I Taviani conquistano la Berlinale 2012

premio TavianiIl premio più ambito ai maestri del cinema italiano, in un concorso ricco anche quest’anno di proposte internazionali d’alto livello

La 62ª edizione della Berlinale chiude i battenti assegnando l’Orso d’oro ai fratelli Paolo e Vittorio Taviani per il loro Cesare deve morire (cui va anche il premio della giuria ecumenica). Il gran premio della giuria va invece all’ungherese Bence Fliegauf per il film Csak a szél (Just The Wind), mentre il riconoscimento per la miglior regia è per il tedesco Christian Petzold con Barbara. Migliore attrice è la congolese Rachel Mwanza, protagonista di Rebelle, miglior attore Mikkel Boe Følsgaard, nel ruolo di Re Christian VII nel bel film danese A Royal Affair. Il premio Alfred Bauer va al notevolissimo Tabu del portoghese Miguel Gomes, che raccoglie anche il plauso della FIPRESCI per la selezione ufficiale. Il Teddy Award spetta a Keep The Lights On, dello statunitense Ira Sachs, mentre, per la sezione Panorama, il pubblico premia Parada del serbo Srdjan Dragojevic e il documentario Marina Abramovic: The Artist is Present di Matthew Akers. Diaz di Daniele Vicari conquista inoltre il secondo posto nella classifica di gradimento del pubblico di Panorama. (Vincenzo Ianni)

Concorso

Orso d’oro per il miglior film

Cesare deve morire di Paolo e Vittorio Taviani

Orso d’argento – gran premio della giuria

Csak a szél (Just The Wind) di Bence Fliegauf

Orso d’argento – miglior regia

Christian Petzold per Barbara

Orso d’argento – miglior attrice

Rachel Mwanza per Rebelle (War Witch) di Kim Nguyen

Orso d’argento – miglior attore

Mikkel Boe Følsgaard per En Kongelig Affære (A Royal Affair) di Nikolaj Arcel

Orso d’argento – miglior contributo artistico

Lutz Reitemeier per la fotografia in Bai lu yuan (White Deer Plain) di Wang Quan’an

Orso d’argento – miglior sceneggiatura

Nikolaj Arcel, Rasmus Heisterberg per En Kongelig Affære (A Royal Affair) by Nikolaj Arcel

Premio Alfred Bauer, in memoria del fondatore del festival, per il lavoro più innovativo

Tabu di Miguel Gomes

Orso d’argento – premio speciale

L’enfant d’en haut (Sister) di Ursula Meier

Premi della giuria per la migliore opera prima

Migliore opera prima

Kauwboy di Boudewijn Koole (nella sezione Generation Kplus)

Menzione speciale

Tepenin Ardı (Beyond the Hill) di Emin Alper (nella sezione Forum)

Premi della giuria per i cortometraggi

Orso d’oro

Rafa di João Salaviza

Orso d’argento – premio della giuria

Gurehto Rabitto (The Great Rabbit) di Atsushi Wada

Menzione speciale

Licuri Surf di Guile Martins

Nomination per gli European Film Academy (EFA) Awards

Vilaine Fille Mauvais Garçon (Two Ships) di Justine Triet

Premio DAAD (Servizio per gli scambi accademici)

The Man that Got Away di Trevor Anderson

Premi delle giurie GENERATION

Generation Kplus

Orso di cristallo per il miglior film

Arcadia di Olivia Silver

Menzione speciale

Kikoeteru, furi wo sita dake (Just Pretended To Hear) di Kaori Imaizumi

Orso di cristallo per il miglior corto

Julian di Matthew Moore

Menzione speciale

BINO di Billie Pleffer

Generation 14plus

Orso di cristallo per il miglior film

Lal Gece (Night of Silence) di Reis Çelik

Menzione speciale

Kronjuvelerna (The Crown Jewels) di Ella Lemhagen

Orso di cristallo per il miglior corto

Meathead di Sam Holst

Menzione speciale

663114 di Isamu Hirabayashi

Giuria internazionale Generation Kplus

Miglior film (premio delle associazioni a difesa dei bambini)

Kauwboy di Boudewijn Koole

Menzione speciale

GATTU di Rajan Khosa

Miglior corto (premio speciale delle associazioni a difesa dei bambini)

BINO di Billie Pleffer

Menzione speciale

L di Thais Fujinaga

Giurie indipendenti

Premi della giuria ecumenica

Concorso Cesare deve morire di Paolo e Vittorio Taviani

Menzione speciale Rebelle (War Witch) di Kim Nguyen

Panorama Die Wand (The Wall) di Julian Roman Pölsler

Menzione speciale Parada (The Parade) di Srdjan Dragojevic

Forum La demora (The Delay) di Rodrigo Plá

Premi FIPRESCI (Federazione internazionale della critica cinematografica)

Competition Tabu di Miguel Gomes

Panorama L’âge atomique (Atomic Age) di Héléna Klotz

Forum Hemel di Sacha Polak

Premio della federazione dei cinema tedeschi d’essai

À moi seule (Coming Home) di Frédéric Videau

Premi C.I.C.A.E. (Confederazione internazionale dei cinema d’arte e d’essai)

Panorama Death For Sale di Faouzi Bensaïdi

Forum Kazoku no kuni (Our Homeland) di Yang Yonghi

LABEL EUROPA CINEMAS

My Brother The Devil di Sally El Hosaini

Menzione speciale

Dollhouse di Kirsten Sheridan

Teddy Awards

Miglior film Keep The Lights On di Ira Sachs

Miglior documentario Call Me Kuchu di Malika Zouhali-Worrall e Katherine Fairfax Wright

Miglior corto Loxoro di Claudia Llosa

Premio della giuria Jaurés di Vincent Dieutre

Premi del pubblico

Panorama Audience Award PPP – fiction film

Parada (The Parade) di Srdjan Dragojevic

Panorama Audience Award PPP – documentario

Marina Abramovic: The Artist is Present di Matthew Akers

Il G8 di Genova alla Berlinale 2012

DiazIl giornalismo di inchiesta di Fracassi e Lauria e Diaz di Daniele Vicari ricordano a Berlino “la più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dalla fine della seconda guerra mondiale”

di Vincenzo Ianni
vincenzoianni@yahoo.it

In Panorama Dokumente, la Berlinale 2012 presenta un’area tematica tutta italiana con due film sul G8 e i movimenti anti-globalizzazione: il film Diaz – Don’t Clean Up This Blood di Daniele Vicari (Il mio Paese, Il passato è una terra straniera) e il documentario The Summit di Franco Fracassi e Massimo Lauria (giornalisti d’inchiesta già finalisti al premio Ilaria Alpi nel 2011 con G-Gate).

Diaz tenta di mostrare da più punti di vista ciò che avvenne dal momento in cui al G8 di Genova del 2001 le autorità persero qualunque forma di autocontrollo sospendendo di fatto la legge, suggerendo che in quei giorni balenò per la prima volta una minaccia assolutamente attuale: il volto di una certa Nuova Europa.

The Summit indaga sulla rete di menzogne dietro l’assassinio di Carlo Giuliani e sul ruolo degli infiltrati neo-fascisti nella escalation di violenza del luglio 2001 a Genova, analizzando la brutalità di precedenti interventi “di stato” in occasione di altri summit internazionali, da Brokdorf a Napoli, passando per Göteborg e Seattle.
Nella stessa sezione altre tre aree tematiche: il mondo arabo e il Medio Oriente, con film sia documentari che di finzione che spaziano dalla perdita della terra da parte dei beduini israeliani alla condizione femminile nel mondo arabo, alle conseguenze di un’apparizione della Madonna in un villaggio copto in Egitto; “Queer Memory” con film da Germania, USA, Uganda e Indonesia (un collettivo di “Queer women” racconta la propria condizione nell’Indonesia musulmana); “Germania”, con film di famosi autori tedeschi come Andreas Dresen, Romuald Karmakar, Brigitte Kramer e Uli Schueppel.

Nella sezione Forum 2012 i temi del conflitto generazionale, delle differenti “scelte di vita” e dell’ambivalenza del progresso sono declinati tra numerose pellicole provenienti da Francia, Svezia, Olanda, Polonia, Repubblica Ceca, Russia, Romania, Turchia e, naturalmente, dalla Germania per una rappresentanza europea assolutamente predominante. Non manca una interessante rappresentanza centro e sud americana con La demora di Rodrigo Plá (autore de La Zona del 2007) e con il documentario argentino Escuela normal di Celina Murga; e la cinematografia indipendente nord americana è presente con forza. Da sottolineare la presenza di tre pellicole giapponesi sul tema della recentissima catastrofe nucleare di Fukushima.

Il tema della sezione Berlinale Shorts è per il 2012 “Say Goodbye to the Story” per indagare lo sviluppo delle forme narrative nel cinema “in breve”. Per Berlinale Shorts Special, Béla Tarr presenta Magyarország 2011, un film composto dalle opere di 11 autori ungheresi.

I Taviani in concorso alla Berlinale

62_BerlinaleL’Italia torna in Concorso a Berlino con Cesare deve morire, ambientato nel carcere di Rebibbia. Per Berlinale Special, l’esordio alla regia di Angelina Jolie e i documentari di Wener Herzog. Orso d’Oro alla Carriera per Meryl Streep

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

Cesare deve morire, il nuovo film di Paolo e Vittorio Taviani, sarà presentato in Concorso al prossimo Festival di Berlino (9-19 febbraio). Il film è ambientato nella sezione di alta sicurezza del carcere di Rebibbia e racconta la vita quotidiana dei detenuti, alcuni dei quali segnati dalla “fine pena mai”, impegnati nelle prove per la messa in scena del Giulio Cesare shakespeariano. Il film uscirà in Italia il 2 marzo distribuito da Sacher Distribuzione e prodotto da Kaos Cinematografica in collaborazione con Rai Cinema.

Nella sezione Berlinale Special verranno presentati, tra gli altri, la serie di documentari in quattro parti Death Row di Werner Herzog e l’esordio alla regia di Angelina Jolie, In the Land of Blood and Honey.

Ad assegnare gli Orsi di questa edizone sarà una giuria internazionale presieduta dal regista Mike Leigh e composta dal fotografo, designer e filmmaker olandese Anton Corbijn, dal regista iraniano Asghar Farhadi, l’attrice franco-britannica Charlotte Gainsbourg, l’attore statunitense Jake Gyllenhaal, il regista francese François Ozon, lo scrittore algerino Boualem Sansal e l’attrice tedesca Barbara Sukowa.

Quest’anno, inoltre, il festival rende omaggio a Meryl Streep, alla quale verrà consegnato l’Honorary Golden Bear. Per l’occasione verranno proiettati alcuni dei suoi film più celebri, da Kramer contro Kramer a I ponti di Madison County, fino all’ultimo The Iron Lady.

In Concorso

Captive
Francia/Filippine/Germania/Gran Bretagna
di Brillante Mendoza (Serbis, Kinatay, Lola)
con Isabelle Huppert, Katherine Mulville, Marc Zanetta

Dictado (Childish Games)
Spagna
di Antonio Chavarrías (Susanna, Volverás, Las vidas de Celia)
con Juan Diego Botto, Barbara Lennie, Mágica Pérez

Kebun binatang (Postcards From The Zoo)
Indonesia/Germania/Hong Kong, Cina
di Edwin (Kara, Anak Sebatang Pohon, The Blind Pig Who Wants To Fly)
con Ladya Cheryl, Nicholas Saputra

Aujourd´hui
Francia/Senegal
di Alain Gomis (L’Afrance, Andalucia)
con Saül Williams, Aïssa Maïga, Djolof M’bengue

Barbara
Germania
di Christian Petzold (Yella, Jerichow, Dreileben)
con Nina Hoss, Ronald Zehrfeld

Cesare deve morire
Italia
di Paolo e Vittorio Taviani (Padre padrone, La notte di San Lorenzo, La masseria delle allodole, San Michele aveva un gallo)
con Fabio Cavalli, Salvatore Striano

Gnade
Germania/Norvegia
di Matthias Glasner (The Free Will, Sexy Sadie)
con Jürgen Vogel, Birgit Minichmayr, Henry Stange

Jayne Mansfield’s Car
Russia/USA
di Billy Bob Thornton (Sling Blade, The King of Luck, All the Pretty Horses)
con Billy Bob Thornton, Robert Duvall, John Hurt, Kevin Bacon

L’enfant d’en haut (Sister)
Svizzera/Francia
di Ursula Meier (Tous à table, Des épaules solides, Home)
con Léa Seydoux, Kacey Mottet Klein, Gillian Anderson, Martin Compston

Metéora (Meteora)
Germania/Grecia
di Spiros Stathoulopoulos (PVC-1)
con Theo Alexander, Tamila Koulieva

Tabu
Portogallo/Germania/Brasile/Francia
di Miguel Gomes (The Face You Deserve, Our Beloved Month Of August)
con Teresa Madruga, Laura Soveral, Ana Moreira, Carloto Cotta

Csak a szél (Just The Wind)
Ungaria/Germania/Francia
di Benedek Fliegauf (Dealer, Rengeteg, Tejút, Womb)
con Lajos Sárkány, Katalin Toldi, Gyöngyi Lendvai, Géza Jungwirth

Was bleibt (Home For The Weekend)
Germania
di Hans-Christian Schmid (Storm, Requiem, Distant Lights)
con Lars Eidinger, Corinna Harfouch, Sebastian Zimmler, Ernst Stötzner

Fuori Concorso

Extremely Loud And Incredibly Close
USA
di Stephen Daldry (Billy Elliot, The Hours, The Reader)
con Tom Hanks, Sandra Bullock, Max von Sydow, Thomas Horn

Jin líng Shí San Chai (The Flowers Of War)
Cina
di Zhang Yimou (The Red Lantern, Hero, A Woman, A Gun And A Noodle Shop)
con Christian Bale, Ni Ni, Atsuro Watabe

Berlinale Special

Death Row – Documentario in 4 parti
USA
di Werner Herzog (Fitzcarraldo, Cave Of Forgotten Dreams)

Don – The King Is Back
India/Germania
di Farhan Akhtar (Dil Chahta Hai, Lakshya, Don)
con Shah Rukh Khan, Priyanka Chopra, Boman Irani, Om Puri, Florian Lukas

In The Land Of Blood And Honey
USA
di Angelina Jolie (esordio alla regia)
con Zana Marjanović, Goran Kostić, Rade Šrbedžija, Vanesa Glodjo

Keyhole
Canada
di Guy Maddin (My Winnipeg, The Saddest Music In The World, Brand Upon The Brain)
con Jason Patric, Isabella Rossellini, Udo Kier, Brooke Palsson

La chispa de la vida
Spagna
di Álex de la Iglesia (El día de la bestia, Perdita Durango, The Last Circus)
con Salma Hayek, José Mota, Fernando Tejero, Blanca Portillo, Juan Luis Galiardo

Marley – Documentario
Gran Bretagna/USA
di Kevin Macdonald (The Last King Of Scotland, Life In A Day, Touching The Void)

Berlinale 2012: Les Adieux à la reine di Benoît Jacquot apre la kermesse

Farewell My QueenLa 62ª edizione del Festival di Berlino si aprirà al Berlinale Palast il prossimo 9 febbraio con l’anteprima mondiale del film storico Les Adieux à la reine (Farewell My Queen), con Diane Kruger (Inglourious Basterds), Léa Seydoux (Midnight in Paris) e Virginie Ledoyen (Army of Crime).

Il film, diretto dal regista francese Benoît Jacquot (Tosca, Villa Amalia, Deep in the Woods), è tratto dall’omonimo romanzo di Chantal Thomas e racconta i primi giorni della Rivoluzione Francese dal punto di vista della servitù di Versailles, con richiami sottilmente ironici alla realtà contemporanea. Nel film, Diane Kruger interpreta il ruolo della regina Marie Antoniette. Il film è una co-produzione franco-spagnola e sarà presentato in concorso (L.G.).

Almanya – La mia famiglia va in Germania

AlmanyaDalla regista turco-tedesca Yasemin Samdereli, un road movie autobiografico che affronta con intelligenza e leggerezza i temi dell’integrazione e dell’identità nell’odierna società multietnica

di Raffaele Serinelli
raffaeleserinelli@hotmail.com

Yasemin Samdereli, regista di origine turca ma da due generazioni con il passaporto tedesco, con il suo film d’esordio ci accompagna nell’est Europa con un road movie autobiografico. Ancora una volta, l’integrazione di una famiglia di immigrati funge da collante per raccontare dinamiche legate alla provenienza dei protagonisti. Questo non vuol dire che Almanya (Germania in turco) sia un film già visto, anche perché troppo spesso l’immigrazione, nell’iconografia cinematografica, è stata affrontata in termini drammatici e conflittuali.

Con ironia e sentimento, senza trascurare momenti di riflessione, questo film ripercorre le vicende di un uomo partito negli anni 60 per cercare fortuna in Germania, con tutte le difficoltà del caso, ma senza abbandonare la sottile e piacevole sensazione di leggerezza. Il compito di riportare alla memoria le vicende di Hüseyin (Vedat Erincin) e della sua famiglia spetta alla nipote più grande, che per tranquillizzare il cuginetto ripercorre le tappe che hanno condotto i nonni a ottenere l’attesa cittadinanza tedesca. Il film si dirama in due linee narrative quando il nonno decide di riportare l’intera famiglia, per un breve periodo di vacanza, nella lontana Turchia, con la scusa di aver acquistato una casa da ristrutturare. Il viaggio del ritorno in patria si interseca con i racconti della ragazza, dando vita a un emozionante connubio tra integrazione e riscoperta delle antiche tradizioni.

Potremmo definirla come una reintegrazione, data l’enorme difficoltà che i componenti della famiglia incontrano nel rivedere i luoghi natii. C’è spazio per affrontare temi forti, attraverso lo scontro/incontro di diverse generazioni e del rapporto personalissimo che queste instaurano con un passato non facile e con un presente tutto da vivere nella piena consapevolezza delle proprie radici. In un altro noto film che attraverso il tema dell’integrazione ha fatto ridere milioni di spettatori, Il mio grosso grasso matrimonio greco, il fratello di Tula, la protagonista, si esprime con queste parole la notte prima del matrimonio: «Non lasciare che il passato ti dica chi sei, ma fa’ che sia parte di ciò che diventerai».

Riuscendo a emergere fra numerose pellicole che da sempre celebrano il melting pot multietnico, la regista e sua sorella, che ha collaborato alla stesura della sceneggiatura, attingono ai classici della commedia per confezionare un film che non perde mai la freschezza cristallina di una scorrevole narrazione. Affidare ai bambini i diversi punti di vista sui pregiudizi e sulle paure incomprensibili e spesso grottesche legate al tema del diverso si rivela una scelta vincente, permettendo di alleggerire situazioni altrimenti pesanti e, se vogliamo, un po’ inflazionate. Nonostante qualche virtuosismo stilistico di troppo, che appesantisce alcuni momenti del film, ciò che attira è la capacità di raccontare, attraverso il sorriso mai esageratamente grottesco, la condizione di straniero di intere generazioni che devono confrontarsi quotidianamente con due diverse realtà, in bilico tra l’integrazione e le proprie origini.
Nonostante lo sguardo delicato, il film pecca un po’, nel finale, di retorica al glucosio, cosa che però non intacca in modo determinante una struttura narrativa forte e coinvolgente.

Berlinale 2012: Mike Leigh Presidente di giuria

Mike_LeighIl regista britannico Mike Leigh presiederà la giuria della 62ª edizione del festival del cinema di Berlino (9-19 febbraio 2012). Con quarant’anni di carriera alle spalle, Mike Leigh si è imposto sulla scena internazionale come uno dei più talentuosi protagonisti del New British Cinema. Concedendo sempre grande libertà di improvvisazione ai suoi attori, Leigh ha rappresentato in maniera decisamente realistica, ma anche sottilmente ironica, la società britannica contemporanea. I suoi film hanno ricevuto innumerevoli premi internazionali e diverse nomination agli Oscar.

Con più di venti film all’attivo, Mike Leigh ha lavorato anche come regista teatrale, drammaturgo e sceneggiatore. Dopo gli studi di arte drammatica e scenografia, ha frequentato successivamente la London Film School, di cui attualmente è il presidente. Ha debuttato alla regia nel 1972 con Bleak Moments, vincitore del Pardo d’Oro a Locarno. Premiato a Cannes come miglior regista nel 1993 con Nudo (Naked), ha vinto la Palma d’Oro nel 1996 con Segreti e bugie (Secrets and Lies), che ha ricevuto ben cinque nomination agli Oscar. Nel 2004 ha vinto il Leone d’Oro a Venezia con Il segreto di Vera Drake (Vera Drake), apprezzato da pubblico e critica per la sua acuta analisi sociale e la straordinaria profondità dei suoi personaggi.

Non è la prima volta che Mike Leigh approda alla Berlinale: nel 1984 ha presentato, nella sezione Forum, il film Meantime, seguito dal cortometraggio The Short and Curlies nel 1988 e dal film Dolce è la vita (Life is Sweet) nel 1991 (entrambi nella sezione Panorama). Nel 2008 ha presentato in Concorso la social comedy Happy-Go-Lucky, che è valso l’Orso d’Argento alla sua protagonista femminile, Sally Hawkins. Il suo ultimo film, Another Year, è stato presentato in concorso a Cannes nel 2010 e ha ricevuto una nomination agli Oscar.

Sin dagli anni 60, Leigh è attivo anche come regista e autore teatrale, firmando più di venti opere. L’ultima sua pièce, Grief, è di scena in Gran Bretagna fino alla fine di gennaio. (L.G.)

Un poliziotto da Happy Hour (The Guard)

The-GuardPluripremiato a Berlino, al Sundance e al Tribeca, arriva in Italia la black comedy dell’esordiente John Michael McDonagh, che gioca con gli stereotipi di genere e ci regala un’opera raffinata intrisa di cinico sarcasmo

di Raffaele Serinelli
raffaeleserinelli@hotmail.com

Come spesso accade, tradurre il titolo di un film può indurre a semplicistiche categorizzazioni, più o meno volontarie, che rischiano di penalizzare fortemente una pellicola. È questo il caso di The Guard, tradotto in italiano come Un poliziotto da Happy Hour: sarebbe bastato lasciare il titolo originale per evitare il richiamo a commedie di serie B o a cinepanettoni di stampo UK.

Il film è la storia di un poliziotto molto particolare. Gerry Boyle (Brendan Gleeson) è un ufficiale di polizia della cittadina di Connemara, sulla costa occidentale irlandese. “Spudorato”, “imbarazzante”, “irlandese”, come viene definito da una locandina promozionale altrettanto ingiusta, Boyle sembra non temere giudizi: è politicamente scorretto, e onorare con azioni degne di nota la divisa che indossa non sembra essere la sua missione principale. Irriverente, antipatico e cinico, beve in servizio, non disdegna la compagnia di giovani prostitute, sperimenta gli stupefacenti che sequestra e dimostra una particolare avversione nei confronti dei superiori. Un traffico internazionale di cocaina porterà al confronto l’anticonformista poliziotto irlandese e l’agente FBI Wendell Everett (Don Cheadle).

Miglior film d’esordio al Festival di Berlino, Gran Premio della Giuria al Sundance Festival, in concorso al Tribeca e al Los Angeles Film Festival, la pellicola dello sceneggiatore e regista John Michael McDonagh arriva nelle sale italiane con un curriculum di tutto rispetto, rischiando tuttavia di passare inosservato per via di un titolo italiano davvero poco felice, che tradisce la vera essenza del film.

Black comedy su sfondo thriller, impreziosita da elementi western e dalla bravura dei due interpreti principali, Brendan Gleeson e Don Cheadle, The Guard è un film riuscito, lontano dalla leggera spensieratezza che l’”Happy Hour” erroneamente suggerisce, visto che il regista non abbandona mai, per tutta la durata della pellicola, un retrogusto drammatico. Film che gioca grottescamente su stereotipi di generi meno ibridi e più consolidati, The Guard sembra non prendersi mai sul serio, strappando risate ciniche e disilluse, in perfetta sintonia con la finta ingenuità del suo protagonista. Il doppiaggio aiuta poco la vera caratterizzazione di un personaggio come Boyle, il cui cupo sarcasmo pervade i frame di questa insolita commedia.

Pensato per un pubblico irlandese, il film conquista in realtà un pubblico molto più ampio, grazie all’intelligente cinismo di un regista che ha saputo riportare sullo schermo la malinconia di personaggi western inesorabilmente al crepuscolo.

Le donne del 6° piano

Le donne del 6° pianoFuori concorso all’ultimo festival di Berlino, la commedia di Philippe Le Guay è una spensierata storia d’amore e d’amicizia infarcita di confortanti cliché e buoni sentimenti

di Federico Capitoni
federico.capitoni@gmail.com

Se avete bisogno di un film rassicurante, Le donne del 6° piano è il film che fa per voi. Nessun messaggio morale, nessuna complicatezza, nessuna domanda metafisica. Soltanto una storia di amore e amicizia, zeppa di confortanti cliché. È quel che si dice un filmetto, per il quale carino è l’unico aggettivo inequivocabile e pienamente comunicativo che si può affibbiare senza paura.

È il 1960, a Parigi vive Jean-Louis Jobert (Fabrice Luchini), ricco agente di cambio sposato a una moglie repellente per quanto è moscia e viziata. I figli, due, studenti del college, sono il naturale e irritante prodotto di una coppia del genere. Quando i due borghesoni scoprono che al piano di sopra, in una sorta di soffitta-tugurio, abitano sei spagnole appena arrivate dalla loro terra repressa dal regime franchista, l’accoglienza non sarà delle migliori. Ma alla fine una di loro, Maria (Natalia Verbeke), la più carina, finisce per fare la cameriera a casa Jobert. E siccome è la più carina finisce per far innamorare il signor Jobert. Essendo la più carina inevitabilmente provocherà la fine del matrimonio tra Jobert e la moglie – che nel frattempo ovviamente era migliorata un po’… Ovviamente per merito della ragazza carina. Buonismo, luoghi comuni ed estrema leggerezza caratterizzano tutto il film. Le spagnole sono stereotipate al massimo; casiniste e festaiole (cattoliche o comuniste che siano), quando scendono dal pullman sembrano: i calabresi o i napoletani quando arrivano a Roma; i romani quando arrivano a Milano; i milanesi quando arrivano a Berlino… e così via, dal sud al nord. C’è pure una scena disneyana un po’ ridicola di un rassettamento lampo di gruppo a tempo di musica, una cosa tra Biancaneve e Mary Poppins. Sì va bene, il sentimento, la possibilità di cambiare vita anche a una certa età grazie all’amore (ma a noi sembra più merito di un prurito sessuale che una bella e libera trentenne può provocare), però che sforzo il nostro, nel dover individuare la Storia (la Spagna di Franco vs la Francia di De Gaulle, interdizioni da dittatura vs libertà presessantottina) a tutti i costi, solo perché la storia – quella del film – è di una debolezza spietata.

In Italia con Sacher l’iraniano che ha conquistato Berlino

Nader and Simin, A Separation

Uscirà nella prossima stagione cinematografica, distribuito da Sacher, il film Nader and Simin: a Separation, del regista iraniano Asghar Farhadi, già vincitore dell’Orso d’Argento per la Migliore Regia a Berlino 2009 con About Elly. Distribuito in Italia con il titolo La separazione, il film è stato presentato in Concorso al Festival del Cinema di Berlino, dove ha conquistato una pioggia di premi: l’Orso d’Oro per il Miglior Film, l’Orso d’Argento per la Migliore Interpretazione Femminile (Sareh Bayat, Sarina Farhadi, Leila Hatami), l’Orso d’Argento per la Migliore Interpretazione Maschile (Peyman Moadi, Ali Asghar Shahbazi, Babak Karimi), l’Ecumenical Jury Prize  e il Peace Award College.

Al centro della pellicola, il conflitto di coppia tra Nader e Simin: entrambi hanno ottenuto il visto per lasciare l’Iran, ma Nader si rifiuta di partire e abbandonare il padre affetto da Alzheimer. Simin intende chiedere il divorzio per partire lo stesso con la figlia Termeh e, nel frattempo, torna a vivere da sua madre. Nader deve assumere una giovane donna, Razieh, che possa prendersi cura del padre mentre lui lavora, ma non sa che la donna, molto religiosa, non solo è incinta ma sta anche lavorando senza il permesso del marito. Ben presto Nader si troverà coinvolto in una rete di bugie, manipolazioni e confronti, mentre la sua separazione va avanti e sua figlia deve scegliere da che parte stare e quale futuro avere…

Berlinale 2011: i premi ufficiali

Nader and Simin, A Separation

La 61ª edizione della Berlinale si chiude con un tripudio di riconoscimenti al cinema iraniano, rappresentato quest’anno dal regista Asghar Farhadi, già noto a pubblico e critica per il pregevole About Elly (Orso d’argento per la migliore regia alla Berlinale 2009). Quest’anno Farhadi conquista l’Orso d’oro per il miglior film con il suo Nader And Simin, A Separation e l’Orso d’argento per l’ensemble di attrici e attori protagonisti del film. Il Gran Premio della Giuria va al capolavoro dell’ungherese Béla Tarr, A Torinói Ló (The Turin Horse), che forse avrebbe potuto ambire anche a ulteriori riconoscimenti, mentre l’Orso d’argento per la migliore regia è di Ulrich Köhler per Schlafkrankheit (Sleeping Sickness), co-prodotto da Germania, Francia e Paesi Bassi.

Premiate con l’Orso d’argento per il miglior contributo tecnico la fotografia (Wojciech Staron) e  la scenografia (Barbara Enriquez) della coproduzione Messico-Francia-Polonia-Germania El Premio di Paula Markovitch, mentre l’Orso d’argento per la migliore sceneggiatura va al bel film albanese The Forgiveness Of Blood di Joshua Marston, prodotto da Albania, USA e dall’italiana Fandango.

Concludendo la rassegna dei riconoscimenti assegnati nell’ambito della selezione ufficiale, il premio Alfred Bauer (in memoria del fondatore della Berlinale) è stato assegnato al tedesco Wer Wenn Nicht Wir (If Not Us, Who) di Andres Veiel, coinvolgente dramma socio-politico tratto dalle vicende della vita privata di Gudrun Ensslin della RAF.

Di seguito l’elenco dei premi collaterali:

Migliore opera prima

On the Ice di Andrew Okpeaha MacLean (USA 2011 – Generation 14plus);

Menzione speciale a The Guard di John Michael McDonagh (Irlanda, UK 2010 –Panorama Special) e a Die Vaterlosen (The Fatherless) di Marie Kreutzer (Austria 2011 – Panorama Special).

Cortometraggi

Orso d’oro per il miglior cortometraggio: Paranmanjang (Night Fishing) di PARKing CHANce (PARK Chan-wook, PARK Chan-kyong) (Repubblica di Corea 2011 – Berlinale Shorts);

Orso d’argento, premio della giuria: Pu-Seo-Jin Bam (Broken Night) di Yang Hyo-joo (Repubblica di Corea 2010 – Berlinale Shorts);

Menzione speciale: Fragen an meinen Vater (Questions to my Father) di Konrad Mühe (Germania 2011 – Berlinale Shorts);

Nomination European Film Academy (EFA): Återfödelsen (The Unliving) di Hugo Lilja (Svezia 2010 – Berlinale Shorts);

Premio DAAD del Berlin Artist Programme: La Ducha (The Shower) di Maria José San Martín (Chile 2010 – Berlinale Shorts).

Generation

La Generation Kplus Children’s Jury premia:

Miglior film: Keeper’n til Liverpool di Arild Andresen (Norvegia 2010);

Menzione speciale: Mabul di Guy Nattiv (Israele, Canada, Germania, Francia 2010);

Miglior corto: Lily di Kasimir Burgess (Australia 2010);

Menzione speciale: Minnie Loves Junior di Matthew Mullins (Australia 2010).

La giuria di Generation 14plus premia:

Miglior film: On the Ice di Andrew Okpeaha MacLean (USA 2011);

Menzione speciale: Apflickorna (She Monkeys) di Lisa Aschan (Svezia 2011);

Miglior corto: Manurewa di Sam Peacocke (Nuova Zelanda 2010);

Menzione speciale: Get Real! di Evert de Beijer (Paesi Bassi 2010).

La giuria internazionale di Generation Kplus premia:

Gran premio per il miglior film dedicato ai bambini: Jutro bedzie lepiej (Tomorrow Will Be Better) di Dorata Kędzierzawska (Polonia, Giappone 2010);

Menzione speciale: Keeper’n til Liverpool di Arild Andresen (Norvegia 2010);

Premio speciale per il miglior cortometraggio dedicato ai bambini: Land of The Heroes di Sahim Omar Kalifa (Belgio 2010);

Menzione speciale: Dimanche di Patrick Doyon (Canada 2011).

Premi delle giurie indipendenti

Giuria ecumenica

Nella selezione ufficiale: Nader And Simin, A Separation di Asghar Farhadi (Iran 2011);

Menzione speciale: The Forgiveness Of Blood di Joshua Marston (Albania, Italia, USA 2011);

Nella sezione Panorama: Lo Roim Alaich (Invisible) di Michal Aviad (Israele, Germania 2010);

Menzione speciale: Barzakh di Mantas Kvedaravicius (Finlandia, Lituania 2011);

Nella sezione Forum: En terrains connus (Familiar Grounds) di Stéphane Lafleur

Menzione speciale: De Engel van Doel (An Angel in Doel) di Tom Fassaert

FIPRESCI

Selezione ufficiale: A torinói ló (The Turin Horse) di Béla Tarr (Ungheria, Francia, Germania, Svizzera, USA 2010);

Panorama: Dernier étage gauche gauche (Top Floor Left Wing) di Angelo Cianci (Francia, Lussemburgo 2010);

Forum: Heaven’s Story di Zeze Takahisa (Giappone 2010).

Guild of German Art

Wer Wenn Nicht Wir (If Not Us, Who) di Andres Veiel (Germania 2011 –Competition)

CICAE

Panorama: Here di Braden King (USA 2010);

Forum: Amnistia (Amnesty) di Bujar Alimani (Albania, Grecia, Francia 2011).

Europa Cinemas

Über uns das All (Above Us Only Sky) di Jan Schomburg (Germania 2011 – Panorama Special).

TEDDY AWARD

Miglior film: Ausente (Absent) di Marco Berger (Argentina 2011 – Forum);

Premio della giuria: Tomboy di Céline Sciamma (Francia 2011 – Panorama);

Miglior documentario: The Ballad of Genesis and Lady Jaye di Marie Losier (Usa, Francia 2011 – Forum);

Miglior corto: Generations di Barbara Hammer e Gina Carducci (USA 2010 – Forum Expanded) ex aequo con Maya Deren’s Sink di Barbara Hammer (USA 2010 – Forum Expanded).

Premio Dialogue en perspective (sezione Perspektive Deutsches Kino)

Die Ausbildung (The Education) di Dirk Lütter (Germania 2011).

Premi del pubblico

Panorama fiction: También la lluvia (Even The Rain) di Icíar Bollaín (Spagna, Francia, Messico 2010);

Panorama documentario: Im Himmel, Unter der Erde. Der Jüdische Friedhof Weissensee (In Heaven Underground – The Weissensee Jewish Cemetery) di Britta Wauer (Germania 2010).

Orso d’oro alla carriera

Armin Mueller-Stahl.

Berlinale 2011: A Torinói ló (The Turin Horse)

The Turin Horse

A Torino, il 3 gennaio 1889, Friedrich Nietzsche esce dal portone del civico 6 di via Carlo Alberto e nota il conducente di una carrozza che frusta il proprio cavallo, che non accenna a muoversi. Nietzsche blocca l’uomo e poi abbraccia il cavallo piangendo. Una volta a casa, trascorsi due giorni immobile e in silenzio su un divano, Nietsche mormora le sue ultime parole e vive in silenzio per altri dieci anni accudito dalla madre e dalle sorelle. Ma… il cavallo? Che fine ha fatto il cavallo? Ce lo racconta Béla Tarr (Satantango, Werckmeister Harmoniak, A Londoni ferfi) nel suo stupendo A Torinói ló (The Turin horse) premiato in questa Berlinale 2011 (purtroppo solamente) con l’Orso d’argento del Gran Premio della Giuria e con il premio della giuria indipendente della FIPRESCI. E lo fa con un’opera ancor più minimalista, essenziale e cupa dei suoi precedenti film, al limite di quanto il cinema possa rappresentare, restituendo una sconfortante  e cupa visione del mondo e della condizione umana, svuotata perfino della stessa speranza. 30 piani sequenza, per la fotografia di Fred Kelemen, ci raccontano la quotidianità dei pochi ripetitivi e scarni gesti del conducente di una carrozza e di sua figlia nella loro poverissima casa di pietra in una landa abitata solo da un albero e sferzata da un vento violentissimo che non accenna ad affievolirsi. Il cavallo non vuole più uscire né mangiare, ricoverato nella stalla dopo il piano sequenza iniziale in cui trascina con grande fatica la carrozza nel vento. Nei capitoli che scandiscono il tempo dei sei giorni in cui si svolge il film, l’azione è deliberatamente e insistentemente ripetuta con dovizia di particolari fino a spogliare se stessa dall’apparente realismo per sfociare nel metafisico e nel metafilmico.

Un film come un macigno scolpito in bianco e nero, una stele in sospensione sul limitare della fine, del tempo, della circolarità del tempo e della sua rappresentazione, più che Becket ricorda certe composizioni di Monk in equilibrio precario tra l’ultimo baluardo dell’armonia e il silenzio: assenza/essenza di montaggio, dialogo, colore in equilibrio sul bordo dell’abisso in cui il cinema non è più, lungo cui lentamente, per decrementi infinitesimali, si affievolisce ogni barlume di vitalità fino alla perdita della speranza stessa. «Dove il cavallo non è più, non è più neanche il mondo, l’uomo, la vita, fino alla speranza della vita stessa», così Tarr. Non resta che soccombere, abbandonare la speranza che qualcosa possa cambiare, ciò su cui si fonda il patologico attaccamento alla vita di ognuno; la coazione a ripetere, consumandosi, è il segno inequivocabile che ciò che potrebbe cambiare è già cambiato e nulla è più possibile; ed è con questa coscienza che ci si avvolge su noi stessi fino alla fine del tempo, alba dopo alba, pranzo dopo pranzo, bicchiere dopo bicchiere, azioni, situazioni e oggetti che si svuotano nel tempo di contenuto e funzione fino a svanire materialmente. La fine del cinema. La fine del mondo. (Vincenzo Ianni)

Il Grinta (True Grit)

Il GrintaFilm d`apertura alla Berlinale, arriva finalmente in sala il West dei Coen, reinterpretato in chiave sottilmente ironica e vincente dalla mirabile coppia Bridges-Damon

di Vincenzo Ianni
vincenzoianni@yahoo.it

Dopo ben due sequel (Rooster Cogburn, del 1975 per il cinema, e True Grit: A Further Adventure, del 1978 per la tv), i fratelli Coen riprendono dal romanzo di Charles Portis (True Grit, 1968) la quintessenza dell’avventura western per regalarci il “remake” del primo Il grinta (Henry Hataway, 1968) che valse il Golden Globe e l’unico Oscar della sua già lunga carriera a John Wayne. Questo divertente gioiello dei Coen, che apre la Berlinale 2011, ha già invece valso la sesta nomination agli Academy Awards al grande Jeff Bridges, nel ruolo che fu appunto di Wayne, ed è in lizza per ben dieci statuette.

Il codardo Tom Chaney (Josh Brolin) ha ucciso per due pezzi d’oro il padre della quattordicenne Mattie Moss (l’esordiente Hailee Steinfeld) per il quale lavorava nella sua fattoria, per poi darsi alla fuga a Ovest, nei territori indiani, dove si rifugia la feccia degli Stati Uniti di fine 800. Mattie è intenzionata ad assicurare alla legge il fuggiasco e per questo ingaggia il pericoloso e alcolizzato US Marshall Rooster Cogburn (Bridges) nella città di Fort Smith, al confine con il territorio indiano. Incontreranno sulla loro strada anche LaBoeuf (Matt Damon), un Texas Ranger che segue Chaney da mesi con l’obiettivo di portarlo in Texas e riscuotere la golosa taglia che gli pende sulla testa per un altro crimine. I tre viaggeranno avanti e indietro per la frontiera, dentro e fuori la leggenda, la violenza e la crudeltà per inseguire un ideale di giustizia che, se realizzato, non può che lasciare nella psiche e sui corpi il segno (“identitario”) della lotta con se stessi e con il mondo. E ciò perché sul labile confine tra giustizia e vendetta si gioca la partita tra la volontà di radicarsi e l’impossibilità di farlo, la fuga/esplorazione/ricerca verso territori sconosciuti e pericolosi e la possibilità di affermazione di una identità non ancora definita, i temi fondanti, insomma, dell’epopea del grande West.

Il racconto si dipana attraverso immensi spazi invernali, superbamente fotografati da Roger Deakins (reduce da altri due “western”: L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, di Andrew Dominik, e Non è un paese per vecchi, dei Coen), nei quali la macchina da presa si muove in maniera assolutamente “Coeniana”, nonostante, appunto, gli spazi stessi – imperdibile la scena della sfida a cavallo tra Cogburn e quattro banditi, la luce del faló attorno al quale i nostri riposano e il meraviglioso interno del tribunale all’inizio del film per il set up del personaggio di Cogburn. Notevoli anche le interpretazioni dei ruoli secondari, sopra tutti Barry Pepper che interpreta lo sfigurato e spietato Lucky Ned.

Berlinale 2011: Cave of Forgotten Dreams

 Cave of Forgotten Dreams

Tra i tre più importanti film in 3D che la Berlinale presenta nella selezione ufficiale nei suoi primi tre giorni (Pina di Wim Wenders, Les contes de la nuit di Michel Ocelot, l’unico dei tre in concorso, e questo Cave of forgotten dreams), il documentario del grande Herzog sembra essere davvero l’unico a portare effettivamente in sè il senso dell’uso del 3D. Con una troupe microscopica e un sistema di ripresa 3D “casereccio” quanto maneggevole ed efficace, Herzog ci porta con sè nei meandri della inaccessibile grotta di Chauvet-Pont D’Arc nel sud della Francia alla scoperta dei graffiti più antichi mai ritrovati al mondo (parliamo di oltre 30.000 anni orsono) svelando in tutto il suo fascino il segno ancestrale che testimonia l’esigenza dell’uomo, sempre attuale, di rappresentare la realtà nel modo più realistico possibile: gli animali come in movimento sulle pareti tutt’altro che lisce degli anfratti più impervi della grotta e il nuovo 3D del III millennio. Cosa abbia spinto allora gli artisti a creare ciò che studiamo con le più sofisticate tecnologie oggi, senza neanche la speranza di poter ricostruire ciò che in quei luoghi accadeva all’alba dei tempi, resta un mistero su cui interrogarsi. Restano le immagini meravigliose anche se assolutamente “non perfette” girate in quei pochi giorni. (Vincenzo Ianni)

Berlinale 2011: Les contes de la nuit

Le contes de la nuit

Raffinato e inconfondibile, poetico, romantico, esotico, intelligente e ironico, ma… 3D. In effetti risulta un po’ difficile comprendere la scelta delle tre dimensioni da parte di Michel Ocelot (Kiriku e la strega Karaba) che firma per il concorso della Berlinale un film fatto di silhouette (per definizione a due dimensioni) completamente nere tranne che per gli occhi, in azione su sfondi colorati ma comunque bidimensionali, tutti elementi che insieme alla sovrimpressione dei sottotitoli per la visione festivaliera annullano quasi completamente l’effetto 3D. E tutto sommato non sembra sufficiente la volontà manifestata di voler unire una tecnica d’animazione dei primordi, appunto quella delle silhouette di Lotte Reiniger di circa un secolo fa, con lo stato dell’arte della tecnologia 3D. Ci vuole un buon motivo per utilizzare il 3D, come sottolineato nel panel sul tema organizzato nell’ambito dello European Film Market in questa Berlinale 2011, sia per una questione di costi, sia per le diverse modalità di fruizione. Ovviamente questo film sarà diffuso anche in 2D, ma, in ogni caso e indipendentemente dalla questione 3D, si tratta di un film che può dare il suo massimo solo in sala, un altro motivo di riflettessione per i buyer.

Al di là di tutte queste considerazioni, durante la visione, ci si abbandona a dei sogni da mille e una notte, pieni di draghi e lupi mannari, città dorate e principesse, guglie e sotterranei, streghe e stregoni, foreste inestricabili e savane battute dal rullo di tam tam al cui suono non è possibile restare fermi. Sogni che prendono vita nella vecchia sala di un cinema di città che nella notte si anima delle silhouette di una ragazza, un ragazzo e un attempato operatore che sa come far vivere quelle meravigliose favole. (Vincenzo Ianni)

Berlinale 2011: Lettera aperta di Jafar Panahi

Jafar Panahi

Pubblichiamo la toccante lettera aperta inviata da Jafar Panahi in occasione dell’apertura della 61ª edizione della Berlinale, che, alla luce dei recenti provvedimenti del regime di Ahmadinejad ai danni del regista iraniano, suona come un manifesto di libertà e un inno alle rivoluzioni dell’immaginario rese possibili dalla settima arte.

«Il mondo di un filmmaker è fatto dell’intreccio tra realtà e sogni. Il filmmaker usa la realtà come fonte d’ispirazione, la dipinge con i colori della sua immaginazione e realizza film che sono una proiezione delle sue speranze e dei suoi sogni.

La realtà è che negli ultimi cinque anni mi è stato impedito di fare film e che sono stato adesso condannato ufficialmente a essere privato di questo diritto per altri vent’anni. Ma so che con la mia immaginazione continuerò a tramutare i miei sogni in film. In quanto filmmaker socialmente consapevole, riconosco che non sarò più in grado di rappresentare le preoccupazioni e i problemi quotidiani del mio popolo, ma non mi negherò la possibilità di sognare che fra vent’anni tutti quei problemi saranno svaniti, e io farò film sulla pace e sulla prosperità del mio paese, quando avrò la possibilità di farlo nuovamente.

La realtà è che mi hanno privato della possibilità di pensare e di scrivere per i prossimi vent’anni, ma non riusciranno a impedirmi di sognare che fra vent’anni l’inquisizione e l’intimidazione avranno ceduto il posto alla libertà e al libero pensiero.

Mi hanno privato della possibilità di vedere il mondo per i prossimi vent’anni. Spero che, quando sarò libero, potrò viaggiare in un mondo privo di barriere geografiche, etniche e ideologiche, nel quale le persone vivranno insieme nella libertà e nella pace, qualunque siano le loro credenze e le loro convinzioni.

Mi hanno condannato a vent’anni di silenzio. Eppure, nei miei sogni, urlo perché venga un tempo in cui possiamo tollerarci a vicenda, rispettare le reciproche opinioni e vivere l’uno per l’altro.

La realtà della mia condanna, infine, è che devo trascorrere sei anni in carcere. Per i prossimi sei anni vivrò nella speranza che i miei sogni diventino realtà. Mi auguro che i filmmaker di ogni angolo della terra realizzino film così belli che, quando sarò uscito di prigione, mi faranno desiderare di continuare a vivere nel mondo che hanno immaginato nelle loro opere.

Dunque, da ora in avanti, e per i prossimi vent’anni, sarò costretto a rimanere in silenzio. Sarò costretto a non poter vedere, sarò costretto a non poter pensare, sarò costretto a non poter fare film.

Mi sottometto alla realtà della prigionia e di coloro che mi tengono prigioniero. Cercherò nei vostri film la manifestazione dei miei sogni, sperando di trovare in essi ciò di cui sono stato privato».

(trad. L. Giacalone)

Gianni e le donne

Gianni e le donne

Dopo Pranzo di ferragosto, Di Gregorio ci delizia con un delicato omaggio all’universo femminile e una riflessione sull’avvicendarsi delle stagioni della vita. Che fa da contraltare allo squallore del Drive In al potere

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

Il successo di critica e di pubblico di Pranzo di ferragosto pesa come un macigno. Alle prese con la sua opera seconda, Gianni Di Gregorio non può infatti sottrarsi alla dura legge delle aspettative, tanto più se star indiscussa del suo film torna a essere l’impareggiabile Valeria de Franciscis Bendoni, nel ruolo, ancora una volta, della sua sprintosissima madre. Se da un lato l’accostamento tra le due pellicole è d’obbligo – Gianni e le donne potrebbe apparire, per molti versi, un sequel del primo – dall’altro si avverte nell’ultimo lavoro del regista romano uno sguardo diverso, un’inclinazione, seppur giocosa, più malinconica.

Gianni, nel film, è un sessantenne in baby pensione. La sua vita scorre monotona tra le continue commissioni impostegli dalla moglie (Elisabetta Piccolomini), gli sfoghi della figlia (Teresa Di Gregorio) e del fidanzato (Michelangelo Criminale), che ormai si è piazzato in casa rinunciando a qualunque tentativo di trovarsi un lavoro, e le stravaganze di “donna” Valeria, che da brava nobildonna decaduta si ostina a vivere in una sontuosissima villa con una giovane badante rumena (Kristina Cepraga) senza badare a spese. Tutto filerebbe più o meno liscio se non fosse per il fatto che l’età avanza e Gianni, complice l’amico avvocato (Alfonso Santagata), inizia a rendersi conto che l’universo femminile diventa sempre più irraggiungibile. Comincia allora un ultimo, maldestro, tentativo di conquista che porterà Gianni a interrogarsi su se stesso e sull’inevitabile avvicendarsi delle stagioni della vita.

Pur mancando di un espediente narrativo capace di dare, a volte, coesione e ritmo allo sviluppo della storia (perfetta, in tal senso, era stata la trovata del “pranzo” nel film precedente), Gianni e le donne rimane un film assolutamente da vedere, impreziosito dalla spontaneità di numerosi attori non professionisti (chiamati ciascuno con il proprio nome di battesimo) e da una raffinatezza dello sguardo che rimane il suo pregio più alto.

In un momento in cui l’attualità politica ci impone una triste carrellata di attempati uomini di potere accompagnati da giovanissime pronte a tutto pur di raggiungere soldi, successo e comode poltrone, il film di Gianni Di Gregorio appare come una boccata d’aria fresca. L’universo in cui Gianni e le sue donne si muovono, è infatti quello, malinconico e dolce, di una normalità che il Drive In al potere tende pericolosamente a rimuovere: un universo in cui la bellezza femminile si offre generosamente alla sguardo maschile, senza che la complicità fra le varie età della vita perda la sua preziosa purezza. La giovinezza, insomma, dialoga con la maturità con affetto e partecipazione – soprattutto in un momento in cui l’universo giovanile rischia di essere inghiottito dal vuoto esistenziale della mancanza di opportunità – ed è da questa celebrata come conforto dell’anima, come panacea per allontanare, almeno per un poco, lo spettro della solitudine e della vecchiaia.

In questo senso, Gianni e le donne non è un film politico, ma un film politicamente necessario. Non a caso è stato chiamato, insieme a Qualunquemente, a rappresentare l’Italia in una vetrina internazionale come la Berlinale, dove verrà presentato alla stampa l’11 febbraio.

Berlinale 2011: la serata d’apertura

Berlinale

Sarà un parterre di ospiti eccellenti a dare il via alla 61ª edizione della kermesse berlinese il 10 febbraio alle ore 19.30. Oltre al Ministro della Cultura Bernd Neumann e al sindaco di Berlino Klaus Wowereit, a inaugurare il festival saranno il Presidente di Giuria Isabella Rossellini e il Direttore della Berlinale Dieter Kosslick. Nel corso della serata d’apertura verranno presentati i membri della giuria internazionale, che quest’anno include la produttrice australiana Jan Chapman, l’attrice tedesca Nina Hoss, la star di Bollywood Aamir Khan, il filmmaker canadese Guy Maddin, la costumista inglese Sandy Powell e il regista iraniano Jafar Panahi, al quale verrà riservato un posto d’onore, in segno di protesta contro la condanna a sei anni e l’interdizione ventennale dalla professione cinematografica decretate dal regime iraniano.

A seguire, l’attesissima anteprima internazionale di True Grit (Il grinta), remake del celebre western del 1969 firmato da Joel ed Ethan Coen, che vanta ben 10 nomination agli Oscar. A presentare il film alla platea berlinese saranno, oltre ai registi, gli attori Jeff Bridges, Hailee Steinfeld e Josh Brolin. Numerose le celebrities attese per la serata, tra cui Fatih Akin, Costa Gavras, Margarethe von Trotta e Wim Wenders, oltre ai principali esponenti politici tedeschi e ai direttori dei maggiori festival internazionali, tra cui Thierry Frémaux (Cannes) e Marco Müller (Venezia).

Il festival si concluderà il 20 febbraio, dopo l’assegnazione dei premi in programma nella giornata del 19. (Laura Giacalone)

Berlinale 2011: Jafar Panahi “Filmmaker of the World”

Jafar Panahi

Subito dopo aver ricevuto l’invito a far parte della Giuria internazionale per la Berlinale 2011, il regista iraniano Jafar Panahi è stato condannato a sei anni di prigione e interdetto dalla professione cinematografica per i prossimi venti anni. Il verdetto è stato accolto da vigorose proteste in tutto il mondo, in nome del diritto alla libertà di opinione e di espressione nell’arte.

La Berlinale ha condannato molto duramente la sentenza ai danni del celebre regista iraniano e del suo collega Mohammad Rasoulof e terrà un posto vuoto, fra le sedute riservate ai giurati, in segno di supporto alla sua lotta per la libertà.

Nel programma di quest’anno sono inclusi cinque film di Jafar Panahi, proiettati nell’ambito delle varie sezioni del festival, al fine di richiamare l’attenzione sullo straordinario lavoro del regista, che gli è costato la condanna da parte del regime iraniano. Il primo film, Offside (2005), Orso d’argento nel 2006, sarà proiettato in concorso l’11 febbraio. Nei giorni seguenti, all’interno di Panorama, Forum, Generation e Berlinale Shorts, saranno presentati Dayereh (The Circle) (2000), Talaye sorkh (Crimson Gold) (2003), Badkonak-e Sefid (The White Balloon) (1995), Untying the Knot by Jafar Panahi (2007). (Laura Giacalone)

Berlinale 2011: Panorama

Tomboy

Dedicata come da tradizione al cinema d’autore, la sezione Panorama presenta quest’anno 16 lungometraggi nel programma principale, 14 pellicole in Panorama Special, 20 documentari in Panorama Dokumente e 3 Supporting Films. I lavori selezionati provengono da 29 paesi, con 27 anteprime mondiali e 12 opere prime. A inaugurare Panorama il prossimo 10 febbraio sarà Tomboy, secondo film della cineasta francese Céline Sciamma (regista di Naissance des Pieuvres, in concorso a Torino nel 2007). Protagonista è Laure, una ragazzina di 10 anni che si è appena trasferita in un nuovo quartiere. Quando gli altri ragazzi la scambiano per un maschio, Laure non fa nulla per smentirli e comincia a farsi chiamare Mickaël. Ma non sarà facile tenere in piedi la sua verità. Tomboy è fra i titoli selezionati trasversalmente anche per la sezione Generation Kplus.

Panorama Special si apre invece l’11 febbraio con due film dalla forte valenza politica. Il primo è Tropa de Elite 2, del brasiliano José Padilha. Lungi dall’essere un mero prosieguo del film vincitore dell’Orso d’Oro nel 2008, la nuova opera di Padilha muta prospettiva, per narrare la vicenda di un attivista per i diritti umani in Brasile, eletto come rappresentante del suo distretto, ma in totale antitesi con l’apparato militare, la polizia e l’intero sistema politico. Secondo film d’apertura, la pellicola belga The Devil’s Double, del regista neozelandese Lee Tamahori. Ambientato a Baghdad nei primi anni 90, il film ha per protagonista Uday (Dominic Cooper), figlio di Saddam Hussein, che per coprire gli eccessi della sua vita sregolata si mette alla ricerca di un sosia e costringe il suo compagno di scuola Latif (Dominic Cooper) a impersonare il suo ruolo.

Panorama Dokumente apre i battenti l’11 febbraio con Barzakh del regista lituano Mantas Kvedaravicius’, una coproduzione finnico-lituana di Aki Kaurismäki. Nella Cecenia post-bellica, un uomo è scomparso. Nel corso delle indagini verranno a galla una serie di terribili segreti e la vita stessa degli investigatori sarà in serio pericolo. Attraverso le vicende di una singola famiglia cecena, il film mette in scena gli orrori della guerra a seguito della ritirata russa.

Le tematiche affrontate dai film selezionati spaziano da motivi intimistici – come nel film di Kevin Macdonald Life In A Day, composto interamente da frammenti di vita quotidiana raccolti in giro per il mondo – a questioni di rilevanza politica e sociale, come l’immigrazione (Man At Sea, Dernier étage gauche gauche, Amador, Die Jungs vom Bahnhof Zoo) o la corruzione. A questo proposito, da segnalare la presenza italiana del film di Giulio Manfredonia Qualunquemente, oltre ai film The Guard (Irlanda, Regno Unito, Argentina) di John Michael McDonagh e Bu-dang-geo-rae (The Unjust) del coreano Seung-wan Ryoo. (Laura Giacalone)

Qualunquemente

Qualunquemente

In programma alla Berlinale 2011, il film di Giulio Manfredonia cavalca l’onda della turbolenta attualità politica italiana. Ma la realtà è più paradossale di ogni sua caricaturale rappresentazione

di Gaetano Maiorino
maiorino.gaetano@gmail.com

Si sa, i giornalisti hanno tanti difetti e i critici cinematografici (chi scrive in testa) più di tutti. Incontentabili, inarrestabili chiacchieroni, fan e fanatici, soprattutto inventori delle più belle teorie interpretative da associare a qualsiasi film, meglio ancora se senza pretese di autorialità.

I colleghi mi perdoneranno questo pessimo ritratto, ma era necessario per comprendere la reazione di una sala stracolma, una sala piena fino all’ultimo posto in piedi disponibile, la sala dove si è tenuta la proiezione per la stampa di Qualunquemente, film che vede protagonista il personaggio di Cetto Laqualunque creato e intepretato da Antonio Albanese. C’è chi si è annoiato, c’è chi si è divertito ma non più di tanto, c’è chi ha parlato di realtà che supera l’immaginazione e persino chi ha dichiarato di aver assistito alla proiezione di un bellissimo documentario.

Premessa necessaria, perché proprio l’attore lombardo ha precisato che quello scritto e interpretato da lui sullo schermo è soltanto un film comico, nient’altro, anzi, “un film comicissimo” ispirato a un personaggio creato otto anni fa, prima di tutto il marasma politico gossipparo di oggi, quindi innocente, solo riferito a una realtà generale di un paese cialtrone. Sembra inutile quindi star qui a perder tempo e cercare delle connessioni più o meno evidenti con i fatti degli ultimi giorni (o settimane? O mesi?) che vedono coinvolto il nostro presidente del consiglio e altri politici più o meno noti. Il riferimento alla cronaca e alla brutta politica quotidianamente presentata da giornali e televisioni sarà pure evidente, ma nello specifico involontario, come si suol dire, ogni riferimento a personaggi ed eventi realmente accaduti è del tutto casuale.

Facciamo finta di credere alle rassicurazioni di Albanese e del suo regista Giulio Manfredonia, facciamo finta che Patrizia, Ruby, Nicole, Lele, Emilio, Silvio, non siano i modelli ispiratori e guardiamo che film abbiamo di fronte.

Qualunquemente è l’espansione di uno sketch da 10 minuti più che il susseguirsi di tante microscene appiccicate una all’altra. Meglio così, meglio provare a costruire una storia, un mondo, un retroscena a Cetto Laqualunque che renderlo protagonista di un susseguirsi disarticolato di gag già note al pubblico televisivo. Tentativo ottimo negli intenti. Nonostante ciò, sempre per restare sulla superficie di quello che vediamo sullo schermo, si ride poco, si sorride anche meno e ci si annoia un po’. Albanese e Piero Guerrera, co-sceneggiatore del film, si impegnano per dare respiro a un personaggio che deve essere guardato in apnea, a dare spazio e profondità a un carattere che fa della sua irrealtà e surrealtà la sua forza. L’esperimento fuonziona male, Cetto è divertente quando si piazza sul piedistallo del comizio elettorale a “monologare”, quando prende la scena tutta per sé e spiega al figlio tonto tutta l’esilarante sequenza di valori fondanti che un padre degenerato può insegnare, ma non è capace di dialogare con i personaggi di contorno, non è in sintonia con la loro personalità. Questo perché, per quanto questi personaggi siano delle caricature, delle macchiette interpretate molto bene da un cast indovinato, delle esasperazioni di caratteristiche negative di una certa popolazione italiana (non solo del sud), essi non sono finti, non sono irreali, qualcuno come loro si può davvero trovare in giro per il nostro bel paese. Cetto è di più, è in un altro contesto, anzi è perfetto quando è fuori da ogni contesto, quando l’unico legame con il mondo vero è il suo podio accompagnato da due avvenenti rappresentanti del Partito du Pilu (PdP equidistante da ogni schieramento, sovranazionale ed ecumenico) al centro dello studio di Che Tempo Che Fa o di qualsiasi altra trasmissione televisiva. La realtà non è il mondo di Laqualunque e Laqualunque non funziona nella realtà, in quanto la sua forza comica sta proprio nel non essere verosimile nel suo essere l’amplificatore di una serie di eccessi.

Qualunquemente si fa forza di una distribuzione di seicento copie sul territorio nazionale e di una azzeccatissima campagna marketing che ha invaso ogni spazio di affissione utile nelle più grandi città d’Italia e si appresta a sfidare il fenomeno Checco Zalone al box office. Inoltre ha guadagnato una proiezione nella sezione Panorama del prossimo Festival di Berlino. Quest’ultima notizia ci riporta a riflettere sull’introduzione a questa recensione. Perché un festival così prestigioso inserisce nel suo programma un film riuscito male o al massimo così così? Forse la risposta è in una di quelle teorie adorate dai critici ma negate dagli autori. Forse è perché, seppure casualmente, questo film esce in sala nel momento migliore, quando la politica attuale è ancora più eccessiva della sua caricatura, e ci si rende conto che non si riesce più a ridere della parodia perché la misura è colma e non si sopporta più questo circo Barnum con deputati e ministri al posto di giocolieri ed clown. E allora Qualunquemente diventa involontariamente un film politico, diventa involontariamente un film di denuncia, un bel documentario, un reportage da guardare con occhio critico anche all’estero. Si vedono volti noti dietro le maschere da avanspettacolo, si leggono tra le righe le testimonianze di una realtà di cui ci si è stancati, e tutto questo non fa divertire, non è comico né comicissimo, è solo inquietante. Questo è quello che funziona in Qualunquemente, questa la lettura grazie alla quale questo film si può apprezzare almeno un po’.

Sarà forse questa l’ultima di una lunga serie di interpretazioni, ma se neghiamo che questa lettura sia possibile allora accontentiamoci di restare davanti a un film brutto e solo a momenti simpatico, perché Qualunquemente fa pensare, ma di certo non fa ridere.

Berlinale 2011: i primi film in concorso

Miranda_JulyConfermati i primi otto titoli in concorso al 61° Festival internazionale del cinema di Berlino. Accanto al film d’apertura, True Grit, di Joel ed Ethan Coen, proiettato fuori concorso, sono state selezionate altre sette produzioni e co-produzioni internazionali provenienti da Turchia, Paesi Bassi, Israele, Regno Unito, Germania, Francia e Stati Uniti. In anteprima mondiale, Bizim Büyük Çaresizliğimiz (Our Grand Despair), coproduzione turco-tedesca-olandese diretta dal regista turco Seyfi Teoman; Lipstikka (Israele/UK) del regista israeliano Jonathan Sagall; il tedesco Wer wenn nicht wir (If not us, who?) di Andres Veiel; l’opera prima di Victoria Mahoney Yelling To The Sky (USA); The Future Germany (USA) della filmmaker e video artist Miranda July (regista di Me and You and Everyone We Know). Infine, fuori concorso, il debutto alla regia di Ralph Fiennes Coriolanus (UK), con Ralph Fiennes, Gerard Butler, Vanessa Redgrave, Brian Cox e James Nesbitt, e il dance film in 3D Pina (Germania/Francia) di Wim Wenders, con l’ensemble del Tanztheater Wuppertal. (L.G.)

I fratelli Coen aprono la Berlinale 2011 con True Grit

True-Grit

Sarà il film dei fratelli Coen, True Grit, ad aprire la 61ª edizione della Berlinale, in programma dal 10 al 20 febbraio 2011. «Joel ed Ethan Coen rappresentano il meglio del cinema indipendente americano. Con il loro gusto per l’ironia, i loro personaggi e le loro storie demenziali, si sono sempre saputi imporre all’attenzione del pubblico», ha commentato il direttore della Berlinale Dieter Kosslick. «True Grit è un modo meraviglioso per dare il via alla Berlinale 2011».

A partire da Blood  Simple – Sangue facile (1984), il loro sensazionale film d’esordio, la carriera dei fratelli Coen è stata costellata di grandi successi di critica e di pubblico: da Fargo (1996, Oscar per la migliore sceneggiatura originale) a Non è un paese per vecchi (2007, quattro Oscar come miglior film, migliore sceneggiatura non originale, migliore regia e miglior attore non protagonista), da Burn after Reading (2008) al più recente A Serious Man (2009). A Berlino, la famosa coppia di registi ha già presentato in concorso, nel 1998, la commedia brillante Il grande Lebowski, con Jeff Bridges. Quest’anno tornano alla Berlinale con un western interpretato dai premi Oscar Jeff Bridges (Crazy Heart) e Matt Damon (The Bourne Ultimatum), la star di Hollywood Josh Brolin (Wall Street) e la giovane attrice americana Hailee Steinfeld.

Remake del classico western Il grinta – True Grit (con John Wayne) del 1969, il film racconta la storia della quattordicenne Mattie (Hailee Steinfeld), decisa a trovare l’uomo che ha ucciso il padre. Non ricevendo alcun supporto dalle autorità, la ragazza assolda il rude maresciallo dell’esercito americano “Rooster” Cogburn (Jeff Bridges) che, insieme a lei e al Ranger texano LaBoeuf (Matt Damon), si metterà sulle tracce del killer (Josh Brolin).

True Grit sarà presentato a Berlino in anteprima internazionale fuori concorso e distribuito da Paramount. (Laura Giacalone)

About Elly

About Elly

Orso d’argento per la migliore regia a Berlino 2009, l’iraniano Farhadi fotografa, attraverso una storia noir, le ferite di un paese lacerato tra modernità e tradizione

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

Orso d’argento per la migliore regia al 59° Festival di Berlino, About Elly, del regista iraniano Asghar Farhadi, arriva finalmente nelle sale italiane, seguendo la fortunata scia di film come I gatti persiani di Barman Ghobadi e Donne senza uomini di Shirin Neshat, giusto per citare i più recenti.
E molti altri ancora sono i film iraniani che raccolgono consensi e riconoscimenti ai migliori festival internazionali, ma sembrano destinati a non raggiungere mai il grande pubblico. Basti pensare al bellissimo Shekarchi (The Hunter) di Rafi Pitts, in concorso all’ultimo festival di Berlino, o Shirin di Abbas Kiarostami (che pure è in sala con Copia conforme), fuori concorso a Venezia nel 2008.

Nella speranza che anche questi titoli trovino una distribuzione italiana, godiamoci intanto About Elly, un film che, pur incentrato su una storia in qualche modo noir, appare difficilmente riconducibile agli stereotipi di genere o a qualsivoglia rappresentazione “occidentalizzante” della condizione iraniana. La storia sembra un tributo all’Avventura di Michelangelo Antonioni. Anche qui la misteriosa scomparsa di una donna trasforma una rimpatriata fra amici in una villa sul Mar Caspio in un dramma in cui verità e bugia si confondono, e il sospetto prende il sopravvento sul dolore del lutto.

Nello sviluppo del racconto, le donne hanno un ruolo fondamentale: a loro sembra essere deputato il compito di rappresentare i vari volti della cultura iraniana contemporanea. Se la bellissima e vitale Sepideh (Golshifteh Farahani) è il volto, oseremmo dire femminista, dell’Iran moderno e culturalmente avanzato, le altre donne del gruppo sono invece la voce della tradizione repressiva e moralista, laddove Elly – l’insegnante scomparsa della figlia di Sepideh – è esattamente la vittima dello scontro fra queste due visioni contrapposte eppure coesistenti nell’Iran di oggi.

Straordinario è il modo in cui il film accompagna, quasi in maniera impercettibile, l’evolversi degli umori individuali e collettivi: dalla gioiosa e spensierata allegria degli inizi, al panico e alla immediata solidarietà di gruppo successiva alla scomparsa di Elly, fino alla disgregazione sociale finale, quando salvare Elly diventa, in fin dei conti, salvare la sua reputazione.
Lontano da ogni visione estetizzante dell’Iran contemporaneo, About Elly è una impeccabile e complessa fotografia di un paese lacerato tra modernità e tradizione, rivoluzione culturale e riproduzione di un sistema sociale repressivo. Assolutamente da non perdere.

Berlinale 60: i premi

BalIl film turco Bal conquista l’Orso d’Oro, Polanski riceve – a distanza – l’Orso d’Argento per la Miglior Regia e La bocca del lupo guadagna due importanti riconoscimenti

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

La 60ª edizione del Festival di Berlino si è conclusa con l’assegnazione dell’Orso d’Oro al film Bal (Honey), del regista turco Semih Kaplanoglu. Dopo Yumurta (Egg) e Süt (Milk), quest’ultimo in concorso a Venezia nel 2008, il film è la terza e ultima parte di una trilogia sulle condizioni di vita rurale in Anatolia e racconta il viaggio del giovane Yusuf alla ricerca del padre scomparso tra le impervie montagne del territorio mentre trasferisce i suoi alveari lontano dalle zone colpite da una misteriosa morìa di api.

L’Orso d’Argento, Gran Premio della Giuria, va invece al film Eu Cand Vreau Sa Fluier, Fluier (If I Want to Whistle, I Whistle), opera prima del regista rumeno Florin Serban, che racconta, attraverso la mirabile performance di attori non professionisti, le imprevedibili conseguenze di un amore nato all’interno di un carcere minorile tra un giovane detenuto e una studentessa in visita. Il film ha inoltre ricevuto l’Alfred Bauer Prize, che trae il nome dal fondatore del Festival ed è solitamente assegnato a opere particolarmente innovative.

A conquistare l’Orso d’Argento per la Miglior Regia è Roman Polanski con il thriller The Ghost Writer. Protagonista è uno scrittore britannico (Ewan McGregor) chiamato a scrivere le memorie dell’ex primo ministro Adam Lang (Pierce Brosnan), scoprendo delle verità che metteranno a repentaglio la sua vita. A ritirare il premio al posto del regista premio Oscar, agli arresti domiciliari in Svizzera per le note vicende giudiziarie, i produttori Alain Sarde and Robert Benmussa.

L’Orso d’Argento per la migliore interpretazione femminile è andato a Shinobu Terajima, protagonista di Caterpillar, del regista giapponese Koji Wakamatsu. Nel film Shinobu è la moglie di un veterano della seconda guerra cino-giapponese, gravemente mutilato dopo l’esperienza bellica.

L’Orso d’Argento per il Miglior Attore va ex-equo a Grigori Dobrygin e Sergei Puskepalis per la loro splendida interpretazione in Kak ya provel etim letom (How I Ended This Summer) del regista russo Alexei Popogrebsky. Ambientato nelle desolate distese ghiacciate del circolo polare artico, il film racconta il difficile rapporto tra Sergei, un esperto metereologo, e Pavel, un giovane laureato alle prese con la sua prima esperienza alla base. Sergei e Pavel sono gli unici due esseri umani rimasti alla base e il loro rapporto è destinato a subire violente alterazioni a seguito di una notizia che Pavel non avrà il coraggio di comunicare a Sergei.
Sempre per lo stesso film, Pavel Kostomarov ha ricevuto l’Orso d’Argento per il miglior contributo artistico nella fotografia.

Wang Quan’an e Na Jin hanno ricevuto l’Orso d’Argento per la Miglior Sceneggiatura per il film Tuan Yuan (Apart Together) di Wang Quan’an, che ripercorre la tragedia di un paese diviso attraverso la storia di un ex soldato che, dopo 50 anni, torna a Shanghai per incontrare l’amore di un tempo.

Tra i premi assegnati nelle sezioni collaterali del festival, segnaliamo il Teddy – Queer Film Award, dedicato ai migliori film che affrontano tematiche gay/lesbo, che è stato assegnato tra gli altri a La bocca del lupo del nostro Pietro Marcello, premiato come Miglior Documentario. Il film, in concorso nella sezione Forum, ha inoltre ricevuto il Caligari Film Prize, che consiste in una somma di 4.000 euro (metà per il regista, metà per la distribuzione) elargita dalla German Federal Association of Communal Film Work e dal magazine Film-dienst.

The Hunter (Shekarchi)

The HunterI mille volti del conflitto politico in Iran nel coraggioso tragico film di Rafi Pitts in concorso a Berlino

di Vincenzo Ianni
vincenzoianni@yahoo.it

Ali è uscito da poco di prigione e lavora a Tehran come guardiano notturno in una fabbrica: questo lavoro gli permette di mantenere la moglie Sara e la piccola Saba, la figlia, con cui riesce a trascorrere pochissimo tempo. Lamentarsi e chiedere il turno di giorno però non serve a nulla nella sua condizione di pregiudicato. L’unico svago che Ali può concedersi è la caccia.
Un giorno, rientrando a casa dal lavoro, Ali non trova moglie e figlia e quando si rende conto che è ormai inutile aspettarle decide di rivolgersi alla polizia. È il caos – siamo alla vigilia delle elezioni del 2009 – e Ali scopre solo dopo qualche ora che la moglie è stata coinvolta in uno scontro a fuoco tra la polizia e i manifestanti ed è morta, mentre della figlia non c’è traccia. Ali si mette alla ricerca di Saba, ricerca che si conclude nella disperazione quando viene di nuovo chiamato dalla polizia a riconoscere il corpo della piccola. A questo punto Ali comincia a vagare in auto per la città e dall’alto di una collina spara contro un’auto della polizia uccidendo due agenti. Poi fugge nella foresta a nord di Tehran, ma la polizia è sulle sue tracce e lo segue nel folto del bosco finché due agenti non lo arrestano. I tre sono persi nel bosco, e nella nebbia, per l’ex galeotto Ali, prenderà corpo una nuova prigionia dai connotati mitici .

Torna a Berlino l’iraniano Rafi Pitts (già in concorso nel 2006 con It’s Winter), con un film radicale, di immagini e azione, a tratti elegantissimo e lirico, potente. Il protagonista (interpretato dal regista stesso, il che attribuisce valenza ulteriore a tutta una serie di passaggi e all’intera vicenda che lo costringe in una trappola kafkiana) vaga nella metropoli tra autostrade e cemento, foschia e proclami radiofonici di regime, urla di manifestanti, ambienti consunti, tunnel di raccordi autostradali, corridoi di questure e obitori, il tutto dominato dal colore verde (del movimento anti-regime). Un film che non è un proclama politico, ma è profondamente politico, ancor più perché propone un punto di vista inedito sulla difficilissima attualità iraniana, tanto che, in parte prestandosi al fraintendimento, in equilibrio tra la presa di distanza da un giudizio preconcetto e il tentativo (riuscito) di far sorgere con forza le domande chiave che lacerano la società iraniana contemporanea, ha generato anche già in conferenza stampa a Berlino una strisciante polemica sulla presunta incapacità/non-volontà di sostenere con sufficiente forza la denuncia del regime dell’Ayatollah Khamenei e del suo presidente Ahmadinejad.
Oltre a dirigere, lei ha anche interpretato il protagonista del suo film. Da dove nasce questa scelta?
«Succedono talmente tante cose quando giri un film che bisogna essere realistici, confrontarsi con quello che succede: avevo una sceneggiatura che difficilmente sarebbe stata autorizzata e che invece ha ottenuto l’autorizzazione; avevo un attore che si è dimostrato assolutamente inaffidabile già dal primo giorno di riprese e mi sono reso conto che se avessi continuato con lui avrei rischiato di non finire il film… Se volevo fare il film, dovevo accettare di stare anche davanti alla macchina da presa. E l’ho fatto, perché il film era per me la cosa più importante in assoluto».
L’aspetto politico è preponderante e il film risente profondamente degli avvenimenti del periodo in cui è stato realizzato.
«Tutto quello che si vede, tutti gli eventi che riguardano la situazione in Iran sono qualcosa a cui il mio film vuole certamente fare riferimento. Ma non ho fatto un film avendo in mente un unico obiettivo, un’unica linea guida: non c’è solo la politica, ma diversi altri livelli. Ho cercato di arricchire il film dandogli il più ampio respiro possibile. La situazione in cui si trova il protagonista può accadere in molti Paesi, tende a essere universale in qualche modo. È chiaro che quando il conflitto si è inasprito ho “sentito” e risentito di questi eventi, ne sono stato addolorato, ovviamente li disapprovo fermamente, ma il mio lavoro di filmmaker è quello di prendere il polso della situazione, analizzarla, fare domande e non dare risposte, perché non è quello il mio lavoro. Amo i puntini di sospensione, ne sono ossessionato: non mi piacciono le frasi compiute. Non voglio lanciare messaggi, ma lasciare aperte le questioni, fare domande su ciò che accade al protagonista, su chi si sente represso, su chi non può esprimere se stesso. Vengo da un Paese in cui il 70% della popolazione ha meno di 30 anni e il restante 30% ha vissuto durante la rivoluzione, durante una guerra che ha fatto un milione di morti, e a cui io non ho preso parte. L’Iran è governato da un gruppo che ha preso parte alla guerra, ma la maggioranza del Paese non è legata a quella stessa guerra: è chiaro che c’è un conflitto. Condanno fermamente il regime, ma credo anche che non ci siano risposte nette e che di certo non arriveranno dal conflitto in atto: è facile odiarsi, molto più difficile è tentare di capire le ragioni delle parti in causa e comporre pacificamente il conflitto. Nel film ognuno agisce secondo il proprio punto di vista e ognuno, dal proprio punto di vista, fa tutto ciò che gli sembra giusto: c’è il poliziotto in servizio di leva, quello che invece lo fa per scelta e un uomo che ha perso tutto e vuole vendetta, ma quando uccide lo fa casualmente. Non ammetto l’omicidio e non ammetto che si giudichi la gente dall’uniforme che porta: è estremamente pericoloso vivere in una società che fa questo».

La bocca del lupo

La bocca del lupoUna toccante storia d’amore, un documentario memorabile: arriva in sala in film vincitore del Torino Film Festival, in concorso nella sezione Forum alla Berlinale

Genova è un crocevia. Porto di mare tra i più trafficati, ospita una babele di facce, lingue e accenti. Vertice del cosiddetto Triangolo industriale, contribuisce per decenni, in maniera decisiva, a trainare l’economia dello Stivale, il quale aveva cominciato a prendere forma proprio con la Spedizione partita da un sobborgo della città dalla Lanterna, quel Quarto dei Mille dove si apre e si chiude il nuovo film di Pietro Marcello.

Non poteva esserci location migliore per la struggente storia d’amore di Enzo, immigrato dalla Sicilia, e Mary, transessuale serena, in pace con il proprio corpo. Si conoscono in carcere, lui è dentro per avere ferito un poliziotto, lei per qualche grana legata alla sua tossicodipendenza. Si incontrano e non si lasciano più, nonostante lui debba trascorrere dietro le sbarre metà della sua esistenza. La sua amata lo aspetta pazientemente.

Nel frattempo, il regista si sofferma sulla città che fu di Fabrizio De André: impossibile non pensare al compianto cantautore quando si incontrano i luoghi di un’umanità ai margini, le fabbriche dismesse, la rete ferroviaria che attraversa quel mondo desolato; soprattutto quei vicoli abitati da criminali e prostitute. La scritta Via del Campo sullo sfondo è solo il suggello: ci eravamo acclimatati da tempo, nelle creuze abitate dalle Bocca di Rosa e le Princesa.

Ma l’autore in seguito abbandona la città al suo destino e torna a parlarci dei nostri eroi. Dopo aver disseminato la pellicola di indizi, raccolto e ordinato tutto il materiale che serviva, dai documentari d’epoca dell’Ansaldo o dei registi che gli hanno passato il testimone dopo averlo portato per tutto il Novecento, fino ai nastri registrati dai due amanti per comunicare di nascosto in cella, tira le fila del discorso con una lunga inquadratura frontale, dove Enzo e Mary confessano tutto ciò che è stato fin lì taciuto.

Marcello, soli trentaquattro anni, anche direttore della fotografia, regala insomma una pietra miliare alla storia del documentario italiano. Passa per la lezione di Alina Marazzi, che giustamente ringrazia nei titoli di coda, ma arriva a una cupa bellezza visiva degna delle migliori opere di non-fiction di Sokurov, senza tuttavia aver bisogno di deformare l’immagine. Mentre la voce over che ci suggerisce che vicende e persone del film appartengono ormai a un’epoca passata rende il tutto ancora più poetico e commovente.

Cosa voglio di più

Cosa voglio di più

Dopo aver esplorato il tracollo della borghesia, Soldini si cimenta con una storia d’amore e di passione e la racconta da una prospettiva inedita: la realtà

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

A tre anni dal tracollo della media borghesia italiana raccontato egregiamente in Giorni e nuvole, Soldini torna dietro la macchina da presa per mettere in scena l’amore al tempo della crisi. O meglio, la crisi al tempo dell’amore. Al dramma sentimentale, infatti, si intreccia prepotentemente quello – attualissimo – della recessione e della precarietà delle condizioni economiche in cui versa la gente “normale”, quella che troppo spesso viene prudentemente rimossa da piccoli e grandi schermi.

Protagonisti di Cosa voglio di più, selezionato nella sezione Special Gala all’ultimo festival di Berlino, sono Anna (Alba Rohrwacher) e Domenico (Pierfrancesco Favino): lei è impiegata in un’agenzia di assicurazioni e vive nell’hinterland milanese con Alessio (Giuseppe Battiston), un commesso tuttofare che stravede per lei e non vede l’ora di avere un figlio; lui, addetto a una ditta di catering, vive in un grattacielo di periferia insieme alla moglie Miriam (Teresa Saponangelo) e a due figli, barcamenandosi fra le pressanti difficoltà economiche e il difficile menage familiare. Quando Domenico irrompe per caso nella vita di Anna, fra i due nasce una passione clandestina incontenibile che li porterà a fare i conti con gli obblighi, i vincoli e le responsabilità, sia materiali che psicologiche, delle loro vite personali.

Con la delicatezza e l’intelligenza che contraddistinguono il suo modo di fare cinema, Soldini entra nella vita quotidiana dell’Italia di oggi e la racconta senza giudizi o facili etichette, mettendone in scena le pulsioni più intime, vitali e contraddittorie, attraverso primi piani inquisitivi e un efficace uso della macchina a mano. Se il cinema tradizionale ha più volte messo in scena storie di amori impossibili e passioni nascoste, Soldini affronta il tema da una prospettiva inedita: la realtà, chiedendosi fino a che punto esista la libertà di vivere fino in fondo un amore, e quanto invece pesino i condizionamenti imposti da ristrettezze economiche e obblighi familiari. Se, come già in Pane e tulipani, Soldini è affascinato dall’irrompere casuale e rivelatore dello straordinario nell’ordinario, qui lo sguardo è più maturo, e forse disincantato. L’orizzonte delle possibilità esistenziali rimane felicemente aperto, ma insieme vi è l’amara consapevolezza – o quantomeno il sospetto – che l’amore è un lusso che non sempre ci si può permettere. Da qui il senso di angosciante oppressione che sembra incombere su tutta la vicenda, nonostante la vitalità di una passione che porta i protagonisti a spostare più in là, almeno per un momento, le barriere delle proprie prigionie personali.

La vita di tutti i personaggi, anche quelli tratteggiati con rara profondità sullo sfondo, corre in cerchio, in una muta rassicurante quotidianità fatta di gesti ripetuti, relazioni apparentemente serene  e amicizie più o meno consolidate (da qui l’implicita domanda del titolo: “Cosa voglio di più?”). Ma è un cerchio che non si chiude. Perché se è vero che la libertà dell’amore non è da tutti, ancor più vero è che – una volta assaporati quegli attimi di eternità con cui la vita sconquassa i nostri equilibri – nulla potrà mai più essere come prima.

L’uomo nell’ombra

L'uomo nell'ombraVincitore dell’Orso d’argento per la regia, Polanski mette in scena un thriller di hitchcockiana memoria, con McGregor nei panni del ghostwriter “che sapeva troppo”

di Lorenzo Lamperti

Dal romanzo Ghostwriter (ma perché non lasciare il titolo originale?) di Robert Harris, Roman Polanski ha tratto il suo ultimo film, presentato all’ultimo Festival di Berlino e insignito dell’Orso d’argento per la regia. L’uomo nell’ombra, questo il titolo italiano, è la storia di un scrittore ombra (un ghostwriter, appunto), specializzato nello scrivere biografie di cantanti e personaggi celebri, che accetta di completare le memorie dell’ex Primo Ministro britannico Adam Lang.

Il ghostwriter, interpretato da Ewan McGregor, raggiunge il Premier, che ha il volto dell’ex 007 Pierce Brosnan, nella sua splendida villa situata sull’oceano. Ma sul suo progetto sembra pendere una maledizione: prima viene derubato di un manoscritto, poi, il giorno del suo arrivo, Lang viene accusato di aver autorizzato la cattura illegale di sospetti terroristi e di averli consegnati alle torture della CIA. Via via che porta avanti il suo lavoro, il ghostwriter scopre che il suo predecessore, che aveva iniziato la stesura del libro, non si è suicidato ma è stato probabilmente ucciso per aver scoperto qualche segreto oscuto sui legami tra Lang e la CIA.

Polanski, coinvolto in problemi ben più pesanti di quelli cinematografici, prende come riferimento Hitchcock e cerca di creare un thriller politico fatto di suspense, inganni e tradimenti. Ne esce un film fiacco, nel quale gli elementi hitchcockiani dell’uomo comune immerso in un’avventura pericolosa e del tema dell’ordinario coinvolto nello straordinario si perdono in una struttura debole e poco convinta. Polanski vorrebbe accompagnare l’ironia alla suspense, ma gli vengono fuori male tutte e due le cose: si ride poco e la tensione non c’è quasi mai, se non nella sequenza del traghetto con la fuga di McGregor dai suoi inseguitori. I temi politici sono appena sfiorati, il personaggio di Brosnan è una specie di Blair con la faccia hollywoodiana, e le concatenazioni narrative non sono sempre cristalline. Spesso sembra di trovarsi ad assistere a un film degli anni 70-80 diretto da Pakula o da Lumet; il problema è che Polanski non porta nessun innovazione al genere rispetto ai predecessori di venti o trent’anni fa. E allora la sensazione più forte che si prova davanti a L’uomo nell’ombra è di inattualità; un’opera tirata fuori da qualche decennio fa e svuotata. Certamente le scene da ammirare non mancano, dallo smascheramento pubblico che ricorda da vicino L’uomo che sapeva troppo alla scena iniziale del ritrovamento dell’auto abbandonata sul traghetto; una scena che si ricollega alla splendida sequenza finale, nella quale Polanski ricorda a tutti le sue immense capacità registiche con un fuoricampo memorabile. Ma la bellezza formale che si ritrova in qualche punto del film non si accompagna a tutto il resto, e allora bisogna tristemente constatare che il cinema di Polanski ha probabilmente perso un elemento fondamentale: la necessarietà.

Shutter Island

Shutter-IslandNel cupo thriller psicologico di Scorsese con Leonardo Di Caprio, un omaggio ai grandi classici noir e un’indagine sulla violenza come elemento formativo dell’uomo

di Vincenzo Ianni
vincenzoianni@yahoo.it

USA 1954. Nel pieno della guerra fredda, un ufficiale federale, Teddy Daniels (Leonardo Di Caprio) e il suo nuovo partner Chuck Aule (Mark Ruffalo) vengono inviati  su un’isola a largo della costa di Boston in un impenetrabile istituto psichiatrico criminale – l’Ashecliffe Hospital – per indagare sulla scomparsa di una paziente pluriomicida, Rachel Solando, sparita inspiegabilmente dalla sua cella senza lasciare traccia. Le indagini prendono da subito una cattiva piega: sin dal primo colloquio, il Dottor Cawley (Ben Kingsley), responsabile della clinica, non sembra essere disposto a collaborare. Daniels, intanto, è ossessionato dal pensiero della recente morte della moglie (Michelle Williams) in un incendio. Bloccati sull’isola da un uragano, i due federali continuano le indagini con il crescente sospetto di essere incappati in una sordida storia di servizi segreti ed esperimenti sui pazienti.

Finalmente, al quarto “tentativo” (dopo Gangs of New York, The Aviator e The Departed), la coppia Scorsese-Di Caprio brilla di tutta quella luce che i nomi così altisonanti ci fanno lecitamente attendere, ma che evidentemente non sempre garantiscono. Come già Gone Baby Gone e Mystic River, anche questo cupo thriller psicologico è tratto da un romanzo di Dennis Lehane, che – come racconta Scorsese – gli ha subito ricordato uno dei suoi punti di riferimento: il “classicissimo” Il gabinetto del dottor Caligari di Wiene. E in effetti il film è avvolto in atmosfere espressioniste, per così dire, e cosparso di amorevoli riferimenti al cinema tedesco degli anni 30 e 40, al cinema dei tedeschi emigrati a Hollywood negli anni 40 e 50, e non solo. «Mi fa immenso piacere che il mio film ricordi certi nomi: Samuel Fuller, Jacques Tourneur… il mio background è fatto sostanzialmente di certo cinema tedesco come quello di Lang soprattutto, una presenza fortissima che aleggia nel cinema di quegli anni, e Wilder. E poi Preminger… Proprio Vertigine, insieme a Le catene della colpa, sono i film che ho fatto vedere al cast prima di girare». Il film, continua il regista, è «un viaggio nella paura e nella paranoia, come quella che imperversava a New York quando ero ragazzo, tra il ’52 e il ’54, e che oggi è di nuovo molto forte. E poi c’è il tema della violenza, ma non la violenza in sé, quanto ciò che attraverso la violenza i miei personaggi riescono ad esprimere: chiunque abbia avuto a che fare con un episodio di violenza è costretto a sopportarne il peso, che lascia una traccia indelebile. Per superare e lasciarci alle spalle quegli episodi, quei segni, dobbiamo cambiare, evolverci, diventando quello che siamo. La violenza, in questo senso, è un elemento formativo, esperienza. E Leonardo Di Caprio ha colto questo aspetto in pieno ed è riuscito a dare al suo personaggio una profondità straordinaria».

Di Caprio, d’altro canto, ammette che la chiave della sua interpretazione è proprio quella della «violenza come strumento di indagine della natura umana. I personaggi di Martin – continua l’attore – soffrono a tal punto che rivolgono il loro cupo malessere verso gli altri: è questa la natura più profonda della violenza». Commentando il lavoro col regista e sul suo personaggio, Di Caprio aggiunge: «quando lavoro non sono mai sicuro di aver fatto abbastanza, cerco sempre di fare il possibile per arrivare all’essenza dei personaggi, con la speranza di riuscire per lo meno ad avvicinarmi a quelli che sono i miei miti: De Niro, Montgomery Clift, James Dean… Questo è sicuramente il personaggio più complesso che mi sia capitato di interpretare, è il frutto della fiducia e della responsabilità che Martin ti dà quando lavori per lui». In effetti, complici i ribaltamenti dei piani di realtà attraverso cui evolve il racconto, un Di Caprio imbolsito e segnato, non più eterno giovincello, ma novello Dorian Gray più simile alla propria sofferente rappresentazione, cesella un personaggio che gli varrà a lungo la nostra ammirazione. Salvo che il povero Leonardo non ci anneghi dentro: qualcuno gli rivolge sguardi un po’ stupiti quando si presenta alle conferenze stampa con completo e taglio anni 50… è solo marketing? Leonardo, esci dal ritratto!

Berlinale 60: il film d’apertura

Tuan Yuan

Ad aprire la 60ª edizione del Festival di Berlino è il film cinese Tuan Yuan (Apart Together) di Wang Quan’an, proiettato in anteprima mondiale alla presenza del regista, già vincitore dell’Orso d’Oro con Il matrimonio di Tuya (2007), e degli attori Lisa Lu, Ling Feng, Monica Mo and Jin Na. Il film narra la storia di un grande amore sullo sfondo delle tragedie di un paese diviso. L’ex soldato Liu Yansheng, scappato da Shanghai a Taiwan nel 1949 per sfuggire alle truppe di Mao Tse-tung, rivede dopo moltissimi anni quello che era stato l’amore della sua vita. Il loro incontro riaccenderà emozioni a lungo sopite. (Laura Giacalone)