Elio, antidivo tra i divi

Javier Bardem e Elio Germano a CannesProtagonista de La nostra vita di Luchetti, Germano trionfa a Cannes come miglior attore, e conquista il quarto posto al botteghino

di Sandra Capitano
sandracapitano@gmail.com

Meno male che Elio c’è. Origini molisane, classe 1980, il protagonista de La nostra vita di Daniele Luchetti, in smoking nero e perfetta dizione ci dedica il suo premio dalla costa francese, ci convince che («nonostante la classe dirigente») forse non viviamo in un paese per vecchi e, più importante di ogni cosa, dona intensità e lustro a un disarmonico film che senza la sua presenza sarebbe stato l’ennesimo poco riuscito lungometraggio italiano.

Preceduto dal roboante Prince of Persia (1°, con 2 milioni di euro), dal leggendario Robin Hood (2°, con quasi 8 milioni di euro ad oggi) e dal giovanilistico Final Destination 3 in 3d (3°, con 960.000 euro), La nostra vita con protagonista il vincitore della Palma d’oro ex aequo (con Javier Bardem), conquista questo fine settimana il 4° posto della classifica, incassando in tre giorni più di 600.000 euro.

Che il film sia incompiuto, opprimente e realisticamente angosciante è stato sottolineato già dalla stampa, soprattutto estera. Non altrettanto chiaramente è stato rimarcato quanto sia Germano, con la sua verace interpretazione, a costruire l’intensità del film, arricchendolo con momenti di acuto dolore che finiscono per turbare lo spettatore per l’intera proiezione.

Degno erede di Mastroianni, Ilio, come lo ha chiamato Tim Burton dal palco della Croisette, è l’unico che poteva rappresentare con così tanta veridicità il rozzo Claudio, un operaio edile figlio dell’ignoranza e dell’ostentazione materiale dei nostri tempi.  Incapace di elaborare il lutto (ma anche di capirne il senso), Claudio-Germano sceglie di arricchire i figli con oggetti e regali, anziché con l’amore, la presenza e gli abbracci. E lo fa con ogni mezzo. Quando la presa di coscienza di Claudio finalmente arriva, a pochi istanti dalla fine del film, si percepisce che l’occasione è stata sprecata. L’occasione è quella di aver potuto costruire un film irreprensibile e necessario. Perché Luchetti, dopo essersi spiegato lungamente ed egregiamente in tutta la prima parte, realizzando un docu-film di denuncia, ben girato e con macchina in spalla, si fa prendere dalla foga di voler concludere e di volerlo fare con l’happy end. Al tono realistico sostituisce dunque quello bonariamente romanzato, preferendo mostrare senza spiegare troppo.

Ma nonostante questo, il film ha il merito di proseguire quel filone anti-muccianiano già apprezzato con il recente Soldini , nonché di far esprimere la magnificenza di Germano senza oscurarlo con la presenza di altri attori più noti, ma meno abili, come lo Scamarcio del precedente Mio fratello è figlio unico.

Non ci resta che aspettare i prossimi film di Ilio. L’unico antidivo tra i divi.

Armadillo

Armadillo Vincitore delle Semaine de La Critique, il documentario di Janus Metz “esplode” sulla Croisette come una granata impazzita. Quando il cinema sconfina dal territorio della fiction

di Giacomo Visco Comandini
gviscocomandini@yahoo.it

Armadillo è il nome di una delle basi del contingente danese in Afghanistan. Ed è qui che il regista Janus Metz, già apprezzato documentarista per Ticket to Paradise e Love on Delivery,  ha trascorso sei mesi nell’accampamento. Prima della partenza ha dovuto mettere nero su bianco le sue volontà in caso di morte. Insomma, non una passeggiata. Il suo proposito era quello di “esplorare la guerra in una scala microscopica, quella che riguarda le relazioni  umane tra i soldati”. Una volta arrivato, ha vissuto palmo a palmo con la loro quotidianità, filmandoli mentre giocano nelle tende, mentre si preparano all’attacco ma soprattutto quando sono on field. Li vediamo in azione, mentre sparano a un gruppo di talebani o bombardano attraverso uno schermo lcd un villaggio quasi disabitato. Si vantano perché ne hanno “fatti fuori quattro con una solo granata”. I characters sono quelli di un film di guerra di Spielberg: il balestrato tatuato o il novellino appena rapato zero, poco più che adolescente. Sembra una scena di Black Hawk Down o The Hurt Locker ma non lo è. Questo è il punto. E’ tutto, terribilmente, reale. Una prova registica che travalica i suoi limiti deontologici. Non un reality show, ma un’opera devastante come una granata. E il regista da “embedded” si trasforma in un soldato aggiunto. E noi spettatori respiriamo, sanguiniamo, ci spaventiamo come loro. E tutto questo senza uno straccio di 3D.

Se solo avessero avuto un po’ più di coraggio, sarebbe stato un film perfetto da concorso. Segnatevelo, perché scommettiamo che sarà nella cinquina degli Oscar.

Tamara Drew

TAMARA DREWEFuori concorso a Cannes, Stephen Frears si conferma un grande direttore di attori con una commedia brillante e grottesca, ambientata nella campagna inglese

di Giacomo Visco Comandini
gviscocomandini@yahoo.it

Tra noiosi film d’autore e sbadigli a ripetizione, un premio il film lo vince come quello più divertente del festival. Il regista inglese, invitato Fuori Concorso, poi è l’unico grande maestro a non deludere le aspettative. Dopo il delizioso Piccoli affari sporchi del 2002, Frears ritorna a un film corale, non più nei sordidi bassifondi di Londra, ma nella placida e tranquilla campagna del Dorsey. La protagonista è Tamara, una ragazzona borderline: senza peli sulla lingua, giornalista ultra sexy con due gambe chilometriche, è definita “un’amazzone del XXI secolo”. Tamara fa ritorno al suo villaggio, ed qui che sconvolgerà la placida vita di un gruppo di scrittori, che cercano la loro ispirazione artistica in un’enorme casa.

Non sarà un capolavoro, ma Frears fa qui, ancora una volta, il suo “sporco lavoro”, con una black comedy agreste, tratta dalla graphic novel di Poisy Simmonds. Frizzante, colorato, “bigger than life”, Tamara Drewe funziona, trainato soprattutto dalla bravura  e dalla “sexytudine” della protagonista Gemma Arterton (per lei il 2010 un anno fantastico tra Scontro fra titani, e Prince of Persia). Proprio come lei, Tamara Drewe è un frullato di vari elementi , tra riferimenti letterari alla Thomas Hardy,  rock star tampinate da fan adolescenti, e scappatelle amorose di vari personaggi.

Segnatevelo.

La nostra vita

La nostra vitaUna famiglia della periferia romana. Un Elio germanno ragazzo padre. Il ritratto dell’Italia contemporanea. Luchetti funziona

di Giacomo Visco Comandini
gviscocomandini@yahoo.it

Dimenticatevi le strutture a incastri altmaniane. Andatelo a vedere. In questo festival di Cannes le frecce del cinema italiano fanno nuovamente centro. Dopo il sorprendente Le quattro volte di Michelangelo Frammartino, ecco La nostra vita di Daniele Luchetti, selezionato in concorso. Titolo evocativo come quello dell’ultimo Virzì, Luchetti si sofferma ancora su una famiglia. Non siamo nella Livorno toscanaccia, ma nella periferia romana, nei sobborghi vicino al Grande Raccordo Anulare, dentro i palazzoni costruiti accanto a Ikea. Il protagonista  è Elio Germano (interpretazione come al solito, immensa), operaio edile di trent’anni, ragazzo padre che si ritrova con tre figli a carico, dopo un lutto straziante. Un film che emoziona, in cui si piange, si ride. Un film che reinventa la geografia dell’Italia: se il bar e la piazza sono scomparsi, l’Italia del 2010 si dà appuntamento nei grandi centri commerciali di periferia, i “non luoghi” come li descriveva Marc Augè.

Il merito del regista è quellio di tratteggiare, senza cadere nella macchietta, un’Italia cinica e accecata dal denaro. Ecco allora che l’unico scoglio al quale aggrapparsi è la famiglia, non quella borghese metropolitana, ma quella caciarona e generona romana, quella dei pranzi domenicali a Ostia, quella che puzza di fritto di pesce. L’approccio di Luchetti è quasi documentaristico, alla Dardenne, camera a spalla, e un cast corale credibile. Su tutti il commissario Luca Zingaretti nei panni di uno spacciatore trucido sulla sedia a rotelle, e Raoul Bova in  quelli del fratello timido e riservato di Elio Germano. Un film che non dà giudizi ma ritrae l’altra Italia mai ritratta nei film, quella dei Multiplex, della playstation in salotto, e che campa anche di piccoli “strappi alle regole” per vivere. In fondo loro siamo tutti noi.

Copia conforme

Copia conforme

In concorso a Cannes, Kiarostami presenta un’opera eccezionale, sulla riproducibilità dell’arte e la parabola della comunicazione tra uomo e donna

di Vincenzo Ianni
vincenzoianni@yahoo.it

Lo scrittore inglese James Miller (interpretato dal baritono William Shimmel, per la prima volta alle prese con la finzione cinematografica) è in Toscana per la presentazione del suo libro dal titolo Copia conforme, sulla sua particolare teoria sulla copia nell’arte, che portata alle estreme conseguenze nega l’originalità dell’opera d’arte (non la sua bellezza e il suo valore artistico) e definisce come unico possibile originale la realtà che l’opera d’arte riproduce. A presentazione già iniziata appare una donna (la splendida e bravissima Juliette Binoche) con il figlio, la quale assiste solo per qualche minuto alla conferenza chiacchierando distratta con l’uomo seduto al suo fianco (il traduttore del libro, interpretato da Angelo Barbagallo, il co-produttore italiano del film). Il giorno successivo la donna, che scopriamo essere un’antiquaria francese, riceve James nella sua galleria per avere ulteriori informazioni sul libro e farsi autografare alcune copie. Usciranno per chiacchierare davanti ad un caffè, ma finiranno per trascorrere insieme gran parte della giornata vagando in un paesino Toscano da cartolina popolato da sposini e altre coppie più attempate. Si perderanno pian piano nello strano gioco di fingere di essere sposati da quindici anni, inscenando il luogo comune della parabola della comunicazione e dell’amore coniugali attraverso tutti i clichè del rapporto di coppia.

Abbas Kiarostami (Palma d’oro a Cannes 1997 con Il sapore della ciliegia) misura anche la più lieve sfumatura per regalarci una macchina cinematografica perfetta dalla affascinante complessità e rara eleganza. Se l’azione è relegata in un vagare senza apparente senso, la sua sostanza consiste nei movimenti interiori dei personaggi e prorompe tra le pause di una verbosità brillante e serrata, attraverso primi piani così frontali che rendono gli attori come allo specchio, dietro o attraverso uno specchio, piani d’ascolto che hanno come controcampo invisibile il riflesso di sé (una variante del meccanismo già operato in Shirin, Venezia 2008). Il resto lo fanno la parola modulata in tre lingue (italiano, francese e inglese) e il corpo di Juliette Binoche, centro di gravità pulsante dell’intero film che offre e suggerisce tutto o quasi ciò che un grande attore può.

Ma soprattutto, è negli interstizi tra un frame e il successivo, gemelli quasi identici, copie quasi conformi, che si cela il segreto dell’amore per il cinema di Abbas Kiarostami, la sua pervicacia nel voler rendere (rendersi) conto di ciò che la messa in scena cinematografica restituisce, di ciò che la riproduzione quasi conforme di una possibile realtà crea: l’arte? la vita? la loro semplice copia?

Le quattro volte

Le quattro volteIn concorso alla Quinzaine des Realisateur, il film di Frammartino è una rivelazione. Un inno alla natura e alle tradizioni, con un linguaggio rivoluzionario

di Giacomo Visco Comandini
gviscocomandini@yahoo.it

Semplicemente straordinario. Il film di Michelangelo Frammartino è una rivelazione assoluta. Peccato che sia stato selezionato alla Quinzaine e non preso in un concorso ancora sonnacchioso e con poche idee. Il cinema di Frammartino, già regista de Il dono, vola alto. Raccontarne la sinossi sarebbe fargli un torto. Consigliamo di sedervi in poltrona (il film è in uscita in 25 copie il 28 maggio), e tuffarvi in un viaggio unico in un borgo calabrese, in cui tradizioni secolari si incastonano nello spettacolo della ciclicità della natura. Qui è rivoluzionato soprattutto il linguaggio cinematografico. Frammartino realizzando un film di fiction sotto la maschera del documentario. La scommessa vinta dal regista è soprattutto quella di annullare la dittatura dell’essere umano come protagonista di un film. La sua macchina da presa si sofferma allora su un cane che abbaia, un gruppo di capre che pascolano o addirittura un albero che viene issato da alcuni tagliaboschi.

Un inno agli elementi della natura ma soprattutto un omaggio alla Calabria, terra arcaica e ancestrale, ricca di straordinarie tradizioni. “Questa terra mi ha insegnato a relativizzare lo spazio dell’uomo, e girare il mio sguardo al fuori” afferma il regista. Con la forza del montaggio, del suono, Frammartino dà quindi vita a uno spettacolo indimenticabile. Un film prezioso. Andatelo a vedere.

Biutiful

biutiful
Un duro noir metropolitano nel sottobosco di Barcelona. Ma il nuovo Inarritu non convince

di Giacomo Visco Comandini
gviscocomandini@yahoo.it

Dimenticatevi le strutture a incastri altmaniane o i viaggi esotici intorno al mondo. Nel nuovo Inarritu si riga dritto, seguendo una linea narrativa e un solo personaggio. Il protagonista assoluto di Biutiful è Javier Bardem, presente praticamente in tutte le scene del film, nei panni di un ex drogato che vive di traffici nel sottobosco di Barcelona, il quartiere di Santa Coloma, un ritrovo di poveracci e immigrati. Lui si prende cura di tutti, è un sensitivo (sente le voci dei morti), sua moglie  è una prostituta bipolare, e neanche a farlo apposto, ha anche la custodia di due figli. Un quadro di ordinaria disperazione che risucchia tutti i protagonisti, dal quale tenterà di ribellarsi.
Il regista messicano se ne era andato dalla Croisette con un premio alla regia per il suo Babel, e ritorna, purtroppo, con un film che non convince. Troppo caricato, troppo sofferto. Un noir metropolitano che non emoziona. Il tutto orchestrato con il compasso ed il rischio, come puntualmente avviene, è quello di scivolare nel melodramma.
Senza il braccio destro della penna di Arriaga (i due si sono separati per problemi di credits), la scrittura del film ne risente, incapace di affondare nei sentimenti e nelle psicologie dei personaggi. Peccato perché Inarritu era la carta sulla quale molti avevano puntato per la Palma d’Oro. Sempre che Burton, presidente di giuria, non gli dia una mano.

Cannes: così lontano, così vicino

cannesDirettamente dalla Croisette, Robin Hood e Draquila fanno il pieno al botteghino. Ma per gli altri titoli in concorso bisognerà aspettare ottobre…

di Sandra Capitano
sandracapitano@gmail.com

Cannes. Cose-buone-dal-mondo. Vetrina mediatica d’imponente richiamo internazionale, il festival del cinema più famoso, glamour e snob al mondo è un po’ come la Kraft: un marchio in grado di rassicurare il pubblico sulla qualità del prodotto internazionale selezionato. A tratti formaggio Galbani (Vuol-dire-fiducia), a tratti lavatrice Rowenta (Per-chi-non-si- accontenta), Le Festival International du Film (chiamato così fino al 1992) è per i cinefile senz’altro come la Nutella: che-mondo-sarebbe-senza. Sinonimo di autorialità delle opere, moltiplicatore esponenziale di notorietà, fama e promozione, Cannes rappresenta però anche una garanzia di ottime performance d’incasso sia per i produttori che per i distributori di tutto il mondo.

Alla Universal è bastato infatti trascinare sul red carpet un appesantito Russel Crowe e una splendida Cate Blanchett in tailleur Armani, per riuscire a somministrare l’adeguata allure a Robin Hood, l’ultimo film di Ridley Scott, al primo posto in tutte le classifiche europee quest’ultimo week-end. Uscito in contemporanea mondiale, la pellicola d’apertura di questa 63a edizione della kermesse francese, in Italia ha incassato ben 5 milioni di euro, furoreggiando tra le platee di cinefile e non solo.

Medesimo impatto sembra aver acquisito Sabrina Guzzanti, protagonista  mercoledì scorso del Montée des Marches insieme ad una piccola pattuglia di cinquanta persone, tutte orgogliose di presentare al mondo intero Draquila – L’Italia che trema. Distribuito due settimane fa nelle nostre sale con un risultato di botteghino non esaltante (260.000 euro in 3 giorni), il polemizzato, applaudito, boicottato docu-film ha raddoppiato la sua perfomance (+46%) proprio all’indomani della proiezione sulla Croisette, realizzando così la seconda media per sala più alta di tutta la classifica weekend (900.000 mila euro ad oggi).

La dinamica non è affatto nuova. In concorso a Cannes lo scorso anno, Vincere di Marco Bellocchio aveva incassato più di 2 milioni di euro grazie ad un’uscita strategica in contemporanea con la kermesse (20 Maggio 2009). Apprezzabile l’esito anche di Antichrist, nelle sale italiane sempre a maggio e che realizzava addirittura lo stesso risultato al botteghino (500.000 euro) del vincitore della Palma d’oro 2009, Il nastro bianco di Micheal Haneke, erroneamente distribuito in sala parecchi mesi dopo (30 ottobre 2009). Ottimi anche i risultati raggiunti da Gomorra (10 milioni di euro) e da Il divo (5 milioni), entrambi in concorso nell’edizione del 2008 arrivati in sala con una visibilità talmente elevata da riuscire a trascinare al cinema anche quel pubblico italiano più ostico o meno abituato alle opere d’autore. Lo stesso non è purtroppo accaduto con film come La classe (vincitore della Palma d’oro nel 2008), Valzer con Bashir (in concorso nel 2008) o Il mio amico Eric, distribuiti con tempistiche rallentate rispetto a quelle della kermesse e dunque circoscritti alla solita cerchia di intenditori. Ma pare che tra gli addetti ai lavori, solo pochi siano in grado di capire quanto formativo (e lucrativo) possa essere un migliore sfruttamento di Cannes quale vetrina promozionale per far conoscere anche al grande pubblico i capolavori della cinematografia attuale.

Senza  disperarci troppo, armiamoci ancora di tanta pazienza e aspettiamo ottobre, mese in cui anche noi che il red carpet non l’abbiamo calpestato, potremo intravedere nelle nostre sale You Will Meet A Tall Dark Stranger, Biutiful, Another Year, Wall Street – Money Never Sleep e tutti gli altri. Vi sembra troppo?

O così, o Pomì.

Wall Street – Il denaro non dorme mai

WALL STREET 2

Gordon Gekko torna nel mondo della finanza. Il sequel del film di Stone del 1987 funziona, soprattutto per le interpretazioni

di Giacomo Visco Comandini
gviscocomandini@yahoo.it

Tra i personaggi di Michael Douglas, Gordon Gekko è quello rimasto maggiormente impresso nella memoria collettiva cinematografica: sigaro cubano, chioma brillantinata all’indietro, e una parlantina senza tregua. Se venti anni fa era lui lo scarface di Wall Street, oggi i suoi traffici illeciti appaiono spiccioli di fronte al crack della borsa del 2008. E le banche, da vittime si sono trasformate in speculatori. Quale migliore occasione, ha pensato di Stone, di far tornare sulle scene un suo character amatissimo, sia dal pubblico che dalla stessa finanza, quasi una sorta di Hannibal Lecter del denaro.
Un assist glielo ha fornito Russel Crowe, che da buon samaritano, dichiara che «il suo Robin Hood,oggi, tirerebbe le frecce a Wall Street». Detto fatto, è stato accontentato due giorni dopo  con lo sbarco sulla Croisette dello “squalo” della finanza. Tuttavia le frecce più avvelenate sono state scagliate dalle armate dei critici, che impietosamente hanno bocciato il film. Giudizio indecoroso, secondo noi.

La sinossi è quella delle più banali: dopo quindici anni di prigione, Gekko esce di prigione. Abbandona il mondo della finanza e si mette a scrivere libri. Il suo scudiero diventa Jacob Moore (Shia Labeouf), un giovane rampante arrivista che vuole vendicare la morte del suo datore di lavoro, costretto al suicidio da oscure transazioni finanziarie. Piccolo particolare: Jacob sta per sposare la figlia di Gekko.

Sembra la fotocopia del primo film, eppure questo Wall Street si lascia godere tranquillamente pe due ore e venti, a patto che non cerchiate una lettura politica della crisi americana. Sedetevi in poltrona, ascoltate le musiche (bellissime, di Craig Armstrong) e godetevi le interpretazioni: Michael Douglas funziona nei panni (credibili) di un loser senza ormai più nulla da perdere; Shia Labeouf fa sempre un lavoro sempre sopra la sufficienza. Ma a rubare la scena però  ci pensano i due villain ovvero Josh Brolin (preso per i capelli dai fratelli Cohen, ormai non sbaglia più un film), ma sopratttutto Eli Wallach. A novantacinque anni suonati, interpreta un grande vecchio della finanza, capace in appena tre battute di catturare lo spettatore. Ed è lui il simbolo della finanza moderna: non lo senti, non lo vedi, ma è sempre lì, vigile come un avvoltoio e crudele come uno squalo. Il film vale solo per lui. Guardatelo in originale, mi raccomando.

You Will Meet a Tall Dark Stranger

You Will Meet A Tall Dark Stranger

Fuori concorso, Woody Allen torna sulla Croisette con una commedia londinese sull’amore ai tempi del viagra

di Giacomo Visco Comandini
gviscocomandini@yahoo.it

Ormai ne sforna uno all’anno, con il pilota automatico. Negli ultimi tempi, molti sono stati subito dimenticati, altri ricordati come solide variazioni sul tema (Match Point), altri ancora amati  e applauditi, come il frizzante e divertente Vicky Cristina Barcelona).
Quest’ultimo, You Will Meet A Tall Dark Stranger, si posiziona a metà. L’ennesimo trattato sull’amore scoppiato,  una commedia ancora made in London; il tutto confezionato con gusto.
La morte soffia sul collo di Woody, e il matrimonio è il luogo dove nascondere le proprie ansie (di prestazione).
E se il matrimonio tiene, il tutto è merito delle bugie e dei sotterfugi  escogitati dai protagonisti, per le loro scappatelle.
Tutto il contrario del film di Mike Leigh, presentato lo stesso giorno, dove invece la fedeltà e la sincerità appaiono dei valori solo delle coppie sposate.
Per una volta, in una commedia alleniana il punto di forza sta nella sua “non risata”. Se le battute da ricordare si contano sul palmo di una mano,  ciò che colpisce è la precisione chirurgica di Allen di fornire un trattato darwiniano sugli amori scoppiati: il padre di famiglia Anthony Hopkins lascia la moglie per sposare una escort, la figlia Naomi Watts in crisi con il marito è ammaliata dal suo datore di lavoro Antonio Banderas. Il marito della Watts, Josh Brolin, è scrittore fallito, che flirta con la vicina di casa, la bellissima Freida Pinto, già vista in The Millionaire (tenetela d’occhio perché sarà lei la prossima sexy star mondiale). I soliti intrecci amorosi familiari, innaffiati da una bella dose di pessimismo cosmico alleniano. Il tutto raccontato  però, con garbo, ritmo e gusto. Siamo lontani dalle vette spagnole di Vicky Cristina, eppure questa cartolina d’addio alla capitale inglese da parte di Woody (il prossimo sarà a Parigi), appare un bacio di addio tra due vecchi amanti, che hanno vissuto felicemente una breve relazione clandestina.

Another Year

another year

In concorso Mike Leigh dipinge la quotidianità della borghesia inglese. Il primo candidato al Leone d’Or è lui…

di Giacomo Visco Comandini
gviscocomandini@yahoo.it

Avete presente, quando siete a cena con i vostri genitori, e a un certo punto comincia a parlare l’amica zitella della madre che inizia a raccontarvi di tutto, dai giri sotto il palazzo con il suo cagnolino, voi con uno sguardo misto di passione e pietà, cercate l’approvazione dei commensali della sua folle logorrea? Ecco, questi sono i caratteri della protagonista di Another Year, il ritorno al cinema di Mike Leigh, che qualcuno ha definito “il pittore della vita borghese”, con i suoi protagonisti, i loro intrecci, i loro problemi della vita quotidiana. Se due anni fa con Happy Go Lucky il suo cinema aveva virato su una vis comica sorprendente, narrando le vicende della folle matta trentenne Lucky, anche questa volta la protagonista è un personaggio borderline è Mary, una bella cinquantenne, con il fegato a pezzi dall’alcol e con una vita sentimentale disastrosa. L’esatto opposto della sua amica Gerri che con il marito Tom (il bravo Jim Broadband) vive una felice vita da coppia matura e appagata, in una bella casa.
Leigh, allora, si diverte a dipingere le vite dei suoi personaggi in un quadro  scandito da quattro stagioni (primavera, estate, autunno, inverno). Da una parte i loser, gli infelici e gli egoisti (proprio come Mary), dall’altra la coppia Tom e Gerri, non un fumetto, ma una coppia che va avanti, non più con la forza non della passione ma della solidità di una vita trascorsa assieme.

Chissà quanto c’è di autobiografico nei due personaggi, eppure il pacioccoso Leigh sembra fermarsi un attimo e fare una dichiarazione d’amore alla moglie. Lo fa, come suo solito, senza urlate o sceneggiate, quasi chiedendo il permesso, filmando con garbo la vita di persone “normali ma sempre affascinanti”. E i momenti chiave sono quelli che riteniamo meno importanti: le chiacchere e i sorrisi davanti a una tazza di tè oppure  mentre si sta cucinando un sugo all’arrabbiata. E così, un altro anno è trascorso, felicemente. E non è poco.

Sulla Croisette, tra politica e storia

cannes2010Si apre il 63esimo Festival di Cannes e tra i film in concorso un argomento la fa da padrone: la storia, mista a politica e, spesso, polemica

di Lorenzo Lamperti
lampe83@tiscali.it

Si apre il sipario sulla 63esima edizione del Festival di Cannes. Edizione più che mai in tono minore, tra crisi economiche, tagli alle spese e nubi vulcaniche. La Croisette riscopre l’austerity, quantomeno sotto l’aspetto dei film in programma, mai come quest’anno avari di grandi nomi. Scorrendo i film in programma, emerge con chiarezza la sensazione che quest’anno a farla da padrone sarà la storia, in tutte le sue varie declinazioni, specialmente quella politica.

Non si tratta di una novità assoluta, la rivisitazione storica e, soprattutto, la dialettica politica sono spesso state al centro del Festival. Basti pensare alle Palme d’oro a film come Fahrenheit 9/11 di Michael Moore e Il vento che accarezza l’erba di Ken Loach. Ma quest’anno l’accento su questi temi è ancora più forte, complice forse la quasi totale assenza di film made in Hollywood che schiera in concorso il solo Fair Game di Doug Liman, un thriller manco a dirlo politico con Naomi Watts e Sean Penn, oltre ai decani Oliver Stone e Woody Allen fuori concorso. In una selezione fatta soprattutto di film europei e asiatici, dunque, ancora meno concessioni ai temi leggeri, nel segno di una crisi mondiale che fa ancora paura e non solo sotto l’aspetto economico, ma anche sotto quello politico e sociale. L’ultimo arrivato nella selezione ufficiale, Ken Loach è invece il primo alfiere di questo approccio storico-politico; con Route Irish prosegue sulla strada che tanta fortuna gli ha portato sulla Costa Azzurra, mettendo in scena la storia di due ex militari divisi tra la prima guerra del Golfo e l’amore per la stessa donna.

La princesse de Montpensier di Bertrand Tavernier è invece una rivisitazione storica della Francia del XVI secolo, sullo sfondo delle guerre di religione del 1562, che richiamano gli stessi problemi tra occidente e medio oriente che ci riguardano tanto vicino. La lente attraverso la quale Tavernier osserva un presente trasfigurato attraverso gli eventi del passato è un libro, l’omonima novella di Madame de la Favette del 1662. Anche la Russia porta un film storico, Il sole ingannatore 2 di Nikita Mikhalkov; il film si posiziona idealmente al termine del film del 1994 che gli valse il gran premio della giuria a Cannes e l’Oscar per il miglior film straniero. Il generale comunista caduto in disgrazia presso Stalin, interpretato da Mikhalkov già nel primo capitolo, viene qui liberato dal gulag e avviato al fronte di guerra contro la Germania nel 1941. Il film, che si è avvalso di appoggi economici senza eguali nella storia del cinema russo, sembra però confermare la decadenza artistica di un ex grandissimo regista come Nikita Mikhalkov, che dà seguito a un magnifico film che forse sarebbe dovuto restare un pezzo unico. Il motivo del sequel, voluto fortemente da Putin in persona, va probabilmente cercato in fattori politici che esulano del tutto dal versante estetico e creativo.

Ma sono i film africani a rendere ancora più evidente questa tendenza storicista del festival, a partire da Hors la loi di Rachid Bouchareb, che mostra il massacro di algerini compiuto dai coloni francesi nel 1945 a Setif. Il film di Bouchareb ha già scatenato un’ondata di polemiche in Francia ancor prima di essere visto, con la disapprovazione della destra francese, che attraverso le parole del deputato Lionnel Luca accusa Bouchareb di negazionismo. Ancora politica e religione nella rievocazione di un reale fatto di cronaca al centro di Des Hommes et des Dieux di Xavier Beauvois, altra opera algerina che racconta il sequestro e l’uccisione di sette monaci trappisti francesi nel 1996 da parte di un commando di gruppi islamici armati (Gia) che fece irruzione nel monastero di Nostra Signora dell’Atlante a Thibirine. Infine Un homme qui crie di Mahmat Saleh Haroun del Ciad, il regista dell’ottimo Daratt, film sorpresa al Festival di Venezia del 2006 quando vinse un Leone d’argento per la regia. Qui il tema è quello della guerra civile del Ciad, che ancora adesso continua a mietere migliaia di vittime.

Insomma, meno lustrini e più sostanza in un festival che sembra portare al primo posto la coscienza civile e sociale, rievocando fatti storici che potrebbero dire qualcosa a un mondo malato e bisognoso di cambiamenti. Non è da escludere in questo discorso la presenza sulla Croisette di un film come Draquila di Sabina Guzzanti,  che potrebbe fungere da ideale collante tra la rivisitazione storica del passato e la costruzione di un futuro socialmente migliore, attraverso una critica politica del presente.

Robin Hood

Untitled Robin Hood AdventureIl festival di Cannes apre con un kolossal nei boschi. Ridley Scott sorprende tutti con un prequel astuto e originale sulla leggenda dell’arciere più famoso del mondo

di Giacomo Visco Comandini
gviscomandini@yahoo.it

Il sottotitolo perfetto sarebbe Robin Hood Begins. E ancora una volta Scott ci frega ancora. Sinceramente la prima domanda che ci siamo posti è: serviva un’altra versione cinematografica del mito di Robin Hood? Decisamente no. E sia il trailer che la locandina non lasciavano presagire niente di buono. Il rischio flop era alto, con un Russel Crowe proveniente direttamente dal Gladiatore, con tanto di barba, trucco e parrucco.
Ci si siede in sala dunque, pronti a bordate di fischi e invece, dopo due ore e venti… il film funziona.

Chiariamoci, non stiamo parlando di un capolavoro, eppure la missione è compiuta. Ridley Scott gioca d’anticipo sia su critica che pubblico con una rilettura assolutamente personale e inedita del mito anglosassone. Il suo jolly si chiama prequel: compie la stessa operazione compiuta da Christopher Nolan in Batman Begins. Ridley fa tabula rasa del mito che abbiamo visto in oltre trenta film, non più il ladro gentiluomo che “ruba ai ricchi per dare poveri” o la sexy star interpretata da Kevin Costner, ormai venti anni fa. È ritratto un attimo prima di diventare “Hood”, il paladino della foresta.
Orfano di padre, il Robin scottiano è un rude e burbero arciere che sbarca nell’Inghilterra del XIII secolo. Una terra nel frattempo devastata da una guerra civile, da tasse sempre più esose e dal dispotismo del nuovo re. Robin deve prima recuperare sé stesso e le sue origini, il suo amore. Addio allora Lady Marion come bella donzella, qui è una contadina di origini nobili pronta ad indossare l’armatura.

La chiave di lettura di Scott, oltre che storica, è soprattutto psicologica. Prende a modello l’universo inquieto e inquietante di Nolan (Robin deve affondare nel suo passato e nel suo inconscio), senza tuttavia mai abbandonare il “realismo” e la crudezza delle immagini.
Diventa soprattutto un (super)eroe politico, il primo paladino democrats, (suo padre fu tra i firmatari della Magna Charta del 1215, considerata il battesimo degli inglesi e dell’Inghilterra), alla guida di un esercito e di un popolo contro l’invasore francese.
Il villain, infatti, non è Re Giovanni o lo sceriffo di Nottingham (comunque presenti), ma uno scagnozzo del re, Sir Godfrey, qui interpretato ormai dal sempre più bravo Mark Strong, già visto in Sherlock Holmes e Nessuna verità.
Il divertimento – tra assalti a castelli e bordate di frecce – è soprattutto meta-cinematografico: giocare d’astuzia con Scott e capire quanto si distanzi dall’ingombrante spettro di Kevin Costner. E, a sorpresa Scott è molto più debitore con il cartone animato del 1973. Il suo Robin Hood è, infatti, infarcito di humour e canzoni, con tanto di menestrello e ritornello.  A tratti si assiste ad un musical in calzamaglia. Anche la fisionomia degli attori ricorda quella della Disney: pensiamo al viso sbruffone e leonino di Re Giovanni o a quello di Fra Tuck. Non poteva mancare ovviamente il sidekick Little John, interpretato  dal colossale attore inglese Kevin Durand, il cui imponente fisico ci rimanda all’immagine del simpatico orso disneyano.

Un concentrato dunque di diverse suggestioni e idee, condite e unite però da un’action serrata di cui Scott è un maestro mondiale. Vedere la battaglia finale, un D-Day dal sapore medioevale.
Dunque, dopo il mito di Hannibal Lecter, Scott maneggia con successo un altro fardello pesante della storia del cinema. E il Robin Hood che eravamo pronti a fischiare, ancora non si è visto. Lo vedremo nel possibile sequel. E se sarà come Il cavaliere oscuro?

Fratelli d’Italia

Fratelli d'Italia

Nel documentario di Claudio Giovannesi premiato all’ultimo Festival di Roma, tre storie, tre adolescenti, tre aspetti diversi della complessa identità multietnica del Paese

di Laura Giacalone
laura.giacaone@gmail.com

Dopo la Menzione speciale della Giuria all’ultima edizione del Festival di Roma, il documentario di Claudio Giovannesi Fratelli d’Italia fa la sua timida apparizione anche in sala, distribuito in 5 copie da Cinecittà Luce.

Il film, diviso in 3 parti, fotografa l’Italia multietnica di oggi attraverso le storie di tre studenti dell’Istituto tecnico commerciale “Paolo Toscanelli” di Ostia, una scuola particolarmente rappresentativa del “melting pot” della società contemporanea, con quasi il 30% di iscritti di origine non italiana. Se Alin, 17 anni, rumeno, in Italia da quattro anni, vive un profondo conflitto con i compagni di classe e la professoressa di italiano, Misha, 18 anni, è nata in Bielorussia ma è stata adottata da una famiglia italiana: il suo problema non è la comunicazione con i propri pari, ma il rapporto con le proprie origini, che emerge in tutta la sua drammatica complessità nel momento in cui ritrova il fratello, rimasto in Bielorussia. Infine Nader, 16 anni, è egiziano ma è nato in Italia. Per lui, romano a tutti gli effetti, perfino in certi estremismi ideologici che caratterizzano i suoi giovani coetanei, l’elemento di estraneità sembra essere rappresentato dalle convinzioni religiose della sua famiglia, che non accetta la sua ragazza italiana e lo stile di vita eccessivamente liberale del Paese.

Tre adolescenti diversi, tre aspetti complementari dello stesso problema: integrazione, identità e conflitto, a cui si aggiungono le normali problematiche legate alla loro giovane età, che li rendono in tutto e per tutto simili ai loro coetanei italiani. Come Winspeare con Sotto il Celio azzurro, il documentario di Giovannesi ha sicuramente il merito di accendere i riflettori su uno degli aspetti più attuali, e purtroppo problematici, della società italiana contemporanea. In un momento storico e politico in cui gli immigrati vivono sulla loro pelle le conseguenze di una politica sociale miope e xenofoba, vedendosi negati i diritti civili più elementari (emblematico lo scandaloso caso della mensa di Adro), conoscere più da vicino i protagonisti di queste ordinarie storie di integrazione sociale è un incentivo prezioso alla tolleranza e al rispetto della diversità e della ricchezza multiculturale.

Non sempre la resa qualitativa del linguaggio utilizzato è all’altezza delle pregevoli intenzioni dell’autore: l’ultimo episodio, complice senz’altro l’innata simpatia e capacità comunicativa di Nader, è sicuramente il migliore dei tre, sia per la qualità delle immagini che per il ritmo narrativo del racconto. Nella composita totalità dell’opera, però, il calore e l’onestà dello sguardo di Giovannesi arriva al cuore dello spettatore, ed emoziona.

Draquila

DraquilaNel film denuncia di Sabina Guzzanti in arrivo a Cannes, la tragedia del terremoto abruzzese e lo scandalo della gestione delle emergenze nel Paese di Berlusconi

di Elisa Fontana
lizard_of_eldar@hotmail.com

Già in Viva Zapatero la Guzzanti l’aveva detto: in un paese in cui i giornalisti, per paura o per ostracismo, per indolenza o per convinzione, abdicano al loro ruolo, il comico deve iniziare a fare informazione. Così Sabina abbandona temporaneamente la satira e si dedica all’inchiesta, portando in campo numeri, prove e testimonianze per raccontarci speculazioni e altri orrori da regime che hanno avuto origine dall’emergenza del terremoto in Abruzzo.

Se già nel suo precedente lavoro emergeva uno scenario italiano allarmante, in Draquila la realtà nazionale non fa che agghiacciare sempre più. Sabina sparisce quasi dallo schermo e, rimanendo discretamente dietro la telecamera, documenta con precisione e ricchezza di dati le molteplici vergogne del governo Berlusconi, che si accumulano attorno al caso de L’Aquila formando un elenco infinito: mentre il premier si fa beffa delle leggi, emanando decreti che le modificano a suo uso e consumo, la funzione della Protezione Civile, sotto la guida di Bertolaso, viene totalmente stravolta; storicamente dedita alla gestione delle emergenze, l’organizzazione è ora trasformata in una specie di società per azioni a cui si affida, eliminando ogni concorso e in deroga a tutte le leggi, la gestione dei “grandi eventi” più disparati, dai mondiali di nuoto alle manifestazioni religiose; nelle tendopoli degli sfollati si va instaurando un regime di polizia nel quale la libertà di espressione è duramente messa alla prova; mentre il cuore della città, abbandonato alla distruzione, è costantemente controllato da militari che ne impediscono l’accesso, l’edilizia selvaggia del Presidente del Consiglio costruisce ovunque e comunque, speculando sulle nuove case a danno dei terremotati stessi. Nel frattempo, il suo monopolio televisivo si impegna a raccontare le verità che ritiene più opportune, per fare in modo che l’Italia continui ad amare il suo premier incondizionatamente.

Sabina scende in campo, si sporca le mani, fa domande scomode e soprattutto parla con la gente. E ci mostra un’Italia in cui la sinistra rimane in silenzio, costantemente assente e, mentre alcuni consapevoli cittadini provano a ribellarsi,  la maggior parte di loro resta incantata dall’immagine che Berlusconi costruisce attraverso le sue televisioni, come già Videocracy ci aveva efficacemente mostrato.

Guardare un film di Sabina Guzzanti è sempre un’impresa difficile. Difficile perché ci mette davanti a verità che normalmente non affrontiamo, fatti che conosciamo ma spesso tendiamo a sottovalutare. Difficile perché ci fa realizzare la nostra cecità o il nostro disimpegno. L’abilità di Sabina è quella di delineare con passione, con intelligenza e con coraggio lo scenario politico nel quale ci troviamo e risvegliare in questo modo le nostre coscienze assopite. Sempre che queste vogliano essere risvegliate; per tanti sarà molto più facile risolvere tutto con l’ennesima accusa di faziosità.

Christine Cristina

Christine Cristina

Al suo debutto come regista, Stefania Sandrelli racconta la storia di una poetessa italiana vissuta in Francia nel Trecento e lo fa con garbo e intelligenza

di Stefania Pala
stefania.pala@gmail.com

A quanto pare negli ultimi tempi il cinema ama raccontare le eroine dimenticate, nascoste nelle pieghe della storia. Nelle sale infatti è tutto un proliferare di figure femminili “scomode”. Dopo la storia di Ipazia, filosofa greca trucidata dai cristiani integralisti nel V secolo, portata sugli schermi da Amenabar con il suo Agorà, sono in arrivo altri due film ispirati rispettivamente alla papessa Giovanna e a Cristina da Pizzano, poetessa italiana vissuta in Francia nel 1300, invisa ai dotti universitari di Parigi cui ebbe il coraggio di ribellarsi con le armi dell’intelletto nella celebre disputa sul Roman de la Rose, troppo misogino per i suoi gusti.

Candidata al David di Donatello per la sua interpretazione di La prima cosa bella di Virzì, Stefania Sandrelli con Christine Cristina, presentato in anteprima fuori concorso al Festival Internazionale del Film di Roma, firma la sua prima opera da regista. «Quando ho letto per caso la storia di Cristina, la sua forza piena di femminilità e di grazia mi toccò il cuore e provai un senso di vicinanza con una donna così lontana che mi fece pensare subito quanto fosse necessario raccontare la sua conquista avventurosa e il suo desiderio di pace, di serenità, di dignità», spiega la Sandrelli. «E ora dedico il film a tutte le donne di ieri e di oggi. Cristina non si risparmia, la sua immensa forza propositiva e il suo coraggio sono doti tipicamente femminili diventate sempre più rare in un mondo che sembra tornare indietro nel tempo dove le donne sono considerate solo merce di scambio».

Nell’epoca degli scandali legati alle escort e dei documentari che fanno il giro del web invitando alla riflessione, come quello raccontato dalla Zanardo ne Il corpo delle donne, Stefania Sandrelli è riuscita a raccontare attraverso la figura esemplare di una femminista ante litteram, la prima donna a vivere grazie alla sua penna e al suo talento, una storia quanto mai attuale. Un film magari non perfetto ma molto garbato, intelligente e ben girato oltre che coraggioso. E che esce in sole 20 copie e, come ha confessato la regista, conta molto sul passaparola. Andatelo a vedere dunque e se vi piace passate parola.

FEFF 2010 Diario di bordo: 1 Maggio

Castelway

Chiude i battenti la dodicesima edizione del Far East Film Fest. L’ultima giornata della kermesse friulana dedicata al meglio della cinematografia popolare dell’Estremo Oriente regala al suo pubblico un mix emozionate di arti marziali, passi di danza  spettacolari, sorrisi, brividi e baci rubati. Tra le sei pellicole in programma, che precederanno la premiazione dei film vincitori, occhi puntati sul martial arts action IP Man 2 e sul dramma dalle venature fantasy Castaway on the Moon

di Francesco Del Grosso
francescodelgrosso@yahoo.it

Cala il sipario su questa dodicesima edizione del Far East Film Fest, edizione ricca di interessanti scoperte e di piacevoli conferme. Alla mezzanotte verranno annunciati i premi di questa annata, ma non prima di vedere quali sono le ultime frecce nell’arco della kermesse friulana. Sei titoli scorreranno in successione sullo schermo del Teatro Nuovo Giovanni da Udine per un palinsesto dal quale ci si aspetta ancora qualche altra sorpresa. In attesa di poter fare un bilancio complessivo del festival, tirando così le somme di questi lunghi e intensi giorni vissuti all’insegna della produzione presente e passata proveniente dall’Estremo Oriente, non ci resta che presentare il programma di quest’ultima giornata, che dal primo mattino alla tarda nottata del 1 maggio proverà a regalare al pubblico in sala le ultime emozioni prima dell’arrivederci.

Le danze si aprono con un dramma indipendente sudcoreano e si chiudono in bellezza con la scarica di adrenalina di un martial arts action made in Hong Kong. Il cartellone dell’ultima giornata proporrà un mix esplosivo ed emozionante di quello che l’edizione di quest’anno ha offerto ai tantissimi accreditati e al pubblico pagante, un misto di sapori, atmosfere, sorrisi, lacrime e brividi, che in un modo o nell’altro ha finito con il convincere o il deludere. Si parte alle 9:00 con la pellicola diretta da Shin Yeon-Shick, The Fair Love, storia complessa e scomoda che affronta con coraggio e senza banalità il tema dell’amore tra persone di età differente. Segue dalla Cina la divertente commedia danzante diretta da Ye Kai, Quick, Quick, Slow (ore 11:00). Realizzato in digitale, il film è in realtà una docu-fiction che mescola interviste a sequenze di finzione per raccontare gli anni della Rivoluzione Culturale, attraverso la storia di un gruppo di ballerini in quel di Pechino decisi a vincere un’importante competizione di ballo che vale un posto nella cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici del 2008. Un viaggio che sa di romanzo di formazione, invece, per la terza pellicola in programma, la frizzante e irresistibile commedia adolescenziale battezzata Oh, My Buddha! (ore 14:15). La cinematografia nipponica, dopo aver consegnato agli occhi dei spettatori del FEFF splendide immagini nei giorni precedenti, chiuderà in bellezza la spedizione friulana con la pellicola firmata da Taguchi Tomorowo. Sullo sfondo del Giappone anni Settanta, a ritmo di rock, tre adolescenti partono per un’isola alla ricerca del mito “free secksu” (l’amore libero). Non lo troveranno ma scopriranno il significato della parola libertà. Ancora tre adolescenti, ma stavolta indonesiani, sono i protagonisti del film The Dreamer (ore 16:20). Riri Riza racconta con tocco leggero e nostalgico le difficoltà della crescita, l’impatto traumatico con le responsabilità del “mondo” adulto e la scoperta della sessualità, immergendo il tutto in un dramma che no lascerà l’amaro in bocca.

Ma il meglio arriverà in serata con le ultime due proposte del FEFF, il pluri-premiato Castaway on the Moon (ore 20:00) del regista sudcoreano Lee Hey-Jun e lo spettacolare IP Man 2 (ore 22:15) di Wilson Wip. A metà strada tra il classico della letteratura Robinson Crusoe e Il Cast Away di Robert Zemeckis, il film diretto da Lee Hey-Jun è un dramma fantasy fuori dagli schemi che mostra avventure e disavventure di un aspirante suicida finito per sbaglio su un’isoletta deserta nel mezzo del fiume Han. Da quel momento in poi il suo unico scopo sarà la sopravvivenza. Co-produzione tra Cina e Hong Kong, invece, per Wip, che con IP Man 2 firma l’esaltante e iper-cinetico sequel dedicato alla figura de maestro di Bruce Lee. Coreografie da standing ovation per un action destinato a rimanere per molto tempo nella mente e nel cuore del pubblico e degli addetti ai lavori.

FEFF 2010 Diario di bordo: 30 Aprile

BodiguardsLa penultima giornata del Far East Film si apre con uno dei titoli più attesi di questa edizione, il kolossal The Founding Of The Republic, imponente compendio epico sulla storia della Cina dal 1945 al 1949. Ma il programma quotidiano del Teatro Nuovo è destinato a lasciare il segno con l’action adrenalinico di Teddy Chen Bodyguards And Assassins e la spassosa tragicommedia nipponica di Miura Daisuke Boys On The Run. Sorrisi, lacrime e azione per un menù da gustare fino all’ultimo fotogramma

di Francesco Del Grosso
francescodelgrosso@yahoo.it

Giornata, questa del 30 aprile, segnata dalla cinematografia nipponica del passato e del presente. Sugli schermi del Teatro Nuovo Giovanni da Udine e del Visionario scorreranno le immagini di cinque titoli provenienti dal Sol Levante, di cui una quaterna legata alla retrospettiva che il Far East Film Fest sta dedicando alla Shin-Toho e una appartenente alla recente produzione nazionale. Dalle ceneri del tempo, sepolte dalle polvere della dimenticanza, riemergono in tutto il loro splendore quattro opere di altrettanti registi realizzati in un arco di tempo che va dal 1956 al 1954. Il cartellone della penultima giornata presenta al pubblico del FEFF i due thriller a sfondo erotico diretti rispettivamente nel 1960 da Onoda Yoshiki e nel 1956 da Shimura Toshio, ossia Cave Queens (Visionario ore 9:00) e Revenge of the Pearl Queen (Visionario ore 10:30), il giallo costruito a scatole cinesi firmato dal maestro Ishii Teruo dal titolo Women of Whirlpool Island (Teatro Nuovo ore 00:30), sorta di Casablanca made in Asia che non risparmia colpi di scena a raffica e un mix esplosivo di erotismo e azione, per chiudere in bellezza con uno dei pezzi da Novanta della sterminata filmografia Shin-Toho, quel Girl Divers of Spook Mansion (Visionario ore 12:10) di Magatani Morihei, che attraverso il genere horror ci presenta uno dei personaggi chiave della casa di produzione giapponese, la letale cacciatrice di perle. Tornando ai giorni nostri, il concorso si arricchisce di un’altra pellicola molto attesa, la tragicommedia Boys on the Run (Teatro Nuovo ore 22:30). Diretta dal talentuoso Miura Daisuke, il film tanto dissacrante quanto originale nello stile e nella narrazione, mostra le avventure e le disavventure del giovane pornofilo Tanishi, alle prese per la prima volta con le conseguenze dell’amore, quello vero.

Taiwan, Indonesia e Thailandia proveranno a ritagliarsi il loro spazio nel palinsesto mattutino e pomeridiano del Teatro Nuovo, con tre pellicole che si annunciano decisamente interessanti. Si parte alle 11:30 con la commedia sentimentale Hear Me di Cheng Fen-Fen e si prosegue alle 14:15 con il dramma Identity di Aria Kusumandewa e alle 15:50 con il road movie di Nithiwat Tharatorn Dear Galileo.  Successo di critica e pubblico in Patria, la pellicola di Cheng Fen-Fen fa dei lunghi e intensi silenzi la colonna sonora di una storia d’amore tra un fattorino e la sorella di una campionessa di nuoto muta. Carezze, sguardi, sorrisi e lacrime per un film che passeggia in punta di piedi sul cuore dello spettatore. Con Identity torna al Far East Film, dopo il vincitore della passata stagione Departures, il tema del culto dei morti e della sacralità. Il regista indonesiano Kusumandewa firma un’opera spiazzante, che punta tutto sulle atmosfere e sulla superlativa recitazione degli interpreti. Al centro della storia un valzer di anime che si incrociano lungo i corridoi asettici di un ospedale, dove ogni giorno si lotta tra la vita e la morte. Chiude la fascia pomeridiana del Teatro Nuovo il dramma giovanile firmato da Nithiwat Tharatorn. Dear Galileo è un viaggio fisico ed emozionale di due ragazze in cerca dei propri sogni di adolescenti. Parigi, Londra e Venezia sono le tappe di un tour che ha il sapore inconfondibile di un romanzo di formazione, che porterà la coppia alla scoperta del vero senso della vita e dell’amicizia.

Ma i piatti forti della penultima giornata della kermesse friulana portano il marchio di fabbrica di Cina e Hong Kong. Nel primo mattino è il turno di uno di film più attesi di questa dodicesima edizione, il dramma storico The Founding of a Republic (Teatro Nuovo ore 9:00). Tra i film più costosi nella storia della cinematografia cinese, il film diretto a quattro mani da Sanping Han e Jianxin Huang si presenta come la cronaca di un periodo cruciale per la Cina, i quattro anni che vanno dal 1945 al 1949. Il film, epico nella realizzazione e nella messa in scena imponente e curata nei minimi dettagli, è stato realizzato per celebrare il sessantesimo anniversario della fondazione della Repubblica Popolare. Intrighi politici nell’inferno del potere. Un esempio di come la storia con la “S” maiuscola può trasformasi in qualcosa che va oltre la mera propaganda e il patriottismo. Co-produzione cino-hongkonghese per l’altro pezzo da novanta in concorso. Si tratta del thriller politico con venature action Bodyguards and Assassins, al quale spetta il compito di battezzare la prima serata del Teatro Nuovo alle ore 20:00.  Spettacolare e adrenalinico, il film di Teddy Chen ci porta nell’Hong Kong di inizi Novecento, dove si intrecciano le vicende delle guardie del corpo di Sun Yat-sen padre della Repubblica Cinese. Una lotta per la sopravvivenza da mozzare il fiato.

Cosa voglio di più

Cosa voglio di più

Dopo aver esplorato il tracollo della borghesia, Soldini si cimenta con una storia d’amore e di passione e la racconta da una prospettiva inedita: la realtà

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

A tre anni dal tracollo della media borghesia italiana raccontato egregiamente in Giorni e nuvole, Soldini torna dietro la macchina da presa per mettere in scena l’amore al tempo della crisi. O, come sottolinea Pierfrancesco Favino in conferenza stampa, la crisi al tempo dell’amore. Al dramma sentimentale, infatti, si intreccia prepotentemente quello – attualissimo – della recessione e della precarietà delle condizioni economiche in cui versa la gente “normale”, quella che troppo spesso viene prudentemente rimossa da piccoli e grandi schermi.

Protagonisti di Cosa voglio di più, selezionato nella sezione Special Gala all’ultimo festival di Berlino, sono Anna (Alba Rohrwacher) e Domenico (Pierfrancesco Favino): lei è impiegata in un’agenzia di assicurazioni e vive nell’hinterland milanese con Alessio (Giuseppe Battiston), un commesso tuttofare che stravede per lei e non vede l’ora di avere un figlio; lui, addetto a una ditta di catering, vive in un grattacielo di periferia insieme alla moglie Miriam (Teresa Saponangelo) e a due figli, barcamenandosi fra le pressanti difficoltà economiche e il difficile menage familiare. Quando Domenico irrompe per caso nella vita di Anna, fra i due nasce una passione clandestina incontenibile che li porterà a fare i conti con gli obblighi, i vincoli e le responsabilità, sia materiali che psicologiche, delle loro vite personali.

Con la delicatezza e l’intelligenza che contraddistinguono il suo modo di fare cinema, Soldini entra nella vita quotidiana dell’Italia di oggi e la racconta senza giudizi o facili etichette, mettendone in scena le pulsioni più intime, vitali e contraddittorie, attraverso primi piani inquisitivi e un efficace uso della macchina a mano. Se il cinema tradizionale ha più volte messo in scena storie di amori impossibili e passioni nascoste, Soldini affronta il tema da una prospettiva inedita: la realtà, chiedendosi fino a che punto esista la libertà di vivere fino in fondo un amore, e quanto invece pesino i condizionamenti imposti da ristrettezze economiche e obblighi familiari. Se, come già in Pane e tulipani, Soldini è affascinato dall’irrompere casuale e rivelatore dello straordinario nell’ordinario, qui lo sguardo è più maturo, e forse disincantato. L’orizzonte delle possibilità esistenziali rimane felicemente aperto, ma insieme vi è l’amara consapevolezza – o quantomeno il sospetto – che l’amore è un lusso che non sempre ci si può permettere. Da qui il senso di angosciante oppressione che sembra incombere su tutta la vicenda, nonostante la vitalità di una passione che porta i protagonisti a spostare più in là, almeno per un momento, le barriere delle proprie prigionie personali.

La vita di tutti i personaggi, anche quelli tratteggiati con rara profondità sullo sfondo, corre in cerchio, in una muta rassicurante quotidianità fatta di gesti ripetuti, relazioni apparentemente serene  e amicizie più o meno consolidate (da qui l’implicita domanda del titolo: “Cosa voglio di più?”). Ma è un cerchio che non si chiude. Perché se è vero che la libertà dell’amore non è da tutti, ancor più vero è che – una volta assaporati quegli attimi di eternità con cui la vita sconquassa i nostri equilibri – nulla potrà mai più essere come prima.

FEFF 2010 Diario di bordo: 29 Aprile

Echoes of the rainbowBlack-comedy, thriller e spy story nel programma della settima giornata del Far East Film.  Grande attesa per il ritorno al festival friulano del regista filippino Erik Matti, che nella prima serata del Teatro Nuovo presenta in anteprima internazionale la sua utima fatica, il dramma The Arrival

di Francesco Del Grosso
francescodelgrosso@yahoo.it

Grande attesa per il ritorno di Erik Matti al Far East Film Festival. Il regista filippino, ospite fisso della kermesse friulana, presenta in anteprima internazionale la sua ultima fatica, la trigicommedia The Arrival. Matti continua il suo personale percorso nella cinematografia di genere, mantenendo comunque intatto il gusto e il desiderio di sperimentare.  La pellicola, che apre la serata del Teatro Nuovo Giovanni da Udine alle ore 20:00, racconta, tra una disavventura e l’altra, la storia del solitario Leo, contabile di una piccola ditta in quel di Manila, costretto arrabattarsi tra mille difficoltà pur di andare avanti.

Ci si aspetta molto anche da altre due pellicole inserite nel palinsesto di questa settima giornata, entrambe di provenienza sudcoreana: il thriller poliziesco diretto da Lee Yeon-woo Running Turtle (Teatro Nuovo ore 14:15) e l’action firmato da Hoon Jang dal titolo Secret Reunion (Teatro Nuovo ore 22:50). Lee Yeon-woo pare aver confezionato un film robusto, tanto dal punto di vista tecnico quanto da quello più squisitamente narrativo. Il film si appoggia su un plot non particolarmente originale, basato sulla più tradizionale delle cacce all’uomo, che mette un dispetaro alle calcagna di un evaso con lo scopo di fermare la sua fuga in modo da intascare la ricca ricompensa. La critica ha apprezzato la capacità del regista di riuscire a mantenere sempre e comunque la tensione alta, caratteristica che, sulla carta, sembra avvicinarlo alla pellicola del collega Hoon Jang. Secret Reunion infatti, plot alla mano, si avvale di una sceneggiatura più articolata che punta sulle accelerazioni e i cambi di registro, che consentono alla storia e ai personaggi che la animano di evolvere e mutare in continuazione, passando dall’action puro alla più intricata delle spy story.

Il palinsesto giornaliero del Teatro Nuovo non si esaurisci qui. Altre sorprese potranno venire ad esempio dal melodramma di Alex Law, Echoes of the Rainbow (ore 8:55), che partendo da uno sguardo semi-autobiografico e fortemente nostalgico ci porta alla scoperta delle gioie e dei dolori di un focolaio domestico come tanti nella Hong Kong a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta. Da tenere d’occhio anche un’altro titolo made in Hong Kong, la black comedy tutta gag e citazioni La Comedie Humaine (ore 16:20), co-diretta da Hing Kai Chan e Janet Chun, oltre al martial arts action vietnamita The Legend is Alive (ore 11:00) di Luu Huynh.

Il resto del programma del 29 aprile rappresenta un tuffo nel passato grazie ad un terzetto ben assortito di pellicole prodotte dalla Shin-Toho, al quale il FEFF ha dedicato un’interessantissima retrospettiva. Sullo schermo del Cinema Visionario scorreranno, a partire dalle 8:55, tre thriller firmati da uno dei registi più importanti tra quelli che hanno collaborato con la storica casa di produzione nipponica, ossia Teruo Ishii. Si tratta di Yellow Line, storia di un sequestro consumato fra i vicoli stretti e contorti della “Casbah” di Kobe, in un valzer di forestieri, criminali ed emarginati di ogni genere; Black Line (ore 10:30), giallo urbano ambientato nel mondo della prostituzione e della criminalità organizzata; e infine Queen Bee and College Boy Ryu (ore 11:55), intreccio di vendette, alleanze, tradimenti, loschi affari e intrighi, legato alla yakuza. Realizzati nel giro di un anno, il 1960, le pellicole si contraddistinguono tutte per la capacità del suo autore di creare una speciale atmosfera, in perenne equilibrio tra sogno e realtà, dove il proibito e l’illecito attraggono e minacciano in egual misura.

Ospiti del giorno: Derek Kwok e Clement Cheng, registi di Gallants; Chapman To, interprete e produttore de La Comédie Humaine.

FEFF 2010 Diario di bordo: 28 Aprile

Phobia

Colata di sangue sulla sesta giornata del Far East Film Fest. Vampiri, serial killer, presenze inquietanti, mostri e demoni, sono i protagonisti dell’immancabile horror day, appuntamento chiave della kermesse friulana. Da mattina a notte inoltrara, il festival propone una carrellata di pellicole per appassionati dei sapori forti e della tensione

di Francesco Del Grosso
francescodelgrosso@yahoo.it

Non è Far East Film Fest senza Horror Day. Appuntamento tradizionale della kermesse friulana, che tutti gli anni offre al suo pubblico una raccolta di pellicole horror provenienti dalle cinematografie dell’Estremo Oriente. Vampiri, serial killer, presenze inquietanti, mostri e demoni, sono i protagonisti della sesta giornata, che dalla mattinata del 28 aprile fino a tarda notte regaleranno al pubblico in sala brividi ed emozioni forti. Colate di sangue inonderanno gli schermi del Teatro Nuovo e del Cinema Visionario con una carrellata di dieci pellicole del presente e del passato.

Quattro i titoli griffati Shin-Toho inseriti nella retrospettiva per questo Horror Day. Si parte con Vampire Bride (Visionario ore 8:55) di Namiki Kyotaro del 1960, galleria di mostruisità di ogna sorta e specie, si prosegue con storie di fantasmi giapponesi dalle atmosfere lugubri e asfissianti come Ghost Cat of Otama Pond (Visionario ore 10:25) di Ishikawa Yoshihiro del 1960 e Ghost Story of Yotsuya (Teatro Nuovo ore 14:10), capolavoro horror di Nobuo Nakagawa del 1959 tratto da un dramma teatrale Kabuki di Tsuruya Nanboku andato in scena per la prima volta nel 1825 e oggetto di numerosi adattamenti cinematografici fin dai tempi del cinema muto, passando per l’horror psicologico del 1959 The 99th Virgin (Visionario ore 11:50) diretto da Morihei Maganati.

Dopo la parentesi a stelle e strisce, Danny Pang torna in quel di Hong Kong per firmare Seven to One (Teatro Nuovo ore 8:55), teso e intrigato thriller ricco di colpi di scena e suspense nel quale sette storie separate viaggiano parallelamente fino a convergere in un unico evento: una rapina in un minimarket. Uno script solido che gioca sulla potenza rivelatrice dei flashback e sullo stile registico inconfondibile sono gli elementi chiave dell’ultima fatica di uno dei gemelli Pang. La mattinata si chiude con un altro thriller, ma che a differenza di quello firmato da Pang, vira verso il poliziesco classico. Si tratta di Invisible Killer (Teatro Nuovo ore 10:30) diretto dal regista cinese Wang Jing e girato in alta definizione. Un film dal solido intreccio a scatole cinesi che si appoggia su un tema di grande attualità, esplorando gli aspetti inquietanti del mondo della comunicazione virtuale in un Paese in cui i cibernauti sono centinaia di milioni e dove il confine tra pubblico e privato non è ancora ben definito.

Scatta alle 15:40 la maratona orrorifica del FEFF sotto il segno delle cinematografie thailandese e sudcoreana. Sui nastri di partenza si presenta Phobia 2, film in cinque episodi firmato a più mani da un gruppo di registi capitanati da Songyos Sugmakanan. Operazione che segue il primo non esaltante tentativo dal titolo 4Bia, passando dai quattro ai cinque capitoli, il sequel è però riuscito a fare centro al box office della scorsa annata diventando campione d’incassi. Il risultato è un pentagramma cinematografico ben assortito e bilanciato da storie capaci, ognuno a suo modo, di dispensare paura e disgusto. Dalla Thailandia sbarcano sullo schermo del Teatro Nuovo Giovanni da Udine altre due horror di grande succeso in madre patria, il serial thriller di Kongkiat Khomsiri Slice (ore 21:55) e lo shocker di Eakasit Thairatana Who Are You? (ore 23:45). Macelleria, truculente esecuzioni e omicidi efferati, sono gli ingredienti di entrambi i progetti made in Thailandia. Diversa la provenienza, ma stessa tensione ed efferatezza, per lo psyco-thriller sudcoreano a sfondo religioso Possessed (ore 20:00), opera prima di Lee Yong-ju, storia che non punta certo sull’originalità del plot ma sull’efficacia della messa in scena. Buon divertimento!

FEFF 2010 Diario di bordo: 27 Aprile

The MessageCina e Hong Kong sono le vere protagoniste della quinta giornata del Far East Film. Arrivano sullo schermo del Teatro Nuovo due pellicole sbanca botteghini: il dramma storico dalle venature gialle The Message e lo spettacolare kung fu movie vecchio stampo Gallants. Nella fascia mattutina da tenere d’occhio il dramma giovanile Bandage, l’ultima fatica di Kobayashi Takeshi, scritto e prodotto da uno degli esponenti della New Wave nipponica degli anni Novanta, Iwai Shunji

di Francesco Del Grosso
francescodelgrosso@yahoo.it

Siamo giunti a metà strada, al giro di boa di questa dodicesima edizione del Far East Film Fest. La quinta giornata regalerà al pubblico serale del Teatro Nuovo Giovanni da Udine due dei titoli più attesi, il dramma storico dalle venature gialle The Message (ore 20:00) e lo spettacolare kung fu movie vecchio stampo Gallants (ore 22:10). Capaci di strappare consensi e un notevole riscontro ai rispettivi box office nazionali, entrambi i film si caratterizzano per una messa in scena sontuosa, per script solidi e per la spettacolarità della resa stilistica. Il kolossal diretto dalla coppia formata dal taiwanese Chen Kuofu e dall’emergente Qunshu Gao, uno dei più costosi della storia della cinematografia cinese, si appoggia su un’intrigata storia di depistaggio e complotti vari ambientata all’epoca della seconda guerra mondiale, in un castello lussuosamente arredato percorso in lungo e in largo da sinistri agenti governativi che cercano di smascherare una spia della resistenza. Sulla scia di un cervellotico gioco a incastro alla Agatha Christie, la pellicola cinese riesce a tenere incollato alla poltrona lo spettatore fino all’epilogo chiarificatore come in una complicata e imprevedibile partita a scacchi. Gli amanti del kung fu movie vecchio stampo, nel quale la spettacolarità delle coreografie è un elemento imprescindibile, non possono perdere assolutamente il martial arts action direttoda Derek Kwok e Clement Cheng, Gallants, un vero e proprio omaggio alla tradizione del filone marziale hongkonghese del passato. Non mancheranno il solito humor e naturalmente una lunga sequela di combattimenti corpo a corpo dal forte impatto visivo, che daranno al pubblico una bella scarica di adrenalina.

Ma facciamo un salto temporale e torniamo alla mattinata del 27 aprile per presentare il resto del programma. Si parte alle 8:55 con il palinsesto del Cinema Visionario che in rapida successione propone un’altra delle pellicole più censurate della filmografia di Patrick Lung Kong, quel The Call Girls del 1972, nel quale il maestro hongkonghese confeziona una storia incentrata su alcune lavoratrici del sesso che vendono il proprio corpo attraverso tutti gli strati sociali. Sesso e implicazioni sentimentali sono al centro anche della pellicola d’esordio di Lung Kong dal titolo Prince of Broadcasters (ore 10:30), che già nel 1966 lo fece iscrivere nel libro nero della censura. Qui è alle prese con la storia di un aitante narratore radiofonico che da buon playboy conquista indistintamente studentesse e donne mature, fino a quando una donna riuscirà a fare breccia nel suo cuore. La mattinata del Teatro Nuovo, invece, parte con il pluri-premiato melodramma October Sonata (ore 8:55) di Somkiat Withuranij, sorta di mini compendio dei quindici anni chiave della storia thailandese che si intreccia abilmente con il vissuto privato di una donna. Un film intenso, esteticamente pregevole, che scivola sulle corde della passione e di accompagnamenti musicali avvolgenti. Segue alle 10:40 un film da tenere d’occhio, il dramma giovanile Bandage, l’ultima fatica di Kobayashi Takeshi, scritto e prodotto da uno degli esponenti della New Wave nipponica degli anni Novanta, Iwai Shunji. Si tratta di un viaggio nelle sonorità indie locali, vissuto attraverso gli occhi di una liceale alle prese con gioie e dolori dell’adolescenza.

Il programma pomeridiano promette bene grazie a una delle pellicole più interessanti della retrospettiva dedicata alla Shin-Toho, la commedia nera di Doi Michiyoshi, basata su un racconto di Fujiwara Shinji, dal titolo The Horizon Glitters (Teatro Nuovo ore 14:10). Uscito subito prima del tracollo della compagnia, il film narra di un’evasione che finisce male, che per stile innovativo e tecnica narrativa si distacca totalmente, come un corpo estraneo, da tutti gli altri lungometraggi della casa di produzione nipponica dell’epoca. Il pomeriggio si chiude con la proiezione di The Actresses (Teatro Nuovo ore 15:50), pellicola sudcoreana low budget diretta da E.J-Yong, nel quale il regista firma un affresco sul divismo nel mondo del cinema attraverso il ritratto di sei attrici, che per la prima volta decidono di mettere a nudo la loro vera esistenza.

FEFF 2010 Diario di bordo: 26 Aprile

HaeundaeQuarta giornata per il FEFF all’insegna dei disaster movie e del thriller di vecchia e nuova concezione. Tra gli appuntamenti del 26 aprile da non perdere assolutamente gli apocalittici Haeundae di Je-gyun Youn e il censuratissimo Yesterday Today Tomorrow di Patrick Lung Kong, ma soprattutto il thriller dalle atmosfere hitchcockiane Zero Focus di Isshin Inudo

di Francesco Del Grosso
francescodelgrosso@yahoo.it

Due visioni apocalittiche, così lontane per stile e periodo storico nel quale sono state concepite, ma accomunate dalla stesso devastante e tragico epilogo, aprono questa quarta giornata del Far East Film Fest. Purtroppo la concomitanza delle due proiezioni costringerà lo spettattore, desideroso più che mai di ricorrere al dono dell’obiquità, a dover a malincuore fare una dolorosa scelta tra il recentissimo disaster movie alla Roland Emmerich firmato dal sudcoreano Je-gyun Youn dal titolo Haeundae (Teatro Nuovo ore 8:55) e il censuratissimo Yesterday Today Tomorrow (Visionario ore 8:55) di Patrick Lung Kong, una delle pellicole più controverse della filmografia del maestro hongkonghese. Se nel blockbuster coreano i protagonisti se la dovranno vedere con una gigantesca onda anomala che mira dritta verso una delle più famose spiagge del Paese, nel film del 1970 un’intera città farà i conti con una letale epidemia causata da un’infestazione di ratti nei bassifondi, un morbo terribile che metterà in ginocchio il governo locale gettando la popolazione nel panico totale. La mattina del 26 aprile prosegue cambiando decisamente tono e registro; si passa infatti al minimalismo di Teddy Girls (Visionario ore 10:20), nel quale Lung Kong si confronta con un tema a lui caro, ossia quello della ribellione giovanile, attraverso la storia dell’adolescente arrabbiata Josephine Hsu, che dopo aver ingaggiato una furiosa rissa in una sala da ballo, finisce in tribunale dove le viene concessa l’opportunità di rimettersi in carreggiata trascorrendo un anno in riformatorio. La mattinata del Teatro Nuovo si chiude, invece, all’insegna della commedia demenziale made in Japan con Wig (ore 11:05) dell’apprezzato regista televisivo Tsukamoto Renpei. Tratta da una raccolta di saggi di Kobayashi Shinya, la pellicola ci porta alla scoperta delle ansie, delle paure e delle insicurezze di Moriyama, un impiegato sfigato alla quale viene concessa la chance della vita.

La fascia pomeridiana del Teatro Nuovo ha come comun denominatore il filone gangsteristico. Due le proposte in tal senso: il tentativo chiaro e lampante d’importare i modelli del filone a stelle e strisce da parte della cinematografia indonesiana con The Last Wolf (ore 14:10) del poliedrico regista e sceneggiatore Upi e il capolavoro firmato da Patrick Lung Kong, Story of A Discharged Prisoner (ore 16:40), dal quale John Woo ha partorito il suo A Better Tomorrow del 1986. Entrambi i film fanno della potenza dei rispettivi script a incastro e della bravura degli interpreti i punti di forza. Si tratta di autentiche ibridazioni che mettono lo spettatore al cospetto di repentini cambi di generi e registri, dal noir vecchio stampo al gangster alla Scorsese e alla De Palma, attraverso storie di tradimento e vendetta.

Con la commedia d’azione hongkonghese Little Big Soldier (ore 20:00) diretta da Sheng Ding e interpretata da un attempato ma ancora energico Jackie Chan e con il thriller dalle atmosfere hitchcockiane proveniente dal Sol Levante Zero Focus (ore 21:45) di Isshin Inudo, si chiude il programma della serata del Teatro Nuovo. Nel primo caso si tratta di un film in costume che teletrasporta il pubblico in sala nella Cina del periodo dei Regni Combattenti. Grande Soldato, interpretato proprio da Chan, combatte per il regno di Liang, ma è un codardo pragmatico che di solito in battaglia si finge morto, ma le cose sono destinate a cambiare. Tutt’altra storia, invece, per il thriller claustrofobico di Inudo, versione modernizzata dedll’ominimo racconto giallo del compianto scrittore Matsumoto Seicho, già portato sul grande schermo nel lontano 1961 da Nomura Yoshitaro.

FEFF 2010 Diario di bordo: 25 Aprile

The city of liveUna pioggia di piombo cade copiosa e inarrestabile sulla terza giornata del Far East Film Fest. Azione e adrenalina a dosi massicce nel programma domenicale, dove si fanno largo a colpi di pistole e di lame affilate i protagonisti dei film in concorso: dal blockbuster di azione fantasy Woochi al martial arts action vietnamita Clash

di Francesco Del Grosso
francescodelgrosso@yahoo.it

Il palinsesto della terza giornata del Far East Film Fest si caratterizza per una forte componente action, ma anche per le immagini dense e cariche di emozioni che compongono le prime due pellicole firmate dal regista hongkonghese Patrick Lung Kong, al quale la kermesse friulana rende omaggio con la seconda retrospettiva di questa dodicesima edizione. Il programma di domenica 25 aprile offre al pubblico di turno otto pellicole.

Nella mattinata del Cinema Visionario sarà possibile vedere due melodrammi del maestro di Hong Kong: l’anti militarista Hiroshima 28 (ore 8:55) del 1974 e lo straziante  The Window (ore 10:40) del 1968, mentre sullo schermo del Teatro Nuovo toccherà per prima alla commedia sociale Bandhobi (ore 8:55) del sudcoreano Dong-il Shin, che come ci racconta Darcy Paquet sul catalogo del FEFF si caratterizza per una duplice natura drammaturgica: la storia di due persone dal background molto diverso che riescono a creare un legame stretto, e un commento sociale sulla discriminazione nei confronti dei lavoratori stranieri in Corea. Chiude la fascia mattiniera The Bugs Detective (ore 10:40), commedia fantasy nipponica firmata da Sakichi Sato, che ha nelle gag esilaranti il motore portante di un film sopra le righe.

La fascia pomeridiana e quella serale hanno però in serbo per il pubblico del Teatro Nuovo una vera e propria scarica di adrenalina, somministrata attraverso la visione di quattro film decisamente esaltati per gli amanti dell’azione e non solo. Si parte alle 14:10 con il fanta-action sudcoreano Whooci di Dong-hoon Choi, un mix sbanca botteghini di arti marziali, umorismo demenziale, personaggi memorabili ed effetti speciali di straordinaria fattura. E’ poi la volta del regista giapponese Miura Sakaki, che con il suo Accidental Kidnapper (ore 16:40) regala agli spettatori una boccata di ossigeno con un film a metà strada tra la commedia e il dramma, boccata d’ossigeno necessaria per rituffarsi a capo fitto in una serata da mozzare il fiato. Con The City Of Life And Death (ore 20:00), il regista cinese Lu Chuan dedica un film crudo e toccante alla memoria e alla tragedia umana che si cela dietro il “Massacro di Nanchino”, avvenuto nel 1937-38 durante l’occupazione dell’esercito nipponico. Un poetico bianco e nero per un affresco storico dall’imponente resa visiva e narrativa. Si chiude in bellezza con la seconda delle due pellicole vitnamite presenti al Festival, ossia Clash (ore 22:25) di Thanh Son Le. Tra una sparatoria e un corpo a corpo letale si snoda una vicenda di malaffare, con il poliziotto di turno costretto a infiltrarsi in una banda armata fino ai denti per smascherare i traffici illeciti di un boss.

FEFF 2010 Diario di bordo: 24 Aprile

Fire Of ConscienceSe con l’inaugurazione il Far East Film Fest ha solo scaldato i motori, nella seconda giornata la kermesse friulana schiaccia il pedale sull’acceleratore portando sugli schermi del Teatro Nuovo Giovanni da Udine e del Cinema Visionario ben dieci pellicole, suddivise tra competizione e retrospettive. Palinsesto, quello di sabato 24 aprile, all’insegna dell’azione e del romanticismo, con un pizzico di noir e thriller che non guasta mai

di Francesco Del Grosso
francescodelgrosso@yahoo.it

La fascia mattutina offre al pubblico del Festival un buongiorno con i fiocchi. Scende subito in campo il primo dei quindici titoli della retrospettiva dedicata alla celeberrima casa di produzione nipponica Shin-Toho. Il battesimo tocca al bellico Female Slave Ship (Visionario ore 8:55) di Yoshiki Onoda datato 1960, al quale seguono in successione il torbido noir del 1958 Flesh Pier (Visionario ore 10:30) di Teruo Ishii e il melodramma Death Row Woman (Visionario ore 11:55) di Nobuo Nakagawa. Tre pellicole diametralmente opposte per stile, concezione e genere, ma capaci di mettere in evidenza l’estrema versatilità e apertura creativa che hanno caratterizzato la storica “factory” del Sol Levante, almeno quanto quella a stelle e strisce griffata Roger Corman. Il primo titolo ci trascina nel nel 1945, quando la situazione bellica del Giappone era sì disperata, ma non del tutto priva di speranze. Il film di Onoda, classico War Movie di stampo hollywoodiano, tra un conflitto a fuoco e l’altro scava nella Storia per far emergere la piaga del commercio sessuale dell’epoca. Donne e rivendicazione dei propri diritti al centro anche del film di Nobuo Nakagawa, che attraverso una mescolanza imprevedibile di generi (giallo, dramma e azione), regala allo spettatore una buona dose di emozioni. Suspense e morbosa ossesione sono, invece, la linfa vitale che anima il noir del 1958, realizzato con uno stile quasi documentaristico di puro pedinamento.

Non è da meno la mattinata del Teatro Nuovo con Hot Summer Days (ore 8:55) e Whet (Teatro Nuovo ore 10:40). Da Hong Kong arriva una piacevole teen-comedy diretta dal duo formato da Tony Chan e Wing Shya, un film corale sulle disavventure amorose di un gruppo di estranei destinati a incrociare i loro cuori in una caldissima estate come tante. Monumentale ed epico, Whet, wuxia pian che segna il ritorno dietro la macchina da presa dopo una lunga assenza di He Ping, mostra la fuga disperata di sue disertori sullo sfondo della battaglia di Changping (260 a.C.), che si svolse durante il cruento periodo degli Stati Combattenti e nella quale 500.000 soldati dell’esercito dello Stato di Zhao furono uccisi dall’esercito dei Qin, che avrebbe poi unificato tutta la Cina.

La fascia pomeridiana presenta due film targati Filippine e Taiwan: la commedia raffinata Kimmy Dora (ore 14:15) e il gangster giovanilistico incentrato sulla bande malavitose taiwanesi firmato da Doze Niu dal titolo Monga (Teatro Nuovo ore 16:10). Con la sua ultima fatica, il regista filippino Joyce Bernal dimostra ancora una volta di saperci fare con le commedie romantiche. Senza scivolare nella melassa e nel clichè, Bernal narra le vicende sentimentali di due sorelle gemelle che più diverse di così si muore. Bullismo e affari sporchi per un ritratto desolante e marcio della Taiwan degli anni Ottanta, invece, per il film di Doze Niu.

Un frullato di emozioni nella serata del Teatro Nuovo che in una carrellata di immagini e suoni ci porta in rapida successione dall’action-thriller giapponese Golden Slumber (ore 20:00) di Nakamura Yoshihiro al poliziesco ad alta tensione made in Hong Kong di Dante Lam Fire of Conscience (ore 22:25), per chiudere in tarda nottata con la divertente action-comedy One Night In The Supermarket (ore 00:25) del regista cinese Qing Yang. Serata al vetriolo tra una pallottola e una fuga spericolata grazie a questi tre titoli, che hanno nella spettacolarità delle coreografie e non solo le carte vincenti. Nakamura Yoshihiro ci trascina in un’autentica caccia all’uomo senza esclusione di colpi, Lam confeziona un buddy movie pirotecnico ed esplosivo, mentre Qing Yang tra una gag e l’altra non disdegna qualche riuscita sequenza d’azione.

FEFF 2010 Diario di bordo: 23 Aprile

Sophie's Revenge

Un’inaugurazione all’insegna del rosso, quello delle rose disseminate in lungo e in largo nella commedia sentimantale made in China Sophie’s Revenge di Eva Jin e del frullato di sangue e anfratti somministrato da Ho-cheung Pang in Dream Home, il più cruento e sanguinario slasher della storia del cinema hongkonghese

di Francesco Del Grosso
francescodelgrosso@yahoo.it

Partenza con il botto per la dodicesima edizione del Far East Film Fest. La giornata d’apertura propone al pubblico un menù contenuto, ma estremamente variegato, in attesa dell’indigestione di pellicole in salsa agrodolce che ci aspetta da domani in poi. A due film targati Cina e Hong Kong spetta l’arduo compito d’inaugurare il festival, film diametralmente opposti per generi e stile, ma destinati entrambi a lasciare il segno nel cuore e nella mente degli spettatori.

La pre-apertura della kermesse friulana, nella splendida cornice del Teatro Nuovo Giovanni da Udine, tocca alla commedia sentimentale tutta al femminile Sophie’s Revenge (ore 20:00) della giovane regista cinese Eva Jin. Delicata e coinvolgete, la pellicola, presentata in anteprima internazionale, porta la firma della star del cinema orientale Zhang Ziyi, conosciuta in Occidente per aver preso parte a film come La tigre e il dragone, La foresta dei pugnali volanti, Memorie di una geisha e qui nella duplice veste di interprete e produttrice. Sulla scia dell’acclamato film a stelle e strisce Innamorati cronici, la commedia diretta dalla Jin, decisamente classica e in perfetto stile hollywoodiano, racconta la storia di Sophie, una scrittrice di manga, romantica e un po’ strampalata, prossima alle nozze con l’avvenente chirurgo Jeff che a sua volta si scopre malato d’amore per la famosa e perfida attrice Joanna. La protagonista si getta con passione nella sua impresa, inventando strategie diverse che documenta nel suo “Manuale dell’Amore”, una sorta di decalogo della vendetta pubblicato sotto forma di manga.

Toni meno dolci e romantici per Dream Home (Teatro Nuovo ore 22:45), bagno di sangue iper-violento firmato da Ho-cheung Pang. Presentato in anteprima mondiale, il film si preannuncia come uno dei più sadici e cruenti esempi di slasher partorito nella storia della cinematografia hongkonghese. Il regista ci trascina in un’aspirale di follia metropolitana, scandita da una processione di eventi sanguinosi che accompagnano la giovane protagonista dritta al suo scopo, quello di racimolare i soldi necessari all’acquisto del tanto sospirato focolare domestico. Non importa se per farlo dovrà trasformarsi in una belva omicida commettendo efferati delitti senza battere ciglio. Pang rilegge in chiave orrorifica, con un punto di vista estremo, il problema dell’acquisto degli immobili da parte dei giovani in quel di Hong Kong. Un colpo allo stomaco che non sarà facile da digerire.

Cannes: la selezione ufficiale

Cannes 2010

Unico italiano in concorso, Daniele Luchetti sarà in corsa per la Palma d’Oro insieme ad autori del calibro di Kiarostami, Kitano, Iñárritu e Tavernier. Fuori Concorso, Woody Allen, Steven Frears e Oliver Stone, mentre per Un Certain Regard scontro fra titani tra Godard e De Oliveira. Ad aprire la kermesse il Robin Hood di Ridley Scott. E tra gli Special Screening il Draquila di Sabina Guzzanti

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

Sarà Ridley Scott con il suo Robin Hood ad aprire la 63ª edizione del Festival di Cannes, in programma dal 12 al 23 maggio 2010. Il film, con Russell Crowe e Cate Blanchett, verrà presentato Fuori Concorso e uscirà nelle sale di tutto il mondo a partire dal 14 maggio.

Tra i film in concorso, annunciati nella conferenza stampa lo scorso 15 aprile, anche l’italiano Daniele Luchetti con La nostra vita, con Elio Germano, Isabella Ragonese, Luca Zingaretti e Raoul Bova. Il film, girato nella periferia romana, nei dintorni di Tivoli, racconta la storia di un operaio che dopo un lutto cerca nei soldi il risarcimento al proprio dolore, cadendo in una spirale che diventa metafora dell’andamento di un Paese intero.

Altra presenza italiana, quella di Sabina Guzzanti con il Fuori Concorso Draquila – L’Italia che trema, sugli scandali della ricostruzione post-terremoto ai tempi di Berlusconi.

A contendersi la Palma d’Oro saranno autori del calibro di Mathieu Amalric, Xavier Beauvois, Rachid Bouchareb, Alejandro González Iñárritu, Mahamat-saleh Haroun, Im Sangsoo, Abbas Kiarostami, Takeshi Kitano, Lee Chang-dong, Mike Leigh, Doug Liman, Sergei Loznitsa, Nikita Mikhalkov, Bertrand Tavernier e Apichatpong Weerasethakul.

L’ultima parola spetterà alla giuria presieduta da Tim Burton, nella quale spicca una doppia presenza italiana, quella di Giovanna Mezzogiorno e del direttore del Museo nazionale del cinema di Torino Alberto Barbera, insieme agli attori Benicio Del Toro e Kate Beckinsale, e ai registi Emmanuel Carrere, Victor Erice e Shekhar Kapur.

Grandi nomi della storia del cinema anche nella sezione Un certain regard, che vede la partecipazione, tra gli altri, di Manoel De Oliveira e Jean-Luc Godard. Fuori concorso, infine, una triade d’eccellenza composta da Woody Allen con You Will Meet A Tall Dark Stranger, Stephen Frears con Tamara Drewe e Oliver Stone con Wall Street – Money Never Sleeps.

L’elenco completo dei titoli in concorso è consultabile su: http://www.festival-cannes.com/en/festival/officialSelection.html.

Far East Film 2010

DREAM HOME_Josie Ho

Il meglio delle cinematografie popolari dell’Estremo Oriente sbarca a Udine per la dodicesima edizione del Far East Film Festival, tradizionale e attesissima vetrina friulana per appassionati e addetti ai lavori. Proiezioni, retrospettive, omaggi, eventi, incontri e mostre, per un ricco e gustoso programma

di Francesco Del Grosso
francescodelgrosso@yahoo.it

Presentato il programma della dodicesima edizione del Far East Film, tradizionale e attesissima vetrina friulana per appassionati e addetti ai lavori, dedicata al meglio delle cinematografie popolari dell’Estremo Oriente. Nove giorni dal 23 aprile al 1 maggio 2010 all’insegna dell’asian style, animeranno Udine portando tra le strade della città e nelle consuete cornici del Teatro Nuovo e del cinema Visionario, proiezioni, retrospettive, omaggi, eventi, mostre, incontri con registi e attori. Filmaker’s magazine seguirà per voi la manifestazione con un diario di bordo quotidiano incentrato sugli appuntamenti in cartellone, di quello che è diventato, senza ombra di dubbio, il maggiore avamposto cinematografico orientale d’Europa, grazie al grande riscontro di pubblico e soprattutto alla passione e all’impegno dei direttori artistici e dell’intero staff del Centro Espressioni Cinematografiche di Udine.

Ricco come sempre il palinsesto, nonostante i tagli ai fondi pubblici che hanno messo in ginocchio molte piccole e grandi kermesse nostrane, il Far East Film presenta una selezione di settantadue film in rappresentanza di nove cinematografie (Cina, Corea del Sud, Hong Kong, Filippine, Giappone, Indonesia, Taiwan, Thailandia e Vietnam), la maggior parte in anteprima assoluta in Occidente. L’apertura del FEFF è affidata all’anteprima internazionale della commedia in rosa made in China Sophie’s Revenge, prodotta e interpretata dalla diva Zhang Ziyi, affidata alla regia della giovane Eva Jin. Si tratta di una divertente partitura sentimentale su due bellissime giovani donne rivali in amore sulla scia di Innamorati cronici. La cinematografia cinese è del resto una delle grandi protagonisti di questa edizione con la bellezza di nove titoli, con un occhio particolare ai quei kolossal storici di propaganda che hanno conquistato milioni di spettatori nell’ultima annata tra cui segnaliamo: il thriller mozzafiato The Message della coppia Chen Kuofu e Gao Qunshu, ambientato durante la guerra anti-giapponese, ma soprattutto il kolossal storico sbanca botteghini diretto dal duo Han Sanping- Huang Jianxin, The Founding Of A Republic, sorta di compendio incentrato su un periodo cruciale nella storia della Cina, ossia gli anni che vanno dal 1945 al 1949.

Non sono da meno Hong Kong, Corea del Sud e Giappone, a loro volta presenti alla kermesse friulana con un cospicuo numero di opere. Tra le dieci proposte griffate Hong Kong non possiamo non citare l’anteprima mondiale del controverso, iper-violento e crudo “slasher” Dream Home di Pang Ho-cheung. Il film rilegge in chiave horror il problema delle abitazioni in quel di Hong Kong, attraverso la storia di una donna disposta a commettere qualsiasi delitto pur di racimolare i soldi necessari all’acquisto di una casa. Da Hong Kong arrivano anche lo spettacolare martial arts action movie Gallants diretto da Derek Kwok e Clement Cheng, il nostalgico e intenso melodramma Echoes Of The Rainbow di Alex Law e la divertente black-comedy di Chan Hing-kai e Janet Chun dal titolo La Comédie Humaine. Risponde il cinema sudcoreano che con nove titoli di genere e stile differente regaleranno emozioni forti e adrenalina, due su tutti: il catastrofico e spettacolare Haeundae di Youn Je-gyun e il fanta-action iper-cinetico firmato da Choi Dong-hoon, Woochi, un frullato esplosivo di arti marziali e azione. Dal Sol Levante, invece, nove film per lo più comici come la spassosissima parodia di Taxi Driver diretta da Miura Daisuke, Boys On The Run, ma anche thriller al cardiopalma del calibro di Golden Slumber di Nakamura Yoshihiro e Zero Focus di Inudo Isshin.

La Thailandia lascia la sua impronta nel palinsesto con cinque pellicole dal forte impatto empatico, capaci di catapultare gli spettatori in veri e propri labirinti mnemonici: l’horror a episodi Phobia 2 e i due psycho-thriller Who Are You? di Pakphum Wongjida e Slice di Kongkiat Khomsiri. Due pellicole a testa per Filippine, Taiwan e Vietnam. In rappresentanza del cinema filippino non poteva mancare Erik Matti, ospite fisso del FEFF, che presenta a Udine la sua ultima fatica, l’onirico e  malinconico dramma The Arrival. Il piccolo menu vietnamita offre, invece, molta adrenalina a buon mercato con il pirotecnico action movie Clash di Le Thanh Son e il notevole film d’arti marziali The Legend Is Alive diretto da Luu Huynh, controbilanciata dalla dose massiccia di romanticismo propinata da uno dei due film battente bandiera vietnamita, Hear Me di Cheng Fen-fen.

Ultima, ma non certo per meriti, cinematografia presente al festival quella indonesiana con tre pellicole drammatiche che puntano diritto al cuore dello spettatore, una su tutte la delicata e sfuggente Identity di Aria Kusumadewa. Ed è battente bandiera indonesiana anche la sigla ufficiale di questa edizione del FEFF dal titolo  EXOTIC, AUTHENTIC, HANDS-FREE, NO SAFETY!, quaranta secondi di ludica follia metropolitana firmati dal geniale di Joko Anwar.

Ma il Far East Film come tradizione ha sempre uno sguardo rivolto al passato e non solo al presente.  Tornano, infatti, le grandi retrospettive dedicate ad autori e case di produzione celebri della storia del cinema popolare asiatico. La prima è dedicata a una delle più famose case di produzione giapponese, la Shin-Toho, che, per l’effetto che provocò all’epoca nel Paese del Sol Levante, potremmo paragonare alla celeberrima factory di Roger Corman capace negli stessi anni Sessanta di rivoluzionare e dare nuova linfa al cinema americano di genere popolandolo di adolescenti ribelli, vampiri, lupi mannari e ragazze formose in bikini. Specializzata in film noir e thriller cruciali per la sintassi del cinema popolare nipponico, ma capace di sfornare ottimi musical e melò, la Shin-Toho sarà “rivissuta” a Udine attraverso quindici opere prodotte a cavallo tra gli Cinquanta e Sessanta ancora inedite in Occidente. La seconda retrospettiva vedrà invece continuare il percorso di ricerca e di approfondimento della storia recente del cinema di Hong Kong già iniziato dal Far East in passato, tratteggiando “un piccolo focus” composto da sette titoli (tra questi vale la pena di segnalare Story Of The Discharged Prisoner dal quale è nato A Better Tomorrow, il capolavoro noir metropolitano di John Woo) tutti realizzati negli anni Settanta, sul cinema di Patrick Lung Kong, autore politicamente non allineato, figura chiave e regista di riferimento che anticipò nell’Ex Colonia Britannica la New Wave degli anni Ottanta diventando imprescindibile per registi e attori della nuova generazione.

L’uomo nell’ombra

L'uomo nell'ombraVincitore dell’Orso d’argento per la regia, Polanski mette in scena un thriller di hitchcockiana memoria, con McGregor nei panni del ghostwriter “che sapeva troppo”

di Lorenzo Lamperti
lampe83@tiscali.it

Dal romanzo Ghostwriter (ma perché non lasciare il titolo originale?) di Robert Harris, Roman Polanski ha tratto il suo ultimo film, presentato all’ultimo Festival di Berlino e insignito dell’Orso d’argento per la regia. L’uomo nell’ombra, questo il titolo italiano, è la storia di un scrittore ombra (un ghostwriter, appunto), specializzato nello scrivere biografie di cantanti e personaggi celebri, che accetta di completare le memorie dell’ex Primo Ministro britannico Adam Lang.

Il ghostwriter, interpretato da Ewan McGregor, raggiunge il Premier, che ha il volto dell’ex 007 Pierce Brosnan, nella sua splendida villa situata sull’oceano. Ma sul suo progetto sembra pendere una maledizione: prima viene derubato di un manoscritto, poi, il giorno del suo arrivo, Lang viene accusato di aver autorizzato la cattura illegale di sospetti terroristi e di averli consegnati alle torture della CIA. Via via che porta avanti il suo lavoro, il ghostwriter scopre che il suo predecessore, che aveva iniziato la stesura del libro, non si è suicidato ma è stato probabilmente ucciso per aver scoperto qualche segreto oscuto sui legami tra Lang e la CIA.

Polanski, coinvolto in problemi ben più pesanti di quelli cinematografici, prende come riferimento Hitchcock e cerca di creare un thriller politico fatto di suspense, inganni e tradimenti. Ne esce un film fiacco, nel quale gli elementi hitchcockiani dell’uomo comune immerso in un’avventura pericolosa e del tema dell’ordinario coinvolto nello straordinario si perdono in una struttura debole e poco convinta. Polanski vorrebbe accompagnare l’ironia alla suspense, ma gli vengono fuori male tutte e due le cose: si ride poco e la tensione non c’è quasi mai, se non nella sequenza del traghetto con la fuga di McGregor dai suoi inseguitori. I temi politici sono appena sfiorati, il personaggio di Brosnan è una specie di Blair con la faccia hollywoodiana, e le concatenazioni narrative non sono sempre cristalline. Spesso sembra di trovarsi ad assistere a un film degli anni 70-80 diretto da Pakula o da Lumet; il problema è che Polanski non porta nessun innovazione al genere rispetto ai predecessori di venti o trent’anni fa. E allora la sensazione più forte che si prova davanti a L’uomo nell’ombra è di inattualità; un’opera tirata fuori da qualche decennio fa e svuotata. Certamente le scene da ammirare non mancano, dallo smascheramento pubblico che ricorda da vicino L’uomo che sapeva troppo alla scena iniziale del ritrovamento dell’auto abbandonata sul traghetto; una scena che si ricollega alla splendida sequenza finale, nella quale Polanski ricorda a tutti le sue immense capacità registiche con un fuoricampo memorabile. Ma la bellezza formale che si ritrova in qualche punto del film non si accompagna a tutto il resto, e allora bisogna tristemente constatare che il cinema di Polanski ha probabilmente perso un elemento fondamentale: la necessarietà.

Shutter Island

Shutter-IslandNel cupo thriller psicologico di Scorsese con Leonardo Di Caprio, un omaggio ai grandi classici noir e un’indagine sulla violenza come elemento formativo dell’uomo

di Vincenzo Ianni
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USA 1954. Nel pieno della guerra fredda, un ufficiale federale, Teddy Daniels (Leonardo Di Caprio) e il suo nuovo partner Chuck Aule (Mark Ruffalo) vengono inviati  su un’isola a largo della costa di Boston in un impenetrabile istituto psichiatrico criminale – l’Ashecliffe Hospital – per indagare sulla scomparsa di una paziente pluriomicida, Rachel Solando, sparita inspiegabilmente dalla sua cella senza lasciare traccia. Le indagini prendono da subito una cattiva piega: sin dal primo colloquio, il Dottor Cawley (Ben Kingsley), responsabile della clinica, non sembra essere disposto a collaborare. Daniels, intanto, è ossessionato dal pensiero della recente morte della moglie (Michelle Williams) in un incendio. Bloccati sull’isola da un uragano, i due federali continuano le indagini con il crescente sospetto di essere incappati in una sordida storia di servizi segreti ed esperimenti sui pazienti.

Finalmente, al quarto “tentativo” (dopo Gangs of New York, The Aviator e The Departed), la coppia Scorsese-Di Caprio brilla di tutta quella luce che i nomi così altisonanti ci fanno lecitamente attendere, ma che evidentemente non sempre garantiscono. Come già Gone Baby Gone e Mystic River, anche questo cupo thriller psicologico è tratto da un romanzo di Dennis Lehane, che – come racconta Scorsese – gli ha subito ricordato uno dei suoi punti di riferimento: il “classicissimo” Il gabinetto del dottor Caligari di Wiene. E in effetti il film è avvolto in atmosfere espressioniste, per così dire, e cosparso di amorevoli riferimenti al cinema tedesco degli anni 30 e 40, al cinema dei tedeschi emigrati a Hollywood negli anni 40 e 50, e non solo. «Mi fa immenso piacere che il mio film ricordi certi nomi: Samuel Fuller, Jacques Tourneur… il mio background è fatto sostanzialmente di certo cinema tedesco come quello di Lang soprattutto, una presenza fortissima che aleggia nel cinema di quegli anni, e Wilder. E poi Preminger… Proprio Vertigine, insieme a Le catene della colpa, sono i film che ho fatto vedere al cast prima di girare». Il film, continua il regista, è «un viaggio nella paura e nella paranoia, come quella che imperversava a New York quando ero ragazzo, tra il ’52 e il ’54, e che oggi è di nuovo molto forte. E poi c’è il tema della violenza, ma non la violenza in sé, quanto ciò che attraverso la violenza i miei personaggi riescono ad esprimere: chiunque abbia avuto a che fare con un episodio di violenza è costretto a sopportarne il peso, che lascia una traccia indelebile. Per superare e lasciarci alle spalle quegli episodi, quei segni, dobbiamo cambiare, evolverci, diventando quello che siamo. La violenza, in questo senso, è un elemento formativo, esperienza. E Leonardo Di Caprio ha colto questo aspetto in pieno ed è riuscito a dare al suo personaggio una profondità straordinaria».

Di Caprio, d’altro canto, ammette che la chiave della sua interpretazione è proprio quella della «violenza come strumento di indagine della natura umana. I personaggi di Martin – continua l’attore – soffrono a tal punto che rivolgono il loro cupo malessere verso gli altri: è questa la natura più profonda della violenza». Commentando il lavoro col regista e sul suo personaggio, Di Caprio aggiunge: «quando lavoro non sono mai sicuro di aver fatto abbastanza, cerco sempre di fare il possibile per arrivare all’essenza dei personaggi, con la speranza di riuscire per lo meno ad avvicinarmi a quelli che sono i miei miti: De Niro, Montgomery Clift, James Dean… Questo è sicuramente il personaggio più complesso che mi sia capitato di interpretare, è il frutto della fiducia e della responsabilità che Martin ti dà quando lavori per lui». In effetti, complici i ribaltamenti dei piani di realtà attraverso cui evolve il racconto, un Di Caprio imbolsito e segnato, non più eterno giovincello, ma novello Dorian Gray più simile alla propria sofferente rappresentazione, cesella un personaggio che gli varrà a lungo la nostra ammirazione. Salvo che il povero Leonardo non ci anneghi dentro: qualcuno gli rivolge sguardi un po’ stupiti quando si presenta alle conferenze stampa con completo e taglio anni 50… è solo marketing? Leonardo, esci dal ritratto!