crisi globale e le sfide dell’universo femminile

di Stefania Onofrillo
stefania.onofrillo@libero.it

Una commedia capace di farci riflettere, ma anche di farci ridere. Una storia d’amore divertente e travolgente, ma anche una tragedia carica delle tensioni e dei drammi generati dalla crisi economica globale. Con Tra le nuvole Jason Reitman, autore e regista del film, ha costruito un’avvincente sceneggiatura, ispirandosi al protagonista di un romanzo di Walter Kirn e proponendo una storia ricca di contenuti: nell’epoca di internet e dell’esplosione dei mezzi di comunicazione di massa è sempre più difficile comunicare e impegnarsi nei rapporti interpersonali. Il film si pone anche la fatidica domanda: meglio vivere da soli o in compagnia? Andare o restare? Anche se si è convinti di non aver bisogno di nessuno forse la vita è meglio trascorrerla con qualcuno?
E lo sa bene il protagonista della storia, Ryan Bingham, interpretato da George Clooney. Ryan è giunto a 45 anni senza un vero e proprio legame; viaggia per più di 300 giorni l’anno, vivendo tra aeroporti e hall di prestigiosi hotel ed è interessato solo ai suoi programmi di viaggio e alla collezione di miglia. Tutto quello di cui ha bisogno per condurre la sua vita è racchiuso all’interno di un piccolo trolley.
Il lavoro di Ryan Bingham consiste nel tagliare posti di lavoro nelle aziende: rappresenta il classico salesman americano, vende sogni e nuove speranze a chi sta perdendo una carriera.
Ryan ama viaggiare e apprezza proprio quel senso di precarietà che di solito la gente detesta; ma ben presto la routine e la cinica filosofia di vita di Ryan sarà scossa dalla comparsa di due donne molto diverse tra loro, che mettono in discussione il suo futuro di perenne viaggiatore: Natalie, un’ambiziosa e saccente ventitreenne neolaureata, che ne mina lo stile di vita, proponendo una rivoluzione nel suo lavoro, e Alex, un’affascinante trentacinquenne in carriera, che rappresenta un Ryan al femminile e con la quale nascerà un’immediata attrazione.
Se Natalie, interpretata da Anna Kendrick, legata all’ingenuo idealismo della gioventù, presa sotto l’ala protettiva d Ryan, ne minaccia lo stile di vita, Alex scatena il desiderio di Ryan di condividere qualcosa di più profondo.
Alex, interpretata da Vera Farmiga, abbraccia la filosofia di Ryan anti-legami e proprio questo essere simile a lui riuscirà a farlo innamorare.
Cruciale sarà l’incontro di Ryan con la propria famiglia, in occasione del matrimonio della sorella nel Wisconsin. Ryan sarà costretto a confrontarsi con una famiglia che ha ignorato per la maggior parte della sua vita da adulto e inevitabilmente il suo personaggio mostrerà un’evoluzione e una crescita.
I personaggi sono costruiti in modo estremamente reale e hanno sempre la battuta pronta. Il cambiamento interiore di Ryan si riflette in tutto il film dall’inizio alla fine.
Le città nelle quali Ryan viaggia per lavoro sono state selezionate sulla base dei luoghi dove in effetti si sono realizzati i più alti tagli al personale, fenomeni di bancarotta e fallimenti aziendali, come Detroit, San Louis, Phoenix e Whichita.
Il film,inoltre, riesce a dare un volto ai grandi numeri di dipendenti che quotidianamente perdono il lavoro, attraverso le testimonianze e le reazioni di persone reali, che hanno davvero perso il loro posto di lavoro.
La bravura di Reitman e dell’interpretazione di Clooney ci portano a sorridere non di fronte a questa tragedia, ma del presente in cui viviamo, dove ci si lascia con un sms, si viene licenziati in videoconferenza e dove il riscatto, le nuove possibilità e i nostri sogni sono contenuti all’interno di un pacchetto contrattuale.

L’uomo che verrà

L'uomo che verrà

Vincitore del Marc’Aurelio d’Argento, l’opera seconda di Giorgio Diritti rievoca la strage di Marzabotto per ripudiare le guerre di ieri e di oggi

di Gaetano Maiorino
gaetmaior@yahoo.it

Si dice che la prova fondamentale per un regista di qualità sia la sua opera seconda, il film che viene subito dopo l’entusiasmante esordio e che conduce verso un brillante avvenire o una irrecuperabile mediocrità. Dopo i quasi dodici mesi di proiezioni in tutta Italia dello stupefacente Il vento fa il suo giro, le scelte artistiche di Giorgio Diritti erano tra le più attese della nuova stagione cinematografica. Il Festival del Film di Roma ha tenuto a battesimo la seconda pellicola girata dal regista, e con L’uomo che verrà le speranze non sono state deluse.
In una nazione che non ha, o non vuole più avere, memoria storica, Diritti compie un atto coraggioso e necessario, rievocando la strage di Marzabotto e raccontando gli eventi che portarono alla drammatica rappresaglia nazista nei confronti degli innocenti abitanti del paese romagnolo, in risposta all’uccisione di una pattuglia tedesca da parte dei partigiani nascosti tra le colline circostanti.
La storia si concentra attorno a Martina, ultima figlia di una famiglia di contadini. La piccola non parla da quando ha perduto il fratellino di pochi giorni e osserva silenziosa gli eventi che la circondano e che coinvolgono sua madre, nuovamente incinta, suo padre e sua zia. Il punto di vista di un’innocente per antonomasia, è forse retorico, e ancor più amplificato dal mutismo della giovanissima protagonista, ma riesce tuttavia a caricare di ulteriore intensità la narrazione di Diritti.
Dopo aver girato Il vento fa il suo giro in dialetto occitano, il regista propone al pubblico un film in dialetto bolognese, la lingua realmente parlata dai contadini locali. La ricostruzione storica messa in scena è attenta e precisa, il ritmo del film scorre lento come le giornate incerte dei vari personaggi, perfettamente interpretati, mai eroici, come la storia insegna. I numerosi piano-sequenza che accompagnano lo spettatore attraverso i luoghi della tragedia, sono i passi timorosi e rispettosi di chi si addentra nella sofferenza dei sopravvissuti e un’ultima carezza sul volto delle vittime.
Quello che colpisce è comunque il modo con cui il regista riesca a non cadere nei luoghi comuni e nella facile presa di posizione, schierandosi dalla parte di chi combatte l’oppressore.
La bravura di Diritti sta nel sottolineare le contraddizioni da entrambe le parti, nel non fare sconti a nessuna delle due fazioni in conflitto, prendendosi carico realmente del dolore di chi è stato brutalmente giustiziato.
Il nostro paese ha bisogno di film come L’uomo che verrà. Ne ha bisogno per ricordare a chi sostiene le azioni militari, che non c’è nulla di naturale nel mettere contro due gruppi di uomini armati, qualsiasi siano le ideologie che li muovono; ne ha bisogno per stroncare i dibattiti sterili che ciclicamente ritornano su chi fosse dalla parte giusta durante la seconda guerra mondiale e a quale delle due fazioni ora bisogna rifarsi per legittimare la propria importanza politica. Perchè da qualsiasi parte ci si fosse trovati in quei giorni terribili, è chi sta nel mezzo che ne ha patito di più, e chi sta nel mezzo è sempre la povera gente. La semplicità degli uomini e delle donne delle campagne bolognesi è infatti schiacciata tra i folli ideali del nazismo e la rabbiosa, necessaria, ma non sempre ben orchestrata, reazione dei partigiani.
L’uomo che verrà ha inoltre il pregio di parlare della guerra senza mostrare (se non da lontanissimo, dall’alto di un campanile) azioni di guerra. Perchè parlare della guerra non è necessariamente affondare nella carne del soldato ferito o condividere la solitudine e la paura del partigiano nascosto. Parlare della guerra è, soprattutto oggi, parlare di chi la guerra la subisce per davvero, di chi vede le proprie terre invase, la propria routine tragicamente interrotta. Era ieri la gente di Marzabotto, come è oggi la gente di Gaza, la gente di Kabul, la gente di Baghdad. È per questo che l’opera di Diritti, sebbene si concentri su un solo episodio legato alla seconda guerra mondiale, può considerarsi senza dubbio una lettura attenta del fenomeno bellico e si distacca dal suo essere temporale per diventare universale. È un atto di memoria e di commemorazione, ma anche un’opera contemporanea, attuale, ben radicata nel presente. L’impatto fisico e emotivo del conflitto sui personaggi del film, è da ritenersi emblematico.
Nel proliferare di film consumati e dimenticati, che il pubblico nostrano è abituato a fruire e abbandonare nel giro di poche settimane, Diritti si inserisce con un racconto che sarà difficile rimuovere e che sarebbe bello vedere magari nelle scuole, nelle piazze, commentato a giovani ancora sufficientemente innocenti per riuscire a coglierne il profondo messaggio di pace.

Triage

Triage

Nel film di Tanovic sul fotoreporter traumatizzato della guerra, una riflessione sul potere della fotografia come strumento di rappresentazione e scudo dalla realtà

di Gaetano Maiorino
gaetmaior@yahoo.it

Un’antica credenza parla della fotografia come ladra di anime. Uno scatto, un istante immortalato per sempre nella storia e nella memoria, si pensava riuscisse anche a risucchiare ciò che per molti è la linfa vitale dell’uomo. Leggende. Superstizione. Eppure se non è la foto in sé come processo chimico a svuotare dell’anima un essere umano, probabilmente ciò che viene fotografato può di sicuro causare turbamento, creare un trauma, colpire nel profondo chi fotografa.
Sembra suggerire questo la storia di Mark Walsh (Colin Farrel), fotoreporter di guerra protagonista di Triage, ultimo film di Danis Tanovic.
Concentrandosi soprattutto sui giorni successivi al suo ritorno a casa, dalla compagna Elena (Paz Vega), il regista bosniaco, con questo film tratto dal romanzo omonimo di Scott Anderson, cerca di aprire una riflessione sulla psiche umana di fronte al dolore, alla sofferenza e al senso di colpa.
Insieme al suo amico e collega David, Mark ha viaggiato attraverso i più drammatici conflitti degli ultimi vent’anni, sparsi in ogni angolo del mondo, e ha riportato con la sua “arma personale”, incredibili testimonianze di eventi, massacri, disperazione, eroismo, sentimenti catturati sul campo, in prima linea.
La tappa su cui si concentra il racconto di Tanovic, vede Mark e David in Kurdistan durante la guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein, conflitto mai ben narrato sia dai media a quel tempo (fine anni 80), sia dal cinema successivamente.
In un’epoca in cui la guerra sembra uno stato costante e paradossalmente inevitabile, Tanovic prova in un primo momento a mostrare l’obiettivo della macchina fotografica come un filtro, uno scudo per ripararsi, per distaccarsi dall’orrore. Ma ciò non vale soltanto per il fotoreporter, anzi, è così maggiormente per chi guarda le foto pubblicate su riviste, quotidiani, internet: le immagini senza personalità, senza individualità, sono esattamente uno schermo protettivo che permette a chi è lontano dal campo di battaglia, di mantenere questo distacco, di restare lontano.
Eppure non sembra essere sufficiente. La narrazione degli scontri a cui assiste Mark si alterna con gli eventi susseguenti al suo ritorno a casa, avvenuto dopo una grave ferita subita in prima linea. Rientrato senza il suo amico, scomparso senza una spiegazione apparente, il fotoreporter non sembra più lo stesso, il dramma a cui ha assistito scalfisce la sua maschera di durezza e cinismo e la sua mente vacilla.
Le sue stesse foto gli hanno rubato l’anima. Seduto nel suo salotto a guardare e riguardare quegli scatti, Mark rivive costantemente ciò che ha visto, in particolare l’esperienza nell’improvvisato pronto soccorso dei Kurdi (da cui il titolo del film) dove il dottor Talzani decide in pochi istanti, come un Dio misericordioso e allo stesso tempo senza pietà, la vita o la morte di un ferito. Lo scudo crolla.
È qui che però cade rovinosamente anche il film. La tensione, l’incomunicabilità latente tra i personaggi, il mistero sulla sorte di David e su ciò che è realmente accaduto a Mark in Kurdistan, si svelano con troppa semplicità, superficialità e verbosità, grazie all’ingresso sulla scena di un personaggio tratteggiato poco e male, il nonno di Elena, uno psichiatra nella spagna franchista che ha aiutato i gerarchi fascisti a guarire dai loro sensi di colpa, che inizia con Mark una terapia per rimuovere il suo trauma. Cristopher Lee prova a creare un’aura eterea attorno a quest’uomo, ma fallisce miseramente e il medico diventa un noioso demiurgo che fin dall’inizio dice di aver capito tutto, che malamente spiega la sua idea della colpa al povero Mark e che banalmente tenta di convincerlo che la vita sia meravigliosa.
Un naufragio per Triage. Un peccato per un film che aveva per tematica, stile e cast tutti gli ingredienti per diventare un’opera di qualità. Non bastano le citazioni colte su chi davvero sia sopravvissuto alla guerra (di Platone prima dei titoli di coda in questo caso) per parlare di filosofia.

Ballo ma sogno il cinema

Selenia Orzella

24enne di Taranto con la passione per la danza, Selenia Orzella racconta il suo debutto sul grande schermo con Marpiccolo

di Stefano Papalia
stevenpap@hotmail.it

Selenia Orzella, classe ’84, nasce a Taranto dove vive fino all’età di 12 anni, quando decide di trasferirsi a Roma per frequentare l’Accademia di danza e dare un senso a quella che era la sua passione dall’età di 3 anni: il ballo. Non ha parenti che la possono ospitare nella capitale e, non potendo ancora lavorare, vive nel Convitto Nazionale dalle suore: «Mi sembrava di vivere in un carcere, mi mancava l’aria, sempre gli stessi orari, sempre le stesse facce» – confessa – «e così, appena ho potuto, all’età di 17 anni ho cercato una casa tutta mia dove poter fare quello che più mi andava e agli orari che volevo».
Come è nata, quando e da cosa la passione per il cinema?
«È stato per caso. Insomma io ho sempre ballato e credevo che quella sarebbe stata la mia unica strada, che la mia vita avrebbe girato solo intorno alla danza. Tanto più perchè sono nata timida, lo sono sin da piccola e non ho mai pensato di poter recitare, anzi era una cosa che avevo escluso a priori. Se non avessi ballato, avrei cantato, dipinto magari, ma recitato mai. Invece certe cose arrivano come fulmini a ciel sereno, del tutto inaspettate e in pochi istanti ti travolgono, ancor prima che te ne accorga».
Qual è al momento la tua passione, il tuo sogno?
«Se dovessi dire cosa c’è al centro dei miei sogni in questa fase della mia vita, avrei difficoltà a dare una risposta certa. Danza o recitazione? Non lo so davvero, direi che stanno alla pari».
Come sei entrata in contatto col regista Di Robilant?
«Ho sentito che stavano per iniziare i provini del film per trovare i due attori protagonisti e che si cercavano ragazzi pugliesi. Dal momento che sono di Taranto ho chiesto alla mia agenzia di capire cosa bisognasse fare per le selezioni. Ho così conosciuto il regista, partecipando ai suoi particolari provini, che sono più dei seminari, degli incontri in cui si valutano attitudini, affinità e non solo capacità dei futuri attori».
Cosa ti ha regalato questa tua prima esperienza?
«Mi ha regalato una valanga di emozioni che non si possono descrivere, perché perderebbero la loro essenza. Il cinema è una cosa magica, quello che fai resta nel tempo, diventa immortale. Puoi essere chiunque, qualsiasi cosa, e una volta sul set ti accorgi che è tutto diverso da come immaginavi; così anche una ragazza timida come me riesce a recitare e sentirsi a proprio agio. Devo dire che sono stata fortunata perché ho avuto un grande regista e una serie di collaboratori davvero perfetti».
Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Sono nel cinema o nella danza?
«Beh, ho appena iniziato una scuola di recitazione con Beatrice Bracchi e credo che questo mondo che mi ha dato tanto da subito non lo abbandonerò molto facilmente, anzi farò di tutto per approfondire e migliorarmi. Sto già partecipando alle selezioni per due casting. Cosa posso dire: speriamo bene! Dall’altra parte c’è tutta una vita passata a ballare su palchi scenici come quello di Domenica in o quello della fiction Grandi domani, che poi è anche il luogo in cui ho iniziato a pensare alla recitazione. Partecipavo a quella fiction come ballerina, ma il regista vedeva in me delle qualità di attrice tanto da farmi dire varie battute e consigliarmi di andare a scuola per tirare fuori il talento. Il ballo per ora resta la mia professione, ma sogno il cinema».

Marpiccolo

Marpiccolo

L’Ilva e la polvere rossa, la mafia e il mare di Taranto, nell’ultimo coraggioso film di Alessandro di Robilant

di Stefano Papalia
stevenpap@hotmail.it

Sullo sfondo di Marpiccolo, dietro a tutti e davanti a tutto, c’è Taranto, la città del porto, la città del sud Italia e della Puglia. La città dell’Ilva, la grande industria siderurgica, criticata spesso per l’inquinamento prodotto. In conferenza stampa è lo stesso regista del film, Di Robilant, che racconta la sua personale esperienza sul set, parlando di una polvere rossa che si respira e che si poggia sulle mani. Loro, quelli che il film l’hanno girato, in questa città ci sono stati poco tempo; gli altri, quelli che lì ci vivono e che all’Ilva sono costretti a lavorare per non morire di fame, la respirano da sempre. A Taranto, la terza città più inquinata del mondo e la prima più inquinata d’Europa, il tasso di mortalità è più alto che in ogni altra parte d’Italia.
È in questo clima e in questo posto fatto di cose sbagliate e di sogni di fuga, che si ambienta il film, che viene messa in scena una storia a metà tra un’onnipresente mafia locale e i sentimenti intensi che soli riescono a tenere vivi. Tutto ruota intorno alle vicende di Tiziano, l’esordiente e convincente Giulio Beranek, di professione giostraio. Lui, un ragazzo non ancora maggiorenne che è costretto a rimpiazzare il ruolo dell’uomo di casa dopo che il padre ha perduto la cognizione della realtà. Lui, ribelle perché costretto dalla vita dura che nel quartiere Paolo IV di Taranto si fa. Lui, che in tutto questo è capace di amare davvero e proteggere con tutto ciò che può, sua sorella, sua mamma e la sua ragazza Stella (l’altra giovane esordiente Selenia Orzella). Lui, che si scontra con il boss locale Tonio e che per miracolo non muore, ma che poi entra in quel circolo vizioso da cui spesso non si esce più. Lui, che finisce in riformatorio per aver fatto qualcosa che non poteva evitare di fare e dove all’inizio rischia di morire, ma poi finisce col rinascere grazie all’aiuto inaspettato del direttore-professore; e alla domanda di un giornalista: «ma sono davvero così perfetti i riformatori pugliesi?» il regista risponde: «no, ma in realtà tanto difficili come quella affrontata, è molto più facile incontrare uomini straordinari che si caricano sulle spalle intere vite, senza chiedere né ricevere nulla in cambio». Difficile scorgere la differenza tra la sensazione di prigionia di quel riformatorio e quella fuori, stretta tra i confini di una città e ancora prima di un quartiere, che non ti lascia scappare, che t’incastra e t’ingoia l’anima. Più volte viene inquadrato e messo al centro di tutto il mare, ma è un mare sporco in cui si ha paura di entrare perché «si potrebbe bere un sorso di quell’acqua e morire», un mare che non trasmette libertà, che fa solo da confine tra Taranto e il resto del mondo. E poi viene messa in risalto l’energia e la tenacia delle donne del posto che non hanno paura perché non possono averne e che lottano per la propria famiglia e per i propri figli contro i potenti e i poteri che si dimenticano di ogni cosa. All’interno del degrado e della prigionia l’unica via di scampo sembra essere la lettura, grazie a cui si può viaggiare senza doversi muovere, che ti fa vedere posti lontani anche se resti fermo. Toccante la scena in cui padre e figlio si abbracciano all’uscita dal riformatorio.
Ottima e convincente la prova degli attori, soprattutto dei due esordienti assolutamente in grado di trasmettere le proprie emozioni e sensazioni. Ottime regia e scenografia, capaci di creare uno spaccato di vita in uno dei quartieri più difficili del nostro Paese. Ottimo e consigliato il libro da cui questo film prende vita: Stupido di Andrea Cotti, che è anche sceneggiatore.

Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo

Parnassus

Il mito del Faust, l’inestricabile intreccio fra bene e male e un cast d’eccezione nell’ultimo film del visionario Terry Gilliam e opera postuma di Heat Ledger

di Gaetano Maiorino
gaetmaior@yahoo.it

Addio Heat. Bentornato Terry. Un senso di vuoto artistico, di speranza impossibile da mantenere, si alterna all’abbraccio che stringe di nuovo chi sembrava smarrito dietro scelte cinematografiche sbagliate e opere mal riuscite. Si può riassumere così la sensazione che si prova al termine della visione di Parnassus, passo d’addio del compianto Ledger e ultimo film del regista Gilliam, che mette alle spalle i fratelli Grimm e Tideland per risorgere a nuova vita (artistica) con un’opera compiuta e completa, difficile e affascinante.
Faust e la sua mitologia a fare da base, il talento visionario del regista e un cast in ogni passaggio perfetto, a fare il resto.
Parnassus è un vecchio imbonitore che, per conquistare la donna di cui si è innamorato, scende a patti con il diavolo: ritorna giovane e diventa immortale. Ottiene il suo scopo, ma in cambio, il demonio, interpretato da Tom Jones, chiede la vita della sua prima figlia, Valentina, nel giorno in cui compirà sedici anni. Intanto Parnassus viaggia con il suo spettacolo itinerante, “L’imaginarium”, nelle buie periferie londinesi cercando il modo di sfuggire al suo patto.
Trama che non stupisce e che suona già nota, ma a questo punto Gilliam decide che questo suo film non resti soltanto la storia del bene che lotta con il male nel più retorico dei discorsi, bensì confonde il bene e il male, confonde luoghi e volti, immerge i suoi personaggi in nuovi mondi che altro non sono se non la propria coscienza (non a caso vi si entra attraverso un finto specchio), e pone il problema della scelta come linea portante della sua narrazione.
La speranza di trattenere sua figlia a sé porta Parnassus a una nuova scommessa con il diavolo, chi riuscirà a conquistare cinque anime avrà come premio Valentina. Per appropriarsi dei cinque trofei, Parnassus si fa aiutare da Tony, ambiguo e sfuggente, salvato dalla sua carovana bizzarra e portato con il gruppo a recitare nello spettacolo. Il giovane è perfetto per attrarre le prede dell’Imaginarium, bravissimo a plagiarle. Ne conquista quattro e pareggia i conti con il diavolo. Poi diventa l’ago della bilancia, l’ultima anima da ghermire, conteso tra i due sfidanti.
L’espediente di Gilliam necessario per sostituire lo scomparso Ledger nell’interpretazione proprio di Tony, diventa un ulteriore spunto narrativo. I tre attori che si alternano nel ruolo, Johnny Depp, Jude Law e Colin Farrel, diventano così altri volti, nuovi volti, di Tony, che mentre da un lato cerca di portare a sé vecchie signore desiderose di nuove emozioni, si confronta con il suo sfaccettato carattere, con la sua turbolenta coscienza. Passando nello specchio di Parnassus, anche chi è in grado di manpolare le scelte altrui si deve confrontare con il proprio essere e si trova davanti alla scelta. Dentro lo specchio tutto ciò che sembra assurdo prende forma, ogni più indefinito e intimo desiderio, il bizzarro, l’impossibile che esistono dentro di noi, sono resi reali e reali sono le loro conseguenze. Lo specchio si comporta come una lente che ingigantisce ciò che è nell’animo di chi lo attraversa. Il variopinto mondo che si apre ogni volta dietro e dentro l’Imaginarium rappresenta paure e desideri e giunto il proprio turno, scegliere diviene quindi non solo schierarsi, ma determina la sopravvivenza.
A Gilliam non si può chiedere certamente di replicare il capolavoro che è stato Brazil. Ma anche questo nuovo mondo che propone, quest’altro mondo tutto interiore, affascina, rapisce e coinvolge.
Il regista si è paradossalmente trovato a dover combattere contro la fama del suo film, divenuto celebre ancor prima di uscire a causa del drammatico lutto accaduto durante le riprese. Ma il rischio che Parnassus diventasse soltanto l’ultimo film in cui ha recitato Heat Ledger è stato superato.

Sotto il Celio Azzurro

Sotto il Celio Azzurro

Nel documentario presentato a Roma per “Alice nella città”, l’educazione infantile e il dialogo fra le culture secondo Edoardo Winspeare

di Angelo Mozzetta
angelomozzetta@tiscali.it

Edoardo Winspeare, regista italiano fuori concorso al Festival di Roma 2009, ci racconta la nascita del suo documentario Sotto il Celio Azzurro, ambientato in un asilo romano: «L’idea non è mia ma dei produttori Graziella Bildeshaim e Paolo Carnera, che hanno entrambi un figlio lì e mi hanno chiesto di fare un documentario sull’argomento. All’inizio non ero così convinto, per cui mi sono riservato di visitare questo asilo per una settimana e prendere una decisione successivamente. Dopo quella settimana ho accettato con grande piacere, e allora abbiamo seguito per un anno la vita del Celio e abbiamo fatto questo documentario».
Winspeare ci tiene a redistribuire i meriti del film: «Io compaio come regista, ma dovrebbe essere firmato, insieme a me, da Luca Benedetti e Sara Pazienti, che sono i montatori, e poi in primis dalla produttrice e dal direttore della fotografia. È un film quasi collettivo. Anche se firmo io come regista, in fondo ho fatto di più l’operatore. Il direttore della fotografia è l’ideatore e ha curato e finalizzato la fotografia. La struttura, anche se discussa insieme a me, è più un’idea dei montatori».
Il tuo vero apporto alla causa è quindi più nel contenuto che nello stile?
«La mia impronta è più un interesse morale, verso i giovani soprattutto. Uno sguardo di passione e di partecipazione alle vicende dei miei “fratellli umani”. Io amo molto il mio Paese, che è purtroppo sempre più volgare e cinico, e in questo senso l’esperienza di Celio Azzurro è veramente esemplare. È un raggio di luce in una notte buia. Cito sempre quella frase di Borges: “Queste persone, di cui ignoriamo l’esistenza, stanno salvando il mondo”: il tipografo che compone quella pagina che non ama, ma lo fa bene; chi è contento che sia esistito Stevenson, chi accareza un animale quando nessuno lo vede. Queste persone salvano il mondo, non i grandi eroi. È un’altra versione della frase di Brecht “Il teatro è il paese che non ha bisogno di eroi, ma di eroi quotidiani”. Questi maestri del Celio sono eroi quotidiani».
Gli intenti del film allora non sono soltanto di pubblicizzazione e promozione dell’asilo in sé, quanto dello spirito che lo anima…
«Intanto speriamo che il Celio si possa salvare, e poi che diventi metafora per una scuola diversa in Italia. Quello che ho imparato da questi maestri è che non è così difficile trasmettere dei valori e delle idee positive se ci si crede fino in fondo. Sta tutto lì: con la passione, con l’amore, hai già fatto il 70% del lavoro. Poi devi essere un buon pedagogo, avere una metodologia e soprattutto una grande dedizione al lavoro».
Un inno al voler fare?
«Sì, a voler far bene le cose. Penso spesso che una caratteristica italiana era quella di fare un buon artigianato, e loro sono dei buoni artigiani dell’educazione».
Un concetto che nelle scuole italiane, di tutte le età, si trova sempre più di rado…
«Conosco molto bene la realtà delle scuole perché ci ho lavorato. I maestri sono spesso stufi, scocciati, dicono che i ragazzi sono bestie, capre… però se si decide a
priori che siano così, quelli verranno fuori ancora peggio. Ancora più importante in questo senso è la scuola materna, perchè è da lì che inizia tutto. In Italia si pensa sempre “Che posso fare io?”, tanto l’ambiente fa schifo, la società fa schifo, la mafia, il clientelismo, Berlusconi… quindi io non posso dare niente. Invece no. Ognuno di noi può fare qualcosa, e questi maestri non è che si ergano a fini intellettuali o inventori di un metodo, anzi: sono persone normali, dotate di un talento da pedagoghi,  che semplicemente vogliono fare bene le cose. Queste persone ci sono, e penso di averle scovate grazie a Bildeshaim e Carnera. A me piacerebbe fare un documentario del genere su un artigiano, un pescatore, un montatore. Una persona che fa bene il suo lavoro, che non si imbosca: anche con allegria, perché ci vuole. Anche con leggerezza, che dovrebbe essere la soluzione per il nostro paese. I tedeschi ad esempio riescono a fare le cose con serietà e gravità, e poi si divertono in vacanza. Noi riusciamo soltanto se manteniamo quel tono di leggerezza, specialmente da Roma in giù».
A chi è dedicato il film?
«Il film è dedicato a Giulia, una maestra fondatrice che non c’è più. Io dedico sempre il film al santo patrono, nonostante anche questo sia un film profondamente laico, quindi San Pietro e Paolo, ma è più un mio vezzo, un po’ per scaramanzia».
Hai trovato qualche disagio nel filmare soggetti che non sono attori professionisti?
«È stato molto divertente. Il particolare di questa scuola è che i maestri sono per metà uomini, e gli uomini si mettono più in evidenza delle donne, e hanno preso un pò la scena, però sono molto divertenti».
Nessun problema allora con l’occhio gelido della macchina da presa?
«Assolutamente no, anche perchè sono stato lì un mese prima a conoscerli, poi giravo con persone che conoscevano il Celio già da prima. In realtà ho il problema contrario: spesso non mi identificano come regista… sono una persona discreta, non ne ho l’aria».
Strutturalmente parlando, come si è sviluppata l’idea del film?
«C’era un’idea di struttura all’inizio, volevamo cominciare a filmare magari un certo personaggio, ma poi non è stato più possibile e abbiamo semplicemente filmato quello che succedeva lungo il corso dell’anno. Dopo le riprese, i montatori hanno pensato a uno spunto, che era quello di Attenti a quei due: pensare per ognuno una regressione, per mostrare che ogni maestro, ogni uomo e ogni padre deve ricordarsi che è stato bambino: i momenti più felici sono quelli dell’innocenza. Ogni maestro ha una sfilza di fotografie e musiche che lo portano dai giorni nostri a quando è neonato. Uno di loro dice: “I bambini sono felici se ricordiamo loro che anche noi siamo stati bambini”. I bambini sulla carta ci credono, ma in realtà non lo sanno. Non immaginano che anche il papà si faceva pipì nei pantaloni o giocava”. Berlusconi, D’Alema, sono stati bambini? E Napoleone o Hitler? È una maniera di provare umanità per le persone più assurde, cosa che loro non fanno molto spesso: contemplare l’uomo in tutta la sua fisiologia, oltre che complessità psicologica e profondità spirituale. Amen».

L’Italia del nostro scontento

L'Italia del nostro scontento

Un documentario a tre voci – Elisa Fuksas, Francesca Muci e Lucrezia Le Moli – per raccontare ambiente, giovani e politica di un paese in continua trasformazione, un affresco polifonico per capire veramente chi siamo

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

Comincia con una riflessione sulla bellezza il documentario L’Italia del nostro scontento, presentato a Roma nella sezione L’Altro Cinema e realizzato da Elisa Fuksas, Francesca Muci e Lucrezia Le Moli a partire da un’idea di Franco Scaglia. Tre capitoli di vita italiana per raccontare l’“Ambiente”, i “Giovani” e la “Politica” del nostro paese, attraverso un collage polifonico di testimonianze spontanee e frammenti d’immagine. Se Elisa Fuksas si interroga sulla costruzione sociale del paesaggio, mettendo a confronto voci d’autore (da Winspeare a Olivero Toscani) e sguardi di periferia, Francesca Muci attraversa l’universo giovanile riproducendone la multiforme varietà geografica, sociale e politica, restituendoci l’immagine di una generazione sfuggente, variegata, ma fortemente consapevole, scissa tra la voglia di apparire e quella di cambiare. Lucrezia Le Moli fa invece il punto sulle contraddizioni politiche del nostro tempo, esplorando come gente comune e giovani professionisti, lavoratori e disoccupati esprimono, ciascuno a suo modo, idee politiche e punti di riferimento ideologici. Un affresco a tre voci, dunque, per raccontare chi siamo e dove stiamo andando. Ora visionario e immaginifico, ora fatto di parola e giornalistico, il documentario si sviluppa attraverso tre stili e tre approcci diversi, mantenendo comunque una sua straordinaria unità di fondo e una profonda comunione d’intenti.
Abbiamo chiesto ad Elisa Fuksas e Francesca Muci di raccontarci le origini di questo progetto.
Alcuni dei personaggi che compaiono nel capitolo “Ambiente”, da Winspeare agli abitanti di Tor Bella Monaca a Roma, dicono che oggi gli architetti disegnano senza guardare, senza vivere in prima persona il territorio che andranno a modificare. È realmente così?
E.F: «Non credo che oggi gli architetti vivano separati dall’ambiente che progettano. Credo che le parole del ragazzo di Tor Bella Monaca siano semplicemente dettate dalla rabbia. A volte, come nel caso del Corviale, sempre nella periferia romana, si è arrivati a delle vere e proprie aberrazioni, tanto che l’architetto che lo ha progettato si è suicidato. Bisognerebbe esaminare i casi particolari, ma in generale posso assicurarti che gli architetti non fanno altro che camminare a piedi col naso per aria ad osservare la realtà che li circonda!».
Come avete selezionato i giovani che hanno raccontato i problemi delle nuove generazioni?
F.M.: «Semplicemente andando in giro in motorino. Li trovavo per strada, li fermavo e cominciavo a parlarci. Molti di loro non sapevano neanche cosa stessi girando esattamente. Ho preferito che il progetto rimanesse implicito per non alterare il loro pensiero, per lasciarli liberi di esprimere le loro idee sulla loro vita e il Paese in cui vivono».
EF: «Io invece ho dovuto scartare qualche testimonianza. Non so perché (ride), ma la gente, quando si trova davanti a una telecamera, inizia a parlare di qualunque cosa, pure della lavatrice che non gli funziona. Uno, ad esempio, ce l’aveva a morte con Asor Rosa. Altri invece parlavano male della casa del vicino per invidia personale… Ma a parte questi casi, che ho deciso di non includere nel documentario, le altre sono state testimonianze preziose. Ho trovato ad esempio una classe di studenti americani molto intelligenti che mi hanno aiutato a raccontare l’Italia come un prodotto che è ancora in vendita ma che in realtà non esiste più. Tutto quello che oggi viene definito come “made in Italy” spesso fa riferimento a un prodotto che non c’è. Se ti guardi in giro, ormai il cibo è orribile, il vino è di scarsa qualità, le donne sono di plastica…».
E cosa emerge dalle testimonianze raccolte?
F.M.: «Innanzitutto uno scarso senso di appartenenza. Quando chiedevo ai giovani che impressione avessero del Paese dove vivono, mi rispondevano sempre riferendosi al loro quartiere. Il Paese è il loro quartiere, non c’è un senso di appartenenza che va al di là dei confini del posto in cui abitano. E poi c’è una grande voglia di apparire, di farsi conoscere. Moltissimi di quelli che ho incontrato sognavano di entrare al Grande Fratello…».
Il documentario è diviso in tre parti, ciascuna realizzata da un’autrice diversa, ma c’è una grande coerenza stilistica, come fosse un’opera sola. Da cosa è dato questo senso di unitarietà? Avete lavorato insieme?
E.F.: «In realtà ci siamo incontrate pochissime volte. Abbiamo lavorato separatamente. Poi la colonna sonora indubbiamente ci ha aiutato a dare al tutto un senso unitario e una coerenza di fondo. Ma anche l’autore delle musiche ha lavorato per conto suo…».
F.M.: «Forse il senso di unitarietà nasce dal fatto che siamo donne e che in fondo parliamo tutte degli stessi problemi, ma poi ciascuna di noi ha il proprio sguardo sulle cose…».

C’erano una volta i campioni

La maglietta rossa

Con La maglietta rossa Mimmo Calopresti porta al Festival di Roma la storia di Adriano Panatta, simbolo di uno sport capace di essere testimonianza sociale e politica

di Lucia Santarelli
lucia.santarelli@libero.it

Regista di rilievo internazionale, giurato a Venezia nel 2004 e a Cannes nel 2001, vincitore di un Nastro d’Argento con La parola amore esiste e del Premio Solinas con La seconda volta, Mimmo Calopresti insiste nell’impegno documentario e, a un anno di distanza da La fabbrica dei tedeschi, sulle morti nel rogo ThyssenKrupp, arriva al Festival di Roma con un altro episodio di storia italiana. È il 1976 e, tra proteste e dissensi, la nazionale italiana di tennis partecipa a una discussa Coppa Davis vincendola, in finale, contro il Cile di Pinochet. In campo, Adriano Panatta indossa una maglietta rossa.
Perché scegliere di farne un docufilm?
«In qualche modo mi pare che oggi la società non abbia più quella capacità di reagire, appassionarsi, discutere. All’epoca, la decisione di partecipare alla coppa alimentò un dibattito molto accesso. Anche lo sport si dimostrò un mezzo per testimoniare qualcosa. Oggi, invece, tutto è vissuto come un reality, lo sport, la politica».
Il parere positivo di Berlinguer, come lo stesso Panatta dichiara, fu decisivo per autorizzare la partenza della squadra e la vittoria arrivò quando in Italia il clima politico e sociale era al culmine della tensione. Come in altri momenti è accaduto, pensa che anche allora si volesse utilizzare un successo sportivo per distogliere l’attenzione da altri problemi?
«Non credo. Penso ci sia stato un intento sincero nel fare in modo che la squadra partecipasse al torneo. Sicuramente quella vittoria è servita ad avvicinare al tennis tantissimi ragazzi, aprendo anche a chi non poteva permettersi il circolo Parioli».
Il docufilm ricompone la vicenda attraverso le parole del suo protagonista principale, Adriano Panatta, accompagnate da immagini di repertorio…
«Il linguaggio documentario ha potenzialità altissime perché è in grado di raccontare la realtà per quello che è. Le storie delle persone, dei fatti accaduti sono in grado di coinvolgere il pubblico spesso molto più della pura finzione. Andrebbe utilizzato molto di più».
Dopo il Festival di Roma, dove sarà presentato fuori concorso, La maglietta rossa sarà, per cominciare, distribuito in dvd. Ma la maglietta originale, esiste ancora?
«Certo che sì. L’ho vista custodita insieme alle racchette di legno che Panatta si faceva realizzare a mano. Era un tennis d’altri tempi, un tennis antico».

Immota Manet

Gianfranco Pannone

Immagini del terremoto e brani di Silone nel documentario breve realizzato da Gianfranco Pannone e dall’Accademia dell’Immagine dell’Aquila

di Francesco Del Grosso
francescodelgrosso@yahoo.it

All’indomani della tragedia che ha colpito l’Abruzzo, arriva sugli schermi del Festival di Roma per “L’Altro Cinema” Immota Manet, breve ma intenso documentario firmato da Gianfranco Pannone e dagli Allievi dell’Accademia dell’Immagine de L’Aquila. Proprio in quei giorni che hanno preceduto il sisma, gli autori stavano preparando un omaggio al celebre scrittore abruzzese Ignazio Silone, lavorazione interrotta proprio a causa del terremoto. Figlio di una mutazione creativa e visiva, il lavoro prende nuova forma e sostanza permeandosi del dolore e della sofferenza che quella notte ha causato. Si fa così collage emotivo mescolando le immagini del terremoto con i versi di Silone tratti da Uscita di sicurezza.

Non solo diva

stefania sandrelli

Una delle attrici simbolo del cinema italiano, Stefania Sandrelli debutta alla regia con il film Fuori Concorso Christine Cristina

di Elena Mandolini
mand.mae@libero.it

«È stato come fare il direttore di una banda». Icona del fascino femminile italiano e vincitrice nel 2005 del Leone d’Oro alla carriera, Stefania Sandrelli racconta così la sua prima esperienza da regista. Dopo un primo tentativo, poi abbandonato, di passare dietro la macchina da presa circa vent’anni fa, la Sandrelli vi riesce col film Christine Cristina, che omaggia la poeta e scrittrice Cristina da Pizzano. Come la protagonista del suo film, anche la Sandrelli si è distinta per le sue doti artistiche, nonché per il carattere fermo che l’ha portata a un percorso lavorativo in costante ascesa. Sicuramente la sua bellezza – vinse il concorso Miss Cinema Viareggio – l’ha avvicinata più repentinamente al grande schermo, regalando di lei l’immagine di seduttrice bambina, come in Divorzio all’italiana di Pietro Germi. Da allora i più grandi registi italiani l’hanno voluta come protagonista: Mario Monicelli, Bernardo Bertolucci, Ettore Scola. Basterebbe anche solo citare C’eravamo tanto amati, Alfredo,Alfredo o Quelle strane occasioni, per ricordarla statuaria nelle sue interpretazioni, mentre duetta con Dustin Hoffman, Vittorio Gassman e Alberto Sordi. Nota alle più giovani generazioni grazie alle fiction tv Il bello delle donne, Il maresciallo Rocca, e il film L’ultimo bacio di Gabriele Muccino, è attiva nella lotta contro l’Alzheimer, come testimonia il cortometraggio Ogni giorno. Dopo aver recitato nel 2007 accanto alla figlia Amanda in Io e Mamma, torna a lavorare con lei proprio in Christine Cristina, dove Amanda è l’interprete principale. La Sandrelli racconta così la sua scelta: «Ho trovato in lei una disponibilità, una bravura, un affetto che forse solo lei poteva darmi». La neo regista ci regala un quadro della Francia ottocentesca, fatta di meccanismi politici e giochi di potere, la cui scenografia è stata realizzata su di un set di Cinecittà già precedentemente utilizzato per un altro film.
Christine Cristina si basa sulla vita della vedova Cristina costretta a trovare un espediente per mantenere sia lei che i due figli, pur di non chiedere protezione al potente di turno. Sarà proprio grazie ai versi decantati dal poeta e menestrello Charleton, interpretato da Alessandro Haber, che Cristina scoprirà di avere lei stessa doti di poeta. Il desiderio di raccontare questa storia, rivela Stefania Sandrelli, è nato quasi per caso: «Guardando una vetrina di una libreria ho visto su una copertina un volto di donna: era Christine, che poi è diventata la protagonista del mio film. Anche in questo caso, più che scegliere, sono stata scelta».

Lucini e il ritorno della commedia all’italiana

Oggi sposi

Con Oggi sposi, presentato in anteprima Fuori Concorso, si ride, ma con raffinatezza

di Sandra Capitano
sandracapitano@gmail.com

Luca Lucini, milanese, classe 1967, arriva per la prima volta al Festival Internazionale del Film di Roma con la sua nuova commedia Oggi sposi, film corale con per protagoniste quattro coppie in attesa di convolare a nozze.
Ma chi è Luca Lucini?
Sin dal suo debutto cinematografico nel 2003 è stato distribuito o co-prodotto da colossi americani in Italia come Warner Bros. o Universal Pictures. E non è un caso. Cimentandosi in trasposizioni cinematografiche di best sellers letterari (Tre metri sopra il cielo, Solo un padre), e avvalendosi sempre di attori italiani emergenti (Scamarcio, Argentero, Crescentini, Pession) così come di affermati sceneggiatori (Bonifacci,Brizzi, Martani), a Lucini va il merito di aver re-introdotto – insieme a pochi altri – la commedia all’italiana light-refined: quella che fa sorridere, ma senza scadere nel pecoreccio, che attinge dalla realtà, ma senza addolorare.
Proprio come la intendeva Goldoni ne Il teatro comico e a cui Lucini dichiara di ispirarsi.
«In Oggi sposi, così come per altri miei film, ho utilizzato una scrittura forte  e bravissimi attori. Lo considero un tentativo non complessato di attualizzare le commedie brillanti, quelle prodotte qui in Italia dalla metà degli anni 50 in poi».
E mentre la nostra tradizione si rinnova, il botteghino esprime la sua riconoscenza:  i film di Lucini, infatti, incassano quasi sempre non meno di 3 milioni di euro.

American Prince: l’inedito di Scorsese riproposto da Tommy Pallotta

American Prince

Alla fine degli anni 70 circolava con copie di contrabbando. Dopo trent’anni, finalmente anche noi sapremo chi era Steven Prince

di Sandra Capitano
sandracapitano@gmail.com

Dopo The Departed – proiettato durante la prima edizione della Festa del Cinema di Roma nel 2006 – Martin Scorsese ritorna sugli schermi dell’Auditorium con il suo lost documentary del 1978 American Boy, ripresentato adesso con il titolo American Prince dal regista Tommy  Pallotta (conosciuto per aver prodotto l’animation-thriller-crime A Scanner Darkly, uscito in Italia con Warner Bros. nel 2006).
Ma chi è questo american boy di cui parlava Scorsese? E perché, dopo trent’anni, un altro regista americano decide di rilanciare l’attenzione sulla sua vita?
È Steven Prince, amico e coinquilino di Scorsese (tanto da affidargli la parte del trafficante di armi in Taxi Driver), nonché un ex tossicodipendente che amava raccontare aneddoti, molti dei quali realmente frutto della sua esperienza di vita. Divenuto road manager di Neil Diamond, Prince fu considerato da Scorsese un personaggio talmente affascinante «che nessuno sceneggiatore avrebbe mai potuto immaginarlo o sognarlo». Egli decise pertanto di ritrarlo su pellicola, ma senza mai diffondere ufficialmente quanto aveva girato.
«La prima volta che vidi American Boy ne rimasi impressionato», dichiara Pallotta. «Riuscii a vederlo durante un filmstudio, mentre ero al college a studiare filosofia. A quei tempi era visibile solo attraverso copie di contrabbando. Era un cult sia per i filmakers che per i cinéphile dell’epoca. Ricordate la scena di Pulp Fiction in cui Travolta deve colpire al cuore con una siringa di adrenalina Uma Thurman per terra in overdose?» – continua Pallotta – «questa che ormai è divenuta una delle più famose della storia del cinema non è altro che un omaggio di Tarantino a Prince. Era tra le storielle della sua vita che Prince amava particolarmente raccontare. Gli era veramente accaduto. E anche Tarantino aveva visto il documentario con una di quelle copie di contrabbando».
L’incontro tra Pallotta e Scorsese è avvenuto per caso nel 2006. «Ho talmente amato American Boy - dichiara Pallotta – che ho ritenuto necessario riproporre un ritratto di Prince dopo trent’anni, in modo da farlo conoscere al grande pubblico. Anche a Scorsese è piaciuta l’idea e ha pensato che bisognava finalmente dargli la giusta attenzione».
Acclamato all’Sxsw, il Sothwest Film Festival, American Prince è senza dubbio un irrinunciabile doppio dipinto d’autore.

Padre Jerzy, il sindacalista di Dio

Popieluszko

Nel film biografico di Rafal Wieczynski la straordinaria rivoluzione di Padre Popieluszko nella Polonia di Solidarnosc

di Tania Di Giacomantonio
tdigiacomantonio@yahoo.it

Ciò che la Detassis ha annunciato nella conferenza stampa, ovvero che quello di quest’anno «è un festival che mira a mescolare film di grande appeal divistico con altri più spirituali e politici in senso alto», calza bene a Popieluszko di Rafal Wieczynski, giovane autore polacco di documentari per cinema e televisione. L’anteprima il 19 ottobre in Sala Sinopoli nella sezione Proiezioni ed eventi speciali, racconta la storia vera di un presbitero polacco, convinto anticomunista che nelle sue prediche lanciava critiche al sistema e invitava la gente a contestare il regime. Padre Jerzy Popieluszko si unì ai lavoratori del sindacato autonomo di Solidarnosc, contrario al regime comunista. Le sue omelie venivano trasmesse da Radio Free Europe, che gli diede popolarità anche all’estero. Ma presto venne rapito, torturato e ucciso dai servizi segreti. Film toccante e sicuramente celebrativo, non arriva allo spettatore in toni pesanti: il racconto biografico commovente è guidato da  una regia asciutta, di ampio respiro e attenta a unire dettagli cronologici e vero sentire.
«Il mio primo film l’ho fatto per amore del cinema. Il secondo, Popieluszko, l’ho fatto perché era necessario. Sono passati vent’anni dalla conquista della nostra libertà ma nessun film ha raccontato la battaglia contro il regime. La generazione più giovane non conosce quelle lotte, non immagina nemmeno cosa hanno significato per noi polacchi quei mutamenti radicali», racconta Rafael. «Popieluszko è la storia vera, e insieme romantica, delle radici della libertà di cui oggi gode tutta l’Europa Centrale. È la storia del fantastico periodo di Solidarnosc, della vergogna della legge marziale e dei crimini del regime nella Polonia degli anni 80». Rafael Wieczynski aveva già realizzato il documentario I vincitori non muoiono. Documento su padre Popieluszko, inedito in Italia.
«Non ho mai conosciuto direttamente Padre Popieluszko, ma all’età di sedici anni, come molti miei coetanei, a dispetto dei divieti, mi assentai da scuola per partecipare ai suoi funerali. Mi chiedevo se sarei stato capace come lui di sacrificare la mia vita per la Verità».

Alza la testa

Alza la testa

Dopo L’aria salata Alessandro Angelini torna in Concorso al Festival di Roma con Alza la testa, la storia di un uomo ferito dalla vita e del suo desiderio di riscatto

di Tania Di Giacomantonio
tdigiacomantonio@yahoo.it

In concorso alla IV edizione del Festival di Roma, Alessandro Angelini presenta Alza la testa, con Sergio Castellitto, Gabriele Campanelli, Giorgio Colangeli. Giovane regista romano, nasce come fotoreporter, ma finisce per essere assistente alla regia e poi aiuto regista, di Nanni Moretti, Mimmo Calopresti, Cristina Comencini. Con L’aria salata, suo film d’esordio, nel 2007 è stato vincitore di due David di Donatello (miglior attore non protagonista e miglior produttore).
Come nasce l’idea del film, trae spunto da una storia vera?
«La storia non parte da un vissuto, ma non è neanche un racconto di fantasia. Questo film nasce fondamentalmente dall’osservazione, dalla mia curiosità di mettere in scena cose belle da poter raccontare. Il punto di partenza è sicuramente un uomo (interpretato da Sergio Castellitto), con la ruggine addosso: sente che le cose si stanno ormai mettendo male, ed è animato da un desiderio di riscatto, dunque si danna per mettere le cose a posto e cercare di riequilibrare il piano dissestato. Ma così facendo, si complica ancora di più la vita resa già dura dai colpi bassi ricevuti, e si allontana ancora di più da una scelta di condivisione con gli altri, perdendo tutto, nella fattispecie suo figlio, la cosa più cara che ha. Questa l’idea di partenza: un uomo che continua a sbagliare animato da un desiderio di riscatto, seguendo delle scelte che lo danneggiano».
Qual è il messaggio della tua storia?
«Il messaggio vero è un po’ sintetizzato dal titolo: alza la testa! Nel film c’è la boxe di mezzo, Castellitto ha un mediocre passato da pugile dilettante, al contrario del figlio diciassettenne che è un vero talento. Lui vuole riscattarsi attraverso i successi del ragazzo, ma la vita riserva delle sorprese e arriva il momento in cui un allenatore più bravo di lui glielo toglie. Questo è già un primo colpo perché deve abbandonarlo, quindi “alza la testa” è il grido rivolto al ragazzo, ma anche a se stesso nel senso di guarda chi hai davanti, non chiuderti non essere schivo, intento a pensare solo ai tuoi interessi. Il messaggio è realmente la storia di una caduta e di una resurrezione».
Ti senti cresciuto rispetto a L’aria salata?
«(ride) Il primo film è sicuramente qualcosa in cui arrivi senza preparazione. Tanti anni di gavetta, ma quando ti sposti fisicamente dietro la macchina da presa è tutto diverso, cambia tutto. Quindi fai il primo film con grande incoscienza, ti butti e mentre succedono le cose ti accorgi che stai lavorando. Il secondo film è realmente più difficile proprio perché ci arrivi con un’altra consapevolezza. Ho avuto la fortuna di attraversare i generi con grande libertà, mantenendo le caratteristiche che fanno parte del mio bagaglio: inizia come una commedia sgangherata, segue come un romanzo di formazione, poi diventa drammatico, con un finale imprevisto. In questo senso il secondo film è una crescita, poiché mi sono dato la possibilità di esplorare altre strade, provare cose che prima non avrei avuto il coraggio di fare».
Il direttore artistico del festival, Piera Detassis, dice che questa quarta edizione è all’insegna dell’osmosi, cioè saranno presenti film per cinefili e film d’intrattenimento. Il tuo lavoro dove lo collocheresti?
«Per me è importante sempre l’osservazione, partire da un dato reale. Non faccio film politici nel vero senso della parola, però quando si offre l’occhio alla realtà c’è sempre un’angolazione che è quella del regista e il taglio glielo dai raccontando la storia. Se diamo per assunto che il sociale è sempre politico allora sì, il mio film fa riflettere. Ma è giocato anche sull’emotività, ci son dei colpi di scena che pongono l’attenzione più sull’essere umano che sull’ambito politico/sociale».
Cosa pensi del Festival del Cinema di Roma?
«Io ci torno col secondo film, per cui abbiamo la stessa età, sono dunque contento e curioso di vedere come sarà l’accoglienza. Sono contento di partecipare e poi quando sei in concorso, sei talmente preso dall’esito delle cose, che non hai la possibilità di guardare altri film o di giudicare impostazione e organizzazione. Ho un ricordo piacevolissimo della prima edizione e poi Roma è la mia città, parla di cinema da tutti gli angoli, un festival mancava proprio, lo sento mio».
Progetti futuri?
«Per ora seguire il film, portarlo in giro, presentarlo (esce il 6 novembre con 01 Distribution) e confrontarmi con il pubblico, anche quella è una parte interessante del mio lavoro. Non dimentichiamo che i film si fanno per la gente, dunque è importante far passare un’idea, raccontare una storia e sentire le diverse interpretazioni dopo la visione. Le emozioni sbaragliano tutto, anche dopo L’aria salata avevo in mente una storia, ma poi è andata diversamente. Finché non ti metti al lavoro seriamente alla realizzazione di un film e non vedi che quella storia ti parla, non fai nulla. Non so come facciano gli altri a progettare nei dettagli il loro lavoro, è un approccio imprenditoriale che a me manca».

Uno sguardo inedito

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A vent’anni dalla sua scomparsa, Roma ricorda Sergio Leone con una mostra-evento inaugurata da Morricone

di Elena Mandolini
mand.mae@libero.it

Un regista italiano che ha ispirato generazioni di cineasti e il cui nome è sinonimo di spaghetti-western. Sergio Leone rivive attraverso la mostra omonima “Sergio Leone, Uno sguardo inedito”. Suddivisa in due sezioni, la manifestazione si incentra su foto di backstage e spezzoni delle scene madri delle sue opere più belle. Curata da Gian Luca Farinelli, Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo, la mostra è è inaugurata dal Maestro Ennio Morricone e rimane aperta fino al 23 ottobre.
Un cinema, quello di Leone, fatto di storie incentrate su tormenti e dolori, vendette sanguinarie e ricerca della verità. Vasti paesaggi, sabbia e polvere, che quasi sembrano emergere dallo schermo stesso, talmente tanta l’abilità di raccontare non solo personaggi, ma anche i luoghi stessi delle storie. Campi lunghissimi, primissimi piani, lunghi silenzi e l’indimenticabile colonna sonora composta da Ennio Morricone: i duelli di Sergio Leone sono diventati dei tesori intramontabili della cultura cinematografica. Una carriera iniziata negli anni cinquanta come aiuto regista, che lo ha portato a dirigere film come Per un pugno di dollari, Qualche dollaro in più e Il buono, il brutto, il cattivo (”Trilogia del dollaro”) ed ancora C’era una volta il West, Giù la testa e il gangster-movie C’era una volta in America (”Trilogia del tempo”). Omaggiato da Clint Eastwood, Dario Argento, Quentin Tarantino e Stanley Kubrick, Sergio Leone è amato anche da chi non gradisce western e duelli.

Star in mostra

UP IN THE AIR

George Clooney e Richard Gere arrivano a Roma con Up in the Air e Hachiko – A Dog Story: storie di ordinario cinismo e commovente lealtà

di Paola De Benedictis
guardalaluna23@hotmail.com

George Clooney e Richard Gere si contendono il tappeto rosso del Festival Internazionale del Film di Roma.
Il primo è protagonista dell’ultima pellicola di Jason Reitman, regista di Thank You For Smoking e Juno. Titolo del film Up in the Air, commedia cinica e “scorretta” in cui Clooney interpreta uno spietato galoppino di lusso pagato per andare a licenziare di persona i dipendenti della società per cui lavora. Tutto fila liscio finché una giovane neolaureata inventa un sistema telematico per licenziare in videoconferenza, rendendo così il lavoro del protagonista del tutto superfluo. Si tratta di un classico soggetto alla Reitman, regista particolarmente abile nel mettere a confronto personaggi cinici con improvvise crisi di coscienza.
Archiviato il ruolo di sex symbol Richard Gere presenta Hachiko: A Dog Story di Lasse Hallström, riadattamento americano della storia vera del cane Hachiko, simbolo di lealtà per tutto il Giappone. Abituato ad accompagnare il suo padrone in stazione e ad aspettarlo al ritorno, l’animale continuerà a farlo anche dopo la morte dell’uomo fino alla sua stessa morte. Un ottimo Gere – nei panni del professore proprietario del cane – diretto da un Hallstrom particolarmente ispirato e misurato.

L’isola che non c’è

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Nel film in concorso Dawson Isla 10, le testimonianze dei sopravvissuti alla Guantanamo cilena

di Giusy Paesano
g.paesano@libero.it

Dawson Isla 10 (titolo originale Isla 10) è tratto dal romanzo autobiografico di Sergio Bitar, ex-ministro di Salvador Allende.
Dopo il colpo di stato del ’73, i più stretti collaboratori di Allende vennero rinchiusi nel campo di concentramento dell’isola di Dawson, definita la “Guantanamo cilena” dove, per cancellarne le identità, furono ribattezzati con un numero.
Grazie alle pressioni della Croce Rossa Internazionale venne risparmiata loro la vita, ma non il clima inospitale, le torture e i lavori forzati.
Trent’anni dopo, alcuni sopravvissuti tornano sull’isola e vi ritrovano i luoghi in cui hanno imparato a sopravvivere. A riceverli sono gli ufficiali della marina, un tempo loro carcerieri, oggi servitori del potere democratico.
L’ultimo lungometraggio di Miguel Littin, regista cileno tra i più noti in Europa, amico e sostenitore di Salvador Allende, mette in scena un macabro microcosmo in cui memoria e disinganno si fondono dando luogo a una densa sintesi espressiva. Il ritmo è serrato, il montaggio segue l’andamento del flusso di coscienza che non rinuncia a scavare nel fondo della nostra “anima civile”.
Littin ama il neorealismo italiano da cui ha più volte sostenuto «esser rimasto contaminato».
«I miei film non sono spettacolari come quelli americani. Non mi interessa fare cassetta ma descrivere la realtà,trasmettere idee ed emozioni. In America Latina non abbiamo grandi mezzi di produzione ma – per fortuna – non mancano gli autori». Autori come Littin o Ruiz, i migliori che il Cile potesse mai sperare di ottenere.

Destinazione Uruguay

Anthony Hopkins in The City of Your Final Destination
Intrighi e relazioni improprie nella saga familiare presentata da James Ivory nel film Fuori Concorso The City of Your Final Destination

di Paola De Benedictis
guardalaluna23@hotmail.com

In anteprima mondiale l’ultima fatica del raffinato e coltissimo regista americano James Ivory. Si intitola The City of Your Final Destination ed è tratta dal libro di Peter Cameron Quella sera dorata, pubblicato in Italia da Adelphi.
Noto per la predilezione e la cura maniacale nella ricostruzione degli ambienti, Ivory è anche autore della sceneggiatura; mentre scenografie e costumi sono stati affidati a due dei suoi designer preferiti: l’art director Andrew Sanders e la costumista Carol Ramsey.
Il protagonista del film è Omar Razaghi, giovane accademico americano di origini iraniane, che tenta di convincere i riluttante eredi di un celebre scrittore uruguayano, Jules Gund, a permettergli di scriverne una biografia autorizzata. Di fronte al rifiuto della famiglia il ragazzo non si perde d’animo e si reca di persona in Uruguay per far incontrare i parenti e chiedere all’esecutore testamentario di cambiare idea. Si ritroverà coinvolto in un vespaio di intrighi, relazioni improprie e stravaganze.
Nel romanzo di Cameron non accade quasi nulla, eccezion fatta per un piccolo incidente – una puntura d’ape – che causerà una svolta nella storia, e tutto si basa sul gioco dei caratteri e sugli scambi verbali che dicono poco, ma lasciano intendere molto. Dunque per restare fedele al testo Ivory ha scelto di lasciare nell’ombra la figura dello scrittore Jules Gund – motore immobile degli eventi – e trasportare coraggiosamente sulla scena gli “avvenimenti interiori” attraverso dialoghi ad un tempo ironici e amari, profondi e leggeri, a tratti comici, a tratti serissimi.
Nel cast del film Laura Linney, Charlotte Gainsbourg, Omar Metwally, Hiroyuki Sanada, Alexandra Maria Lara ed Anthony Hopkins, quest’ultimo diretto da Ivory per la quarta volta.

Se l’arte incontra la natura

The Cove - 3
La tutela dell’ambiente e i cambiamenti climatici nei film in mostra nella sezione Occhio sul mondo

di Dafne Foderà
dafne.fodera@libero.it

«Tutta l’arte è perfettamente inutile», diceva Oscar Wilde. Quando, però, la sensibilità viene condivisa, si verifica qualcosa di straordinario, un intento comune che, a volte, porta a risultati concreti. Ad aprire la sezione Occhio sul mondo, non c’è solo il cinema. È un occhio sul mondo dal punto di vista personale, per affrontare un tema urgente come quello del cambiamento climatico. Registi, ambientalisti, stilisti, musicisti e giornalisti scientifici si uniscono per una causa comune. Lo fanno in modo creativo, usando le componenti spettacolari per mostrare la bellezza che si cerca di salvaguardare. O, semplicemente, con le loro testimonianze. Come nel documentario di David Hinton, Art From a Changing Arctic, che mostra proprio l’impegno del mondo dell’arte, attraverso le spedizioni di Cape Farewell e le narrazioni di coloro che hanno deciso di recarsi personalmente nell’Artico e di tornare per raccontarlo.
Ad aprire la rassegna, per la Giornata mondiale dell’alimentazione, non ci sono soltanto gli scienziati e gli addetti al settore. La musica e la moda entrano in contatto con l’ambiente, attraverso la presenza dello stilista francese Pierre Cardin e delle cantanti Noa e Anggun. L’arte, quindi, incontra la natura, per meravigliarsi, non per spiegarla. Il viaggio nella laguna del Giappone, nel film The Cove, diretto dal fotografo Louie Psihoyos, mostra la voglia di scoprire cosa si cela nel posto in cui sono addestrati i delfini che si esibiscono negli acquari di tutto il mondo. Le Strade d’acqua di Augusto Contento sono, invece, i grandi fiumi dell’Amazzonia, uniche vie percorribili, i luoghi dove tornare a scorrere. La narrazione, ancora una volta, ricorda all’uomo i suoi legami più veri.

Non solo critica

Tullio Kezich
Ricordando Tullio Kezich: dai successi giornalistici e letterari alla carriera da critico cinematografico e sceneggiatore

di Mattia Lento
mattialento@virgilio.it

Dopo la Mostra del cinema di Venezia anche il Festival Internazionale del Film di Roma sceglie di omaggiare Tullio Kezich, scomparso lo scorso agosto all’età di ottanta anni. La carriera giornalistica di Kezich ha inizio in una radio locale della natia Trieste, nel ruolo di recensore cinematografico. Nel 1955 è tra i fondatori della rivista di orientamento marxista Cinema nuovo e nel frattempo collabora alle più importanti testate giornalistiche del paese. In breve diviene una delle voci di riferimento della critica cinematografica italiana. La sua carriera non si limita soltanto al giornalismo, infatti Kezich scrive un discreto numero di sceneggiature, tra cui quella per il film del 1988 La leggenda del santo bevitore di Ermanno Olmi. Pochi sanno che la collaborazione tra Olmi e Kezich è andata ben oltre il sodalizio tra scrittore e regista: nel 1961 il friulano interpreta con successo il personaggio dello psicologo ne Il posto e insieme allo stesso regista fonda una società di produzione denominata “22 dicembre”. L’avventura di sceneggiatore e produttore continuerà anche in RAI dove Kezich si fa valere soprattutto come abile adattatore di capolavori della letteratura. Pregevole anche la sua produzione saggistica, tra cui una fondamentale biografia di Federico Fellini, con cui il nostro amato critico strinse una profonda e duratura amicizia.

Io, mamma in carriera

Meryl_Streep

A Roma per ricevere il Marc’Aurelio d’Oro alla Carriera e presentare Fuori Concorso Julie & Julia, Meryl Streep svela, con l’immancabile ironia, i retroscena di un successo mondiale

di Francesco Cinquemani
francesco.cinquemani@gmail.com

È forse l’attrice più amata dalla critica e una delle più apprezzate dal pubblico di tutto il mondo. Ha quasi sessant’anni e un curriculum impressionante (tra cui 14 nomination agli Oscar). Il Festival di Roma la celebra con una retrospettiva a lei dedicata e con il Premio Marc’Aurelio d’Oro alla Carriera.
Hai detto che a Hollywood c’è sempre un prezzo da pagare…
«Sì, per forza. Le celebrità perdono la loro privacy e non è una cosa da poco. E non è vero che se la vadano sempre a cercare. C’è un nuovo sito web che mostra come vivono le persone famose nelle loro case, in famiglia. Mandano i paparazzi a fotografare attraverso le finestre delle nostre case anche quando siamo a tavola, in cucina o in bagno. E sono cose che vengono seguite da tantissime persone in giro per il mondo. Lo trovo folle e questo mi spaventa. Io al successo non ho mai prestato troppa attenzione. Alla fine di ogni film ero convinta che sarebbe stato l’ultimo. Che nessuno mi avrebbe più richiamata. Che la mia carriera sarebbe finita da lì a poco. Ricordo che, intorno ai quarant’anni, dissi a mio marito che ci saremmo dovuti organizzare per quando sarei andata in pensione. Invece c’è sempre stato un altro film, poi un altro ancora e… beh, sono ancora qui (sorride). Sono grata per tutte le cose che ho realizzato e per tutte le occasioni che ho avuto. Certo, col tempo ti senti a poco a poco più stanca, ma sento di avere ancora molta vitalità».
Guardando alla tua lunga carriera hai qualche rimpianto?
«Nessuno, sono proiettata in avanti al punto che alcune pellicole non ricordo nemmeno di averle fatte. Recentemente sono stata al Festival di San Sebastian, dove hanno proiettato delle scene dei miei vecchi film. Sono rimasta sbalordita, alcuni me li ero proprio dimenticati! Sarà perché io guardo alla mia carriera come ad un album di famiglia. Sfogliandone le pagine, non ci sono i premi o le recensioni positive, ma le persone che ho incontrato, i luoghi dove ho girato, i posti, i ristoranti dove ho cenato… lo ammetto, amo il buon cibo».
È per questo che hai accettato di interpretare Julie & Julia?
«Puoi scommetterci! Julie & Julia è una commedia culinaria, la regista è Nora Ephron. Il film è ispirato alla vita di Julia Child, la donna che negli Anni Sessanta ha cambiato il modo di mangiare degli americani, educandoli al gusto e a un’alimentazione più salutare. Prima delle sue trasmissioni le nostre cene erano davvero orribili. Mi ricordo che quando ero piccola mia madre mi diceva: “se non puoi cucinarlo in 45 minuti non è una cena”. Nella mia infanzia era tutto surgelato, scartavamo, riscaldavamo ed eravamo felici. L’opera di Julia è stata fondamentale anche per la mia alimentazione».
Come hai costruito la tua carriera?
«Lentamente ed in mezzo alle mie molte gravidanze».
Hai mai sofferto del complesso della “prima della classe”? Di dover essere sempre all’altezza?
«Quando sei madre di quattro figli non ti senti mai la prima della classe: ci pensano i tuoi ragazzi a ricordarti i tuoi difetti. Avere una famiglia rimette tutto nella giusta prospettiva. Certo, mi capita che qualche collega più giovane provi un po’ di soggezione a recitare con me, ma solo nei primi giorni. Quando si rendono conto che anch’io dimentico le battute, e che quindi sono umana, si rilassano ed è più facile entrare in sintonia».
Quali consigli hai dato a tua figlia Mamie quando ha scelto d’intraprendere la carriera d’attrice?
«Io sono stata fortunata, ma ci sono moltissimi bravi attori che non hanno avuto il successo sperato e si sono dovuti accontentare; ora fanno doppiaggio o qualche pubblicità. Molti di questi sono cari amici e frequentano spesso la mia casa. Questo ha fatto sì che i miei figli avessero un’idea ben precisa di come vanno le cose in questo mestiere. Devo dire che hanno tutti i piedi ben piantati a terra, molto più di me, tanto che non riescono a capire l’ottimismo con cui da ragazza mi lanciai in questa avventura. Ma il fatto che anche Mamie abbia deciso d’intraprendere questa strada è probabilmente un fattore genetico… anche mia madre sognava il mondo dello spettacolo. Mi confessò un giorno che, se non avesse avuto me, le sarebbe piaciuto fare la cantante di piano bar».
Che tipo di mamma sei?
«Sai, in ogni famiglia c’è sempre il poliziotto buono e quello cattivo. Io sono il poliziotto cattivo. Quando devono chiedere qualcosa i miei figli vanno sempre dal padre, non vengono mai da me. Io sono il tipo: “No, ho detto di no”. Lui invece è quello che dice sempre: “Ma certo, tesoro, puoi girare da sola in macchina di notte a diciassette anni attraverso una zona desertica e di periferia per raggiungere i tuoi amici a un concerto distante 50km, è un’idea grandiosa. Queste sono le dinamiche a casa mia».
Com’è stata l’esperienza di Mamma Mia!?
«Una della cose più divertenti che abbia mai fatto. Abbiamo girato in interni, in Inghilterra, fuori pioveva a dirotto e faceva un freddo cane. Poi entravi in uno studio enorme e c’era il calore, la luce, la musica altissima, i colori: in un istante ti ritrovavi veramente in Grecia. Ero felice, mi sentivo bene».
Qual è la tua canzone preferita tra quelle degli ABBA?
«Dancing Queen! Per forza; se la metti ora, ti costringo a cantarla insieme a me. Mi fa venir voglia di ballare».
Che cantante ti sarebbe piaciuta essere?
«Oh mio Dio! Posso dirlo? Tanto non accadrà mai. Le adoro tutte, da Janis Joplin a Beyoncé, non saprei scegliere. In bagno ascolto sempre musica e m’immagino di essere come loro. Lo ammetto: canto sempre davanti allo specchio. Il cantare mi attiva il cuore, mi dà gioia e piacere, anche se poi a riascoltarti, sei negata. La gente dovrebbe cantare di più. I miei figli, che sarebbero anche bravi, non lo fanno quasi mai. È triste, non fanno nemmeno più cantare i bambini nelle scuole. La gente ha perso il piacere del cantare insieme, nessuno canta più la stessa canzone».
Nella sequenza finale, quella di Waterloo, le donne sembrano davvero scatenate, mentre gli uomini sembrano un po’ più impacciati…
«(Ride) A dire il vero gli uomini erano un po’ a disagio. Sai, io non sono un uomo, ma i costumi erano davvero attillati e, sai… magari si sono sentiti impacciati per quello. Quella scena l’abbiamo girata alla fine dell’ultimo giorno di lavoro. Avevamo finito. Ovviamente eravamo esausti, ma è stato bellissimo».
Hai detto di aver visto per la prima volta il musical di Mamma Mia! a ridosso dell’11 settembre a New York, e che ti ha aiutato, ti ha infuso ottimismo…
«Penso che ne abbiamo bisogno. Stiamo ancora vivendo le conseguenze nefaste di quel tragico giorno. Personalmente, ho sempre bisogno di ridere e sentirmi bene, di passare dei bei momenti, soprattutto quando devo concentrarmi molto su qualcosa. Penso che dovremmo tutti, sempre, ricordarci di ridere, ballare e cantare. Noi ci eravamo trasferiti a New York City il 9 settembre del 2001. I miei figli avevano trascorso due giorni durissimi ad ambientarsi nella nuova scuola. E poi è successo. Siamo stati isolati per 18 ore, niente luce, telefono, i ponti erano crollati. Noi eravamo a Manhattan e loro dovevano andare a scuola a Brooklyn. Quando ho visto che debuttava Mamma Mia!, ho detto: “Oh, sì, questo è proprio quello che ci vuole!”. Erano in molti, compresa la regista e la produttrice dello spettacolo, che si dicevano: “Forse non dovremmo proprio debuttare con questo spettacolo dopo questa tragedia, con una cosa così sciocca e civettuola”. Ma io credo che sia stato un gran bel dono alla città. E oggi sono estremamente felice che Mamma Mia! stia avendo questo incredibile successo a livello mondiale. Non capisco perché le case di produzione rimangano sempre scioccate di fronte al fatto che le donne possano avere voglia di divertirsi. Per fortuna le cose stanno cambiando, perché oggi ci sono molte più figure femminili in grado di finanziare i film e ci sono molte più registe e sceneggiatrici rispetto al passato. La maggior parte dei film sono pensati da uomini, e le donne sono spesso in secondo piano. È ancora vero che ci sono pochi film pensati per le donne. Questo è realmente un film per le donne che parla di donne: amiche, madri e figlie, in cui ci sono tre uomini meravigliosi che si trovano di colpo intrappolati in un universo al femminile».

L’arte dell’irriverenza

Luigi Zampa

Il Festival di Roma celebra Luigi Zampa ripercorrendo i suoi più grandi successi nella retrospettiva a lui dedicata

di Mattia Lento
mattialento@virgilio.it

Luigi Zampa è cineasta restio alle etichette. L’intero corpus della sua opera appare superficialmente privo di quella unitarietà che fa di un regista un autore. Eppure, Zampa non è stato un semplice mestierante ma una personalità forte che, a fortune alterne, è riuscita ad attraversare più epoche della storia del cinema, regalandoci anche film di notevole spessore e opere che hanno anticipato estetiche e gusti successivi. L’avventura nel cinema del regista capitolino comincia negli anni Trenta: Zampa abbandona gli studi universitari d’ingegneria e s’iscrive al centro sperimentale di cinematografia. Nel 1939 entra ufficialmente nell’industria cinematografica nel ruolo di sceneggiatore. Poco dopo si dedica anche alla regia confezionando opere inscrivibili all’interno del genere cosiddetto dei “telefoni bianchi”. Nell’immediato dopoguerra Zampa è considerato dalla critica regista di punta del movimento neorealista e ottiene un successo internazionale nel 1947 grazie al film Vivere in pace. Questo titolo in realtà presenta già caratteristiche che informeranno il genere della commedia rosa e mostra la propensione di Zampa verso un impegno civile stemperato dal registro comico e da un’ideologia dai caratteri fortemente populisti. La collaborazione con Brancati produce uno dei titoli più pregevoli della filmografia del regista, ovvero Anni difficili, che suscitò nel 1948 non poche polemiche tra i critici. Nel 1952 gira Processo alla città, una lucida analisi dell’infiltrazione camorrista nei gangli della società napoletana d’inizio Novecento. Successivamente Zampa si mostra sempre più sensibile nei confronti della letteratura nostrana e da questo interesse nascono film quali La patente, con Totò, e La romana, dall’omonimo romanzo di Moravia con Gina Lollobrigida nei panni della protagonista. Da ricordare anche la collaborazione con Alberto Sordi, uno degli ultimi capitoli significativi di una carriera lunga e variegata.