L’arte di vincere

Moneyball - L'arte di vincereLa vera storia di Billy Beane, il manager che cambiò per sempre le regole del baseball, in un film che travalica il genere dello sport movie e conquista il pubblico. 5 nomination agli Oscar

di Stefania Pala
stefania.pala@gmail.com

Fresco delle sue cinque nomination all’Oscar (miglior film, sceneggiatura, montaggio, più i due attori: Brad Pitt come protagonista e Jonah Hill come non protagonista) arriva nelle nostre sale L’arte di vincere (Moneyball), la storia vera di Billy Beane (Brad Pitt), il general manager degli Oakland Athletics che nel 2002 cambiò per sempre le regole del baseball americano applicando al gioco una pseudo-scienza chiamata Sabermetrics (dall’acronimo SABR che sta per Society of American Baseball Research).

Scegliendo i giocatori sulla scorta dei dati messi a disposizione da software sempre più sofisticati, Beane portò la squadra più povera e sfigata delle Major Leagues a competere con super potenze come New York Yankees e Boston Red Sox. La sua convinzione era che nello sport, come nella vita, molto possa essere spiegato o addirittura previsto, studiando i dati.

Partendo dal libro firmato dal giornalista Michael Lewis Moneyball: The Art of Winning an Unfair Game (che è stato a lungo un bestseller nella classifica del New York Times), lo sceneggiatore Aaron Sorkin (Premio Oscar per The Social Network), insieme a Steven Zaillian, è riuscito a parlare del baseball, lo sport americano per eccellenza, senza mai mostrarlo.

Bennett Miller, che ha esordito sette anni fa con il film Truman Capote – A sangue freddo, lascia che il gioco finisca fuori campo esaltandolo piuttosto a livello ideologico e metaforico. La storia di Billy Beane diventa così quella di un uomo e delle proprie convinzioni, della forza delle proprie idee portate avanti con coraggio e determinazione.

L’arte di vincere è un film unico nel suo genere: pur rispettando le regole strutturali e i cliché tipici del cinema sportivo riesce infatti a travalicarli e a stravolgerli mantenendo un ritmo sempre sostenuto. Grazie all’abilità degli interpreti e a una sceneggiatura molto solida e convincente, Miller conquista il pubblico proprio come farebbe una squadra di baseball con i propri tifosi.

Il G8 di Genova alla Berlinale 2012

DiazIl giornalismo di inchiesta di Fracassi e Lauria e Diaz di Daniele Vicari ricordano a Berlino “la più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dalla fine della seconda guerra mondiale”

di Vincenzo Ianni
vincenzoianni@yahoo.it

In Panorama Dokumente, la Berlinale 2012 presenta un’area tematica tutta italiana con due film sul G8 e i movimenti anti-globalizzazione: il film Diaz – Don’t Clean Up This Blood di Daniele Vicari (Il mio Paese, Il passato è una terra straniera) e il documentario The Summit di Franco Fracassi e Massimo Lauria (giornalisti d’inchiesta già finalisti al premio Ilaria Alpi nel 2011 con G-Gate).

Diaz tenta di mostrare da più punti di vista ciò che avvenne dal momento in cui al G8 di Genova del 2001 le autorità persero qualunque forma di autocontrollo sospendendo di fatto la legge, suggerendo che in quei giorni balenò per la prima volta una minaccia assolutamente attuale: il volto di una certa Nuova Europa.

The Summit indaga sulla rete di menzogne dietro l’assassinio di Carlo Giuliani e sul ruolo degli infiltrati neo-fascisti nella escalation di violenza del luglio 2001 a Genova, analizzando la brutalità di precedenti interventi “di stato” in occasione di altri summit internazionali, da Brokdorf a Napoli, passando per Göteborg e Seattle.
Nella stessa sezione altre tre aree tematiche: il mondo arabo e il Medio Oriente, con film sia documentari che di finzione che spaziano dalla perdita della terra da parte dei beduini israeliani alla condizione femminile nel mondo arabo, alle conseguenze di un’apparizione della Madonna in un villaggio copto in Egitto; “Queer Memory” con film da Germania, USA, Uganda e Indonesia (un collettivo di “Queer women” racconta la propria condizione nell’Indonesia musulmana); “Germania”, con film di famosi autori tedeschi come Andreas Dresen, Romuald Karmakar, Brigitte Kramer e Uli Schueppel.

Nella sezione Forum 2012 i temi del conflitto generazionale, delle differenti “scelte di vita” e dell’ambivalenza del progresso sono declinati tra numerose pellicole provenienti da Francia, Svezia, Olanda, Polonia, Repubblica Ceca, Russia, Romania, Turchia e, naturalmente, dalla Germania per una rappresentanza europea assolutamente predominante. Non manca una interessante rappresentanza centro e sud americana con La demora di Rodrigo Plá (autore de La Zona del 2007) e con il documentario argentino Escuela normal di Celina Murga; e la cinematografia indipendente nord americana è presente con forza. Da sottolineare la presenza di tre pellicole giapponesi sul tema della recentissima catastrofe nucleare di Fukushima.

Il tema della sezione Berlinale Shorts è per il 2012 “Say Goodbye to the Story” per indagare lo sviluppo delle forme narrative nel cinema “in breve”. Per Berlinale Shorts Special, Béla Tarr presenta Magyarország 2011, un film composto dalle opere di 11 autori ungheresi.

E ora dove andiamo?

E ora dove andiamoDopo il successo di Caramel, Nadine Labaki racconta le madri coraggio libanesi in un film che unisce delicatamente tragedia e commedia per lanciare un importante messaggio di pace

di Stefania Pala
stefania.pala@gmail.com

Reduce dai trionfi in patria, dal festival di Cannes e da quello di Toronto (dove ha vinto il premio del pubblico) e dal favore critico conquistato negli Stati Uniti, il nuovo film della regista e attrice libanese Nadine Labaki si prepara a fare il suo ingresso nelle sale nostrane.

E ora dove andiamo?, attraverso un mix di generi tra la fiaba e il musical, riflette col sorriso sulle divisioni religiose che stritolano il Libano e l’intero Medioriente.

La storia si svolge in un villaggio sperduto nelle montagne, in un’epoca e un luogo volutamente imprecisati e affida a un gruppo di donne, musulmane e cristiane, il compito di fermare il germe della guerra e dell’odio che serpeggia tra gli uomini. Sono le donne le vere eroine del film: madri, mogli, sorelle disposte a tutto pur di arrestare l’ennesimo scoppio di violenza innescata dall’eterno conflitto religioso. Donne furbe, intelligenti e coese che cercheranno di raggiungere il loro scopo ingegnandosi come possono e dando vita ad azioni esilaranti come cucinare un’intera cena a base di hashish per placare gli animi virili oppure assoldando danzatrici ucraine per distogliere mariti, fratelli e fidanzati dal pensiero della vendetta.

A quattro anni dal successo internazionale di Caramel, Nadine Labaki è riuscita a raccontare un’altra storia in cui l’energia propositiva al femminile è di rara intensità, tanto che viene da chiedersi fino a che punto di sacrificio arriverebbero le donne per vincere i conflitti mediorientali, soprattutto alla luce delle primavere arabe. Per lei infatti il cinema è «un’arma non violenta per cambiare la realtà» e il mutamento auspicato naturalmente va in direzione di un mondo migliore, dove i conflitti lentamente scompaiano.

Con una scelta coraggiosa, il film della Labaki unisce in modo delicatissimo commedia e tragedia, sorriso e pianto e riesce a far convivere pacificamente cristiani e musulmani, raccontando le madri coraggio libanesi con inediti tocchi di leggerezza.

Shame

ShameDopo l’esordio con Hunger, il regista Steve McQueen torna a dirigere un grande Michael Fassbender, premiato a Venezia con la Coppa Volpi, nei panni di un personaggio estremo, succube delle sue ossessioni sessuali

di Antonio Capocasale
capocasale.a@gmail.com

Brandon (Michael Fassbender) è un trentenne di origini irlandesi che vive e lavora a New York. Al di là della routine lavorativa, spende gran parte del suo tempo in numerosi tentativi di soddisfare i propri istinti sessuali, ora cercando prostitute, ora approfittando di conoscenze occasionali, oppure attraverso la masturbazione. La vita di Brandon sembra però entrare in crisi radicalmente quando sua sorella Sissy (Carey Mulligan), cantante dai trascorsi autodistruttivi, si stabilisce nel suo appartamento. Brandon sfuggirà al confronto con Sissy aggirandosi per i bassifondi di New York, cercando le più estreme soddisfazioni delle proprie pulsioni…

Steve McQueen torna dietro la macchina da presa con un secondo protagonista “estremo” dopo il Bobby Sands, militante dell’IRA che si imponeva scioperi della fame in Hunger. Questa volta, il protagonista estremo non è un rivoluzionario. L’estremo Brandon, invece, appare  in tutto (ed è un punto di forza della sceneggiatura di McQueen e Abi Morgan, sapientemente costruita sui cosiddetti “tempi morti”) come il più tipico everyman occidentale di borghesia medio-alta, yuppie dalla vita lavorativa tanto solida quanto monotona. Si potrebbe dire che è così estremamente normale da essere in realtà – paradossalmente – fuori norma rispetto a quello che immaginiamo sia un essere umano. E quel suo essere fuori norma è reso evidente dalla sua erotomania compulsiva. Brandon non nega nulla alla propria sessualità fatta di eccessi: la web girl come la prostituta o la fiamma del suo capo, tutte le occasioni (da quelle colte pigramente al volo, con aria compassata, a quelle cercate con foga) sono buone purché non siano impegnative. Brandon, di fatto, è schiavo della sua ossessione, che gli serve anche a fuggire, forse, dalle possibilità di un confronto umano autentico. Infatti, se per un attimo il protagonista cerca, in maniera titubante, di avviare una relazione con un’affascinante collega, subito si ritrae. Per di più, quando Sissy cerca di parlargli, Brandon fugge passando la notte tra menage a trois e locali torbidi, intraprendendo quella che ha tutta l’aria di una discesa agli inferi – come testimoniano le luci rosse nella scena del locale gay – o una via crucis blasfema con tanto di pestaggio da parte di un uomo la cui ragazza è stata avvicinata dal protagonista poco prima. E la sessualità, dacché era vissuta come ricerca ossessiva del piacere, diviene nient’altro che un’esperienza pesante, dolorosa, non più contatto con un altro essere umano, ma solo con la propria solitudine. Una solitudine dimentica di chi, come Sissy, ragazza emotivamente fragile, cerca invece di avvicinarsi a Brandon.

Un film doloroso, intenso, per alcuni versi anche commovente (il lungo primo piano di Sissy quando in un locale si esibisce in una versione lenta e acustica di New York, New York), senza però essere commosso: McQueen non concede nulla (o quasi) al patetico, e riesce a coinvolgere lo spettatore (e a sconcertarlo) con una regia essenziale, fatta per lo più di lunghi piani fissi, di pochi esterni plumbei e interni che sembrano prigioni per Brandon. Gli spazi sembrano ridotti a “porzioni di spazio” opprimenti: l’unico totale arioso arriva a pochi minuti dalla fine del film, in corrispondenza del solo momento catartico in cui l’anaffettività del protagonista sembra svanire, e forse insorge in lui “Shame”, la vergogna, quando comprende in maniera dolorosa le ricadute del suo comportamento.

In questo senso, ottima anche la perfomance di Fassbender (giustamente premiato con la Coppa Volpi all’ultimo Festival di Venezia), che si conferma sempre più attore versatile, capace di passare da X-Men a A Dangerous Method, e qui si trova a interpretare (leggi: incarnare) un personaggio “tutto corpo”, ma senza che risulti eccessivo, sensuale ma anaffettivo, compassato.

La talpa

La-talpaQuanto ci manca la guerra fredda! E soprattutto quanto manca al cinema. Il nuovo film di Tomas Alfredson è un elegante e raffinato gioco di specchi e di ruoli tratto dal romanzo di John le Carré

di Antonio Rubinetti
rubinetti.antonio@gmail.com

Londra in piena guerra fredda è un covo si spie e contro spie e l’ex agente dell’MI6 George Smiley viene incaricato di scovare la “talpa” infiltrata tra i membri dei servizi segreti britannici. Questa la sinossi dell’ultimo film di Tomas Alfredson, rivelazione del cinema scandinavo con il raffinato Lasciami entrare, che si confronta con un altro adattamento. Questa volta si tratta del classico spy story, Tinker Tailor Soldier Spy di John le Carré, romanzo del 1974 già portato sul piccolo schermo da una fortunata serie televisiva diretta da John Irvin, con la maschera di Alec Guiness nel ruolo dell’agente segreto.

Dopo Graham Greene, la letteratura di spionaggio britannica si è lasciata influenzare e suggestionare dalle tensioni tra i due blocchi economici in maniera assolutamente diversificata rispetto ai loro “cugini” americani, definendo una vera e propria la Golden Age del genere. In quel periodo sono sbocciati scrittori come Ian Fleming e si sono inventati fascinosi agenti segreti come 007, Herry Palmer, ma anche Modesty Blaise, per quanto riguarda il mondo dei fumetti. I personaggi di Le Carré si distanziano particolarmente dal modello James Bond, che comunque non corrispondeva alla sua stilizzazione cinematografica. Già l’Alec Leamas de La spia che venne dal freddo, interpretato da Richard Burton nell’omonimo film di Martin Ritt, era un personaggio quasi amletico, disilluso almeno quanto il Philip Marlowe di Raymond Chandler (volendo fare un accostamento con un altro antieroe seriale). Smiley è un uomo di mezza età di spiccata intelligenza ma incapace nella vita quotidiana, e ha in Gary Oldman un efficacissimo interprete che riprende i toni dolenti del suo Commissario Gordon nei Batman di Nolan, mutandoli nell’ambiguità fredda ma comunque malinconica dell’antieroe letterario.

L’approccio autoriale di Tomas Alfredson, si piega umilmente all’originale letterario, dimostrando ancora una volta la sua abilità nella trasposizione. Non è concessa nessuna semplificazione di trama, tutt’altro. Il labirintico intreccio funziona come un gioco di ruolo a puzzle la cui complessità sembra raggiungere una plasticità del racconto. Alle dinamiche narrative raccontate con cadenze a cui non siamo più abituati, senza grida, ma con intelligenza e raffinatezza, prevale l’atmosfera, l’attenzione al decòr d’epoca. Ne consegue che La talpa diventa una sorta de “Il grande sonno” (appunto) delle spy story. Il tutto orchestrato da una messa in scena altamente di classe, non priva di una certa nostalgia per la guerra fredda, e sostenuto da una galleria di interpreti di prima qualità: da Colin Firth a John Hurt, da Tom Hardy a Stephen Graham, senza dimenticare l’ultimo e aggiornato Sherlock Holmes televisivo, Benedict Cumberbatch, tutti impegnati in una recitazione ai limiti della perfezione.

L’industriale

L'industrialeFuori Concorso al Festival di Roma, e nei cinema italiani da venerdì 13, l’affresco più lucido dell’Italia in ginocchio. Perché quando la crisi dilaga nessuno è innocente…

di Paola De Benedictis
guardalaluna23@hotmail.com

Se volete capire la portata dell’attuale crisi economica lasciate stare Tg e giornali, e pure internet, ma correte al cinema a vedere L’industriale, che compie il miracolo di raccontare in maniera lucida e chirurgica il disfacimento pubblico che stiamo vivendo e il dramma personale di un uomo al bivio.

«Noi non scommettiamo sul futuro». Nella risposta del banchiere all’ingegner Ranieri che chiede fiducia c’è tutto il dramma del film e la sintesi fulminea dello spirito di chi ci ha governato finora.

In una Torino metafisica, livida e metallica si aggira l’ingegnere quarantenne Nicola Ranieri (Pierfrancesco Favino), proprietario di una fabbrica a un passo dal fallimento a causa della crisi economica. Gravato dai debiti e respinto dalle banche, pur di non ricorrere ai soldi della perfida suocera, le tenta tutte per salvare l’azienda e non licenziare gli operai. Nel frattempo il suo matrimonio va a rotoli. La giovane moglie (Carolina Crescentini) trascurata, comincia a frequentare un ragazzo romeno che lavora nel parcheggio del suo ufficio. Ranieri vacilla, gira a vuoto, non sa cosa fare: sta perdendo la fabbrica, sua moglie e forse ha già perso se stesso. E allora diventa Otello e pure Macbeth e inevitabilmente la tragedia irrompe sulla scena. Dura un attimo l’ebbrezza della vittoria personale (il riavvicinamento alla moglie) e pubblica (con la vendita del pacchetto di minoranza della fabbrica ai tedeschi). La partita è truccata, il topolino è uscito dal labirinto per finire in gabbia.

Tra echi kubrickiani di Eyes Wide Shut e il cinema di denuncia degli anni 70, Giuliano Montaldo realizza assieme al cosceneggiatore, il giornalista Andrea Purgatori, il suo film più politico proprio perché coraggiosamente incentrato nell’uomo. In un uomo. Così realisticamente disegnato da attraversare lo schermo. C’è il tocco di Purgatori nella resa cinematografica della doppia anima del protagonista, eroica ed egoista a un tempo, e della sua progressiva chiusura interiore. Se non si “fa” semplicemente un mestiere, ma si “vive” una professione è inevitabile che perdere il lavoro voglia dire perdere anche la propria identità e di conseguenza tutte le certezze comincino a vacillare. Lo spiega bene Favino: «Il tema del lavoro mi è caro da sempre, ma bisogna sempre pensarlo in termini di identità, non solo di profitto».

Per questo è fuori strada chi trova che il film a un certo punto abbandoni l’istanza pubblica (la vicenda della fabbrica) per ripiegarsi eccessivamente sul privato (la crisi coniugale). È proprio da qui che bisogna cominciare: riportare il lavoro all’uomo. Riappropriarci della libertà attraverso la rivendicazione dell’integrità, anche con uno scatto d’orgoglio. Scegliere tra la sottomissione alla gelida morsa del mercato e il caldo vento dell’indignazione. (www.independnews.com)

I Taviani in concorso alla Berlinale

62_BerlinaleL’Italia torna in Concorso a Berlino con Cesare deve morire, ambientato nel carcere di Rebibbia. Per Berlinale Special, l’esordio alla regia di Angelina Jolie e i documentari di Wener Herzog. Orso d’Oro alla Carriera per Meryl Streep

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

Cesare deve morire, il nuovo film di Paolo e Vittorio Taviani, sarà presentato in Concorso al prossimo Festival di Berlino (9-19 febbraio). Il film è ambientato nella sezione di alta sicurezza del carcere di Rebibbia e racconta la vita quotidiana dei detenuti, alcuni dei quali segnati dalla “fine pena mai”, impegnati nelle prove per la messa in scena del Giulio Cesare shakespeariano. Il film uscirà in Italia il 2 marzo distribuito da Sacher Distribuzione e prodotto da Kaos Cinematografica in collaborazione con Rai Cinema.

Nella sezione Berlinale Special verranno presentati, tra gli altri, la serie di documentari in quattro parti Death Row di Werner Herzog e l’esordio alla regia di Angelina Jolie, In the Land of Blood and Honey.

Ad assegnare gli Orsi di questa edizone sarà una giuria internazionale presieduta dal regista Mike Leigh e composta dal fotografo, designer e filmmaker olandese Anton Corbijn, dal regista iraniano Asghar Farhadi, l’attrice franco-britannica Charlotte Gainsbourg, l’attore statunitense Jake Gyllenhaal, il regista francese François Ozon, lo scrittore algerino Boualem Sansal e l’attrice tedesca Barbara Sukowa.

Quest’anno, inoltre, il festival rende omaggio a Meryl Streep, alla quale verrà consegnato l’Honorary Golden Bear. Per l’occasione verranno proiettati alcuni dei suoi film più celebri, da Kramer contro Kramer a I ponti di Madison County, fino all’ultimo The Iron Lady.

In Concorso

Captive
Francia/Filippine/Germania/Gran Bretagna
di Brillante Mendoza (Serbis, Kinatay, Lola)
con Isabelle Huppert, Katherine Mulville, Marc Zanetta

Dictado (Childish Games)
Spagna
di Antonio Chavarrías (Susanna, Volverás, Las vidas de Celia)
con Juan Diego Botto, Barbara Lennie, Mágica Pérez

Kebun binatang (Postcards From The Zoo)
Indonesia/Germania/Hong Kong, Cina
di Edwin (Kara, Anak Sebatang Pohon, The Blind Pig Who Wants To Fly)
con Ladya Cheryl, Nicholas Saputra

Aujourd´hui
Francia/Senegal
di Alain Gomis (L’Afrance, Andalucia)
con Saül Williams, Aïssa Maïga, Djolof M’bengue

Barbara
Germania
di Christian Petzold (Yella, Jerichow, Dreileben)
con Nina Hoss, Ronald Zehrfeld

Cesare deve morire
Italia
di Paolo e Vittorio Taviani (Padre padrone, La notte di San Lorenzo, La masseria delle allodole, San Michele aveva un gallo)
con Fabio Cavalli, Salvatore Striano

Gnade
Germania/Norvegia
di Matthias Glasner (The Free Will, Sexy Sadie)
con Jürgen Vogel, Birgit Minichmayr, Henry Stange

Jayne Mansfield’s Car
Russia/USA
di Billy Bob Thornton (Sling Blade, The King of Luck, All the Pretty Horses)
con Billy Bob Thornton, Robert Duvall, John Hurt, Kevin Bacon

L’enfant d’en haut (Sister)
Svizzera/Francia
di Ursula Meier (Tous à table, Des épaules solides, Home)
con Léa Seydoux, Kacey Mottet Klein, Gillian Anderson, Martin Compston

Metéora (Meteora)
Germania/Grecia
di Spiros Stathoulopoulos (PVC-1)
con Theo Alexander, Tamila Koulieva

Tabu
Portogallo/Germania/Brasile/Francia
di Miguel Gomes (The Face You Deserve, Our Beloved Month Of August)
con Teresa Madruga, Laura Soveral, Ana Moreira, Carloto Cotta

Csak a szél (Just The Wind)
Ungaria/Germania/Francia
di Benedek Fliegauf (Dealer, Rengeteg, Tejút, Womb)
con Lajos Sárkány, Katalin Toldi, Gyöngyi Lendvai, Géza Jungwirth

Was bleibt (Home For The Weekend)
Germania
di Hans-Christian Schmid (Storm, Requiem, Distant Lights)
con Lars Eidinger, Corinna Harfouch, Sebastian Zimmler, Ernst Stötzner

Fuori Concorso

Extremely Loud And Incredibly Close
USA
di Stephen Daldry (Billy Elliot, The Hours, The Reader)
con Tom Hanks, Sandra Bullock, Max von Sydow, Thomas Horn

Jin líng Shí San Chai (The Flowers Of War)
Cina
di Zhang Yimou (The Red Lantern, Hero, A Woman, A Gun And A Noodle Shop)
con Christian Bale, Ni Ni, Atsuro Watabe

Berlinale Special

Death Row – Documentario in 4 parti
USA
di Werner Herzog (Fitzcarraldo, Cave Of Forgotten Dreams)

Don – The King Is Back
India/Germania
di Farhan Akhtar (Dil Chahta Hai, Lakshya, Don)
con Shah Rukh Khan, Priyanka Chopra, Boman Irani, Om Puri, Florian Lukas

In The Land Of Blood And Honey
USA
di Angelina Jolie (esordio alla regia)
con Zana Marjanović, Goran Kostić, Rade Šrbedžija, Vanesa Glodjo

Keyhole
Canada
di Guy Maddin (My Winnipeg, The Saddest Music In The World, Brand Upon The Brain)
con Jason Patric, Isabella Rossellini, Udo Kier, Brooke Palsson

La chispa de la vida
Spagna
di Álex de la Iglesia (El día de la bestia, Perdita Durango, The Last Circus)
con Salma Hayek, José Mota, Fernando Tejero, Blanca Portillo, Juan Luis Galiardo

Marley – Documentario
Gran Bretagna/USA
di Kevin Macdonald (The Last King Of Scotland, Life In A Day, Touching The Void)

Berlinale 2012: Les Adieux à la reine di Benoît Jacquot apre la kermesse

Farewell My QueenLa 62ª edizione del Festival di Berlino si aprirà al Berlinale Palast il prossimo 9 febbraio con l’anteprima mondiale del film storico Les Adieux à la reine (Farewell My Queen), con Diane Kruger (Inglourious Basterds), Léa Seydoux (Midnight in Paris) e Virginie Ledoyen (Army of Crime).

Il film, diretto dal regista francese Benoît Jacquot (Tosca, Villa Amalia, Deep in the Woods), è tratto dall’omonimo romanzo di Chantal Thomas e racconta i primi giorni della Rivoluzione Francese dal punto di vista della servitù di Versailles, con richiami sottilmente ironici alla realtà contemporanea. Nel film, Diane Kruger interpreta il ruolo della regina Marie Antoniette. Il film è una co-produzione franco-spagnola e sarà presentato in concorso (L.G.).

The Artist

The-ArtistMichel Hazanavicious torna alle origini della settima arte con un film muto, in bianco e nero, che racconta con impagabile grazia e deliziosa ironia il passaggio al sonoro e rende omaggio ai grandi maestri del cinema

di Stefania Pala
stefania.pala@gmail.com

Nell’epoca del suono che aggredisce e narcotizza, il francese Michel Hazanavicius, noto in patria per due parodie di James Bond intitolate all’agente Oss 117, torna al cinema muto con un sorprendente melò romantico sui temi della creatività artistica, il tempo che passa, la fama che dirada. 100 minuti di bianchi sfolgoranti, neri lucidissimi, grigi fuligginosi per raccontare la parabola, nella Hollywood degli anni 20, di George Valentin (Jean Dujardin), divo all’apice del successo spinto nell’ombra dall’avvento del sonoro e alla fine salvato dall’amore di una sua giovane ammiratrice, Peppy Miller (Bérenice Béjo), entrata col suo aiuto nel mondo del cinema, che col sonoro diventerà una diva.

The Artist è un commosso omaggio al cinema degli anni 20, che affidava alle immagini e alla musica tutte le emozioni, e dimostra quanta passione il regista abbia per quel cinema: «Ho voluto fare un film muto – dice Hazanavicius  – per ritornare all’essenza del cinema, puntando sui sensi e sui sentimenti». Del resto tutti i registi che dice di ammirare da sempre vengono dall’epoca del muto: Hitchcock, Lang, Ford, Lubitsch, Murnau. È con le loro immagini negli occhi che ha portato a termine l’incredibile impresa di un film muto, in bianco e nero, che con impagabile grazia e deliziosa ironia torna a una narrazione pura e assoluta.

Per dare un tocco vintage alle riprese, Hazanavicius ha anche deciso di girare il film a 22 fotogrammi al secondo, così che proiettandolo normalmente a 24 fotogrammi al secondo c’è una leggera accelerazione che rievoca in modo subliminale il sapore tipico di quel decennio (i film muti erano girati a 16 fotogrammi) a partire dalla gestualità degli attori. Una specie di operazione nostalgica che non ha nulla di retrò, ma ricorda un mondo che non c’è più e che è bello ritrovare.

Tra le sorprese del film c’è Jack Russell, il cagnolino di Valentin, il quale, complici le salsicce di cui andava ghiotto e che Dujardin teneva nei calzini, non si stacca mai dal suo padrone, amandolo di un amore assoluto, al di là e al di fuori del linguaggio e della parola. E forse è proprio questo, in fondo, il cuore e il significato del film.

Enter the Void

Enter-The-VoidIl regista francese Gaspar Noé confeziona un melodramma psichedelico e visionario, ma la provocazione formalista prevale sugli spunti di riflessione

di Raffaele Serinelli
raffaeleserinelli@hotmail.com

Dopo il discusso Irreversible, Gaspar Noé torna a far parlare di sé grazie o per colpa del suo nuovo e sempre più psichedelico Enter the Void. Sconsigliare la visione di questa pellicola a un pubblico di giovanissimi sembra un buon punto di partenza, data la violenza (per certi versi sterile e gratuita) non tanto delle immagini, quanto dei 150 minuti di trip autocelebrativo frutto della mente di un regista che proprio non riesce a confezionare qualcosa di simile a un’esperienza artistica di medio livello. Il cineasta francese sceglie Tokio e le sue pulsanti luci al neon per ambientare una storia “stupefacente”, in cui far annegare le fragili esistenze di personaggi sfortunati, che falliscono a ogni tentativo di reagire a eventi disastrosi.

Oscar, il protagonista, vive a Tokio e vende droga per sopravvivere. Separato dalla sorella poco più piccola, per via di un incidente che ha ucciso entrambi i genitori, decide di pagarle il biglietto aereo per provare a coltivare insieme il sogno di una vita, una famiglia normale. Giunta a Tokio, Linda trova lavoro in un night club come spogliarellista. Nonostante la malata convinzione di Oscar (“non sono un tossico” – ripete costantemente), la sua vita è in bilico, tra squallidi spacciatori e solitudine da metanfetamine che provocano viaggi mentali, o trip, degni della migliore computer grafica. Durante un incontro di affari in un locale del centro, Oscar si ritrova in mezzo a una retata e accidentalmente cade esanime colpito da un proiettile. Mentre agonizza sul pavimento di una sudicia toilette, il suo spirito rifiuta il trapasso e, legato alla promessa fatta alla sorella di non abbandonarla mai, continua a vagare per tutta la città. Attraverso un viaggio impressionante, passato, presente e futuro si mescolano in un vortice allucinatorio.

Sicuramente la voglia di sperimentare, rischiando una figuraccia, non abbandona mai il cineasta francese Noé. Enter the Void è un film suddiviso in tre momenti ben distinti, contrassegnati principalmente dall’uso che il regista fa della soggettiva. La prima parte del film è interamente girata in soggettiva: siamo nella mente del protagonista, Oscar, e vediamo la realtà attraverso i suoi occhi. Immagini a tratti volutamente nauseanti riportano allo spettatore una parvenza (ostentata) di confusione da effetto di droga. Dopo le sequenze in cui il povero ragazzo agonizza nella toilette, ripercorriamo la sua vita attraverso quella che nel frattempo potremmo definire un’oggettiva soggettivante, escamotage mediante il quale il personaggio rimane sempre in primissimo piano con un’inquadratura leggermente decentrata alle sue spalle. Chiude questa serie di virtuosismi una soggettiva irreale che ci trascina per tutta le terza parte del film in quello che dovrebbe essere l’ultimo viaggio dell’anima del giovane, che volteggia sulla città di Tokio.

Se l’intento primario era quello di provocare sconcerto, il risultato è tutt’altro che soddisfacente. Musica pulsante e luci al neon non sortiscono l’effetto desiderato, e neanche l’aiuto di Thorsten Fleisch che ha curato i titoli di testa, garantiscono un risultato degno di nota. Il tema della circolarità della vita e della morte viene espresso in modo particolarmente ingenuo nell’estenuante terza parte del film, che richiede una buona dose di stoicismo, più che di resistenza. Con arroganza e fastidiosa leggerezza, il regista coglie frammenti di tematiche importanti e discusse, senza approfondirne realmente una, impedendo allo spettatore una qualsiasi forma di riflessione. Non andando oltre la sterile provocazione formalista (l’ultima lunghissima parte è interamente girata in pianosequenza), con la presunzione di ammonirci con una discutibile morale (che a parer di chi scrive è quantomeno ben nascosta), Enter the Void rimane un esperimento di autocompiacimento che può accontentare poche persone, magari solo il suo creatore, appunto.

Almanya – La mia famiglia va in Germania

AlmanyaDalla regista turco-tedesca Yasemin Samdereli, un road movie autobiografico che affronta con intelligenza e leggerezza i temi dell’integrazione e dell’identità nell’odierna società multietnica

di Raffaele Serinelli
raffaeleserinelli@hotmail.com

Yasemin Samdereli, regista di origine turca ma da due generazioni con il passaporto tedesco, con il suo film d’esordio ci accompagna nell’est Europa con un road movie autobiografico. Ancora una volta, l’integrazione di una famiglia di immigrati funge da collante per raccontare dinamiche legate alla provenienza dei protagonisti. Questo non vuol dire che Almanya (Germania in turco) sia un film già visto, anche perché troppo spesso l’immigrazione, nell’iconografia cinematografica, è stata affrontata in termini drammatici e conflittuali.

Con ironia e sentimento, senza trascurare momenti di riflessione, questo film ripercorre le vicende di un uomo partito negli anni 60 per cercare fortuna in Germania, con tutte le difficoltà del caso, ma senza abbandonare la sottile e piacevole sensazione di leggerezza. Il compito di riportare alla memoria le vicende di Hüseyin (Vedat Erincin) e della sua famiglia spetta alla nipote più grande, che per tranquillizzare il cuginetto ripercorre le tappe che hanno condotto i nonni a ottenere l’attesa cittadinanza tedesca. Il film si dirama in due linee narrative quando il nonno decide di riportare l’intera famiglia, per un breve periodo di vacanza, nella lontana Turchia, con la scusa di aver acquistato una casa da ristrutturare. Il viaggio del ritorno in patria si interseca con i racconti della ragazza, dando vita a un emozionante connubio tra integrazione e riscoperta delle antiche tradizioni.

Potremmo definirla come una reintegrazione, data l’enorme difficoltà che i componenti della famiglia incontrano nel rivedere i luoghi natii. C’è spazio per affrontare temi forti, attraverso lo scontro/incontro di diverse generazioni e del rapporto personalissimo che queste instaurano con un passato non facile e con un presente tutto da vivere nella piena consapevolezza delle proprie radici. In un altro noto film che attraverso il tema dell’integrazione ha fatto ridere milioni di spettatori, Il mio grosso grasso matrimonio greco, il fratello di Tula, la protagonista, si esprime con queste parole la notte prima del matrimonio: «Non lasciare che il passato ti dica chi sei, ma fa’ che sia parte di ciò che diventerai».

Riuscendo a emergere fra numerose pellicole che da sempre celebrano il melting pot multietnico, la regista e sua sorella, che ha collaborato alla stesura della sceneggiatura, attingono ai classici della commedia per confezionare un film che non perde mai la freschezza cristallina di una scorrevole narrazione. Affidare ai bambini i diversi punti di vista sui pregiudizi e sulle paure incomprensibili e spesso grottesche legate al tema del diverso si rivela una scelta vincente, permettendo di alleggerire situazioni altrimenti pesanti e, se vogliamo, un po’ inflazionate. Nonostante qualche virtuosismo stilistico di troppo, che appesantisce alcuni momenti del film, ciò che attira è la capacità di raccontare, attraverso il sorriso mai esageratamente grottesco, la condizione di straniero di intere generazioni che devono confrontarsi quotidianamente con due diverse realtà, in bilico tra l’integrazione e le proprie origini.
Nonostante lo sguardo delicato, il film pecca un po’, nel finale, di retorica al glucosio, cosa che però non intacca in modo determinante una struttura narrativa forte e coinvolgente.

Fate la storia senza di me

Fate la storia senza di meIl documentario del regista torinese Mirko Capozzoli, presentato a Venezia e all’ultimo Torino Film Festival, esce insieme al libro-diario di Albertino Bonvicini, protagonista di anni intensi e di vicende drammatiche che hanno segnato la storia d’Italia. Un racconto leggero e profondo che colpisce per la sua necessità

di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com

Fate la storia senza di me (add editore) è un libro e allo stesso tempo un documentario di Mirko Capozzoli, che contiene gli interventi scritti di Alberto Papuzzi e la voce di Fabrizio Gifuni prestata alle parole del diario di Albertino Bonvicini, la cui vicenda umana è l’assoluta protagonista di quest’opera indispensabile. Sì, avete capito bene, indispensabile perché racconta non solo una parabola umana affascinante e sconvolgente, ma perché dietro di essa si staglia la storia dell’Italia, dagli anni Sessanta fino all’inizio dei Novanta, insomma il periodo degli entusiasmi e di epocali trasformazioni, ma anche i tempi delle mutazioni più impreviste, delle sviste e dei vuoti esistenziali e culturali che hanno fatto prendere a questo paese e a molte persone svolte inattese, volute o obbligatorie. Vite che spesso non hanno avuto scelta, proprio come succede ad Albertino, che si ritrova a Villa Azzurra, il famigerato ospedale psichiatrico di Torino dove lavorava Giorgio Coda, l’apologeta dell’elettroshock come pratica terapeutica. Capozzoli non scende mai nel patetico o nel melodrammatico nel raccontare questo momento, ma usa l’ironia e il coraggio di Albertino, che da bambino si ritrova in quel luogo degli orrori dove uomini, donne e bambini venivano spogliati della loro dignità di essere umani e sottoposti a vere e proprie torture con metodi da Garage Olimpo con dieci anni d’anticipo. Albertino là dentro ci finisce per deficit della burocrazia, ci finisce come in una storia di Kafka, perché se non fosse tutto vero quello che è successo, potrebbe essere solo un racconto di Kafka.

Ma la storia di Albertino è anche altro: è fatta di incredibili riprese che lo porteranno dentro i tumultuosi anni Settanta, dove inizierà il suo impegno politico, e poi negli anni Ottanta, quando ingiustamente accusato dell’incendio del bar L’Angelo Azzurro finisce in galera e ci resta per più di due anni. Sono di questo periodo le pagine del diario che compongono il libro: è il periodo in cui nella vita di Albertino compare l’eroina, che cominciava a flagellare un’intera generazione. Le testimonianze e il racconto del documentario mostrano come Albertino sia riuscito a riprendersi anche da questo scacco e con un passaggio da Torino a Roma inizia a lavorare come giornalista in Rai.

Abbiamo incontrato Mirko Capozzoli, regista del documentario e curatore del volume che lo accompagna, Fate la storia senza di me.

Come ti è successo di metterti sulle tracce della storia e della vicenda umana di Albertino Bonvicini?

«Circa sei o sette anni fa un mio amico mi fece leggere il libro di Alberto Papuzzi, Portami su quello che canta. Il libro uscì la prima volta nel 1977 e racconta una vicenda importante e prepotentemente radicata nella memoria di Torino, ovvero il processo a Giorgio Coda, dove per la prima volta in Italia, durante un processo, i malati mentali furono ascoltati come testimoni, oltre che essere le vittime dell’uso feroce dell’elettroshock cui Coda li sottoponeva regolarmente. Inizialmente volevo raccontare quella storia, quella vicenda giudiziaria, per poi rendermi conto che il racconto filmico sarebbe stato molto complicato. Nel libro di Papuzzi, in due o tre pagine si parla di quello che allora era un bambino di nove anni, Albertino Bonavicini, che entrò nel manicomio di Villa Azzurra nel 1967 per una banalità, per inefficienza della burocrazia. Questo fatto mi ha colpito subito, tanto è vero che lui era una delle prime persone che volevo contattare comunque per il documentario, vista la sua storia, ma non c’era già più. Così ho deciso di raccontare la sua storia e questo mi ha permesso di fare i conti con un periodo, quello degli anni Settanta – gli anni di piombo, il movimento del ‘77 e l’incendio del bar L’Angelo Azzurro dove morì un giovane studente, Roberto Crescenzio, caso mai risolto e che segnò la fine del movimento a Torino spalancando le porte al terrorismo – che mi ha sempre interessato e che anagraficamente non ho potuto vivere».

La storia di Albertino Bonvicini ha come sfondo quello degli anni entusiasmanti e critici del cambiamento in Italia, e lui sembra veramente viverne gli aspetti salienti.

«Della vita e delle vicende di Albertino ho scoperto un pezzo alla volta, non c’è stato nessuno che potesse raccontarmela in una volta sola, solo la madre adottiva, che si vede nel documentario, avrebbe potuto farlo, ma è una donna anziana con dei problemi di memoria, una donna che è stata veramente coraggiosa e generosa con Albertino. Il fatto è che Albertino ha avuto tante vite e tutte separate l’una dalle altre. Ogni volta che ricominciava chiudeva con il passato. E questa caratteristica mi ha condotto a dover mettere insieme i tasselli di un’esistenza che può sembrare frammentaria. Poi è vero che sembra che lui abbia giocato una partita a scacchi con il destino, molto spesso in maniera del tutto involontaria. Anche quando nel ‘77 si impegna nel movimento ha avuto un ruolo importante, i suoi compagni di allora lo raccontano come una figura carismatica ma allo stesso tempo non ideologizzata, non era imbevuto dei dogmi e degli slogan della sinistra, lui veniva direttamente dal sottoproletariato, figlio di una prostituta, abbandonato dal padre, il sentimento politico ce l’aveva addosso sulla pelle. È stato uno che ne ha combinate di tutti i colori da quando era giovane, è finito anche in un carcere minorile per poi essere affidato ai Berlanda, una famiglia bene di Torino. Ma tutti quelli che ho incontrato e che mi hanno parlato di lui gli hanno voluto veramente bene perché lui aveva un magnetismo, uno spirito che contaminava chiunque avesse intorno».

Il tuo documentario racconta una storia esplorando le vicende intime di Alberto Bonvicini, i suoi rapporti familiari, le amicizie, il lavoro, e lo fa sempre con un tocco di leggerezza.

«Mentre andavo alla scoperta di Albertino ho sentito tutto il peso della sua storia, del suo vissuto, ho capito che le cose non andavano forzate perché c’era già tutto. È stato come dare forma a un dipinto che aveva già tutti i suoi colori. Tutto è scorso con naturalezza, senza inutili o facili sensazionalismi, senza il bisogno di cercare l’affetto a tutti i costi».

Cosa ha significato per te raccontare questa storia, questa figura, e quali sono le scoperte che più ti hanno sorpreso?

«È stata una grande opportunità, è stato un modo per confrontarmi con una Storia subita perché solo letta sui libri, o vista in programmi televisivi come La notte della Repubblica di Sergio Zavoli. Ho potuto guardare negli occhi uomini e donne che in quel periodo c’erano, che l’hanno vissuto veramente come attori diretti. Ho potuto avvicinarmi a quel periodo ardente senza pregiudizi ideologici, mi sono confrontato con un centinaio di persone, alcune delle quali hanno avuto anche l’ergastolo, come alcuni esponenti di Prima Linea che ho intervistato. Poi ho potuto conoscere la famiglia cui Albertino fu affidato, i Berlanda, esponenti della Torino progressista, a casa dei quali era possibile incontrare dirigenti del PCI, e anche questa è stata una grande esperienza umana che ho vissuto. Ma è stato un modo per raccontare la mia città, Torino, e me stesso, sovrapponendomi in certi momenti alle esperienze di Albertino, come i bambini che giocano con la neve, o i momenti a Porta Palazzo, cose che ha fatto lui ma che ho fatto anch’io e che nel documentario ci sono».

Spesso i documentari richiedono un lavoro di preparazione molto lungo, tra la ricerca del materiale e la sua successiva selezione. Qual è lo stato della produzione dei documentari in Italia dal tuo punto di vista?

«Il problema grosso è la distribuzione, la possibilità di raggiungere un pubblico numeroso. Il fatto è che non c’è un’educazione al guardare i documentari, che spesso nell’immaginario collettivo vengono associati a Piero Angela o alle cose del National Geographic. Io in questa occasione sono stato fortunato perché la Film Commission di Torino e Piemonte ha un fondo per i documentari che ha finanziato il mio progetto, e inoltre l’occasione che l’editore add mi ha dato con il libro che accompagna il documentario è stata un’ulteriore opportunità. Ma anche io ho avuto momenti critici, come il trovare un produttore, che nello specifico è la Fourlab, dovermi impegnare in prima persona su tutti gli aspetti produttivi. C’è chi pensa che il documentario sia roba per sfigati, per gente che non riesce a fare il suo film e allora cerca un ripiego. Ma non è così, non lo è mai stato. Una volta la Rai dava spazio a questa forma espressiva, dedicava una fascia oraria al documentario. Oggi in tv se riesci a far passare qualche lavoro rischi che te lo facciano a spezzatino per ragioni di format del programma dove finisce. Forse bisognerebbe tentare di ridare uno spazio dignitoso per raggiungere il pubblico, perché se no si rischia veramente che ce li vediamo tra noi autori nei vari festival. Eppure io ci credo, perché mi capita sempre che persone che guardando il mio lavoro o quello di altri se ne innamorino, perché è un modo diverso di raccontare le storie, ma che riesce a coinvolgere perché racconta di vita».

Berlinale 2012: Mike Leigh Presidente di giuria

Mike_LeighIl regista britannico Mike Leigh presiederà la giuria della 62ª edizione del festival del cinema di Berlino (9-19 febbraio 2012). Con quarant’anni di carriera alle spalle, Mike Leigh si è imposto sulla scena internazionale come uno dei più talentuosi protagonisti del New British Cinema. Concedendo sempre grande libertà di improvvisazione ai suoi attori, Leigh ha rappresentato in maniera decisamente realistica, ma anche sottilmente ironica, la società britannica contemporanea. I suoi film hanno ricevuto innumerevoli premi internazionali e diverse nomination agli Oscar.

Con più di venti film all’attivo, Mike Leigh ha lavorato anche come regista teatrale, drammaturgo e sceneggiatore. Dopo gli studi di arte drammatica e scenografia, ha frequentato successivamente la London Film School, di cui attualmente è il presidente. Ha debuttato alla regia nel 1972 con Bleak Moments, vincitore del Pardo d’Oro a Locarno. Premiato a Cannes come miglior regista nel 1993 con Nudo (Naked), ha vinto la Palma d’Oro nel 1996 con Segreti e bugie (Secrets and Lies), che ha ricevuto ben cinque nomination agli Oscar. Nel 2004 ha vinto il Leone d’Oro a Venezia con Il segreto di Vera Drake (Vera Drake), apprezzato da pubblico e critica per la sua acuta analisi sociale e la straordinaria profondità dei suoi personaggi.

Non è la prima volta che Mike Leigh approda alla Berlinale: nel 1984 ha presentato, nella sezione Forum, il film Meantime, seguito dal cortometraggio The Short and Curlies nel 1988 e dal film Dolce è la vita (Life is Sweet) nel 1991 (entrambi nella sezione Panorama). Nel 2008 ha presentato in Concorso la social comedy Happy-Go-Lucky, che è valso l’Orso d’Argento alla sua protagonista femminile, Sally Hawkins. Il suo ultimo film, Another Year, è stato presentato in concorso a Cannes nel 2010 e ha ricevuto una nomination agli Oscar.

Sin dagli anni 60, Leigh è attivo anche come regista e autore teatrale, firmando più di venti opere. L’ultima sua pièce, Grief, è di scena in Gran Bretagna fino alla fine di gennaio. (L.G.)

Le nevi del Kilimangiaro

Le nevi del KilimangiaroUn film necessario, quello del francese Robert Guédiguian, che riflette su coscienza di classe, scontro generazionale e sui paradossi della crisi, con sguardo poetico e un talento raro nel catturare l’essenza della quotidianità

di Sandra Capitano
sandracapitano@gmail.com

È un film poetico e impegnato Le Nevi del Kilimangiaro. Poetico perché Robert Guédiguian, partendo da Les pauvres gens (La povera gente) di Victor Hugo, crea un percorso contemporaneo per giungere alla stessa conclusione del poeta francese: la nuova classe operaia è generosa, sa amare e gode di una bontà esemplare. Impegnato è, poi, perché dopo un thriller (Lady Jane, 2008) e un film storico (Larmée du Crime, 2009), il regista torna alle origini e ai suoi temi caldi: coscienza di classe, terrore per la perdita degli ideali, povera gente.

Marsiglia come ambientazione, due coppie di mezza età, circondate da personaggi molto giovani. Michel (Jean-Pierre Darroussin) ha perso il lavoro al cantiere navale dove è stato attivo sindacalista per anni. Nonostante ciò, vive felicemente con la moglie Marie-Claire (Ariane Ascaride) con cui è sposato da trent’anni, e con l’affetto degli amici, dei figli e dei nipoti. L’armonia è spezzata il giorno in cui Michel e Marie-Claire sono aggrediti in casa da  due sconosciuti che li derubano dei loro risparmi, lasciandoli sotto shock. Lo shock per Michel diviene ancora più forte quando scopre che l’aggressione è opera di un giovane operaio  licenziato insieme a lui.

A differenze dei precedenti film, ne Le nevi del Kilimangiaro Guédiguain lavora su due generazioni e non più su una e questo fa sì che attraverso lo scontro generazionale si rafforzi il punto della situazione su cosa è rimasto delle rivolte sindacali, della conquista per i diritti, della coscienza di classe visibile nella Francia degli anni 70 e 80: «Quando Marie-Claire e Michel vengono aggrediti da uno di loro, questo li distrugge intellettualmente, distrugge ciò per cui hanno sempre lottato. È una cosa insopportabile per loro, che sono
riusciti a conquistare quel poco che hanno potuto, o meglio che si poteva, alla fine di una vita di lavoro. Tutti gli esperti politici e sindacali hanno rilevato questo fatto: siamo di fronte a un arretramento. È la prima volta nella storia che ci confrontiamo con una generazione che rischia di vivere peggio dei suoi genitori», commenta il regista.

I loro figli, insieme a Christophe, il giovane operario che li deruberà, sono i “nuovi poveri”, che al contrario di Michel e Marie-Claire hanno perso la capacità di indignarsi. Christophe ricorre addirittura alla violenza perché non ha scelta: con i soldi che ha rubato pagherà l’affitto e comprerà da mangiare per i due fratelli più piccoli che sta tirando su da solo.  Per queste giovani generazioni, saranno ancora una volta i genitori a impartire loro una lezione di coraggio, attraverso un finale (che non vi riveleremo) romatico e struggente.

Come per la sostanza, anche nella forma Guédiguain torna al passato. Se gli ultimi due film erano stati girati in digitale, ne Le nevi del Kilimangiaro il regista riesuma il super 16, conferendo all’immagine un calore, una grana e una fotografia luminosa e solare, come ai tempi di Marie-Jo e i suoi due amori (2002). Deliziosa è poi l’attenzione alle cose banali di ogni giorno, da sempre peculiarità della cinematografia del regista francese: il bar, la spesa, le discussioni, i bambini che mangiano le sardine per la prima volta.  Piccoli dettagli della vita quotidiana che, inseriti nella narrazione, donano spessore e profondità al lungometraggio: «Ci sono un sacco di cotolette, di sardine e di salsicce… Le nevi del Kilimangiaro è senz’altro il film con più barbecue di tutta la storia del cinema», dichiara scherzoso Guédiguain, che con questo film consegna alle sale un film necessario.

Miracolo a Le Havre

Miracolo-a-Le-Havre Dopo Cannes, Aki Kaurismäki apre il Torino Film Festival con una favola contemporanea surreale e piena di poesia che racconta un mondo d’altri tempi

di Stefania Pala
stefania.pala@gmail.com

Ci sono film che ti riconciliano con il mondo e con la vita: Miracolo a Le Havre è uno di questi. Aki Kaurismäki ci ha regalato una splendida fiaba, un antidoto ai mali che ci affliggono.

La storia ruota attorno a Marcel Marx (André Wilms), nome di certo non scelto a caso, un maturo “sciuscià” che tenta di sbarcare il lunario facendo il lustrascarpe. Marcel è una specie di filosofo saggio, un anarchico con una naturale vocazione alla fraternità, che si divide fra le chiacchiere al caffè, quel lavoretto poco redditizio e l’adorata moglie Arletty (Kati Outinen), che di nascosto si contorce dal dolore (ma non abbiate paura, non le succederà niente).

Quando un ragazzino del Gabon, inseguito dalla polizia doganale e deciso a raggiungere la mamma a Londra, irrompe nella sua vita e in quella del quartiere, si scatena una specie di gara di solidarietà, cui fa eccezione soltanto Jean Pierre Léaud, nei panni di una spregevole spia che denuncia ai gendarmi il piccolo clandestino.

Un omaggio a Truffaut, come spiega il regista: «Tutti sanno che Léaud ne I 400 colpi aveva tredici anni e interpretava il ragazzino protagonista in fuga da tutto. Ecco, a quarant’anni di distanza la società ha trasformato il ragazzino ribelle in un delatore della polizia. Questo ci può fare la vita. E se il mio film avesse un significato simbolico, ma non lo ha, sarebbe questo il senso».

Nessun “significato simbolico”, dunque, per questo piccolo capolavoro che rende omaggio, oltre che a Truffaut, al cinema francese di Melville e di Carnè ma anche Tati, Bresson e René Clair, fotografando un’umanità perduta, sempre dalla parte dei più deboli, degli emarginati, degli sconfitti.

Kaurismäki non si sente a suo agio nel mondo contemporaneo e la sua idiosincrasia per una certa estetica della contemporaneità ha finito per diventare la cifra stilistica dei suoi film, ambientati sempre negli anni Cinquanta, «un’epoca gloriosa in cui tutti i vicini si conoscevano per nome e si dicevano buon giorno ogni mattina».

Miracolo A Le Havre fa da pre-apertura al TorinoFilmFest (25 novembre – 3 dicembre 2011), dove il regista finlandese sarà premiato per il suo cinema “passato e futuro” dal direttore Gianni Amelio.

Abbiate fede. Un miracolo ci salverà.

Il buono, il matto, il cattivo

Il buono il matto il cattivoUn western tra arti marziali e sparatorie a raffica. A quasi quattro anni di distanza dalla sua anteprima a Cannes esce finalmente in Italia il piccolo gioiello del regista sudcoreano Kim Jee-wook

di Giacomo Visco Comandini
gviscocomandini@yahoo.it

Allacciate le cinture perché si va in Manciuria. A tre anni e mezzo dalla sua proiezione al Festival di Cannes, finalmente esce nelle sale italiane (un grazie alla Tucker Film) l’apprezzatissimo The Good, The Bad and The Weird, da noi distribuito con il nome “Il buono Il matto Il cattivo”.

Non vi fate ingannare dal titolo. Non si tratta di una parodia del film di Sergio Leone. Segnatevi il nome del regista, il sudcoreano Kim Jee-wook, oggi uno dei massimi esponenti della esplosiva filmografia del suo paese e già adocchiato da Hollywood: dopo l’horror I Saw The Devil sta infatti girando in America The Last Stand, ovvero il ritorno sullo schermo di Arnold Schwarzenegger.

La scommessa vinta da Jee-wook è quella, sì, di ispirarsi alle atmosfera dello spaghetti western per eccellenza, ma poi andarsene felicemente per la sua strada. Il suo è un frankenstein cinematografico che fonde insieme tre generi: il western, un film di arti marziali e l’action movie hollywoodiano.

Correte a vederlo perché il risultato, occorre dirlo, è spettacolare: un roboante viaggio nel deserto asiatico tra atmosfere pseudo vintage anni 30 in cui si intrecciano le vicende dei tre protagonisti: un ladro, uno spietato assassino e un cacciatore di teste, tutti alla spasmodica ricerca di un misterioso tesoro. E alle loro calcagna ci sono le tribù mongole e l’esercito giapponese. La trama è piuttosto risibile ma non è altro che un trampolino di lancio per tuffarsi in due ore di azione spremute fino al midollo, condite da un sano umorismo. Senza un attimo di tregua.

All’epoca fu uno dei film coreani più costosi mai prodotti. E i soldi si vedono tutti: un profluvio di dolly e carrelli, inseguimenti sui treni, sparatorie a non finire, una rincorsa tra cavalli e un sidecar in mezzo al deserto. In questa iperbole di scene e inseguimenti, ciò che colpisce è il controllo assoluto della camera da parte del regista. In ogni scena c’è sempre un particolare inusuale o un movimento di camera che non ti aspetti.  Un film da amare con il cuore e studiare con gli occhi

Il cuore grande delle ragazze

Il-cuore-grande-delle-ragazze

Pupi Avati mette abilmente in scena un’Italia retrò, filofascista e maschilista, per rievocare, tra i cari colli emiliani, il ricordo sbiadito di un amore senza poesia

di Cristina Locuratolo
cristina.elle@hotmail.it

Con Il cuore grande delle ragazze, Pupi Avati sfoglia nuovamente l’album di ricordi di famiglia, raccontando la storia “d’amore” dei suoi nonni.  Ne esce fuori un ritratto di un’Italia bucolica anni 30, dominata dall’ideologia fascista che relega la donna a un ruolo marginale nella società, dominata dalla forza bruta dell’uomo, nel film riconducibile più a una bestia che a un essere umano per gli irrefrenabili istinti sessuali che giustificano (persino) l’adulterio.

Alla storia frettolosa e priva di romanticismo tra Carlino, playboy di provincia, e Francesca, la ragazza di città ingenua e rozza, fa da sfondo una pittoresca campagna che esprime la nostalgia per un mondo (per fortuna) perduto. Carlino alias Cesare Cremonini fa del suo meglio in sella a una bici che sfreccia come la 50 special del suo singolo d’esordio, ma il suo personaggio è espressione della meschinità e dell’ottusità di quel genere (o di quella generazione) di uomini detestabili e patetici. Francesca (Micaela Ramazzotti), dal suo canto, è emblema di un mondo di donne, dedito alla casa e ai figli, in attesa di un marito che le “salvi” da una vita miserabile, siano esse zitelle, scherzi della natura o prostitute.

In questo quadro desolante risulta difficile trovare una traccia di poesia o di sentimento, come lo stesso titolo vorrebbe suggerirci. Neanche le stramberie dei  personaggi riescono stavolta  a  conferire al film  maggiore  spessore o drammaticità. Così ad Avati non basta aver donato al suo Carlino sospiri d’amore al profumo di biancospino per convincerci che la sua è una storia di sentimenti delicati. Il cuore delle ragazze di Pupi Avati  allude alla penosa condizione di allora delle donne, destinate a vivere in un angolo di mondo in cui non godono della minima considerazione, destinate al tradimento o alla solitudine. A infastidirci, però, non è solo lo sguardo maschile e maschilista, ma gli angusti spazi provinciali in cui spesso il nostro cinema si muove (senza quasi mai varcarli), restituendo a noi e agli altri un’immagine, ormai scevra di qualsiasi fascino retrò, di un’Italia stereotipata e povera di cultura e di immaginazione.

I primi della lista

I primi della listaAl suo esordio alla regia, Roan Johnson racconta una storia vera, mettendo in scena sogni, illusioni e ingenuità di tre giovani protagonisti del ‘68 italiano

di Lidia Parazzoli
lidiaparazzoli@libero.it

Immagini di repertorio mostrano tutta la violenza di un periodo storico che sembra appartenere al nostro passato, sebbene non troppo lontano. Siamo nel 1968 e la cosiddetta strategia della tensione non risparmia i giovani manifestanti: uno studente toscano, Soriano Ceccanti, viene ferito gravemente dalla polizia durante una contestazione. Il footage lascia ora posto alla finzione filmica: seduta a tavola vi è una famiglia comune. Un padre, una madre e un giovane. La macchina da presa indugia su di lui. Potrebbe essere Soriano, vien da pensare. Come lui liceale, come lui appartenente all’ambiente dei collettivi, come lui pieno di sogni.
La sua sorte si pone al confine tra la storia con la S maiuscola e la piccola, ma non meno importante, vicenda di tre ragazzi che hanno vissuto il ‘68 fino in fondo.

A Pisa, Renzo Lulli (Francesco Turbanti) e Fabio Gismondi (Paolo Cioni) vivono gli anni del liceo imbevuti di ingenui ideali di libertà. Mai avrebbero immaginato che il loro idolo, Pino Masi (Claudio Santamaria), autore di alcune famose canzoni di lotta, di lì a poco li avrebbe coinvolti nella più assurda avventura della loro vita. Proprio lui, infatti, mentre si trova a suonare insieme ai ragazzi durante un provino, viene a conoscenza del fatto che un colpo di stato, simile a quello greco dei colonnelli, è alle porte. L’ordine per tutti coloro che sono politicamente esposti è di dormire fuori casa per tre, quattro notti. «Se c’è il putsh», viene detto, «vi vengono a prendere a casa uno per uno». Sono infatti proprio loro i primi della lista: i musicisti, gli artisti e i contestatori. La cosa più razionale, in quel momento di panico, sembra salire in macchina e andare al più presto verso il confine, far perdere le proprie tracce. Scapestrati, spaventati e senza documenti – se non un patentino e una denuncia di smarrimento – i ragazzi si ritrovano al confine austriaco. Lo passeranno in maniera non propriamente ortodossa, nella speranza di ottenere asilo politico, ma ottenendo solo un arresto e la consapevolezza di aver fatto una cavolata.

Questi eventi, rimasti impressi nella mente dei pisani, a metà tra la barzelletta e la leggenda, vengono catturati con la giusta resa visiva nel film. Il tono rimane giocato sul registro del “non ci posso credere”; protagonisti delle inquadrature sono infatti gli occhi spalancati e increduli dei due ragazzi che vedono cospirazioni e pericolo dietro ogni angolo. Magistrale, a riguardo, la sequenza presso il bar dell’autostrada. Proprio lì i tre incrociano l’esercito in marcia verso Roma; pensano subito che il golpe sia ormai vicino e sudano freddo. La realtà però è molto meno tragica di quanto si immagini e li lascerà di stucco: è semplicemente il 2 giugno e i militari vanno a Roma per la parata della Festa della Repubblica.

La regia di Roan Johnson, al suo primo lungometraggio, si dimostra sapiente nel tenere il filo dell’ironia e affrontare la maturazione dei personaggi attraverso la fuga, l’amicizia, l’avventura e la paura. Ciò che li unisce definitivamente è forse la musica, che rimane un sottofondo significativo per tutto il film, culminando col primo vero concerto dei ragazzi davanti alle inferriate della prigione. La canzone che suonano è Quello che non ho, di De Andrè, che incarna perfettamente, secondo il regista «la fine di un’epoca, l’orgoglio e la purezza di una generazione, quella dei protagonisti, che è stata sconfitta».

Un cuento chino

Un-cuento-chinoVincitore dell’ultimo festival di Roma, il film dell’argentino Sebastián Borensztein è una commedia brillante e visionaria che racconta il singolare incontro fra due solitudini. Una storia paradossale, ma realmente accaduta

di Cristina Locuratolo
cristina.elle@hotmail.it

Un cuento chino (Un racconto cinese) è una storia delicata e a tratti surreale sull’incontro tra due solitudini, accomunate da una storia personale costellata di perdite e mancanze. Roberto (Ricardo Darin) è un misantropo sui generis, burbero ma d’animo buono, accoglie in casa sua uno straniero cinese (Ignacio  Huang) che si è perso per le vie di Buenos Aires, alla ricerca dell’unico familiare ancora in vita. La convivenza forzata di Roberto con uno sconosciuto che non parla una sola parola della sua lingua porterà l’uomo ad aprirsi, suo malgrado, all’altro e forse a trovare un senso a una vita che appare ai suoi occhi assurda, dominata solo dalle bizzarrie del caso. Roberto si è costruito una corazza che lo difende dal mondo esterno; la sua vita è scandita da azioni di routine e collezioni insolite ( gli oggetti di vetro soffiato per la madre defunta e i trafiletti di giornali di tutto il mondo, riportanti fatti di cronaca tragicamente surreali), nel tentativo di dare ordine al caos dell’esistenza da cui si sente continuamente minacciato. Il cinese rappresenta l’altro con  le sue molteplici differenze che, nonostante tutto, getta un ponte verso l’uomo che lo ha accolto e contemporaneamente lo respinge, instaurando un legame fatto di silenzi e condivisione del quotidiano, di scontri e slanci di generosità.

Il film low cost del regista argentino Sebastián Borensztein (Premio Marc’Aurelio della Giuria e Premio BNL del pubblico all’ultimo Festival di Roma) è un’opera solo in apparenza semplice: ben scritto, ben diretto e ben interpretato, Un cuento chino calibra ironia e dramma, paradosso e quotidianità. Del resto, Borensztein è figlio d’arte, suo padre è celebre un comico argentino, e ha un passato da pubblicitario; in questo film dosa bene l’humour di famiglia e l’eleganza delle immagini che documentano una storia vera, seppur tradotta nel linguaggio cinematografico.

La realtà supera l’immaginazione nell’infinito concatenarsi di eventi privi di senso nella loro beffarda crudeltà, sia che essi sconvolgano l’esistenza di un singolo individuo o quella dell’intera umanità.  La mucca che cade dal cielo e uccide la futura sposa del cinese è emblema dell’assurdo destino, dell’imprevedibilità e della fragilità della vita. Un cuento chino è una parabola sul rapporto umano di due individui  che supera le barriere delle differenze culturali e del linguaggio, trasformando, rinnovando la vita di entrambi, salvandoli da loro stessi e dalla loro sofferenza.

L’opera colpisce il pubblico quanto i critici, per la sua umanità, il suo tocco di visionarietà, per la sua capacità di farsi strada in punta di piedi nel cuore di tutti, partendo da una situazione insolita per arrivare allo stravagante senso della vita, rivelatoci dalla straordinarietà di certi incontri e dalla singolarità di certi percorsi.

Roma Film Fest 2011: i premi ufficiali

Un-cuento-chino

Una giuria internazionale presieduta da Ennio Morricone e composta da Susanne Bier, Roberto Bolle, Carmen Chaplin, David Puttnam, Pierre Thoretton, Debra Winger ha giudicato i film in concorso nella Selezione Ufficiale. La giuria internazionale ha assegnato il:

- Premio Marc’Aurelio della Giuria al miglior film: Un cuento chino di Sebastián Borensztein

- Premio Marc’Aurelio della Giuria alla migliore attrice: Noomi Rapace per Babycall

- Premio Marc’Aurelio della Giuria al miglior attore: Guillaume Canet per Une vie meilleure

- Gran Premio della Giuria Marc’Aurelio: Voyez comme ils dansent di Claude Miller

- Premio Speciale della Giuria Marc’Aurelio: The Eye of the Storm di Fred Schepisi

- Premio Speciale alla colonna sonora della Giuria Marc’Aurelio: Ralf Wengenmayr per Hotel Lux

IL PREMIO ASSEGNATO DAL PUBBLICO

Attraverso un sistema elettronico, il Festival ha previsto la partecipazione degli spettatori all’assegnazione del Premio BNL del pubblico al miglior film. I film che hanno partecipato all’assegnazione del premio sono quelli in concorso nella Selezione Ufficiale. Il pubblico ha assegnato il:

- Premio BNL del pubblico al miglior film: Un cuento chino di Sebastián Borensztein

IL PREMIO ASSEGNATO AL MIGLIOR DOCUMENTARIO PER LA SEZIONE L’ALTRO CINEMA | EXTRA

Un’apposita giuria internazionale, diretta da Francesca Comencini e composta da Pietro Marcello, James Marsh, Anne Lai, Meghan Wurtz ha assegnato il:

- Premio Marc’Aurelio al miglior documentario per la sezione L’Altro Cinema | Extra: Girl Model di David Redmon e Ashley Sabin

I PREMI ASSEGNATI DALLE GIURIE DI RAGAZZI

Ai film in concorso nella sezione Alice nella città sono stati attribuiti due premi Marc’Aurelio Alice nella città. Sono stati votati da due giurie, una composta dai ragazzi sotto i 13 anni e una dai ragazzi sopra i 13. Le giurie di ragazzi hanno assegnato il:

- Premio Marc’Aurelio Alice nella città sotto i 13 anni: En el nombre de la hija di Tania Hermida P.

- Premio Marc’Aurelio Alice nella città sopra i 13 anni: Noordzee Texas di Bavo Defurne

IL PREMIO MARC’AURELIO ESORDIENTI

Grazie alla collaborazione con il Dipartimento della Gioventù della Presidenza del Consiglio dei Ministri, è stato assegnato il Premio Marc’Aurelio Esordienti, trasversale a tutte le sezioni del Festival, e destinato al regista della migliore opera prima. La giuria presieduta da Caterina D’Amico e composta da Leonardo Diberti, Anita Kravos, Gianfrancesco Lazotti, Giuseppe Alessio Nuzzo ha assegnato il:

- Premio Marc’Aurelio Esordienti: ex aequo Circumstance di Maryam Keshavarz – La Brindille di Emmanuelle Millet

IL PREMIO MARC’AURELIO ALL’ATTORE

Il riconoscimento è stato assegnato a Richard Gere, il divo di Hollywood da sempre impegnato in battaglie umanitarie, protagonista di film popolari come American Gigolo, Ufficiale e gentiluomo, Pretty Woman e interprete per autori come Robert Altman, Akira Kurosawa, Sidney Lumet, Francis Ford Coppola, Todd Haynes, Terrence Malick.

Roma Film Fest 2011: i vincitori dei premi collaterali

L'industrialeSono stati assegnati oggi, 4 novembre 2011, i Premi Collaterali della sesta edizione del Festival Internazionale del Film di Roma:

Premio L.A.R.A (Libera Associazione Rappresentanza di Artisti) al miglior interprete italiano

Francesco Scianna per l’interpretazione nel film L’industriale
Menzione speciale a Francesco Turbanti per l’interpretazione nel film I primi della lista di Roan Johnson

Premio Farfalla d’oro – Agiscuola
Hotel Lux di Leander Haussmann

Premio ENEL CUORE

Girl Model di David Raimond e Ashley Sabin
Menzione speciale al film The Dark Side of the Sun di Carlo Shalom Hintermann

Premio HAG – Pleasure Moments

Pina di Wim Wenders

Premio Lancia Eleganza e Temperamento

Zhang Ziyi per l’interpretazione nel film Love for Life

3 Social Movie Award
Pier Francesco Favino

Premio Speciale WWF “ Urban City – Green style”

African Women: in viaggio per il Nobel della pace di Stefano Scialotti

Premio Distribuzione Indipendente alla miglior opera da svelare (sezione L’altro Cinema | Extra)
Turn Me On, Goddammit! di Jannicke Systad Jacobsen

Premio Focus Europe al miglior Progetto Europeo

Rising Voices di Bénédicte Liénard e Mary Jimenez

Eurimages Co –production Development Award

Off Frame di Mohanad Yaqubi

Nel corso della cerimonia è stato anche annunciato il vincitore della Vetrina dei giovani cineasti italiani:

Appartamento ad Atene di Ruggero Dipaola

Il film è stato proiettato al termine della premiazione.

Roma Film Fest: da Richard Gere al Re Leone in 3D

Richard GereLa sesta edizione del Festival Internazionale del Film di Roma dedica le battute conclusive a Richard Gere. Il 3 novembre alle ore 19, il divo americano sfilerà sul red carpet dell’Auditorium Parco della Musica e alle 19.30 introdurrà Days of Heaven, il secondo film di Terrence Malick che per primo offrì all’attore un ruolo da protagonista. L’evento nasce grazie alla collaborazione di Universal Pictures Italia Home Entertainment che ha concesso la visione del film, prodotto da Paramount Pictures. Il giorno dopo Richard Gere – protagonista di film popolari come American Gigolo, Ufficiale e gentiluomo, Pretty Woman e interprete per autori come Robert Altman, Akira Kurosawa, Sidney Lumet, Francis Ford Coppola, Todd Haynes e il già citato Terrence Malick – riceverà il Marc’Aurelio all’attore. La consegna del riconoscimento avverrà durante la cerimonia di premiazione ufficiale, alle ore 18.30 presso la Sala Sinopoli.

Il 4 novembre, dopo quasi vent’anni dalla sua prima uscita nelle sale, Il re leone sarà presentato al Festival in 3D, fuori concorso nella sezione Alice nella città. Il film di Roger Allers e Rob Minkoff, nella sua nuova versione, ha già sbancato i botteghini USA e si prepara a uscire nuovamente anche in Italia, il prossimo 11 novembre. Sul red carpet del Festival ci sarà Don Hahn, il creatore di film d’animazione campioni di incassi come Il gobbo di Notre Dame, Nightmare Before Christmas, La bella e la bestia, Chi ha incastrato Roger Rabbit, e vincitore di due Golden Globe per La bella e la bestia (1991) e Il re leone (1994).

Pina

PinaEvento speciale del Festival di Roma, il film di Wim Wenders è un omaggio alla coreografa e danzatrice più rivoluzionaria del nostro tempo, lo struggente atto d’amore di un regista per la sua musa ballerina

di Stefania Pala
stefania.pala@gmail.com

In principio fu “la folgorazione”, un’influenza rigeneratrice, la scoperta del movimento e del valore profondo che può avere la danza, le lacrime: commosse e inquietanti. Nel 1985 Wim Wenders vede al teatro la Fenice di Venezia alcuni lavori di Pina Bausch e ne rimane estasiato. Poi la conosce, in un caffè vicino al teatro, e le dice che avrebbe voluto fare un film con lei. La Bausch sorride in silenzio. Il fumo delle sigarette a danzare nell’aria… Da allora una profonda amicizia lega il regista alla coreografa tedesca, un’influenza sottile e penetrante che porta Wenders a immaginare le visioni de ll cielo sopra Berlino.

Fu solo un anno dopo che la Bausch, con il suo sorriso enigmatico e un po’ triste, disse di volerlo fare quel film che per Wenders era diventato poco più di un sogno. A quel punto il regista si rese conto di non avere una tecnica adeguata per tradurre il cinema in danza, le macchine da presa avrebbero restituito un’impressione labile, incompleta e troppo esterna di quanto accadeva in scena. Mancava qualcosa e che quel qualcosa era lo spazio. La soluzione finale arriva nel 2007 come un’epifania rivelatrice: un concerto in 3D degli U2 a Cannes. Usando la tridimensionalità Wenders sarebbe riuscito a entrare nel regno stesso dei danzatori, a respirare con loro e a trovare un nuovo linguaggio delle immagini.

Cominciano preparativi febbrili, la scelta delle coreografie: Le sacre du printemps e Cafè Muller, naturalmente, ma anche l’anima messa a nudo in Kontakthof e la struggente potenza degli elementi nel recente Vollmond. Ma a giugno del 2009 la più crudele delle Moire recide inesorabilmente il filo: Pina Bausch muore all’improvviso, lasciando tutti orfani e Wenders, sconvolto, decide di fermare il lavoro. Sono stati i suoi stessi danzatori a pregarlo di non lasciarli soli, di riprendere il film in mano e a suggerirgli che realizzarlo sarebbe stato un omaggio e un modo per dirle grazie o addio.

Restano le coreografie scelte, ma l’opera vira di senso: quello che doveva essere un film su Pina diventa un film per Pina. Non una biografia ma un vero e proprio atto d’amore in cui l’unione tra la grande forza espressiva ed emotiva della Bausch e le capacità e il gusto visivo di Wenders si fondono magnificamente. Un “film danzato” che alterna vecchi filmati con la coreografa e riprese in 3D a interviste in voice over in cui i ballerini rispondono alle domande con danze improvvisate o con il linguaggio del corpo come insegnava loro la Bausch. Seguendo questo metodo Wenders ha invitato i danzatori ad esprimere i loro ricordi di Pina in emozionanti esibizioni solistiche che il regista ha poi filmato in luoghi diversi di Wuppertal e dintorni e da cui prende forma una riflessione molto profonda e articolata sul rapporto unico che si instaurava tra la Bausch e i suoi ballerini. Come dice una delle sue danzatrici, «lavorare con Pina era come essere adulti e bambini allo stesso tempo».

Le opere create da Pina Bausch offrono infatti un ritratto lucido e spietato della realtà, ma al tempo stesso incoraggiano ognuno di noi a perseguire i propri sogni e i propri desideri.

«Balliamo, balliamo, altrimenti siamo perduti».

La kryptonite nella borsa

La-kryptonite-nella-borsaTratto dall’omonimo romanzo del regista e prodotto da Indigo Film e Rai Cinema, il film di Cotroneo, in concorso al Festival di Roma, è riflette tra lacrime e risate sui problemi di una famiglia sui generis

di Marco Bruna
marco.bruna@ymail.com

«Ogni famiglia ha i suoi segreti, ma alcuni fanno più ridere di altri». A giudicare dal sottotitolo del primo film di Ivan Cotroneo, quarantatreenne regista e scrittore napoletano, è quasi naturale per lo spettatore aspettarsi una vivace commedia partenopea ricca di colpi di scena esilaranti.
Invece, La kryptonite nella borsa appartiene a quel tipo di pellicola di cui si fa fatica a riconoscere il genere e le intenzioni autoriali.

Partiamo dalla trama: ci troviamo a Napoli, nei primissimi anni 70, e Peppino (Luigi Catani) ha 9 anni, una famiglia piuttosto numerosa e scombinata e un cugino, Gennaro (Vincenzo Nemolato), che si crede Superman. Spettatore inerme delle vicissitudini familiari – i problemi della madre (Valeria Golino), i tradimenti del padre (Luca Zingaretti), lo stile di vita degli zii Titina (Cristiana Capotondi) e Salvatore (Libero De Rienzo) – Peppino si affida unicamente a Gennaro, che, morto in un incidente, gli appare nella sua fantasia e rappresenta l’unico punto di riferimento capace di assisterlo nei problemi di ogni giorno.

Cotroneo mischia più temi nello stesso film, riuscendo con molta fatica a gestirli contemporaneamente. Il tema del tradimento, almeno nella sua “soluzione”, è molto banale. La vicenda del bambino lasciato a sé stesso e privato del necessario affetto dei genitori è molto interessante e meriterebbe uno sguardo molto più profondo: anzi, mertiterebbe di essere il tema portante del film. Purtroppo, però, tutto diventa espediente per qualche (a tratti amara) risata.
Gli anni 70, le loro mode e cliché sono stati talmente sfruttati – commercialmente – da apparire ripetitivi. Verrebbe da dire che lo sguardo del regista, molto distante e quasi assente dal film (Cosa ne pensa? Cosa ci vuole comunicare? In quale dei personaggi si immedesima?) sia molto indulgente e compiacente, mai veramente portato a una riflessione seria.

La kryptonite nella borsa è una commedia piacevole, con ottimi interpreti e gag a tratti esilaranti: ma finisce tutto lì, rimane la sensazione che le risposte ai quesiti che la pellicola solleva siano tutte nelle battute della nonna di Peppino, che alla fine rinuncia a capire i “giovani” perché troppo complicati.
Musiche originali di Pasquale Catalano, colonna sonora di Mina, Iggy Pop, David Bowie e Peppino di Capri.

Insidious

InsidiousIl nuovo horror di James Wan è un trionfo di cliché e rivisitazioni di grandi successi cinematografici, ma povero di suspense e tensione narrativa

di Elena Mandolini
mand.mae@libero.it

Renai (Rose Byrne), musicista e compositrice, si trasferisce assieme al marito insegnante Josh (Patrick Wilson) e i tre figli piccoli in una nuova casa. Qualcosa, però, turba la famiglia. Sia la madre che il figlio maggiore Dalton (Ty Simpkins) avvertono una strana presenza. Un giorno il figlio improvvisamente e, senza motivo apparente, finisce in coma. Come se non bastasse, quelle strane presenze diventano sempre più insistenti e fastidiose.

Il regista James Wan, che si era già fatto conoscere grazie al successo di Saw, con Insidious scade nello scontato. Presentato durante il Festival internazionale del cinema di Roma, l’ultima fatica di Wan è una serie di banalità sconcertanti, di cliché visti fino alla nausea e di effetti speciali realizzati con pochi soldi. Sul serio. Basterebbe prendere un po’ di Darkness, un po’ di Poltergeist, un po’ di The Others e un pizzico de l’Esorcista, per ottenere la sceneggiatura del film. Ricavandone fra l’altro una brutta copia; fatto evidente soprattutto nella scena della seduta spiritica. Nel corso del film si palesano molte falle della sceneggiatura; momenti di presunto horror vengono messi a casaccio, sperando in un salto improvviso dello spettatore che non arriva mai. Più di un evento viene lanciato, ma mai ripreso (ad esempio il bambino che si spaventa mentre osserva una  stufa nella soffitta, oppure la soffitta stessa, presunto luogo infestato, che viene lasciata a sé senza nessun approfondimento). La suspense è praticamente assente: assistiamo semplicemente al panico della protagonista che si destreggia fra fantasmi e demoniache presenze.

Assente persino la tensione fra i personaggi del film. Un finale arrabattato, ennesimo cliché che si subodora da molto prima della fine, non regala la minima sorpresa. Gli effetti speciali sono stati realizzati con poca cura e poche risorse; l’antro della Bestia sembra un connubio mal riuscito fra il bello e suggestivo rifugio del Fantasma dell’opera e quello di Kruger nel film Il nuovo incubo. Dulcis in fundo, l’attore che interpreta Josh, Patrick Wilson: una sola espressione per tutta la durata del film. Rose Byrne, alias Renai, non riesce a entrare nella parte della madre coraggio. In compenso, il compositore Joe Bishara ha realizzato una buona colonna sonora, ma è davvero poco per reggere un film horror. Non si spiega come il film abbia potuto creare negli Stati Uniti un caso cinematografico tale da attirare l’attenzione del Festival di Roma. Sostanzialmente Insidious è un film da evitare.

Il mio peggior incubo

Il mio_peggior_incuboAlgida e sofisticata, Isabelle Huppert si mette in gioco in una commedia francese sugli opposti che si attraggono, presentata fuori concorso al Festival del cinema di Roma

di Stefania Pala
stefania.pala@gmail.com

In una giornata ancora declinata al femminile (erano presenti Kristin Scott Thomas e Charlotte Rampling), è arrivata ieri al Festival di Roma, minuscola e sottile come un giunco, Isabelle Huppert.

In Mon pire cauchemar, la commedia francese di Anne Fontaine presentata fuori concorso al Festival di Roma, la Huppert interpreta il ruolo di Agathe, direttrice ricca e ultra snob di una fondazione d’arte che, come dice il marito editore (André Dussolier), «non ascolta nessuno a meno che non sia un candidato al Nobel». La sua vita verrà stravolta dall’incontro-scontro con Patrick (il comico francese Benoit Poelvoorde), il padre dell’amico e compagno di scuola del figlio, un uomo rozzo e volgare che vive di espedienti e deve dimostrare agli assistenti sociali di avere un tetto che non sia un furgone.

Due mondi opposti che vengono inevitabilmente a collidere con risvolti a dire il vero un po’ troppo prevedibili. Travolta dal ciclone Patrick, vediamo Agathe, abbandonate le vesti austere della donna manager, esibirsi in una lap dance in balera e camminare a quattro zampe completamente ubriaca. Ma se l’esito degli scontri tra i due protagonisti appare scontato, il film può senza dubbio contare sul ritmo vivace e brioso di regia e sceneggiatura e sulla bravura dei protagonisti.

La Huppert assicura di essersi divertita ad interpretare un ruolo che prende in giro se stessa e gioca con la sua immagine di attrice eccelsa ma tutto sommato un po’ scostante, di donna algida e altera. «Spesso noi attori veniamo identificati coni ruoli che interpretiamo. La regista ha giocato con la mia immagine e con quella di Poelvoorde avendo in mente l’idea di fare piccole caricature di noi stessi», dice l’attrice.

Nella commedia si ride e si riflette sulle differenze di classe e di cultura, anche se la regista, pur tentando la critica ironica della borghesia radical chic, finisce per restare ingabbiata in una certa bonomia di appartenenza che le impedisce qualsivoglia causticità. Peccato non aver avuto il coraggio di osare di più.

Melancholia

Melancholia

Apocalisse e depressione nell’ultima provocazione di Lars von Trier, che intreccia un narcisistico pessimismo al gusto per la metafora e la rievocazione pittorica

di Antonio Rubinetti
rubinetti.antonio@gmail.com

Deridere Lars von Trier è, grossomodo come criticare il doppiaggio italiano, una pratica salutare, condivisibile ma scontata e un po’ snob. Purtroppo anche l’ultimo film del regista di Idioti, Melancholia, da non confondere con la straordinaria pellicola omonima di Lav Diaz, non riesce a stimolare altro che l’irritazione.

Con il solito dogmatismo che lo caratterizza, von Trier ci racconta di un’apocalisse inevitabile, senza interrogarsi sui perché. La melancholia del titolo è declinata narrativamente suddividendo lo svolgimento del film in due parti, e riproponendo così la struttura binaria dei suoi film precedenti, in particolare quella di Dancer in the Dark. Il titolo stesso si riferisce sia alla melancholia, dal latino depressione, che opprime la protagonista, sia al nome del pianeta che sta per schiantarsi contro la terra.

Nella prima parte c’è una rappresentazione di una tipica Festen di famiglia per il matrimonio della bella Justine (Kirsten Dunst, premiata come miglior interpretazione femminile a Cannes). In questa occasione von Trier dà il meglio di sé non lesinando sui cliché del caso, e, come da copione,  accade tutto quello che non si dovrebbe succedere durante un ricevimento simile. La seconda parte si svolge all’interno della medesima villa dove si sono svolti i festeggiamenti, dove si trovano Justine, la sorella (Charlotte Gainsbourg) con il marito (Kiefer Southerland) e il figlio di questa, e mostra la snervante spasmodica attesa dell’annunciata fine del mondo.

All’approccio di totale immersone nella realtà, con tanto di cinepresa in spalla, che inquadra una realtà comunque bizzarra, metaforica e didascalica, si alternano sequenze pittoriche, tableau vivant che si rifanno più o meno esplicitamente ai Preraffaelliti, su cui insiste il Tristano e Isotta di Wagner.

Nel complesso si respira un pessimismo fine a se stesso, compiaciuto, narcisisticamente provocatorio, e la poetica dell’autore può essere riassunta in un’iconoclastia demodé e sterile, esattamente come le discusse affermazioni in conferenza stampa.

Roma Film Fest 2011: i film in concorso

The LadyGiunto alla VI edizione, il Festival Internazionale del Film di Roma si svolge quest’anno dal 27 ottobre al 4 novembre 2011 all’Auditorium Parco della Musica. Film d’apertura, The Lady di Luc Besson, biografia del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi. Quindici le pellicole in concorso, tra cui quattro italiane (Pupi Avati, Ivan Cotroneo, Marina Spada, Pippo Mezzapesa). Fuori concorso altri due big del panorama cinematografico nazionale (Giuliano Montaldo e Roberto Faenza), l’atteso Too Big Too Fall di Curtis Hanson, sulla crisi finanziaria del 2008 e il fallimento del colosso Lehman Brothers, e My Week with Marilyn, con Michelle Williams nei panni della Monroe.

SELEZIONE UFFICIALE – CONCORSO

Babycall

di Pål Sletaune, Norvegia – Svezia – Germania, 2011, 100’

Cast: Noomi Rapace, Kristoffer Joner, Vetle Qvenild Werring

Anna (Noomi Rapace, nuova diva del cinema scandinavo: è la hacker Lisbeth Salander nei film tratti dalla trilogia Millennium dello scrittore svedese Stieg Larsson) e suo figlio Anders (Vetle Qvenild Werring), di 8 anni, per sfuggire al padre violento del bambino si trasferiscono in un luogo segreto, all’interno di un enorme condominio. Anna teme che il suo ex marito possa trovarli e compra un Babycall, affinché Anders sia al sicuro mentre dorme e lei possa ascoltarne suoni e rumori dall’altra stanza. Dall’apparecchio, però, echeggiano strani gemiti che sembrano provenire da altre parti dell’edificio: Anna ascolta quello che crede sia l’omicidio di un bambino. Nel frattempo, Anders incontra una misteriosa presenza infantile che appare e scompare. Sa qualcosa dei suoni provenienti dal Babycall? Perché c’è del sangue su un disegno di Anders? Madre e figlio sono ancora in pericolo? Horror efficace e perturbante ambientato nell’apparente pace di Oslo, dove i mostri sono forse solo un incubo. O forse no.

Il cuore grande delle ragazze

di Pupi Avati, Italia, 2011, 85’

Cast: Cesare Cremonini, Micaela Ramazzotti, Gianni Cavina, Andrea Roncato, Erica Blanc, Manuela Morabito, Marcello Caroli, Sara Pastore

Prima metà degli anni 30, in una cittadina dell’Italia centrale immersa nella campagna. La famiglia contadina dei Vigetti (Andrea Roncato è il padre) ha tre figli: il piccolo Edo (Marcello Caroli), Sultana (Sara Pastore) e Carlino (il cantante Cesare Cremonini, ex leader dei Lunapop, al suo primo ruolo importante al cinema), giovanotto molto ambìto dalle ragazze. Gli Osti invece sono proprietari terrieri che hanno fatto fortuna e vivono in una casa padronale con le loro tre figlie, tutte da maritare: le più attempate Maria e Amabile, e la più giovane Francesca (Micaela Ramazzotti). Facendo buon viso a cattiva sorte, i coniugi Osti, Sisto (Gianni Cavina, al suo diciannovesimo film con Avati) e Rosalia (Manuela Morabito), accettano che il giovane contadino Carlino corteggi le due sorelle maggiori con l’intento di sistemarne almeno una. Inizia un periodo di incontri tra Carlino e le due ragazze nel salotto di casa Osti, turbato però un giorno dall’arrivo improvviso della bellissima Francesca dalla città in cui è stata mandata a studiare. Tra i due giovani è colpo di fulmine e tutti i piani vanno in fumo.

Un cuento chino / Chinese Take-Away

di Sebastián Borensztein, Spagna, 2011, 90’

Cast: Ricardo Darín, Huang Sheng Huang, Muriel Santa Ana

Roberto (Ricardo Darín, già protagonista del film Premio Oscar Il segreto dei suoi occhi), introverso proprietario di un negozio di ferramenta, vive da vent’anni quasi senza contatti col mondo dopo un dramma che l’ha profondamente segnato. Per caso conosce Jun (Huang Sheng Huang), un cinese appena arrivato in Argentina senza conoscere una parola di spagnolo, in cerca dell’unico parente ancora vivo, uno zio. Incapace di abbandonarlo, Roberto lo accoglie in casa: attraverso la loro singolare convivenza, troverà la strada per risolvere la sua grande solitudine, non senza aver svelato all’impassibile, eppure tenerissimo Jun, che le strade del destino hanno tali e tanti incroci in grado di svelare anche la surreale sequenza d’apertura: la mucca pezzata che piomba dal cielo.

The Eye of the Storm

di Fred Schepisi, Australia, 2011, 118’

Cast: Geoffrey Rush, Charlotte Rampling, Judy Davis, John Gaden

In un sobborgo di Sydney, due infermiere, una governante e un avvocato assistono Elizabeth Hunter (Charlotte Rampling) sul letto di morte. I figli Sir Basil (Geoffrey Rush), un attore che fatica ad affermarsi a Londra, e Dorothy (Judy Davis), la moglie di un principe francese che non le ha garantito il benessere economico, vengono convocati al suo capezzale. La signora Hunter, anche nel momento estremo della sua vita, rimane una forza per coloro che la circondano. Entrambi i figli, che nel passato si erano allontanati dalla madre accusandola di non essere capace di amarli, tentano di riconciliarsi con lei e ripercorrono con la mente le difficoltà dell’adolescenza, condividendo un comune obiettivo: lasciare l’Australia con l’eredità della donna. Usando i riluttanti servigi dell’avvocato di famiglia, Arnold Wyburd (John Gaden), da lungo tempo innamorato della Hunter, progettano di sistemare la madre in una casa di riposo per accelerarne la morte. Tratto dal romanzo L’occhio dell’uragano di Patrick White, premio Nobel australiano per la Letteratura nel 1973.

La Femme du cinquième / The Woman in the Fifth

di Pawel Pawlikowski, Francia – Polonia – UK, 2011, 83’

Cast: Ethan Hawke, Kristin Scott Thomas, Joanna Kulig, Samir Guesmi

Lo scrittore americano Tom Ricks (Ethan Hawke) si reca a Parigi nel disperato tentativo di rimettere in sesto la sua vita e riconquistare l’amore dell’ex moglie e di sua figlia, trasferite nella capitale francese. Le cose non vanno secondo i suoi piani e l’uomo, per sbarcare il lunario, si ritrova a lavorare come guardiano notturno in un losco albergo di periferia. Quando incontra Margit (Kristin Scott Thomas), una bella e misteriosa sconosciuta, inizia con lei una strana relazione: si vedranno solo due volte a settimana a casa della donna, e senza sapere nulla dei rispettivi passati. La loro intensa e profonda relazione, però, innesca una serie di inspiegabili eventi tragici, come se una forza oscura stesse prendendo il controllo della vita di Tom e chiunque gli abbia fatto del male nel passato viene colpito dal destino. Perciò la polizia comincia a insospettirsi, e Harry si ritrova in un incubo dal quale non sa come uscire. Tratto dal romanzo di Douglas Kennedy Margit (Sperling e Kupfer).

Hysteria

di Tanya Wexler, UK – Lussemburgo, 2010, 95’

Cast: Hugh Dancy, Maggie Gyllenhaal, Rupert Everett, Jonathan Pryce, Felicity Jones

1880. Nella pudica Londra vittoriana, il brillante giovane dottore Mortimer Granville (Hugh Dancy) è in cerca di un nuovo lavoro. Lo trova presso il Dottor Dalrymple (Jonathan Pryce), specializzato nel trattamento dei casi di isteria, i cui angoscianti sintomi nelle donne includono pianto, malinconia, irritabilità, rabbia. Dalrymple è convinto che la causa del malanno sia anche la repressione sessuale imperante in quell’epoca, e cura le “isteriche” con una terapia scandalosamente efficace: il “massaggio manuale” sotto le gonne delle sue pazienti. Il dottore, però, deve lottare contro la fiera disapprovazione della figlia Charlotte (Maggie Gyllenhaal), sostenitrice dei diritti delle donne più deboli. Mortimer decide di affinare il metodo terapeutico: quando il suo lungimirante amico Edmund (Rupert Everett) gli rivela il progetto del suo nuovo spolverino elettrico, gli viene in mente un’idea irresistibile. L’effetto sarà dare nuova linfa alla sua pratica medica, provocando nelle sue pazienti sensazioni forti. Storia vera e commedia romantica sulla creazione del vibratore.

Hotel Lux

di Leander Haussmann, Germania – Russia,  2011, 110’

Cast: Michael Bully Herbig, Jürgen Vogel, Thekla Reuten, Valery Grishko, Alexander Senderovich, Juraj Kukura

Nella Berlino nazista del 1938, il comico donnaiolo Hans Zeisig (Michael Bully Herbig) fa sbellicare il pubblico con il suo “Stalin-Hitler-show”, interpretato insieme all’amico ebreo Siegfried Meyer (Jürgen Vogel): lui è il dittatore russo, l’amico è il fuhrer. Con il mutare dell’atmosfera politica, Meyer si unisce alla Resistenza, mentre qualche anno dopo, il disincantato Zeisig, dopo aver dato rifugio alla bellissima compagna di Meyer, la comunista Frida (Thekla Reuten), è costretto a sua volta a fuggire. Pensa di andare a Hollywood ma invece atterra a Mosca, nel famigerato Hotel Lux. Là, nel leggendario paradiso perduto del Comintern, fra spie e delatori, veri comunisti e impostori, Hans, grazie ad un errore dei servizi segreti, interpreta il ruolo della sua vita: l’astrologo personale di Stalin. Forte dell’appoggio del dittatore e travolto dagli eventi, spera così di mantenere il suo stile di vita bohémien. Ma presto realizza di essere passato dalla padella alla brace: microfoni nascosti registrano ogni sua parola, e Stalin stesso comincia a recitare una pericolosa commedia.

La kryptonite nella borsa

di Ivan Cotroneo, Italia, 2011, 98’

Cast: Valeria Golino, Cristiana Capotondi, Luca Zingaretti, Libero De Rienzo, Fabrizio Gifuni, Luigi Catani

Ogni famiglia ha i suoi segreti, ma alcuni fanno più ridere di altri. Napoli, 1973. Peppino Sansone (Luigi Catani) ha 9 anni, una famiglia affollata e piuttosto scombinata e un cugino più grande, Gennaro, che si crede Superman. Le giornate di Peppino si dividono tra il mondo folle e colorato dei due giovani zii Titina (Cristiana Capotondi) e Salvatore (Libero De Rienzo), fatto di balli di piazza, feste negli scantinati e collettivi femminili, e la sua casa dove la mamma (Valeria Golino) si è chiusa in un silenzio incomprensibile e il padre (Luca Zingaretti) cerca di distrarlo regalandogli pulcini da trattare come animali da compagnia. Quando però Gennaro muore, la fantasia di Peppino riscrive la realtà e lo riporta in vita, come se il cugino fosse effettivamente il supereroe che diceva di essere. È grazie a questo amico immaginario, a questo Superman napoletano dai poteri traballanti, che Peppino riesce ad affrontare le vicissitudini della sua famiglia e ad accostarsi al mondo degli adulti.

Il mio domani

di Marina Spada, Italia, 2011, 88’

Cast: Claudia Gerini, Raffaele Pisu, Claudia Coli, Paolo Pierobon, Lino Guanciale, Enrico Bosco

Monica (Claudia Gerini), donna manager, decide di mettere in discussione il precario equilibrio costruito intorno al lavoro e agli affetti, in una Milano antonioniana. Ha una relazione con Vittorio (Paolo Pierobon), il presidente della società per cui lavora e dal quale avverte un distacco crescente, e un conflittuale rapporto che la lega alla sorellastra Simona (Claudia Coli) e al padre (Raffaele Pisu). La donna è spinta, forse da un celato desiderio di riparazione, ad aiutare il nipote Roberto (Enrico Bosco), uno schivo diciassettenne. Frequenta un seminario sull’autoritratto fotografico dove conosce Lorenzo (Lino Guanciale), con il quale vive una breve relazione, che non riesce tuttavia a distogliere Monica dalle sue inquietudini. A questo punto della sua vita, deve fare i conti con il passato. La morte del padre, malato da tempo, le offrirà la possibilità di una rinascita. Potrà così trovare il coraggio di affrontare il sentimento di abbandono e tradimento che prova per Vittorio e la disillusione per aver creduto in un lavoro che ora scopre pieno di ambiguità e inganni.

Il paese delle spose infelici / Annalisa

di Pippo Mezzapesa, Italia, 2011, 82’

Cast: Nicolas Orzella, Luca Schipani, Cosimo Villani, Vincenzo Leggieri, Gennaro Albano, Aylin Prandi, Antonio Gerardi

Veleno (Nicolas Orzella), un ragazzo di 15 anni, pedala forsennato sulla sua bicicletta per star dietro ai suoi nuovi amici. Sono diversi da lui, sono figli della strada, impennano con i loro motorini e si sfidano sul campo di calcio della loro squadra, la Cosmica. Cimasa (Cosimo Villani), Capodiferro (Vincenzo Leggieri) e Natuccio (Gennaro Albano) hanno un capo indiscusso, Zazà (Luca Schipani), autentico talento del calcio. Lo scenario offerto dal piccolo paese del Sud – la fabbrica, l‘inquinamento, la droga e le invettive demagogiche del politico locale in ascesa Vito Cicerone (Antonio Gerardi) – non promette niente di buono. Ma i loro giorni cominciano a prendere una piega inattesa quando una strana madonna randagia, la bellissima Annalisa (Aylin Prandi), entra nelle loro vite volando dall’alto di una chiesa, vestita da sposa. Zazà e Veleno, maldestri e appassionati, riescono ad avvicinarla e quel contatto è pura estasi. Regia scabra e insieme nervosa per disegnare i volti e i paesaggi dissecati del Tarantino.

Magic Valley

di Jaffe Zinn, USA, 2011, 80’

Cast: Scott Glenn, Kyle Gallner, Alison Elliott, Matthew Gray Gubler, Brad William Henke, Will Estes

È una calda mattina d’ottobre come tante nella tranquilla cittadina di Buhl, nell’Idaho, ma per molti dei suoi abitanti sarà una giornata davvero particolare. Un allevatore di pesce trova i suoi animali avvelenati da un vicino egoista, lo sceriffo trascura i suoi doveri e usa l’auto di servizio per scopi personali, un paio di bambini scelgono uno strano gioco nei campi soleggiati. Sarà un giorno diverso soprattutto per TJ Waggs, uno studente di scuola superiore che, dopo una festa selvaggia, porta sulle spalle il peso di un terribile segreto. Girato con fredda e chirurgica determinazione, ma riscaldato da soprassalti stilistici, il film narra con occhio da entomologo i vizi segreti della provincia americana dove anche il male assomiglia a un gioco sbagliato e rischioso tra ragazzi.

Poongsan

di Juhn Jaihong, Corea del Sud, 2011, 121’

Cast: Yoon Kye-Sang, Kim Gyu-Ri

Anche se nessuno può facilmente attraversare il confine fra la Corea del Nord e del Sud, il giovane Poongsan (Yoon Kye-Sang) valica il confine per recapitare il dolore e i desideri di famiglie lontane, le stesse che lasciano messaggi sul muro che separa le due regioni, la cosiddetta zona demilitarizzata. L’uomo, sorta di supereroe, si assume il rischio senza timore. Un giorno, per una misteriosa richiesta di agenti governativi, Poongsan si introduce di nascosto nella Corea del Nord per persuadere In-oak (Kim Gyu-Ri), amante di un disertore nordcoreano, a seguirlo. Lungo la strada per la Corea del Sud, i due giovani si innamorano. L’amante della donna intuisce i sentimenti che Poongsan e Ino-ak provano l’uno per l’altra e, geloso, consegna il protagonista agli agenti governativi indietro con In-oak, a condizione che intervenga a favore di un agente sudcoreano infiltratosi nella Corea del Nord. Scritto e prodotto dal grande regista coreano Kim Ki-duk.

Une vie meilleure / A Better Life

di Cédric Kahn, Francia – Canada, 2011, 112’

Cast: Guillaume Canet, Leïla Bekhti, Slimane Khettabi

Yann (Guillaume Canet, attore e regista francese, già al Festival del Film di Roma con Last Night e il suo film da regista Les petits mouchoirs), cuoco trentacinquenne, e Nadia (Leïla Bekhti), una cameriera ventottenne, madre di un bambino, decidono di mettere tutte le loro energie nell’acquisto di un ristorante. Decisi e appassionati nel progetto, ma privi di risorse economiche, cercano di realizzare il loro sogno all’interno di una giungla di finanziamenti e prestiti bancari che rapidamente li sommergono. Per tirarsi fuori dai guai, Nadia deve accettare un lavoro in Canada e lasciare il figlio, mentre Yann è costretto a rimanere per salvare il ristorante. Insieme, l’uomo e il bambino affrontano creditori implacabili, un sistema indifferente e una dura quotidianità. Yann comprende che la sola possibilità di salvezza è riunirsi con la donna che ama – e riunire madre e figlio – raggiungendo Nadia in Canada per garantirsi una vita migliore.

Voyez comme ils dansent /See How They Dance

di Claude Miller, Francia – Canada – Svizzera, 2010, 99’

Cast: Marina Hands, James Thiérrée, Maya Sansa, Yves Jacques, Anne-Marie Cadieux, Aubert Pallascio

Lise, una regista francese (Marina Hands), attraversa il Canada in treno, in mezzo alla neve, dalla costa orientale a quella occidentale. Il viaggio la conduce da Alexandra (Maya Sansa), medico di frontiera e ultima compagna del suo ex marito, un artista, clown e performer di fama mondiale (James Thiérrée) scomparso nel nulla. Ciascuna delle due donne cercherà di capire come l’uomo della propria vita abbia amato l’altra. Entrambe cercheranno di spiegarci come si può condividere l’esistenza con la nevrosi dell’arte. Straordinario duetto femminile e straordinario il talento del funambolo della scena James Thiérrée, figlio di Victoria Chaplin, inventrice di “Le cirque imaginaire”.

Zui Ai / Love for Life

di Gu Changwei, Cina, 2011, 100’

Cast: Zhang Ziyi, Aaron Kwok

In un piccolo villaggio cinese un traffico illecito di sangue ha diffuso l’AIDS nella comunità. La famiglia Zhao è al centro della vicenda: Qi Quan, il figlio maggiore, è stato il primo a indurre i vicini a donare il sangue con la promessa di denaro veloce. Il nonno, disposto a tutto pur di rimediare al danno causato dalla sua famiglia, trasforma la scuola locale in una casa di cura per i malati. Fra i pazienti c’è il suo secondo figlio De Yi (Aaron Kwok), che affronta la morte imminente con rabbia e incoscienza. De Yi incontra la bellissima Qin Qin (Zhang Ziyi), moglie del cugino, recente vittima del virus. I due sono attratti l’uno dall’altra, condividendo l’amarezza e la paura del loro destino. Pur senza aspettative per il futuro, diventano amanti ma si accorgono presto di essere davvero innamorati l’uno dell’altra. Il sogno di vivere la loro relazione in modo legittimo e libero viene compromesso quando i compaesani li scoprono: con il tempo che scivola via, devono decidere se arrendersi o dare una possibilità alla felicità prima che sia troppo tardi.

SELEZIONE UFFICIALE – FUORI CONCORSO

A Few Best Men

di Stephan Elliott, Australia, 2011, 97’

Cast: Xavier Samuel, Kris Marshall, Kevin Bishop, Laura Brent, Olivia Newton-John

Quando il giovane David (Xavier Samuel), inglese, annuncia che sta per sposare una ragazza australiana (Laura Brent), i suoi sciagurati amici danno un significato completamente nuovo alla frase “nella buona e nella cattiva sorte”… In terra australiana l’ultra-caotico giorno delle nozze mette a dura prova sia il rapporto tra gli sposi, sia il rapporto di David con i suoi tre testimoni, rischiando di trasformare quello che dovrebbe essere il più bel giorno della vita nel peggiore di tutti. Un divertente “scontro di civiltà” tra gli amici di lui e la famiglia di lei, perché il sangue non è acqua! Una irresistibile, sboccata, commedia dall’autore di Priscilla, la regina del deserto e del bellissimo Easy virtue – Un matrimonio all’inglese, già molto applaudito al Festival di Roma. Grande ritorno del mito Olivia Newton-John.

L’industriale

di Giuliano Montaldo, Italia, 2011, 94’

Cast: Pierfrancesco Favino, Carolina Crescentini, Eduard Gabia, Francesco Scianna

Il quarantenne Nicola (Pierfrancesco Favino) è proprietario di una fabbrica sull’orlo del fallimento di una Torino nebbiosa e notturna, immersa nella grande crisi economica che soffoca tutto il paese. Ma è orgoglioso, tenace. Ha deciso di risolvere i suoi problemi senza farsi scrupoli. Sua moglie Laura (Carolina Crescentini, che aveva già lavorato con Montaldo in I demoni di San Pietroburgo) è sempre più lontana, ma Nicola non fa nulla per colmare la distanza che ormai li separa. Assediato dagli operai che lo pressano per conoscere il loro destino, Nicola avverte che qualcosa sta turbando l’unica certezza che gli è rimasta: il matrimonio. Ma invece di aprirsi con Laura comincia a sospettare di lei e a seguirla di nascosto. Tutto precipita. Nicola annaspa e tira fuori il peggio di sé. Poi tutto sembra tornare a posto: l’azienda, il matrimonio, il successo sociale. Ma l’uomo ha più di un segreto da nascondere e il ritratto sociale prende sfumature dostoevskijane.

The Lady

di Luc Besson, Francia, 2011, 145’

Cast: Michelle Yeoh, David Thewlis

The Lady è la straordinaria storia dell’attivista birmana Aung San Suu Kyi (Michelle Yeoh, la diva malese di Memorie di una geisha), Premio Nobel per la Pace tornata libera, dopo oltre vent’anni di arresti domiciliari, il 13 novembre 2010, e di suo marito, l’inglese Michael Aris (David Thewlis). Nonostante la distanza, le lunghe separazioni e un regime pericolosamente ostile, l’amore tra la donna leader del movimento democratico in Birmania e il marito durerà fino alla fine. Una storia di dedizione e di umana comprensione all’interno di una situazione politica convulsa che ancora oggi persiste, ma anche il racconto di una scelta terribile, quella tra la fedeltà alla propria battaglia e l’amore per il compagno. The Lady, girato tra la Birmania, Bangkok e Oxford, è stato scritto dalla sceneggiatrice Rebecca Frayn nell’arco di tre anni: grazie agli incontri con le figure chiave dell’entourage di Aung San Suu Kyi, ha potuto ricostruire per la prima volta la vera storia dell’eroina nazionale birmana.

Like Crazy

di Drake Doremus, USA, 2010, 90’

Cast: Anton Yelchin, Felicity Jones, Jennifer Lawrence, Charlie Bewley, Alex Kingston, Oliver Muirhead, Finola Hughes, Chris Messina

Una storia d’amore è un racconto tanto fisico quanto emozionale: Like Crazy mostra mirabilmente come il primo vero amore sia appassionante, incantevole e al contempo devastante. Anna (Felicity Jones, che compare anche nel cast di Hysteria), una studentessa inglese, si trasferisce a Los Angeles per frequentare il college e lì si innamora di Jacob (Anton Yelchin), un suo compagno di classe americano. Dopo il diploma, nonostante il suo visto di soggiorno sia scaduto, Anna decide di rimanere negli Usa. Costretta a rimpatriare a Londra, non potrà più vedere Jacob per un lungo periodo: il loro amore romantico viene messo a dura prova dalle difficoltà e dalle tentazioni della lontananza.

Mon pire cauchemar / My Worst Nightmare

di Anne Fontaine, Francia – Belgio, 2011, 99’

Cast: Isabelle Huppert, Benoît Poelvoorde, André Dussollier

Agathe (Isabelle Huppert) vive con figlio e marito (André Dussollier) in un ricco appartamento di fronte all’elegante parco del Lussemburgo. Patrick (Benoît Poelvoorde), invece, vive con suo figlio nel retro di un furgone. Lei è la direttrice di una prestigiosa fondazione di arte contemporanea. Lui vive di lavori occasionali e grazie ai sussidi della previdenza sociale. Lei ha conseguito la laurea universitaria dopo 7 anni. Lui ha trascorso quasi 7 anni dietro le sbarre. Lei ha buoni rapporti con il Ministero della Cultura e delle Arti. Lui ha buoni rapporti con tutte le bevande alcoliche che incrociano il suo cammino. Lei ama le discussioni intellettuali. Lui apprezza il sesso occasionale con compagne di letto dal seno grosso. Sono due persone diametralmente opposte e non tollerano l’uno la vista dell’altro. Non avrebbero mai voluto incontrarsi, ma i loro figli sono inseparabili. Alla fine capiranno il perché. Sesso e lotta di classe per una commedia al servizio di grandi attori.

My Week with Marilyn

di Simon Curtis, UK, 2011, 96′

Cast: Michelle Williams, Emma Watson, Kenneth Branagh, Judi Dench

Londra, estate 1956. Il ventitreenne Colin Clark (Eddie Redmayne) lavora come assistente alla regia sul set del film Il principe e la ballerina (The Prince and the Showgirl, 1957), diretto e interpretato da Laurence Olivier (Kenneth Branagh), che vede come protagonista femminile Marilyn Monroe (Michelle Williams), in luna di miele con il suo nuovo marito, il commediografo Arthur Miller (Dougray Scott). Quando l’uomo va a Parigi per lavoro, Clark trascorre una settimana con la Monroe, alla scoperta della vita londinese lontani dalle pressioni del set. Il film è basato sui due diari scritti da Colin Clark, The Prince, The Showgirl and Me e My Week with Marilyn, che raccontano le esperienze sul set del film Il principe e la ballerina e i giorni trascorsi in compagnia di Marilyn. L’ adattamento e la sceneggiatura sono di Adrian Hodges.

Un giorno questo dolore ti sarà utile

di Roberto Faenza,  Italia, 2011, 99’

Cast: Toby Regbo, Marcia Gay Harden, Peter Gallagher, Lucy Liu, Stephen Lang, Deborah Ann Woll, Ellen Burstyn

Tratto dall’omonimo romanzo di Peter Cameron, è il ritratto lieve e appassionato della New York di oggi, raccontato attraverso gli occhi del giovane James (Toby Regbo, già visto in Mr. Nobody), in crisi di identità anche sessuale, e della sua strana famiglia. La madre Marjorie (il Premio Oscar Marcia Gay Harden) colleziona mariti: il terzo, un giocatore compulsivo (Stephen Lang), l’ha abbandonato durante la luna di miele. Il padre Paul (Peter Gallagher) esce con donne che potrebbero essergli figlie. Al contrario, la sorella Gillian (Deborah Ann Woll) si innamora di uomini con il doppio della sua età. Solo Nanette (il Premio Oscar Ellen Burstyn), una nonna anticonformista, comprende lo spaesamento di un diciassettenne inquieto. James viene mandato in terapia da una life coach (Lucy Liu), psicoterapeuta dai metodi non convenzionali, nella quale il ragazzo trova una guida stimolante. E finisce per porsi una domanda alla quale urge dare una risposta: se io sono un disadattato, allora gli altri cosa sono? Coproduce la grande costumista Premio Oscar Milena Canonero.

Too Big to Fail / Il crollo dei giganti

di Curtis Hanson, USA, 2011, 110’

Cast: William Hurt, Edward Asner, Billy Crudup, Paul Giamatti, Topher Grace, Cynthia Nixon, Bill Pullman, Tony Shalhoub, James Woods

Una sconcertante cronaca della crisi finanziaria del 2008 e del fallimento del colosso Lehman Brothers. Henry “Hank” Paulson (William Hurt) è il segretario del Tesoro ed ex Presidente e Amministratore Delegato di Goldman Sachs. Attorno a lui si muovono i magnati che governano l’economia del pianeta: il Presidente della Federal Reserve; il Presidente della New York Federal Reserve Bank; il Presidente e Amministratore Delegato di JP Morgan Chase; l’Amministratore Delegato della Lehman Brothers. Il film attraversa le intricate vite di questi potenti broker, alle prese con l’avvio del più grave crack finanziario dal 1929. Dai retroscena di quella che è stata definita “la grande depressione del terzo millennio”, alle manovre elaborate nei feudi dell’alta finanza e nei corridoi della politica, fino agli incontri segreti e alle trattative riservate, il film affonda lo sguardo in ciascun aspetto del colossale crollo economico. Con un’attenzione particolare all’aspetto umano, ovvero alle scelte, alle passioni, alle illusioni e alla sete di potere di quelli che si sentono «troppo grandi per fallire».

Un poliziotto da Happy Hour (The Guard)

The-GuardPluripremiato a Berlino, al Sundance e al Tribeca, arriva in Italia la black comedy dell’esordiente John Michael McDonagh, che gioca con gli stereotipi di genere e ci regala un’opera raffinata intrisa di cinico sarcasmo

di Raffaele Serinelli
raffaeleserinelli@hotmail.com

Come spesso accade, tradurre il titolo di un film può indurre a semplicistiche categorizzazioni, più o meno volontarie, che rischiano di penalizzare fortemente una pellicola. È questo il caso di The Guard, tradotto in italiano come Un poliziotto da Happy Hour: sarebbe bastato lasciare il titolo originale per evitare il richiamo a commedie di serie B o a cinepanettoni di stampo UK.

Il film è la storia di un poliziotto molto particolare. Gerry Boyle (Brendan Gleeson) è un ufficiale di polizia della cittadina di Connemara, sulla costa occidentale irlandese. “Spudorato”, “imbarazzante”, “irlandese”, come viene definito da una locandina promozionale altrettanto ingiusta, Boyle sembra non temere giudizi: è politicamente scorretto, e onorare con azioni degne di nota la divisa che indossa non sembra essere la sua missione principale. Irriverente, antipatico e cinico, beve in servizio, non disdegna la compagnia di giovani prostitute, sperimenta gli stupefacenti che sequestra e dimostra una particolare avversione nei confronti dei superiori. Un traffico internazionale di cocaina porterà al confronto l’anticonformista poliziotto irlandese e l’agente FBI Wendell Everett (Don Cheadle).

Miglior film d’esordio al Festival di Berlino, Gran Premio della Giuria al Sundance Festival, in concorso al Tribeca e al Los Angeles Film Festival, la pellicola dello sceneggiatore e regista John Michael McDonagh arriva nelle sale italiane con un curriculum di tutto rispetto, rischiando tuttavia di passare inosservato per via di un titolo italiano davvero poco felice, che tradisce la vera essenza del film.

Black comedy su sfondo thriller, impreziosita da elementi western e dalla bravura dei due interpreti principali, Brendan Gleeson e Don Cheadle, The Guard è un film riuscito, lontano dalla leggera spensieratezza che l’”Happy Hour” erroneamente suggerisce, visto che il regista non abbandona mai, per tutta la durata della pellicola, un retrogusto drammatico. Film che gioca grottescamente su stereotipi di generi meno ibridi e più consolidati, The Guard sembra non prendersi mai sul serio, strappando risate ciniche e disilluse, in perfetta sintonia con la finta ingenuità del suo protagonista. Il doppiaggio aiuta poco la vera caratterizzazione di un personaggio come Boyle, il cui cupo sarcasmo pervade i frame di questa insolita commedia.

Pensato per un pubblico irlandese, il film conquista in realtà un pubblico molto più ampio, grazie all’intelligente cinismo di un regista che ha saputo riportare sullo schermo la malinconia di personaggi western inesorabilmente al crepuscolo.

Cavalli

CavalliPresentato a Venezia nella sezione Controcampo Italiano, l’esordio alla regia di Michele Rho, tratto dall’omonimo racconto di Pietro Grossi, intreccia i temi dell’amore fraterno e del rapporto viscerale tra uomo e animale a quello della scelta del proprio futuro

di Marco Bruna
marco.bruna@ymail.com

Cavalli è la storia di Alessandro e Pietro (Vinicio Marchioni e Michele Alhaique), due fratelli molto legati che vivono, alla fine dell’Ottocento, in un piccolo paese sugli Appennini. Alla morte della madre vengono lasciati soli al loro destino e obbligati dal padre a prendersi cura di due puledri, Baio e Sauro, comprati con i restanti averi della famiglia. Col passare degli anni i due prenderanno strade molto diverse e, mentre Alessandro cercherà ripetutamente di oltrepassare il confine delle montagne per fuggire lontano, Pietro si stabilisce nella dimora di un fattore avendo come unica ambizione quella di allevare cavalli.

Tratto da un racconto di Pietro Grossi edito nella raccolta Pugni per i tipi Sellerio, la pellicola di Michele Rho affronta i temi dell’amore fraterno, del rapporto viscerale tra uomo e animale e quello della scelta indispensabile del proprio futuro. Il regista insiste spesso sull’accoppiata uomo-cavallo come portatrice di significati ancestrali e come unione inscindibile tra chi si sente legato indissolubilmente da un istinto quasi irrazionale. E sarà proprio questa carica di impulsività a separare nella vita i due fratelli, i quali si troveranno ad affrontare e pagare le proprie scelte davanti agli occhi di coloro che amano.

La pellicola cerca di approfondire il rapporto che corre tra le nostre scelte e la vita di chi ci sta attorno, raccontando quanto è facile ferire e quanto difficili siano da sopportare gli errori e la determinazione altrui. Purtroppo, questa bella sceneggiatura – di  Francesco Ghiaccio e dello stesso Michele Rho – non è accompagnata da una resa cinematografica degna delle sue aspettative. Ad eccezione dell’ottima fotografia di Andrea Locatelli, la pellicola si concede troppo spesso e inutilmente pause laconiche nei dialoghi e nel racconto filmico, monotono e spesso noioso. Ne viene fuori un dramma ben costruito ma fin troppo legato a uno stile di recitazione teatrale a tratti eccessivo e un po’ irritante. La sensazione che si ha uscendo dal cinema è di un film che nasce con ottime intenzioni ma che non convince e non coinvolge in pieno lo spettatore.