Shutter Island

Shutter-IslandNel cupo thriller psicologico di Scorsese con Leonardo Di Caprio, un omaggio ai grandi classici noir e un’indagine sulla violenza come elemento formativo dell’uomo

di Vincenzo Ianni
vincenzoianni@yahoo.it

USA 1954. Nel pieno della guerra fredda, un ufficiale federale, Teddy Daniels (Leonardo Di Caprio) e il suo nuovo partner Chuck Aule (Mark Ruffalo) vengono inviati  su un’isola a largo della costa di Boston in un impenetrabile istituto psichiatrico criminale – l’Ashecliffe Hospital – per indagare sulla scomparsa di una paziente pluriomicida, Rachel Solando, sparita inspiegabilmente dalla sua cella senza lasciare traccia. Le indagini prendono da subito una cattiva piega: sin dal primo colloquio, il Dottor Cawley (Ben Kingsley), responsabile della clinica, non sembra essere disposto a collaborare. Daniels, intanto, è ossessionato dal pensiero della recente morte della moglie (Michelle Williams) in un incendio. Bloccati sull’isola da un uragano, i due federali continuano le indagini con il crescente sospetto di essere incappati in una sordida storia di servizi segreti ed esperimenti sui pazienti.

Finalmente, al quarto “tentativo” (dopo Gangs of New York, The Aviator e The Departed), la coppia Scorsese-Di Caprio brilla di tutta quella luce che i nomi così altisonanti ci fanno lecitamente attendere, ma che evidentemente non sempre garantiscono. Come già Gone Baby Gone e Mystic River, anche questo cupo thriller psicologico è tratto da un romanzo di Dennis Lehane, che – come racconta Scorsese – gli ha subito ricordato uno dei suoi punti di riferimento: il “classicissimo” Il gabinetto del dottor Caligari di Wiene. E in effetti il film è avvolto in atmosfere espressioniste, per così dire, e cosparso di amorevoli riferimenti al cinema tedesco degli anni 30 e 40, al cinema dei tedeschi emigrati a Hollywood negli anni 40 e 50, e non solo. «Mi fa immenso piacere che il mio film ricordi certi nomi: Samuel Fuller, Jacques Tourneur… il mio background è fatto sostanzialmente di certo cinema tedesco come quello di Lang soprattutto, una presenza fortissima che aleggia nel cinema di quegli anni, e Wilder. E poi Preminger… Proprio Vertigine, insieme a Le catene della colpa, sono i film che ho fatto vedere al cast prima di girare». Il film, continua il regista, è «un viaggio nella paura e nella paranoia, come quella che imperversava a New York quando ero ragazzo, tra il ’52 e il ’54, e che oggi è di nuovo molto forte. E poi c’è il tema della violenza, ma non la violenza in sé, quanto ciò che attraverso la violenza i miei personaggi riescono ad esprimere: chiunque abbia avuto a che fare con un episodio di violenza è costretto a sopportarne il peso, che lascia una traccia indelebile. Per superare e lasciarci alle spalle quegli episodi, quei segni, dobbiamo cambiare, evolverci, diventando quello che siamo. La violenza, in questo senso, è un elemento formativo, esperienza. E Leonardo Di Caprio ha colto questo aspetto in pieno ed è riuscito a dare al suo personaggio una profondità straordinaria».

Di Caprio, d’altro canto, ammette che la chiave della sua interpretazione è proprio quella della «violenza come strumento di indagine della natura umana. I personaggi di Martin – continua l’attore – soffrono a tal punto che rivolgono il loro cupo malessere verso gli altri: è questa la natura più profonda della violenza». Commentando il lavoro col regista e sul suo personaggio, Di Caprio aggiunge: «quando lavoro non sono mai sicuro di aver fatto abbastanza, cerco sempre di fare il possibile per arrivare all’essenza dei personaggi, con la speranza di riuscire per lo meno ad avvicinarmi a quelli che sono i miei miti: De Niro, Montgomery Clift, James Dean… Questo è sicuramente il personaggio più complesso che mi sia capitato di interpretare, è il frutto della fiducia e della responsabilità che Martin ti dà quando lavori per lui». In effetti, complici i ribaltamenti dei piani di realtà attraverso cui evolve il racconto, un Di Caprio imbolsito e segnato, non più eterno giovincello, ma novello Dorian Gray più simile alla propria sofferente rappresentazione, cesella un personaggio che gli varrà a lungo la nostra ammirazione. Salvo che il povero Leonardo non ci anneghi dentro: qualcuno gli rivolge sguardi un po’ stupiti quando si presenta alle conferenze stampa con completo e taglio anni 50… è solo marketing? Leonardo, esci dal ritratto!

Berlinale 60: i premi

BalIl film turco Bal conquista l’Orso d’Oro, Polanski riceve – a distanza – l’Orso d’Argento per la Miglior Regia e La bocca del lupo guadagna due importanti riconoscimenti

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

La 60ª edizione del Festival di Berlino si è conclusa con l’assegnazione dell’Orso d’Oro al film Bal (Honey), del regista turco Semih Kaplanoglu. Dopo Yumurta (Egg) e Süt (Milk), quest’ultimo in concorso a Venezia nel 2008, il film è la terza e ultima parte di una trilogia sulle condizioni di vita rurale in Anatolia e racconta il viaggio del giovane Yusuf alla ricerca del padre scomparso tra le impervie montagne del territorio mentre trasferisce i suoi alveari lontano dalle zone colpite da una misteriosa morìa di api.

L’Orso d’Argento, Gran Premio della Giuria, va invece al film Eu Cand Vreau Sa Fluier, Fluier (If I Want to Whistle, I Whistle), opera prima del regista rumeno Florin Serban, che racconta, attraverso la mirabile performance di attori non professionisti, le imprevedibili conseguenze di un amore nato all’interno di un carcere minorile tra un giovane detenuto e una studentessa in visita. Il film ha inoltre ricevuto l’Alfred Bauer Prize, che trae il nome dal fondatore del Festival ed è solitamente assegnato a opere particolarmente innovative.

A conquistare l’Orso d’Argento per la Miglior Regia è Roman Polanski con il thriller The Ghost Writer. Protagonista è uno scrittore britannico (Ewan McGregor) chiamato a scrivere le memorie dell’ex primo ministro Adam Lang (Pierce Brosnan), scoprendo delle verità che metteranno a repentaglio la sua vita. A ritirare il premio al posto del regista premio Oscar, agli arresti domiciliari in Svizzera per le note vicende giudiziarie, i produttori Alain Sarde and Robert Benmussa.

L’Orso d’Argento per la migliore interpretazione femminile è andato a Shinobu Terajima, protagonista di Caterpillar, del regista giapponese Koji Wakamatsu. Nel film Shinobu è la moglie di un veterano della seconda guerra cino-giapponese, gravemente mutilato dopo l’esperienza bellica.

L’Orso d’Argento per il Miglior Attore va ex-equo a Grigori Dobrygin e Sergei Puskepalis per la loro splendida interpretazione in Kak ya provel etim letom (How I Ended This Summer) del regista russo Alexei Popogrebsky. Ambientato nelle desolate distese ghiacciate del circolo polare artico, il film racconta il difficile rapporto tra Sergei, un esperto metereologo, e Pavel, un giovane laureato alle prese con la sua prima esperienza alla base. Sergei e Pavel sono gli unici due esseri umani rimasti alla base e il loro rapporto è destinato a subire violente alterazioni a seguito di una notizia che Pavel non avrà il coraggio di comunicare a Sergei.
Sempre per lo stesso film, Pavel Kostomarov ha ricevuto l’Orso d’Argento per il miglior contributo artistico nella fotografia.

Wang Quan’an e Na Jin hanno ricevuto l’Orso d’Argento per la Miglior Sceneggiatura per il film Tuan Yuan (Apart Together) di Wang Quan’an, che ripercorre la tragedia di un paese diviso attraverso la storia di un ex soldato che, dopo 50 anni, torna a Shanghai per incontrare l’amore di un tempo.

Tra i premi assegnati nelle sezioni collaterali del festival, segnaliamo il Teddy – Queer Film Award, dedicato ai migliori film che affrontano tematiche gay/lesbo, che è stato assegnato tra gli altri a La bocca del lupo del nostro Pietro Marcello, premiato come Miglior Documentario. Il film, in concorso nella sezione Forum, ha inoltre ricevuto il Caligari Film Prize, che consiste in una somma di 4.000 euro (metà per il regista, metà per la distribuzione) elargita dalla German Federal Association of Communal Film Work e dal magazine Film-dienst.

Shekarchi (The Hunter)

The HunterI mille volti del conflitto politico in Iran nel coraggioso tragico film di Rafi Pitts in concorso a Berlino

di Vincenzo Ianni
vincenzoianni@yahoo.it

Ali è uscito da poco di prigione e lavora a Tehran come guardiano notturno in una fabbrica: questo lavoro gli permette di mantenere la moglie Sara e la piccola Saba, la figlia, pur riuscendo a trascorrere con loro pochissimo tempo. Lamentarsi e chiedere il turno di giorno però non serve a nulla nella sua condizione di pregiudicato. L’unico svago che Ali può concedersi è la caccia.
Un giorno, rientrando a casa dal lavoro, Ali non trova Sara e Saba e quando si rende conto che è ormai inutile aspettarle decide di rivolgersi alla polizia. È il caos – siamo alla vigilia delle elezioni del 2009 – e Ali scopre solo dopo qualche ora che la moglie è stata coinvolta in uno scontro a fuoco tra la polizia e i manifestanti ed è morta, mentre della figlia non c’è traccia. Ali si mette alla ricerca di Saba, ricerca che si conclude nella disperazione quando viene di nuovo chiamato dalla polizia a riconoscere il corpo della piccola. A questo punto Ali comincia a vagare in auto per la città e dall’alto di una collina spara su un’auto della polizia con il suo fucile da caccia uccidendo due agenti. Poi fugge nella foresta a nord di Tehran, ma la polizia è sulle sue tracce e lo segue nel folto del bosco finché due agenti non lo arrestano. I tre sono persi nel bosco e nella nebbia, una nuova prigionia dai connotati mitici per l’ex galeotto Ali.

Torna a Berlino l’iraniano Rafi Pitts (già in concorso nel 2006 con It’s Winter), con un film radicalmente di immagini e azione, a tratti elegantissimo e lirico, potente. Il protagonista (interpretato dal regista stesso, il che attribuisce valenza ulteriore a tutta una serie di passaggi e all’intera vicenda che lo costringe in una trappola kafkiana), vaga nella metropoli tra autostrade e cemento, foschia e proclami radiofonici del regime, urla dei manifestanti, ambienti consunti, tunnel dei raccordi autostradali, corridoi delle questure e della morgue, il tutto dominato dal colore verde (del movimento anti-regime). Un film che non è un proclama politico, ma è profondamente politico, ancor più perché propone un punto di vista inedito sulla difficilissima attualità iraniana, tanto che, in parte prestandosi al fraintendimento, in equilibrio tra la presa di distanza da un giudizio preconcetto e il tentativo (riuscito) di far sorgere con forza le domande chiave che lacerano la società iraniana contemporanea, ha generato anche già in conferenza stampa una strisciante polemica sulla presunta incapacità/non-volontà di accompagnare con sufficiente forza la denuncia netta del regime dell’Ayatollah Khamenei e del suo presidente Ahmadinejad.
Mr Rafi Pitts, oltre a dirigere, lei ha anche interpretato il protagonista del suo film. Da dove nasce questa scelta?
«Succedono talmente tante cose quando giri un film che bisogna essere realistici, confrontarsi con quello che succede: avevo una sceneggiatura che difficilmente sarebbe stata autorizzata e che invece ha ottenuto l’autorizzazione; avevo un attore che si è dimostrato assolutamente inaffidabile il primo giorno di riprese e mi sono reso conto che se avessi continuato con lui avrei rischiato di non finire il film… se volevo fare il film avrei dovuto stare anche davanti alla macchina da presa. E l’ho fatto, perché il film è la cosa più importante in assoluto».
L’aspetto politico è preponderante e il film risente profondamente degli avvenimenti del periodo in cui è stato realizzato.
«Tutto quello che si vede, tutti gli eventi che riguardano la situazione in Iran sono qualcosa a cui il mio film vuole certamente fare riferimento. Ma non è che io abbia fatto un film con un unico obiettivo, un’unica linea: non c’è solo la politica, ma diversi altri livelli. Ho cercato di arricchire il film dando il più ampio respiro possibile. La situazione in cui si trova il protagonista può essere ritrovata in molti Paesi, tende a essere universale in qualche modo. È chiaro che quando il conflitto si è inasprito ho “sentito” e risentito di questi eventi, sono stato addolorato, ovviamente li disapprovo fermamente, ma il mio lavoro di filmaker è quello di prendere il polso della situazione, analizzarla, fare domande e non dare risposte, perché non è quello il mio lavoro. Amo i puntini di sospensione, ne sono ossessionato: non mi piacciono le frasi compiute. Non voglio lanciare messaggi, ma lasciare aperte le questioni, fare domande su ciò che accade al protagonista, su chi si sente represso, su chi non può esprimere se stesso. Vengo da un Paese in cui il 70% della popolazione ha meno di 30 anni e il restante 30% ha vissuto durante la rivoluzione, durante una guerra con un milione di morti cui io non ho preso parte. L’Iran è governato da un gruppo che ha preso parte alla guerra, ma la maggioranza del Paese non è legata a quella stessa guerra: è chiaro che c’è un conflitto. Condanno fermamente il regime, ma credo anche che non ci siano risposte nette e che di certo non arriveranno dal conflitto in atto: è facile odiarsi, molto più difficile è tentare di capire le ragioni delle parti in causa e comporre pacificamente il conflitto. Nel film ognuno agisce secondo il proprio punto di vista e ognuno dal proprio punto di vista fa tutto ciò che gli sembra giusto: c’è il poliziotto in servizio di leva, quello che ha scelto di fare il poliziotto e un uomo che ha perso tutto e vuole vendetta, ma quando uccide lo fa casualmente. Non ammetto l’omicidio e non ammetto che si giudichi la gente dall’uniforme che porta: è estremamente pericoloso vivere in una società che fa proprio questo».

La bocca del lupo

La bocca del lupoUna toccante storia d’amore, un documentario memorabile: arriva in sala in film vincitore del Torino Film Festival, in concorso nella sezione Forum alla Berlinale

di Claudio Zito
zito.claudio@gmail.com

Genova è un crocevia. Porto di mare tra i più trafficati, ospita una babele di facce, lingue e accenti. Vertice del cosiddetto Triangolo industriale, contribuisce per decenni, in maniera decisiva, a trainare l’economia dello Stivale, il quale aveva cominciato a prendere forma proprio con la Spedizione partita da un sobborgo della città dalla Lanterna, quel Quarto dei Mille dove si apre e si chiude il nuovo film di Pietro Marcello.

Non poteva esserci location migliore per la struggente storia d’amore di Enzo, immigrato dalla Sicilia, e Mary, transessuale serena, in pace con il proprio corpo. Si conoscono in carcere, lui è dentro per avere ferito un poliziotto, lei per qualche grana legata alla sua tossicodipendenza. Si incontrano e non si lasciano più, nonostante lui debba trascorrere dietro le sbarre metà della sua esistenza. La sua amata lo aspetta pazientemente.

Nel frattempo, il regista si sofferma sulla città che fu di Fabrizio De André: impossibile non pensare al compianto cantautore quando si incontrano i luoghi di un’umanità ai margini, le fabbriche dismesse, la rete ferroviaria che attraversa quel mondo desolato; soprattutto quei vicoli abitati da criminali e prostitute. La scritta Via del Campo sullo sfondo è solo il suggello: ci eravamo acclimatati da tempo, nelle creuze abitate dalle Bocca di Rosa e le Princesa.

Ma l’autore in seguito abbandona la città al suo destino e torna a parlarci dei nostri eroi. Dopo aver disseminato la pellicola di indizi, raccolto e ordinato tutto il materiale che serviva, dai documentari d’epoca dell’Ansaldo o dei registi che gli hanno passato il testimone dopo averlo portato per tutto il Novecento, fino ai nastri registrati dai due amanti per comunicare di nascosto in cella, tira le fila del discorso con una lunga inquadratura frontale, dove Enzo e Mary confessano tutto ciò che è stato fin lì taciuto.

Marcello, soli trentaquattro anni, anche direttore della fotografia, regala insomma una pietra miliare alla storia del documentario italiano. Passa per la lezione di Alina Marazzi, che giustamente ringrazia nei titoli di coda, ma arriva a una cupa bellezza visiva degna delle migliori opere di non-fiction di Sokurov, senza tuttavia aver bisogno di deformare l’immagine. Mentre la voce over che ci suggerisce che vicende e persone del film appartengono ormai a un’epoca passata rende il tutto ancora più poetico e commovente.

Berlinale 60: il film d’apertura

Tuan Yuan

Ad aprire la 60ª edizione del Festival di Berlino è il film cinese Tuan Yuan (Apart Together) di Wang Quan’an, proiettato in anteprima mondiale alla presenza del regista, già vincitore dell’Orso d’Oro con Il matrimonio di Tuya (2007), e degli attori Lisa Lu, Ling Feng, Monica Mo and Jin Na. Il film narra la storia di un grande amore sullo sfondo delle tragedie di un paese diviso. L’ex soldato Liu Yansheng, scappato da Shanghai a Taiwan nel 1949 per sfuggire alle truppe di Mao Tse-tung, rivede dopo moltissimi anni quello che era stato l’amore della sua vita. Il loro incontro riaccenderà emozioni a lungo sopite. (Laura Giacalone)

Berlinale 60: la Retrospettiva

MetropolisOltre alla versione restaurata di Metropolis, Berlino rende omaggio ai registi e agli attori che hanno segnato la storia del Festival e alle donne del Nuovo Cinema Tedesco

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

Per il suo 60° anniversario la Berlinale dedicherà una Retrospettiva alla storia stessa del festival, omaggiando i film e gli autori che negli anni hanno contribuito a decretarne il successo.
A presentare le proiezioni, e a parlare al pubblico del loro lavoro e del loro decennale rapporto con la Berlinale, saranno gli attori Jeanne Moreau e Bruno Ganz e i registi Jerzy Skolimowski e Rainer Simon.

Icona e musa della Nouvelle Vague, Jeanne Moreau ebbe il suo più grande successo alla Berlinale con il film di Michelangelo Antonioni La notte, con Marcello Mastroianni, vincitore dell’Orso d’Oro nel 1961. La Berlinale ha già premiato l’attrice l’Orso d’Oro alla carriera dieci anni fa e oggi la ricorda nell’ambito della Retrospettiva “Play it Again…!”.
Anche il regista britannico Stephen Frears è un ospite fisso alla Berlinale. Tre anni prima di ricevere l’Orso d’Argento per la regia di Hi-Lo Country (1999), aveva presentato al festival la sua straordinaria versione di Dr. Jekyll e Mr. Hyde, Mary Reilly, nel 1996, un film che il programma della Berlinale ripropone a grande richiesta anche quest’anno.
Con il film Il vergine il regista polacco Jerzy Skolimowski vinse l’Orso d’Oro nel 1967, conquistando pubblico e critica. Dopo aver girato una serie di film nel Regno Unito, negli Stati Uniti e nella Repubblica Federale Tedesca, Skolimoski decise di dedicarsi unicamente alla pittura, per tornare alla Berlinale solo nel 2008 con Cztery noce z Anna (Four Nights with Anna).
Con Die Frau und der Fremde (The Woman and The Stranger), Rainer Simon fu il primo e unico regista dalla Germania Est a vincere l’Orso d’Oro (1985). Tratto da un romanzo di Leonhard Frank, il film scomparve dagli schermi fino al 2008 per problemi di copyright.
Anche l’attore Bruno Ganz è un habitué del Festival sin dal 1978. Mirabile la sua interpretazione in Nella città bianca di Alain Tanner, selezionato alla Berlinale nel 1983.

A dare il via agli incontri con gli autori sarà il curatore David Thomson, che spiegherà le ragioni che lo hanno spinto a selezionare questi film nell’ambito della Retrospettiva. Particolare attenzione verrà inoltre dedicata anche ai vincitori dell’Orso d’Oro alla carriera di quest’anno: l’attrice Hanna Schygulla e lo sceneggiatore Wolfgang Kohlhaase.

Tra gli eventi speciali, anche la proiezione della versione restaurata di Metropolis di Fritz Lang, con l’aggiunta di ben 30 minuti, frutto della sensazionale scoperta di alcune scene mancanti appartenenti alla versione originale del 1927.

Oltre ai lungometraggi selezionati da David Thomson, la Retrospettiva e Berlinale Shorts celebrano inoltre l’opera delle migliori registe degli anni 70, presentando una selezione di cortometraggi realizzati da autrici come Sieglinde Hamacher, Elfi Mikesch, Helke Sander, Monika Treut e molte altre. Mentre il Nuovo Cinema Tedesco produceva talenti come Fassbinder, Herzog e Kluge, «le registe della Repubblica Federale Tedesca – come scrisse il critico Thomas Elsaesser – erano infatti molto più numerose che in qualunque altro paese». Alla Berlinale, dunque, il compito di ricordarne il talento.
Il programma completo della Retrospettiva è disponibile su www.berlinale.de e www.deutsche-kinemathek.de.

Berlinale 60: il programma

Banksy

Tra gli eventi di punta, il film fuori concorso dello street artist Banksy, l’omaggio a Eric Rhomer e l’incontro con Norman Foster sul futuro delle sale cinematografiche

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

Con il film Exit Through the Gift Shop, del famoso street artist britannico Banksy, si chiude la rosa dei film selezionati per la Competition alla 60ª edizione del Festival di Berlino. Il suo film d’esordio – dice l’artista – «è un film su un uomo che ha cercato di fare un film su di me». Il film sarà presentato Fuori Concorso.
Saranno in totale 26 i film proiettati nella sezione Competition, di cui 20 concorreranno per l’Orso d’Oro e gli Orsi d’Argento: 18 i film in anteprima mondiale e 18 i paesi di provenienza delle pellicole.

Per ricordare il regista Eric Rhomer, recentemente scomparso, verrà proiettato – nella sezione Berlinale Special – il film Pauline alla spiaggia, che vinse l’Orso d’Argento per la miglior regia nel 1983. Rohmer partecipò alla Competition berlinese altre tre volte, con La collezionista (Orso d’Argento nel 1967), Racconto d’inverno (1992) e Triple Agent – Agente speciale (2004).

Da segnalare inoltre, in occasione del 60° anniversario del Festival, un incontro interdisciplinare sul Futuro dei Cinema, durante il quale architetti, urbanisti, filmmakers ed esperti del settore discuteranno le loro idee sugli sviluppi futuri delle sale cinematografiche, con particolare riguardo alla loro architettura, alla loro funzione sociale e al rapporto con il tessuto urbano.
L’evento si terrà il 14 febbraio, tra le 14 e le 16 presso la Neue Nationalgalerie di Berlino, e vedrà tra i suoi relatori il famoso architetto Norman Foster. Tra gli altri ospiti, il produttore, distributore ed esercente cinematografico francese Marin Karmitz; l’architetto austriaco Wolf D. Prix, l’esperta in materia di trend internazionali Li Edelkoort; il filmmaker sperimentale Heinz Emigholw e il critico Deyan Sudjic, direttore del Design Museum di Londra e direttore della Biennale d’Architettura di Venezia nel 2002. Un evento che – come ha osservato il direttore della Berlinale Dieter Kosslick – «crea una piattaforma interdisciplinare di scambio fra diversi settori legati all’industria cinematografica».
Il programma completo delle proiezioni e degli eventi può essere scaricato dal sito: www.berlinale.de

Berlinale 60: i giurati

Werner HerzogA decretare i vincitori del Festival, sotto l’egida di Werner Herzog, saranno la regista Francesca Comencini, lo scrittore Nuruddin Farah, le attrici Cornelia Froboess, Yu Nan e Renée Zellweger, e il produttore José Maria Morales

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

Presieduta da Werner Herzog, la giuria internazionale che deciderà l’assegnazione dell’Orso d’Oro, degli Orsi d’Argento e del Premio Alfred Bauer per le pellicole in concorso alla 60ª edizione del Festival del Berlino sarà composta da Francesca Comencini, Nuruddin Farah, Cornelia Froboess, José Maria Morales, Yu Nan e Renée Zellweger.

Tra i registi più celebri del Nuovo Cinema Tedesco, Werner Herzog ha influenzato un’intera generazione di cineasti. In quasi 50 anni di carriera ha realizzato più di 50 film, fra cui Aguirre: furore di Dio (1972), Nosferatu, il principe della notte (1978), Fitzcarraldo (1982, Palma d’Argento a Cannes per la Miglior Regia), Grizzly Man (2005), Encounters at The End of The World (2007), per il quale ha ricevuto una nomination agli Oscar. Vincitore di numerosi premi internazionali, ha ricevuto l’Orso d’Argento per il miglior film nel 1968 per la sua opera prima Segni di vita.

Francesca Comencini è una delle nostre più autorevoli registe. Aveva appena 23 anni quando a Venezia vinse il Premio De Sica per il miglior film d’esordio con Pianoforte (1985). Ha presentato a Cannes Le parole di mio padre nel 2001 e Carlo Giuliani, ragazzo nel 2002. Nel 2004 ha vinto il Premio della Giuria Ecumenica al Festival di Berlino con Mi piace lavorare (Mobbing). Il suo ultimo film, Lo spazio bianco, è stato presentato in concorso a Venezia nel 2009.

Nuruddin Farah è uno dei più importanti scrittori africani. Il suo primo romanzo, From a Crooked Rib (1970), lo ha consacrato al successo mondiale. Le sue opere, spesso incentrate sulla ricerca di un’identità sociale e familiare, sono state tradotte in più di 20 lingue. Nel 1998 ha ricevuto il prestigioso Neustadt International Prize for Literature. Il suo ultimo romanzo, Knots, pubblicato nel 2007, è il secondo di una trilogia sul suo paese d’origine, la Somalia.

Dopo aver debuttato da bambina come cantante, Cornelia Froboess è diventata una delle attrici teatrali e cinematografiche più di successo in Germania. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra i quali il Premio Ernst Lubitsch per aver interpretato “Claire” nell’adattamento cinematografico di Rheinsberg di Tucholsky (1967). Nel 1982 ha inoltre recitato del film di Werner Fassbinder Veronika Voss.

Il produttore spagnolo José Maria Morales ha realizzato più di 50 film con direttori del calibro di Arturo Ripstein, Costa Gavras e Goran Paskaljevic. Nel 2001 ha presentato in Concorso a Berlino La ciénaga di Lucrecia Martel, seguito nel 2004 da El Abrazo Partido del regista argentino Daniel Burman, che ha vinto il Gran Premio della Giuria. Con il dramma La Teta Asustada di Claudia Llosa ha invece vinto l’Orso d’Oro nel 2009.

L’attrice cinese Yu Nan ha ricevuto molteplici premi per le sue interpretazioni. Per Il matrimonio di Tuya, Orso d’Oro alla Berlinale nel 2008, ha avuto il Premio come Miglior Attrice al Chicago International Film Festival. Nel 2008 ha anche recitato nel film d’azione hollywoodiano Speed Racer.

Originaria del Texas, l’attrice premio Oscar Renée Zellweger ha iniziato la sua carriera con film come Jerry Maguire (1996), Il gioco dei rubini (1998) e Betty Love (2000), ma è conosciuta in tutto il mondo soprattutto per la sua interpretazione in Il Diario di Bridget Jones (2001), per il quale ha ricevuto una nomination agli Oscar come Miglior Attrice Protagonista, e per il sequel Che pasticcio, Bridget Jones! (2004). Ha ricevuto un’altra nomination come Miglior Attrice Protagonista con Chicago, film d’apertura al Festival di Berlino nel 2003, ottenendo finalmente il prestigioso riconoscimento nel 2004 con Ritorno a Cold Mountain, anch’esso in concorso alla Berlinale.

Berlinale 60: il Mercato delle Coproduzioni

Berlinale Co-Production MarketLuogo d’incontro fra registi, produttori e finanziatori internazionali, il Market ospita anche una sezione dedicata ai libri, in collaborazione con la Fiera di Francoforte

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

La settima edizione del Mercato delle coproduzioni della Berlinale (14-16 febbraio 2010) chiamerà a raccolta produttori e registi di 37 film selezionati provienienti da 22 paesi diversi e 450 potenziali coproduzioni e partner finanziari.
Per ciascuno di questi progetti, lo staff del Mercato organizza singoli incontri da 30 minuti con ognuno dei potenziali partner: per quest’anno si prevedono ben 1.000 incontri in soli due giorni.
Due dei film che hanno partecipato al Mercato nella passata edizione sono felicemente approdati quest’anno alla Berlinale 2010: The Hunter di Rafi Pitts, coproduzione iraniano-tedesca, sarà in concorso nella sezione principale del festival, mentre The Famous and The Dead, opera prima del brasiliano Esmir Filho, sarà fra le pellicole di Generation 14plus.
Il successo del Mercato è impressionante: oltre il 40% delle transazioni per i progetti selezionati – cioè oltre 90 film – sono andate a buon fine.
I progetti scelti per il 2010 includono fra gli altri i lavori di registi pluripremiati, come il nostro Marco Bechis (Garage Olimpo, Birdwatchers), l’ungherese Jánosz Szász (Woyzeck, The Witman Boys) o il russo Andrey Zvyagintsev (Leone d’Oro con Il ritorno), e il debutto alla regia di due famosi attori: la palestinese Hiam Abbass con il film The Inheritance e il danese Ulrich Thomsen con In Embryo.
A cercare finanziatori è anche la produzione tedesca K5 Film, che ha acquistato i diritti del libro The Have-Nots, vincitore del German Book Prize per il miglior romanzo nel 2006, in vista di un possibile adattamento cinematografico.
Tre dei progetti selezionati (due russi e uno rumeno) sono il frutto di una partnership tra il Mercato della Berlinale e il CineMart di Rotterdam e verranno proiettati nella sezione “Rotterdam Berlinale Express”.
Record di richieste d’iscrizione (ben 267) anche per il Talent Project Market, organizzato in collaborazione con il Berlinale Talent Campus: 11 i progetti selezionati, provenienti da Gran Bretagna, Costa Rica, Francia, Israele, Germania, Canada, Stati Uniti e Norvegia.
Oltre a quelli in programma, verranno organizzati anche una serie di incontri sulle ultime tendenze nella ricerca di finanziamenti nell’industria cinematografica e nel settore delle co-produzioni.
Il 16 febbraio si terrà inoltre la V edizione di “Breakfast & Books”, in collaborazione con la Fiera del libro di Francoforte: dove dieci bestseller internazionali e alcune nuove uscite verranno presentati ai produttori come interessanti opportunità di investimento per l’adattamento cinematografico.

Tra le nuvole

Up In The Air

Nell’esilarante commedia di Jason Reitman, George Clooney è un cinico tagliatore di teste alle prese con la crisi globale e le sfide dell’universo femminile

di Stefania Onofrillo
stefania.onofrillo@libero.it

Una commedia capace di farci riflettere, ma anche di farci ridere. Una storia d’amore divertente e travolgente, ma anche una tragedia carica delle tensioni e dei drammi generati dalla crisi economica globale. Con Tra le nuvole Jason Reitman, autore e regista del film, ha costruito un’avvincente sceneggiatura, ispirandosi al protagonista di un romanzo di Walter Kirn e proponendo una storia ricca di contenuti: nell’epoca di internet e dell’esplosione dei mezzi di comunicazione di massa è sempre più difficile comunicare e impegnarsi nei rapporti interpersonali. Il film si pone anche la fatidica domanda: meglio vivere da soli o in compagnia? Andare o restare? Anche se si è convinti di non aver bisogno di nessuno forse la vita è meglio trascorrerla con qualcuno?
E lo sa bene il protagonista della storia, Ryan Bingham, interpretato da George Clooney. Ryan è giunto a 45 anni senza un vero e proprio legame; viaggia per più di 300 giorni l’anno, vivendo tra aeroporti e hall di prestigiosi hotel ed è interessato solo ai suoi programmi di viaggio e alla collezione di miglia. Tutto quello di cui ha bisogno per condurre la sua vita è racchiuso all’interno di un piccolo trolley.
Il lavoro di Ryan Bingham consiste nel tagliare posti di lavoro nelle aziende: rappresenta il classico salesman americano, vende sogni e nuove speranze a chi sta perdendo una carriera.
Ryan ama viaggiare e apprezza proprio quel senso di precarietà che di solito la gente detesta; ma ben presto la routine e la cinica filosofia di vita di Ryan sarà scossa dalla comparsa di due donne molto diverse tra loro, che mettono in discussione il suo futuro di perenne viaggiatore: Natalie, un’ambiziosa e saccente ventitreenne neolaureata, che ne mina lo stile di vita, proponendo una rivoluzione nel suo lavoro, e Alex, un’affascinante trentacinquenne in carriera, che rappresenta un Ryan al femminile e con la quale nascerà un’immediata attrazione.
Se Natalie, interpretata da Anna Kendrick, legata all’ingenuo idealismo della gioventù, presa sotto l’ala protettiva d Ryan, ne minaccia lo stile di vita, Alex scatena il desiderio di Ryan di condividere qualcosa di più profondo.
Alex, interpretata da Vera Farmiga, abbraccia la filosofia di Ryan anti-legami e proprio questo essere simile a lui riuscirà a farlo innamorare.
Cruciale sarà l’incontro di Ryan con la propria famiglia, in occasione del matrimonio della sorella nel Wisconsin. Ryan sarà costretto a confrontarsi con una famiglia che ha ignorato per la maggior parte della sua vita da adulto e inevitabilmente il suo personaggio mostrerà un’evoluzione e una crescita.
I personaggi sono costruiti in modo estremamente reale e hanno sempre la battuta pronta. Il cambiamento interiore di Ryan si riflette in tutto il film dall’inizio alla fine.
Le città nelle quali Ryan viaggia per lavoro sono state selezionate sulla base dei luoghi dove in effetti si sono realizzati i più alti tagli al personale, fenomeni di bancarotta e fallimenti aziendali, come Detroit, San Louis, Phoenix e Whichita.
Il film,inoltre, riesce a dare un volto ai grandi numeri di dipendenti che quotidianamente perdono il lavoro, attraverso le testimonianze e le reazioni di persone reali, che hanno davvero perso il loro posto di lavoro.
La bravura di Reitman e dell’interpretazione di Clooney ci portano a sorridere non di fronte a questa tragedia, ma del presente in cui viviamo, dove ci si lascia con un sms, si viene licenziati in videoconferenza e dove il riscatto, le nuove possibilità e i nostri sogni sono contenuti all’interno di un pacchetto contrattuale.

L’uomo che verrà

L'uomo che verrà

Vincitore del Marc’Aurelio d’Argento, l’opera seconda di Giorgio Diritti rievoca la strage di Marzabotto per ripudiare le guerre di ieri e di oggi

di Gaetano Maiorino
gaetmaior@yahoo.it

Si dice che la prova fondamentale per un regista di qualità sia la sua opera seconda, il film che viene subito dopo l’entusiasmante esordio e che conduce verso un brillante avvenire o una irrecuperabile mediocrità. Dopo i quasi dodici mesi di proiezioni in tutta Italia dello stupefacente Il vento fa il suo giro, le scelte artistiche di Giorgio Diritti erano tra le più attese della nuova stagione cinematografica. Il Festival del Film di Roma ha tenuto a battesimo la seconda pellicola girata dal regista, e con L’uomo che verrà le speranze non sono state deluse.
In una nazione che non ha, o non vuole più avere, memoria storica, Diritti compie un atto coraggioso e necessario, rievocando la strage di Marzabotto e raccontando gli eventi che portarono alla drammatica rappresaglia nazista nei confronti degli innocenti abitanti del paese romagnolo, in risposta all’uccisione di una pattuglia tedesca da parte dei partigiani nascosti tra le colline circostanti.
La storia si concentra attorno a Martina, ultima figlia di una famiglia di contadini. La piccola non parla da quando ha perduto il fratellino di pochi giorni e osserva silenziosa gli eventi che la circondano e che coinvolgono sua madre, nuovamente incinta, suo padre e sua zia. Il punto di vista di un’innocente per antonomasia, è forse retorico, e ancor più amplificato dal mutismo della giovanissima protagonista, ma riesce tuttavia a caricare di ulteriore intensità la narrazione di Diritti.
Dopo aver girato Il vento fa il suo giro in dialetto occitano, il regista propone al pubblico un film in dialetto bolognese, la lingua realmente parlata dai contadini locali. La ricostruzione storica messa in scena è attenta e precisa, il ritmo del film scorre lento come le giornate incerte dei vari personaggi, perfettamente interpretati, mai eroici, come la storia insegna. I numerosi piano-sequenza che accompagnano lo spettatore attraverso i luoghi della tragedia, sono i passi timorosi e rispettosi di chi si addentra nella sofferenza dei sopravvissuti e un’ultima carezza sul volto delle vittime.
Quello che colpisce è comunque il modo con cui il regista riesca a non cadere nei luoghi comuni e nella facile presa di posizione, schierandosi dalla parte di chi combatte l’oppressore.
La bravura di Diritti sta nel sottolineare le contraddizioni da entrambe le parti, nel non fare sconti a nessuna delle due fazioni in conflitto, prendendosi carico realmente del dolore di chi è stato brutalmente giustiziato.
Il nostro paese ha bisogno di film come L’uomo che verrà. Ne ha bisogno per ricordare a chi sostiene le azioni militari, che non c’è nulla di naturale nel mettere contro due gruppi di uomini armati, qualsiasi siano le ideologie che li muovono; ne ha bisogno per stroncare i dibattiti sterili che ciclicamente ritornano su chi fosse dalla parte giusta durante la seconda guerra mondiale e a quale delle due fazioni ora bisogna rifarsi per legittimare la propria importanza politica. Perchè da qualsiasi parte ci si fosse trovati in quei giorni terribili, è chi sta nel mezzo che ne ha patito di più, e chi sta nel mezzo è sempre la povera gente. La semplicità degli uomini e delle donne delle campagne bolognesi è infatti schiacciata tra i folli ideali del nazismo e la rabbiosa, necessaria, ma non sempre ben orchestrata, reazione dei partigiani.
L’uomo che verrà ha inoltre il pregio di parlare della guerra senza mostrare (se non da lontanissimo, dall’alto di un campanile) azioni di guerra. Perchè parlare della guerra non è necessariamente affondare nella carne del soldato ferito o condividere la solitudine e la paura del partigiano nascosto. Parlare della guerra è, soprattutto oggi, parlare di chi la guerra la subisce per davvero, di chi vede le proprie terre invase, la propria routine tragicamente interrotta. Era ieri la gente di Marzabotto, come è oggi la gente di Gaza, la gente di Kabul, la gente di Baghdad. È per questo che l’opera di Diritti, sebbene si concentri su un solo episodio legato alla seconda guerra mondiale, può considerarsi senza dubbio una lettura attenta del fenomeno bellico e si distacca dal suo essere temporale per diventare universale. È un atto di memoria e di commemorazione, ma anche un’opera contemporanea, attuale, ben radicata nel presente. L’impatto fisico e emotivo del conflitto sui personaggi del film, è da ritenersi emblematico.
Nel proliferare di film consumati e dimenticati, che il pubblico nostrano è abituato a fruire e abbandonare nel giro di poche settimane, Diritti si inserisce con un racconto che sarà difficile rimuovere e che sarebbe bello vedere magari nelle scuole, nelle piazze, commentato a giovani ancora sufficientemente innocenti per riuscire a coglierne il profondo messaggio di pace.

Berlinale 60: le anticipazioni

Shutter Island

Ecco i primi nomi della 60ª edizione del Festival di Berlino: le anteprime di Scorsese e Polanski, le nuove leve dell’avanguardia tedesca e qualche sorpresa italiana…

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

logo_smallAprirà i battenti il prossimo 11 febbraio la 60ª edizione del Festival di Berlino, diretta da Dieter Kosslick. Giovani registi emergenti e nomi eccellenti si contenderanno gli ambiti premi della giuria, che quest’anno è presieduta da Werner Herzog. Ad aprire la Competition sarà il film Tuan Yuan (Apart Together) di Wang Quan’an, uno dei più importanti autori della nuova generazione di filmmakers cinesi e già vincitore dell’Orso d’oro nel 2007 con Il matrimonio di Tuya. Fra le special guest star, Martin Scorsese presenterà in anteprima mondiale Fuori Concorso Shutter Island, con Leondardo DiCaprio, Mark Ruffalo e Max von Sydow, mentre Roman Polanski arriverà con The Ghost Writer, con Ewan McGregor, Pierce Brosnan, Kim Cattrall e Olivia Williams. A chiudere la kermesse sarà il film Fuori Concorso Otouto (About Her Brother) del giapponese Yoji Yamada.

E gli italiani? In attesa di conoscere gli altri titoli in concorso, ci basti sapere per ora che il vincitore dell’ultimo Torino Film Festival, La bocca del lupo di Pietro Marcello – sulla storia d’amore tra un immigrato e un travestito conosciuto in carcere – sarà presentato nella sezione Forum, la più sperimentale del Festival.
Silvio Soldini sarà presente a Berlino nella sezione Berlinale Special Gala con il film Cosa voglio di più, con Pierfrancesco Favino e Alba Rohrwacher, che uscirà in Italia il prossimo 30 aprile 2010.
Il corto Giardini di luce di Davide e Lucia Pepe, prodotto dall’Apulia Film Commission, verrà presentato in Berlinale Shorts insieme ad altri 24 cortometraggi provenienti da 15 paesi diversi.
Ci sarà poi Luca Guadagnino con Io sono l’amore, che aprirà la sezione del Cinema Culinario “In the Food For Love”. Per l’occasione, lo chef Christian Lohse cucinerà una dichiarazione d’amore italo-russa: un omaggio a Tilda Swinton, che nel film interpreta il ruolo di un’elegante signora di origine russa che si innamora perdutamente di un giovane chef amico del figlio.

Tornando ai titoli internazionali, la sezione Panorama segna il grande ritorno dei documentari: oltre un terzo delle 50 pellicole in programma rientreranno infatti nel genere documentaristico, per esplorare tematiche legate alla recente crisi globale. Per il resto, la sezione ospiterà le migliori produzioni indipendenti, nella speranza che possano essere di ispirazione per il rinnovamento del mercato.
Esplorando le intersezioni fra il cinema e le altre arti, la sezione Forum Expanded includerà più di 40 film, installazioni e performance da 20 paesi del mondo. Cinema City, per citare alcuni dei lavori selezionati, è un’installazione del filmmaker e artista indiano Madhusree Dutta, che verrà esibita in diversi foyer ed esplorerà le implicazioni del rapporto fra cinema e spazio urbano. Embargo Project, promosso da giovani filmmakers nordamericani, neozelandesi e australiani, affronterà invece il tema della marginalizzazione degli artisti indigeni. Ci sarà inoltre un dibattito sullo stato dell’arte nell’Iran di oggi. Grande sarà l’attenzione dedicata da questa sezione al ritorno del “cinema strutturale” nella pratica artistica e curatoriale contemporanea. Tra le performance più attese, quella di James Benning, luminare del cinema strutturale.

Tutti confermati i 14 film della sezione Perspektive Deutsches Kino, dedicata appunto al cinema tedesco contemporaneo, che si conferma più vitale e pulsante che mai. Metà delle pellicole selezionate, tra l’altro, sono dirette da donne, cosa che fa ancor più onore al lavoro dei selezionatori.
Spaziando dal melodramma alla fantascienza e al musical, la sezione Generation, dedicata ai film per bambini e adolescenti, verrà aperta da una produzione off-Bollywood: Road, Movie, del regista indiano Dev Benegal, e da Alamar, del messicano Pedro Gonwales-Rubio,  che esplora la relazione padre-figlio sullo sfondo degli scenari naturali di una riserva caraibica. Non mancherà l’animazione giapponese, con il film intergalattico Uchu Show e Yokoso di Koji Masunari e Summer Wars del regista di culto Marmoru Hosada.

La 60ª edizione della Berlinale dedicherà infine un omaggio a due artisti che hanno segnato la storia del cinema tedesco del dopoguerra: l’attrice Hanna Schygulla, famosa per le sue interpretazioni nei film di Fassbinder, e lo sceneggiatore Wolfgang Kohlhaase, che riceveranno l’Orso d’oro alla carriera e presenteranno una Retrospettiva loro dedicata.

Nord

Nord890 km di neve per riconciliarsi con se stessi e con la vita: il film del norvegese Langlo è un singolare road movie premiato dalla critica e in arrivo in Italia dal 26 febbraio

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

Non capita spesso di vedere film come Nord, del norvegese Rune Denstad Langlo. Un po’ perché l’imperversare di blockbuster americani e cinepanettoni fuori stagione lascia poco spazio ad altre cinematografie, un po’ perché quando si tratta di distribuire un film, qualunque sia la provenienza, la scelta cade il più delle volte su storie che poco si discostano dal rassicurante bisogno di convenzionalità di cui si presume che il pubblico sia affamato.
Ecco che Nord è invece un’isola anomala nel panorama distributivo attuale. Un film sottile, minimalista, surreale nel suo non discostarsi mai dall’iper-realtà del suo paesaggio, fatto di dialoghi essenziali, atmosfere rarefatte, lunghi silenzi amplificati dal biancore di distese innevate, momenti di svolta impercettibili unicamente sottolineati dal crescendo delle musiche. Di certo non un film di immediato appeal popolare, il che rende ancor più pregevole la scelta della Sacher di distribuirlo (il film esce in Italia il 26 febbraio).
Protagonista è Jomar, un trentenne ex campione di sci che in seguito a una crisi depressiva ha mollato la sua carriera, ha lasciato che la sua compagna lo abbandonasse e trascorre tutto il suo tempo inerte, incapace di muoversi ed agire. È appena uscito dal centro psichiatrico dove era in cura quando un amico gli dice che ha un figlio di 5 anni, che vive su al Nord a 890 chilometri di distanza. Per la prima volta dopo tanto tempo Jomar prende in mano la sua vita e intraprende un viaggio in motoslitta attraverso le intemperie invernali e le immense distese gelate del paesaggio artico. Lungo la via incontrerà una serie di personaggi bizzarri e solitari: una ragazzina in cerca di compagnia, un ragazzo fuori di testa, un vecchio eremita in tenda, che lo aiuteranno, ciascuno a suo modo, a superare le intemperie della natura e della mente.
L’idea di questo singolare road movie innevato nasce da un’esperienza personale del regista, reduce egli stesso da un periodo di forte depressione, con frequenti attacchi di ansia e di panico. Vedere uno ski lift che usava da bambino è stata la molla da cui è scaturito il personaggio di Jomar. A dare il volto al corpulento Jomar è Anders Baasmo Christiansen, attore molto noto e apprezzato in Norvegia, che nel film recita prevalentemente con un cast di non professionisti, composto da amici e familiari del regista e persone incontrate in loco che svolgevano davvero il ruolo ricoperto nel film: i militari che Jomar incontra in viaggio, ad esempio, erano soldati norvegesi in partenza per l’Afghanistan.
Nord è anche il primo film di Langlo, che ha a lungo militato come regista e produttore di documentari e ha già ricevuto importanti riconoscimenti: presentato al 59° Festival di Berlino, ha vinto il premio della critica internazionale FIPRESCI – Europa Cinemas Label, è stato premiato per la Miglior Regia al Tribeca Film Festival e selezionato in concorso all’ultimo Festival di Torino.
Al di là della bellezza paesaggistica documentata e della singolarità della trama, il film è apprezzabile anche per la sua valenza metaforica e il suo messaggio di incoraggiamento e fiducia: uscire dalla depressione è un viaggio solitario e faticoso attraverso luoghi apparentemente desolati e irti di insidie, ma l’aiuto degli altri e la determinazione nei propri obiettivi sono le chiavi per portare a termine un cammino necessario e liberatorio.

Welcome

Welcome

Il legame tra un istruttore di nuoto e un giovane clandestino, disposto a tutto per un sogno d’amore, nell’ultimo film denuncia di Philippe Lioret

di Marcello Giacalone
marcello.giacalone@gmail.com

Calais, sulla costa nord della Francia, è lo scenario sul quale si affiancano prospettive di vita diverse e che trovano rari punti di incontro e confronto. Simon (Vincent Lindon), ex-nuotatore professionista, ha abbandonato i suoi sogni di gloria legati alla carriera agonistica. Guarda la sua vita da lontano. Da una parte i corsi da istruttore in una piscina della città non bastano a colmare qualcosa che dentro manca, dall’altra la sua vita sentimentale sta andando a rotoli per la crisi con la moglie (Audrey Dana), che intimamente ancora continua ad amare. Nei pressi del porto della stessa città, quasi ad anni luce di distanza, esiste la cosiddetta “giungla”, un limbo dove trovano rifugio centinaia di immigrati clandestini, che cercano di raggiungere con ogni mezzo il Regno Unito: un Eldorado che sembra così vicino ma, al tempo stesso, incredibilmente lontano.
Tra questi c’è Bilal (Firat Ayverdi), un curdo iracheno diciassettenne che ha attraversato l’Europa per raggiungere la ragazza amata a Londra. A Calais si trova ad affrontare una realtà disumana fatta di estorsioni dei contrabbandieri, persecuzioni della polizia, centri di detenzione, continui controlli sui camion dove si ammassano i clandestini nella speranza di essere traghettati oltre quelle poche miglia di mare. Bilal si convince che l’unica soluzione “logica” per raggiungere le coste inglesi sia attraversare il canale a nuoto e per questo decide di prendere delle lezioni da Simon. L’istruttore di nuoto si avvicina al mondo del ragazzo dapprima mantenendo le distanze. Fino a quel momento, come gli rimprovera la moglie, ha sempre «guardato da un’altra parte per tornare a casa». La determinazione, il coraggio e lo sguardo puro di Bilal, convincono però Simon a mettersi in gioco in prima persona, sfidando i giudizi altrui e la legge, per supportarlo nella realizzazione di ciò che appare un’impresa folle.
Philippe Lioret ha firmato regia e sceneggiatura di Welcome, presentato con successo nella sezione Panorama del Festival di Berlino 2009, dove ha ottenuto il premio Label Europa Cinemas e il Premio della Giuria Ecumenica. Attraverso una storia di amicizia e di amore, Lioret ha affrontato un tema di bruciante attualità, soprattutto alla luce della legge sull’immigrazione voluta da Sarkozy, con la quale i cittadini francesi che aiutano i clandestini possono rischiare fino a cinque anni di reclusione. La denuncia delle condizioni di vita disumana dei clandestini è stata presentata mettendo a fuoco le vicende di un ragazzo, non ancora uomo, che si trova ad affrontare qualcosa più grande di lui stesso. La piscina, l’acqua, è l’elemento che fa da legame tra il giovane e un uomo alla deriva, che trova in lui il figlio mancato. Il legame si fa più stetto nel confronto di due storie d’amore, una quasi idealizzata e acerba, l’altra logora ma ancora carica di sentimento e rimpianti. La grande carica drammatica ed umana risulta coinvolgente, anche grazie alla prova del “gigante buono” interpretato da Lindon e alla autenticità e intensità di Ayverdi, alla sua prima prova da professionista. I commenti musicali discreti di Nicola Piovani si integrano col tessuto narrativo, con la consueta poesia a cui il compositore ci ha abituati nelle sue collaborazioni cinematografiche. Con questa più che reale “favola d’amore” moderna, Lioret invita a riflettere sulla condizione di certi esseri umani tagliati fuori dal gioco della vita a causa della propria condizione di “invisibili”.

Triage

Triage

Nel film di Tanovic sul fotoreporter traumatizzato della guerra, una riflessione sul potere della fotografia come strumento di rappresentazione e scudo dalla realtà

di Gaetano Maiorino
gaetmaior@yahoo.it

Un’antica credenza parla della fotografia come ladra di anime. Uno scatto, un istante immortalato per sempre nella storia e nella memoria, si pensava riuscisse anche a risucchiare ciò che per molti è la linfa vitale dell’uomo. Leggende. Superstizione. Eppure se non è la foto in sé come processo chimico a svuotare dell’anima un essere umano, probabilmente ciò che viene fotografato può di sicuro causare turbamento, creare un trauma, colpire nel profondo chi fotografa.
Sembra suggerire questo la storia di Mark Walsh (Colin Farrel), fotoreporter di guerra protagonista di Triage, ultimo film di Danis Tanovic.
Concentrandosi soprattutto sui giorni successivi al suo ritorno a casa, dalla compagna Elena (Paz Vega), il regista bosniaco, con questo film tratto dal romanzo omonimo di Scott Anderson, cerca di aprire una riflessione sulla psiche umana di fronte al dolore, alla sofferenza e al senso di colpa.
Insieme al suo amico e collega David, Mark ha viaggiato attraverso i più drammatici conflitti degli ultimi vent’anni, sparsi in ogni angolo del mondo, e ha riportato con la sua “arma personale”, incredibili testimonianze di eventi, massacri, disperazione, eroismo, sentimenti catturati sul campo, in prima linea.
La tappa su cui si concentra il racconto di Tanovic, vede Mark e David in Kurdistan durante la guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein, conflitto mai ben narrato sia dai media a quel tempo (fine anni 80), sia dal cinema successivamente.
In un’epoca in cui la guerra sembra uno stato costante e paradossalmente inevitabile, Tanovic prova in un primo momento a mostrare l’obiettivo della macchina fotografica come un filtro, uno scudo per ripararsi, per distaccarsi dall’orrore. Ma ciò non vale soltanto per il fotoreporter, anzi, è così maggiormente per chi guarda le foto pubblicate su riviste, quotidiani, internet: le immagini senza personalità, senza individualità, sono esattamente uno schermo protettivo che permette a chi è lontano dal campo di battaglia, di mantenere questo distacco, di restare lontano.
Eppure non sembra essere sufficiente. La narrazione degli scontri a cui assiste Mark si alterna con gli eventi susseguenti al suo ritorno a casa, avvenuto dopo una grave ferita subita in prima linea. Rientrato senza il suo amico, scomparso senza una spiegazione apparente, il fotoreporter non sembra più lo stesso, il dramma a cui ha assistito scalfisce la sua maschera di durezza e cinismo e la sua mente vacilla.
Le sue stesse foto gli hanno rubato l’anima. Seduto nel suo salotto a guardare e riguardare quegli scatti, Mark rivive costantemente ciò che ha visto, in particolare l’esperienza nell’improvvisato pronto soccorso dei Kurdi (da cui il titolo del film) dove il dottor Talzani decide in pochi istanti, come un Dio misericordioso e allo stesso tempo senza pietà, la vita o la morte di un ferito. Lo scudo crolla.
È qui che però cade rovinosamente anche il film. La tensione, l’incomunicabilità latente tra i personaggi, il mistero sulla sorte di David e su ciò che è realmente accaduto a Mark in Kurdistan, si svelano con troppa semplicità, superficialità e verbosità, grazie all’ingresso sulla scena di un personaggio tratteggiato poco e male, il nonno di Elena, uno psichiatra nella spagna franchista che ha aiutato i gerarchi fascisti a guarire dai loro sensi di colpa, che inizia con Mark una terapia per rimuovere il suo trauma. Cristopher Lee prova a creare un’aura eterea attorno a quest’uomo, ma fallisce miseramente e il medico diventa un noioso demiurgo che fin dall’inizio dice di aver capito tutto, che malamente spiega la sua idea della colpa al povero Mark e che banalmente tenta di convincerlo che la vita sia meravigliosa.
Un naufragio per Triage. Un peccato per un film che aveva per tematica, stile e cast tutti gli ingredienti per diventare un’opera di qualità. Non bastano le citazioni colte su chi davvero sia sopravvissuto alla guerra (di Platone prima dei titoli di coda in questo caso) per parlare di filosofia.

La cosa giusta

La cosa giusta

Due poliziotti e un arabo sospettato di terrorismo: un pedinamento che diventa l’inizio di un rapporto umano, un’occasione per riflettere sui confini tra l’Io e l’Altro

di Michele Zanlari
michez@iol.it

Un sorriso a quel che conosciamo bene ed un pensiero poco accomodante a quanto si avvicina lentamente dallo sfondo. Sono questi i confini della rappresentazione nel cinema italiano della diversità?
Io e l’altro, i confini caduti e un’identità da costruire sui corpi che ci passano accanto. Sono i margini toccati dai film italiani selezionati all’ultimo Torino Film Festival; qualcuno con vertici poetici insospettabili (La bocca del lupo di Pietro Marcello), altri con limiti di linguaggio altrettanto evidenti (La straniera di Marco Tullo). In mezzo, La cosa giusta, il film che Marco Campogiani ha scritto a partire da una sequenza che aveva ben chiara in testa: due poliziotti stanno seguendo uno straniero, quando questo di colpo allarga il braccio destro per avvisare che sta per voltare, facendo capire che il loro pedinamento non è molto discreto. Un sorriso (i poliziotti si beccano una lavata di capo dai superiori, ma stringono amicizia con lo straniero) e un pensiero scomodo (l’ambiguità di una persona distante).
Campogiani punta molto sull’empatia tra i suoi personaggi (Paolo Briguglia, Ennio Fantastichini e Ahmed Hafiene) per raccontare una storia dalla situazione investigativa classica, con qualche risvolto di attinenza alla cronaca recente. Khalid viene scarcerato e due poliziotti, uno giovane e l’altro navigato, non devono perderlo di vista perché sospettato di terrorismo.
È chiaro che con queste premesse La cosa giusta deve guardarsi in primo luogo dal rischio di seguire quel solco televisivo che accompagna sia la rappresentazione delle forze dell’ordine che quella dell’immigrato arabo. Ci riesce in pochi momenti, quelli più inattesi, in cui le parole tra Briguglia e Fantastichini sembrano catturare un po’ d’improvvisazione. Il resto dei dialoghi si svolge nella cornice innocua di una scrittura veloce, priva di asperità. Anche senza pretendere un’opera potente sui temi dell’immigrazione e del sospetto – e ce ne sarebbe bisogno – La cosa giusta paga lo scotto della sua idea di partenza. Il tono divertito che accompagna tutte le situazioni, anche quelle potenzialmente drammatiche, è una marcia in più sul piano del ritmo, ma diventa limitante nel momento in cui si fa riferimento al caso Abu Omar, si tenta la via della riflessione sul mestiere del poliziotto o si mette piede all’estero (l’incipit e la conclusione sono girati in Tunisia).
Minaccia leghista, diritto negato, decreto d’espulsione e legge sull’immigrazione sono parole che transitano sul copione del film con la stessa inconsistenza che incontrerebbero in un talk show televisivo. Affrancarsene per agevolare il racconto è sempre possibile. In nome di un sorriso è poco. È nulla.

Bronson

Bronson

Sangue sulle mani: la penetrazione violenta delle immagini e il culto dei personaggi nel cinema di Nicolas Winding Refn

di Michele Zanlari
michez@iol.it

Ogni festival ha il suo film, quello di cui tutti parlano, che crea un passaparola febbrile e nel tempo arriva ad identificare un’intera edizione. Torino ha avuto il suo, Bronson, ma forse ha avuto un autore interno: Nicolas Winding Refn, protagonista della retrospettiva “Rapporto confidenziale”.
In coda, prima delle proiezioni, c’era sempre qualcuno che commentava un capitolo di Pusher o s’interrogava sul fallimento di Fear X. Ho visto addirittura due signore anziane spalancare le braccia per l’entusiasmo comune nei confronti di Bronson, la storia del detenuto più violento nelle carceri inglesi.
Nicolas Winding Refn, dunque. Non ha fatto scuole d’arte, o meglio: è stato espulso quasi subito e dichiara di non aver imparato niente nemmeno alla Danish Film School. Conosce chiaramente le regole, ma solo per violarle nella forma e nella sostanza. Professa un cinema basato sull’idea della penetrazione violenta che colpisce emotivamente lo spettatore. Abbraccia il sangue, quasi spontaneamente centrale in ogni sua opera, eppure lo rende qualcosa d’altro ai nostri occhi: puro, nonostante la sua origine violenta, e di certo meno sporco degli oscuri moti umani che lo generano. Nato a Copenaghen nel 1970, Refn rappresenta l’altra faccia del cinema giovane danese rispetto ai rigori del Dogma o agli “inganni” di Lars Von Trier. Anche lui muove parecchio la macchina da presa nel suo folgorante esordio con Pusher (1996), ma il legame creato con lo spettatore ha una natura totalmente diversa: sempre disturbante eppure sincera, quasi confidenziale.
Il cinema di Nicolas Winding Refn crede soprattutto nella realtà che riconosce attorno a sé e nei personaggi che genera. Nei suoi film c’è addirittura un culto dei personaggi, chiaramente riscontrabile nell’esempio della trilogia Pusher. Il primo capitolo è un successo di pubblico debordante, subito considerato come la prima pietra di una new wave danese. Poi è la volta di Bleeder (1999), ancora con la coppia di attori composta da Kim Bodnia e Mad Mikkelsen, che precede il gran salto della coproduzione hollywoodiana.
Nonostante le prime critiche positive, Fear X (2003) – indagine quasi lynchiana interpretata da John Turturro – è un flop che getta il regista nella depressione documentata da Phie Ambo nel documentario Gambler (2006). Refn deve trovare al più presto i soldi per appianare i debiti e si trova costretto a scrivere di corsa Pusher II e Pusher III. Ecco, in questi due lavori praticamente su commissione della banca, l’autore compie un passo decisivo: rispettare il suo credo registico penetrante, ma spiazzare totalmente lo spettatore eleggendo a protagonisti quelli che nel primo capitolo erano solo comprimari. Ne nascono due film molto diversi tra loro, forti ma inaspettatamente commoventi. Aspri come solo qualcosa che si conosce bene può risultare. Due film che lo rimettono in carreggiata.
Ed è il momento di una nuova svolta. Nel momento in cui tutti aspettano Valhalla Rising – annunciato come un fantasy nordico e in realtà rivelatosi un film di metafisica per immagini – Nicolas Winding Refn tira fuori Bronson, la sua opera più innovativa. La violenza è giocata in termini di rappresentazione elegante, nobilitata. La moralità cade in un angolo e l’uomo che si batte contro tutti, il detenuto soprannominato “Charles Bronson”, trova la sua dimensione perfetta nelle carceri, dove può combattere senza sentirsi mai sconfitto, anche se alla fine risulterà, giocoforza, sempre sedato.
Refn compie la sua parabola e prepara un nuovo salto a Hollywood per girare un film con Harrison Ford. Prima, però, ha per le mani altri due progetti: Jekyll e The Dying of the Light. La differenza sostanziale? La spiega lui: «Nel primo ci sarà poco sesso e molta violenza, nel secondo molto sesso e molta violenza».

Torino Film Festival

La bocca del lupo

Con Gianni Amelio alla guida della kermesse, il TFF ha dato grande spazio a opere prime e seconde e ha premiato per la prima volta un film italiano

di Michele Zanlari
michez@iol.it

Figure nel paesaggio e paesaggio con figure. Forme del linguaggio e realtà più forte della rappresentazione. Forte di una mancata distinzione tra fiction e documentario, il 27° Torino film Festival – il primo diretto da Gianni Amelio dopo il biennio del grande rilancio con Nanni Moretti – sovverte le definizioni per cercare la voce nuova in una selezione che, a parte l’eccezione della folle commedia Le roi de l’évasion di Alain Giraudie, ha presentato in concorso esclusivamente opere prime e seconde.
Prima di porre la questione della qualità dei singoli film – decisamente elevata – Torino 27 ha retto la scena per otto giorni con la vitalità di un’anima percepibile in ogni proiezione, in ogni sguardo suggerito da autori forti della scomodità dei loro sguardi nuovi. Ha vinto La bocca del lupo di Pietro Marcello. Ha vinto un italiano, e non era mai successo. Ha vinto un ragazzo (classe ’76) che in un documentario di 67’ ha ricostruito la storia affettiva di una città (Genova), riconducendo il reale più crudo a una natura poetica seducente e traducendo in termini emotivi un soggetto che si prestava al sordo dialogo con il presente (l’amore tra un detenuto e un trans).
«I nuovi abitanti delle caverne sono persone che trasmigrano e hanno trovato questo posto. Forse è dal mare che provengono, come naufraghi abbandonati». Marcello apre La bocca del lupo con queste parole dedicate al mondo dell’ombra, degli ultimi che si vogliono dimenticare. Con occhio gentile accarezza la sporcizia di un intero paese e ricopre di dignità il racconto a due voci di Enzo e Mary, creature delle caverne che testimoniano con ritrosia uno spettro d’amore.
È un premio che forse basta a descrivere lo spirito del festival, ma che si arricchisce nel confronto con gli estremi opposti della ricerca linguistica. Il premio speciale della giuria presieduta da Sandro Petraglia è andato in ex aequo a Crackie, film canadese di Sherry White che richiama per la durezza il primo cinema di Ken Loach, e allo statunitense Guy and Madelaine on a Park Bench di Damien Chazielle, piccolo musical jazz in cui anche il niente può sembrare tutto grazie alla corposità del bianco e nero.
Opere prime rivolte al futuro che hanno riempito le sale torinesi con una media impressionante di sold out, a testimonianza del fatto che un festival non ha sempre bisogno di posare i piedi su un red carpet. A volte basta che faccia sollevare gli occhi verso qualcosa che sta arrivando. E quando arriva può persino avere la forma di una città battuta dal mare che fa da tetto alle anime sole.

Ballo ma sogno il cinema

Selenia Orzella

24enne di Taranto con la passione per la danza, Selenia Orzella racconta il suo debutto sul grande schermo con Marpiccolo

di Stefano Papalia
stevenpap@hotmail.it

Selenia Orzella, classe ’84, nasce a Taranto dove vive fino all’età di 12 anni, quando decide di trasferirsi a Roma per frequentare l’Accademia di danza e dare un senso a quella che era la sua passione dall’età di 3 anni: il ballo. Non ha parenti che la possono ospitare nella capitale e, non potendo ancora lavorare, vive nel Convitto Nazionale dalle suore: «Mi sembrava di vivere in un carcere, mi mancava l’aria, sempre gli stessi orari, sempre le stesse facce» – confessa – «e così, appena ho potuto, all’età di 17 anni ho cercato una casa tutta mia dove poter fare quello che più mi andava e agli orari che volevo».
Come è nata, quando e da cosa la passione per il cinema?
«È stato per caso. Insomma io ho sempre ballato e credevo che quella sarebbe stata la mia unica strada, che la mia vita avrebbe girato solo intorno alla danza. Tanto più perchè sono nata timida, lo sono sin da piccola e non ho mai pensato di poter recitare, anzi era una cosa che avevo escluso a priori. Se non avessi ballato, avrei cantato, dipinto magari, ma recitato mai. Invece certe cose arrivano come fulmini a ciel sereno, del tutto inaspettate e in pochi istanti ti travolgono, ancor prima che te ne accorga».
Qual è al momento la tua passione, il tuo sogno?
«Se dovessi dire cosa c’è al centro dei miei sogni in questa fase della mia vita, avrei difficoltà a dare una risposta certa. Danza o recitazione? Non lo so davvero, direi che stanno alla pari».
Come sei entrata in contatto col regista Di Robilant?
«Ho sentito che stavano per iniziare i provini del film per trovare i due attori protagonisti e che si cercavano ragazzi pugliesi. Dal momento che sono di Taranto ho chiesto alla mia agenzia di capire cosa bisognasse fare per le selezioni. Ho così conosciuto il regista, partecipando ai suoi particolari provini, che sono più dei seminari, degli incontri in cui si valutano attitudini, affinità e non solo capacità dei futuri attori».
Cosa ti ha regalato questa tua prima esperienza?
«Mi ha regalato una valanga di emozioni che non si possono descrivere, perché perderebbero la loro essenza. Il cinema è una cosa magica, quello che fai resta nel tempo, diventa immortale. Puoi essere chiunque, qualsiasi cosa, e una volta sul set ti accorgi che è tutto diverso da come immaginavi; così anche una ragazza timida come me riesce a recitare e sentirsi a proprio agio. Devo dire che sono stata fortunata perché ho avuto un grande regista e una serie di collaboratori davvero perfetti».
Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Sono nel cinema o nella danza?
«Beh, ho appena iniziato una scuola di recitazione con Beatrice Bracchi e credo che questo mondo che mi ha dato tanto da subito non lo abbandonerò molto facilmente, anzi farò di tutto per approfondire e migliorarmi. Sto già partecipando alle selezioni per due casting. Cosa posso dire: speriamo bene! Dall’altra parte c’è tutta una vita passata a ballare su palchi scenici come quello di Domenica in o quello della fiction Grandi domani, che poi è anche il luogo in cui ho iniziato a pensare alla recitazione. Partecipavo a quella fiction come ballerina, ma il regista vedeva in me delle qualità di attrice tanto da farmi dire varie battute e consigliarmi di andare a scuola per tirare fuori il talento. Il ballo per ora resta la mia professione, ma sogno il cinema».

Marpiccolo

Marpiccolo

L’Ilva e la polvere rossa, la mafia e il mare di Taranto, nell’ultimo coraggioso film di Alessandro di Robilant

di Stefano Papalia
stevenpap@hotmail.it

Sullo sfondo di Marpiccolo, dietro a tutti e davanti a tutto, c’è Taranto, la città del porto, la città del sud Italia e della Puglia. La città dell’Ilva, la grande industria siderurgica, criticata spesso per l’inquinamento prodotto. In conferenza stampa è lo stesso regista del film, Di Robilant, che racconta la sua personale esperienza sul set, parlando di una polvere rossa che si respira e che si poggia sulle mani. Loro, quelli che il film l’hanno girato, in questa città ci sono stati poco tempo; gli altri, quelli che lì ci vivono e che all’Ilva sono costretti a lavorare per non morire di fame, la respirano da sempre. A Taranto, la terza città più inquinata del mondo e la prima più inquinata d’Europa, il tasso di mortalità è più alto che in ogni altra parte d’Italia.
È in questo clima e in questo posto fatto di cose sbagliate e di sogni di fuga, che si ambienta il film, che viene messa in scena una storia a metà tra un’onnipresente mafia locale e i sentimenti intensi che soli riescono a tenere vivi. Tutto ruota intorno alle vicende di Tiziano, l’esordiente e convincente Giulio Beranek, di professione giostraio. Lui, un ragazzo non ancora maggiorenne che è costretto a rimpiazzare il ruolo dell’uomo di casa dopo che il padre ha perduto la cognizione della realtà. Lui, ribelle perché costretto dalla vita dura che nel quartiere Paolo IV di Taranto si fa. Lui, che in tutto questo è capace di amare davvero e proteggere con tutto ciò che può, sua sorella, sua mamma e la sua ragazza Stella (l’altra giovane esordiente Selenia Orzella). Lui, che si scontra con il boss locale Tonio e che per miracolo non muore, ma che poi entra in quel circolo vizioso da cui spesso non si esce più. Lui, che finisce in riformatorio per aver fatto qualcosa che non poteva evitare di fare e dove all’inizio rischia di morire, ma poi finisce col rinascere grazie all’aiuto inaspettato del direttore-professore; e alla domanda di un giornalista: «ma sono davvero così perfetti i riformatori pugliesi?» il regista risponde: «no, ma in realtà tanto difficili come quella affrontata, è molto più facile incontrare uomini straordinari che si caricano sulle spalle intere vite, senza chiedere né ricevere nulla in cambio». Difficile scorgere la differenza tra la sensazione di prigionia di quel riformatorio e quella fuori, stretta tra i confini di una città e ancora prima di un quartiere, che non ti lascia scappare, che t’incastra e t’ingoia l’anima. Più volte viene inquadrato e messo al centro di tutto il mare, ma è un mare sporco in cui si ha paura di entrare perché «si potrebbe bere un sorso di quell’acqua e morire», un mare che non trasmette libertà, che fa solo da confine tra Taranto e il resto del mondo. E poi viene messa in risalto l’energia e la tenacia delle donne del posto che non hanno paura perché non possono averne e che lottano per la propria famiglia e per i propri figli contro i potenti e i poteri che si dimenticano di ogni cosa. All’interno del degrado e della prigionia l’unica via di scampo sembra essere la lettura, grazie a cui si può viaggiare senza doversi muovere, che ti fa vedere posti lontani anche se resti fermo. Toccante la scena in cui padre e figlio si abbracciano all’uscita dal riformatorio.
Ottima e convincente la prova degli attori, soprattutto dei due esordienti assolutamente in grado di trasmettere le proprie emozioni e sensazioni. Ottime regia e scenografia, capaci di creare uno spaccato di vita in uno dei quartieri più difficili del nostro Paese. Ottimo e consigliato il libro da cui questo film prende vita: Stupido di Andrea Cotti, che è anche sceneggiatore.

Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo

Parnassus

Il mito del Faust, l’inestricabile intreccio fra bene e male e un cast d’eccezione nell’ultimo film del visionario Terry Gilliam e opera postuma di Heat Ledger

di Gaetano Maiorino
gaetmaior@yahoo.it

Addio Heat. Bentornato Terry. Un senso di vuoto artistico, di speranza impossibile da mantenere, si alterna all’abbraccio che stringe di nuovo chi sembrava smarrito dietro scelte cinematografiche sbagliate e opere mal riuscite. Si può riassumere così la sensazione che si prova al termine della visione di Parnassus, passo d’addio del compianto Ledger e ultimo film del regista Gilliam, che mette alle spalle i fratelli Grimm e Tideland per risorgere a nuova vita (artistica) con un’opera compiuta e completa, difficile e affascinante.
Faust e la sua mitologia a fare da base, il talento visionario del regista e un cast in ogni passaggio perfetto, a fare il resto.
Parnassus è un vecchio imbonitore che, per conquistare la donna di cui si è innamorato, scende a patti con il diavolo: ritorna giovane e diventa immortale. Ottiene il suo scopo, ma in cambio, il demonio, interpretato da Tom Jones, chiede la vita della sua prima figlia, Valentina, nel giorno in cui compirà sedici anni. Intanto Parnassus viaggia con il suo spettacolo itinerante, “L’imaginarium”, nelle buie periferie londinesi cercando il modo di sfuggire al suo patto.
Trama che non stupisce e che suona già nota, ma a questo punto Gilliam decide che questo suo film non resti soltanto la storia del bene che lotta con il male nel più retorico dei discorsi, bensì confonde il bene e il male, confonde luoghi e volti, immerge i suoi personaggi in nuovi mondi che altro non sono se non la propria coscienza (non a caso vi si entra attraverso un finto specchio), e pone il problema della scelta come linea portante della sua narrazione.
La speranza di trattenere sua figlia a sé porta Parnassus a una nuova scommessa con il diavolo, chi riuscirà a conquistare cinque anime avrà come premio Valentina. Per appropriarsi dei cinque trofei, Parnassus si fa aiutare da Tony, ambiguo e sfuggente, salvato dalla sua carovana bizzarra e portato con il gruppo a recitare nello spettacolo. Il giovane è perfetto per attrarre le prede dell’Imaginarium, bravissimo a plagiarle. Ne conquista quattro e pareggia i conti con il diavolo. Poi diventa l’ago della bilancia, l’ultima anima da ghermire, conteso tra i due sfidanti.
L’espediente di Gilliam necessario per sostituire lo scomparso Ledger nell’interpretazione proprio di Tony, diventa un ulteriore spunto narrativo. I tre attori che si alternano nel ruolo, Johnny Depp, Jude Law e Colin Farrel, diventano così altri volti, nuovi volti, di Tony, che mentre da un lato cerca di portare a sé vecchie signore desiderose di nuove emozioni, si confronta con il suo sfaccettato carattere, con la sua turbolenta coscienza. Passando nello specchio di Parnassus, anche chi è in grado di manpolare le scelte altrui si deve confrontare con il proprio essere e si trova davanti alla scelta. Dentro lo specchio tutto ciò che sembra assurdo prende forma, ogni più indefinito e intimo desiderio, il bizzarro, l’impossibile che esistono dentro di noi, sono resi reali e reali sono le loro conseguenze. Lo specchio si comporta come una lente che ingigantisce ciò che è nell’animo di chi lo attraversa. Il variopinto mondo che si apre ogni volta dietro e dentro l’Imaginarium rappresenta paure e desideri e giunto il proprio turno, scegliere diviene quindi non solo schierarsi, ma determina la sopravvivenza.
A Gilliam non si può chiedere certamente di replicare il capolavoro che è stato Brazil. Ma anche questo nuovo mondo che propone, quest’altro mondo tutto interiore, affascina, rapisce e coinvolge.
Il regista si è paradossalmente trovato a dover combattere contro la fama del suo film, divenuto celebre ancor prima di uscire a causa del drammatico lutto accaduto durante le riprese. Ma il rischio che Parnassus diventasse soltanto l’ultimo film in cui ha recitato Heat Ledger è stato superato.

Sotto il Celio Azzurro

Sotto il Celio Azzurro

Nel documentario presentato a Roma per “Alice nella città”, l’educazione infantile e il dialogo fra le culture secondo Edoardo Winspeare

di Angelo Mozzetta
angelomozzetta@tiscali.it

Edoardo Winspeare, regista italiano fuori concorso al Festival di Roma 2009, ci racconta la nascita del suo documentario Sotto il Celio Azzurro, ambientato in un asilo romano: «L’idea non è mia ma dei produttori Graziella Bildeshaim e Paolo Carnera, che hanno entrambi un figlio lì e mi hanno chiesto di fare un documentario sull’argomento. All’inizio non ero così convinto, per cui mi sono riservato di visitare questo asilo per una settimana e prendere una decisione successivamente. Dopo quella settimana ho accettato con grande piacere, e allora abbiamo seguito per un anno la vita del Celio e abbiamo fatto questo documentario».
Winspeare ci tiene a redistribuire i meriti del film: «Io compaio come regista, ma dovrebbe essere firmato, insieme a me, da Luca Benedetti e Sara Pazienti, che sono i montatori, e poi in primis dalla produttrice e dal direttore della fotografia. È un film quasi collettivo. Anche se firmo io come regista, in fondo ho fatto di più l’operatore. Il direttore della fotografia è l’ideatore e ha curato e finalizzato la fotografia. La struttura, anche se discussa insieme a me, è più un’idea dei montatori».
Il tuo vero apporto alla causa è quindi più nel contenuto che nello stile?
«La mia impronta è più un interesse morale, verso i giovani soprattutto. Uno sguardo di passione e di partecipazione alle vicende dei miei “fratellli umani”. Io amo molto il mio Paese, che è purtroppo sempre più volgare e cinico, e in questo senso l’esperienza di Celio Azzurro è veramente esemplare. È un raggio di luce in una notte buia. Cito sempre quella frase di Borges: “Queste persone, di cui ignoriamo l’esistenza, stanno salvando il mondo”: il tipografo che compone quella pagina che non ama, ma lo fa bene; chi è contento che sia esistito Stevenson, chi accareza un animale quando nessuno lo vede. Queste persone salvano il mondo, non i grandi eroi. È un’altra versione della frase di Brecht “Il teatro è il paese che non ha bisogno di eroi, ma di eroi quotidiani”. Questi maestri del Celio sono eroi quotidiani».
Gli intenti del film allora non sono soltanto di pubblicizzazione e promozione dell’asilo in sé, quanto dello spirito che lo anima…
«Intanto speriamo che il Celio si possa salvare, e poi che diventi metafora per una scuola diversa in Italia. Quello che ho imparato da questi maestri è che non è così difficile trasmettere dei valori e delle idee positive se ci si crede fino in fondo. Sta tutto lì: con la passione, con l’amore, hai già fatto il 70% del lavoro. Poi devi essere un buon pedagogo, avere una metodologia e soprattutto una grande dedizione al lavoro».
Un inno al voler fare?
«Sì, a voler far bene le cose. Penso spesso che una caratteristica italiana era quella di fare un buon artigianato, e loro sono dei buoni artigiani dell’educazione».
Un concetto che nelle scuole italiane, di tutte le età, si trova sempre più di rado…
«Conosco molto bene la realtà delle scuole perché ci ho lavorato. I maestri sono spesso stufi, scocciati, dicono che i ragazzi sono bestie, capre… però se si decide a
priori che siano così, quelli verranno fuori ancora peggio. Ancora più importante in questo senso è la scuola materna, perchè è da lì che inizia tutto. In Italia si pensa sempre “Che posso fare io?”, tanto l’ambiente fa schifo, la società fa schifo, la mafia, il clientelismo, Berlusconi… quindi io non posso dare niente. Invece no. Ognuno di noi può fare qualcosa, e questi maestri non è che si ergano a fini intellettuali o inventori di un metodo, anzi: sono persone normali, dotate di un talento da pedagoghi,  che semplicemente vogliono fare bene le cose. Queste persone ci sono, e penso di averle scovate grazie a Bildeshaim e Carnera. A me piacerebbe fare un documentario del genere su un artigiano, un pescatore, un montatore. Una persona che fa bene il suo lavoro, che non si imbosca: anche con allegria, perché ci vuole. Anche con leggerezza, che dovrebbe essere la soluzione per il nostro paese. I tedeschi ad esempio riescono a fare le cose con serietà e gravità, e poi si divertono in vacanza. Noi riusciamo soltanto se manteniamo quel tono di leggerezza, specialmente da Roma in giù».
A chi è dedicato il film?
«Il film è dedicato a Giulia, una maestra fondatrice che non c’è più. Io dedico sempre il film al santo patrono, nonostante anche questo sia un film profondamente laico, quindi San Pietro e Paolo, ma è più un mio vezzo, un po’ per scaramanzia».
Hai trovato qualche disagio nel filmare soggetti che non sono attori professionisti?
«È stato molto divertente. Il particolare di questa scuola è che i maestri sono per metà uomini, e gli uomini si mettono più in evidenza delle donne, e hanno preso un pò la scena, però sono molto divertenti».
Nessun problema allora con l’occhio gelido della macchina da presa?
«Assolutamente no, anche perchè sono stato lì un mese prima a conoscerli, poi giravo con persone che conoscevano il Celio già da prima. In realtà ho il problema contrario: spesso non mi identificano come regista… sono una persona discreta, non ne ho l’aria».
Strutturalmente parlando, come si è sviluppata l’idea del film?
«C’era un’idea di struttura all’inizio, volevamo cominciare a filmare magari un certo personaggio, ma poi non è stato più possibile e abbiamo semplicemente filmato quello che succedeva lungo il corso dell’anno. Dopo le riprese, i montatori hanno pensato a uno spunto, che era quello di Attenti a quei due: pensare per ognuno una regressione, per mostrare che ogni maestro, ogni uomo e ogni padre deve ricordarsi che è stato bambino: i momenti più felici sono quelli dell’innocenza. Ogni maestro ha una sfilza di fotografie e musiche che lo portano dai giorni nostri a quando è neonato. Uno di loro dice: “I bambini sono felici se ricordiamo loro che anche noi siamo stati bambini”. I bambini sulla carta ci credono, ma in realtà non lo sanno. Non immaginano che anche il papà si faceva pipì nei pantaloni o giocava”. Berlusconi, D’Alema, sono stati bambini? E Napoleone o Hitler? È una maniera di provare umanità per le persone più assurde, cosa che loro non fanno molto spesso: contemplare l’uomo in tutta la sua fisiologia, oltre che complessità psicologica e profondità spirituale. Amen».

L’Italia del nostro scontento

L'Italia del nostro scontento

Un documentario a tre voci – Elisa Fuksas, Francesca Muci e Lucrezia Le Moli – per raccontare ambiente, giovani e politica di un paese in continua trasformazione, un affresco polifonico per capire veramente chi siamo

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

Comincia con una riflessione sulla bellezza il documentario L’Italia del nostro scontento, presentato a Roma nella sezione L’Altro Cinema e realizzato da Elisa Fuksas, Francesca Muci e Lucrezia Le Moli a partire da un’idea di Franco Scaglia. Tre capitoli di vita italiana per raccontare l’“Ambiente”, i “Giovani” e la “Politica” del nostro paese, attraverso un collage polifonico di testimonianze spontanee e frammenti d’immagine. Se Elisa Fuksas si interroga sulla costruzione sociale del paesaggio, mettendo a confronto voci d’autore (da Winspeare a Olivero Toscani) e sguardi di periferia, Francesca Muci attraversa l’universo giovanile riproducendone la multiforme varietà geografica, sociale e politica, restituendoci l’immagine di una generazione sfuggente, variegata, ma fortemente consapevole, scissa tra la voglia di apparire e quella di cambiare. Lucrezia Le Moli fa invece il punto sulle contraddizioni politiche del nostro tempo, esplorando come gente comune e giovani professionisti, lavoratori e disoccupati esprimono, ciascuno a suo modo, idee politiche e punti di riferimento ideologici. Un affresco a tre voci, dunque, per raccontare chi siamo e dove stiamo andando. Ora visionario e immaginifico, ora fatto di parola e giornalistico, il documentario si sviluppa attraverso tre stili e tre approcci diversi, mantenendo comunque una sua straordinaria unità di fondo e una profonda comunione d’intenti.
Abbiamo chiesto ad Elisa Fuksas e Francesca Muci di raccontarci le origini di questo progetto.
Alcuni dei personaggi che compaiono nel capitolo “Ambiente”, da Winspeare agli abitanti di Tor Bella Monaca a Roma, dicono che oggi gli architetti disegnano senza guardare, senza vivere in prima persona il territorio che andranno a modificare. È realmente così?
E.F: «Non credo che oggi gli architetti vivano separati dall’ambiente che progettano. Credo che le parole del ragazzo di Tor Bella Monaca siano semplicemente dettate dalla rabbia. A volte, come nel caso del Corviale, sempre nella periferia romana, si è arrivati a delle vere e proprie aberrazioni, tanto che l’architetto che lo ha progettato si è suicidato. Bisognerebbe esaminare i casi particolari, ma in generale posso assicurarti che gli architetti non fanno altro che camminare a piedi col naso per aria ad osservare la realtà che li circonda!».
Come avete selezionato i giovani che hanno raccontato i problemi delle nuove generazioni?
F.M.: «Semplicemente andando in giro in motorino. Li trovavo per strada, li fermavo e cominciavo a parlarci. Molti di loro non sapevano neanche cosa stessi girando esattamente. Ho preferito che il progetto rimanesse implicito per non alterare il loro pensiero, per lasciarli liberi di esprimere le loro idee sulla loro vita e il Paese in cui vivono».
EF: «Io invece ho dovuto scartare qualche testimonianza. Non so perché (ride), ma la gente, quando si trova davanti a una telecamera, inizia a parlare di qualunque cosa, pure della lavatrice che non gli funziona. Uno, ad esempio, ce l’aveva a morte con Asor Rosa. Altri invece parlavano male della casa del vicino per invidia personale… Ma a parte questi casi, che ho deciso di non includere nel documentario, le altre sono state testimonianze preziose. Ho trovato ad esempio una classe di studenti americani molto intelligenti che mi hanno aiutato a raccontare l’Italia come un prodotto che è ancora in vendita ma che in realtà non esiste più. Tutto quello che oggi viene definito come “made in Italy” spesso fa riferimento a un prodotto che non c’è. Se ti guardi in giro, ormai il cibo è orribile, il vino è di scarsa qualità, le donne sono di plastica…».
E cosa emerge dalle testimonianze raccolte?
F.M.: «Innanzitutto uno scarso senso di appartenenza. Quando chiedevo ai giovani che impressione avessero del Paese dove vivono, mi rispondevano sempre riferendosi al loro quartiere. Il Paese è il loro quartiere, non c’è un senso di appartenenza che va al di là dei confini del posto in cui abitano. E poi c’è una grande voglia di apparire, di farsi conoscere. Moltissimi di quelli che ho incontrato sognavano di entrare al Grande Fratello…».
Il documentario è diviso in tre parti, ciascuna realizzata da un’autrice diversa, ma c’è una grande coerenza stilistica, come fosse un’opera sola. Da cosa è dato questo senso di unitarietà? Avete lavorato insieme?
E.F.: «In realtà ci siamo incontrate pochissime volte. Abbiamo lavorato separatamente. Poi la colonna sonora indubbiamente ci ha aiutato a dare al tutto un senso unitario e una coerenza di fondo. Ma anche l’autore delle musiche ha lavorato per conto suo…».
F.M.: «Forse il senso di unitarietà nasce dal fatto che siamo donne e che in fondo parliamo tutte degli stessi problemi, ma poi ciascuna di noi ha il proprio sguardo sulle cose…».

C’erano una volta i campioni

La maglietta rossa

Con La maglietta rossa Mimmo Calopresti porta al Festival di Roma la storia di Adriano Panatta, simbolo di uno sport capace di essere testimonianza sociale e politica

di Lucia Santarelli
lucia.santarelli@libero.it

Regista di rilievo internazionale, giurato a Venezia nel 2004 e a Cannes nel 2001, vincitore di un Nastro d’Argento con La parola amore esiste e del Premio Solinas con La seconda volta, Mimmo Calopresti insiste nell’impegno documentario e, a un anno di distanza da La fabbrica dei tedeschi, sulle morti nel rogo ThyssenKrupp, arriva al Festival di Roma con un altro episodio di storia italiana. È il 1976 e, tra proteste e dissensi, la nazionale italiana di tennis partecipa a una discussa Coppa Davis vincendola, in finale, contro il Cile di Pinochet. In campo, Adriano Panatta indossa una maglietta rossa.
Perché scegliere di farne un docufilm?
«In qualche modo mi pare che oggi la società non abbia più quella capacità di reagire, appassionarsi, discutere. All’epoca, la decisione di partecipare alla coppa alimentò un dibattito molto accesso. Anche lo sport si dimostrò un mezzo per testimoniare qualcosa. Oggi, invece, tutto è vissuto come un reality, lo sport, la politica».
Il parere positivo di Berlinguer, come lo stesso Panatta dichiara, fu decisivo per autorizzare la partenza della squadra e la vittoria arrivò quando in Italia il clima politico e sociale era al culmine della tensione. Come in altri momenti è accaduto, pensa che anche allora si volesse utilizzare un successo sportivo per distogliere l’attenzione da altri problemi?
«Non credo. Penso ci sia stato un intento sincero nel fare in modo che la squadra partecipasse al torneo. Sicuramente quella vittoria è servita ad avvicinare al tennis tantissimi ragazzi, aprendo anche a chi non poteva permettersi il circolo Parioli».
Il docufilm ricompone la vicenda attraverso le parole del suo protagonista principale, Adriano Panatta, accompagnate da immagini di repertorio…
«Il linguaggio documentario ha potenzialità altissime perché è in grado di raccontare la realtà per quello che è. Le storie delle persone, dei fatti accaduti sono in grado di coinvolgere il pubblico spesso molto più della pura finzione. Andrebbe utilizzato molto di più».
Dopo il Festival di Roma, dove sarà presentato fuori concorso, La maglietta rossa sarà, per cominciare, distribuito in dvd. Ma la maglietta originale, esiste ancora?
«Certo che sì. L’ho vista custodita insieme alle racchette di legno che Panatta si faceva realizzare a mano. Era un tennis d’altri tempi, un tennis antico».

Immota Manet

Gianfranco Pannone

Immagini del terremoto e brani di Silone nel documentario breve realizzato da Gianfranco Pannone e dall’Accademia dell’Immagine dell’Aquila

di Francesco Del Grosso
francescodelgrosso@yahoo.it

All’indomani della tragedia che ha colpito l’Abruzzo, arriva sugli schermi del Festival di Roma per “L’Altro Cinema” Immota Manet, breve ma intenso documentario firmato da Gianfranco Pannone e dagli Allievi dell’Accademia dell’Immagine de L’Aquila. Proprio in quei giorni che hanno preceduto il sisma, gli autori stavano preparando un omaggio al celebre scrittore abruzzese Ignazio Silone, lavorazione interrotta proprio a causa del terremoto. Figlio di una mutazione creativa e visiva, il lavoro prende nuova forma e sostanza permeandosi del dolore e della sofferenza che quella notte ha causato. Si fa così collage emotivo mescolando le immagini del terremoto con i versi di Silone tratti da Uscita di sicurezza.

Non solo diva

stefania sandrelli

Una delle attrici simbolo del cinema italiano, Stefania Sandrelli debutta alla regia con il film Fuori Concorso Christine Cristina

di Elena Mandolini
mand.mae@libero.it

«È stato come fare il direttore di una banda». Icona del fascino femminile italiano e vincitrice nel 2005 del Leone d’Oro alla carriera, Stefania Sandrelli racconta così la sua prima esperienza da regista. Dopo un primo tentativo, poi abbandonato, di passare dietro la macchina da presa circa vent’anni fa, la Sandrelli vi riesce col film Christine Cristina, che omaggia la poeta e scrittrice Cristina da Pizzano. Come la protagonista del suo film, anche la Sandrelli si è distinta per le sue doti artistiche, nonché per il carattere fermo che l’ha portata a un percorso lavorativo in costante ascesa. Sicuramente la sua bellezza – vinse il concorso Miss Cinema Viareggio – l’ha avvicinata più repentinamente al grande schermo, regalando di lei l’immagine di seduttrice bambina, come in Divorzio all’italiana di Pietro Germi. Da allora i più grandi registi italiani l’hanno voluta come protagonista: Mario Monicelli, Bernardo Bertolucci, Ettore Scola. Basterebbe anche solo citare C’eravamo tanto amati, Alfredo,Alfredo o Quelle strane occasioni, per ricordarla statuaria nelle sue interpretazioni, mentre duetta con Dustin Hoffman, Vittorio Gassman e Alberto Sordi. Nota alle più giovani generazioni grazie alle fiction tv Il bello delle donne, Il maresciallo Rocca, e il film L’ultimo bacio di Gabriele Muccino, è attiva nella lotta contro l’Alzheimer, come testimonia il cortometraggio Ogni giorno. Dopo aver recitato nel 2007 accanto alla figlia Amanda in Io e Mamma, torna a lavorare con lei proprio in Christine Cristina, dove Amanda è l’interprete principale. La Sandrelli racconta così la sua scelta: «Ho trovato in lei una disponibilità, una bravura, un affetto che forse solo lei poteva darmi». La neo regista ci regala un quadro della Francia ottocentesca, fatta di meccanismi politici e giochi di potere, la cui scenografia è stata realizzata su di un set di Cinecittà già precedentemente utilizzato per un altro film.
Christine Cristina si basa sulla vita della vedova Cristina costretta a trovare un espediente per mantenere sia lei che i due figli, pur di non chiedere protezione al potente di turno. Sarà proprio grazie ai versi decantati dal poeta e menestrello Charleton, interpretato da Alessandro Haber, che Cristina scoprirà di avere lei stessa doti di poeta. Il desiderio di raccontare questa storia, rivela Stefania Sandrelli, è nato quasi per caso: «Guardando una vetrina di una libreria ho visto su una copertina un volto di donna: era Christine, che poi è diventata la protagonista del mio film. Anche in questo caso, più che scegliere, sono stata scelta».

Lucini e il ritorno della commedia all’italiana

Oggi sposi

Con Oggi sposi, presentato in anteprima Fuori Concorso, si ride, ma con raffinatezza

di Sandra Capitano
sandracapitano@gmail.com

Luca Lucini, milanese, classe 1967, arriva per la prima volta al Festival Internazionale del Film di Roma con la sua nuova commedia Oggi sposi, film corale con per protagoniste quattro coppie in attesa di convolare a nozze.
Ma chi è Luca Lucini?
Sin dal suo debutto cinematografico nel 2003 è stato distribuito o co-prodotto da colossi americani in Italia come Warner Bros. o Universal Pictures. E non è un caso. Cimentandosi in trasposizioni cinematografiche di best sellers letterari (Tre metri sopra il cielo, Solo un padre), e avvalendosi sempre di attori italiani emergenti (Scamarcio, Argentero, Crescentini, Pession) così come di affermati sceneggiatori (Bonifacci,Brizzi, Martani), a Lucini va il merito di aver re-introdotto – insieme a pochi altri – la commedia all’italiana light-refined: quella che fa sorridere, ma senza scadere nel pecoreccio, che attinge dalla realtà, ma senza addolorare.
Proprio come la intendeva Goldoni ne Il teatro comico e a cui Lucini dichiara di ispirarsi.
«In Oggi sposi, così come per altri miei film, ho utilizzato una scrittura forte  e bravissimi attori. Lo considero un tentativo non complessato di attualizzare le commedie brillanti, quelle prodotte qui in Italia dalla metà degli anni 50 in poi».
E mentre la nostra tradizione si rinnova, il botteghino esprime la sua riconoscenza:  i film di Lucini, infatti, incassano quasi sempre non meno di 3 milioni di euro.

American Prince: l’inedito di Scorsese riproposto da Tommy Pallotta

American Prince

Alla fine degli anni 70 circolava con copie di contrabbando. Dopo trent’anni, finalmente anche noi sapremo chi era Steven Prince

di Sandra Capitano
sandracapitano@gmail.com

Dopo The Departed – proiettato durante la prima edizione della Festa del Cinema di Roma nel 2006 – Martin Scorsese ritorna sugli schermi dell’Auditorium con il suo lost documentary del 1978 American Boy, ripresentato adesso con il titolo American Prince dal regista Tommy  Pallotta (conosciuto per aver prodotto l’animation-thriller-crime A Scanner Darkly, uscito in Italia con Warner Bros. nel 2006).
Ma chi è questo american boy di cui parlava Scorsese? E perché, dopo trent’anni, un altro regista americano decide di rilanciare l’attenzione sulla sua vita?
È Steven Prince, amico e coinquilino di Scorsese (tanto da affidargli la parte del trafficante di armi in Taxi Driver), nonché un ex tossicodipendente che amava raccontare aneddoti, molti dei quali realmente frutto della sua esperienza di vita. Divenuto road manager di Neil Diamond, Prince fu considerato da Scorsese un personaggio talmente affascinante «che nessuno sceneggiatore avrebbe mai potuto immaginarlo o sognarlo». Egli decise pertanto di ritrarlo su pellicola, ma senza mai diffondere ufficialmente quanto aveva girato.
«La prima volta che vidi American Boy ne rimasi impressionato», dichiara Pallotta. «Riuscii a vederlo durante un filmstudio, mentre ero al college a studiare filosofia. A quei tempi era visibile solo attraverso copie di contrabbando. Era un cult sia per i filmakers che per i cinéphile dell’epoca. Ricordate la scena di Pulp Fiction in cui Travolta deve colpire al cuore con una siringa di adrenalina Uma Thurman per terra in overdose?» – continua Pallotta – «questa che ormai è divenuta una delle più famose della storia del cinema non è altro che un omaggio di Tarantino a Prince. Era tra le storielle della sua vita che Prince amava particolarmente raccontare. Gli era veramente accaduto. E anche Tarantino aveva visto il documentario con una di quelle copie di contrabbando».
L’incontro tra Pallotta e Scorsese è avvenuto per caso nel 2006. «Ho talmente amato American Boy - dichiara Pallotta – che ho ritenuto necessario riproporre un ritratto di Prince dopo trent’anni, in modo da farlo conoscere al grande pubblico. Anche a Scorsese è piaciuta l’idea e ha pensato che bisognava finalmente dargli la giusta attenzione».
Acclamato all’Sxsw, il Sothwest Film Festival, American Prince è senza dubbio un irrinunciabile doppio dipinto d’autore.

Padre Jerzy, il sindacalista di Dio

Popieluszko

Nel film biografico di Rafal Wieczynski la straordinaria rivoluzione di Padre Popieluszko nella Polonia di Solidarnosc

di Tania Di Giacomantonio
tdigiacomantonio@yahoo.it

Ciò che la Detassis ha annunciato nella conferenza stampa, ovvero che quello di quest’anno «è un festival che mira a mescolare film di grande appeal divistico con altri più spirituali e politici in senso alto», calza bene a Popieluszko di Rafal Wieczynski, giovane autore polacco di documentari per cinema e televisione. L’anteprima il 19 ottobre in Sala Sinopoli nella sezione Proiezioni ed eventi speciali, racconta la storia vera di un presbitero polacco, convinto anticomunista che nelle sue prediche lanciava critiche al sistema e invitava la gente a contestare il regime. Padre Jerzy Popieluszko si unì ai lavoratori del sindacato autonomo di Solidarnosc, contrario al regime comunista. Le sue omelie venivano trasmesse da Radio Free Europe, che gli diede popolarità anche all’estero. Ma presto venne rapito, torturato e ucciso dai servizi segreti. Film toccante e sicuramente celebrativo, non arriva allo spettatore in toni pesanti: il racconto biografico commovente è guidato da  una regia asciutta, di ampio respiro e attenta a unire dettagli cronologici e vero sentire.
«Il mio primo film l’ho fatto per amore del cinema. Il secondo, Popieluszko, l’ho fatto perché era necessario. Sono passati vent’anni dalla conquista della nostra libertà ma nessun film ha raccontato la battaglia contro il regime. La generazione più giovane non conosce quelle lotte, non immagina nemmeno cosa hanno significato per noi polacchi quei mutamenti radicali», racconta Rafael. «Popieluszko è la storia vera, e insieme romantica, delle radici della libertà di cui oggi gode tutta l’Europa Centrale. È la storia del fantastico periodo di Solidarnosc, della vergogna della legge marziale e dei crimini del regime nella Polonia degli anni 80». Rafael Wieczynski aveva già realizzato il documentario I vincitori non muoiono. Documento su padre Popieluszko, inedito in Italia.
«Non ho mai conosciuto direttamente Padre Popieluszko, ma all’età di sedici anni, come molti miei coetanei, a dispetto dei divieti, mi assentai da scuola per partecipare ai suoi funerali. Mi chiedevo se sarei stato capace come lui di sacrificare la mia vita per la Verità».

Alza la testa

Alza la testa

Dopo L’aria salata Alessandro Angelini torna in Concorso al Festival di Roma con Alza la testa, la storia di un uomo ferito dalla vita e del suo desiderio di riscatto

di Tania Di Giacomantonio
tdigiacomantonio@yahoo.it

In concorso alla IV edizione del Festival di Roma, Alessandro Angelini presenta Alza la testa, con Sergio Castellitto, Gabriele Campanelli, Giorgio Colangeli. Giovane regista romano, nasce come fotoreporter, ma finisce per essere assistente alla regia e poi aiuto regista, di Nanni Moretti, Mimmo Calopresti, Cristina Comencini. Con L’aria salata, suo film d’esordio, nel 2007 è stato vincitore di due David di Donatello (miglior attore non protagonista e miglior produttore).
Come nasce l’idea del film, trae spunto da una storia vera?
«La storia non parte da un vissuto, ma non è neanche un racconto di fantasia. Questo film nasce fondamentalmente dall’osservazione, dalla mia curiosità di mettere in scena cose belle da poter raccontare. Il punto di partenza è sicuramente un uomo (interpretato da Sergio Castellitto), con la ruggine addosso: sente che le cose si stanno ormai mettendo male, ed è animato da un desiderio di riscatto, dunque si danna per mettere le cose a posto e cercare di riequilibrare il piano dissestato. Ma così facendo, si complica ancora di più la vita resa già dura dai colpi bassi ricevuti, e si allontana ancora di più da una scelta di condivisione con gli altri, perdendo tutto, nella fattispecie suo figlio, la cosa più cara che ha. Questa l’idea di partenza: un uomo che continua a sbagliare animato da un desiderio di riscatto, seguendo delle scelte che lo danneggiano».
Qual è il messaggio della tua storia?
«Il messaggio vero è un po’ sintetizzato dal titolo: alza la testa! Nel film c’è la boxe di mezzo, Castellitto ha un mediocre passato da pugile dilettante, al contrario del figlio diciassettenne che è un vero talento. Lui vuole riscattarsi attraverso i successi del ragazzo, ma la vita riserva delle sorprese e arriva il momento in cui un allenatore più bravo di lui glielo toglie. Questo è già un primo colpo perché deve abbandonarlo, quindi “alza la testa” è il grido rivolto al ragazzo, ma anche a se stesso nel senso di guarda chi hai davanti, non chiuderti non essere schivo, intento a pensare solo ai tuoi interessi. Il messaggio è realmente la storia di una caduta e di una resurrezione».
Ti senti cresciuto rispetto a L’aria salata?
«(ride) Il primo film è sicuramente qualcosa in cui arrivi senza preparazione. Tanti anni di gavetta, ma quando ti sposti fisicamente dietro la macchina da presa è tutto diverso, cambia tutto. Quindi fai il primo film con grande incoscienza, ti butti e mentre succedono le cose ti accorgi che stai lavorando. Il secondo film è realmente più difficile proprio perché ci arrivi con un’altra consapevolezza. Ho avuto la fortuna di attraversare i generi con grande libertà, mantenendo le caratteristiche che fanno parte del mio bagaglio: inizia come una commedia sgangherata, segue come un romanzo di formazione, poi diventa drammatico, con un finale imprevisto. In questo senso il secondo film è una crescita, poiché mi sono dato la possibilità di esplorare altre strade, provare cose che prima non avrei avuto il coraggio di fare».
Il direttore artistico del festival, Piera Detassis, dice che questa quarta edizione è all’insegna dell’osmosi, cioè saranno presenti film per cinefili e film d’intrattenimento. Il tuo lavoro dove lo collocheresti?
«Per me è importante sempre l’osservazione, partire da un dato reale. Non faccio film politici nel vero senso della parola, però quando si offre l’occhio alla realtà c’è sempre un’angolazione che è quella del regista e il taglio glielo dai raccontando la storia. Se diamo per assunto che il sociale è sempre politico allora sì, il mio film fa riflettere. Ma è giocato anche sull’emotività, ci son dei colpi di scena che pongono l’attenzione più sull’essere umano che sull’ambito politico/sociale».
Cosa pensi del Festival del Cinema di Roma?
«Io ci torno col secondo film, per cui abbiamo la stessa età, sono dunque contento e curioso di vedere come sarà l’accoglienza. Sono contento di partecipare e poi quando sei in concorso, sei talmente preso dall’esito delle cose, che non hai la possibilità di guardare altri film o di giudicare impostazione e organizzazione. Ho un ricordo piacevolissimo della prima edizione e poi Roma è la mia città, parla di cinema da tutti gli angoli, un festival mancava proprio, lo sento mio».
Progetti futuri?
«Per ora seguire il film, portarlo in giro, presentarlo (esce il 6 novembre con 01 Distribution) e confrontarmi con il pubblico, anche quella è una parte interessante del mio lavoro. Non dimentichiamo che i film si fanno per la gente, dunque è importante far passare un’idea, raccontare una storia e sentire le diverse interpretazioni dopo la visione. Le emozioni sbaragliano tutto, anche dopo L’aria salata avevo in mente una storia, ma poi è andata diversamente. Finché non ti metti al lavoro seriamente alla realizzazione di un film e non vedi che quella storia ti parla, non fai nulla. Non so come facciano gli altri a progettare nei dettagli il loro lavoro, è un approccio imprenditoriale che a me manca».