Dal futuro alle foreste in 3D

Christopher Lloyd in Il richiamo della forestaLe sue passioni sono la natura e i viaggi nel tempo: protagonista del film di Richard Gabai ispirato al romanzo di Jack London, Christopher Lloyd si racconta a Filmaker’s

di Barbara Zorzoli
barbara.zorzoli@inwind.it

È un segno del destino; mentre sto scrivendo l’intervista, alla tv trasmettono il primo dei tre film della trilogia Ritorno al futuro. Sorrido quando sento Lloyd esclamare con quel suo tono unico: «Great Scott!» (in italiano reso con «Grande Giove!»). Non sarà giornalisticamente corretto ma devo dirlo: lo adoro! Sarà per il viso simpatico, la voce profonda o il curriculum zeppo di personaggi a dir poco strambi, come appunto il mitico Dottor Emmett Brown, l’autista ex-hippy Jim Ignatowski nella sitcom Taxi, il terrificante giudice Morton di Chi ha incastrato Roger Rabbit?, oppure lo zio Fester de La famiglia Addams… comunque sia Christopher Lloyd (71 anni) è un attore di talento, che ha sapientemente alternato il cinema a una florida carriera teatrale (ha preso parte a più di 200 pièce). Grande trasformista, Chris ha almeno due passioni in comune con questi suoi personaggi. Volete sapere quali? Come “Doc” ama l’idea andare a spasso nel tempo e soprattutto, come il suo nuovo personaggio in Il richiamo della foresta 3D di Richard Gabai (il primo film tutto live action in 3D, privo di effetti speciali o immagini create al computer), ama il Montana e la natura, ma sa che è bene averne rispetto. Lloyd, infatti, interpreta Bill, un nonno che vive sulle montagne innevate del Montana, a cui viene affidata la nipote Ryann (Ariel Gade) che vorrà tenere con sé un Husky incrociato con un lupo selvatico, nonostante gli avvertimenti sulla sua natura selvatica da lui elargiti ogni sera, attraverso la lettura del libro di Jack London Il richiamo della foresta (a cui si ispira la pellicola).
Chris ho letto che hai una casa nel Montana come il tuo personaggio. Significa che, come lui, ami la natura e le montagne?
«Sì avevo una casa, ma anni fa. Il Montana comunque è un luogo fantastico, ci si sente davvero in contatto con la natura. Ci sono splendidi panorami, foreste, laghi, la vita lì è tranquilla e la gente genuina».
Sei mai stato “spaventato” dalla natura?
«Mi è capitato di perdermi durante delle camminate in montagna e di non sapere più dove andare, ma poi per fortuna ne sono sempre uscito salvo. La natura va rispettata e, come sa il mio personaggio, adeguatamente temuta. Ma c’è qualcosa di magico in lei, la pace, la tranquillità, tutto si compie senza nessuno sforzo… in generale mi sento al sicuro nella natura, avvolto da una pace difficile da trovare altrove».
Che tipo di uomo è il tuo personaggio?
«È un uomo, vedovo da poco, che vive isolato sulle montagne, in un casa senza tv, internet e altro. La sua è una scelta radicale per vivere davvero in simbiosi con i ritmi della natura».
Hai letto il libro di Jack London?
«Sì, è una storia meravigliosa, non si parla solo di un cane, Buck, ma dell’essere umano in quanto tale e di tutto il complesso di emozioni umane».
Sono curiosa di sapere se hai dei nipoti a cui racconti o leggi delle storie come questa.
«No, non ho nipoti, ma ho un figlioccio, l’ho visto crescere ed è stato un processo davvero meraviglioso… e questo mi ha aiutato a comprendere il rapporto nonno-nipote del film».
Hai un ricordo particolare o un aneddoto dal set da raccontarmi?
«Abbiamo girato a Lincoln, un piccolo villaggio, e tutti si sono messi a diposizione della troupe tanto che il film è diventato è diventato un po’ di tutti una sorta di progetto della comunità!».
Per finire devi togliermi un’altra curiosità: come Dr. Emmett Brown anzi, “Doc”, di Ritorno al futuro, hai fatto sognare mezzo mondo con l’invenzione macchina del tempo. Ma tu, hai mai sognato di viaggiare nel tempo?
«Certo, andrei ovunque, specialmente nel passato, ad esempio in Gran Bretagna all’epoca dei primi celti nel 3000 A.C. per vedere con i miei occhi come è stata messa su Stonehenge! Ma anche i primi anni della comparsa dell’uomo sarebbero un viaggio affascinate…».
E il futuro?
«…stiamo facendo progressi straordinari in ogni campo, la tecnologia avanza senza sosta, per cui sì, non sarebbe male vedere come sarà il mondo tra cento anni!».

Io, il mostro

Benicio Del Toro in The WolfmanNei panni dell’Uomo Lupo nel film di Joe Johnston, Benicio Del Toro si racconta a Filmaker’s in un’intervista esclusiva

di Francesco Cinquemani
francesco.cinquemani@gmail.com

Hai interpretato tanti film. Ne produci uno ed è sui licantropi. Perché?
«Mi sono sempre sentito diverso. Mi è capitato spesso nel corso della vita. Intanto perché sono portoricano e sono cresciuto negli Stati Uniti. Sono un emarginato, faccio parte di una minoranza. Sono di razza latina, sono cattolico. Ho un grande senso di colpa che mi deriva dalla consapevolezza del peccato originale. Mi sono spesso sentito un mostro. È successo anche di provarlo all’interno della mia famiglia».
Quando?
«Nell’istante esatto in cui ho detto che volevo fare l’attore. Mi hanno trattato come un pazzo. E in effetti bisogna essere folli per fare questo lavoro. La gente normale neanche lo considera un mestiere».
Ti senti un mostro.
«Sì, (sorride) più spesso di quello che puoi pensare… un mostro e un emarginato».
Anche ora?
«Sì, non hai una vita normale. A volte non puoi nemmeno passeggiare per strada da solo».
Come scegli se interpretare un ruolo?
«Ci sono tre fattori che mi aiutano e che sono determinanti. Il copione, il regista e gli altri attori. Se due dei tre elementi sono validi, allora l’alchimia può portare a un buon film. Una buona storia con bravi attori. Un buon regista con una storia che funziona e attori scarsi può anche fare un capolavoro. Un buon regista senza una storia che regge e gli attori giusti, può forse riuscirci una volta, ma sarebbe un colpo di fortuna. Il vero problema in questo campo e a Hollywood è trovare una buona storia. È la cosa più difficile in questi tempi. Tanti registi bravi, tanti attori validi e così poche storie».
Così può capitare di rivolgersi al passato.
«È vero in The Wolfman, la storia funziona, andava bene negli anni 40. E regge ancora ai nostri tempi. È una grande favola nera. È romantica e horror insieme. È un archetipo. E poi ha un grande personaggio».
L’uomo lupo. Ti affascina?
«Sì, fin da piccolo è stato sempre il mio mostro preferito. L’idea da cui è nato il film era di rendere omaggio al Wolfman del 1941 con Lon Chaney Jr di cui io sono sempre stato un grande fan. È stato il primo film dell’orrore che ho visto in vita mia. Gli altri si travestivano da Dracula, da Frankenstein, da Zorro, ma io da bambino ero il lupo, il lupo mannaro. Sempre il lupo. Lo sentivo vicino. Lo capivo. Era parte di me».
Perché?
«Forse perché era il mostro del popolo. Non era nobile o borghese. Non era frutto di un esperimento sfuggito al controllo».
Era una manifestazione del folclore popolare…
«Sì, addirittura zigano». (Ride)
Nel film si vede questo amore. Il classico Universal è affrontato con un rispetto oserei dire filologico.
«Sì, volevamo dargli quell’atmosfera retrò. Non stravolgerne né attualizzare il mito».
È pieno di citazioni anche da altri film, tipo…
«Sì, Il lupo mannaro di Londra, Il mistero del Tibet…».
Ma anche da altri film. Mi è sembrato di vedere un omaggio anche a un vecchio film inglese, di Terence Fisher, con Oliver Reed.
«L’implacabile condanna. Sì è il mio preferito. Sei il primo che se n’é accorto».
Hai perfino la stessa frangetta di Oliver Reed e la stessa…
«Camiciona bianca (ride). Che dici gli assomiglio un po’…?».
A tratti sembri lui. Pure nello stile di recitazione.
«Mi fa piacere. Lo prendo per un complimento. Era un grande».
E altri attori? I tuoi preferiti?
«Beh, prima c’era Mastroianni, ma se n’è andato. Poi c’è stato Brando e ci ha lasciato anche lui. Ora c’è rimasto solo Jack».
Nicholson…
«Sì. È il più grande al mondo. Ci sono tanti attori. Grandi attori. C’è De Niro, c’è Pacino, c’è Hopkins. Loro sono grandi. Ma Jack è Jack. È unico».

Professione Stuntman

Claudio Pacifico

Nasce la Stunt Concept International Academy, la prima accademia internazionale per stuntmen e stunt-coordinators, aperta anche alle donne. Claudio Pacifico ci racconta di cosa si tratta

di Luca Adami
lucadami@hotmail.it

Un uomo e il suo sogno sono i protagonisti di innumerevoli pellicole cinematografiche: c’è chi racconta storie fantastiche come accade in Big Fish, chi svela realtà psicologiche come Danny De Vito in The Big Kahuna e, sempre parlando di ‘big’, c’è chi attende con trepidazione l’inaugurazione della nuova Stunt Concept International Academy di Roma, una vera e propria scuola di formazione per stuntmen e stunt-coordinators che si propone fra gli obiettivi di base quello (e forse il più impegnativo) di diventare un nuovo punto di riferimento nel settore. A dirigerla lo stunt Claudio Pacifico, che ha partecipato tra gli altri a King David (1985) e Giovanni Falcone (1993), Il talento di Mr. Ripley (1999) e Che – Guerriglia (2008), realizzando anche come Coordinatore di Unità Stuntmen pellicole come U-571 nel 2000 (film che gli valse la nomination al Taurus World Stunt Awards come ‘Best Water Work’) e Maléna di Giuseppe Tornatore. Nel 2002 ha ricevuto un’altra nomination come ‘Best Fight’ per Gangs of New York di Martin Scorsese. Abbiamo chiesto direttamente a lui di raccontarci l’avvio della sua carriera e la nascita della nuova accademia.
Come è nata la tua attività di stuntman?
«Sono figlio d’arte, mio padre Benito Pacifico ha fatto questo mestiere per più di quarant’anni e purtroppo è venuto a mancare due anni fa. Da lui ho appreso il mestiere, è stato un amore a prima vista, cioè ci sono nato dentro».
Che difficoltà hai incontrato nella realizzazione del progetto dell’Accademia?
«Moltissime. Sono ormai tredici anni che ho quest’idea e oggi fortunatamente si sta realizzando. In questi anni ho purtroppo incontrato parecchie realtà, anche politiche, che mi hanno ostacolato».
E all’interno della scuola come intendi sviluppare le attività, i corsi, le attrezzature?
«Il circolo sportivo KiFlow ci dà la possibilità di usare la sua struttura: avremo una torretta, la palestra per la scherma, la piscina, e fuori c’è il parco per altri addestramenti specifici… insomma possiamo organizzare dei bei corsi».
In riferimento alla squadra, la scuola sarà aperta anche alle donne, quindi delle future stuntwomen. Perché, secondo te, in Italia sono ancora poco considerate?
«Innanzitutto perché ce ne sono pochissime, e poi perché c’è un ambiente pressappochista: poche, pochissime produzioni chiamano dei veri professionisti. Il mio intento è proprio quello di creare una squadra di donne ben preparate per poter fare un lavoro più completo e molto più professionale».
In un’intervista al Corriere hai detto che un bravo stuntman sa riconoscere i propri limiti, calcolare i rischi. Quindi fare lo stuntman è un modo per maturare e diventare adulti?
«Esatto, soprattutto per me che ho molte specializzazioni. Mi tocca avere sempre il buon senso acceso, no? Proprio per non incappare nell’onnipotenza. La realtà è che io mi sono fatto male un paio di volte nel mio mestiere, non in modo grave, ma per delle stupidaggini…».
Sono cose normali: se uno sta tutto il giorno alla scrivania davanti a un PC gli viene male agli occhi, mentre se uno salta dai palazzi…
«Sì, è normale [ride]. Mi capita spesso di fare cose abbastanza difficili e allora il mio buon senso è quello che mi fa stare in guardia. Diventa un calcolo, una visione periferica completa di quello che stai facendo perché a volte nel fare un’azione devi calcolare anche il vento, il tempo, l’umidità, la luce, il caldo, il freddo».
Recentemente hai lavorato in Prince of Persia della Disney e in Preferisco il Paradiso con Gigi Proietti. Che sensazione si prova a fare lo stuntman in un film?
«Magari dentro di me sono molto soddisfatto perché ho fatto tanto per quel film o per questo lavoro, però dopo la soddisfazione c’è subito l’autocritica. Mi rendo conto che tutto cambia in questa professione, non è mai la stessa cosa».
Probabilmente l’accademia ti porterà via tanto tempo ma, in generale, che progetti hai per il prossimo futuro?
«Sull’accademia concentrerò tutte le mie forze per adesso. Se ho la possibilità o il tempo per fare altri lavori ben vengano. Ma l’accademia, intanto, è la prima tappa… il resto si vedrà».

Vampiri d’autore

John Ajvide Lindqvist

Mentre gli americani preparano un remake di Lasciami entrare, John Ajvide Lindqvist ci parla dei suoi nuovi progetti, tra cinema e letteratura

di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com

John Ajvide Lindqvist è uno scrittore fenomenale. Dal suo libro Lasciami entrare (tutti i suoi libri sono editi dalla Marsilio Editori) Tomas Alfredson ha tratto l’omonimo, e altrettanto bello, film. Entrambi, libro e film, sono horror, quindi siete avvisati fin da subito. Se poi diventate suoi fan godetevi anche il suo secondo romanzo L’estate dei morti viventi (il ragazzo vuole spaventare a tutti i costi), inutile dirlo: eccezionale anche questo.
Noi, John Lindqvist, lo abbiamo incontrato e vi garantiamo che di horror questo signore non ha proprio niente, anzi. Personaggio brillante, se non addirittura buffo in qualche momento, ma sincero e aperto come le sue storie, confessa una passione per i film di Bava, Fulci e Argento.
Prima di iniziare a scrivere hai fatto diversi mestieri…
«Volevo diventare un mago, ho vinto anche dei premi ma non è andata, così ho cominciato a fare il cabarettista, anche per strada, l’ho fatto per dodici anni. In seguito ho scritto per la tv, pezzi comici per attori».
Trovi differenza tra lo scrivere per la tv e scrivere un romanzo?
«No, credo che invece mi abbia aiutato».
Ma come sei passato dalla commedia all’horror?
«Intanto voglio dire che i due generi hanno più similitudini di quanto si possa pensare. Entrambi descrivono una situazione realistica con cui tutti possono relazionarsi e poi in quel contesto infilano dentro l’insolito, che nella commedia è qualcosa che fa ridere mentre nell’horror potrebbe essere un vampiro».
Cosa ti ispira per iniziare una storia?
«Inizio sempre da un’immagine. Poi vado alla ricerca di una storia dove sistemare quell’immagine e così inizio a mettere ordine a tutte le suggestioni che provo allora sono pronto perché mi basta mettere ordine a questo caos e inizia la scrittura».
Leggendo Lasciami entrare si provano diverse sensazioni e si sente una grande malinconia
«Lasciami entrare è un’autobiografia. Oscar (il protagonista di 13 anni ndr) vive nello stesso quartiere dove vivevo io quando avevo la sua età. Frequenta la mia stessa scuola e ha gli stessi problemi con i suoi coetani che avevo anch’io. In più è solo come lo ero io, l’unica cosa in cui differiamo e che io per vicino di casa non avevo un vampiro. All’epoca vedevo la vita molto cupa e provo ancora quelle sensazioni quando ritorno con la memoria a quei giorni».
Quando è uscito nei cinema molti hanno parlato dell’anti-Twilight
«Sì, lo so che in molti l’hanno detto e potrebbe essere vero, come è vero che è anche anti-Star Wars, o anti-Il postino. Ma queste cose riguardano la critica. Per quanto mi riguarda quando Tomas Alfredson mi ha mostrato le prime scene montate di Lasciami entrare io ero in estasi perché vedevo quello che avevo in mente mentre scrivevo, qualcosa di orrorifico e sentimentale».
Comunque nel vedere il film e leggere il romanzo si sente questa intimità
«Sì, è vero. Sai che molti hanno parlato di Lasciami entrare tirando in ballo Ingard Bergman».
Ma davvero?
«Sì, soprattutto gli americani e i francesi. Lasciami entrare è il film svedese che ha incassato di più negli Stati Uniti dopo Fanny e Alexander».
Però ora gli americani si preparano a fare un remake.
«Sì e sarà diretto da Matt Reeves (il regista di Cloverfield ndr)».
Ti hanno contattato per tentare di coinvolgerti nel progetto?
«Con Matt Reeves ci siamo scambiati delle mail, mi ha detto che lui non vuole fare il remake del film di Alfredson, ma vuole partire da capo dal libro. La cosa mi ha fatto piacere, però la cosa finisce qui, Per quanto mi riguarda il film perfetto tratto dal mio libro lo hanno già fatto».
Ti dispiace che non abbiano cercato un regista svedese per dirigerlo?
«Ho sempre avuto un’idea chiara al riguardo. Per me un regista non dovrebbe mai lasciare il suo paese. Prendiamo Ingard Bergman oppure Federico Fellini, non sono mai andati in America o lasciato il loro paese per fare i loro film, e questo deve significare qualcosa, no?».
Anche il tuo secondo libro L’estate dei morti viventi diverrà presto un film
«Sì, anche qui si sono già fatte avanti cinque produzioni americane e inglesi per farne un film».
Tutto nel segno dell’horror, vampiri, zombi…
«Il mio tentativo è quello di considerare queste creature in un contesto reale, voglio dire, ma se esistessero davvero cosa farebbero? Non credo che un vampiro sia così romantico come viene spesso rappresentato. E anche uno zombi che farebbe? Io penso che se ne ritornerebbe a casa sua. Sono un fan dell’horror italiano tra l’altro».
I mostri siamo noi
«Bè non vedo in giro vampiri o zombi».
Ma in Svezia come è vissuto il tuo successo internazionale?
«Sono tutti stupiti. Ma non per me, è che noi svedesi siamo sempre stupefatti quando qualcosa che facciamo ha risonanza fuori dai nostri confini, quando qualcuno si accorge che esistiamo».
Progetti per il futuro?
«Scrivere, ed essere felice. Scrivere serve a tenere a bada il mio lato oscuro. E poi volevo far notare una cosa di cui nessuno si è accorto: tre capitoli di Lasciami entrare finiscono con una citazione della Divina Commedia».

Ballo ma sogno il cinema

Selenia Orzella

24enne di Taranto con la passione per la danza, Selenia Orzella racconta il suo debutto sul grande schermo con Marpiccolo

di Stefano Papalia
stevenpap@hotmail.it

Selenia Orzella, classe ’84, nasce a Taranto dove vive fino all’età di 12 anni, quando decide di trasferirsi a Roma per frequentare l’Accademia di danza e dare un senso a quella che era la sua passione dall’età di 3 anni: il ballo. Non ha parenti che la possono ospitare nella capitale e, non potendo ancora lavorare, vive nel Convitto Nazionale dalle suore: «Mi sembrava di vivere in un carcere, mi mancava l’aria, sempre gli stessi orari, sempre le stesse facce» – confessa – «e così, appena ho potuto, all’età di 17 anni ho cercato una casa tutta mia dove poter fare quello che più mi andava e agli orari che volevo».
Come è nata, quando e da cosa la passione per il cinema?
«È stato per caso. Insomma io ho sempre ballato e credevo che quella sarebbe stata la mia unica strada, che la mia vita avrebbe girato solo intorno alla danza. Tanto più perchè sono nata timida, lo sono sin da piccola e non ho mai pensato di poter recitare, anzi era una cosa che avevo escluso a priori. Se non avessi ballato, avrei cantato, dipinto magari, ma recitato mai. Invece certe cose arrivano come fulmini a ciel sereno, del tutto inaspettate e in pochi istanti ti travolgono, ancor prima che te ne accorga».
Qual è al momento la tua passione, il tuo sogno?
«Se dovessi dire cosa c’è al centro dei miei sogni in questa fase della mia vita, avrei difficoltà a dare una risposta certa. Danza o recitazione? Non lo so davvero, direi che stanno alla pari».
Come sei entrata in contatto col regista Di Robilant?
«Ho sentito che stavano per iniziare i provini del film per trovare i due attori protagonisti e che si cercavano ragazzi pugliesi. Dal momento che sono di Taranto ho chiesto alla mia agenzia di capire cosa bisognasse fare per le selezioni. Ho così conosciuto il regista, partecipando ai suoi particolari provini, che sono più dei seminari, degli incontri in cui si valutano attitudini, affinità e non solo capacità dei futuri attori».
Cosa ti ha regalato questa tua prima esperienza?
«Mi ha regalato una valanga di emozioni che non si possono descrivere, perché perderebbero la loro essenza. Il cinema è una cosa magica, quello che fai resta nel tempo, diventa immortale. Puoi essere chiunque, qualsiasi cosa, e una volta sul set ti accorgi che è tutto diverso da come immaginavi; così anche una ragazza timida come me riesce a recitare e sentirsi a proprio agio. Devo dire che sono stata fortunata perché ho avuto un grande regista e una serie di collaboratori davvero perfetti».
Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Sono nel cinema o nella danza?
«Beh, ho appena iniziato una scuola di recitazione con Beatrice Bracchi e credo che questo mondo che mi ha dato tanto da subito non lo abbandonerò molto facilmente, anzi farò di tutto per approfondire e migliorarmi. Sto già partecipando alle selezioni per due casting. Cosa posso dire: speriamo bene! Dall’altra parte c’è tutta una vita passata a ballare su palchi scenici come quello di Domenica in o quello della fiction Grandi domani, che poi è anche il luogo in cui ho iniziato a pensare alla recitazione. Partecipavo a quella fiction come ballerina, ma il regista vedeva in me delle qualità di attrice tanto da farmi dire varie battute e consigliarmi di andare a scuola per tirare fuori il talento. Il ballo per ora resta la mia professione, ma sogno il cinema».

Il Capitalismo secondo Michael Moore

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Arriva in Italia Capitalism: A Love Story, un viaggio attraverso il fallimento del libero mercato. Ecco come Moore racconta la sua ultima battaglia a difesa della verità

di Barbara Zorzoli
barbara.zorzoli@inwind.it

T-shirt nera, jeans comodi e un cappellino da baseball in testa… potrebbe benissimo essere Leonardo DiCaprio o Matt Damon… se non fosse per la stazza, quella stazza che a quanto pare va tenuta con tutte le forze tale, visto che durante l’intervista si fa portare nell’ordine: una cioccolata calda (e fuori ci sono 3o°), un piattino di cioccolato fondente a pezzi e un dolce non ben identificato. Ma la simpatia, quella, è unica. È una macchietta, un chiacchierone, uno alla mano, uno che già da solo fa spettacolo. Non avete ancora capito? Se aggiungo che è una taglia XXXL, che tête-à-tête ma soprattutto nei suoi docu-film dice quel che pensa con un candore spiazzante, allora non vi sovviene che forse si tratta di uno dei registi più ‘faccia tosta’ in circolazione? Ladies and Gentleman, Michale Moore!
Sforna documentari di denuncia sociale e lo fa con il piglio giusto, ossia trasformandoli in un mezzo per risvegliare le masse. Il suo motto? Dire “la verità e nient’altro che la verità”. Il suo nemico? Il potere delle classi dominanti. Per tutto questa voglia di dire la verità, da Roger e io, a Bowling a Columbine, passando per Fahrenheit 9/11 e Sicko, Moore, ça va sans dire, rischia in prima persona. Lui da buontempone se ne fa un baffo; arriva, saluta, sorride, si siede, e inizia a parlare del suo nuovo film-documentario, presentato a Venezia, Capitalism: A Love Story.
Allora, qual è la tua definizione di Capitalismo?
«Il capitalismo non è buono né cattivo. Il capitalismo non funziona e basta. La mia intenzione con questo film era di dire la verità sulla crisi finanziaria, sul salvataggio delle banche da parte del governo e sulla grande truffa perpetrata a danno della stragrande maggioranza di ignari cittadini americani. Voglio dimostrare come la libera impresa si sia rivelata un fallimento. Nel film parlo di un documento segreto che le grandi compagnie hanno siglato per creare un sistema per cui solo l’1% della popolazione rimarrà ricco. Devono saperlo tutti».
Il tuo obiettivo è risvegliare la gente o colpire i colpevoli?
«(ride) Entrambe le cose!»
Anche a costo di farti dei nemici?
«Mi sentirei solo senza di loro! I miei avversari mi considerano uno da combattere, ma non vogliono scoprire chi è davvero Michael».
E com’è il vero Michael?
«È una persona timida, un ideale interlocutore con cui parlare per trovare una soluzione».
Alla fine di un film del genere, non sei stanco?
«Certo che lo sono! Mettere insieme questo film è stata una vera fatica!».
Ma dove trovi l’energia necessaria per buttarti in progetti così impegnativi. Tu scuoti la masse, risvegli l’animo delle persone, le fai arrabbiare, le fai prendere coscienza delle cose e del mondo…come svelassi a tutti che la realtà è un’altra e che noi viviamo tutti in una sorta di Matrix! Per fare questo devi avere energia da vendere!
«(Scoppia a ridere e con il sorriso sussulta tutto il corpo) Grazie, non credevo di far tanto! Devo risponderti che è sempre la voglia di mostrare come stanno davvero le cose che mi tiene su».
Perdona la franchezza… ma chi te lo fa fare?
«Come cineasta faccio quello che posso e quello che devo, mi sento vivo con progetti del genere…sono sempre stato un tipo così, sin da bambino».
Hai fiducia nelle persone?
«Abbastanza. Vedi, è facile che durante i miei film la gente si scaldi, si carichi e abbia voglia di cambiare le cose… poi, però, è altrettanto facile che tutta questa infatuazione per la verità si esaurisca nel giro di un paio d’ore!».
E questo non va bene…
«Sarebbe meglio rimanere uniti e non mollare. Pensa a come è andata con Bush, sono stato il primo ad attaccarlo, c’è voluto un po’ di tempo, ma poi la mia lotta è diventata la lotta di tutti e Bush ha fatto la fine che meritava!».
Ti senti più un regista, o una sorta di giornalista o di politico atipico?
«Sono solo un regista che ama raccontare la verità alla gente. Se questo film potrà illuminare le persone, sarò felice».
Il giorno più felice della tua vita?
«…quando Obama ha licenziato il capo della General Motors!».
Prossimo impegno?
«Broadway!».
Ti dai al musical?
«No! (ride) Ma è un’idea…».
Così potresti cantarne quattro a tutti!
«(Ride di gusto e si tuffa con compiaciuta gola un pezzo di cioccolato in bocca)».

Sotto il Celio Azzurro

Sotto il Celio Azzurro

Nel documentario presentato a Roma per “Alice nella città”, l’educazione infantile e il dialogo fra le culture secondo Edoardo Winspeare

di Angelo Mozzetta
angelomozzetta@tiscali.it

Edoardo Winspeare, regista italiano fuori concorso al Festival di Roma 2009, ci racconta la nascita del suo documentario Sotto il Celio Azzurro, ambientato in un asilo romano: «L’idea non è mia ma dei produttori Graziella Bildeshaim e Paolo Carnera, che hanno entrambi un figlio lì e mi hanno chiesto di fare un documentario sull’argomento. All’inizio non ero così convinto, per cui mi sono riservato di visitare questo asilo per una settimana e prendere una decisione successivamente. Dopo quella settimana ho accettato con grande piacere, e allora abbiamo seguito per un anno la vita del Celio e abbiamo fatto questo documentario».
Winspeare ci tiene a redistribuire i meriti del film: «Io compaio come regista, ma dovrebbe essere firmato, insieme a me, da Luca Benedetti e Sara Pazienti, che sono i montatori, e poi in primis dalla produttrice e dal direttore della fotografia. È un film quasi collettivo. Anche se firmo io come regista, in fondo ho fatto di più l’operatore. Il direttore della fotografia è l’ideatore e ha curato e finalizzato la fotografia. La struttura, anche se discussa insieme a me, è più un’idea dei montatori».
Il tuo vero apporto alla causa è quindi più nel contenuto che nello stile?
«La mia impronta è più un interesse morale, verso i giovani soprattutto. Uno sguardo di passione e di partecipazione alle vicende dei miei “fratellli umani”. Io amo molto il mio Paese, che è purtroppo sempre più volgare e cinico, e in questo senso l’esperienza di Celio Azzurro è veramente esemplare. È un raggio di luce in una notte buia. Cito sempre quella frase di Borges: “Queste persone, di cui ignoriamo l’esistenza, stanno salvando il mondo”: il tipografo che compone quella pagina che non ama, ma lo fa bene; chi è contento che sia esistito Stevenson, chi accareza un animale quando nessuno lo vede. Queste persone salvano il mondo, non i grandi eroi. È un’altra versione della frase di Brecht “Il teatro è il paese che non ha bisogno di eroi, ma di eroi quotidiani”. Questi maestri del Celio sono eroi quotidiani».
Gli intenti del film allora non sono soltanto di pubblicizzazione e promozione dell’asilo in sé, quanto dello spirito che lo anima…
«Intanto speriamo che il Celio si possa salvare, e poi che diventi metafora per una scuola diversa in Italia. Quello che ho imparato da questi maestri è che non è così difficile trasmettere dei valori e delle idee positive se ci si crede fino in fondo. Sta tutto lì: con la passione, con l’amore, hai già fatto il 70% del lavoro. Poi devi essere un buon pedagogo, avere una metodologia e soprattutto una grande dedizione al lavoro».
Un inno al voler fare?
«Sì, a voler far bene le cose. Penso spesso che una caratteristica italiana era quella di fare un buon artigianato, e loro sono dei buoni artigiani dell’educazione».
Un concetto che nelle scuole italiane, di tutte le età, si trova sempre più di rado…
«Conosco molto bene la realtà delle scuole perché ci ho lavorato. I maestri sono spesso stufi, scocciati, dicono che i ragazzi sono bestie, capre… però se si decide a
priori che siano così, quelli verranno fuori ancora peggio. Ancora più importante in questo senso è la scuola materna, perchè è da lì che inizia tutto. In Italia si pensa sempre “Che posso fare io?”, tanto l’ambiente fa schifo, la società fa schifo, la mafia, il clientelismo, Berlusconi… quindi io non posso dare niente. Invece no. Ognuno di noi può fare qualcosa, e questi maestri non è che si ergano a fini intellettuali o inventori di un metodo, anzi: sono persone normali, dotate di un talento da pedagoghi,  che semplicemente vogliono fare bene le cose. Queste persone ci sono, e penso di averle scovate grazie a Bildeshaim e Carnera. A me piacerebbe fare un documentario del genere su un artigiano, un pescatore, un montatore. Una persona che fa bene il suo lavoro, che non si imbosca: anche con allegria, perché ci vuole. Anche con leggerezza, che dovrebbe essere la soluzione per il nostro paese. I tedeschi ad esempio riescono a fare le cose con serietà e gravità, e poi si divertono in vacanza. Noi riusciamo soltanto se manteniamo quel tono di leggerezza, specialmente da Roma in giù».
A chi è dedicato il film?
«Il film è dedicato a Giulia, una maestra fondatrice che non c’è più. Io dedico sempre il film al santo patrono, nonostante anche questo sia un film profondamente laico, quindi San Pietro e Paolo, ma è più un mio vezzo, un po’ per scaramanzia».
Hai trovato qualche disagio nel filmare soggetti che non sono attori professionisti?
«È stato molto divertente. Il particolare di questa scuola è che i maestri sono per metà uomini, e gli uomini si mettono più in evidenza delle donne, e hanno preso un pò la scena, però sono molto divertenti».
Nessun problema allora con l’occhio gelido della macchina da presa?
«Assolutamente no, anche perchè sono stato lì un mese prima a conoscerli, poi giravo con persone che conoscevano il Celio già da prima. In realtà ho il problema contrario: spesso non mi identificano come regista… sono una persona discreta, non ne ho l’aria».
Strutturalmente parlando, come si è sviluppata l’idea del film?
«C’era un’idea di struttura all’inizio, volevamo cominciare a filmare magari un certo personaggio, ma poi non è stato più possibile e abbiamo semplicemente filmato quello che succedeva lungo il corso dell’anno. Dopo le riprese, i montatori hanno pensato a uno spunto, che era quello di Attenti a quei due: pensare per ognuno una regressione, per mostrare che ogni maestro, ogni uomo e ogni padre deve ricordarsi che è stato bambino: i momenti più felici sono quelli dell’innocenza. Ogni maestro ha una sfilza di fotografie e musiche che lo portano dai giorni nostri a quando è neonato. Uno di loro dice: “I bambini sono felici se ricordiamo loro che anche noi siamo stati bambini”. I bambini sulla carta ci credono, ma in realtà non lo sanno. Non immaginano che anche il papà si faceva pipì nei pantaloni o giocava”. Berlusconi, D’Alema, sono stati bambini? E Napoleone o Hitler? È una maniera di provare umanità per le persone più assurde, cosa che loro non fanno molto spesso: contemplare l’uomo in tutta la sua fisiologia, oltre che complessità psicologica e profondità spirituale. Amen».

L’Italia del nostro scontento

L'Italia del nostro scontento

Un documentario a tre voci – Elisa Fuksas, Francesca Muci e Lucrezia Le Moli – per raccontare ambiente, giovani e politica di un paese in continua trasformazione, un affresco polifonico per capire veramente chi siamo

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

Comincia con una riflessione sulla bellezza il documentario L’Italia del nostro scontento, presentato a Roma nella sezione L’Altro Cinema e realizzato da Elisa Fuksas, Francesca Muci e Lucrezia Le Moli a partire da un’idea di Franco Scaglia. Tre capitoli di vita italiana per raccontare l’“Ambiente”, i “Giovani” e la “Politica” del nostro paese, attraverso un collage polifonico di testimonianze spontanee e frammenti d’immagine. Se Elisa Fuksas si interroga sulla costruzione sociale del paesaggio, mettendo a confronto voci d’autore (da Winspeare a Olivero Toscani) e sguardi di periferia, Francesca Muci attraversa l’universo giovanile riproducendone la multiforme varietà geografica, sociale e politica, restituendoci l’immagine di una generazione sfuggente, variegata, ma fortemente consapevole, scissa tra la voglia di apparire e quella di cambiare. Lucrezia Le Moli fa invece il punto sulle contraddizioni politiche del nostro tempo, esplorando come gente comune e giovani professionisti, lavoratori e disoccupati esprimono, ciascuno a suo modo, idee politiche e punti di riferimento ideologici. Un affresco a tre voci, dunque, per raccontare chi siamo e dove stiamo andando. Ora visionario e immaginifico, ora fatto di parola e giornalistico, il documentario si sviluppa attraverso tre stili e tre approcci diversi, mantenendo comunque una sua straordinaria unità di fondo e una profonda comunione d’intenti.
Abbiamo chiesto ad Elisa Fuksas e Francesca Muci di raccontarci le origini di questo progetto.
Alcuni dei personaggi che compaiono nel capitolo “Ambiente”, da Winspeare agli abitanti di Tor Bella Monaca a Roma, dicono che oggi gli architetti disegnano senza guardare, senza vivere in prima persona il territorio che andranno a modificare. È realmente così?
E.F: «Non credo che oggi gli architetti vivano separati dall’ambiente che progettano. Credo che le parole del ragazzo di Tor Bella Monaca siano semplicemente dettate dalla rabbia. A volte, come nel caso del Corviale, sempre nella periferia romana, si è arrivati a delle vere e proprie aberrazioni, tanto che l’architetto che lo ha progettato si è suicidato. Bisognerebbe esaminare i casi particolari, ma in generale posso assicurarti che gli architetti non fanno altro che camminare a piedi col naso per aria ad osservare la realtà che li circonda!».
Come avete selezionato i giovani che hanno raccontato i problemi delle nuove generazioni?
F.M.: «Semplicemente andando in giro in motorino. Li trovavo per strada, li fermavo e cominciavo a parlarci. Molti di loro non sapevano neanche cosa stessi girando esattamente. Ho preferito che il progetto rimanesse implicito per non alterare il loro pensiero, per lasciarli liberi di esprimere le loro idee sulla loro vita e il Paese in cui vivono».
EF: «Io invece ho dovuto scartare qualche testimonianza. Non so perché (ride), ma la gente, quando si trova davanti a una telecamera, inizia a parlare di qualunque cosa, pure della lavatrice che non gli funziona. Uno, ad esempio, ce l’aveva a morte con Asor Rosa. Altri invece parlavano male della casa del vicino per invidia personale… Ma a parte questi casi, che ho deciso di non includere nel documentario, le altre sono state testimonianze preziose. Ho trovato ad esempio una classe di studenti americani molto intelligenti che mi hanno aiutato a raccontare l’Italia come un prodotto che è ancora in vendita ma che in realtà non esiste più. Tutto quello che oggi viene definito come “made in Italy” spesso fa riferimento a un prodotto che non c’è. Se ti guardi in giro, ormai il cibo è orribile, il vino è di scarsa qualità, le donne sono di plastica…».
E cosa emerge dalle testimonianze raccolte?
F.M.: «Innanzitutto uno scarso senso di appartenenza. Quando chiedevo ai giovani che impressione avessero del Paese dove vivono, mi rispondevano sempre riferendosi al loro quartiere. Il Paese è il loro quartiere, non c’è un senso di appartenenza che va al di là dei confini del posto in cui abitano. E poi c’è una grande voglia di apparire, di farsi conoscere. Moltissimi di quelli che ho incontrato sognavano di entrare al Grande Fratello…».
Il documentario è diviso in tre parti, ciascuna realizzata da un’autrice diversa, ma c’è una grande coerenza stilistica, come fosse un’opera sola. Da cosa è dato questo senso di unitarietà? Avete lavorato insieme?
E.F.: «In realtà ci siamo incontrate pochissime volte. Abbiamo lavorato separatamente. Poi la colonna sonora indubbiamente ci ha aiutato a dare al tutto un senso unitario e una coerenza di fondo. Ma anche l’autore delle musiche ha lavorato per conto suo…».
F.M.: «Forse il senso di unitarietà nasce dal fatto che siamo donne e che in fondo parliamo tutte degli stessi problemi, ma poi ciascuna di noi ha il proprio sguardo sulle cose…».

C’erano una volta i campioni

La maglietta rossa

Con La maglietta rossa Mimmo Calopresti porta al Festival di Roma la storia di Adriano Panatta, simbolo di uno sport capace di essere testimonianza sociale e politica

di Lucia Santarelli
lucia.santarelli@libero.it

Regista di rilievo internazionale, giurato a Venezia nel 2004 e a Cannes nel 2001, vincitore di un Nastro d’Argento con La parola amore esiste e del Premio Solinas con La seconda volta, Mimmo Calopresti insiste nell’impegno documentario e, a un anno di distanza da La fabbrica dei tedeschi, sulle morti nel rogo ThyssenKrupp, arriva al Festival di Roma con un altro episodio di storia italiana. È il 1976 e, tra proteste e dissensi, la nazionale italiana di tennis partecipa a una discussa Coppa Davis vincendola, in finale, contro il Cile di Pinochet. In campo, Adriano Panatta indossa una maglietta rossa.
Perché scegliere di farne un docufilm?
«In qualche modo mi pare che oggi la società non abbia più quella capacità di reagire, appassionarsi, discutere. All’epoca, la decisione di partecipare alla coppa alimentò un dibattito molto accesso. Anche lo sport si dimostrò un mezzo per testimoniare qualcosa. Oggi, invece, tutto è vissuto come un reality, lo sport, la politica».
Il parere positivo di Berlinguer, come lo stesso Panatta dichiara, fu decisivo per autorizzare la partenza della squadra e la vittoria arrivò quando in Italia il clima politico e sociale era al culmine della tensione. Come in altri momenti è accaduto, pensa che anche allora si volesse utilizzare un successo sportivo per distogliere l’attenzione da altri problemi?
«Non credo. Penso ci sia stato un intento sincero nel fare in modo che la squadra partecipasse al torneo. Sicuramente quella vittoria è servita ad avvicinare al tennis tantissimi ragazzi, aprendo anche a chi non poteva permettersi il circolo Parioli».
Il docufilm ricompone la vicenda attraverso le parole del suo protagonista principale, Adriano Panatta, accompagnate da immagini di repertorio…
«Il linguaggio documentario ha potenzialità altissime perché è in grado di raccontare la realtà per quello che è. Le storie delle persone, dei fatti accaduti sono in grado di coinvolgere il pubblico spesso molto più della pura finzione. Andrebbe utilizzato molto di più».
Dopo il Festival di Roma, dove sarà presentato fuori concorso, La maglietta rossa sarà, per cominciare, distribuito in dvd. Ma la maglietta originale, esiste ancora?
«Certo che sì. L’ho vista custodita insieme alle racchette di legno che Panatta si faceva realizzare a mano. Era un tennis d’altri tempi, un tennis antico».

Alza la testa

Alza la testa

Dopo L’aria salata Alessandro Angelini torna in Concorso al Festival di Roma con Alza la testa, la storia di un uomo ferito dalla vita e del suo desiderio di riscatto

di Tania Di Giacomantonio
tdigiacomantonio@yahoo.it

In concorso alla IV edizione del Festival di Roma, Alessandro Angelini presenta Alza la testa, con Sergio Castellitto, Gabriele Campanelli, Giorgio Colangeli. Giovane regista romano, nasce come fotoreporter, ma finisce per essere assistente alla regia e poi aiuto regista, di Nanni Moretti, Mimmo Calopresti, Cristina Comencini. Con L’aria salata, suo film d’esordio, nel 2007 è stato vincitore di due David di Donatello (miglior attore non protagonista e miglior produttore).
Come nasce l’idea del film, trae spunto da una storia vera?
«La storia non parte da un vissuto, ma non è neanche un racconto di fantasia. Questo film nasce fondamentalmente dall’osservazione, dalla mia curiosità di mettere in scena cose belle da poter raccontare. Il punto di partenza è sicuramente un uomo (interpretato da Sergio Castellitto), con la ruggine addosso: sente che le cose si stanno ormai mettendo male, ed è animato da un desiderio di riscatto, dunque si danna per mettere le cose a posto e cercare di riequilibrare il piano dissestato. Ma così facendo, si complica ancora di più la vita resa già dura dai colpi bassi ricevuti, e si allontana ancora di più da una scelta di condivisione con gli altri, perdendo tutto, nella fattispecie suo figlio, la cosa più cara che ha. Questa l’idea di partenza: un uomo che continua a sbagliare animato da un desiderio di riscatto, seguendo delle scelte che lo danneggiano».
Qual è il messaggio della tua storia?
«Il messaggio vero è un po’ sintetizzato dal titolo: alza la testa! Nel film c’è la boxe di mezzo, Castellitto ha un mediocre passato da pugile dilettante, al contrario del figlio diciassettenne che è un vero talento. Lui vuole riscattarsi attraverso i successi del ragazzo, ma la vita riserva delle sorprese e arriva il momento in cui un allenatore più bravo di lui glielo toglie. Questo è già un primo colpo perché deve abbandonarlo, quindi “alza la testa” è il grido rivolto al ragazzo, ma anche a se stesso nel senso di guarda chi hai davanti, non chiuderti non essere schivo, intento a pensare solo ai tuoi interessi. Il messaggio è realmente la storia di una caduta e di una resurrezione».
Ti senti cresciuto rispetto a L’aria salata?
«(ride) Il primo film è sicuramente qualcosa in cui arrivi senza preparazione. Tanti anni di gavetta, ma quando ti sposti fisicamente dietro la macchina da presa è tutto diverso, cambia tutto. Quindi fai il primo film con grande incoscienza, ti butti e mentre succedono le cose ti accorgi che stai lavorando. Il secondo film è realmente più difficile proprio perché ci arrivi con un’altra consapevolezza. Ho avuto la fortuna di attraversare i generi con grande libertà, mantenendo le caratteristiche che fanno parte del mio bagaglio: inizia come una commedia sgangherata, segue come un romanzo di formazione, poi diventa drammatico, con un finale imprevisto. In questo senso il secondo film è una crescita, poiché mi sono dato la possibilità di esplorare altre strade, provare cose che prima non avrei avuto il coraggio di fare».
Il direttore artistico del festival, Piera Detassis, dice che questa quarta edizione è all’insegna dell’osmosi, cioè saranno presenti film per cinefili e film d’intrattenimento. Il tuo lavoro dove lo collocheresti?
«Per me è importante sempre l’osservazione, partire da un dato reale. Non faccio film politici nel vero senso della parola, però quando si offre l’occhio alla realtà c’è sempre un’angolazione che è quella del regista e il taglio glielo dai raccontando la storia. Se diamo per assunto che il sociale è sempre politico allora sì, il mio film fa riflettere. Ma è giocato anche sull’emotività, ci son dei colpi di scena che pongono l’attenzione più sull’essere umano che sull’ambito politico/sociale».
Cosa pensi del Festival del Cinema di Roma?
«Io ci torno col secondo film, per cui abbiamo la stessa età, sono dunque contento e curioso di vedere come sarà l’accoglienza. Sono contento di partecipare e poi quando sei in concorso, sei talmente preso dall’esito delle cose, che non hai la possibilità di guardare altri film o di giudicare impostazione e organizzazione. Ho un ricordo piacevolissimo della prima edizione e poi Roma è la mia città, parla di cinema da tutti gli angoli, un festival mancava proprio, lo sento mio».
Progetti futuri?
«Per ora seguire il film, portarlo in giro, presentarlo (esce il 6 novembre con 01 Distribution) e confrontarmi con il pubblico, anche quella è una parte interessante del mio lavoro. Non dimentichiamo che i film si fanno per la gente, dunque è importante far passare un’idea, raccontare una storia e sentire le diverse interpretazioni dopo la visione. Le emozioni sbaragliano tutto, anche dopo L’aria salata avevo in mente una storia, ma poi è andata diversamente. Finché non ti metti al lavoro seriamente alla realizzazione di un film e non vedi che quella storia ti parla, non fai nulla. Non so come facciano gli altri a progettare nei dettagli il loro lavoro, è un approccio imprenditoriale che a me manca».

Io, mamma in carriera

Meryl_Streep

A Roma per ricevere il Marc’Aurelio d’Oro alla Carriera e presentare Fuori Concorso Julie & Julia, Meryl Streep svela, con l’immancabile ironia, i retroscena di un successo mondiale

di Francesco Cinquemani
francesco.cinquemani@gmail.com

È forse l’attrice più amata dalla critica e una delle più apprezzate dal pubblico di tutto il mondo. Ha quasi sessant’anni e un curriculum impressionante (tra cui 14 nomination agli Oscar). Il Festival di Roma la celebra con una retrospettiva a lei dedicata e con il Premio Marc’Aurelio d’Oro alla Carriera.
Hai detto che a Hollywood c’è sempre un prezzo da pagare…
«Sì, per forza. Le celebrità perdono la loro privacy e non è una cosa da poco. E non è vero che se la vadano sempre a cercare. C’è un nuovo sito web che mostra come vivono le persone famose nelle loro case, in famiglia. Mandano i paparazzi a fotografare attraverso le finestre delle nostre case anche quando siamo a tavola, in cucina o in bagno. E sono cose che vengono seguite da tantissime persone in giro per il mondo. Lo trovo folle e questo mi spaventa. Io al successo non ho mai prestato troppa attenzione. Alla fine di ogni film ero convinta che sarebbe stato l’ultimo. Che nessuno mi avrebbe più richiamata. Che la mia carriera sarebbe finita da lì a poco. Ricordo che, intorno ai quarant’anni, dissi a mio marito che ci saremmo dovuti organizzare per quando sarei andata in pensione. Invece c’è sempre stato un altro film, poi un altro ancora e… beh, sono ancora qui (sorride). Sono grata per tutte le cose che ho realizzato e per tutte le occasioni che ho avuto. Certo, col tempo ti senti a poco a poco più stanca, ma sento di avere ancora molta vitalità».
Guardando alla tua lunga carriera hai qualche rimpianto?
«Nessuno, sono proiettata in avanti al punto che alcune pellicole non ricordo nemmeno di averle fatte. Recentemente sono stata al Festival di San Sebastian, dove hanno proiettato delle scene dei miei vecchi film. Sono rimasta sbalordita, alcuni me li ero proprio dimenticati! Sarà perché io guardo alla mia carriera come ad un album di famiglia. Sfogliandone le pagine, non ci sono i premi o le recensioni positive, ma le persone che ho incontrato, i luoghi dove ho girato, i posti, i ristoranti dove ho cenato… lo ammetto, amo il buon cibo».
È per questo che hai accettato di interpretare Julie & Julia?
«Puoi scommetterci! Julie & Julia è una commedia culinaria, la regista è Nora Ephron. Il film è ispirato alla vita di Julia Child, la donna che negli Anni Sessanta ha cambiato il modo di mangiare degli americani, educandoli al gusto e a un’alimentazione più salutare. Prima delle sue trasmissioni le nostre cene erano davvero orribili. Mi ricordo che quando ero piccola mia madre mi diceva: “se non puoi cucinarlo in 45 minuti non è una cena”. Nella mia infanzia era tutto surgelato, scartavamo, riscaldavamo ed eravamo felici. L’opera di Julia è stata fondamentale anche per la mia alimentazione».
Come hai costruito la tua carriera?
«Lentamente ed in mezzo alle mie molte gravidanze».
Hai mai sofferto del complesso della “prima della classe”? Di dover essere sempre all’altezza?
«Quando sei madre di quattro figli non ti senti mai la prima della classe: ci pensano i tuoi ragazzi a ricordarti i tuoi difetti. Avere una famiglia rimette tutto nella giusta prospettiva. Certo, mi capita che qualche collega più giovane provi un po’ di soggezione a recitare con me, ma solo nei primi giorni. Quando si rendono conto che anch’io dimentico le battute, e che quindi sono umana, si rilassano ed è più facile entrare in sintonia».
Quali consigli hai dato a tua figlia Mamie quando ha scelto d’intraprendere la carriera d’attrice?
«Io sono stata fortunata, ma ci sono moltissimi bravi attori che non hanno avuto il successo sperato e si sono dovuti accontentare; ora fanno doppiaggio o qualche pubblicità. Molti di questi sono cari amici e frequentano spesso la mia casa. Questo ha fatto sì che i miei figli avessero un’idea ben precisa di come vanno le cose in questo mestiere. Devo dire che hanno tutti i piedi ben piantati a terra, molto più di me, tanto che non riescono a capire l’ottimismo con cui da ragazza mi lanciai in questa avventura. Ma il fatto che anche Mamie abbia deciso d’intraprendere questa strada è probabilmente un fattore genetico… anche mia madre sognava il mondo dello spettacolo. Mi confessò un giorno che, se non avesse avuto me, le sarebbe piaciuto fare la cantante di piano bar».
Che tipo di mamma sei?
«Sai, in ogni famiglia c’è sempre il poliziotto buono e quello cattivo. Io sono il poliziotto cattivo. Quando devono chiedere qualcosa i miei figli vanno sempre dal padre, non vengono mai da me. Io sono il tipo: “No, ho detto di no”. Lui invece è quello che dice sempre: “Ma certo, tesoro, puoi girare da sola in macchina di notte a diciassette anni attraverso una zona desertica e di periferia per raggiungere i tuoi amici a un concerto distante 50km, è un’idea grandiosa. Queste sono le dinamiche a casa mia».
Com’è stata l’esperienza di Mamma Mia!?
«Una della cose più divertenti che abbia mai fatto. Abbiamo girato in interni, in Inghilterra, fuori pioveva a dirotto e faceva un freddo cane. Poi entravi in uno studio enorme e c’era il calore, la luce, la musica altissima, i colori: in un istante ti ritrovavi veramente in Grecia. Ero felice, mi sentivo bene».
Qual è la tua canzone preferita tra quelle degli ABBA?
«Dancing Queen! Per forza; se la metti ora, ti costringo a cantarla insieme a me. Mi fa venir voglia di ballare».
Che cantante ti sarebbe piaciuta essere?
«Oh mio Dio! Posso dirlo? Tanto non accadrà mai. Le adoro tutte, da Janis Joplin a Beyoncé, non saprei scegliere. In bagno ascolto sempre musica e m’immagino di essere come loro. Lo ammetto: canto sempre davanti allo specchio. Il cantare mi attiva il cuore, mi dà gioia e piacere, anche se poi a riascoltarti, sei negata. La gente dovrebbe cantare di più. I miei figli, che sarebbero anche bravi, non lo fanno quasi mai. È triste, non fanno nemmeno più cantare i bambini nelle scuole. La gente ha perso il piacere del cantare insieme, nessuno canta più la stessa canzone».
Nella sequenza finale, quella di Waterloo, le donne sembrano davvero scatenate, mentre gli uomini sembrano un po’ più impacciati…
«(Ride) A dire il vero gli uomini erano un po’ a disagio. Sai, io non sono un uomo, ma i costumi erano davvero attillati e, sai… magari si sono sentiti impacciati per quello. Quella scena l’abbiamo girata alla fine dell’ultimo giorno di lavoro. Avevamo finito. Ovviamente eravamo esausti, ma è stato bellissimo».
Hai detto di aver visto per la prima volta il musical di Mamma Mia! a ridosso dell’11 settembre a New York, e che ti ha aiutato, ti ha infuso ottimismo…
«Penso che ne abbiamo bisogno. Stiamo ancora vivendo le conseguenze nefaste di quel tragico giorno. Personalmente, ho sempre bisogno di ridere e sentirmi bene, di passare dei bei momenti, soprattutto quando devo concentrarmi molto su qualcosa. Penso che dovremmo tutti, sempre, ricordarci di ridere, ballare e cantare. Noi ci eravamo trasferiti a New York City il 9 settembre del 2001. I miei figli avevano trascorso due giorni durissimi ad ambientarsi nella nuova scuola. E poi è successo. Siamo stati isolati per 18 ore, niente luce, telefono, i ponti erano crollati. Noi eravamo a Manhattan e loro dovevano andare a scuola a Brooklyn. Quando ho visto che debuttava Mamma Mia!, ho detto: “Oh, sì, questo è proprio quello che ci vuole!”. Erano in molti, compresa la regista e la produttrice dello spettacolo, che si dicevano: “Forse non dovremmo proprio debuttare con questo spettacolo dopo questa tragedia, con una cosa così sciocca e civettuola”. Ma io credo che sia stato un gran bel dono alla città. E oggi sono estremamente felice che Mamma Mia! stia avendo questo incredibile successo a livello mondiale. Non capisco perché le case di produzione rimangano sempre scioccate di fronte al fatto che le donne possano avere voglia di divertirsi. Per fortuna le cose stanno cambiando, perché oggi ci sono molte più figure femminili in grado di finanziare i film e ci sono molte più registe e sceneggiatrici rispetto al passato. La maggior parte dei film sono pensati da uomini, e le donne sono spesso in secondo piano. È ancora vero che ci sono pochi film pensati per le donne. Questo è realmente un film per le donne che parla di donne: amiche, madri e figlie, in cui ci sono tre uomini meravigliosi che si trovano di colpo intrappolati in un universo al femminile».

Diario di una shopaholic

iloveshopping_gProtagonista di I love shopping, Isla Fisher confessa di sentirsi lontana dagli eccessi del suo personaggio. A patto che non si trovi di fronte a un negozio di scarpe…

di Barbara Zorzoli

barbara.zorzoli@inwind.it

New York, moda, shopping, e ovviamente donne, anzi, una donna. Un’aspirante giornalista assetata di acquisti che sogna di lavorare per la sua rivista di moda preferita ma, ironia della sorte, si trova a curare, per un magazine finanziario, una rubrica dedicata ai risparmi. Da qui una serie di disavventure economiche e sentimentali. Questo è I love shopping, film di P.J. Hogan (Il matrimonio del mio migliore amico), tratto dalla omonima serie di best seller firmati da Sophie Kinsella. A vestire i panni della protagonista del libro, Rebecca Bloomwood (detta Becky), è Isla Fisher (33 anni) “Signora Borat” (è la compagna di Sacha Baron Cohen), già vista in vari film tra cui Scooby-Doo e Due single a nozze. Nel cast anche Hugh Dancy, Kristen Ritter, Joan Cusack e John Goodman.
Anche tu adori lo shopping?
«Non proprio, faccio pochi acquisti e quando li faccio spesso si rivelano sbagliati. Insomma, non sono come Rebecca…».
Cosa intendi dire?
«Rebecca si comporta come i bambini, ha una folle passione per le cose nuove, e sino a quando non ha quello che vuole non si dà pace. Si innamora di tutto ciò che vede, lo compra e crea così il suo stile unico. Lei è padrona del suo look e sa gestire la sua immagine».
Tu no?
«No, sono piuttosto semplice, mi bastano un jeans e una maglietta».
Eppure ci sarà qualcosa a cui non resisti…
«Borse e scarpe, ne ho così tante che a volte mi dimentico di averle comprate. Ma la mia vera passione è il cibo».
Come?
«Adoro cucinare, compro molti libri di ricette e vado in cerca delle cose più strane».
Vorrei sapere se hai mai fatto pazzie per qualcosa: nel film Becky pur di comprarsi una sciarpa racconta una grossa bugia…
«Sì! Ho comprato un’automobile, la mia prima automobile! E l’ho fatto solo perché volevo uscire con il rivenditore». E poi cos’è successo?
«Niente da fare…il mio gesto non l’ha conquistato».
Però hai conquistato un uomo tra i più folli del pianeta…
«Sacha è davvero forte… Quando ci ritroviamo a casa, a cena, e parliamo della nostra giornata, al posto di chiedergli se è andata bene sul lavoro, gli chiedo se è stato denunciato, picchiato, o se è a casa sotto cauzione…».

Il mio Puccini

Paolo BenvenutiRegista di eccezionale talento artistico, Paolo Benvenuti ci racconta come nascono le storie dei suoi film e perché la figura di uno dei più grandi compositori italiani sia di grandissima attualità ancora oggi

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

Presentato alla 65ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Puccini e la fanciulla svela aspetti assolutamente inediti della vita e dell’opera del grande compositore italiano ed è stato accolto come una delle opere più originali degli ultimi anni, per il suo assoluto rigore formale, la grande qualità pittorica della messa in scena e l’interesse fondamentale della storia, che hanno portato il film a conquistare il premio collaterale “Poveri ma belli” e recensioni entusiaste da parte della critica internazionale.
Puccini e la fanciulla nasce da uno straordinario lavoro di ricerca. Da dove nasce il tuo interesse per le storie nascoste nelle pieghe della Storia?
«Dietro ciascuna delle storie raccontate nei miei film c’è sempre un grandissimo lavoro di ricerca e ricostruzione storica. Il mio film precedente, Segreti di Stato (2003), riguardava ad esempio la strage dei comunisti militanti nella Sicilia del 1951. Avevo condotto sei anni di ricerche negli archivi della CIA a Washington, durante i quali avevo scoperto una realtà molto diversa da quella che viene raccontata ufficialmente sui libri di storia. Il cinema mi consente di mostrare pagine di storia che le persone difficilmente conoscono. Lo faccio soprattutto per le giovani generazioni, che non conoscono affatto la storia.
Sono un insegnante e facendo questo lavoro mi sono reso conto di quanto poco i giovani siano consapevoli di ciò che è accaduto nel passato e di quanto siano spaventati dal futuro. E poi ci stupiamo se ci sono quarantenni che vivono ancora con i genitori! Sono senza radici, non conoscono la storia e quindi non riescono a proiettarsi nel futuro, e vivono in un eterno presente. Mi sento come un moderno Don Chisciotte contro i mulini a vento: il mio obiettivo è portare i giovani ad appassionarsi alla storia, far capire loro che la storia è affascinante e un bene prezioso per tutti».
Puccini e la fanciulla è sostanzialmente un film “muto”. Qual è la ragione di una scelta stilistica così audace?
«Non credo affatto si tratti di una scelta audace. Per i primi trent’anni della loro storia, i film erano muti. I più grandi capolavori della storia del cinema appartengono all’epoca del muto. Per quanto mi riguarda, credo che il cinema sia arte finché è sperimentale. Ciò che volevo mostrare nel mio film era la stretta relazione fra la musica di Puccini e i suoni del lago di Massaciuccoli, dove trovava ispirazione. A rendere possibile tutto questo è stato Mirco Mencacci, il sound designer del film. Mirco ha un talento straordinario: è non vedente e forse è proprio per questo che ha sviluppato al massimo la capacità di sentire e catturare i suoni. Se avessi inserito dei dialoghi, i suoni del lago sarebbero rimasti sullo sfondo. Quello che invece volevo era che il pubblico imparasse ad ascoltare il silenzio e riconoscesse in esso la bellezza della musica di Puccini. L’assenza di dialoghi rende inoltre il film più accessibile a un pubblico internazionale».
Il film sarà distribuito sia in Italia che all’estero?
«Il film ha riscosso grande interesse all’estero e speriamo di trovare al più presto una distribuzione internazionale. Negli Stati Uniti la prima del film è stata tenuta al Lincoln Center di New York lo scorso 16 novembre, seguita da un’altra proiezione al N.I.C.E. Festival di San Francisco il 23 Novembre. In Italia la situazione è più complicata. Le distribuzioni sono piuttosto miopi: cercano solo profitti immediati. Nessuno finora ha accettato di distribuire il film, ma in compenso molti esercenti – che sono più vicini alla sensibilità del pubblico – hanno apprezzato enormemente il film e lo proietteranno in molte città italiane. Sarà una distribuzione dal basso!».
Qual è la rilevanza di un film su Puccini oggi?
«Attraverso questo film i giovani scopriranno che la musica di Puccini è straordinariamente moderna e affascinante anche oggi. Inoltre, quella di Puccini è la storia di un ambasciatore italiano nel mondo. In questo mondo globalizzato subiamo l’influenza di altre culture e spesso dimentichiamo la nostra. Volevo che le giovani generazioni apprendessero la storia di uno dei nostri più grandi talenti. Oltre a ricostruire un episodio della vita di Puccini, il film racconta inoltre la storia della tipica provincia italiana, nascosta nella vicenda emblematica di una donna uccisa dal pregiudizio sociale. E questo purtroppo continua a succedere anche oggi. La vita di Puccini non è soltanto la storia di un genio italiano, ma anche la storia della complessa relazione fra individuo e società».