
Dopo aver esplorato il tracollo della borghesia, Soldini si cimenta con una storia d’amore e di passione e la racconta da una prospettiva inedita: la realtà
di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com
A tre anni dal tracollo della media borghesia italiana raccontato egregiamente in Giorni e nuvole, Soldini torna dietro la macchina da presa per mettere in scena l’amore al tempo della crisi. O, come sottolinea Pierfrancesco Favino in conferenza stampa, la crisi al tempo dell’amore. Al dramma sentimentale, infatti, si intreccia prepotentemente quello – attualissimo – della recessione e della precarietà delle condizioni economiche in cui versa la gente “normale”, quella che troppo spesso viene prudentemente rimossa da piccoli e grandi schermi.
Protagonisti di Cosa voglio di più, selezionato nella sezione Special Gala all’ultimo festival di Berlino, sono Anna (Alba Rohrwacher) e Domenico (Pierfrancesco Favino): lei è impiegata in un’agenzia di assicurazioni e vive nell’hinterland milanese con Alessio (Giuseppe Battiston), un commesso tuttofare che stravede per lei e non vede l’ora di avere un figlio; lui, addetto a una ditta di catering, vive in un grattacielo di periferia insieme alla moglie Miriam (Teresa Saponangelo) e a due figli, barcamenandosi fra le pressanti difficoltà economiche e il difficile menage familiare. Quando Domenico irrompe per caso nella vita di Anna, fra i due nasce una passione clandestina incontenibile che li porterà a fare i conti con gli obblighi, i vincoli e le responsabilità, sia materiali che psicologiche, delle loro vite personali.
Con la delicatezza e l’intelligenza che contraddistinguono il suo modo di fare cinema, Soldini entra nella vita quotidiana dell’Italia di oggi e la racconta senza giudizi o facili etichette, mettendone in scena le pulsioni più intime, vitali e contraddittorie, attraverso primi piani inquisitivi e un efficace uso della macchina a mano. Se il cinema tradizionale ha più volte messo in scena storie di amori impossibili e passioni nascoste, Soldini affronta il tema da una prospettiva inedita: la realtà, chiedendosi fino a che punto esista la libertà di vivere fino in fondo un amore, e quanto invece pesino i condizionamenti imposti da ristrettezze economiche e obblighi familiari. Se, come già in Pane e tulipani, Soldini è affascinato dall’irrompere casuale e rivelatore dello straordinario nell’ordinario, qui lo sguardo è più maturo, e forse disincantato. L’orizzonte delle possibilità esistenziali rimane felicemente aperto, ma insieme vi è l’amara consapevolezza – o quantomeno il sospetto – che l’amore è un lusso che non sempre ci si può permettere. Da qui il senso di angosciante oppressione che sembra incombere su tutta la vicenda, nonostante la vitalità di una passione che porta i protagonisti a spostare più in là, almeno per un momento, le barriere delle proprie prigionie personali.
La vita di tutti i personaggi, anche quelli tratteggiati con rara profondità sullo sfondo, corre in cerchio, in una muta rassicurante quotidianità fatta di gesti ripetuti, relazioni apparentemente serene e amicizie più o meno consolidate (da qui l’implicita domanda del titolo: “Cosa voglio di più?”). Ma è un cerchio che non si chiude. Perché se è vero che la libertà dell’amore non è da tutti, ancor più vero è che – una volta assaporati quegli attimi di eternità con cui la vita sconquassa i nostri equilibri – nulla potrà mai più essere come prima.
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