Protagonista de La nostra vita di Luchetti, Germano trionfa a Cannes come miglior attore, e conquista il quarto posto al botteghino
di Sandra Capitano
sandracapitano@gmail.com
Meno male che Elio c’è. Origini molisane, classe 1980, il protagonista de La nostra vita di Daniele Luchetti, in smoking nero e perfetta dizione ci dedica il suo premio dalla costa francese, ci convince che («nonostante la classe dirigente») forse non viviamo in un paese per vecchi e, più importante di ogni cosa, dona intensità e lustro a un disarmonico film che senza la sua presenza sarebbe stato l’ennesimo poco riuscito lungometraggio italiano.
Preceduto dal roboante Prince of Persia (1°, con 2 milioni di euro), dal leggendario Robin Hood (2°, con quasi 8 milioni di euro ad oggi) e dal giovanilistico Final Destination 3 in 3d (3°, con 960.000 euro), La nostra vita con protagonista il vincitore della Palma d’oro ex aequo (con Javier Bardem), conquista questo fine settimana il 4° posto della classifica, incassando in tre giorni più di 600.000 euro.
Che il film sia incompiuto, opprimente e realisticamente angosciante è stato sottolineato già dalla stampa, soprattutto estera. Non altrettanto chiaramente è stato rimarcato quanto sia Germano, con la sua verace interpretazione, a costruire l’intensità del film, arricchendolo con momenti di acuto dolore che finiscono per turbare lo spettatore per l’intera proiezione.
Degno erede di Mastroianni, Ilio, come lo ha chiamato Tim Burton dal palco della Croisette, è l’unico che poteva rappresentare con così tanta veridicità il rozzo Claudio, un operaio edile figlio dell’ignoranza e dell’ostentazione materiale dei nostri tempi. Incapace di elaborare il lutto (ma anche di capirne il senso), Claudio-Germano sceglie di arricchire i figli con oggetti e regali, anziché con l’amore, la presenza e gli abbracci. E lo fa con ogni mezzo. Quando la presa di coscienza di Claudio finalmente arriva, a pochi istanti dalla fine del film, si percepisce che l’occasione è stata sprecata. L’occasione è quella di aver potuto costruire un film irreprensibile e necessario. Perché Luchetti, dopo essersi spiegato lungamente ed egregiamente in tutta la prima parte, realizzando un docu-film di denuncia, ben girato e con macchina in spalla, si fa prendere dalla foga di voler concludere e di volerlo fare con l’happy end. Al tono realistico sostituisce dunque quello bonariamente romanzato, preferendo mostrare senza spiegare troppo.
Ma nonostante questo, il film ha il merito di proseguire quel filone anti-muccianiano già apprezzato con il recente Soldini , nonché di far esprimere la magnificenza di Germano senza oscurarlo con la presenza di altri attori più noti, ma meno abili, come lo Scamarcio del precedente Mio fratello è figlio unico.
Non ci resta che aspettare i prossimi film di Ilio. L’unico antidivo tra i divi.
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