Shutter Island

Shutter-IslandNel cupo thriller psicologico di Scorsese con Leonardo Di Caprio, un omaggio ai grandi classici noir e un’indagine sulla violenza come elemento formativo dell’uomo

di Vincenzo Ianni
vincenzoianni@yahoo.it

USA 1954. Nel pieno della guerra fredda, un ufficiale federale, Teddy Daniels (Leonardo Di Caprio) e il suo nuovo partner Chuck Aule (Mark Ruffalo) vengono inviati  su un’isola a largo della costa di Boston in un impenetrabile istituto psichiatrico criminale – l’Ashecliffe Hospital – per indagare sulla scomparsa di una paziente pluriomicida, Rachel Solando, sparita inspiegabilmente dalla sua cella senza lasciare traccia. Le indagini prendono da subito una cattiva piega: sin dal primo colloquio, il Dottor Cawley (Ben Kingsley), responsabile della clinica, non sembra essere disposto a collaborare. Daniels, intanto, è ossessionato dal pensiero della recente morte della moglie (Michelle Williams) in un incendio. Bloccati sull’isola da un uragano, i due federali continuano le indagini con il crescente sospetto di essere incappati in una sordida storia di servizi segreti ed esperimenti sui pazienti.

Finalmente, al quarto “tentativo” (dopo Gangs of New York, The Aviator e The Departed), la coppia Scorsese-Di Caprio brilla di tutta quella luce che i nomi così altisonanti ci fanno lecitamente attendere, ma che evidentemente non sempre garantiscono. Come già Gone Baby Gone e Mystic River, anche questo cupo thriller psicologico è tratto da un romanzo di Dennis Lehane, che – come racconta Scorsese – gli ha subito ricordato uno dei suoi punti di riferimento: il “classicissimo” Il gabinetto del dottor Caligari di Wiene. E in effetti il film è avvolto in atmosfere espressioniste, per così dire, e cosparso di amorevoli riferimenti al cinema tedesco degli anni 30 e 40, al cinema dei tedeschi emigrati a Hollywood negli anni 40 e 50, e non solo. «Mi fa immenso piacere che il mio film ricordi certi nomi: Samuel Fuller, Jacques Tourneur… il mio background è fatto sostanzialmente di certo cinema tedesco come quello di Lang soprattutto, una presenza fortissima che aleggia nel cinema di quegli anni, e Wilder. E poi Preminger… Proprio Vertigine, insieme a Le catene della colpa, sono i film che ho fatto vedere al cast prima di girare». Il film, continua il regista, è «un viaggio nella paura e nella paranoia, come quella che imperversava a New York quando ero ragazzo, tra il ’52 e il ’54, e che oggi è di nuovo molto forte. E poi c’è il tema della violenza, ma non la violenza in sé, quanto ciò che attraverso la violenza i miei personaggi riescono ad esprimere: chiunque abbia avuto a che fare con un episodio di violenza è costretto a sopportarne il peso, che lascia una traccia indelebile. Per superare e lasciarci alle spalle quegli episodi, quei segni, dobbiamo cambiare, evolverci, diventando quello che siamo. La violenza, in questo senso, è un elemento formativo, esperienza. E Leonardo Di Caprio ha colto questo aspetto in pieno ed è riuscito a dare al suo personaggio una profondità straordinaria».

Di Caprio, d’altro canto, ammette che la chiave della sua interpretazione è proprio quella della «violenza come strumento di indagine della natura umana. I personaggi di Martin – continua l’attore – soffrono a tal punto che rivolgono il loro cupo malessere verso gli altri: è questa la natura più profonda della violenza». Commentando il lavoro col regista e sul suo personaggio, Di Caprio aggiunge: «quando lavoro non sono mai sicuro di aver fatto abbastanza, cerco sempre di fare il possibile per arrivare all’essenza dei personaggi, con la speranza di riuscire per lo meno ad avvicinarmi a quelli che sono i miei miti: De Niro, Montgomery Clift, James Dean… Questo è sicuramente il personaggio più complesso che mi sia capitato di interpretare, è il frutto della fiducia e della responsabilità che Martin ti dà quando lavori per lui». In effetti, complici i ribaltamenti dei piani di realtà attraverso cui evolve il racconto, un Di Caprio imbolsito e segnato, non più eterno giovincello, ma novello Dorian Gray più simile alla propria sofferente rappresentazione, cesella un personaggio che gli varrà a lungo la nostra ammirazione. Salvo che il povero Leonardo non ci anneghi dentro: qualcuno gli rivolge sguardi un po’ stupiti quando si presenta alle conferenze stampa con completo e taglio anni 50… è solo marketing? Leonardo, esci dal ritratto!

Berlinale 60: i premi

BalIl film turco Bal conquista l’Orso d’Oro, Polanski riceve – a distanza – l’Orso d’Argento per la Miglior Regia e La bocca del lupo guadagna due importanti riconoscimenti

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

La 60ª edizione del Festival di Berlino si è conclusa con l’assegnazione dell’Orso d’Oro al film Bal (Honey), del regista turco Semih Kaplanoglu. Dopo Yumurta (Egg) e Süt (Milk), quest’ultimo in concorso a Venezia nel 2008, il film è la terza e ultima parte di una trilogia sulle condizioni di vita rurale in Anatolia e racconta il viaggio del giovane Yusuf alla ricerca del padre scomparso tra le impervie montagne del territorio mentre trasferisce i suoi alveari lontano dalle zone colpite da una misteriosa morìa di api.

L’Orso d’Argento, Gran Premio della Giuria, va invece al film Eu Cand Vreau Sa Fluier, Fluier (If I Want to Whistle, I Whistle), opera prima del regista rumeno Florin Serban, che racconta, attraverso la mirabile performance di attori non professionisti, le imprevedibili conseguenze di un amore nato all’interno di un carcere minorile tra un giovane detenuto e una studentessa in visita. Il film ha inoltre ricevuto l’Alfred Bauer Prize, che trae il nome dal fondatore del Festival ed è solitamente assegnato a opere particolarmente innovative.

A conquistare l’Orso d’Argento per la Miglior Regia è Roman Polanski con il thriller The Ghost Writer. Protagonista è uno scrittore britannico (Ewan McGregor) chiamato a scrivere le memorie dell’ex primo ministro Adam Lang (Pierce Brosnan), scoprendo delle verità che metteranno a repentaglio la sua vita. A ritirare il premio al posto del regista premio Oscar, agli arresti domiciliari in Svizzera per le note vicende giudiziarie, i produttori Alain Sarde and Robert Benmussa.

L’Orso d’Argento per la migliore interpretazione femminile è andato a Shinobu Terajima, protagonista di Caterpillar, del regista giapponese Koji Wakamatsu. Nel film Shinobu è la moglie di un veterano della seconda guerra cino-giapponese, gravemente mutilato dopo l’esperienza bellica.

L’Orso d’Argento per il Miglior Attore va ex-equo a Grigori Dobrygin e Sergei Puskepalis per la loro splendida interpretazione in Kak ya provel etim letom (How I Ended This Summer) del regista russo Alexei Popogrebsky. Ambientato nelle desolate distese ghiacciate del circolo polare artico, il film racconta il difficile rapporto tra Sergei, un esperto metereologo, e Pavel, un giovane laureato alle prese con la sua prima esperienza alla base. Sergei e Pavel sono gli unici due esseri umani rimasti alla base e il loro rapporto è destinato a subire violente alterazioni a seguito di una notizia che Pavel non avrà il coraggio di comunicare a Sergei.
Sempre per lo stesso film, Pavel Kostomarov ha ricevuto l’Orso d’Argento per il miglior contributo artistico nella fotografia.

Wang Quan’an e Na Jin hanno ricevuto l’Orso d’Argento per la Miglior Sceneggiatura per il film Tuan Yuan (Apart Together) di Wang Quan’an, che ripercorre la tragedia di un paese diviso attraverso la storia di un ex soldato che, dopo 50 anni, torna a Shanghai per incontrare l’amore di un tempo.

Tra i premi assegnati nelle sezioni collaterali del festival, segnaliamo il Teddy – Queer Film Award, dedicato ai migliori film che affrontano tematiche gay/lesbo, che è stato assegnato tra gli altri a La bocca del lupo del nostro Pietro Marcello, premiato come Miglior Documentario. Il film, in concorso nella sezione Forum, ha inoltre ricevuto il Caligari Film Prize, che consiste in una somma di 4.000 euro (metà per il regista, metà per la distribuzione) elargita dalla German Federal Association of Communal Film Work e dal magazine Film-dienst.

Shekarchi (The Hunter)

The HunterI mille volti del conflitto politico in Iran nel coraggioso tragico film di Rafi Pitts in concorso a Berlino

di Vincenzo Ianni
vincenzoianni@yahoo.it

Ali è uscito da poco di prigione e lavora a Tehran come guardiano notturno in una fabbrica: questo lavoro gli permette di mantenere la moglie Sara e la piccola Saba, la figlia, pur riuscendo a trascorrere con loro pochissimo tempo. Lamentarsi e chiedere il turno di giorno però non serve a nulla nella sua condizione di pregiudicato. L’unico svago che Ali può concedersi è la caccia.
Un giorno, rientrando a casa dal lavoro, Ali non trova Sara e Saba e quando si rende conto che è ormai inutile aspettarle decide di rivolgersi alla polizia. È il caos – siamo alla vigilia delle elezioni del 2009 – e Ali scopre solo dopo qualche ora che la moglie è stata coinvolta in uno scontro a fuoco tra la polizia e i manifestanti ed è morta, mentre della figlia non c’è traccia. Ali si mette alla ricerca di Saba, ricerca che si conclude nella disperazione quando viene di nuovo chiamato dalla polizia a riconoscere il corpo della piccola. A questo punto Ali comincia a vagare in auto per la città e dall’alto di una collina spara su un’auto della polizia con il suo fucile da caccia uccidendo due agenti. Poi fugge nella foresta a nord di Tehran, ma la polizia è sulle sue tracce e lo segue nel folto del bosco finché due agenti non lo arrestano. I tre sono persi nel bosco e nella nebbia, una nuova prigionia dai connotati mitici per l’ex galeotto Ali.

Torna a Berlino l’iraniano Rafi Pitts (già in concorso nel 2006 con It’s Winter), con un film radicalmente di immagini e azione, a tratti elegantissimo e lirico, potente. Il protagonista (interpretato dal regista stesso, il che attribuisce valenza ulteriore a tutta una serie di passaggi e all’intera vicenda che lo costringe in una trappola kafkiana), vaga nella metropoli tra autostrade e cemento, foschia e proclami radiofonici del regime, urla dei manifestanti, ambienti consunti, tunnel dei raccordi autostradali, corridoi delle questure e della morgue, il tutto dominato dal colore verde (del movimento anti-regime). Un film che non è un proclama politico, ma è profondamente politico, ancor più perché propone un punto di vista inedito sulla difficilissima attualità iraniana, tanto che, in parte prestandosi al fraintendimento, in equilibrio tra la presa di distanza da un giudizio preconcetto e il tentativo (riuscito) di far sorgere con forza le domande chiave che lacerano la società iraniana contemporanea, ha generato anche già in conferenza stampa una strisciante polemica sulla presunta incapacità/non-volontà di accompagnare con sufficiente forza la denuncia netta del regime dell’Ayatollah Khamenei e del suo presidente Ahmadinejad.
Mr Rafi Pitts, oltre a dirigere, lei ha anche interpretato il protagonista del suo film. Da dove nasce questa scelta?
«Succedono talmente tante cose quando giri un film che bisogna essere realistici, confrontarsi con quello che succede: avevo una sceneggiatura che difficilmente sarebbe stata autorizzata e che invece ha ottenuto l’autorizzazione; avevo un attore che si è dimostrato assolutamente inaffidabile il primo giorno di riprese e mi sono reso conto che se avessi continuato con lui avrei rischiato di non finire il film… se volevo fare il film avrei dovuto stare anche davanti alla macchina da presa. E l’ho fatto, perché il film è la cosa più importante in assoluto».
L’aspetto politico è preponderante e il film risente profondamente degli avvenimenti del periodo in cui è stato realizzato.
«Tutto quello che si vede, tutti gli eventi che riguardano la situazione in Iran sono qualcosa a cui il mio film vuole certamente fare riferimento. Ma non è che io abbia fatto un film con un unico obiettivo, un’unica linea: non c’è solo la politica, ma diversi altri livelli. Ho cercato di arricchire il film dando il più ampio respiro possibile. La situazione in cui si trova il protagonista può essere ritrovata in molti Paesi, tende a essere universale in qualche modo. È chiaro che quando il conflitto si è inasprito ho “sentito” e risentito di questi eventi, sono stato addolorato, ovviamente li disapprovo fermamente, ma il mio lavoro di filmaker è quello di prendere il polso della situazione, analizzarla, fare domande e non dare risposte, perché non è quello il mio lavoro. Amo i puntini di sospensione, ne sono ossessionato: non mi piacciono le frasi compiute. Non voglio lanciare messaggi, ma lasciare aperte le questioni, fare domande su ciò che accade al protagonista, su chi si sente represso, su chi non può esprimere se stesso. Vengo da un Paese in cui il 70% della popolazione ha meno di 30 anni e il restante 30% ha vissuto durante la rivoluzione, durante una guerra con un milione di morti cui io non ho preso parte. L’Iran è governato da un gruppo che ha preso parte alla guerra, ma la maggioranza del Paese non è legata a quella stessa guerra: è chiaro che c’è un conflitto. Condanno fermamente il regime, ma credo anche che non ci siano risposte nette e che di certo non arriveranno dal conflitto in atto: è facile odiarsi, molto più difficile è tentare di capire le ragioni delle parti in causa e comporre pacificamente il conflitto. Nel film ognuno agisce secondo il proprio punto di vista e ognuno dal proprio punto di vista fa tutto ciò che gli sembra giusto: c’è il poliziotto in servizio di leva, quello che ha scelto di fare il poliziotto e un uomo che ha perso tutto e vuole vendetta, ma quando uccide lo fa casualmente. Non ammetto l’omicidio e non ammetto che si giudichi la gente dall’uniforme che porta: è estremamente pericoloso vivere in una società che fa proprio questo».

La bocca del lupo

La bocca del lupoUna toccante storia d’amore, un documentario memorabile: arriva in sala in film vincitore del Torino Film Festival, in concorso nella sezione Forum alla Berlinale

di Claudio Zito
zito.claudio@gmail.com

Genova è un crocevia. Porto di mare tra i più trafficati, ospita una babele di facce, lingue e accenti. Vertice del cosiddetto Triangolo industriale, contribuisce per decenni, in maniera decisiva, a trainare l’economia dello Stivale, il quale aveva cominciato a prendere forma proprio con la Spedizione partita da un sobborgo della città dalla Lanterna, quel Quarto dei Mille dove si apre e si chiude il nuovo film di Pietro Marcello.

Non poteva esserci location migliore per la struggente storia d’amore di Enzo, immigrato dalla Sicilia, e Mary, transessuale serena, in pace con il proprio corpo. Si conoscono in carcere, lui è dentro per avere ferito un poliziotto, lei per qualche grana legata alla sua tossicodipendenza. Si incontrano e non si lasciano più, nonostante lui debba trascorrere dietro le sbarre metà della sua esistenza. La sua amata lo aspetta pazientemente.

Nel frattempo, il regista si sofferma sulla città che fu di Fabrizio De André: impossibile non pensare al compianto cantautore quando si incontrano i luoghi di un’umanità ai margini, le fabbriche dismesse, la rete ferroviaria che attraversa quel mondo desolato; soprattutto quei vicoli abitati da criminali e prostitute. La scritta Via del Campo sullo sfondo è solo il suggello: ci eravamo acclimatati da tempo, nelle creuze abitate dalle Bocca di Rosa e le Princesa.

Ma l’autore in seguito abbandona la città al suo destino e torna a parlarci dei nostri eroi. Dopo aver disseminato la pellicola di indizi, raccolto e ordinato tutto il materiale che serviva, dai documentari d’epoca dell’Ansaldo o dei registi che gli hanno passato il testimone dopo averlo portato per tutto il Novecento, fino ai nastri registrati dai due amanti per comunicare di nascosto in cella, tira le fila del discorso con una lunga inquadratura frontale, dove Enzo e Mary confessano tutto ciò che è stato fin lì taciuto.

Marcello, soli trentaquattro anni, anche direttore della fotografia, regala insomma una pietra miliare alla storia del documentario italiano. Passa per la lezione di Alina Marazzi, che giustamente ringrazia nei titoli di coda, ma arriva a una cupa bellezza visiva degna delle migliori opere di non-fiction di Sokurov, senza tuttavia aver bisogno di deformare l’immagine. Mentre la voce over che ci suggerisce che vicende e persone del film appartengono ormai a un’epoca passata rende il tutto ancora più poetico e commovente.

Berlinale 60: il film d’apertura

Tuan Yuan

Ad aprire la 60ª edizione del Festival di Berlino è il film cinese Tuan Yuan (Apart Together) di Wang Quan’an, proiettato in anteprima mondiale alla presenza del regista, già vincitore dell’Orso d’Oro con Il matrimonio di Tuya (2007), e degli attori Lisa Lu, Ling Feng, Monica Mo and Jin Na. Il film narra la storia di un grande amore sullo sfondo delle tragedie di un paese diviso. L’ex soldato Liu Yansheng, scappato da Shanghai a Taiwan nel 1949 per sfuggire alle truppe di Mao Tse-tung, rivede dopo moltissimi anni quello che era stato l’amore della sua vita. Il loro incontro riaccenderà emozioni a lungo sopite. (Laura Giacalone)

Berlinale 60: la Retrospettiva

MetropolisOltre alla versione restaurata di Metropolis, Berlino rende omaggio ai registi e agli attori che hanno segnato la storia del Festival e alle donne del Nuovo Cinema Tedesco

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

Per il suo 60° anniversario la Berlinale dedicherà una Retrospettiva alla storia stessa del festival, omaggiando i film e gli autori che negli anni hanno contribuito a decretarne il successo.
A presentare le proiezioni, e a parlare al pubblico del loro lavoro e del loro decennale rapporto con la Berlinale, saranno gli attori Jeanne Moreau e Bruno Ganz e i registi Jerzy Skolimowski e Rainer Simon.

Icona e musa della Nouvelle Vague, Jeanne Moreau ebbe il suo più grande successo alla Berlinale con il film di Michelangelo Antonioni La notte, con Marcello Mastroianni, vincitore dell’Orso d’Oro nel 1961. La Berlinale ha già premiato l’attrice l’Orso d’Oro alla carriera dieci anni fa e oggi la ricorda nell’ambito della Retrospettiva “Play it Again…!”.
Anche il regista britannico Stephen Frears è un ospite fisso alla Berlinale. Tre anni prima di ricevere l’Orso d’Argento per la regia di Hi-Lo Country (1999), aveva presentato al festival la sua straordinaria versione di Dr. Jekyll e Mr. Hyde, Mary Reilly, nel 1996, un film che il programma della Berlinale ripropone a grande richiesta anche quest’anno.
Con il film Il vergine il regista polacco Jerzy Skolimowski vinse l’Orso d’Oro nel 1967, conquistando pubblico e critica. Dopo aver girato una serie di film nel Regno Unito, negli Stati Uniti e nella Repubblica Federale Tedesca, Skolimoski decise di dedicarsi unicamente alla pittura, per tornare alla Berlinale solo nel 2008 con Cztery noce z Anna (Four Nights with Anna).
Con Die Frau und der Fremde (The Woman and The Stranger), Rainer Simon fu il primo e unico regista dalla Germania Est a vincere l’Orso d’Oro (1985). Tratto da un romanzo di Leonhard Frank, il film scomparve dagli schermi fino al 2008 per problemi di copyright.
Anche l’attore Bruno Ganz è un habitué del Festival sin dal 1978. Mirabile la sua interpretazione in Nella città bianca di Alain Tanner, selezionato alla Berlinale nel 1983.

A dare il via agli incontri con gli autori sarà il curatore David Thomson, che spiegherà le ragioni che lo hanno spinto a selezionare questi film nell’ambito della Retrospettiva. Particolare attenzione verrà inoltre dedicata anche ai vincitori dell’Orso d’Oro alla carriera di quest’anno: l’attrice Hanna Schygulla e lo sceneggiatore Wolfgang Kohlhaase.

Tra gli eventi speciali, anche la proiezione della versione restaurata di Metropolis di Fritz Lang, con l’aggiunta di ben 30 minuti, frutto della sensazionale scoperta di alcune scene mancanti appartenenti alla versione originale del 1927.

Oltre ai lungometraggi selezionati da David Thomson, la Retrospettiva e Berlinale Shorts celebrano inoltre l’opera delle migliori registe degli anni 70, presentando una selezione di cortometraggi realizzati da autrici come Sieglinde Hamacher, Elfi Mikesch, Helke Sander, Monika Treut e molte altre. Mentre il Nuovo Cinema Tedesco produceva talenti come Fassbinder, Herzog e Kluge, «le registe della Repubblica Federale Tedesca – come scrisse il critico Thomas Elsaesser – erano infatti molto più numerose che in qualunque altro paese». Alla Berlinale, dunque, il compito di ricordarne il talento.
Il programma completo della Retrospettiva è disponibile su www.berlinale.de e www.deutsche-kinemathek.de.

Berlinale 60: il programma

Banksy

Tra gli eventi di punta, il film fuori concorso dello street artist Banksy, l’omaggio a Eric Rhomer e l’incontro con Norman Foster sul futuro delle sale cinematografiche

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

Con il film Exit Through the Gift Shop, del famoso street artist britannico Banksy, si chiude la rosa dei film selezionati per la Competition alla 60ª edizione del Festival di Berlino. Il suo film d’esordio – dice l’artista – «è un film su un uomo che ha cercato di fare un film su di me». Il film sarà presentato Fuori Concorso.
Saranno in totale 26 i film proiettati nella sezione Competition, di cui 20 concorreranno per l’Orso d’Oro e gli Orsi d’Argento: 18 i film in anteprima mondiale e 18 i paesi di provenienza delle pellicole.

Per ricordare il regista Eric Rhomer, recentemente scomparso, verrà proiettato – nella sezione Berlinale Special – il film Pauline alla spiaggia, che vinse l’Orso d’Argento per la miglior regia nel 1983. Rohmer partecipò alla Competition berlinese altre tre volte, con La collezionista (Orso d’Argento nel 1967), Racconto d’inverno (1992) e Triple Agent – Agente speciale (2004).

Da segnalare inoltre, in occasione del 60° anniversario del Festival, un incontro interdisciplinare sul Futuro dei Cinema, durante il quale architetti, urbanisti, filmmakers ed esperti del settore discuteranno le loro idee sugli sviluppi futuri delle sale cinematografiche, con particolare riguardo alla loro architettura, alla loro funzione sociale e al rapporto con il tessuto urbano.
L’evento si terrà il 14 febbraio, tra le 14 e le 16 presso la Neue Nationalgalerie di Berlino, e vedrà tra i suoi relatori il famoso architetto Norman Foster. Tra gli altri ospiti, il produttore, distributore ed esercente cinematografico francese Marin Karmitz; l’architetto austriaco Wolf D. Prix, l’esperta in materia di trend internazionali Li Edelkoort; il filmmaker sperimentale Heinz Emigholw e il critico Deyan Sudjic, direttore del Design Museum di Londra e direttore della Biennale d’Architettura di Venezia nel 2002. Un evento che – come ha osservato il direttore della Berlinale Dieter Kosslick – «crea una piattaforma interdisciplinare di scambio fra diversi settori legati all’industria cinematografica».
Il programma completo delle proiezioni e degli eventi può essere scaricato dal sito: www.berlinale.de

Berlinale 60: i giurati

Werner HerzogA decretare i vincitori del Festival, sotto l’egida di Werner Herzog, saranno la regista Francesca Comencini, lo scrittore Nuruddin Farah, le attrici Cornelia Froboess, Yu Nan e Renée Zellweger, e il produttore José Maria Morales

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

Presieduta da Werner Herzog, la giuria internazionale che deciderà l’assegnazione dell’Orso d’Oro, degli Orsi d’Argento e del Premio Alfred Bauer per le pellicole in concorso alla 60ª edizione del Festival del Berlino sarà composta da Francesca Comencini, Nuruddin Farah, Cornelia Froboess, José Maria Morales, Yu Nan e Renée Zellweger.

Tra i registi più celebri del Nuovo Cinema Tedesco, Werner Herzog ha influenzato un’intera generazione di cineasti. In quasi 50 anni di carriera ha realizzato più di 50 film, fra cui Aguirre: furore di Dio (1972), Nosferatu, il principe della notte (1978), Fitzcarraldo (1982, Palma d’Argento a Cannes per la Miglior Regia), Grizzly Man (2005), Encounters at The End of The World (2007), per il quale ha ricevuto una nomination agli Oscar. Vincitore di numerosi premi internazionali, ha ricevuto l’Orso d’Argento per il miglior film nel 1968 per la sua opera prima Segni di vita.

Francesca Comencini è una delle nostre più autorevoli registe. Aveva appena 23 anni quando a Venezia vinse il Premio De Sica per il miglior film d’esordio con Pianoforte (1985). Ha presentato a Cannes Le parole di mio padre nel 2001 e Carlo Giuliani, ragazzo nel 2002. Nel 2004 ha vinto il Premio della Giuria Ecumenica al Festival di Berlino con Mi piace lavorare (Mobbing). Il suo ultimo film, Lo spazio bianco, è stato presentato in concorso a Venezia nel 2009.

Nuruddin Farah è uno dei più importanti scrittori africani. Il suo primo romanzo, From a Crooked Rib (1970), lo ha consacrato al successo mondiale. Le sue opere, spesso incentrate sulla ricerca di un’identità sociale e familiare, sono state tradotte in più di 20 lingue. Nel 1998 ha ricevuto il prestigioso Neustadt International Prize for Literature. Il suo ultimo romanzo, Knots, pubblicato nel 2007, è il secondo di una trilogia sul suo paese d’origine, la Somalia.

Dopo aver debuttato da bambina come cantante, Cornelia Froboess è diventata una delle attrici teatrali e cinematografiche più di successo in Germania. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra i quali il Premio Ernst Lubitsch per aver interpretato “Claire” nell’adattamento cinematografico di Rheinsberg di Tucholsky (1967). Nel 1982 ha inoltre recitato del film di Werner Fassbinder Veronika Voss.

Il produttore spagnolo José Maria Morales ha realizzato più di 50 film con direttori del calibro di Arturo Ripstein, Costa Gavras e Goran Paskaljevic. Nel 2001 ha presentato in Concorso a Berlino La ciénaga di Lucrecia Martel, seguito nel 2004 da El Abrazo Partido del regista argentino Daniel Burman, che ha vinto il Gran Premio della Giuria. Con il dramma La Teta Asustada di Claudia Llosa ha invece vinto l’Orso d’Oro nel 2009.

L’attrice cinese Yu Nan ha ricevuto molteplici premi per le sue interpretazioni. Per Il matrimonio di Tuya, Orso d’Oro alla Berlinale nel 2008, ha avuto il Premio come Miglior Attrice al Chicago International Film Festival. Nel 2008 ha anche recitato nel film d’azione hollywoodiano Speed Racer.

Originaria del Texas, l’attrice premio Oscar Renée Zellweger ha iniziato la sua carriera con film come Jerry Maguire (1996), Il gioco dei rubini (1998) e Betty Love (2000), ma è conosciuta in tutto il mondo soprattutto per la sua interpretazione in Il Diario di Bridget Jones (2001), per il quale ha ricevuto una nomination agli Oscar come Miglior Attrice Protagonista, e per il sequel Che pasticcio, Bridget Jones! (2004). Ha ricevuto un’altra nomination come Miglior Attrice Protagonista con Chicago, film d’apertura al Festival di Berlino nel 2003, ottenendo finalmente il prestigioso riconoscimento nel 2004 con Ritorno a Cold Mountain, anch’esso in concorso alla Berlinale.

Berlinale 60: il Mercato delle Coproduzioni

Berlinale Co-Production MarketLuogo d’incontro fra registi, produttori e finanziatori internazionali, il Market ospita anche una sezione dedicata ai libri, in collaborazione con la Fiera di Francoforte

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

La settima edizione del Mercato delle coproduzioni della Berlinale (14-16 febbraio 2010) chiamerà a raccolta produttori e registi di 37 film selezionati provienienti da 22 paesi diversi e 450 potenziali coproduzioni e partner finanziari.
Per ciascuno di questi progetti, lo staff del Mercato organizza singoli incontri da 30 minuti con ognuno dei potenziali partner: per quest’anno si prevedono ben 1.000 incontri in soli due giorni.
Due dei film che hanno partecipato al Mercato nella passata edizione sono felicemente approdati quest’anno alla Berlinale 2010: The Hunter di Rafi Pitts, coproduzione iraniano-tedesca, sarà in concorso nella sezione principale del festival, mentre The Famous and The Dead, opera prima del brasiliano Esmir Filho, sarà fra le pellicole di Generation 14plus.
Il successo del Mercato è impressionante: oltre il 40% delle transazioni per i progetti selezionati – cioè oltre 90 film – sono andate a buon fine.
I progetti scelti per il 2010 includono fra gli altri i lavori di registi pluripremiati, come il nostro Marco Bechis (Garage Olimpo, Birdwatchers), l’ungherese Jánosz Szász (Woyzeck, The Witman Boys) o il russo Andrey Zvyagintsev (Leone d’Oro con Il ritorno), e il debutto alla regia di due famosi attori: la palestinese Hiam Abbass con il film The Inheritance e il danese Ulrich Thomsen con In Embryo.
A cercare finanziatori è anche la produzione tedesca K5 Film, che ha acquistato i diritti del libro The Have-Nots, vincitore del German Book Prize per il miglior romanzo nel 2006, in vista di un possibile adattamento cinematografico.
Tre dei progetti selezionati (due russi e uno rumeno) sono il frutto di una partnership tra il Mercato della Berlinale e il CineMart di Rotterdam e verranno proiettati nella sezione “Rotterdam Berlinale Express”.
Record di richieste d’iscrizione (ben 267) anche per il Talent Project Market, organizzato in collaborazione con il Berlinale Talent Campus: 11 i progetti selezionati, provenienti da Gran Bretagna, Costa Rica, Francia, Israele, Germania, Canada, Stati Uniti e Norvegia.
Oltre a quelli in programma, verranno organizzati anche una serie di incontri sulle ultime tendenze nella ricerca di finanziamenti nell’industria cinematografica e nel settore delle co-produzioni.
Il 16 febbraio si terrà inoltre la V edizione di “Breakfast & Books”, in collaborazione con la Fiera del libro di Francoforte: dove dieci bestseller internazionali e alcune nuove uscite verranno presentati ai produttori come interessanti opportunità di investimento per l’adattamento cinematografico.

Berlinale 60: le anticipazioni

Shutter Island

Ecco i primi nomi della 60ª edizione del Festival di Berlino: le anteprime di Scorsese e Polanski, le nuove leve dell’avanguardia tedesca e qualche sorpresa italiana…

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

logo_smallAprirà i battenti il prossimo 11 febbraio la 60ª edizione del Festival di Berlino, diretta da Dieter Kosslick. Giovani registi emergenti e nomi eccellenti si contenderanno gli ambiti premi della giuria, che quest’anno è presieduta da Werner Herzog. Ad aprire la Competition sarà il film Tuan Yuan (Apart Together) di Wang Quan’an, uno dei più importanti autori della nuova generazione di filmmakers cinesi e già vincitore dell’Orso d’oro nel 2007 con Il matrimonio di Tuya. Fra le special guest star, Martin Scorsese presenterà in anteprima mondiale Fuori Concorso Shutter Island, con Leondardo DiCaprio, Mark Ruffalo e Max von Sydow, mentre Roman Polanski arriverà con The Ghost Writer, con Ewan McGregor, Pierce Brosnan, Kim Cattrall e Olivia Williams. A chiudere la kermesse sarà il film Fuori Concorso Otouto (About Her Brother) del giapponese Yoji Yamada.

E gli italiani? In attesa di conoscere gli altri titoli in concorso, ci basti sapere per ora che il vincitore dell’ultimo Torino Film Festival, La bocca del lupo di Pietro Marcello – sulla storia d’amore tra un immigrato e un travestito conosciuto in carcere – sarà presentato nella sezione Forum, la più sperimentale del Festival.
Silvio Soldini sarà presente a Berlino nella sezione Berlinale Special Gala con il film Cosa voglio di più, con Pierfrancesco Favino e Alba Rohrwacher, che uscirà in Italia il prossimo 30 aprile 2010.
Il corto Giardini di luce di Davide e Lucia Pepe, prodotto dall’Apulia Film Commission, verrà presentato in Berlinale Shorts insieme ad altri 24 cortometraggi provenienti da 15 paesi diversi.
Ci sarà poi Luca Guadagnino con Io sono l’amore, che aprirà la sezione del Cinema Culinario “In the Food For Love”. Per l’occasione, lo chef Christian Lohse cucinerà una dichiarazione d’amore italo-russa: un omaggio a Tilda Swinton, che nel film interpreta il ruolo di un’elegante signora di origine russa che si innamora perdutamente di un giovane chef amico del figlio.

Tornando ai titoli internazionali, la sezione Panorama segna il grande ritorno dei documentari: oltre un terzo delle 50 pellicole in programma rientreranno infatti nel genere documentaristico, per esplorare tematiche legate alla recente crisi globale. Per il resto, la sezione ospiterà le migliori produzioni indipendenti, nella speranza che possano essere di ispirazione per il rinnovamento del mercato.
Esplorando le intersezioni fra il cinema e le altre arti, la sezione Forum Expanded includerà più di 40 film, installazioni e performance da 20 paesi del mondo. Cinema City, per citare alcuni dei lavori selezionati, è un’installazione del filmmaker e artista indiano Madhusree Dutta, che verrà esibita in diversi foyer ed esplorerà le implicazioni del rapporto fra cinema e spazio urbano. Embargo Project, promosso da giovani filmmakers nordamericani, neozelandesi e australiani, affronterà invece il tema della marginalizzazione degli artisti indigeni. Ci sarà inoltre un dibattito sullo stato dell’arte nell’Iran di oggi. Grande sarà l’attenzione dedicata da questa sezione al ritorno del “cinema strutturale” nella pratica artistica e curatoriale contemporanea. Tra le performance più attese, quella di James Benning, luminare del cinema strutturale.

Tutti confermati i 14 film della sezione Perspektive Deutsches Kino, dedicata appunto al cinema tedesco contemporaneo, che si conferma più vitale e pulsante che mai. Metà delle pellicole selezionate, tra l’altro, sono dirette da donne, cosa che fa ancor più onore al lavoro dei selezionatori.
Spaziando dal melodramma alla fantascienza e al musical, la sezione Generation, dedicata ai film per bambini e adolescenti, verrà aperta da una produzione off-Bollywood: Road, Movie, del regista indiano Dev Benegal, e da Alamar, del messicano Pedro Gonwales-Rubio,  che esplora la relazione padre-figlio sullo sfondo degli scenari naturali di una riserva caraibica. Non mancherà l’animazione giapponese, con il film intergalattico Uchu Show e Yokoso di Koji Masunari e Summer Wars del regista di culto Marmoru Hosada.

La 60ª edizione della Berlinale dedicherà infine un omaggio a due artisti che hanno segnato la storia del cinema tedesco del dopoguerra: l’attrice Hanna Schygulla, famosa per le sue interpretazioni nei film di Fassbinder, e lo sceneggiatore Wolfgang Kohlhaase, che riceveranno l’Orso d’oro alla carriera e presenteranno una Retrospettiva loro dedicata.