Fate la storia senza di me

Fate la storia senza di meIl documentario del regista torinese Mirko Capozzoli, presentato a Venezia e all’ultimo Torino Film Festival, esce insieme al libro-diario di Albertino Bonvicini, protagonista di anni intensi e di vicende drammatiche che hanno segnato la storia d’Italia. Un racconto leggero e profondo che colpisce per la sua necessità

di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com

Fate la storia senza di me (add editore) è un libro e allo stesso tempo un documentario di Mirko Capozzoli, che contiene gli interventi scritti di Alberto Papuzzi e la voce di Fabrizio Gifuni prestata alle parole del diario di Albertino Bonvicini, la cui vicenda umana è l’assoluta protagonista di quest’opera indispensabile. Sì, avete capito bene, indispensabile perché racconta non solo una parabola umana affascinante e sconvolgente, ma perché dietro di essa si staglia la storia dell’Italia, dagli anni Sessanta fino all’inizio dei Novanta, insomma il periodo degli entusiasmi e di epocali trasformazioni, ma anche i tempi delle mutazioni più impreviste, delle sviste e dei vuoti esistenziali e culturali che hanno fatto prendere a questo paese e a molte persone svolte inattese, volute o obbligatorie. Vite che spesso non hanno avuto scelta, proprio come succede ad Albertino, che si ritrova a Villa Azzurra, il famigerato ospedale psichiatrico di Torino dove lavorava Giorgio Coda, l’apologeta dell’elettroshock come pratica terapeutica. Capozzoli non scende mai nel patetico o nel melodrammatico nel raccontare questo momento, ma usa l’ironia e il coraggio di Albertino, che da bambino si ritrova in quel luogo degli orrori dove uomini, donne e bambini venivano spogliati della loro dignità di essere umani e sottoposti a vere e proprie torture con metodi da Garage Olimpo con dieci anni d’anticipo. Albertino là dentro ci finisce per deficit della burocrazia, ci finisce come in una storia di Kafka, perché se non fosse tutto vero quello che è successo, potrebbe essere solo un racconto di Kafka.

Ma la storia di Albertino è anche altro: è fatta di incredibili riprese che lo porteranno dentro i tumultuosi anni Settanta, dove inizierà il suo impegno politico, e poi negli anni Ottanta, quando ingiustamente accusato dell’incendio del bar L’Angelo Azzurro finisce in galera e ci resta per più di due anni. Sono di questo periodo le pagine del diario che compongono il libro: è il periodo in cui nella vita di Albertino compare l’eroina, che cominciava a flagellare un’intera generazione. Le testimonianze e il racconto del documentario mostrano come Albertino sia riuscito a riprendersi anche da questo scacco e con un passaggio da Torino a Roma inizia a lavorare come giornalista in Rai.

Abbiamo incontrato Mirko Capozzoli, regista del documentario e curatore del volume che lo accompagna, Fate la storia senza di me.

Come ti è successo di metterti sulle tracce della storia e della vicenda umana di Albertino Bonvicini?

«Circa sei o sette anni fa un mio amico mi fece leggere il libro di Alberto Papuzzi, Portami su quello che canta. Il libro uscì la prima volta nel 1977 e racconta una vicenda importante e prepotentemente radicata nella memoria di Torino, ovvero il processo a Giorgio Coda, dove per la prima volta in Italia, durante un processo, i malati mentali furono ascoltati come testimoni, oltre che essere le vittime dell’uso feroce dell’elettroshock cui Coda li sottoponeva regolarmente. Inizialmente volevo raccontare quella storia, quella vicenda giudiziaria, per poi rendermi conto che il racconto filmico sarebbe stato molto complicato. Nel libro di Papuzzi, in due o tre pagine si parla di quello che allora era un bambino di nove anni, Albertino Bonavicini, che entrò nel manicomio di Villa Azzurra nel 1967 per una banalità, per inefficienza della burocrazia. Questo fatto mi ha colpito subito, tanto è vero che lui era una delle prime persone che volevo contattare comunque per il documentario, vista la sua storia, ma non c’era già più. Così ho deciso di raccontare la sua storia e questo mi ha permesso di fare i conti con un periodo, quello degli anni Settanta – gli anni di piombo, il movimento del ‘77 e l’incendio del bar L’Angelo Azzurro dove morì un giovane studente, Roberto Crescenzio, caso mai risolto e che segnò la fine del movimento a Torino spalancando le porte al terrorismo – che mi ha sempre interessato e che anagraficamente non ho potuto vivere».

La storia di Albertino Bonvicini ha come sfondo quello degli anni entusiasmanti e critici del cambiamento in Italia, e lui sembra veramente viverne gli aspetti salienti.

«Della vita e delle vicende di Albertino ho scoperto un pezzo alla volta, non c’è stato nessuno che potesse raccontarmela in una volta sola, solo la madre adottiva, che si vede nel documentario, avrebbe potuto farlo, ma è una donna anziana con dei problemi di memoria, una donna che è stata veramente coraggiosa e generosa con Albertino. Il fatto è che Albertino ha avuto tante vite e tutte separate l’una dalle altre. Ogni volta che ricominciava chiudeva con il passato. E questa caratteristica mi ha condotto a dover mettere insieme i tasselli di un’esistenza che può sembrare frammentaria. Poi è vero che sembra che lui abbia giocato una partita a scacchi con il destino, molto spesso in maniera del tutto involontaria. Anche quando nel ‘77 si impegna nel movimento ha avuto un ruolo importante, i suoi compagni di allora lo raccontano come una figura carismatica ma allo stesso tempo non ideologizzata, non era imbevuto dei dogmi e degli slogan della sinistra, lui veniva direttamente dal sottoproletariato, figlio di una prostituta, abbandonato dal padre, il sentimento politico ce l’aveva addosso sulla pelle. È stato uno che ne ha combinate di tutti i colori da quando era giovane, è finito anche in un carcere minorile per poi essere affidato ai Berlanda, una famiglia bene di Torino. Ma tutti quelli che ho incontrato e che mi hanno parlato di lui gli hanno voluto veramente bene perché lui aveva un magnetismo, uno spirito che contaminava chiunque avesse intorno».

Il tuo documentario racconta una storia esplorando le vicende intime di Alberto Bonvicini, i suoi rapporti familiari, le amicizie, il lavoro, e lo fa sempre con un tocco di leggerezza.

«Mentre andavo alla scoperta di Albertino ho sentito tutto il peso della sua storia, del suo vissuto, ho capito che le cose non andavano forzate perché c’era già tutto. È stato come dare forma a un dipinto che aveva già tutti i suoi colori. Tutto è scorso con naturalezza, senza inutili o facili sensazionalismi, senza il bisogno di cercare l’affetto a tutti i costi».

Cosa ha significato per te raccontare questa storia, questa figura, e quali sono le scoperte che più ti hanno sorpreso?

«È stata una grande opportunità, è stato un modo per confrontarmi con una Storia subita perché solo letta sui libri, o vista in programmi televisivi come La notte della Repubblica di Sergio Zavoli. Ho potuto guardare negli occhi uomini e donne che in quel periodo c’erano, che l’hanno vissuto veramente come attori diretti. Ho potuto avvicinarmi a quel periodo ardente senza pregiudizi ideologici, mi sono confrontato con un centinaio di persone, alcune delle quali hanno avuto anche l’ergastolo, come alcuni esponenti di Prima Linea che ho intervistato. Poi ho potuto conoscere la famiglia cui Albertino fu affidato, i Berlanda, esponenti della Torino progressista, a casa dei quali era possibile incontrare dirigenti del PCI, e anche questa è stata una grande esperienza umana che ho vissuto. Ma è stato un modo per raccontare la mia città, Torino, e me stesso, sovrapponendomi in certi momenti alle esperienze di Albertino, come i bambini che giocano con la neve, o i momenti a Porta Palazzo, cose che ha fatto lui ma che ho fatto anch’io e che nel documentario ci sono».

Spesso i documentari richiedono un lavoro di preparazione molto lungo, tra la ricerca del materiale e la sua successiva selezione. Qual è lo stato della produzione dei documentari in Italia dal tuo punto di vista?

«Il problema grosso è la distribuzione, la possibilità di raggiungere un pubblico numeroso. Il fatto è che non c’è un’educazione al guardare i documentari, che spesso nell’immaginario collettivo vengono associati a Piero Angela o alle cose del National Geographic. Io in questa occasione sono stato fortunato perché la Film Commission di Torino e Piemonte ha un fondo per i documentari che ha finanziato il mio progetto, e inoltre l’occasione che l’editore add mi ha dato con il libro che accompagna il documentario è stata un’ulteriore opportunità. Ma anche io ho avuto momenti critici, come il trovare un produttore, che nello specifico è la Fourlab, dovermi impegnare in prima persona su tutti gli aspetti produttivi. C’è chi pensa che il documentario sia roba per sfigati, per gente che non riesce a fare il suo film e allora cerca un ripiego. Ma non è così, non lo è mai stato. Una volta la Rai dava spazio a questa forma espressiva, dedicava una fascia oraria al documentario. Oggi in tv se riesci a far passare qualche lavoro rischi che te lo facciano a spezzatino per ragioni di format del programma dove finisce. Forse bisognerebbe tentare di ridare uno spazio dignitoso per raggiungere il pubblico, perché se no si rischia veramente che ce li vediamo tra noi autori nei vari festival. Eppure io ci credo, perché mi capita sempre che persone che guardando il mio lavoro o quello di altri se ne innamorino, perché è un modo diverso di raccontare le storie, ma che riesce a coinvolgere perché racconta di vita».

Banderas: “Soy un gato molto stanco”

Salma Hayek e Antonio BanderasNell’insolita veste di doppiatori, Antonio Banderas e Salma Hayek ci raccontano l’avventura animata de Il Gatto con gli stivali, lo spin-off di Shrek in arrivo nelle sale italiane dal 16 dicembre

di Cristina Locuratolo
cristina.elle@hotmail.it

Arriva nelle sale italiane il 16 dicembre lo spin-off della saga animata Shrek, Il Gatto con gli stivali, prodotto dalla Dreamworks Animation e distribuita nel nostro Paese in circa 400 sale dalla Universal Pictures. A presentare il cartoon all’anteprima romana i doppiatori Antonio Banderas (voce protagonista nella versione italiana, inglese e spagnola della pellicola), l’attrice messicana Salma Hayek,  il regista-animatore Chris Miller e il produttore Jeffrey Katzenberg.

Il film è il prequel che ci racconta come nasce la leggenda del micio “caliente”, molto prima di incontrare Shrek. Con gli stivali, simbolo d’onore, Gatto diventa un eroe, quando per salvare la sua città si imbarca in un’avventura folle con la sexy gattina Kitty Zampe di Velluto e il surreale Humpty Dumpty.

Banderas dichiara di essersi sentito a suo agio nei panni di Gatto e aggiunge «È un macho fuori dai cliché, simbolo di quella diversità culturale spanish importante da sostenere in un Paese come gli Usa, così multietnico. Il Gatto con gli stivali è il film spanish a più alto budget mai fatto finora».

Avete sentito la responsabilità di portare sul grande schermo un personaggio così amato?

Katzenberg: «Certo, ma abbiamo avuto la fortuna di avere in regia Chris Miller, che è stato per 10 anni nel team creativo di Shrek. Lui ha voluto prendersi questa responsabilità».

Salma Hayek e Antonio Banderas, quanto vi siete divertiti nell’interpretare questi personaggi?

Hayek: «È stato un lavoro meraviglioso, perché per la prima volta non avevo bisogno di essere truccata. Il personaggio di Kitty è bellissimo, lei è forte, femminista, divertente».

Banderas: «Una volta dati dei parametri e dei limiti al personaggio, è tutto molto divertente, per quanto sia stancante la prima fase di animazione e anche il doppiaggio, soprattutto in una lingua diversa. Adesso andrò a Los Angeles a doppiare un corto che sarà contenuto nel dvd. Se ci sarà il sequel, comunque, vorrò fare di nuovo anche la versione italiana, perché mi piace la musicalità della lingua».

Il film punta tutto sulla fratellanza e sull’amicizia. Succede a Gatto con Humpty Dumpty che ne combina di tutti i colori…

Banderas: «Se torniamo all’inizio della storia di Gatto, in Shrek, lui viene presentato come un assassino che viene agganciato da Shrek e Ciuchino. Rimane con loro perché in loro trova una famiglia e in questo film scopriamo perché è così predisposto per l’amicizia. È cresciuto in orfanotrofio, ha bisogno di essere amato».

Hai dichiarato che Gatto è molto simile a te. Per quali aspetti?

Banderas: «Davvero? E quando lo avrei detto? Scherzi a parte, mi somiglia nell’aspetto spagnoleggiante, lo abbiamo reso malagueno come me [Banderas è nato a Malaga, ndr], ma lui ha delle caratteristiche umane che io vorrei avere, è leale, sa perdonare, è coraggioso, io adoro questo personaggio».

Quali sono state le difficoltà tecniche nella realizzazione?

Miller: «Abbiamo impiegato quattro anni per portare a termine il film. L’unica difficoltà era l’esigenza di creare dei personaggi morbidi, “pellicciosi”. Per Gatto abbiamo creato un mondo nuovo, la sceneggiatura infatti non richiama i mondi nordici delle fiabe come in Shrek, ma è ambientata in un mondo della fiabe più latino e mediterraneo».

La sceneggiatura combina elementi eterogenei, provenienti da tradizioni fiabesche differenti (Gatto, Uovo, i tre fagioli magici…), con elementi leggendari di un certo cinema western. Come è stata costruita?

Miller: «In parte c’è stato lo stesso processo creativo di Shrek. Non c’era un vero e proprio script; tutti hanno contribuito alla sceneggiatura con le proprie idee, compresi gli attori. Abbiamo trattato la storia come fosse un organismo vivente».

C’è una città a cui vi siete ispirati per ideare il villaggio del Gatto con gli stivali?

Katzenberg: «Ci siamo ispirati alla Spagna e al Messico. Alla città messicana di San Miguel, in particolare».

Pensate già a un sequel?

Miller: «Tutto dipende come sempre dall’accoglienza del pubblico in sala e ovviamente dalla disponibilità di una buona storia».

Hayek: «Io e Antonio stiamo già scegliendo i nomi per i nostri gattini. Valentina, mia figlia, mi ha chiesto perché non si baciano mai…».

Banderas: «Certamente. Adesso però “soy un gato molto stanco”».

Quali sono state le difficoltà nel doppiarlo nelle varie lingue?

Banderas: «Quando doppi devi adattarti alle caratteristiche del personaggio, aggiungendo, come puoi, cose qui e là. In generale ci siamo divertiti a creare il contrasto tra il suo aspetto tenero e la vociona roca. Nella versione spagnola abbiamo calcato molto sulla “s” sonante, mentre in italiano ha solo uno spiccato accento spagnolo. Ho aggiunto qualche sospiro, qualche battuta in più qui è là»

Ti piace il cinema italiano? Ti piacerebbe lavorare qui?

Banderas: «Io sono dell’idea che si può lavorare in qualsiasi posto, quando c’è una buona storia. Recentemente ho cambiato agente e adesso lavoro solo con chi mi trovo bene. Anni fa Sorrentino mi propose una storia su un cubano che va a cercare suo figlio negli Stati Uniti, ma non la dirigerà lui e non so quando verrò effettivamente coinvolto. Sono molti impegnato con altre produzioni e ho anche una società d’animazione».

Player One – Intervista ad Ernest Cline

Player OneIn un futuro non troppo lontano, il destino dell’umanità è chiuso all’interno di un videogioco, ma nel mondo virtuale le cose non sono quello che appaiono e il protagonista, Wade Watts, ha un gran da fare per salvare il mondo…

di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com

Player One di Ernest Cline (Isbn Edizioni) è un romanzo che si ama subito. Una volta entrati dentro bisogna arrivare alla fine. Insomma, una proposta interessante per una storia a dir poco spettacolare che mescola il sapore vintage della cultura pop degli anni 80, quando tutto sembrava destinato a non finire mai, a un futuro non certo roseo e neanche tanto lontano: siamo nel 2044 e le cose non vanno bene, ma anche qui, adesso, nel presente, non è che ce la stiamo spassando.

L’autore Ernest Cline è alla sua prima prova letteraria con Player One, ma negli Usa è diventato già un autore di culto, e se lo merita. A tanti per il momento il suo nome non dirà molto, ma è lui l’autore della sceneggiatura del film di Kyle Newman Fanboys del 2009. Anche per questa sceneggiatura Cline ha avuto un percorso tutto suo, anche travagliato, perché gli studios americani non è gente che apprezza in maniera piena la creatività. Dopo aver scritto il copione di Fanboys lo ha postato su Internet e lentamente la storia ha cominciato a destare la curiosità di molti, inclusi gli addetti ai lavori, ma tra scrittura e realizzazione sono passati ben dieci anni.

Ora c’è questo Player One, in cui Wade Watts, come gran parte dell’umanità, passa la maggior parte del suo tempo in Oasis, un videogioco collettivo dove è possibile immergersi in universo virtuale. La gente passa così il tempo per sfuggire alla paura di un mondo sull’orlo del collasso. Adesso James Halliday, il creatore di Oasis nonché eccentrico miliardario, è morto e ha destinato la sua intera fortuna al primo che scoprirà le tre chiavi nascoste dentro il gioco. L’unico indizio a disposizioni per i partecipanti, praticamente tutti, è la passione che Halliday aveva per la cultura pop degli anni 80, quella in cui era cresciuto, quella in cui i videogiochi diventarono un fenomeno di costume. Tutto il mondo assiste mentre Wade trova la prima chiave. Ora per lui si materializzano nuovi nemici, veri e virtuali, nonché la possibilità di diventare la vera speranza per la sopravvivenza del mondo.

Player one diventerà presto un film ad alto budget prodotto dalla Warner bros. Di questo e altro abbiamo parlato con l’autore, Ernest Cline.

Il film che hai scritto, Fanboys, e questo Player One richiamano costantemente la vita di un adolescente negli anni ottanta. C’è un po’ di nostalgia in questo?

«Sì, c’è in entrambi i lavori, e il fatto è molto semplice, io ero un adolescente negli anni ottanta. Ho vissuto quell’intera fantastica ondata di cose nuove che sono successe in quel periodo: le prime console per videogiochi – io avevo un Atari – la musica, i film di Guerre stellari, Ritorno al futuro, Indiana Jones. Sono cose che mi porto dietro da allora, e le ho usate sia per scrivere Fanboys che Player One».

Pensi che quello fosse un periodo migliore?

«No, non direi. Abbiamo forse perso qualcosa, ma il fatto è che negli anni ottanta le cose erano più semplici e immediate. Tutti, per lo meno nel mondo occidentale, guardavamo gli stessi film, gli stessi programmi, la musica era uguale per tutti. Era tutto diverso, ma non credo che fosse migliore di quello che c’è oggi».

Qual è l’idea che c’è dietro Player One?

«Willy Wonka, quello della Fabbrica di cioccolato. Ho pensato che invece di fare dolci Willy potesse progettare videogiochi. Era un’idea che mi girava per la testa da parecchio tempo. Ricordo uno dei miei giochi preferiti negli anni ottanta: si chiamava Adventure. All’Atari non davano spazio a chi progettava i videogiochi, così il programmatore infilò dentro il gioco il suo nome, che compariva solo se riuscivi ad arrivare alla fine, ed è una cosa vera, successa sul serio. Anche questa era una cosa che poteva fare Willy Wonka. Poi in giro non c’era una storia del genere, così mi sono deciso a scriverla io».

Il personaggio di James Halliday sembra ricalcato sui vari Bill Gates, Mark Zuckerberg, Ralph Ellison e altri tycoon dell’informatica, ma molto spesso di questi personaggi non si parla molto bene.

«Sì, è vero. James Halliday ha molto in comune con queste figure, ma lui è un personaggio positivo e negativo allo stesso tempo. Con i suoi soldi potrebbe contribuire a rendere il mondo un posto migliore, ma quando muore lascia tutto a chi vincerà una gara, le cui regole le ha stabilite lui. È un idealista e passionale, ma è anche infantile e per certi aspetti irritante».

Nel romanzo tu racconti chiaramente, attraverso il personaggio di Wade, come la gente si crei degli alias fasulli online, magari inventandosi una vita fittizia con cui tragicamente iniziano a immedesimarsi.

«A me capita di continuo, tutti i giorni. Ormai è una cosa consolidata che nella vita di tutti i giorni ci si trascina con le solite cose, il lavoro, la scuola, casa, gli amici, poi sui social network diventiamo qualcos’altro, si diventa qualcosa di alternativo alla nostra personalità, si cerca di compensare la quotidianità, più spesso riempiendola con qualcosa che si pensa possa darla maggior senso. Ma la vita vera è sempre quella che sta al di fuori dei mondi virtuali».

Tu pensi che i videogame siano diventati il vero fenomeno di intrattenimento di questi ultimi anni?

«Assolutamente. Ormai hanno superato anche il cinema. Sono sempre più realistici e coinvolgenti, un grado di immedesimazione che fa paura, lo dice un gran giocatore. Non a caso ci sono posti dove la gente si reca per disintossicarsi dal gioco. Ci sono delle vere cliniche, perché i videogame danno assuefazione. Io non ho mai sentito di qualcuno che è finito in clinica perché guardava troppi film. Questo è il rapporto nel bene e nel male».

Qual è il tuo videogioco preferito al momento?

«Portal. È un gioco di puzzle. Incredibile. Lo ripeto, usateli con cautela i videogiochi, perché hanno effetti collaterali indesiderati».

Mi consiglieresti di giocarci?

«Ti farà andare fuori di testa».

Il tuo è un romanzo di fantascienza, un genere che spesso viene criticato.

«Io non ho scritto Player One per fare contento qualcuno o per andare incontro ai gusti della gente. Ho scritto la storia che mi piaceva e basta. Penso che la fantascienza sia un grande strumento per parlare del nostro presente facendo finta che accada domani».

Per te che differenza c’è tra scrivere una sceneggiatura e un romanzo?

«Un romanzo è più difficile da scrivere, devi star lì a descrivere tutto e non farti sfuggire di mano la storia, i personaggi, le loro vite. Una sceneggiatura è più leggera, in tutti i sensi. Pensi soprattutto allo sviluppo della trama e ai dialoghi. Per tutto il resto ci sono i vari reparti che completano il tuo lavoro e un regista che gli darà una visione».

Come è stata la tua esperienza con gli studios hollywodiani?

«La prima volta, con Fanboys, è stato veramente frustrante. Combattevo ogni giorno perché c’era sempre qualcuno che voleva cambiare qualcosa, una volta volevano cambiare addirittura la storia. È stata un’esperienza per niente piacevole. Invece con Player One le cose stanno andando alla grande. Quest’estate ho finito la sceneggiatura e la Warner bros. annuncerà dopo Natale il nome del regista».

Stanno pensando a un grande film?

«Sì, vogliono fare le cose in grande. Sono entusiasti di Player One. Sarà un film con effetti speciali sensazionali. Alla Warner vogliono fare una cosa tipo Avatar».

Grazie ancora, Ernest, per il tempo che ci hai dedicato.

«Grazie a voi».

Il Duka in Sicilia

Il Duka in SiciliaIl nuovo romanzo di Vittorio Bongiorno è una travolgente storia corale che racconta una calda estate siciliana a suon di jazz

di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com

Il Duka in Sicilia è il nuovo romanzo di Vittorio Bongiorno (Einaudi Editore), una storia che ha al suo interno anche una playlist, una colonna sonora che batte il tempo alla funambolica vicenda che prende il via nel piccolo paese di Jato, in Sicilia (potete sentirne un estratto su http://www.youtube.com/watch?v=TxearHUwrFE&feature=youtu.be). Vittorio Bongiorno ha già al suo attivo altri romanzi e sceneggiature, tra cui quella del film Alma di Massimo Volponi.

È l’estate del 1970, il mondo è ancora scosso dai fremiti della ribellione giovanile, c’è ancora la guerra del Vietnam e ovunque la paura è accompagnata dall’entusiasmo della possibilità di cambiare veramente le cose. Da lì a poco inizierà la stagione dei grandi concerti inaugurati l’estate prima a Woodstock, però è anche l’anno in cui i Beatles si sciolgono. L’abbiamo detto. Tutto è in movimento. E forse le cose stanno per cambiare anche a Jato, un piccolo paese vicino Palermo. Qui si sta organizzando il Festino di San Calò, il santo “negro”, che vede in prima fila il sindaco Sciortino, ma le cose questa volta non girano bene, la curia ha deciso di chiudere la piccola chiesa parrocchiale, ormai diroccata e in rovina, e spedire il parroco, don Rocchè, da un’altra parte. Ma una possibilità per salvare la situazione c’è e la propone Miranda, uno strano impresario discografico che è convinto di realizzare il colpo della vita, convincendo gli abitanti di Jato che alla festa del patrono suonerà niente di meno che Duke Ellington. Peccato che molti da quelle parti non sappiano chi sia questo Duke Ellington. Lo sa bene invece Roy Scott, nome d’arte di Rosario Scotti, trombettista ritornato in paese per prendersi l’eredità del padre e in lotta con il fratello Pino per l’amore di Maddalena. Ma i due fratelli hanno in comune ben altro, oltre all’eredità e alla passione per la stessa donna: entrambi sono dei sognatori. Perché se Rosario tenta di insegnare il jazz ad alcuni suoi compaesani con i quali vuole mettere su una band per l’arrivo del musicista americano, Pino è convinto che in Sicilia si possa fare un grande vino, e ci crede. Ecco, Il Duka in Sicilia è un racconto sul possibile, sull’inspiegabile capacità di non volersi arrendere all’ovvio, di chi non accetta, o per lo meno prova a non farsi governare dal destino.

La storia ha registrato che Duke Ellington in Sicilia c’è passato davvero, ha suonato a Palermo, allo stadio La Favorita in quell’estate del ‘70, ma forse, chi lo sa, su quel palco a Jato, mentre era da quelle parti, c’è salito sul serio, magari neanche se n’è accorto, ma quella sera ha cambiato la vita a molte persone. Il romanzo di Vittorio Bongiorno racconta proprio questo, un sogno, qualcosa di fugace che brucia via subito, ma dopo le cose non saranno più le stesse. Un romanzo che racconta una Sicilia viva, un posto di magia fuori dagli stereotipi e dai cliché con cui viene di solito rappresentata. Un posto dove, in una sera d’estate, dopo una stretta di mano, un altro jazz e poi…

Ne abbiamo parlato con l’autore.

Vittorio puoi raccontarci come è nata l’idea del tuo romanzo?

«Viene da uno spunto biografico, è una storia con cui sono praticamente cresciuto e appartiene a mio padre, che la sera in cui Duke Ellington suonò a Palermo era presente fra il pubblico. Anzi lui sostiene che era bambino e che si intrufolò sul palco perché si era smarrito e in quell’occasione toccò la giacca a Duke Ellington. Ora, basta farsi due conti per capire che mio padre nell’estate del ‘70 non era bambino ma probabilmente la giacca al grande jazzista gliela toccò veramente».

Quindi l’aspetto biografico è stato determinante.

«Sì, però, guarda, quell’evento musicale è stato un episodio unico nella storia di Palermo e dell’Italia. Avvenne all’interno di una manifestazione chiamata Palermo Pop 70 in cui per tre giorni la città fu invasa da migliaia di persone, fricchettoni per lo più. Fu un momento di grande libertà e abbandono alla gioia, al piacere di stare assieme e godersi della buona musica. Basti pensare che furono contattati i Pink Floyd e i Rolling Stones, che accettarono di partecipare, ma poi la cosa sfumò. Jimmy Page dei Led Zepplin autorizzò l’uso della sua immagine per il manifesto dell’evento. Però Duke Ellington ci fu, come anche Aretha Franklin, Phil Woods. E parteciparono anche artisti italiani tra cui, difficile a credersi, anche I Ricchi e Poveri, che contaminarono la loro musica con suoni sperimentali. Fu una grande onda psichedelica. Poi mettici che io stesso suono e avrei voluto essere un musicista».

A essere sincero non ne avevo mai sentito parlare.

«È una storia dimenticata, solo da pochi anni è stata riportata alla memoria. Io ho avuto la fortuna di avere mio padre che c’era e quindi di avere una testimonianza di prima mano. Quando ho sentito di voler raccontare questa storia ho cominciato a documentarmi, ma soprattutto a cercare le persone che in quei giorni c’erano. Alla fine, un po’ come i miti antichi, mi sono nutrito di racconti orali che mi hanno aiutato a scrivere Il Duka in Sicilia».

Inizialmente però tu avevi scritto un soggetto cinematografico o sbaglio?

«Lo scrissi nel 2003. Dieci pagine in tutto che ho cominciato a far girare. Non mi ero neanche preoccupato di registrarlo. Fu completamente ignorato al Solinas, però vinse il Premio Sacher di quell’anno. A Nanni Moretti piacque l’idea, ma non come era impostata, e mi chiese di fare un trattamento. Poi sono successe altre cose. Mi scrisse Pupi Avati che si congratulò con me per questa storia, e successe pure che mi telefonò Roberto Benigni. Io non so se era lui o fosse uno scherzo, ma è una cosa a cui penso ogni giorno e se ora Il Duka in Sicilia è un romanzo lo devo anche a queste persone che mi hanno incoraggiato».

Con i tuoi personaggi descrivi e racconti una Sicilia fuori dagli stereotipi.

«Io non mi definisco uno scrittore ma un cantastorie. Quello che faccio è cercare la verità e per farlo lavoro per sottrazione, devo togliere i fronzoli e le distorsioni da un immaginario falsato. Troppo spesso al cinema, in televisione, la Sicilia è rappresentata attraverso un riflesso, attraverso l’idea che tutti ne hanno, come i turisti che cercano quello che si aspettano e magari vanno in gita a Corleone a cercare i luoghi del Padrino e si dimenticano che lì sono state uccise persone innocenti. La Sicilia è un posto con molti confini, ma è piena di gente che ha cuore. Fra i miei amici ci sono musicisti che suonano in tutto il mondo, ci sono cose straordinarie da fare emergere. Io ho usato il folclore per cercare di scrivere una storia universale».

Il Duka in Sicilia è un romanzo popolato da sognatori.

«Senza un sogno non si va da nessuna parte. I due fratelli Rosario e Pino sognano ma lo fanno da svegli, non si chiudono in se stessi. Così Rosario, che è quello che cerca di scappare da se stesso, decide di insegnare a una banda di paese a suonare il jazz e questi non hanno neanche gli strumenti musicali, sono una banda di paese scalcinata. Pino invece è convinto che in Sicilia si possa fare un grande vino Chardonnay, un vino delicato in una terra aspra, battuta dal vento e dal sole. E lo fa, nonostante tutto. Oggi i vini siciliani sono famosi in tutto il mondo. I loro sogni sono fatti di realtà, non di illusione».

Ma nel romanzo non emergono solo loro due.

«Man mano che scrivevo mi sono reso conto che c’era bisogno di un coro, di altre storie che accompagnassero quella di Pino e Rosario. C’è Don Rocchè, il parroco, che è un ex picciotto, uno che ha visto la luce come nei Blues Brothers, uno che crede nella possibilità di riscattarsi come l’impresario Miranda, che è un cialtrone, un ambiguo, ma anche lui crede che Duke Ellington possa suonare a Jato. Alla fine i sognatori trovano sempre chi è disposto a seguirli e quando questo succede il sogno inizia a diventare realtà».

Tu pensi che la produzione letteraria in Italia stia messa meglio del nostro cinema?

«Io penso che il problema vero è che noi non abbiamo un sistema capace di produrre un immaginario. Il cinema è pieno di difficoltà ma negli ultimi anni sono emersi autori come Sorrentino, Crialese, Garrone. Il fatto è che a chi tenta di innovare gli sbattono le porte in faccia. Negli anni ottanta abbiamo subito un appiattimento culturale per cui quasi tutto è stato delegato a quello che facevano gli americani e oggi ne paghiamo le conseguenze. Detto questo, credo che in Italia ci siano bravissimi sceneggiatori e registi. Il problema resta il nostro sistema, l’assenza di un’industria seria».

Senti, ma Duke Ellington come avrebbe suonato quella sera a Jato?

«Ancora me lo chiedo, mi piace pensare che avrebbe fatto un miscuglio tra jazz e la fanfara. Un po’ come fa il gruppo musicale Banda Ionica».

Progetti per il futuro?

«Adesso sto preparando un reading tratto da Il Duka in Sicilia, andrò in giro per l’Italia accompagnato da un contrabbasso e campionamenti musicali. Poi vedremo».

Il carnefice

Il carneficeEccezionale prova d’esordio dell’autrice romana Francesca Bertuzzi. Un romanzo di genere dalle tinte forti, con un finale a sorprendente e adrenalinico

di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com

Il carnefice di Francesca Bertuzzi (Newton & Compton) è una lettura sorprendente. Non solo perché è una storia nera e cattiva che non vuole dare scampo, ma perché dentro ci sono tanti risvolti e tante atmosfere, e c’è soprattutto la voglia di mettere fuori gioco molti schemi scontati.

Lasciate perdere tutti quei discorsi sulla scrittura al femminile con storie con il fiocco rosa e tutto il resto, pensate invece a una bella scarica di adrenalina dopo una paura agghiacciante, qualcosa che vi fa sentire vivi e pronti all’azione, ecco questo è quello che rischiate di provare mentre vi trovate a leggere la storia di Danny, la giovane ragazza di origine africana che vive nel paesino di San Buono dove ormai è una del posto.

È qui prende il via la storia de Il carnefice, ed è qui che Danny giunge con la madre e la sorellina Khanysha, un viaggio lungo che le porta via da un inferno di violenza. Ma quello che trovano è qualcosa di mostruoso e subdolo, una nuova violenza più silenziosa e nascosta, perpetrata da quel prete che avrebbe dovuto aiutare queste povere donne. Alla fine la piccola Khanysha muore per una meningite, seguita presto dalla madre schiacciata dal dolore. Danny cresce sola ma coraggiosa, senza arrendersi al suo destino. Oggi nella sua vita ci sono pochi amici, ma fidati, una tribù di persone che cercano di aiutarsi a vicenda. Soprattutto, vicino a lei c’è Drug Machine, il proprietario del bar dove Danny lavora. In seguito a un’aggressione sventata proprio da Drug Machine, Danny è costretta a trascorrere alcuni giorni in ospedale. Quando ritorna a casa, un messaggio l’attende, una richiesta d’aiuto scritta a mano da Khanysha, che forse è viva. Danny inizia un ricerca personale dentro un mondo torbido e inaspettato. Un romanzo che ritrae un panorama dove l’orizzonte sembra non finire mai per contenere un’umanità dalle molte facce. Una storia ambientata nella provincia italiana. Ne abbiamo parlato con l’autrice, Francesca Bertuzzi.

Professionalmente ti occupi anche di cinema, hai scritto delle sceneggiature e hai girato dei cortometraggi. La scrittura cinematografica ha influenzato il tuo modo di scrivere Il carnefice?

«Sì, la tecnica della sceneggiatura mi ha portato a strutturare in maniera specifica il mio romanzo. Ogni capitolo si conclude con un gancio che è tipico della scrittura delle serie televisive. Così come la trasformazione che i personaggi hanno durante l’intera storia è molto simile a quella che avviene nei film. Inoltre il ritmo della storia, che è molto serrato e piena d’azione, è stato determinato dalla mia esperienza con il montaggio».

La storia de Il carnefice ha dei risvolti pulp che sembrano derivare più che dal cinema dalle storie di Joe Lansdale.

«Io sono una grande ammiratrice di Joe Lansdale che ho avuto la fortuna di conoscere. È stato grazie ai suoi libri che mi è venuta l’idea per questo romanzo. Quando ha saputo che lo stavo scrivendo mi ha scritto una lettera di incoraggiamento, e quando avevo dei problemi a trovare il tempo di scrivere lui mi ha dato dei consigli su come farlo».

In questo senso l’Abruzzo che tu descrivi è molto simile al Texas di cui parla Lansdale.

«L’Abruzzo è la terra d’origine della mia famiglia. È il luogo dove ho trascorse le estati della mia infanzia. Ci sono molte somiglianza tra la terra e le persone del Texas di Lansdale e l’Abruzzo. C’è lo stesso panorama torrido nei periodi caldi con i posti pieni di polvere secca, la gente va a caccia e usa i fucili. Inoltre le persone non sono chiuse, magari sono un po’ ruvide ma hanno sempre la battuta pronta. Ecco, volevo che queste somiglianze emergessero mantenendo una loro originalità».

Tu pensi che la letteratura italiana, che oggi offre storie che appartengono a diversi generi, sia messa meglio del nostro cinema?

«Non vorrei fare troppa retorica su questo argomento, ma per fare cinema ci vogliono molti soldi, senza parlare dei problemi legati alla distribuzione che rimane strozzata da una concorrenza americana fortissima. Io non credo che agli sceneggiatori e ai registi italiani manchi la fantasia ma i mezzi. Basta guardare alla produzione dei cortometraggi, si fanno tutti i generi fino alla fantascienza. La storia del cinema italiano è piena di esempi di registi che hanno rinnovato i generi, da Sergio Leone a Dario Argento. Oggi il cinema è in gran parte finanziato dalla Stato e questo mette dei paletti selettivi sul tipo di progetto che si può realizzare. La letteratura è un’altra cosa. Lì l’autore è solo con la sua storia, però poi ci sono molte case editrici e librerie e poter promuovere e divulgare un libro è certamente più facile.»

Ne Il carnefice ci sono situazioni che sono delle critiche sociali forti, penso alla scena tra Drug Machine e il funzionario di banca.

«Quell’episodio è ispirato a racconti di persone che conosco che si sono ritrovate a chiedere un mutuo e poi si sono trovate schiacciate dalle condizioni delle banche, impossibilitate non solo a pagare le rate del mutuo ma costrette a subire anche l’umiliazione di non poter progredire nella loro vita. Così, diciamo, ho voluto prendermi un piccola rivincita».

La protagonista del romanzo, Danny, è una giovane africana, è una donna che ha visto intorno a sé molta violenza e prevaricazione. Come hanno influito su di te questi elementi quando ci pensavi?

«Io volevo che il mio personaggio fosse connotato da un forte senso della giustizia e che si comportasse di conseguenza. Lei non decide di essere una vittima e lotta contro le situazioni della vita che vorrebbero ridurla in quella condizione. Era questa l’idea che avevo mentre pensavo al personaggio. Che poi sia una donna dipende dal fatto che mi sento più a mio agio con una voce femminile».

Danny nel romanzo vive una storia omosessuale con Bonnie. Succede perché i traumi che ha subito la inducono a scappare dagli uomini?

«Il fatto che viva una storia omosessuale non significa che abbia un rifiuto verso gli uomini. Bonnie è la femme fatale per eccellenza, rappresenta il desiderio. Danny è schiacciata fra il desiderio di ritrovare sua sorella viva e Bonnie che la ricatta, ma non riesce a sfuggire al suo magnetismo. E tutto avviene in maniera spontanea».

Alcuni dialoghi nel romanzo sembrano decontestualizzati rispetto all’ambientazione.

«Questo può sembrare vero, ma la cultura si caratterizza anche attraverso i suoi aspetti derivati dalla globalizzazione. Forse è vero che sembrano americani, ma sia Danny che Drag Machine sono fan dei B-movie come lo sono io. Un mio amico mi ha fatto notare che avrei dovuto farli parlare come parlo io, e l’ho fatto. Alla fine quella è la mia voce che racconta la storia».

Stai già lavorando al tuo prossimo romanzo.

«La storia ce l’ho già in mente: un’altra ragazza da cacciare in un altro brutto affare».

L’isola dei Liombruni

L'isola dei liombruni

L’ultimo lavoro di Giovanni De Feo è un gotico mediterraneo, un romanzo pieno di fascino, una storia fantastica fuori dal tempo e vibrante di passione

di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com

L’isola dei Liombruni, il nuovo romanzo di Giovanni De Feo (Fazi Editore), è un romanzo fantastico, ma qui la fantasia è impastata con la terra e il sale, è una storia mediterranea, lontana dagli archetipi tipici del fantasy di derivazione anglosassone, che rimane densa e intrigante.

De Feo sorprende ancora con questa sua seconda opera – la prima è Il mangianomi – che rimane sempre nei pressi degli argomenti che sembrano stargli più cari. Ancora una volta l’adolescenza e il suo rapporto con l’età adulta. Va ricordato che Giovanni De Feo è lo sceneggiatore del film L’uomo fiammifero, per la regia di Marco Chiarini. Film bellissimo, forse uno dei migliori della nostra cinematografia recente per la delicatezza e il coraggio nello spezzare la routine, che una volta si sarebbe detta borghese, delle storielle da commedia che sembrano un po’ troppo spesso la rimasticatura di cose già viste, già fatte.

L’isola dei Liombruni è un racconto del mistero, dell’iniziazione e quindi della sofferenza derivante dal distacco da tutte le certezze. L’isola è quella della storia, un luogo che esiste a metà tra il sogno e la realtà. Il suo mare è quel Mediterraneo dei miti, pieno di luce. È qui che vivono Smiccio e Zenzero, in modo quasi primitivo e selvaggio, ma liberi. Gli adulti sull’isola sono stati banditi, anzi sono stati fatti letteralmente fuori con il rito della carnara. Ma Smiccio e Zenzero stanno per provare una rivalità reciproca che potrebbe mettere a rischio la vita di entrambi. L’isola dei Liombruni, il cui nome particolare deriva da una fiaba raccontata da Calvino nella sua celebre raccolta, mescola molti generi, non ultima la multimedialità. Dopo L’uomo fiammifero, Giovanni De Feo ha continuato infatti la collaborazione con Marco Chiarini e insieme hanno realizzato una serie di filmati che raccontano vari episodi del romanzo, visibili sul sito www.liombruni.con, dove è possibile anche scaricare dei podcast. Di tutto questo abbiamo parlato con l’autore.

Nel tuo romanzo sembrano esserci molti riferimenti culturali, incluso Calvino, a cui è dovuto il nome Liombruni. Quali sono state le storie che in qualche modo ti hanno ispirato per L’isola dei Liombruni?

«Diciamo L’isola di Arturo per la voglia di raccontare l’esperienza sensoriale e sensuale delle estati che ho vissuto da ragazzo. Per il resto, più che Calvino, un certo Buzzati, alcuni racconti e romanzi di Ray Bradbury e di Roger Zelazny, il romanzo di William Golding e il Libro Tibetano dei morti per la parte del sogno, o meglio del bar-do, lo stadio onirico tra la vita e la morte. Sul rapporto tra mito e infanzia la mia guida è senza dubbio Pavese, in particolar modo I dialoghi con Leucò».

I protagonisti sono adolescenti, ma la vita adulta preme su di loro per strapparli dal sogno che vivono, è così o è una mia impressione?

«È così anche nel sogno dell’isola, nel senso che la spensieratezza dei ragazzi ha una scadenza, che si concretizza nella scelta tra diventare immortali lì nel sogno – morendo però nel mondo ‘reale’ – o viceversa ritornare alla vita reale ma perdendo per sempre il sogno dell’isola, cioè il ricordo dell’intensità con cui si vive da ragazzi. È una scelta drastica, netta, che il protagonista del romanzo cercherà di aggirare trovando una pericolosa ‘terza via’ di cui non vi dirò…».

Il progetto del romanzo include anche un’esperienza multimediale, penso al sito e ai filmati di Marco Chiarini che rappresentano alcune parti della storia. Ci puoi raccontare il senso di questo esperimento?

«Lo scopo era quello di creare una promozione che divertisse me e un gruppo di altri autori/artisti/musicisti a giocare con l’immaginario del libro. Da qui le musiche, le illustrazioni dei personaggi, i “tappeti sonori” dell’isola, i podcast delle letture, e soprattutto il trailer di Chiarini che unisce un po’ tutte queste cose. Volevamo creare un mondo ‘sensoriale’ immaginifico nel quale il potenziale lettore si potesse felicemente perdere. Anche perché questa è poi l’ambizione del libro, far esperire un altrove desiderabile pur nella ferocia dei suoi contrasti».

Con il regista Chiarini hai già avuto modo di collaborare per la sceneggiatura del film L’uomo fiammifero, perché l’infanzia e l’adolescenza sono così cruciali nella tua narrazione, soprattutto nel momento in cui sembrano essere rivolti agli adulti?

«Sì, è un paradosso, nel senso che io mi rivolgo principalmente agli adulti, eppure parlo spesso di infanzia o uso figurazioni narrative che sono – spesso a torto – associate all’infanzia. A parte le ragioni autobiografiche, credo che alla base di tutto ci sia il senso di meraviglia senza il quale la vita adulta è solo una ripetizione vuota di gesti. In tal senso la scrittura è per me la riappropriazione costante della meraviglia di vivere. Dell’adolescenza mi interessa soprattutto questo, lo stato di interstizialità tra il mondo fluido, caotico dei bambini –là dove l’immaginato e il reale comunicano continuamente – e quello razionale, rigido, più statico, degli adulti. L’isola dei Liombruni parla proprio della linea di confine tra questi due mondi, e di cosa succede nell’attraversarla, in un senso e nell’altro».

Un buon posto per morire

Un buon posto per morire

Tullio Avoledo e Davide “Boosta” Dileo ci raccontano la genesi del loro ultimo romanzo. Un’avvincente storia sulla fine del mondo, un romanzo storico “geneticamente modificato”. Una corsa contro il tempo per salvare l’unico posto che abbiamo: il pianeta Terra

di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com

È da poco in libreria Un buon posto per morire (Einaudi) scritto a quattro mani da Tullio Avoledo e Davide “Boosta” Dileo. Il romanzo è tante cose insieme, e tutte sorprendenti. Prima di tutto è un racconto sulla fine del mondo, è un thriller fantascientifico, ma è anche avventura, teoria del complotto, magia, spionaggio.

Tullio Avoledo, già autore tra l’altro de L’elenco telefonico di Atlantide e L’anno dei dodici inverni, e Davide “Boosta” Dileo, fondatore e tastierista dei Subsonica nonché scrittore, regista, dj, produttore, hanno lavorato insieme alla scrittura di questo romanzo palpitante ed elettrico che non lascia tregua.

La storia è quella di Leonardo Contrera e Claire Madigan, che si incontrano a San Francisco al funerale dei loro figli uccisi da un killer. I due si ritrovano subito al centro di un complotto mondiale che ruota intorno a un videogame i cui giocatori vengono letteralmente catapultati all’interno di una realtà alternativa. Leonardo conosce il gioco perché il figlio glielo ha spedito prima di morire e ora lui è uno dei giocatori. Sullo sfondo c’è la minaccia del Sole Nero, un misterioso asteroide di cui pochi sono a conoscenza, che sta facendo rotta verso la Terra, e poi due entità che da secoli si fronteggiano per decidere le sorti dell’umanità. Ma sono rimasti solo trenta giorni. In mezzo, molta azione. Un buon posto per morire è un nuovo capitolo, fra i migliori, che amplia il panorama e l’orizzonte della letteratura italiana. Ne abbiamo parlato con i due autori.

Come è nata l’idea di mettere insieme le vostre esperienze per scrivere Un buon posto per morire?

D.: «Ci siamo ritrovati insieme su un palco per una fortunata coincidenza. Era un reading di Tullio e io lo accompagnavo al piano. È bastata una cena poche ore dopo per scoprirci ammiratori l’uno dell’altro e seriamente appassionati di complotti. Insomma, come non condividere la penna tra due persone che credono all’esistenza dei rettiliani?»

T.: «Diciamo che la stima per Davide e la voglia di lavorare a qualcosa con lui c’era già da un pezzo. Mancava solo l’occasione giusta per incontrarci live e scoprire a tavola, in un buon ristorante di Acqui Terme, tutte le cose che ci legavano; soprattutto la nostra infinita curiosità per il mondo e per la ricerca della verità, e anche di certe menzogne che ci vengono fatte passare per verità… Sull’esistenza dei rettiliani non ci giurerei, per quanto conosca certe persone perfette per il ruolo. Ma documentarsi sul Club Bilderberg e scavare nelle infinite lacune – volute o meno – della storia ufficiale è stato davvero inquietante. Più andavamo avanti con la scrittura e meno mi sembrava di scrivere un’opera di semplice fantasia».

Un buon posto per morire sembra muoversi tra il videogame e il romanzo storico, il tutto rivolto verso il futuro. È una mia impressione o è così?

T.: «Rispondo io? Okay. La definizione di Davide, “un romanzo storico sulla fine del mondo”, nella sua paradossalità, rappresenta una buona chiave di lettura del libro, che è un romanzo d’avventura, ma costruito con materiali veri, o perlomeno verosimili. È chiaro che Sandokan, il capitano Nemo, Sherlock Holmes e il conte Dracula non sono mai stati veri contemporanei di Giolitti o della Regina Vittoria, ma sono in qualche modo altrettanto “veri”. Quindi la definizione di romanzo storico mi sembra giusta. Ma il libro, a tratti, ha un ritmo da vero e proprio videogame. Per cui sì, in effetti si tratta di un’ibridazione. Potremmo definirlo un “romanzo storico geneticamente modificato” o un “novelgame”… L’idea, comunque, è che il lettore sia costretto a non mollare la lettura del libro fino alla fatidica parola “fine”. Che forse, poi, è un “segue alla prossima puntata”».

Vi siete sempre trovati d’accordo durante la stesura o avete avuto delle difficoltà di qualche tipo?

D.: «La scrittura è stata sorprendentemente naturale. È come se il libro avesse davvero bisogno di esser scritto e i personaggi avessero reclamato a gran voce il proprio posto. Non abbiamo incontrato difficoltà e la riprova è nel fatto che abbiamo impiegato sei mesi circa a terminare la versione 1.0. Un discreto record se consideri che lo abbiamo scritto via mail e blackberry!»

T.: «Concordo. Ci sono libri che nascono e crescono da soli. L’impressione che ho avuto sin dall’inizio di questa storia è stata simile a quella che uno scultore può provare davanti a un blocco di marmo, immaginando che la statua sia già lì, dentro la pietra, e il suo scalpello serva solo a portarla alla luce. Non è che i libri si scrivano da soli, in realtà, sennò che gusto ci sarebbe… Diciamo che qui l’architettura e i personaggi c’erano già, e bastava scavare un po’ per metterli in azione. Penso si senta, leggendolo».

Soprattutto, come avete messo d’accordo i vostri stili diversi?

D.: «Credo, sfortunatamente per Tullio, che ci sia stata una sorta di osmosi tra le scritture. Gli stili non hanno avuto bisogno di essere smussati ma si sono integrati con facilità».

T.: «Macché “sfortunatamente”. La lingua, credo, è quella di questo particolare romanzo, tutto qui. Non c’era altro modo di scriverlo, o almeno di scriverlo come volevamo noi. Quindi lo stile è venuto fuori per forza uniforme, comune ai due autori. La cosa davvero simpatica è che alcuni lettori che conoscono tutti i miei romanzi hanno creduto, a volte, di identificare un capitolo o un certo passaggio come mio, e quasi sempre si sbagliavano…».

La storia del vostro romanzo si svolge in trenta giorni, i capitoli sono un vero e proprio conto alla rovescia verso la fine del mondo, ma l’azione si svolge anche su piani temporali e geografici diversi. Come avete tenuto sotto controllo tutti questi elementi?

T.: «Scrivere questo romanzo è stato come cavalcare una tempesta su una tavola da surf. Diciamo che è stato al 50% magia, al 50% sudore e per un altro 50% il lavoro di un ottimo editor, Fabiano Massimi».

I personaggi di Un buon posto per morire non sono proprio degli eroi senza macchia, anzi, sono persone comuni alle prese con problemi reali. E quelli che si ritrovano a dover salvare l’umanità hanno anche caratteristiche negative, perché?

D.: «Perché voi conoscete qualche santo? Avete mai pranzato con qualcuno la cui ferita sulle mani profumi di rose? È l’umanesimo della fine dei tempi. Non è necessariamente il buono a salvare l’umanità. Il pragmatismo, quello estremo, come quello dettato dai tempi della sopravvivenza detta il codice a cui fanno riferimento i nuovi eroi».

T.: «Inoltre i buoni col cappello bianco e i cattivi-cattivi sono roba da western anni 50. La storia degli ultimi anni ci ha introdotto alla raffinatezza del grigio, delle sfumature. Penso per esempio a un personaggio come il generale americano McArthur, che durante la guerra di Corea propose di nuclearizzare la Cina. Eroe? Non eroe? Un giorno provai a dire a un mio vicino, un ufficiale dell’aviazione americana, che se Truman avesse dato il via libera a McArthur il mondo d’oggi avrebbe potuto essere migliore. Ricordo che mi guardò con occhi sbigottiti. Inoltre la complessità è infinitamente più stuzzicante, dal punto di vista narrativo».

Alla base del romanzo c’è l’idea dell’Apocalisse e l’esistenza delle sette millenaristiche, aspetti affascinanti e inquietanti. Vi ha divertito affrontare questi temi?

T.: «Divertiti e inquietati. Ci sono più cose tra cielo e terra… A volte siamo rimasti davvero stupiti scoprendo che certe coincidenze che avevamo fatto accadere nel romanzo avrebbero potuto prodursi anche nella realtà. Ogni volta che aprivamo una porta scoprivamo che dietro potevano essercene altre. Che al momento abbiamo deciso di lasciare chiuse. Ma non è detta l’ultima parola. Quanto all’Apocalisse, magari nel 2012… Diciamo che sono scettico, ma ho insistito comunque perché eventuali utili del romanzo vengano accreditati con cadenza semestrale anziché annuale. Così, almeno, la prima tranche dei diritti, a fine 2011, siamo sicuri di vederla…».

I luoghi del romanzo sono le città dei due famosi triangoli magici, bianco e nero, con Torino come vertice di entrambi. Qui fate accadere un incontro decisivo tra Nostradamus e il Rabbi Loew, il creatore del Golem. Torino è una città da fine del mondo?

D.: «Torino è la città magica per eccellenza. Nessun posto era più adatto a raccontare un pezzo della nostra storia quanto questa città. Magia bianca, magia nera, cristianesimo, egizi, alchimisti, veggenti, filosofi, artisti: tutto e il contrario di tutto si è incontrato e scontrato in questa città».

T.: «Mi dispiace solo che abbiamo praticamente distrutto il Museo Egizio. Però nel prossimo libro prometto che lo rimettiamo a posto».

Vi aspettate che Un buon posto per morire diventi un film?

T.: «Sarebbe un peccato se non fosse così. Un film, o un videogioco. O entrambe le cose. Le premesse narrative ci sono. Basta trovare un produttore, qualche milione di euro, ed è fatta».

Tullio Avoledo, prossimamente al cinema uscirà Breve storia di lunghi tradimenti per la regia di Davide Marengo. Come te lo aspetti?

T.: «Proprio a Torino, durante il Salone del Libro, ho assistito all’ultimo ciak italiano del film. Poi la troupe è partita per la Colombia e la Bolivia. Ho potuto vedere anche parte del materiale montato e l’ho trovato splendido. La Crescentini è una Cecilia perfetta e Caprino è il miglior Giulio Rovedo che potessi immaginare. Quanto a Philippe Leroy nel ruolo del grande burattinaio, beh, che devo dire? È un mito della mia infanzia. Insomma, non vedo l’ora di vedere il film sul grande schermo. Certo, sarà molto diverso dal romanzo, ma conosco le regole del gioco e non mi dà nessun fastidio».

Davide Dileo, non hai paura che la scrittura ti distragga da tutte le altre cose che fai?

D.: «Ho imparato a scrivere solo quando ho davvero qualcosa da raccontare, così non mi perdo in pagine inutili. E ho imparato ad amministrare meglio il mio tempo. Il privilegio di potere esprimere qualcosa va trattato con molto rispetto. Io gli rendo onore dormendo piuttosto poco».

Quali sono i vostri progetti successivi?

D.: «La musica vince, ma che scrittore sarei se non dicessi che attendo con ansia Tullio per scrivere il sequel di questo romanzo?».

T.: «In questi mesi sto lavorando a un progetto molto interessante con lo scrittore russo Dmitry Glukhovsky: un romanzo ambientato in Italia, ma nella cornice narrativa del mondo di Metro 2033, il romanzo di fantascienza che ha fatto di Dmitry uno degli autori cult della Russia moderna. Il mio sarà ambientato tra Roma e Venezia e affronterà temi per me affascinanti, come il rapporto tra una religione organizzata e quella che sembra la fine del mondo. Uscirà prima in Russia e poi in Italia, per l’editore Multiplayer.it. Ho conosciuto Dmitry giocando al videogame tratto da Metro 2033. Ero andato a incontrarlo solo per chiedergli di far migliorare il sistema di acquisizione delle munizioni nel gioco e invece lui mi ha parlato del progetto internazionale Metro Universe, e così… Credo che certe occasioni non vengano mai per caso, così questa l’ho colta al volo. Quanto a un seguito di Un buon posto per morire, ci sto già lavorando dentro la mia testa, che non si ferma mai. Se lavorasse altrettanto il mio fisico, avrei i pettorali scolpiti di un atleta olimpico…».

L’Isola del Cinema, da Monicelli al Nuovo Cinema Italiano

Isola del Cinema

Giunta alla XVII edizione, l’Isola del Cinema riapre i battenti il 16 giugno nella splendida cornice dell’isola Tiberina e accompagnerà l’estate romana fino al 4 settembre, con un programma fitto di eventi, workshop, anteprime internazionali e il meglio dell’ultima stagione cinematografica italiana. In occasione dei 150 anni dell’unità d’Italia, l’edizione di quest’anno celebra i “Talenti italiani”, puntando sulle nuove leve del cinema italiano, oltre che su autori di chiara fama che hanno reso grande la storia del nostro cinema. Ne abbiamo parlato con il direttore artistico Giorgio Ginori.

Il cinema italiano ha vissuto delle stagioni d’oro, dal Neorealismo alla Commedia all’italiana, che lo hanno reso celebre in tutto il mondo. Che momento sta attraversando il cinema italiano contemporaneo?

«Mi sembra che per certi aspetti siamo tornati a quella prima commedia all’italiana permeata dalla voglia di raccontare la società contemporanea, cioè a quell’epoca in cui la commedia all’italiana veniva fatta da persone che avevano lavorato insieme ai grandi del Neorealismo. Penso, insomma, a quella commedia all’italiana figlia del Neorealismo, capace di far sorridere e, con la leggerezza del sorriso, di portare all’attenzione dello spettatore i problemi della contemporaneità. Film come Nessuno mi può giudicare di Massimiliano Bruno oggi mi sembrano un esempio luminoso di questa rinnovata capacità di riflessione sui problemi della società contemporanea, trovando nella chiave del sorriso un modo per affrontare i problemi di oggi senza però appesantire la mente dello spettatore, già fin troppo provata dalle tante preoccupazioni della quotidianità».

Un ruolo di primo piano avranno le opere prime, cui è dedicata un’intera sezione. Intravede delle tendenze, delle tematiche o dei linguaggi comuni tra i giovani cineasti che si avvicinano per la prima volta al mezzo cinematografico?

«È difficile individuare un filo conduttore tra i vari autori in concorso. Le opere prime che abbiamo selezionato sono molto diverse tra loro: Corpo celeste di Alice Rohrwacher, Et in terra pax di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini, Hai paura del buio di Massimo Coppola, Il primo incarico di Giorgia Cecere, Into Paradiso di Paola Randi, L’estate di Martino di Massimo Natale, La pecora nera di Ascanio Celestini, Nessuno mi può giudicare di Massimiliano Bruno, Tutti al mare di Matteo Cerami. Più che individuare un filo conduttore, è possibile considerare questi film come tasselli di un mosaico, come i colori di una tavolozza volta a comporre, con lo spirito e il talento tipico degli autori italiani, il quadro di questo momento un po’ particolare che stiamo attraversando».

Il festival presenterà anche opere internazionali. Sono film che hanno già trovato una distribuzione in sala o verranno presentati in anteprima?

«Noi lavoriamo soprattutto su anteprime e inediti. La formula “Isola Mondo”, come ci piace chiamarla, è una formula che, attraverso il cinema, si propone di raccontare la storia di un paese, dal Giappone alla Norveglia, dalla Polonia a Israele, Cile, Venezuela, Indonesia, Cina. Si parte dal cinema e ci si guarda intorno per fotografare alcuni aspetti della vita di quel paese. Cerchiamo sempre di proporre degli inediti, film che hanno avuto difficoltà ad arrivare in Italia, che non sono mai stati visti, e invitiamo anche i distributori a partecipare alle anteprime, sperando che si innamorino di questi film, che magari non hanno mai visto o hanno perso ai festival, e che li portino nelle sale italiane».

L’Isola presenta anche un fitto programma di workshop e interventi d’autore, le “Lezioni di Cinema”…

«Con il supporto dei migliori esperti del settore e delle più importanti scuole di cinema, attraverseremo le principali professioni del cinema, dalla regia alla sceneggiatura, dalla recitazione al montaggio, con autori del calibro di Giovanni Veronesi e Michele Placido. Ci piace pensare che l’Isola diventi una sorta di “sportello” di cinema. Stiamo infatti lavorando con il Ministero della Gioventù per creare una sorta di presidio, di “sportello” appunto, dove i giovani possano acquisire informazioni e avere indicazioni su come intraprendere i mestieri del cinema».

Tra gli eventi speciali di quest’anno, ci sarà un omaggio al grande Monicelli. Quale lezione, secondo lei, possono trarre le nuove generazioni dall’eredità artistica e umana di questo straordinario regista italiano?

«Monicelli è un gigante. Bisognerebbe vedere tutti i suoi film, è stato davvero un genio. Insieme a Veronesi presenteremo i film Romanzo popolare e Vogliamo i colonnelli, due titoli che mi indicò lo stesso Monicelli quando gli chiesi quali delle sue opere avrebbe voluto che fossero riproposte oggi. La sua lezione più grande sta nella sua straordinaria capacità di varcare la frontiera del sorriso per raccontare i problemi della società contemporanea. In questo è stato un talento eccezionale. Ogni volta che lo incontravo al quartiere Monti, non potevo fare a meno di urlargli “Mario, ti amo!”». (Laura Giacalone)

L’Adepto

L'adepto

In libreria la nuova avventura di Marco Corvino, che vede il cronista di nera alle prese con riti satanici che lo trascineranno al cuore di un mondo sconvolgente. Un romanzo che presto potrebbe approdare al grande schermo. Abbiamo incontrato il suo autore, Massimo Lugli

di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com

Torna, dopo Il Carezzevole, con L’Adepto (Newton Compton), una nuova avventura di Marco Corvino, giornalista di cronaca nera nato dalla penna di Massimo Lugli, già autore de La legge di Lupo solitario e L’istinto del lupo (sempre Newton Compton). Questa volta lo troviamo venticinque anni dopo il suo incontro con il serial killer che lo ha messo a dura prova. Molte cose sono cambiate, Marco è rimasto un cronista di nera e la sua carriera non sembra aver subito sussulti degni di nota dopo l’incontro con il Carezzevole. Ora ha quarantotto anni, un divorzio alle spalle e un figlio che fatica a vedere a causa del suo mestiere. È in questo panorama dolente che Marco Corvino continua ad andare avanti, sempre attaccato alla pratica delle arti marziali, il tai ki, cercando di trovare o dare un ordine alla sua vita. Qualcosa succede quando in una vecchia chiesa sconsacrata viene rinvenuto il corpo di un bambino orribilmente martoriato. Marco Corvino viene incaricato di seguire le indagini, cosa che fa anche se senza troppo entusiasmo. Il suo lavoro non è più quello di una volta e in più ora le sue situazioni personali lo perseguitano. Tra le altre cose gli succede anche di innamorarsi di nuovo. Ma Marco Corvino sa fare il suo lavoro, c’è nato, e il suo fiuto gli fa capire che quello che sembra un rito satanico nasconde qualcosa di più malefico, qualcosa che lo costringe a scavare a fondo e a trovare qualcosa che non immaginava, qualcosa che all’improvviso gli ributta in faccia lo stesso pericolo che aveva incontrato con il Carezzevole. In gioco, adesso, c’è la sua vita.

Massimo Lugli torna con un personaggio di rara efficacia, vero perché vulnerabile e alle prese con la mezza età che lo costringe a tirare le somme sulla propria vita, un uomo che ha iniziato benissimo e ora sembra arenato. Alla fine L’Adepto è un thriller, ma è molto altro, è una storia intimista, malinconica e inesorabile, ma che comunque il suo protagonista decide, nonostante tutto, di affrontare. Ne abbiamo parlato con l’autore, Massimo Lugli.

Mentre Il Carezzevole era ambientato negli anni Settanta, ora ritroviamo Marco Corvino venticinque anni dopo, perché questo salto temporale così lungo?

«Io faccio il giornalista, e lo faccio da trentasei anni ormai, e quello che volevo fare era raccontare il mondo del giornalismo, volevo raccontare come è cambiata la cronaca. Non mi sembrava il caso di fare qualcosa tipo le memorie di un cronista. Così è nato Marco Corvino, che sono io. Entrambi facciamo lo stesso mestiere e tutti e due condividiamo la passione per le arti marziali. Tra Il Carezzevole e L’Adepto è possibile vedere come sia cambiato il mestiere del giornalismo. Negli anni Settanta, quando io ho cominciato a Paese Sera, i giornalisti erano una categoria libera, fiera, anche anarchica. Oggi le cose sono diverse perché il giornalismo si è imbastardito con la televisione, internet, è diventato un lavoro più da scrivania. E poi si è gerarchizzato, il rapporto che c’è oggi tra un redattore e un suo direttore è lo stesso che passa tra un dirigente d’azienda e un suo sottoposto. Inutile dire che in questa situazione anche la libertà ne risente».

In questo senso essere un cronista ti ha aiutato?

«Certo. Essere un cronista vuol dire avere un osservatorio privilegiato su questo mondo, su come funzionano le cose dentro una redazione, quali sono le dinamiche professionali. Ho voluto raccontare questo mondo in maniera realistica».

Ne Il Carezzevole hai descritto gli anni Settanta e dentro hai infilato un tematica che allora non era ancora praticata dalla letteratura di genere, quella del serial killer, adesso fai confrontare Marco Corvino con il mondo delle sette sataniche.

«Sì, è vero, la parte che riguarda il Carezzevole è pura fantasia, tutto il resto è ispirato a fatti reali. Dopotutto è vero che all’epoca non si parlava di assassini seriali, ma c’erano, come c’erano i crimini a sfondo sessuale o satanico, solo che sembravano e venivano raccontati come un incubo».

Marco Corvino sembra ormai disilluso nei confronti della vita e del suo lavoro, si trova a fare i conti con problemi pratici quotidiani e in più gli capita pure di innamorarsi.

«Bé, si ritrova a fare i conti con la mezza età. Gli capitano molti problemi che molte persone hanno, come divorzi, il lavoro che non va e poi il fatto che sia un giornalista peggiora le cose. I giornalisti sono una categoria ad alto rischio per quanto riguarda la possibilità di avere una vita privata serena. Per tanti motivi, però è così. Inoltre l’amore a cinquant’anni fa male, fa un male cane. Ma capita anche quello. In più Marco Corvino è immobile, dopo un inizio professionale eccezionale si è fermato perché è rimasto terrorizzato da se stesso. E quando arrivi a cinquantanni o sei riuscito a combinare qualcosa o sei uno sfigato, bene che vada ci hai provato, e si rischia di ritrovarsi solo con un grande futuro alle spalle».

Quanto c’è di te in Marco Corvino?

«Io scrivo perché mi piace, perché ho delle storie da raccontare, mi ci sono voluti vent’anni per essere pubblicato, ci sono degli editori che non mi hanno neanche mai risposto e poi è successo che sono arrivato finalista al Premio Strega. Quando scrivo posso mettere qualcosa che mi riguarda ma tutte le mie storie sono piene di personaggi che ho tratto dalle conoscenze fatte grazie al mio lavoro. Ci sono poliziotti e carabinieri che si riconoscono nelle pagine dei miei romanzi, come molti miei colleghi giornalisti, tra cui alcuni molto antipatici».

Roma compare come sfondo alle tue storie, non viene mai nominata ma è riconoscibile.

«Roma è la mia città, ma ho cercato di non fare una ricostruzione oleografica, è stato difficile mimetizzare i suoi luoghi ma volevo che le storie che raccontava avessero un respiro più ampio, c’è una metropoli che potrebbe essere qualsiasi città del mondo. Dopodiché Roma è sempre presente. È una città che per lavoro vivo in ogni aspetto. Poi la malavita romana presenta delle peculiarità tutte sue. Il mondo dell’altra Roma, quella che vive nel buio, è fatta di cose incredibili, ospedali clandestini, bische e gioco d’azzardo, combattimenti fra uomini, satanismo».

I diritti cinematografici de Il Carezzevole e L’Adepto sono stati opzionati dalla Colorado film. Ti darebbe fastidio vedere le tue storie stravolte per il grande schermo?

«Giuro che non vedo l’ora. Amo tantissimo il cinema, non mi spaventa per niente il fatto che possano stravolgere tutto, li guarderei da spettatore. Male che vada aumenterei il mio pubblico, ci sono dei libri che sono stati letti dopo i film, come ad esempio Arancia meccanica. E poi la mia età mi permette di non montarmi la testa».

Ritroveremo Marco Corvino in un’altra storia?

«Se tutto va bene a marzo del prossimo anno penso che lo ritroveremo. Ci vuole un po’ di pazienza, le arti marziali mi hanno insegnato questo, la calma e la pratica, che poi significano sapersi sacrificare. La prossima volta Marco Corvino si troverà a confrontarsi con le arti marziali estreme. Ma di più non posso dire».

Cioccolato e pistacchio

Cioccolato e pistacchio

Dalla giornalista Chiara Lico, un romanzo dalle tinte noir, un viaggio dentro un’esistenza ferita, ma anche una parabola sui nostri giorni e sulle tante precarietà dell’essere umano

di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com

Diciamocelo pure, non capita spesso di trovare una storia che ti stringe lo stomaco e dopo ti lascia senza forza. Una di quelle storie che quando le cominci corri per arrivare alla fine, che vuoi sapere come finisce. Ma più ti avvicini alla fine più cominci a rallentare, a cercare di posticipare quel momento, magari perché non vuoi smettere di starne senza, o forse perché hai paura di congedarti da quei personaggi che ti hanno tenuto compagnia durante tutto quel viaggio, che quasi ti sembra di poterli riconoscere per strada, semmai dovessi incontrarli, semmai esistessero davvero.

Quindi, se vi capita, provate a leggere Cioccolato e pistacchio di Chiara Lico (Alacran edizioni), perché quello che potrebbe succedervi è di entrare dentro la sua storia e così conoscere Alessandra, la protagonista, e la sua vicenda. Il romanzo di Chiara Lico è un viaggio dentro un’esistenza ferita nel modo più brutale che una donna possa subire. Perché prima Alessandra si chiamava Rossella Lao e faceva l’insegnante. Quando Rossella è sparita aveva ventotto anni, ora al suo posto c’è Alessandra, che di anni ne ha trenta, un corpo aggiustato dalla chirurgia dopo una terribile aggressione, e un lavoro come commessa precaria in un negozio di scarpe. Rossella e Alessandra sono la stessa persona, lo stesso pezzo di cuore ma due anime divise, una è il proprio passato, l’altra un futuro che non inizia mai.

Sarebbe limitativo raccontare oltre, perché Cioccolato e pistacchio è un romanzo di sensazioni, suggestioni, verrebbe voglia di dire una storia fatta di sguardi: quelli che la sua protagonista non riesce più a lanciare alla vita dopo lo stupro di gruppo subito, dopo che la sua esistenza è stata consumata in poco tempo. Non siamo davanti a un’opera che coccola la tranquillità del lettore confortandolo nelle sue convinzioni, qui non c’è spazio, o dentro o fuori, perché bisogna avere coraggio a infilarsi fra queste pagine, ma dopo, credetemi, non avrete ripensamenti. Perché Cioccolato e pistacchio è fatto della stessa materia della vita, quella che include il dolore ma anche la speranza, che, spesso, arriva alla fine della corda.

Ma l’aspetto che emerge con forza è il modo in cui questa storia è raccontata. Tutto è tenuto in prima persona, dove ricordi, immagini e il presente si mescolano. Una scrittura serrata che crea un’atmosfera sospesa, che dà l’impressione di leggere un noir, un thriller psicologico con un montaggio alternato che rende questo romanzo molto cinematografico, con i suoi flashback e stacchi. Sullo sfondo della storia compare la città di Roma, una città mosaico, che si compone di tante parti, frammenti di un panorama che corre immutevole, quasi ignaro dei suoi abitanti. Ma dentro a questa storia ci sono molte altre cose. Ne abbiamo parlato con l’autrice Chiara Lico.

Il tuo romanzo sembra avere una forte connotazione femminile, è così che lo hai pensato?

«Nelle presentazioni del libro che ho fatto finora ho visto diverse reazioni, c’è sempre qualcuno che aggiunge qualcosa alla storia, una propria interpretazione, una propria lettura. Credo che questo sia un fatto naturale quando ci si confronta con un racconto e con il suo personaggio. Per quanto mi riguarda posso dire che è una storia femminile perché la protagonista è una donna, così come molti altri personaggi lo sono, ma quello che volevo esplorare, cercare di capire, era come si riesce a rimettere insieme i pezzi di una vita che viene colpita così duramente. È da questa domanda che sono partita. Nei fatti di cronaca degli ultimi anni hanno avuto un grande risalto le violenze e le aggressioni perpetrate a donne. Io ho cercato di vedere cosa succedeva a queste vite, dopo che le luci dei riflettori si spengono e la vita riprende il suo corso normale».

Il tuo personaggio ha una risposta?

«Io credo che sia molto difficile rimettere insieme una vita e andare avanti, forse certe volte non è possibile».

Tu sei una giornalista, in che misura la tua professione, penso alla cronaca, ha influito sulla storia mentre la scrivevi?

«Per lavoro ho seguito fatti di cronaca, episodi di violenza, che hanno avuto delle risonanze anche a livello nazionale. La storia del mio romanzo non racconta alcun fatto reale, è completamente inventata, anche se realistica. La cronaca in questo senso è stato lo spunto da cui iniziare il mio lavoro, una sorta di foto, un’istantanea asettica da guardare e da cui partire. L’elemento narrativo è stato lo strumento di maggiore forza che avevo a disposizione per raccontare una vita che viene colpita in maniera inaudita e poterla analizzare attraverso tutte le sue sfumature. L’aspetto di finzione mi ha permesso di raccontare quello che non si vede dopo lo scatto di quella foto, il fatto che il passato non si cancella e prima o poi torna e si infila dentro la vita di tutti i giorni, non basta cambiare nome e cognome sulla carta d’identità».

Il personaggio di Alessandra/Rossella è centrale nel tuo romanzo, ma ci sono altre aspetti che emergono.

«Nel romanzo non c’è solo la violenza subita dalle donne, ci sono tante altre cose collaterali. C’è il precariato, che è la nuova condizione in cui si ritrova a vivere il personaggio di Alessandra dopo aver cambiato identità. Lei subisce la sua nuova attività lavorativa, è costretta ad abbassare la testa e a sopportare, e questo non per la violenza che ha subito, ma perché è un soggetto debole, appartiene a una categoria sempre più ampia di persone che giorno dopo giorno si vedono sempre più allontanare da diritti basilari, e che non riescono a difendersi da comportamenti di stalking e mobbing, e questo accade soprattutto se si è una donna. Poi la città in cui la storia è ambientata è Roma, ma potrebbe essere qualsiasi altro luogo. Città che ci avevano promesso sarebbero diventate più sicure, ma le cose non sono cambiate, sono rimaste come prima delle campagne elettorali. Le periferie, e non solo, sono luoghi incerti. Anche qui, una volta che si sono spente le luci, rimangono solo le parole. Ho voluto parlare anche dell’immigrazione clandestina, che è un fenomeno di emarginazione ed esclusione. Il rapporto di amicizia che Alessandra instaura con Michela non è solo l’incontro fra due donne simili ma anche un modo attraverso cui riescono a trovare un barlume di comprensione reciproca, una speranza di reificazione».

A rendere la storia del tuo romanzo davvero intrigante è la maniera in cui la storia è raccontata, con continui slittamenti temporali insieme ai passaggi tra i pensieri della protagonista e le sue parole.

«La stesura del romanzo ha richiesto una particolare attenzione e controllo. La storia è un alternarsi di flashback e flashforward, poi c’è il flusso di coscienza della protagonista. Questa particolarità mi ha richiesto del tempo per tenere tutte queste parti insieme, perché la vicenda narrata mantenesse una sua continuità e soprattutto emergessero con forza non solo i sentimenti di Alessandra ma anche il suo quotidiano. Ho lavorato sulla punteggiatura perché la parola scritta fosse il più vicino possibile al suono della voce del personaggio senza strappi e artificiosità».

Il finale rimane, nonostante tutto, abbastanza enigmatico, anche se in un certo senso positivo.

«Parlare del finale mi sembra una cosa strana perché quando ho cominciato a scrivere avevo in mente ben chiaro come la storia iniziasse, chi fosse il personaggio di Alessandra e quanto fosse incattivita rispetto alla vita e a se stessa. La storia ha diversi snodi ma si muove come una favola per adulti, direi una favola nera. Tutto il resto si è sviluppato molto lentamente e molte cose cui non avevo pensato all’inizio sono comparse all’improvviso. Sta di fatto che il finale l’ho scritto in poco tempo. Non è un finale negativo, certamente è aperto, il fatto che compaia un bambino all’improvviso nell’esistenza di Alessandra è un fatto che è successo, per lei rappresenta un nuovo obiettivo, qualcosa che potrebbe aiutarla a trovare un senso a tutto quello che l’aspetta».

De Cataldo: futuro vuol dire cultura

De CataldoGiudice, romanziere, autore teatrale, sceneggiatore per il cinema e la televisone, Giancarlo De Cataldo è una delle voci più significative del panorama culturale italiano contemporaneo. Lo abbiamo incontrato per fare il punto sui suoi ultimi successi cinematografici ed editoriali. E non solo

di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com

Negli ultimi anni il cinema italiano ha sempre più incontrato la letteratura, portando sul grande schermo romanzi di successo. Un connubio che dura da molti anni, con diversi risultati, certo, ma il meccanismo sembra ormai ben avviato, tanto che molti scrittori vengono coinvolti nei progetti. Abbiamo voluto parlarne con Giancarlo De Cataldo. Giudice, romanziere, autore teatrale, sceneggiatore per il cinema e la televisone, Giancarlo De Cataldo rappresenta al meglio la tendenza sopra descritta. Autore di Romanzo criminale, De Cataldo usa il genere letterario per indagare nelle maglie della quotidianità e negli anfratti della nostra Storia. Non ultimo, è in libreria con I traditori (Einaudi Editore) e sul grande schermo con Noi credevamo di Mario Martone, con cui ha scritto la sceneggiatura, entrambi sul Risorgimento italiano. È con molto piacere che incontriamo Giancarlo De Cataldo per  parlare di cinema, scrittura e non solo.

Alcuni tuoi lavori sono diventati film, l’ultimo è stato Il padre e lo straniero. Cosa significa per te vedere i tuoi lavori trasformati in un altro linguaggio?

«Da un lato sono consapevole della diversità dei linguaggi (l’immagine aggiunge forza alle sfumature della scrittura, ma a scapito di tante sfumature), e quindi non mi impongo impossibili paragoni (ah, com’era bello il romanzo… perché l’hanno cambiato… non sono frasi che mi appartengono), dall’altro sono da sempre innamorato del cinema, e quindi mi fa estremamente piacere essere “rappresentato”. Diciamo che è un’esperienza che ogni volta mi coinvolge e mi emoziona.»

Hai scritto anche sceneggiature, penso alla serie televisiva Il giudice Mastrangelo e Crimini e al più recente film Noi credevamo di Mario Martone. Cosa ti spinge a confrontarti anche con questo mestiere?

«Un’antica passione e la curiosità di sperimentare i differenti modelli di scrittura».

Nel tuo romanzo Il padre e lo straniero, il giallo sembra sfumare nella vicenda umana dei due protagonisti, Diego e Walid, e nel rapporto che i due hanno con i rispettivi figli portatori di handicap. È una cosa voluta dall’inizio o è nata durante la scrittura?

«È un’idea, anzi, l’Idea di questo romanzo (poi diventato film): la risalita dagli inferi del dolore attraverso l’avventura. Se mi è permessa una chiosa alla tua domanda, è la storia umana che trascolora nel giallo, e non viceversa. Devo ammettere che il tentativo non è stato accettato dagli spettatori del film, che, infatti, si è rivelato un grande insuccesso di pubblico e di critica. Pazienza. Io resto della mia opinione: si può raccontare una storia a cavallo fra i generi, giocare coi generi, mescolare i generi. Non siamo obbligati a rispettare qualche astratto canone. Ci riproverò, spero».

Noi credevamo è un film che ha per oggetto il Risorgimento e arriva quasi insieme al romanzo I traditori, dove racconti il Risorgimento italiano spogliato della retorica che di solito lo accompagna. Usando la finzione, riporti in superficie una versione della nostra storia forse meno aulica ma più veritiera. Ci spieghi come hai fatto a costruire questa storia?

«La storia del film è stata costruita passo dopo passo insieme a Mario Martone, mentre I traditori nasce dal fascino che su di me ha esercitato – e continua a esercitare – quel periodo della nostra storia. Dice bene, quando parli di racconti “spogliati della retorica”: l’aspetto singolare del film e del romanzo è che contengono, di là dai personaggi immaginari, un nucleo di verità che noi abbiamo preso esattamente dalla Storia, o, meglio, dagli storici che l’hanno ricostruita e dai diari, le lettere, i memoriali di veri personaggi storici. Una storia che ci è stata raccontata in modo retorico, e noi abbiamo cercato di ripulirla dalle incrostazioni, appunto, della retorica».

Romanzo criminale è stato un grande successo seguito dal film e da un serial diventato un vero culto. Secondo te qual è la maggiore differenza espressiva fra cinema e televisione?

«Fondamentalmente, Romanzo criminale ha dato vita a un film di due ore e mezzo e a un altro di venti ore: il primo è finito sul grande schermo, il secondo è andato su Sky. Voglio dire che la televisione ti dà più tempo, e quindi il passo del racconto può essere più dettagliato e meno ellittico che al cinema, e possono rientrare anche sottotrame e tematiche periferiche che il cinema, come un’inesorabile mannaia, fatalmente sacrifica. Ma il nucleo centrale dell’ispirazione è lo stesso».

Negli ultimi anni il genere sembra affermarsi sempre più come strumento per raccontare la nostra realtà e il nostro passato, penso a scrittori come Diego De Silva, Simone Sarasso, insieme a Carlo Lucarelli, Massimo Carlotto e altri ancora. Questo trend dura già da parecchio tempo e fa pensare che sia qualcosa di più di una moda. Da autore di genere, che spiegazione dai a questo fenomeno?

«La risposta è implicita nella domanda: nessuno di quelli che hai citato, a partire da me, è completamente ed esclusivamente un autore di genere. Nei due sensi: perché il genere non è più quello di una volta (pum pum, c’è un morto, chi è stato, ah, ecco qua), perché l’evoluzione dei generi è un dato comune a tutte le letterature dei paesi occidentali, e perché tutti noi cerchiamo, nella mescolanza dei generi, una libertà narrativa che ci permetta di raccontare le storie che più ci stanno a cuore».

Una volta molti credevano che in Italia non si potesse fare genere perché da queste parti la “Storia aveva smesso di correre”. Secondo te il nostro paese che suggestioni offre?

«Il nostro paese è storicamente così impregnato di grandi e piccole vicende criminali che uno è, direi fatalmente, portato a occuparsene. In tutti i momenti decisivi della nostra storia la violenza, l’intrigo, il gioco sporco irrompono prepotentemente e tramano per modificare il corso degli eventi. È accaduto a Portella della Ginestra, con Piazza Fontana, con Moro, e via dicendo. Sono storie che tutti conosciamo e a volte dimentichiamo. C’è bisogno di qualcuno che ce le ricordi».

Credi che la letteratura italiana viva un periodo più vivace del cinema?

«No, non credo, nel nostro cinema ci sono forze nuove e vivaci (Garrone, Sorrentino, alcuni giovani autori di commedia), mostri sacri che continuano a darci ottimi film (Moretti, Martone, Placido, Tornatore), aspettiamo con ansia l’esordio sul grande schermo di Stefano Sollima, il regista – veramente un mostro di bravura – della serie Romanzo criminale, e magari avremo anche la fortuna di vedere un nuovo Bertolucci, prima o poi (e mi scuso con i tanti che ho dimenticato di citare, con i bravissimi attori, attrici, montatori, direttori della fotogafia, ecc.). Fondamentalmente, il nostro resta un cinema di grande valore. Il punto dolente è la sua presa sul grande pubblico, ma allora ci si dovrebbe addentrare nell’analisi della composizione sociale del pubblico, valutare l’effetto di trent’anni di televisione, spesso cattiva televisione, insomma prendere atto che il mondo è cambiato, che montare un film costa molto più (in termini di denaro) che pubblicare un libro, e via dicendo. Ma il cinema è sano, anzi, forte, in Italia. Ha resistito anche a questa crisi, e nonostante gli sforzi di assestargli il colpo finale».

Che commento puoi fare sul fatto che in Italia tutti gli strumenti di conservazioni, promozione, diffusione della cultura vivano in un costante stato di precarietà? Dai tagli al Fus, all’incapacità di saper tirare fuori una legge per l’editoria fino ai tagli alla scuola…

«Un paese senza cultura è un paese senza futuro. Chi crede nei giovani e nel futuro ha il dovere di investire nella cultura. È una battaglia continua che non si può smettere di combattere. Mai: chiunque governi e comunque la pensi. Si deve farlo non per gli addetti ai lavori, ma per la stessa sopravvivenza dell’Italia».

Rango, il wild west d’animazione

Gore Verbinski e Abigail Breslin

A pochi giorni dalla premiere losangelina, il regista Gore Verbinski e la giovane attrice Abigail Breslin presentano a Roma il film d’animazione Rango, camaleonte eroe per caso, con la voce (nella versione originale) e le espressioni di Johnny Depp. Del resto, squadra che vince non si cambia e il regista del primo episodio della fortunata saga piratesca di Jack Sparrow firmata Disney, potrebbe bissare il successo con Depp, perfettamente a suo agio nella pelle di una lucertola. Rango verrà distribuito a partire dall’11 Marzo in 450 sale cinematografiche italiane. Il regista Gore Verbinski e l’attrice Abigail Breslin hanno incontrato la stampa e soddisfatto tutte le curiosità riguardo l’eroe camaleontico, immerso in un “wild west” bizzarro e ricco di sorprese.

Cosa l’ha portata a realizzare questo cartoon così particolare e da cosa è dipesa la scelta musicale?

G.V.: «Non credo che l’animazione sia un genere, piuttosto la considero una tecnica. Quello che mi ha affascinato in Rango è stata soprattutto la storia, così bella da raccontare. Ecco, ci è sembrato il tempo giusto per proporla. Penso che la pellicola sia un’opera che ci farà riflettere. Guardiamo il protagonista, l’eroe. È interessante che sia un camaleonte e soprattutto che sia un attore, uno che crede che la vita sia un enorme palcoscenico. Volevamo un personaggio diverso, uno che ha sfaccettature e crisi esistenziali. Era lui il nostro timone. È dalla ricerca d’identità di Rango che abbiamo costruito tutto il film. E mi fa piacere che il risultato finale sia un qualcosa di completamente diverso rispetto ai classici canoni del film d’animazione. Spiace dirlo ma in certi casi ci troviamo davanti a prodotti che sembrano degli Happy Meal confezionati a uso e consumo di mamme e bambini. Ancora non riesco a capire quanto la nobile arte di Ralph Bakshi e Ray Harryhausen abbia iniziato a peggiorare. È stato positivo non avere un’esperienza pregressa, così siamo riusciti a dare grande complessità ai personaggi. Sono sempre stato convinto che Rango non avrebbe potuto mai essere un film tradizionale, perché le classiche espressioni non avrebbero potuto esprimere la profondità del viaggio interiore che compie il protagonista. Il primo anno e mezzo di lavorazione lo abbiamo passato facendo una vera e propria jam session con disegno a matita e voci. La musica, invece, proviene da un mio amico delle superiori. Mi sono ricordato della canzone che cantava quando eravamo più giovani e al momento della realizzazione del film mi è tornato in mente quel ritornello».

Rango non è solo un cartoon ma anche un western

G.V.: «Io volevo proprio celebrare il linguaggio del western. In questo sono stato aiutato anche dalla musica e più in generale dai suoni che per me sono fondamentali. Mi sono chiesto molte volte come sarei riuscito a rendere contemporaneo un genere così particolare. In poche parole avrei dovuto essere innovativo e classico al tempo stesso. Così ho tratto ispirazione da Sergio Leone. E anche dai cartoon di Tex Avery. Ecco, quando penso ai film d’animazione non penso certo ai cartoni animati, ma in questo caso alcuni elementi esilaranti hanno proprio come riferimento i cartoon. Non mancano però gli aspetti più seri. Ogni personaggio ha una storia dietro di sé, magari non la raccontiamo ma sappiamo che è successo qualcosa, come al povero coniglio che ha perso l’orecchio».

Secondo lei perché adesso il western è tornato di moda? Il riferimento è al Grinta dei fratelli Coen…

G.V.: «È una coincidenza interessante. Forse il western è il modo più pulito per raccontare una fiaba. Forse le nostre vite sono diventate così piene e complesse che solo nel deserto del far west possiamo fare chiarezza su di noi e rispondere a certi interrogativi. Ad esempio, quando ci siamo arresi? Quando abbiamo abbandonato la nostra individualità in nome dello sviluppo? Forse ognuno di noi, grazie a questo genere così peculiare, torna indietro a quando tutto era più semplice. Il western è stata la giusta chiave per rendere introspettiva la storia di Rango, che è diventata la figura adatta a raccontare questo percorso».

Le riprese per gli animatori di computer grafica sono state effettuate mentre recitavate tutti insieme in costume in un teatro. Com’è recitare in questo modo, scorporandosi da se stessi?

A.B.: «È molto diverso da quando si gira e si doppia un film d’animazione, è una sorta di live action movie, per noi è stato più facile e ci siamo divertiti vedendo noi stessi immersi nel contesto di Rango».

Queste riprese del backstage si potranno vedere? Magari nell’edizione speciale in home video?

G.V.: «È parte del processo di creazione, il video non è perfetto per essere digitalizzato e messo in commercio, è un prodotto fabbricato».

A.B.: «Potrebbe essere divertente ma anche stancante vedere la camera e il microfono sulla faccia degli attori costantemente per tutto il tempo della ripresa».

Non pensa che per un film d’animazione Rango raccolga in sé troppe citazioni?

G.V.: «Come una lasagna, il film ha molti strati, è su più livelli, anche se non tutti hanno riferimenti storici per una determinata citazione, rivolta maggiormente ai cinefili, è bello vedere le diverse reazioni in sala quando scende il buio».

Com’è stato collaborare più volte con Johnny Depp? Cosa le ha fatto desiderare di trasformare Johnny Depp in qualcosa che vada oltre il corpo?

G.V.: «Con Johnny siamo amici ed è bello lavorare con un vecchio amico. Anzi, il personaggio di Rango è stato fatto su misura per lui. Il regista e l’attore devono avere un rapporto speciale perché così si può scoprire quel qualcosa di inaspettato che un interprete può dare. Allora sì che può diventare coraggioso nella sperimentazione di cose nuove. Un regista poi deve sorprendere l’attore, è questa la vera sfida che noi raccogliamo quando facciamo un film. Adoro lavorare con lui ed è divertente scoprire qualcosa di inaspettato, quando arrivi a un certo punto vuoi spingerti oltre e provare qualcosa di diverso, come nel caso della trasformazione di Johnny in un cartone animato».

Nel film utilizza un simbolismo che allude ad una dimensione spirituale: la ricerca dell’acqua, la metamorfosi del camaleonte… Sono riferimenti voluti o casuali?

G.V.: «Quello di Rango è di sicuro un viaggio in cerca di una identità. Certo, avevamo bisogno di una storia per questo personaggio. Una storia che ha più strati, più livelli, in modo che ognuno possa identificarsi».

È vero che sta pensando a un nuovo progetto con Johnny Depp, il film The Lone Ranger?

G.V.: «Sì, stiamo in fase di scrittura della sceneggiatura».

Avete lavorato in modo completamente diverso rispetto a un film d’animazione “classico”?

A.B.: «Sì, non eravamo nella classica sala di registrazione, davanti allo schermo cercando di rientrare nei tempi previsti con le nostre battute, ma abbiamo recitato tutti insieme. Sembrava davvero di stare in un film d’azione, perché si poteva recitare guardando la reazione dell’altro, come si muoveva, con un risultato finale molto naturale. Posso dire davvero che a un certo punto mi ero proprio scordata di essere in un film d’animazione, ed è stata un’esperienza straordinaria».

G.V.: «I venti giorni di registrazione sono stati il vero spettacolo del film. Era bello vederli recitare tutti insieme».

E del tuo personaggio cosa ci dici, ti somiglia un po’?

A.B.: «Lei non è decisamente il personaggio più glamour del mondo, è diversa da tutti gli altri e l’ho interpretata esattamente come pensavo che fosse. Per questo le ho anche dato l’accento del sud. All’inizio era un carattere piuttosto oscuro e non si lasciava ben comprendere, ma è molto diversa da come sono io».

Priscilla non è il prototipo della bellezza, così come gli altri personaggi. Che effetto ti fa tutto questo?
A.B.: «Questa è stata la cosa meravigliosa dei personaggi del film. È vero, in genere negli altri film d’animazione i protagonisti sono tutti carini. Qui, invece, sono brutti, ma sono anche buffi e bizzarri e nonostante il loro lato oscuro sanno essere molto dolci».

L’animazione non è un genere ma un mezzo, parlando di mezzi ha nei suoi progetti di usare la stereoscopia 3D?

G.V.: «Posso utilizzare qualsiasi mezzo per la narrazione cinematografica, in Rango l’ho utilizzata perché pensavo che mancasse effettivamente una dimensione al racconto se lo avessi narrato in 2D. Non lo sento comunque necessario alla narrazione».

Nel film c’è molta morte, cosa a cui i bambini non sono abituati, ma è una antitesi, quella della morte e della vita, spesso usata nel genere western, come si possono conciliare queste due realtà diverse?

G.V.: «In realtà non è poi così drastica la dicotomia, ad esempio in Bambi uccidono la mamma, la morte non è qualcosa di innovativo nelle narrazioni per bambini. Per ciò che concerne il western ero affascinato quando lo guardavo da bambino, vedere i ragazzi reagire in maniera entusiasta a questo genere, capendo anche la distinzione fra vita e morte è una cosa positiva. Per me non è un problema trattarlo in questo modo, sono cose che esistono intorno a noi».

Quali sono i vostri referenti di animazione tradizionali?

A.B.: «Sicuramente La Sirenetta, quando ero più piccola. Mi sembrava di essere lei. Ho amato Toy Story 3, Cattivissimo me, Rapunzel, anche se quest’ultimo non sono riuscita a finire di vederlo ma non ricordo perché. Un mio amico dice che l’animazione è quello che tiene le persone giovani, non lo so, ma penso sia così!»

G.V.: «Miyazaki mi ha affascinato con la sua logica sognante, io sono affascinato dalla possibilità di poter realizzare tutto con questo genere di animazione».

La tua è stata la gavetta dei cosiddetti bimbi prodigio. Quanto è stato difficile per te sopportare il peso di una simile responsabilità?

A.B.: «È indubbio che ti senti sotto pressione, lo ammetto. Ma se pensi che al mondo ci sono cose più serie, tutto si ridimensiona un po’».

Sei stata candidata all’Oscar per Little Miss Sunshine, e quest’anno in lizza per una statuetta ci sono due giovani attrici come Hailee Steinfeld e Jennifer Lawrence. È un caso o le parti migliori arrivano proprio in questa fascia d’età?

A.B.: «Io penso che ci siano grandi ruoli ad ogni età. Certo, più si cresce e più si hanno possibilità di fare cose importanti. Per esempio, se mi chiamasse Danny Boyle andrei di corsa. Ho amato alla follia The Millionaire». (Cristina Locuratolo)

Lo sguardo leggero

Mario MonicelliPer ricordare il grande Monicelli, ripubblichiamo una recente intervista di Filmaker’s magazine all’ultimo eroe del cinema italiano

Sereno, giovanile, Monicelli non ha mai accettato di essere chiamato “maestro”: «Ho una considerazione del cinema meno enfatica di quella che avete voi. Lo considero un’arte minore, un’arte applicata all’industria. È una cosa che nasce grazie al concorso di tanta gente che ti aiuta a fare quest’opera, che qualche volta viene anche bene, e può dare delle emozioni autentiche, ma un pittore, un musicista o uno scrittore hanno, con la loro opera, un rapporto molto più diretto».

Monicelli lavorava già negli anni Trenta: nel 1934 girò un lungometraggio in 16 millimetri, Il cuore rivelatore, che fu presentato con successo ai Littoriali della cultura, competizione organizzata dal regime fascista per i giovani universitari. «Nonostante io non abbia nulla a che spartire con quella parte politica, devo riconoscere che una simile manifestazione forniva opportunità e stimoli creativi ai giovani. Oggi però sarebbe difficilmente riproponibile, perché gareggerebbero progetti troppo diversi tra loro, dovuti alla libertà creativa che oggi è maggiormente consentita e che allora la dittatura certo non permetteva».

Come Visconti, Pasolini e altri, Monicelli ebbe negli anni 50 problemi con la censura, che ostacolò Totò e Carolina e Guardie e ladri: «Il cinema era allora molto popolare e comunicativo – ricorda – e i governi avevano paura di quello che si poteva dire in un film, quindi si discuteva e si combatteva contro i censori, fino a fare cortei di protesta. Tutto ciò concorreva a formare esperienze, modi di pensare e di vivere. A forza di combattere, protestare e non cedere, siamo riusciti in pratica a fare abolire la censura».

La critica dell’epoca (1960) stroncò un bel film come Risate di gioia con Totò e la Magnani. Come si sente un regista di fronte ai critici che guardano la sua opera dall’alto in basso?

«Forse hanno ragione: se un critico non mi capisce la colpa è anche mia perché non gli ho permesso di capire; se il film non gli piace non tocca a me convincere i critici, tanto Risate di gioia viene ancora proiettato regolarmente nelle scuole di cinema».

Dopo aver diretto più di sessanta film, c’è un film che non ha ancora fatto e che le piacerebbe fare?

«Direi di no, penso di averne fatto un po’ di tutti i generi e quelli che avrei voluto fare e non ho fatto forse potevano essere dei fallimenti, quindi è stato meglio così».

Ogni tentativo di fare abbandonare a Monicelli la sua umiltà e la sua modestia resta infruttuoso. Gli chiediamo se c’è stato mai un attore o un’attrice che ha fatto arrabbiare.

«No, perché sono stato fortunatissimo a poter lavorare con grandi professionisti, che sapevano quando dovevano parlare, come dovevano parlare, come dovevano esprimersi, interrompevano solo per chiedere dei consigli mirati e quindi non c’era spazio per liti e rimproveri. Altro che capricci dei divi!».

Da Gassman e Sordi, soldati de La grande guerra, a Tognazzi e gli altri zingari di Amici miei, L’armata Brancaleone, Il marchese del Grillo, alle grandi attrici di Speriamo che sia femmina, l’unica a lamentarsi, a quanto pare, era l’americana Goldie Hawn, interprete di Viaggio con Anita (1979), che dava «non pochi problemi al film, perché temeva di girare troppo svestita per gli italiani sporcaccioni».

Commentando il rapporto con le sue interpreti femminili, Monicelli confessa: «Amo e ammiro molto le donne e ho cercato di interpretare il loro punto di vista, che è quasi sempre più sincero, costruttivo e diretto di quello maschile. Le donne dovrebbero fare più politica e cercare di occupare sempre ruoli di rilievo portando in queste esperienze il loro specifico carattere».

Un pensiero particolare fra tutti gli attori che ha incontrato va al grande Totò, che con Monicelli recitò anche ne I soliti ignoti. «Era un uomo scisso, signorile, elegante e serio, il principe De Curtis, discendente dagli imperatori di Bisanzio, che sulla scena  diventava un personaggio dalla straordinaria vis comica. Un corpo e un viso snodabili, un’abilità nei giochi di potere dovuta forse al fatto di aver cominciato a recitare nel periodo del futurismo e del surrealismo, lo avvicinavano ai grandi comici d’oltreoceano come Chaplin, Keaton e Jerry Lewis. Anche Totò non fu capito dai critici e ne soffrì molto. Ma se c’è un’altra vita ora ci guarda dal Paradiso, luogo che contribuisce a rallegrare, e sa che tutti quanti lo considerano come merita». (Ferdinando Sallustio)

Andy Garcia tra cinema e tv

Andy Garcia

In occasione del RomaFictionFest, il grande cineasta cubano ripercorre la sua intensa carriera: gli esordi, la svolta definitiva con Il Padrino e il noir cult Gli intoccabili, il clan stellare di Ocean’s Eleven e le recenti produzioni indipendenti e televisive

di Cristina Locuratolo
cristina.elle@hotmail.it

Un artista a tutto tondo Andy Garcia, attore, regista, produttore, compositore, pittore, ma anche un uomo semplice, carismatico e coinvolgente. Nel suo incontro col pubblico al RomaFictionFest intrattiene tutti raccontando di sé e della sua straordinaria carriera, dagli esordi fino a oggi. Da quando da ragazzino ha abbondonato lo sport per questioni di salute e si è dedicato interamente al cinema, passione che lo ha “infettato” come una malattia, ispirandosi ad attori come James Cobrun, Sean Connery e Peter Sellers, ai momenti clou della sua carriera culminati ne Il Padrino III. Sorseggia un caffé, interagisce col pubblico, si concede generosamente come un vecchio amico che parla di sé a cuore aperto. Impeccabile nell’aspetto, indossa un paio di occhiali da intellettuale e sfoggia un paio di baffi che rivela essere non un cambio di look ma un’esigenza di copione per Cristiada, il film che sta girando in Messico con Eva Longoria Parker.

A proposito del rapporto tra cinema e televisione, Andy Garcia ha sottolineato la difficoltà, come produttore, di trovare finanziamenti al di fuori del circuito degli studios hollywoodiani. Esempio lampante è il suo ultimo lavoro City Island, distribuito in Italia da Mikado, prodotto autonomamente per mancanza di investimenti da parte delle majors. Rimpiange gli “anni d’oro” del cinema; negli anni 60 e 70 registi del calibro di Coppola e Scorsese raccontavano grandi storie per tutti, mentre ora gli studios hanno un raggio di azione sempre più ristretto investendo solo in produzioni “sicure” e per target di pubblico ben precisi come i blockbusters per adolescenti. Il grande cinema di oggi è totalmente commerciale: Avatar, Spider Man, Il Signore degli anelli. Così il rapporto piccolo-grande schermo si inverte: le sceneggiature di un certo spessore o trovano produzioni indipendenti o si spostano verso la tv. Sono le tv via cavo americane a distribuire le grandi storie, come la HBO e Showtime. Garcia anticipa che sta per tornare ad interpretare e dirigere una lunga serie, ancora senza titolo, a dieci anni dalla biopic For Love or Country: The Arturo Sandoval Story, tv-movie del 2000 nominato agli Emmy dove l’attore interpretava il famoso trombettista cubano, proiettata per l’occasione al RomaFictionFest.

Come regista, Andy Garcia dichiara il suo interesse verso storie più umane e meno fantastiche, non a caso gli innumerevoli progetti a cui ora sta lavorando esplorano alcuni aspetti di vite straordinarie. Il film dal titolo Hemingway e Fuentes, ad esempio, si focalizza sul periodo cubano del noto scrittore dell’Illinois, che nel film ha il volto di Anthony Hopkins, e della sua amicizia con il pescatore Fuentes, interpretato dallo stesso Garcia.

L’amore per Cuba scorre nelle vene di Andy Garcia, così come la sua passione per la musica. Cuba è musica – dice Andy – ma non è un’isola felice. «Tutti i luoghi del mondo hanno problemi ma sono liberi, Cuba no».

Il suo primo ricordo di Roma, durante la lavorazione de Il Padrino III, non è dei più felici: «Abitavo in una casa a Quarto Miglio e la prima notte uno zingaro entrò in casa mia spaventandomi a morte anche se non c’era niente da rubare, solo le mie valigie e il pianoforte che stavo cominciando a studiare. Volevo chiamare la polizia, ma non conoscevo il numero di emergenza italiano. Passai la notte in bianco e la prima mattina di lavorazione ero uno straccio».

Il suo segreto? Avere una “testa dura”, la stessa che gli ha permesso di diventare compositore della colonna sonora del film La città perduta, iniziando a suonare il piano da autodidatta.

Del cinema italiano adora il Neorealismo e dei cineasti di oggi apprezza Tornatore, mentre tra gli attori nomina l’amico Beppe Fiorello e Giancarlo Giannini che definisce un interprete superbo. Tra i suoi maestri ispiratori ci sono Coppola, Gordon Willis (direttore della fotografia de Il Padrino), Sean Connery, tutti artisti con cui Garcia ha avuto l’occasone di lavorare.

Il fuoco sacro dell’arte è ancora vivo in Andy Garcia che ha trasmesso la sua stessa passione per il cinema alle sue figlie e che ora sembra indirizzato più verso la regia che verso la recitazione, perché – dice – ha ancora tante storie da raccontare e ama osservare il pubblico, le sue reazioni, comunicando al di fuori degli schemi imposti dalle grandi produzioni e dai film con un’anima puramente commerciale. Il RomaFictionFest Award for Artistic Excellence ha premiato la carriera di un artista che sa continuamente reinventarsi, senza cadere in sterili distinzioni tra “cinema e tv”. «Non c’è più differenza fra cinema e televisione. Esiste solo un cinema buono e uno cattivo». Andy ci insegna che non sempre “il medium è il messaggio”: l’arte può trovare diversi canali di comunicazione e forme d’espressione purché sia autentica.

La psicologia del linguaggio

Felice Farina

Felice Farina guarda a Hitchcock e imposta La fisica dell’acqua come un thriller cerebrale conteso tra la mente del piccolo protagonista e gli elementi tecnici della regia

di Michele Zanlari
micheloz@iol.it

Inconsueto, straniante e anche un po’ spaventoso. Il profilo dell’ultimo film di Felice Farina non delinea solo una figura poco riconoscibile nei tratti somatici dell’ultimo cinema italiano. Farina realizza un’opera di genere che buca la cornice del thriller psicologico (un bambino che vive da solo con la madre tenta di allontanare lo zio paterno) e fa arrivare lo sguardo fino al confine in cui la narrativa cede il posto ai passi della mente.

La fisica dell’acqua colpisce molto lo spettatore per la presenza prevalente del linguaggio che però non schiaccia il messaggio della storia. È ancora possibile fare un film in Italia senza rinunciare alla forma?

«Sì, è quello che ho provato a dimostrare, ma resta un caso isolato perché in Italia si accettano solo due modalità di racconto: quella televisiva, che schiaccia tutto, e una forma di neo-neo-realismo a cui bisogna uniformarsi. A me, invece, interessava proprio il linguaggio perché il modello sui cui si forma la mia idea di cinema è quello di Hitchcock».

Il film ha un po’ “subito” il lancio in oltre 60 copie nel circuito dei multiplex. Credi che necessitasse di un pubblico differente?

«Sicuramente è stata un’uscita infelice sia come periodo – il weekend del 1° maggio – che per la fascia di mercato in cui si è inserito. È un film che piace agli spettatori che cercano il d’essai, un prodotto più da cinefili che da spettatori occasionali. Quindi alla fine ho deciso di portare in giro il film per l’Italia in prima persona e incontrare direttamente il pubblico alle proiezioni».

Come hai trovato Lorenzo Vavassori, il piccolo protagonista che dimostra una sicurezza sorprendente nelle sequenze più complesse?

«Abbiamo visto molti bambini ed è sempre un’esperienza difficile perché nella maggior parte dei casi sono i genitori a voler spingere a tutti i costi i figli, una cosa davvero sgradevole. Lorenzo mi ha colpito perché era l’unico che sembrava avere una motivazione profonda per interpretare il personaggio. E pensare che aveva solo 7 anni al momento delle riprese».

Anche perché è come se tutto il film si svolgesse nella sua testa, ed è quello che giustifica alcune scelte che a prima vista possono sembrare forzate

«Infatti, mi sono capitati spettatori che mi hanno chiesto conto della razionalità di certe scelte, ad esempio del modo duro con cui i personaggi adulti del film si rivolgono a Lorenzo. Questa è la componente psicologica della storia: il bambino legge soggettivamente il comportamento degli adulti e ne percepisce una ruvidità superiore a quello che siamo abituati a vedere nei normali polizieschi. Qui c’è un investigatore la cui componente psichica va al di là dei margini del ruolo».

In questa direzione si muove anche l’uso molto particolare della luce: prepotente nella presentazione dei personaggi, simbolico nell’avvio alla storia e determinante per tutto quel che riguarda la rimozione della verità. Come ci avete lavorato?

«Di solito non ne parlo perché coinvolge la vicenda di un caro amico e un grande maestro come Pietro Sciortino. Pietro si è ammalato ma non ha voluto rinunciare al film. Questa condizione ha indubbiamente reso particolare l’atmosfera che si è creata. Non avevo pensato in questi termini alla funzione della luce, però è vero: sono la comparsa e la scomparsa della luce a determinare la possibilità o meno di recuperare la verità rimasta nascosta nel passato».

Questa “sottrazione della verità” legata all’ambiente familiare vuole parlare anche di una condizione più generale del nostro paese?

«No, m’interessava solo mostrare che l’infanzia e i rapporti all’interno della famiglia sono spesso legati a delle mancate verità e far partire da qui la natura da thriller psicologico della sceneggiatura».

Ti è rimasta la voglia di allargare lo scenario?

«Il mio prossimo lavoro sarà qualcosa di completamente diverso. Mi è venuta la voglia, quasi un’esigenza, di raccontare in un documentario gli ultimi 30 anni di storia del nostro paese. Ricordare tutto con toni epici senza aggiungere dei commenti perché non voglio agevolare facili letture degli avvenimenti. Inserirò qualche inserto di docu-fiction ma per il resto sarà solo una successione di eventi che rivisti tutti insieme mi sembrano sconvolgenti. Come un’Iliade, senza un aggettivo di troppo».

L’horror fuori dalle tenebre

Federico Zampaglione

Federico Zampaglione resuscita un genere quasi scomparso in Italia e tratteggia con Shadow una corrispondenza tra l’incubo e la società contemporanea

di Michele Zanlari
micheloz@iol.it

I morti camminano sulla terra. E non è poco, specie in un orizzonte cinematografico sepolto e riportato alla luce dell’oscurità attraverso l’input forse meno atteso. È Federico Zampaglione a destare il corpo putrefatto dell’horror italiano con amore per il genere e una cinefilia sottile, plasmata sull’incontro del nuovo con il classico. Succede così che il suo Shadow richiami con coerenza sia Dario Argento che Eli Roth e si affacci sul panorama dei festival internazionali come l’evoluzione contemporanea dell’oscuro legame uomo/natura/inconscio.

Dopo Nero bifamiliare hai subito dichiarato: «Se farò mai un altro film sarà un horror». Da dove viene questa passione e come hai trovato la forza per votarti ad un genere scomparso nel cinema italiano?

«Se fosse dipeso solo da me, avrei spinto più sul “nero”anche Nero bifamiliare, però il progetto era partito come una commedia e la produzione non ha voluto cambiare. In quel momento ho cominciato a pensare a Shadow, anche se musicalmente le cose che faccio sono abbastanza lontane. Però, sento l’horror come una parte della mia vita. È un genere che ho sempre amato ma che negli anni ho visto scomparire, probabilmente perché non si vende bene in tv».

In Shadow metti creativamente uno di fianco all’altro il riferimento ai classici del genere con quello all’horror contemporaneo. Quali sono i tuoi punti di partenza?

«Sono cresciuto con l’horror italiano doc: Argento, Fulci e Barilli, del quale considero un capolavoro Il profumo della signora in nero. Mi è sempre piaciuto anche il poliziottesco: era un cinema visionario molto colorato e con un pizzico di follia. Mentre oggi è tutto stereotipato e fatto per la tv».

E tra i nuovi autori?

«Mi è piaciuto molto Martyrs, anche se è un film cattivissimo, estremo e terribile. Poi c’è questo film belga che si chiama Calvaire: non ha una vera e propria sceneggiatura ma in molte immagini e nell’atmosfera ricorda il nostro cinema classico. Hanno fatto delle belle cose gli spagnoli, su tutte certamente Rec, che è un film esplosivo e divertentissimo. Sono stati anni in cui l’Europa ha dato molto, più degli Stati Uniti, con tutti questi remake spesso fatti mali e che rovinano i classici».

Al Far East di Udine hai presentato da spettatore due film molto belli come Possessed e Slice. Cosa ti affascina nell’horror asiatico?

«Ho appena comprato i cofanetti in dvd di Takashi Miike. In oriente da questo punto di vista c’è il cinema migliore del mondo. Hanno un impatto sconvolgente che mi mette molta paura. Come in Possessed, un film di grande suspense, o Slice, forse più un thriller ma con chiari riferimenti cromatici a Dario Argento».

Tornando a Shadow, come hai costruito la struttura?

«Volevo fare un film snodato e non tutto nello stesso registro. Ci sono passaggi nei sottogeneri per spiazzare lo spettatore: momenti d’azione un po’ da thriller ed altri più catacombali. Ho messo le torture ma anche molta suspense, cercando di dare una struttura a questi cambi per rendere la storia più imprevedibile».

La sceneggiatura prevede una cornice legata alla guerra. Come è entrata nel soggetto? Era il punto di partenza o è arrivato dopo?

«Diciamo a metà. Via via che andavo avanti prendeva sempre più corpo il fatto che la realtà è peggiore degli incubi. Se vai a pescare nell’immaginario dei mostri classici, in fondo in fondo così cattivi non sono mai. Se ti accorgi di quel che ha fatto l’uomo nel corso dei secoli, allora lì non si scherza più. Del resto, noi in Italia l’horror lo viviamo. Penso al successo di Draquila di Sabina Guzzanti, che credo sia veramente un horror».

Sia tu con i Tiromancino che Rob Zombie con i White Zombie siete al tempo stesso musicisti e registi di horror, ma nei film usate canzoni diverse da quelle che fate sul palco. Che tipo di esigenza sonora c’è stata rispetto alla tua musica?

«Rob Zombie usa di solito una sorta di bluegrass country, noi abbiamo preferito una musica psichedelica con dei tratti più disturbanti e con un mix di suoni dell’ambiente stesso, oltre a vecchie canzoni italiane come La strada nel bosco. Il bello di fare un film è di poter raccontare qualcosa di diverso per avventurati in altri territori, altrimenti non avrebbe senso uscire dal proprio campo».

Un paese che cambia sul ritmo dei generi

Alessandro d'Alatri

Come un esordiente, Alessandro D’Alatri riparte dalla commedia sentimentale per raccontare l’insoddisfazione giovanile legata al crollo dell’idea di futuro

di Michele Zanlari
micheloz@iol.it

Il silenzio buio del mattino, una barca nell’alba che tarda a lasciare il grigio. Poi arriva la voce fuori campo che rivela l’ansia di non accontentarsi di una sola forma di racconto, la voglia di prendere di petto la convenzione del genere e mutarlo in qualcosa di complesso, girando solo qualche vite del linguaggio per rivoltare la commedia sentimentale. Alessandro D’Alatri gira le arene estive italiane con il suo ultimo lavoro, Sul mare, raccogliendo molti spettatori – 1.000 solo nella prima uscita a Bologna e parecchi anche negli altri appuntamenti in Emilia, Lombardia e Piemonte – e raccontando un’evoluzione che l’ha condotto a soluzioni differenti rispetto a film di successo come Casomai, La febbre e Commediasexi.

Sul mare sembra il film di un esordiente per come sei ripartito da zero con attori giovani, location inedite e riprese in digitale. Come è cambiato il tuo metodo di lavoro rispetto alle esperienze precedenti?

«Siamo entrati tutti nel film con spirito adolescenziale, come se fossimo degli esordienti. Avevamo una piccola troupe e la scelta è stata quella di girare un film ad impatto zero. Per gli attori la scelta più facile poteva essere quella di volti noti, magari che hanno già fatto ruoli simili, ma non ci sono veri adolescenti nel cinema italiano per girare una storia come questa. Per questo ho cercato due esordienti come Dario Castiglio e Martina Codecasa, che hanno studiato molto per arrivare a questa possibilità. Vedere in questi giorni proiezioni di grande qualità che tengono perfettamente le luci e la profondità mi fa impressione perché abbiamo girato con una macchina digitale veramente piccolissima. Ci sono passaggi in cui non si avverte nemmeno il digitale».

In molti dialoghi tra Castiglio e la Codecasa si va oltre la lettura del testo, come se fosse sempre sospeso tra i due, una sorta di sottotesto silenzioso. È quello su cui avete lavorato?

«Trovo umiliante per l’attore che il suo mestiere si riduca solo alle battute mandate a memoria. Volevo due volti nuovi, ma anche la possibilità di impostare un lavoro in profondità. Dario e Martina sono stati bravissimi e credo che anche fisicamente riescano ad incarnare le due tipologie messe a confronto dalla sceneggiatura. In questo è stato importante il romanzo di partenza di Anna Pavignano, che permetteva di ribaltare le psicologie dei protagonisti nelle categorie di maschile e femminile. E poi sono contento perché i due ragazzi continuano a lavorare. Lei, ad esempio, in questi giorni sta girando con Crialese».

Credi che quella forma di insoddisfazione che metti in scena nel contesto sentimentale rappresenti una condizione generale che fa da specchio al momento vissuto dai giovani nel nostro paese?

«È certamente così. Non volevo fare un film “per” i giovani ma “sui” giovani. Li conosco bene e avverto questa forma d’insoddisfazione che accompagna ogni aspetto della loro collocazione sociale. Dipende tutto dalla messa in crisi del futuro. I giovani vivono la condanna dell’adesso. A questo proposito racconto sempre una cosa. Ogni mattina a Roma sul Lungotevere passo in moto davanti ad una scritta sul muro che dice: “Non c’è più il futuro di una volta”. Riassume bene il momento che stiamo vivendo».

Il film rinasce negli appuntamenti nelle arene estive dopo un lancio infelice nella settimana di Pasqua, cos’hai scoperto accompagnando la proiezione in giro per l’Italia?

«Questo è senz’altro il momento più bello del mio lavoro: incontrare il pubblico, vedere le sale piene e parlare di tutti gli aspetti del film. Quando Sul mare è stato programmato ad aprile ha incassato 500 mila euro, che è un buon risultato se si pensa a quanto è costato. Credo, però, al di là dei risultati del mio film, che il gusto del pubblico si stia spostando in modo preoccupante sulla scia della televisione. In questa stagione c’è stato un film meraviglioso e importantissimo come quello di Giorgio Diritti, L’uomo che verrà, che non ha avuto per niente il successo che meritava. Molta gente preferiva andare a vedere quei film tutti uguali che raccolgono i maggiori incassi. Mi vengono in mente anche Il profeta, Il segreto dei suoi occhi, Il nastro bianco, Cella 211, che hanno venduto pochissimi biglietti. È questo che mi preoccupa in Italia».

Alain Resnais, elogio della follia

Alain Resnais

Alain Resnais racconta a Filmaker’s come nascono i suoi film, selvaggi e forti come erbacce tra i ciottoli grigi della città

di Barbara Zorzoli
barbara.zorzoli@inwind.it

A 87 primavere, il cineasta francese Alain Resnais realizza Gli amori folli (ispirato al romanzo L’incident di Christian Gailly), storia di una passione irragionevole, spuntata come l’erba sull’asfalto (a cui si riferisce il titolo originale). È tutto un rincorrersi tra Marguerite (Sabine Azema), dentista con la passione per il volo a cui viene rubata la borsa, e Georges (André Dussolier), uomo sposato che le ritrova il portafoglio e si innamora di lei dalle foto dei documenti. «Non ho un metodo, giro un film come viene».

Allora le sue riprese devono essere avventurose…
«Lo è di più la preparazione: non so mai se perderò 5 o 6 Kg! Ma mi rimpolpo in fretta, con il primo ciak l’ansia sparisce».

Come mai ha deciso di partire da un romanzo di Christian Gailly?
«È colpa della radio».

Sarebbe?
«Per caso ho ascoltato in un programma radiofonico su France Culture e Christian Gailly era l’ospite. Mi ha colpito la sua voce affascinante e ironica. Allora ho letto i suoi romanzi e ho trovato la sua scrittura musicale; i suoi dialoghi sono assoli o duetti che aspettano solo di essere recitati».

Perché ha intitolato il film Les Herbes Folles (NdR: letteralmente “le erbe folli”, mutato in italiano ne Gli amori folli)?
«Perché rappresenta bene queste due persone che seguono impulsi irragionevoli, come quei semi che germogliano dove nessuno si aspetta, tra le crepe dell’asfalto o tra le rocce. Siamo tutti erbacce che crescono tra i ciottoli grigi della città».

Anche lei?
«Io? Sì, lo sono! Lascio crescere i miei film come erbe folli e vedo cosa succede».

Professione eroe

Richard Butler

Protagonista dello sci-fi Gamer, Gerard Butler racconta a Filmaker’s vizi e virtù di un muscular action hero dal cuore tenero

di Barbara Zorzoli
barbara.zorzoli@inwind.it

Se c’è una cosa che ‘Gerry’ ama fare, è mettere in imbarazzo chi ha di fianco, in questo caso la sottoscritta. È tutto sorrisi, ammiccamenti, doppi sensi e mezzi abbracci. Tranquilli, fa tutto parte del suo ‘personaggio’, uno che seduce con l’easy approach. Infondo se per gli uomini Gerard Butler (40 anni) è un “muscular action hero”, per le donne di tutto il mondo è o non è un sex symbol? Lui, da buon scozzese se ne fa un baffo, e muore dalla voglia di parlare del suo nuovo ruolo ‘pazzesco’.
In Gamer, sci-fi ambientato nel 2034 e diretto da Brian Taylor e Mark Neveldine, infatti, Gerard è Kabel, un carcerato condannato a morte (per un delitto che non ha commesso) costretto a combattere contro la sua volontà in Slayers, un gioco online in cui giovani videogamer controllano lui e gli altri detenuti come fossero personaggi di un normale videogioco. Il premio? La libertà. Ma Kabel non è solo un giocatore invincibile, è anche il capo del movimento di resistenza che si oppone alla crudeltà del videogame.

Toglimi un curiosità, ma come mai scegli spesso ruoli da macho?
«Perché mi piace sentirmi potente e film come questo mi danno una carica pazzesca».

In effetti hai l’aria di uno che si è proprio divertito.
«Ed è così, perché è un ruolo molto fisico. Questo film è una perfetta combinazione di arte e violenza, un action thriller basato sull’idea del mondo dei gladiatori».

Ti sei dovuto allenare?
«Sì. Ho iniziato molto prima di iniziare le riprese, con ore e ore di palestra al giorno. Quando però finisco un film così, per un po’ non voglio più muovere nemmeno un muscolo… ma non posso farlo perché tutti si aspettano da me prestazioni eccezionali!».

Posso chiederti in che senso?
«Hai in mente il mio fisico scolpito quando ero Leonida in 300? Oppure ti ricordi le romanticherie di P.S. I love You ? Bene, io non sono come loro».

E come sei?
«Ho un bel corpo e sono romantico, ma non sono l’uomo perfetto che tutti credono. Guardami, (ridacchia compiaciuto) io sono solo io!»

Dal futuro alle foreste in 3D

Christopher Lloyd in Il richiamo della forestaLe sue passioni sono la natura e i viaggi nel tempo: protagonista del film di Richard Gabai ispirato al romanzo di Jack London, Christopher Lloyd si racconta a Filmaker’s

di Barbara Zorzoli
barbara.zorzoli@inwind.it

È un segno del destino; mentre sto scrivendo l’intervista, alla tv trasmettono il primo dei tre film della trilogia Ritorno al futuro. Sorrido quando sento Lloyd esclamare con quel suo tono unico: «Great Scott!» (in italiano reso con «Grande Giove!»). Non sarà giornalisticamente corretto ma devo dirlo: lo adoro! Sarà per il viso simpatico, la voce profonda o il curriculum zeppo di personaggi a dir poco strambi, come appunto il mitico Dottor Emmett Brown, l’autista ex-hippy Jim Ignatowski nella sitcom Taxi, il terrificante giudice Morton di Chi ha incastrato Roger Rabbit?, oppure lo zio Fester de La famiglia Addams… comunque sia Christopher Lloyd (71 anni) è un attore di talento, che ha sapientemente alternato il cinema a una florida carriera teatrale (ha preso parte a più di 200 pièce). Grande trasformista, Chris ha almeno due passioni in comune con questi suoi personaggi. Volete sapere quali? Come “Doc” ama l’idea andare a spasso nel tempo e soprattutto, come il suo nuovo personaggio in Il richiamo della foresta 3D di Richard Gabai (il primo film tutto live action in 3D, privo di effetti speciali o immagini create al computer), ama il Montana e la natura, ma sa che è bene averne rispetto. Lloyd, infatti, interpreta Bill, un nonno che vive sulle montagne innevate del Montana, a cui viene affidata la nipote Ryann (Ariel Gade) che vorrà tenere con sé un Husky incrociato con un lupo selvatico, nonostante gli avvertimenti sulla sua natura selvatica da lui elargiti ogni sera, attraverso la lettura del libro di Jack London Il richiamo della foresta (a cui si ispira la pellicola).
Chris ho letto che hai una casa nel Montana come il tuo personaggio. Significa che, come lui, ami la natura e le montagne?
«Sì avevo una casa, ma anni fa. Il Montana comunque è un luogo fantastico, ci si sente davvero in contatto con la natura. Ci sono splendidi panorami, foreste, laghi, la vita lì è tranquilla e la gente genuina».
Sei mai stato “spaventato” dalla natura?
«Mi è capitato di perdermi durante delle camminate in montagna e di non sapere più dove andare, ma poi per fortuna ne sono sempre uscito salvo. La natura va rispettata e, come sa il mio personaggio, adeguatamente temuta. Ma c’è qualcosa di magico in lei, la pace, la tranquillità, tutto si compie senza nessuno sforzo… in generale mi sento al sicuro nella natura, avvolto da una pace difficile da trovare altrove».
Che tipo di uomo è il tuo personaggio?
«È un uomo, vedovo da poco, che vive isolato sulle montagne, in un casa senza tv, internet e altro. La sua è una scelta radicale per vivere davvero in simbiosi con i ritmi della natura».
Hai letto il libro di Jack London?
«Sì, è una storia meravigliosa, non si parla solo di un cane, Buck, ma dell’essere umano in quanto tale e di tutto il complesso di emozioni umane».
Sono curiosa di sapere se hai dei nipoti a cui racconti o leggi delle storie come questa.
«No, non ho nipoti, ma ho un figlioccio, l’ho visto crescere ed è stato un processo davvero meraviglioso… e questo mi ha aiutato a comprendere il rapporto nonno-nipote del film».
Hai un ricordo particolare o un aneddoto dal set da raccontarmi?
«Abbiamo girato a Lincoln, un piccolo villaggio, e tutti si sono messi a diposizione della troupe tanto che il film è diventato è diventato un po’ di tutti una sorta di progetto della comunità!».
Per finire devi togliermi un’altra curiosità: come Dr. Emmett Brown anzi, “Doc”, di Ritorno al futuro, hai fatto sognare mezzo mondo con l’invenzione macchina del tempo. Ma tu, hai mai sognato di viaggiare nel tempo?
«Certo, andrei ovunque, specialmente nel passato, ad esempio in Gran Bretagna all’epoca dei primi celti nel 3000 A.C. per vedere con i miei occhi come è stata messa su Stonehenge! Ma anche i primi anni della comparsa dell’uomo sarebbero un viaggio affascinate…».
E il futuro?
«…stiamo facendo progressi straordinari in ogni campo, la tecnologia avanza senza sosta, per cui sì, non sarebbe male vedere come sarà il mondo tra cento anni!».

Io, il mostro

Benicio Del Toro in The WolfmanNei panni dell’Uomo Lupo nel film di Joe Johnston, Benicio Del Toro si racconta a Filmaker’s in un’intervista esclusiva

di Francesco Cinquemani
francesco.cinquemani@gmail.com

Hai interpretato tanti film. Ne produci uno ed è sui licantropi. Perché?
«Mi sono sempre sentito diverso. Mi è capitato spesso nel corso della vita. Intanto perché sono portoricano e sono cresciuto negli Stati Uniti. Sono un emarginato, faccio parte di una minoranza. Sono di razza latina, sono cattolico. Ho un grande senso di colpa che mi deriva dalla consapevolezza del peccato originale. Mi sono spesso sentito un mostro. È successo anche di provarlo all’interno della mia famiglia».
Quando?
«Nell’istante esatto in cui ho detto che volevo fare l’attore. Mi hanno trattato come un pazzo. E in effetti bisogna essere folli per fare questo lavoro. La gente normale neanche lo considera un mestiere».
Ti senti un mostro.
«Sì, (sorride) più spesso di quello che puoi pensare… un mostro e un emarginato».
Anche ora?
«Sì, non hai una vita normale. A volte non puoi nemmeno passeggiare per strada da solo».
Come scegli se interpretare un ruolo?
«Ci sono tre fattori che mi aiutano e che sono determinanti. Il copione, il regista e gli altri attori. Se due dei tre elementi sono validi, allora l’alchimia può portare a un buon film. Una buona storia con bravi attori. Un buon regista con una storia che funziona e attori scarsi può anche fare un capolavoro. Un buon regista senza una storia che regge e gli attori giusti, può forse riuscirci una volta, ma sarebbe un colpo di fortuna. Il vero problema in questo campo e a Hollywood è trovare una buona storia. È la cosa più difficile in questi tempi. Tanti registi bravi, tanti attori validi e così poche storie».
Così può capitare di rivolgersi al passato.
«È vero in The Wolfman, la storia funziona, andava bene negli anni 40. E regge ancora ai nostri tempi. È una grande favola nera. È romantica e horror insieme. È un archetipo. E poi ha un grande personaggio».
L’uomo lupo. Ti affascina?
«Sì, fin da piccolo è stato sempre il mio mostro preferito. L’idea da cui è nato il film era di rendere omaggio al Wolfman del 1941 con Lon Chaney Jr di cui io sono sempre stato un grande fan. È stato il primo film dell’orrore che ho visto in vita mia. Gli altri si travestivano da Dracula, da Frankenstein, da Zorro, ma io da bambino ero il lupo, il lupo mannaro. Sempre il lupo. Lo sentivo vicino. Lo capivo. Era parte di me».
Perché?
«Forse perché era il mostro del popolo. Non era nobile o borghese. Non era frutto di un esperimento sfuggito al controllo».
Era una manifestazione del folclore popolare…
«Sì, addirittura zigano». (Ride)
Nel film si vede questo amore. Il classico Universal è affrontato con un rispetto oserei dire filologico.
«Sì, volevamo dargli quell’atmosfera retrò. Non stravolgerne né attualizzare il mito».
È pieno di citazioni anche da altri film, tipo…
«Sì, Il lupo mannaro di Londra, Il mistero del Tibet…».
Ma anche da altri film. Mi è sembrato di vedere un omaggio anche a un vecchio film inglese, di Terence Fisher, con Oliver Reed.
«L’implacabile condanna. Sì è il mio preferito. Sei il primo che se n’é accorto».
Hai perfino la stessa frangetta di Oliver Reed e la stessa…
«Camiciona bianca (ride). Che dici gli assomiglio un po’…?».
A tratti sembri lui. Pure nello stile di recitazione.
«Mi fa piacere. Lo prendo per un complimento. Era un grande».
E altri attori? I tuoi preferiti?
«Beh, prima c’era Mastroianni, ma se n’è andato. Poi c’è stato Brando e ci ha lasciato anche lui. Ora c’è rimasto solo Jack».
Nicholson…
«Sì. È il più grande al mondo. Ci sono tanti attori. Grandi attori. C’è De Niro, c’è Pacino, c’è Hopkins. Loro sono grandi. Ma Jack è Jack. È unico».

The Hunter (Shekarchi)

The HunterI mille volti del conflitto politico in Iran nel coraggioso tragico film di Rafi Pitts in concorso a Berlino

di Vincenzo Ianni
vincenzoianni@yahoo.it

Ali è uscito da poco di prigione e lavora a Tehran come guardiano notturno in una fabbrica: questo lavoro gli permette di mantenere la moglie Sara e la piccola Saba, la figlia, con cui riesce a trascorrere pochissimo tempo. Lamentarsi e chiedere il turno di giorno però non serve a nulla nella sua condizione di pregiudicato. L’unico svago che Ali può concedersi è la caccia.
Un giorno, rientrando a casa dal lavoro, Ali non trova moglie e figlia e quando si rende conto che è ormai inutile aspettarle decide di rivolgersi alla polizia. È il caos – siamo alla vigilia delle elezioni del 2009 – e Ali scopre solo dopo qualche ora che la moglie è stata coinvolta in uno scontro a fuoco tra la polizia e i manifestanti ed è morta, mentre della figlia non c’è traccia. Ali si mette alla ricerca di Saba, ricerca che si conclude nella disperazione quando viene di nuovo chiamato dalla polizia a riconoscere il corpo della piccola. A questo punto Ali comincia a vagare in auto per la città e dall’alto di una collina spara contro un’auto della polizia uccidendo due agenti. Poi fugge nella foresta a nord di Tehran, ma la polizia è sulle sue tracce e lo segue nel folto del bosco finché due agenti non lo arrestano. I tre sono persi nel bosco, e nella nebbia, per l’ex galeotto Ali, prenderà corpo una nuova prigionia dai connotati mitici .

Torna a Berlino l’iraniano Rafi Pitts (già in concorso nel 2006 con It’s Winter), con un film radicale, di immagini e azione, a tratti elegantissimo e lirico, potente. Il protagonista (interpretato dal regista stesso, il che attribuisce valenza ulteriore a tutta una serie di passaggi e all’intera vicenda che lo costringe in una trappola kafkiana) vaga nella metropoli tra autostrade e cemento, foschia e proclami radiofonici di regime, urla di manifestanti, ambienti consunti, tunnel di raccordi autostradali, corridoi di questure e obitori, il tutto dominato dal colore verde (del movimento anti-regime). Un film che non è un proclama politico, ma è profondamente politico, ancor più perché propone un punto di vista inedito sulla difficilissima attualità iraniana, tanto che, in parte prestandosi al fraintendimento, in equilibrio tra la presa di distanza da un giudizio preconcetto e il tentativo (riuscito) di far sorgere con forza le domande chiave che lacerano la società iraniana contemporanea, ha generato anche già in conferenza stampa a Berlino una strisciante polemica sulla presunta incapacità/non-volontà di sostenere con sufficiente forza la denuncia del regime dell’Ayatollah Khamenei e del suo presidente Ahmadinejad.
Oltre a dirigere, lei ha anche interpretato il protagonista del suo film. Da dove nasce questa scelta?
«Succedono talmente tante cose quando giri un film che bisogna essere realistici, confrontarsi con quello che succede: avevo una sceneggiatura che difficilmente sarebbe stata autorizzata e che invece ha ottenuto l’autorizzazione; avevo un attore che si è dimostrato assolutamente inaffidabile già dal primo giorno di riprese e mi sono reso conto che se avessi continuato con lui avrei rischiato di non finire il film… Se volevo fare il film, dovevo accettare di stare anche davanti alla macchina da presa. E l’ho fatto, perché il film era per me la cosa più importante in assoluto».
L’aspetto politico è preponderante e il film risente profondamente degli avvenimenti del periodo in cui è stato realizzato.
«Tutto quello che si vede, tutti gli eventi che riguardano la situazione in Iran sono qualcosa a cui il mio film vuole certamente fare riferimento. Ma non ho fatto un film avendo in mente un unico obiettivo, un’unica linea guida: non c’è solo la politica, ma diversi altri livelli. Ho cercato di arricchire il film dandogli il più ampio respiro possibile. La situazione in cui si trova il protagonista può accadere in molti Paesi, tende a essere universale in qualche modo. È chiaro che quando il conflitto si è inasprito ho “sentito” e risentito di questi eventi, ne sono stato addolorato, ovviamente li disapprovo fermamente, ma il mio lavoro di filmmaker è quello di prendere il polso della situazione, analizzarla, fare domande e non dare risposte, perché non è quello il mio lavoro. Amo i puntini di sospensione, ne sono ossessionato: non mi piacciono le frasi compiute. Non voglio lanciare messaggi, ma lasciare aperte le questioni, fare domande su ciò che accade al protagonista, su chi si sente represso, su chi non può esprimere se stesso. Vengo da un Paese in cui il 70% della popolazione ha meno di 30 anni e il restante 30% ha vissuto durante la rivoluzione, durante una guerra che ha fatto un milione di morti, e a cui io non ho preso parte. L’Iran è governato da un gruppo che ha preso parte alla guerra, ma la maggioranza del Paese non è legata a quella stessa guerra: è chiaro che c’è un conflitto. Condanno fermamente il regime, ma credo anche che non ci siano risposte nette e che di certo non arriveranno dal conflitto in atto: è facile odiarsi, molto più difficile è tentare di capire le ragioni delle parti in causa e comporre pacificamente il conflitto. Nel film ognuno agisce secondo il proprio punto di vista e ognuno, dal proprio punto di vista, fa tutto ciò che gli sembra giusto: c’è il poliziotto in servizio di leva, quello che invece lo fa per scelta e un uomo che ha perso tutto e vuole vendetta, ma quando uccide lo fa casualmente. Non ammetto l’omicidio e non ammetto che si giudichi la gente dall’uniforme che porta: è estremamente pericoloso vivere in una società che fa questo».

Professione Stuntman

Claudio Pacifico

Nasce la Stunt Concept International Academy, la prima accademia internazionale per stuntmen e stunt-coordinators, aperta anche alle donne. Claudio Pacifico ci racconta di cosa si tratta

di Luca Adami
lucadami@hotmail.it

Un uomo e il suo sogno sono i protagonisti di innumerevoli pellicole cinematografiche: c’è chi racconta storie fantastiche come accade in Big Fish, chi svela realtà psicologiche come Danny De Vito in The Big Kahuna e, sempre parlando di ‘big’, c’è chi attende con trepidazione l’inaugurazione della nuova Stunt Concept International Academy di Roma, una vera e propria scuola di formazione per stuntmen e stunt-coordinators che si propone fra gli obiettivi di base quello (e forse il più impegnativo) di diventare un nuovo punto di riferimento nel settore. A dirigerla lo stunt Claudio Pacifico, che ha partecipato tra gli altri a King David (1985) e Giovanni Falcone (1993), Il talento di Mr. Ripley (1999) e Che – Guerriglia (2008), realizzando anche come Coordinatore di Unità Stuntmen pellicole come U-571 nel 2000 (film che gli valse la nomination al Taurus World Stunt Awards come ‘Best Water Work’) e Maléna di Giuseppe Tornatore. Nel 2002 ha ricevuto un’altra nomination come ‘Best Fight’ per Gangs of New York di Martin Scorsese. Abbiamo chiesto direttamente a lui di raccontarci l’avvio della sua carriera e la nascita della nuova accademia.
Come è nata la tua attività di stuntman?
«Sono figlio d’arte, mio padre Benito Pacifico ha fatto questo mestiere per più di quarant’anni e purtroppo è venuto a mancare due anni fa. Da lui ho appreso il mestiere, è stato un amore a prima vista, cioè ci sono nato dentro».
Che difficoltà hai incontrato nella realizzazione del progetto dell’Accademia?
«Moltissime. Sono ormai tredici anni che ho quest’idea e oggi fortunatamente si sta realizzando. In questi anni ho purtroppo incontrato parecchie realtà, anche politiche, che mi hanno ostacolato».
E all’interno della scuola come intendi sviluppare le attività, i corsi, le attrezzature?
«Il circolo sportivo KiFlow ci dà la possibilità di usare la sua struttura: avremo una torretta, la palestra per la scherma, la piscina, e fuori c’è il parco per altri addestramenti specifici… insomma possiamo organizzare dei bei corsi».
In riferimento alla squadra, la scuola sarà aperta anche alle donne, quindi delle future stuntwomen. Perché, secondo te, in Italia sono ancora poco considerate?
«Innanzitutto perché ce ne sono pochissime, e poi perché c’è un ambiente pressappochista: poche, pochissime produzioni chiamano dei veri professionisti. Il mio intento è proprio quello di creare una squadra di donne ben preparate per poter fare un lavoro più completo e molto più professionale».
In un’intervista al Corriere hai detto che un bravo stuntman sa riconoscere i propri limiti, calcolare i rischi. Quindi fare lo stuntman è un modo per maturare e diventare adulti?
«Esatto, soprattutto per me che ho molte specializzazioni. Mi tocca avere sempre il buon senso acceso, no? Proprio per non incappare nell’onnipotenza. La realtà è che io mi sono fatto male un paio di volte nel mio mestiere, non in modo grave, ma per delle stupidaggini…».
Sono cose normali: se uno sta tutto il giorno alla scrivania davanti a un PC gli viene male agli occhi, mentre se uno salta dai palazzi…
«Sì, è normale [ride]. Mi capita spesso di fare cose abbastanza difficili e allora il mio buon senso è quello che mi fa stare in guardia. Diventa un calcolo, una visione periferica completa di quello che stai facendo perché a volte nel fare un’azione devi calcolare anche il vento, il tempo, l’umidità, la luce, il caldo, il freddo».
Recentemente hai lavorato in Prince of Persia della Disney e in Preferisco il Paradiso con Gigi Proietti. Che sensazione si prova a fare lo stuntman in un film?
«Magari dentro di me sono molto soddisfatto perché ho fatto tanto per quel film o per questo lavoro, però dopo la soddisfazione c’è subito l’autocritica. Mi rendo conto che tutto cambia in questa professione, non è mai la stessa cosa».
Probabilmente l’accademia ti porterà via tanto tempo ma, in generale, che progetti hai per il prossimo futuro?
«Sull’accademia concentrerò tutte le mie forze per adesso. Se ho la possibilità o il tempo per fare altri lavori ben vengano. Ma l’accademia, intanto, è la prima tappa… il resto si vedrà».

Vampiri d’autore

John Ajvide Lindqvist

Mentre gli americani preparano un remake di Lasciami entrare, John Ajvide Lindqvist ci parla dei suoi nuovi progetti, tra cinema e letteratura

di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com

John Ajvide Lindqvist è uno scrittore fenomenale. Dal suo libro Lasciami entrare (tutti i suoi libri sono editi dalla Marsilio Editori) Tomas Alfredson ha tratto l’omonimo, e altrettanto bello, film. Entrambi, libro e film, sono horror, quindi siete avvisati fin da subito. Se poi diventate suoi fan godetevi anche il suo secondo romanzo L’estate dei morti viventi (il ragazzo vuole spaventare a tutti i costi), inutile dirlo: eccezionale anche questo.
Noi, John Lindqvist, lo abbiamo incontrato e vi garantiamo che di horror questo signore non ha proprio niente, anzi. Personaggio brillante, se non addirittura buffo in qualche momento, ma sincero e aperto come le sue storie, confessa una passione per i film di Bava, Fulci e Argento.
Prima di iniziare a scrivere hai fatto diversi mestieri…
«Volevo diventare un mago, ho vinto anche dei premi ma non è andata, così ho cominciato a fare il cabarettista, anche per strada, l’ho fatto per dodici anni. In seguito ho scritto per la tv, pezzi comici per attori».
Trovi differenza tra lo scrivere per la tv e scrivere un romanzo?
«No, credo che invece mi abbia aiutato».
Ma come sei passato dalla commedia all’horror?
«Intanto voglio dire che i due generi hanno più similitudini di quanto si possa pensare. Entrambi descrivono una situazione realistica con cui tutti possono relazionarsi e poi in quel contesto infilano dentro l’insolito, che nella commedia è qualcosa che fa ridere mentre nell’horror potrebbe essere un vampiro».
Cosa ti ispira per iniziare una storia?
«Inizio sempre da un’immagine. Poi vado alla ricerca di una storia dove sistemare quell’immagine e così inizio a mettere ordine a tutte le suggestioni che provo allora sono pronto perché mi basta mettere ordine a questo caos e inizia la scrittura».
Leggendo Lasciami entrare si provano diverse sensazioni e si sente una grande malinconia
«Lasciami entrare è un’autobiografia. Oscar (il protagonista di 13 anni ndr) vive nello stesso quartiere dove vivevo io quando avevo la sua età. Frequenta la mia stessa scuola e ha gli stessi problemi con i suoi coetani che avevo anch’io. In più è solo come lo ero io, l’unica cosa in cui differiamo e che io per vicino di casa non avevo un vampiro. All’epoca vedevo la vita molto cupa e provo ancora quelle sensazioni quando ritorno con la memoria a quei giorni».
Quando è uscito nei cinema molti hanno parlato dell’anti-Twilight
«Sì, lo so che in molti l’hanno detto e potrebbe essere vero, come è vero che è anche anti-Star Wars, o anti-Il postino. Ma queste cose riguardano la critica. Per quanto mi riguarda quando Tomas Alfredson mi ha mostrato le prime scene montate di Lasciami entrare io ero in estasi perché vedevo quello che avevo in mente mentre scrivevo, qualcosa di orrorifico e sentimentale».
Comunque nel vedere il film e leggere il romanzo si sente questa intimità
«Sì, è vero. Sai che molti hanno parlato di Lasciami entrare tirando in ballo Ingard Bergman».
Ma davvero?
«Sì, soprattutto gli americani e i francesi. Lasciami entrare è il film svedese che ha incassato di più negli Stati Uniti dopo Fanny e Alexander».
Però ora gli americani si preparano a fare un remake.
«Sì e sarà diretto da Matt Reeves (il regista di Cloverfield ndr)».
Ti hanno contattato per tentare di coinvolgerti nel progetto?
«Con Matt Reeves ci siamo scambiati delle mail, mi ha detto che lui non vuole fare il remake del film di Alfredson, ma vuole partire da capo dal libro. La cosa mi ha fatto piacere, però la cosa finisce qui, Per quanto mi riguarda il film perfetto tratto dal mio libro lo hanno già fatto».
Ti dispiace che non abbiano cercato un regista svedese per dirigerlo?
«Ho sempre avuto un’idea chiara al riguardo. Per me un regista non dovrebbe mai lasciare il suo paese. Prendiamo Ingard Bergman oppure Federico Fellini, non sono mai andati in America o lasciato il loro paese per fare i loro film, e questo deve significare qualcosa, no?».
Anche il tuo secondo libro L’estate dei morti viventi diverrà presto un film
«Sì, anche qui si sono già fatte avanti cinque produzioni americane e inglesi per farne un film».
Tutto nel segno dell’horror, vampiri, zombi…
«Il mio tentativo è quello di considerare queste creature in un contesto reale, voglio dire, ma se esistessero davvero cosa farebbero? Non credo che un vampiro sia così romantico come viene spesso rappresentato. E anche uno zombi che farebbe? Io penso che se ne ritornerebbe a casa sua. Sono un fan dell’horror italiano tra l’altro».
I mostri siamo noi
«Bè non vedo in giro vampiri o zombi».
Ma in Svezia come è vissuto il tuo successo internazionale?
«Sono tutti stupiti. Ma non per me, è che noi svedesi siamo sempre stupefatti quando qualcosa che facciamo ha risonanza fuori dai nostri confini, quando qualcuno si accorge che esistiamo».
Progetti per il futuro?
«Scrivere, ed essere felice. Scrivere serve a tenere a bada il mio lato oscuro. E poi volevo far notare una cosa di cui nessuno si è accorto: tre capitoli di Lasciami entrare finiscono con una citazione della Divina Commedia».

Ballo ma sogno il cinema

Selenia Orzella

24enne di Taranto con la passione per la danza, Selenia Orzella racconta il suo debutto sul grande schermo con Marpiccolo

di Stefano Papalia
stevenpap@hotmail.it

Selenia Orzella, classe ’84, nasce a Taranto dove vive fino all’età di 12 anni, quando decide di trasferirsi a Roma per frequentare l’Accademia di danza e dare un senso a quella che era la sua passione dall’età di 3 anni: il ballo. Non ha parenti che la possono ospitare nella capitale e, non potendo ancora lavorare, vive nel Convitto Nazionale dalle suore: «Mi sembrava di vivere in un carcere, mi mancava l’aria, sempre gli stessi orari, sempre le stesse facce» – confessa – «e così, appena ho potuto, all’età di 17 anni ho cercato una casa tutta mia dove poter fare quello che più mi andava e agli orari che volevo».
Come è nata, quando e da cosa la passione per il cinema?
«È stato per caso. Insomma io ho sempre ballato e credevo che quella sarebbe stata la mia unica strada, che la mia vita avrebbe girato solo intorno alla danza. Tanto più perchè sono nata timida, lo sono sin da piccola e non ho mai pensato di poter recitare, anzi era una cosa che avevo escluso a priori. Se non avessi ballato, avrei cantato, dipinto magari, ma recitato mai. Invece certe cose arrivano come fulmini a ciel sereno, del tutto inaspettate e in pochi istanti ti travolgono, ancor prima che te ne accorga».
Qual è al momento la tua passione, il tuo sogno?
«Se dovessi dire cosa c’è al centro dei miei sogni in questa fase della mia vita, avrei difficoltà a dare una risposta certa. Danza o recitazione? Non lo so davvero, direi che stanno alla pari».
Come sei entrata in contatto col regista Di Robilant?
«Ho sentito che stavano per iniziare i provini del film per trovare i due attori protagonisti e che si cercavano ragazzi pugliesi. Dal momento che sono di Taranto ho chiesto alla mia agenzia di capire cosa bisognasse fare per le selezioni. Ho così conosciuto il regista, partecipando ai suoi particolari provini, che sono più dei seminari, degli incontri in cui si valutano attitudini, affinità e non solo capacità dei futuri attori».
Cosa ti ha regalato questa tua prima esperienza?
«Mi ha regalato una valanga di emozioni che non si possono descrivere, perché perderebbero la loro essenza. Il cinema è una cosa magica, quello che fai resta nel tempo, diventa immortale. Puoi essere chiunque, qualsiasi cosa, e una volta sul set ti accorgi che è tutto diverso da come immaginavi; così anche una ragazza timida come me riesce a recitare e sentirsi a proprio agio. Devo dire che sono stata fortunata perché ho avuto un grande regista e una serie di collaboratori davvero perfetti».
Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Sono nel cinema o nella danza?
«Beh, ho appena iniziato una scuola di recitazione con Beatrice Bracchi e credo che questo mondo che mi ha dato tanto da subito non lo abbandonerò molto facilmente, anzi farò di tutto per approfondire e migliorarmi. Sto già partecipando alle selezioni per due casting. Cosa posso dire: speriamo bene! Dall’altra parte c’è tutta una vita passata a ballare su palchi scenici come quello di Domenica in o quello della fiction Grandi domani, che poi è anche il luogo in cui ho iniziato a pensare alla recitazione. Partecipavo a quella fiction come ballerina, ma il regista vedeva in me delle qualità di attrice tanto da farmi dire varie battute e consigliarmi di andare a scuola per tirare fuori il talento. Il ballo per ora resta la mia professione, ma sogno il cinema».

Il Capitalismo secondo Michael Moore

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Arriva in Italia Capitalism: A Love Story, un viaggio attraverso il fallimento del libero mercato. Ecco come Moore racconta la sua ultima battaglia a difesa della verità

di Barbara Zorzoli
barbara.zorzoli@inwind.it

T-shirt nera, jeans comodi e un cappellino da baseball in testa… potrebbe benissimo essere Leonardo DiCaprio o Matt Damon… se non fosse per la stazza, quella stazza che a quanto pare va tenuta con tutte le forze tale, visto che durante l’intervista si fa portare nell’ordine: una cioccolata calda (e fuori ci sono 3o°), un piattino di cioccolato fondente a pezzi e un dolce non ben identificato. Ma la simpatia, quella, è unica. È una macchietta, un chiacchierone, uno alla mano, uno che già da solo fa spettacolo. Non avete ancora capito? Se aggiungo che è una taglia XXXL, che tête-à-tête ma soprattutto nei suoi docu-film dice quel che pensa con un candore spiazzante, allora non vi sovviene che forse si tratta di uno dei registi più ‘faccia tosta’ in circolazione? Ladies and Gentleman, Michale Moore!
Sforna documentari di denuncia sociale e lo fa con il piglio giusto, ossia trasformandoli in un mezzo per risvegliare le masse. Il suo motto? Dire “la verità e nient’altro che la verità”. Il suo nemico? Il potere delle classi dominanti. Per tutto questa voglia di dire la verità, da Roger e io, a Bowling a Columbine, passando per Fahrenheit 9/11 e Sicko, Moore, ça va sans dire, rischia in prima persona. Lui da buontempone se ne fa un baffo; arriva, saluta, sorride, si siede, e inizia a parlare del suo nuovo film-documentario, presentato a Venezia, Capitalism: A Love Story.
Allora, qual è la tua definizione di Capitalismo?
«Il capitalismo non è buono né cattivo. Il capitalismo non funziona e basta. La mia intenzione con questo film era di dire la verità sulla crisi finanziaria, sul salvataggio delle banche da parte del governo e sulla grande truffa perpetrata a danno della stragrande maggioranza di ignari cittadini americani. Voglio dimostrare come la libera impresa si sia rivelata un fallimento. Nel film parlo di un documento segreto che le grandi compagnie hanno siglato per creare un sistema per cui solo l’1% della popolazione rimarrà ricco. Devono saperlo tutti».
Il tuo obiettivo è risvegliare la gente o colpire i colpevoli?
«(ride) Entrambe le cose!»
Anche a costo di farti dei nemici?
«Mi sentirei solo senza di loro! I miei avversari mi considerano uno da combattere, ma non vogliono scoprire chi è davvero Michael».
E com’è il vero Michael?
«È una persona timida, un ideale interlocutore con cui parlare per trovare una soluzione».
Alla fine di un film del genere, non sei stanco?
«Certo che lo sono! Mettere insieme questo film è stata una vera fatica!».
Ma dove trovi l’energia necessaria per buttarti in progetti così impegnativi. Tu scuoti la masse, risvegli l’animo delle persone, le fai arrabbiare, le fai prendere coscienza delle cose e del mondo…come svelassi a tutti che la realtà è un’altra e che noi viviamo tutti in una sorta di Matrix! Per fare questo devi avere energia da vendere!
«(Scoppia a ridere e con il sorriso sussulta tutto il corpo) Grazie, non credevo di far tanto! Devo risponderti che è sempre la voglia di mostrare come stanno davvero le cose che mi tiene su».
Perdona la franchezza… ma chi te lo fa fare?
«Come cineasta faccio quello che posso e quello che devo, mi sento vivo con progetti del genere…sono sempre stato un tipo così, sin da bambino».
Hai fiducia nelle persone?
«Abbastanza. Vedi, è facile che durante i miei film la gente si scaldi, si carichi e abbia voglia di cambiare le cose… poi, però, è altrettanto facile che tutta questa infatuazione per la verità si esaurisca nel giro di un paio d’ore!».
E questo non va bene…
«Sarebbe meglio rimanere uniti e non mollare. Pensa a come è andata con Bush, sono stato il primo ad attaccarlo, c’è voluto un po’ di tempo, ma poi la mia lotta è diventata la lotta di tutti e Bush ha fatto la fine che meritava!».
Ti senti più un regista, o una sorta di giornalista o di politico atipico?
«Sono solo un regista che ama raccontare la verità alla gente. Se questo film potrà illuminare le persone, sarò felice».
Il giorno più felice della tua vita?
«…quando Obama ha licenziato il capo della General Motors!».
Prossimo impegno?
«Broadway!».
Ti dai al musical?
«No! (ride) Ma è un’idea…».
Così potresti cantarne quattro a tutti!
«(Ride di gusto e si tuffa con compiaciuta gola un pezzo di cioccolato in bocca)».

Sotto il Celio Azzurro

Sotto il Celio Azzurro

Nel documentario presentato a Roma per “Alice nella città”, l’educazione infantile e il dialogo fra le culture secondo Edoardo Winspeare

di Angelo Mozzetta
angelomozzetta@tiscali.it

Edoardo Winspeare, regista italiano fuori concorso al Festival di Roma 2009, ci racconta la nascita del suo documentario Sotto il Celio Azzurro, ambientato in un asilo romano: «L’idea non è mia ma dei produttori Graziella Bildeshaim e Paolo Carnera, che hanno entrambi un figlio lì e mi hanno chiesto di fare un documentario sull’argomento. All’inizio non ero così convinto, per cui mi sono riservato di visitare questo asilo per una settimana e prendere una decisione successivamente. Dopo quella settimana ho accettato con grande piacere, e allora abbiamo seguito per un anno la vita del Celio e abbiamo fatto questo documentario».
Winspeare ci tiene a redistribuire i meriti del film: «Io compaio come regista, ma dovrebbe essere firmato, insieme a me, da Luca Benedetti e Sara Pazienti, che sono i montatori, e poi in primis dalla produttrice e dal direttore della fotografia. È un film quasi collettivo. Anche se firmo io come regista, in fondo ho fatto di più l’operatore. Il direttore della fotografia è l’ideatore e ha curato e finalizzato la fotografia. La struttura, anche se discussa insieme a me, è più un’idea dei montatori».
Il tuo vero apporto alla causa è quindi più nel contenuto che nello stile?
«La mia impronta è più un interesse morale, verso i giovani soprattutto. Uno sguardo di passione e di partecipazione alle vicende dei miei “fratellli umani”. Io amo molto il mio Paese, che è purtroppo sempre più volgare e cinico, e in questo senso l’esperienza di Celio Azzurro è veramente esemplare. È un raggio di luce in una notte buia. Cito sempre quella frase di Borges: “Queste persone, di cui ignoriamo l’esistenza, stanno salvando il mondo”: il tipografo che compone quella pagina che non ama, ma lo fa bene; chi è contento che sia esistito Stevenson, chi accareza un animale quando nessuno lo vede. Queste persone salvano il mondo, non i grandi eroi. È un’altra versione della frase di Brecht “Il teatro è il paese che non ha bisogno di eroi, ma di eroi quotidiani”. Questi maestri del Celio sono eroi quotidiani».
Gli intenti del film allora non sono soltanto di pubblicizzazione e promozione dell’asilo in sé, quanto dello spirito che lo anima…
«Intanto speriamo che il Celio si possa salvare, e poi che diventi metafora per una scuola diversa in Italia. Quello che ho imparato da questi maestri è che non è così difficile trasmettere dei valori e delle idee positive se ci si crede fino in fondo. Sta tutto lì: con la passione, con l’amore, hai già fatto il 70% del lavoro. Poi devi essere un buon pedagogo, avere una metodologia e soprattutto una grande dedizione al lavoro».
Un inno al voler fare?
«Sì, a voler far bene le cose. Penso spesso che una caratteristica italiana era quella di fare un buon artigianato, e loro sono dei buoni artigiani dell’educazione».
Un concetto che nelle scuole italiane, di tutte le età, si trova sempre più di rado…
«Conosco molto bene la realtà delle scuole perché ci ho lavorato. I maestri sono spesso stufi, scocciati, dicono che i ragazzi sono bestie, capre… però se si decide a
priori che siano così, quelli verranno fuori ancora peggio. Ancora più importante in questo senso è la scuola materna, perchè è da lì che inizia tutto. In Italia si pensa sempre “Che posso fare io?”, tanto l’ambiente fa schifo, la società fa schifo, la mafia, il clientelismo, Berlusconi… quindi io non posso dare niente. Invece no. Ognuno di noi può fare qualcosa, e questi maestri non è che si ergano a fini intellettuali o inventori di un metodo, anzi: sono persone normali, dotate di un talento da pedagoghi,  che semplicemente vogliono fare bene le cose. Queste persone ci sono, e penso di averle scovate grazie a Bildeshaim e Carnera. A me piacerebbe fare un documentario del genere su un artigiano, un pescatore, un montatore. Una persona che fa bene il suo lavoro, che non si imbosca: anche con allegria, perché ci vuole. Anche con leggerezza, che dovrebbe essere la soluzione per il nostro paese. I tedeschi ad esempio riescono a fare le cose con serietà e gravità, e poi si divertono in vacanza. Noi riusciamo soltanto se manteniamo quel tono di leggerezza, specialmente da Roma in giù».
A chi è dedicato il film?
«Il film è dedicato a Giulia, una maestra fondatrice che non c’è più. Io dedico sempre il film al santo patrono, nonostante anche questo sia un film profondamente laico, quindi San Pietro e Paolo, ma è più un mio vezzo, un po’ per scaramanzia».
Hai trovato qualche disagio nel filmare soggetti che non sono attori professionisti?
«È stato molto divertente. Il particolare di questa scuola è che i maestri sono per metà uomini, e gli uomini si mettono più in evidenza delle donne, e hanno preso un pò la scena, però sono molto divertenti».
Nessun problema allora con l’occhio gelido della macchina da presa?
«Assolutamente no, anche perchè sono stato lì un mese prima a conoscerli, poi giravo con persone che conoscevano il Celio già da prima. In realtà ho il problema contrario: spesso non mi identificano come regista… sono una persona discreta, non ne ho l’aria».
Strutturalmente parlando, come si è sviluppata l’idea del film?
«C’era un’idea di struttura all’inizio, volevamo cominciare a filmare magari un certo personaggio, ma poi non è stato più possibile e abbiamo semplicemente filmato quello che succedeva lungo il corso dell’anno. Dopo le riprese, i montatori hanno pensato a uno spunto, che era quello di Attenti a quei due: pensare per ognuno una regressione, per mostrare che ogni maestro, ogni uomo e ogni padre deve ricordarsi che è stato bambino: i momenti più felici sono quelli dell’innocenza. Ogni maestro ha una sfilza di fotografie e musiche che lo portano dai giorni nostri a quando è neonato. Uno di loro dice: “I bambini sono felici se ricordiamo loro che anche noi siamo stati bambini”. I bambini sulla carta ci credono, ma in realtà non lo sanno. Non immaginano che anche il papà si faceva pipì nei pantaloni o giocava”. Berlusconi, D’Alema, sono stati bambini? E Napoleone o Hitler? È una maniera di provare umanità per le persone più assurde, cosa che loro non fanno molto spesso: contemplare l’uomo in tutta la sua fisiologia, oltre che complessità psicologica e profondità spirituale. Amen».

L’Italia del nostro scontento

L'Italia del nostro scontento

Un documentario a tre voci – Elisa Fuksas, Francesca Muci e Lucrezia Le Moli – per raccontare ambiente, giovani e politica di un paese in continua trasformazione, un affresco polifonico per capire veramente chi siamo

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

Comincia con una riflessione sulla bellezza il documentario L’Italia del nostro scontento, presentato a Roma nella sezione L’Altro Cinema e realizzato da Elisa Fuksas, Francesca Muci e Lucrezia Le Moli a partire da un’idea di Franco Scaglia. Tre capitoli di vita italiana per raccontare l’“Ambiente”, i “Giovani” e la “Politica” del nostro paese, attraverso un collage polifonico di testimonianze spontanee e frammenti d’immagine. Se Elisa Fuksas si interroga sulla costruzione sociale del paesaggio, mettendo a confronto voci d’autore (da Winspeare a Olivero Toscani) e sguardi di periferia, Francesca Muci attraversa l’universo giovanile riproducendone la multiforme varietà geografica, sociale e politica, restituendoci l’immagine di una generazione sfuggente, variegata, ma fortemente consapevole, scissa tra la voglia di apparire e quella di cambiare. Lucrezia Le Moli fa invece il punto sulle contraddizioni politiche del nostro tempo, esplorando come gente comune e giovani professionisti, lavoratori e disoccupati esprimono, ciascuno a suo modo, idee politiche e punti di riferimento ideologici. Un affresco a tre voci, dunque, per raccontare chi siamo e dove stiamo andando. Ora visionario e immaginifico, ora fatto di parola e giornalistico, il documentario si sviluppa attraverso tre stili e tre approcci diversi, mantenendo comunque una sua straordinaria unità di fondo e una profonda comunione d’intenti.
Abbiamo chiesto ad Elisa Fuksas e Francesca Muci di raccontarci le origini di questo progetto.
Alcuni dei personaggi che compaiono nel capitolo “Ambiente”, da Winspeare agli abitanti di Tor Bella Monaca a Roma, dicono che oggi gli architetti disegnano senza guardare, senza vivere in prima persona il territorio che andranno a modificare. È realmente così?
E.F: «Non credo che oggi gli architetti vivano separati dall’ambiente che progettano. Credo che le parole del ragazzo di Tor Bella Monaca siano semplicemente dettate dalla rabbia. A volte, come nel caso del Corviale, sempre nella periferia romana, si è arrivati a delle vere e proprie aberrazioni, tanto che l’architetto che lo ha progettato si è suicidato. Bisognerebbe esaminare i casi particolari, ma in generale posso assicurarti che gli architetti non fanno altro che camminare a piedi col naso per aria ad osservare la realtà che li circonda!».
Come avete selezionato i giovani che hanno raccontato i problemi delle nuove generazioni?
F.M.: «Semplicemente andando in giro in motorino. Li trovavo per strada, li fermavo e cominciavo a parlarci. Molti di loro non sapevano neanche cosa stessi girando esattamente. Ho preferito che il progetto rimanesse implicito per non alterare il loro pensiero, per lasciarli liberi di esprimere le loro idee sulla loro vita e il Paese in cui vivono».
EF: «Io invece ho dovuto scartare qualche testimonianza. Non so perché (ride), ma la gente, quando si trova davanti a una telecamera, inizia a parlare di qualunque cosa, pure della lavatrice che non gli funziona. Uno, ad esempio, ce l’aveva a morte con Asor Rosa. Altri invece parlavano male della casa del vicino per invidia personale… Ma a parte questi casi, che ho deciso di non includere nel documentario, le altre sono state testimonianze preziose. Ho trovato ad esempio una classe di studenti americani molto intelligenti che mi hanno aiutato a raccontare l’Italia come un prodotto che è ancora in vendita ma che in realtà non esiste più. Tutto quello che oggi viene definito come “made in Italy” spesso fa riferimento a un prodotto che non c’è. Se ti guardi in giro, ormai il cibo è orribile, il vino è di scarsa qualità, le donne sono di plastica…».
E cosa emerge dalle testimonianze raccolte?
F.M.: «Innanzitutto uno scarso senso di appartenenza. Quando chiedevo ai giovani che impressione avessero del Paese dove vivono, mi rispondevano sempre riferendosi al loro quartiere. Il Paese è il loro quartiere, non c’è un senso di appartenenza che va al di là dei confini del posto in cui abitano. E poi c’è una grande voglia di apparire, di farsi conoscere. Moltissimi di quelli che ho incontrato sognavano di entrare al Grande Fratello…».
Il documentario è diviso in tre parti, ciascuna realizzata da un’autrice diversa, ma c’è una grande coerenza stilistica, come fosse un’opera sola. Da cosa è dato questo senso di unitarietà? Avete lavorato insieme?
E.F.: «In realtà ci siamo incontrate pochissime volte. Abbiamo lavorato separatamente. Poi la colonna sonora indubbiamente ci ha aiutato a dare al tutto un senso unitario e una coerenza di fondo. Ma anche l’autore delle musiche ha lavorato per conto suo…».
F.M.: «Forse il senso di unitarietà nasce dal fatto che siamo donne e che in fondo parliamo tutte degli stessi problemi, ma poi ciascuna di noi ha il proprio sguardo sulle cose…».

C’erano una volta i campioni

La maglietta rossa

Con La maglietta rossa Mimmo Calopresti porta al Festival di Roma la storia di Adriano Panatta, simbolo di uno sport capace di essere testimonianza sociale e politica

di Lucia Santarelli
lucia.santarelli@libero.it

Regista di rilievo internazionale, giurato a Venezia nel 2004 e a Cannes nel 2001, vincitore di un Nastro d’Argento con La parola amore esiste e del Premio Solinas con La seconda volta, Mimmo Calopresti insiste nell’impegno documentario e, a un anno di distanza da La fabbrica dei tedeschi, sulle morti nel rogo ThyssenKrupp, arriva al Festival di Roma con un altro episodio di storia italiana. È il 1976 e, tra proteste e dissensi, la nazionale italiana di tennis partecipa a una discussa Coppa Davis vincendola, in finale, contro il Cile di Pinochet. In campo, Adriano Panatta indossa una maglietta rossa.
Perché scegliere di farne un docufilm?
«In qualche modo mi pare che oggi la società non abbia più quella capacità di reagire, appassionarsi, discutere. All’epoca, la decisione di partecipare alla coppa alimentò un dibattito molto accesso. Anche lo sport si dimostrò un mezzo per testimoniare qualcosa. Oggi, invece, tutto è vissuto come un reality, lo sport, la politica».
Il parere positivo di Berlinguer, come lo stesso Panatta dichiara, fu decisivo per autorizzare la partenza della squadra e la vittoria arrivò quando in Italia il clima politico e sociale era al culmine della tensione. Come in altri momenti è accaduto, pensa che anche allora si volesse utilizzare un successo sportivo per distogliere l’attenzione da altri problemi?
«Non credo. Penso ci sia stato un intento sincero nel fare in modo che la squadra partecipasse al torneo. Sicuramente quella vittoria è servita ad avvicinare al tennis tantissimi ragazzi, aprendo anche a chi non poteva permettersi il circolo Parioli».
Il docufilm ricompone la vicenda attraverso le parole del suo protagonista principale, Adriano Panatta, accompagnate da immagini di repertorio…
«Il linguaggio documentario ha potenzialità altissime perché è in grado di raccontare la realtà per quello che è. Le storie delle persone, dei fatti accaduti sono in grado di coinvolgere il pubblico spesso molto più della pura finzione. Andrebbe utilizzato molto di più».
Dopo il Festival di Roma, dove sarà presentato fuori concorso, La maglietta rossa sarà, per cominciare, distribuito in dvd. Ma la maglietta originale, esiste ancora?
«Certo che sì. L’ho vista custodita insieme alle racchette di legno che Panatta si faceva realizzare a mano. Era un tennis d’altri tempi, un tennis antico».

Alza la testa

Alza la testa

Dopo L’aria salata Alessandro Angelini torna in Concorso al Festival di Roma con Alza la testa, la storia di un uomo ferito dalla vita e del suo desiderio di riscatto

di Tania Di Giacomantonio
tdigiacomantonio@yahoo.it

In concorso alla IV edizione del Festival di Roma, Alessandro Angelini presenta Alza la testa, con Sergio Castellitto, Gabriele Campanelli, Giorgio Colangeli. Giovane regista romano, nasce come fotoreporter, ma finisce per essere assistente alla regia e poi aiuto regista, di Nanni Moretti, Mimmo Calopresti, Cristina Comencini. Con L’aria salata, suo film d’esordio, nel 2007 è stato vincitore di due David di Donatello (miglior attore non protagonista e miglior produttore).
Come nasce l’idea del film, trae spunto da una storia vera?
«La storia non parte da un vissuto, ma non è neanche un racconto di fantasia. Questo film nasce fondamentalmente dall’osservazione, dalla mia curiosità di mettere in scena cose belle da poter raccontare. Il punto di partenza è sicuramente un uomo (interpretato da Sergio Castellitto), con la ruggine addosso: sente che le cose si stanno ormai mettendo male, ed è animato da un desiderio di riscatto, dunque si danna per mettere le cose a posto e cercare di riequilibrare il piano dissestato. Ma così facendo, si complica ancora di più la vita resa già dura dai colpi bassi ricevuti, e si allontana ancora di più da una scelta di condivisione con gli altri, perdendo tutto, nella fattispecie suo figlio, la cosa più cara che ha. Questa l’idea di partenza: un uomo che continua a sbagliare animato da un desiderio di riscatto, seguendo delle scelte che lo danneggiano».
Qual è il messaggio della tua storia?
«Il messaggio vero è un po’ sintetizzato dal titolo: alza la testa! Nel film c’è la boxe di mezzo, Castellitto ha un mediocre passato da pugile dilettante, al contrario del figlio diciassettenne che è un vero talento. Lui vuole riscattarsi attraverso i successi del ragazzo, ma la vita riserva delle sorprese e arriva il momento in cui un allenatore più bravo di lui glielo toglie. Questo è già un primo colpo perché deve abbandonarlo, quindi “alza la testa” è il grido rivolto al ragazzo, ma anche a se stesso nel senso di guarda chi hai davanti, non chiuderti non essere schivo, intento a pensare solo ai tuoi interessi. Il messaggio è realmente la storia di una caduta e di una resurrezione».
Ti senti cresciuto rispetto a L’aria salata?
«(ride) Il primo film è sicuramente qualcosa in cui arrivi senza preparazione. Tanti anni di gavetta, ma quando ti sposti fisicamente dietro la macchina da presa è tutto diverso, cambia tutto. Quindi fai il primo film con grande incoscienza, ti butti e mentre succedono le cose ti accorgi che stai lavorando. Il secondo film è realmente più difficile proprio perché ci arrivi con un’altra consapevolezza. Ho avuto la fortuna di attraversare i generi con grande libertà, mantenendo le caratteristiche che fanno parte del mio bagaglio: inizia come una commedia sgangherata, segue come un romanzo di formazione, poi diventa drammatico, con un finale imprevisto. In questo senso il secondo film è una crescita, poiché mi sono dato la possibilità di esplorare altre strade, provare cose che prima non avrei avuto il coraggio di fare».
Il direttore artistico del festival, Piera Detassis, dice che questa quarta edizione è all’insegna dell’osmosi, cioè saranno presenti film per cinefili e film d’intrattenimento. Il tuo lavoro dove lo collocheresti?
«Per me è importante sempre l’osservazione, partire da un dato reale. Non faccio film politici nel vero senso della parola, però quando si offre l’occhio alla realtà c’è sempre un’angolazione che è quella del regista e il taglio glielo dai raccontando la storia. Se diamo per assunto che il sociale è sempre politico allora sì, il mio film fa riflettere. Ma è giocato anche sull’emotività, ci son dei colpi di scena che pongono l’attenzione più sull’essere umano che sull’ambito politico/sociale».
Cosa pensi del Festival del Cinema di Roma?
«Io ci torno col secondo film, per cui abbiamo la stessa età, sono dunque contento e curioso di vedere come sarà l’accoglienza. Sono contento di partecipare e poi quando sei in concorso, sei talmente preso dall’esito delle cose, che non hai la possibilità di guardare altri film o di giudicare impostazione e organizzazione. Ho un ricordo piacevolissimo della prima edizione e poi Roma è la mia città, parla di cinema da tutti gli angoli, un festival mancava proprio, lo sento mio».
Progetti futuri?
«Per ora seguire il film, portarlo in giro, presentarlo (esce il 6 novembre con 01 Distribution) e confrontarmi con il pubblico, anche quella è una parte interessante del mio lavoro. Non dimentichiamo che i film si fanno per la gente, dunque è importante far passare un’idea, raccontare una storia e sentire le diverse interpretazioni dopo la visione. Le emozioni sbaragliano tutto, anche dopo L’aria salata avevo in mente una storia, ma poi è andata diversamente. Finché non ti metti al lavoro seriamente alla realizzazione di un film e non vedi che quella storia ti parla, non fai nulla. Non so come facciano gli altri a progettare nei dettagli il loro lavoro, è un approccio imprenditoriale che a me manca».