1Q84

1Q84Il nuovo capolavoro di Haruki Murakami è una storia avvolgente che, tra realtà e distopia, ci racconta il nostro tempo

di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com

L’ultimo romanzo dello scrittore nipponico Haruki Murakami, IQ84 (Einaudi Editore), costituito da 700 pagine dense e intense, è un incredibile gioco di specchi, una iperbolica messa in scena della rappresentazione della realtà e del tempo, una macchina della fascinazione costituita da un immaginario capace di raccontare il divenire del giorno dopo giorno.

Difficile contenere 1Q84 all’interno di possibili categorie o definizioni di comodo che possano spiegarne la bellezza e forse anche la dose di indecifrabilità che possiede, non solo perché quest’opera contiene i primi due volumi di una ipotetica trilogia (l’ultimo capitolo dovrebbe uscire il prossimo autunno) e quindi è apparentemente parziale, ma questo forse non c’entra: il fatto è che questo romanzo è la summa dell’intera opera di Murakami che qui propone tutte le sue tematiche e ossessioni, nel suo stile intimo e massimalista al tempo stesso, dove tutto è proiettato in avanti, oltre quello che deve ancora venire.

1Q84 è stato un libro molto atteso, circondato da un’aura di mistero che ha fatto scalpitare i fan di Murakami in tutto il mondo fin dalla sua prima pubblicazione in Giappone circa tre anni fa. Facile spiegarne quindi il successo commerciale, anche alla luce della nota reticenza dell’autore a concedere interviste e a parlare dei suoi lavori.

Intanto il titolo: 1Q84 è un omaggio a George Orwell. Quella Q al posto del 9, al di là dell’assonanza della pronuncia giapponese del numero 9 con quella inglese della lettera Q, assume una valenza simbolica, quella del punto interrogativo, question mark.

Ma forse c’è dell’altro. Chi ha già letto i romanzi di Murakami, da Sotto il segno della pecora a Dance Dance Dance, passando per Norwegian Wood e L’uccello che girava le viti del mondo (tutti editi da Einaudi), ha potuto notare come i suoi personaggi vivano tutti intorno a quel 1984. Sono tutti lì, ci arrivano o partono da lì, ma è quella la data emblematica che genera l’universo di Murakami. Le sue storie sono imbrigliate dentro quella cifra, in quell’anno che diventa un momento seminale, un piano inclinato del tempo che è giunto fino a questo nuovo secolo, ma è da lì che i suoi personaggi ci parlano. Se volessimo tentare di trovare delle risposte e fare un po’ di esercizio, così, solo per gioco, per cercare di capire cosa possa essere successo a Haruki Murakami in quell’anno, si potrebbe tentare di guardare l’aspetto anagrafico: Murakami è nato nel 1949 e nel 1984 aveva trentacinque anni. Allora, dov’è il gioco? Ve lo ricordate il nostro Dante, nel mezzo del cammin… Possibile? Forse, o forse no, ma lo abbiamo detto, è solo un gioco. Di certo l’età in cui si smette di essere giovani fa guardare in modo diverso la vita.

La storia è quella di Aomame, trainer e fisioterapista solo in apparenza, perché in verità è una killer professionista addestrata a uccidere chi abbia fatto del male a una o a più donne, e di Tengo, giovane insegnante di matematica costretto a fare il ghostwriter. I due si ignorano, ma a tenerli insieme è qualcosa che è successo a tutti e due nella loro infanzia e a collegarli definitivamente c’è Fukaeri, una diciassettenne autrice di un romanzo, La crisalide d’aria, da cui nasce un mondo alterato e altro.

Sì, perché l’implicazione fantastica, anzi non si fa torto a chiamare in causa la fantascienza, è la nota che accompagna tutta la storia nel suo incedere all’interno delle pieghe del tempo e delle storie raccontate. Così il romanzo si struttura intorno a questi due protagonisti, con capitoli alternati dedicati all’uno e all’altra, con il risultato che è inevitabile non venire completamente assorbiti dalle due vicende.

Il romanzo si apre con Aomame bloccata nel traffico di Tokyo mentre si reca a un appuntamento con una sua vittima. Il tassista le suggerisce di usare una scala di emergenza sulla tangenziale, cosa che Aomame fa, e subito iniziano a succedere eventi strani, inizialmente impercettibili. Aomame non riconosce le divise dei poliziotti e sente parlare di eventi passati di cui lei però non conserva memoria, fino al momento eclatante in cui la ragazza volge lo sguardo al cielo e vede due lune.

Tengo, invece, accetta la proposta di una casa editrice di riscrivere il romanzo di Fukaeri, una enigmatica ragazza, autrice di una storia intrigante ma povera di stile. Tengo, che inizialmente rifiuta la proposta, rimane irretito dalla lettura de La crisalide d’aria, tanto da accettare di riscriverlo, ma non sa che così facendo sarà trascinato all’interno di una situazione misteriosa e letale per tutta l’umanità.

L’elemento fantastico è puramente un artificio, perché 1Q84 è un romanzo che, alternando verosimiglianza e fantasia realista, non fugge mai via dalla realtà, rimane ben piantato a terra, come in un sogno a occhi aperti nel quale Murakami si preoccupa di disporre, in un altro ordine, gli infiniti dettagli del mondo quotidiano.

Da leggere.

Saper vedere il cinema

Saper vedere il cinema

Il saggio di Antonio Costa permette a chiunque di orientarsi nella storia della settima arte e tra i vari approcci teorici e critici

di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com

Spesso capita di dover recensire un saggio sul cinema che sia di carattere accademico. Accademico nel senso che si rivolge a studenti universitari che devono sostenere degli esami, e fin qui niente di male, anzi, però alle volte questi saggi impiegano un linguaggio e sono strutturati nella loro esposizione in maniera tale da essere estremamente specialistici, essendo il loro primo uso proprio quello dello studio in campo cinematografico.

Questo non è un limite, come si è già detto, però lo spettro di coloro che per un motivo o l’altro decidono di sfogliare qualche libro di cinema per ampliare o integrare la loro esperienza di spettatori è molto ampio.

È appena uscito per Bompiani Saper vedere il cinema di Antonio Costa, in una nuova edizione riveduta e aggiornata. Testo che viene spesso impiegato nelle aule universitarie, nei vari corsi sul e di cinema. Antonio Costa è un docente allo IUAV di Venezia, che ha il grande merito di rivolgersi a tutti in maniera esaustiva e completa, analizzando tutti i movimenti, gli approcci e gli sviluppi che hanno attraversato più di un secolo di cinema, sia sul piano creativo e industriale che sul versante teorico. In Saper vedere il cinema è impiegata una lingua agile, quasi discorsiva, che riesce con leggerezza a fornire e a spiegare concetti e riflessioni che hanno caratterizzato la storia del cinema. Insomma, non si parte da una necessità accademica e poi si cerca di includere tutto il resto, semmai il contrario, perché l’opera di Costa riesce a essere completa, ricca di appunti personali e aneddoti sulla storia del cinema e sulle persone che l’hanno fatta. Non ultimo, ogni capitolo invita alla lettura di altri testi, con suggerimenti per approfondire quanto affrontato precedentemente.

Costa parte dall’idea che sin dalla sua nascita il cinema è un dispositivo di rappresentazione, capace cioè di organizzare il rappresentabile, fornendo la possibilità di stabilire un ordine di oggetti più o meno rappresentabili. In questo senso nasce una contrapposizione, sin dall’inizio, che vede da una parte i Fratelli Lumière e dall’altra Méliès, due visioni del cinema in cui la seconda era la visione fantasmagorica del soggettivismo, contrapposta alla vocazione realista e oggettiva che i due Lumière avevano intuito come elemento fondante della loro invenzione. L’esempio iniziale è esemplificativo di tutto il lavoro di Costa, perché su oggettività e realismo si confroneranno gran parte del cinema e dei suoi teorici.

Una lettura che serve anche solo come orientamento per capire come vedere un film, cosa lo ha preceduto e che implicazioni ci sono state.

Le avventure di Antoine Doinel

le-avventure-di-antoine-doinelDa I quattrocento colpi a L’amore fugge, le sceneggiature dei cinque film che hanno per protagonista l’alter ego di François Truffaut

di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com

Evviva Truffaut! Una volta di più, ma non fa mai male ricordare il grande cineasta francese e la sua meravigliosa opera. Spesso il cinema riesce a essere il suo tempo, a raccoglierlo tutto in un solo fotogramma e rendere eterno quel momento, come il fermo immagine sullo sguardo di Antoine Doinel dopo la sua pazza corsa verso il mare. Il cinema è una macchina della meraviglia che filtra in continuazione sentimenti, riesce alle volte a diventare comunicazione pura, che prima di trasmettere idee trasporta emozioni.

Marsilio Editori ora pubblica Le avventure di Antoine Doinel che contiene le sceneggiature dei cinque film che hanno per protagonista il personaggio del titolo, alter ego di François Truffaut stesso. Caso veramente unico nella storia del cinema, cinque film che raccontano la vicenda umana di un personaggio dalla fine dell’infanzia fino all’età matura e sempre interpretato dallo stesso attore, Jean-Pierre Léaud, e con un passaggio dal bianco e nero del primo film al colore degli ultimi.

Léaud a partire da I quattrocento colpi diventa l’attore feticcio di Truffaut, entrambi danno un contributo decisivo a questo racconto di Doinel lungo una vita. È il caso che si mette di mezzo per far incontrare i due, infatti Lèaud non fa altro che rispondere a un annuncio sul giornale messo da Truffaut per cercare un ragazzino sui tredici anni che interpretasse il ruolo di protagonista nel suo film. Un incontro che produce subito la giusta sintonia fra i due, perché Truffaut trova nel giovane Lèaud l’idea che aveva di se stesso adolescente. Fondamentalmente un asociale, un ribelle che fa sempre e solo di testa sua, uno che ce la deve mettere tutta per superare quel momento che è l’adolescenza, che nel film I quattrocento colpi non è un periodo da ricordare con malinconia e nostalgia, ma un brutto momento, qualcosa che fa solo sperare che passi.

In questo libro troverete le sceneggiature de I quattrocento colpi, Amore a vent’anni, Baci rubati, Non drammatizziamo… è solo questione di corna e L’amore fugge, e alcune note che Truffaut ha lasciato come gli appunti per la stesura delle sceneggiature.

Forse leggere una sceneggiatura non dà il senso pieno del film, è vero, ma per lo meno significa avere a portata di mano quelle storie, quei movimenti significativi, quelle battute sfuggite o che non si riescono a ricordare. In fondo, Truffaut era un amante dei libri, dei romanzi, come la sua filmografia testimonia con molte pellicole tratte da opere letterarie. Questo per dire che comunque nel leggere queste sceneggiature si può sentire quell’ascendenza narrativa che permea il lavoro di Truffaut.

La saga di Antoine Doinel nasce un po’ per caso perché I quattrocento colpi era nato come opera unica: è con una certa riluttanza che Truffaut, anche perché un po’ impaurito dal successo del suo film, accetta di raccontare la storia di Antoine nel film collettivo Baci rubati, nell’episodio parigino di Antoine e Colette dove irrompe però l’amore, sì perché da questo episodio e per i film successivi la storia di Antoine sarà sempre caratterizzata dal suo amore per le donne. Il riportare sullo schermo il suo alter ego è stato un modo per Truffaut di dare una mano a Jean-Pierre Léaud che in quel momento era, per usare le parole del regista francese, “un po’ sbandato”. Gli amori di Antoine saranno sempre complessi e inestricabili dalla sua vicenda e dalla visione di Truffaut, e ne contrappunteranno l’esistenza fino all’ultimo episodio.

L’albero delle eresie

L'albero delle eresie

Personaggi, fatti, misfatti, tragedie e commedie, brandelli di romanzo in un’Italia sconosciuta, trailer di film mai visti, scampoli di danza, semi di poesia, artisti maledetti e artisti che non sapevano di esserlo, impostori e incompresi, sconfitte gloriose, vittorie dimenticabili, incubi meglio dei sogni. Il nuovo libro di Italo Moscati racconta tutto questo e molto altro.

Da un attento osservatore dei fatti e misfatti dagli anni Sessanta fino ai giorni nostri, una narrazione che parte dal miracolo economico e dalla dolce vita felliniana per approdare alla realtà plasmata dal mainstream.

Il mainstream, il flusso più ampio: l’aggressività delle immagini e delle parole che inseguono o perseguitano, affascinando e irritando; la svolta di linguaggi e mode o  modelli che riguarda tutti, anche coloro che le resistono o la respingono.

Nel flusso personaggi e avvenimenti clamorosi, talvolta considerati irrilevanti. Carmelo Bene, Chet Baker, Julian Beck, Pier Paolo Pasolini, Andy Wharol, Michelangelo Antonioni, Mario Schifano, Gino De Dominicis, Jimi Hendrix, Stanley Kubrick, Philip K. Dick, Fabrizio De Andrè , Pina Bausch;  e tanti altri, noti e meno noti, rimasti nel ricordo o invisibili.

Un racconto denso, appassionante. L’albero della libertà, vecchio e caro albero, non è più lo stesso. Sull’albero fiorivano eresie piccole o grandi, spesso decisive e durature, rifiutate dai poteri tradizionali e nuovi. L’albero delle libertà dava i frutti delle eresie. Idee,  sensibilità, rivolte, esperienze. Vittorie. Sconfitte. Rami e foglie che tendono a fare da contrappeso ai venti delle omologazioni. E oggi?

L’Autore ha tentato una ricerca per ricordare, raccontare, rilanciare; ha scritto un albero-libro come un grande romanzo con grandi personaggi, noti e meno noti. Fatti e misfatti. Bagliori di storia e di storie, in un reticolo di intrecci e di avventure nel tempo in cui tutto sembra coinvolgere tutti. Le differenze esistono ma si scontrano o si dissolvono. Come le eresie. Nell’immenso mainstream.

Siamo i consenzienti, automatici sudditi nel regno della immagine unica e indistruttibile: quella delle televisioni e dei suoi contenuti fin dentro la moltiplicazione degli schermi elettronici, dai computer al cellulare, alla rapida invenzione di strumenti sempre più nuovi e sorprendenti, i social network. Nulla è perduto. Perché se non esistono le eresie foglie morte continuano ad esserci gli eretici. Le storie proposte da Moscati viaggiano nelle travolgenti avventure di artisti che producono nuove eresie, non catalogabili, spesso senza saperlo; e affrontano le inquisizioni felpate, nascoste, violente, che cercano di ostacolarle e di condannarle. Oggi più di ieri.

Dice l’Autore: «Il libro nasce da diverse esperienze da me compiute come critico e giornalista che ha cercato di studiare lo spettacolo e i media; come scrittore e sceneggiatore, come docente nella facoltà di scienze della comunicazione all’università di Teramo; come frequentatore, collaboratore scientifico e direttore artistico di importanti festival (dalla Mostra di Venezia a Cannes, da Berlino a Los Angeles, da  San Benedetto del Tronto a Viterbo), come responsabile del Centro d’arte  contemporanea Pecci di Prato; infine, come regista di film documentari e tv movie. Ringrazio tutti coloro che mi hanno consentito di fare queste esperienze da cui ho molto imparato, e da cui ho tratto una profonda convinzione: non basta collegare teorie e tecniche, bisogna vivere ogni esperienza facendosi coinvolgere e voglia di capire. Nessuno  può evitare quel che è accaduto tra il Novecento e il Duemila; e che accelera fra pregiudizi e paure la necessità di superare le tante facciate delle società in cui viviamo. Bisogna navigare nell’invisibile, potente computer che esisteva anche prima del computer elettronico, nei percorsi della vita che ci tocca; nei casi migliori, riusciamo a ri-creare per tutto quel di cui abbiamo bisogno. Ecco, in questo senso posso ringraziare tutte le persone e tutte le occasioni di cui racconto nel libro. Molti dei personaggi, inseriti nel libro, li ho conosciuti di persona. Altri li ho cercati fra ciò che hanno scritto, filmato, fatti».

Italo Moscati, nato a Milano, ha vissuto a Bologna e nel 1967 si è trasferito a Roma. Scrittore e  sceneggiatore ha collaborato con Liliana Cavani per Il portiere di notte e altri cinque film; con Luigi Comencini, Ugo Gregoretti, Giuliano Montaldo, Giovanna Gagliardo. Ha prodotto i primi film di Gianni Amelio e di giovani registi come responsabile del servizio programmi sperimentali televisivi, lavorando anche con Jean Luc Godard, Marco Ferreri, Glauber Rocha. Ha pubblicato con Ediesse “Le scarpe di Jack Kerouac”, “Anna Magnani”, “Vittorio De Sica”, “Pasolini passione”, “Hitchcock”, “Federico Fellini”. Tra gli altri suoi libri “Sergio Leone- Quando il cinema era grande”, “Gioco perverso”, “I Piccoli Mozart- Wolfi e Nannerl”, “Greta Garbo-Diventare star per sempre”. Come regista, ha diretto il serial “Stelle in fiamme”, il tv movie “Gioco perverso” e numerosi film documentari tra cui  “ A New York! A New York! A New York!”, “ll castello di sabbia”, “Il sogno del futuro”, “Passioni nere”, “Le mille e una Venezia”, “Passioni nere”, “Trilogia della paura:La guerra perfetta, Maschere, Nomadi”,  “Occhi sgranati”, “Adolescenti”, “Donne & Donne”, “Viziati- la tv e gli italiani”, “Giamburrasca & C”, “Luci di Natale”, “Torino Gira”, “Concerto italiano”, “Venezia Carnevale 3D”. Ha ottenuto il premio St. Vincent come migliore autore televisivo e numerosi altri riconoscimenti cinematografici e letterari. È stato presidente del Centro d’arte contemporanea di Prato e vicedirettore di RaiEdu. Professore all’università di Teramo.

Anno Zero – Il cinema nell’era digitale

Anno ZeroLa mutazione digitale dell’audiovisivo, incluso il cinema, è l’oggetto del saggio di Alessandro Amaducci, che offre un’originale prospettiva teorica e analitica

di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com

L’attenzione per l’ineluttabile trasformazione che l’introduzione della tecnologia digitale ha apportato nel mondo del cinema si evince dal numero di saggi che indagano e affrontano questa trasformazione che rischia di minare lo “specifico filmico” del cinema.

Una nuova dimensione che ridisegna i rapporti di interrelazione tra produzione, distribuzione e fruizione. Modi che forse erano immaginabili, ma che ormai sono attuali, o lo stanno divenendo, e che, per usare un’immagine iperbolica, stanno riducendo il rapporto tra produzione e fruizione da “uno a molti” a “uno a uno”.

Un rapporto che una volta avrebbe trovato schieramenti tra il vecchio e il nuovo, tra apocalittici e integrati. Ma come Alessandro Amaducci sottolinea nel suo saggio Anno Zero. Il cinema nell’era digitale (Lindau) la storia del cinema è sempre stata attraversata da evoluzioni e innovazioni tecnologiche che hanno avuto il solo merito di poter offrire nuove possibilità espressive. Ma la svolta digitale rappresenta un punto epocale per il cinema, che potrebbe affrancarsi definitivamente dal suo specifico fotografico, dal suo processo chimico di impressione della pellicola e dal suo movimento “ingannevole”.

Amaducci sostiene, e quell’“anno zero” del titolo lo prova, che una nuova era è cominciata, un’era digitale che rappresenta la definitiva archiviazione della pellicola in favore di un abbraccio definitivo del codice binario. Senza fare ironie, nel momento in cui scriviamo la Kodak ha richiesto l’amministrazione controllata per bancarotta. Se non è questo un segno emblematico di come la svolta elettronica e digitale ha inciso sul mondo cinema…

Amaducci, che è un videoartista, ripercorre in maniera compiuta e cronologicamente esatta le tappe salienti della svolta elettronica soffermandosi in particolare su ciò che di più significativo è successo negli anni Ottanta e Novanta. Una cavalcata storica che però si mescola di continuo con un discorso teorico e critico che l’autore inserisce insieme a considerazioni e commenti per non offrire una mera panoramica storicistica.

Un discorso a parte Amaducci lo riserva alla computer grafica, offrendo un punto di vista concettuale e teorico per niente scontato, dove le immagini in CGI «sono la concretizzazione matematica di un pensiero, la visualizzazione di un modello e possono fare a meno dell’oggetto di riferimento».

Diversi autori vengono portati a esempio come testimonianze dei passaggi fondamentali dell’uso del digitale nel cinema, da Peter Greenaway a Francis Ford Coppola, Mike Figgis, David Lynch, George Lucas e altri. Dove non è difficile capire come il digitale abbia sconvolto in senso positivo l’atto produttivo del prodotto audiovisivo fornendo maggiore libertà di movimento e maggiore leggerezza logistica, un processo lento che ha dovuto vincere parecchie resistenze ma che lentamente si è infiltrato in tutti i passaggi della produzione. Come Amaducci conclude, è rimasto solo un ultimo ostacolo che sembra essere molto ostinato: quello della distribuzione. Una distribuzione miope e ancora troppo costosa che opera in maniera indiscriminata una selezione puramente commerciale e industriale, di fatto bloccando la definitiva affermazione del digitale. Un ostacolo contro cui Amaducci si scaglia con una certa veemenza poiché il blocco non è solo fattuale ma in un certo senso anche estetico poiché non permette una realizzazione piena, insomma non fa fare il passo verso l’anno uno. E non è roba da poco.

Da leggere.

La filosofia del cinema

La filosofia del cinema

Il saggio dell’americano Noël Carroll è un lavoro teorico che sfida vecchi e nuovi tabù della e sulla settima arte

di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com

La filosofia del cinema di Noȅl Carroll (Dino Audino Editore), docente universitario statunitense, è un lavoro interessante che si rivolge agli studenti come ai cinefili e che permette di fare il punto sullo sviluppo teorico-critico degli studi che hanno per oggetto il cinema e il film. Precisazione quest’ultima che non viene fatta scendere dall’alto, ma che l’autore impiega subito sin dalle prime pagine del libro: una differenziazione che chiama in campo il film cinematografico, televisivo, l’homevideo, la video arte, etc. Il fatto è che bisogna cercare di rintracciare, o meglio, chiarire lo specifico del medium: il film propriamente detto è il racconto di una storia attraverso l’illusione del movimento di immagine fotografiche impresse su una pellicola di celluloide e che fisicamente è bidimensionale. Ora, questo inganno dell’occhio può, oggigiorno, essere ottenuto attraverso altri sistemi, come la CGI, e altri ne verranno inventati sicuramente in futuro.

L’uso quotidiano della parola “film” ci porta spesso a usarla come un’etichetta che si affibbia a cose che film non sono. Certo, non è un grosso problema, ma Carroll è più che convincente nel dire che questo apparente piccolo scoglio linguistico implica una differenza non trascurabile sul piano concettuale e filosofico. Sì, perché secondo Carroll oggigiorno la filosofia ha piena cittadinanza a rivolgere il suo campo d’indagine anche al cinema (altri filosofi lo hanno già fatto, si ricordino i lavori fondamentali di Deleuze e Merleau-Ponty). Un’indagine speculare che mette sotto la lente d’ingrandimento il cinema ma certo non tutto quello che è stato fatto. Questo è un altro punto che Carroll affronta nel suo studio: qual è il cinema che interessa alla filosofia? Il cinema d’arte, è la risposta. Carroll è consapevole che una selezione all’interno dell’intero corpus cinematografico è una battaglia titanica che si muove tra i giudizi della critica e i gusti del pubblico, dove le due cose spesso non coincidono. Però non bisogna tirarsi indietro. Ne La filosofia del cinema vengono usati molti strumenti e fatti tanti esempi – con il merito di fare riferimento a film molto noti – partendo proprio dall’inizio, dagli esordi del cinema e dalla battaglia fra i primi detrattori della settima arte che non la ritenevano tale e quelli che invece ne respiravano già le immense possibilità espressive. Il tutto è racchiuso in quello specifico fotografico e in quel movimento meccanico e illusorio che inganna l’occhio. Insieme a questo c’è anche la capacità del cinema di saper irretire lo spettatore, di trasportarlo emotivamente dentro un nuovo sentimento, e di sapergli raccontare un’epoca. Non ultimo, Noël Carroll è convinto che il giudizio che si esprime su un film può essere svincolato dal soggettivismo, che è possibile ricondurre un giudizio obiettivo all’interno di un sistema di valutazione che attraverso diverse categorie possa essere oggettivo o per lo meno capace di raccogliere un consenso ragionevole.

Alla fine Carroll svolge un lavoro che vuole escludere qualsiasi presupposto storicistico, convinto, giustamente, che una buona teoria debba funzionare per tutti i film, di ieri, di oggi e di domani. Soprattutto Carroll vuole sottrarre il cinema a un antico dibattito quando afferma che il cinema non può essere un linguaggio, con buona pace della semiotica, poiché la capacità di riconoscere le immagini è un’abilità innata in tutti gli spettatori. Un lavoro che offre molte risposte ma che lascia molte domande aperte in un movimento che dovrebbe tentare di andare sempre avanti.

Buona lettura.

Fate la storia senza di me

Fate la storia senza di meIl documentario del regista torinese Mirko Capozzoli, presentato a Venezia e all’ultimo Torino Film Festival, esce insieme al libro-diario di Albertino Bonvicini, protagonista di anni intensi e di vicende drammatiche che hanno segnato la storia d’Italia. Un racconto leggero e profondo che colpisce per la sua necessità

di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com

Fate la storia senza di me (add editore) è un libro e allo stesso tempo un documentario di Mirko Capozzoli, che contiene gli interventi scritti di Alberto Papuzzi e la voce di Fabrizio Gifuni prestata alle parole del diario di Albertino Bonvicini, la cui vicenda umana è l’assoluta protagonista di quest’opera indispensabile. Sì, avete capito bene, indispensabile perché racconta non solo una parabola umana affascinante e sconvolgente, ma perché dietro di essa si staglia la storia dell’Italia, dagli anni Sessanta fino all’inizio dei Novanta, insomma il periodo degli entusiasmi e di epocali trasformazioni, ma anche i tempi delle mutazioni più impreviste, delle sviste e dei vuoti esistenziali e culturali che hanno fatto prendere a questo paese e a molte persone svolte inattese, volute o obbligatorie. Vite che spesso non hanno avuto scelta, proprio come succede ad Albertino, che si ritrova a Villa Azzurra, il famigerato ospedale psichiatrico di Torino dove lavorava Giorgio Coda, l’apologeta dell’elettroshock come pratica terapeutica. Capozzoli non scende mai nel patetico o nel melodrammatico nel raccontare questo momento, ma usa l’ironia e il coraggio di Albertino, che da bambino si ritrova in quel luogo degli orrori dove uomini, donne e bambini venivano spogliati della loro dignità di essere umani e sottoposti a vere e proprie torture con metodi da Garage Olimpo con dieci anni d’anticipo. Albertino là dentro ci finisce per deficit della burocrazia, ci finisce come in una storia di Kafka, perché se non fosse tutto vero quello che è successo, potrebbe essere solo un racconto di Kafka.

Ma la storia di Albertino è anche altro: è fatta di incredibili riprese che lo porteranno dentro i tumultuosi anni Settanta, dove inizierà il suo impegno politico, e poi negli anni Ottanta, quando ingiustamente accusato dell’incendio del bar L’Angelo Azzurro finisce in galera e ci resta per più di due anni. Sono di questo periodo le pagine del diario che compongono il libro: è il periodo in cui nella vita di Albertino compare l’eroina, che cominciava a flagellare un’intera generazione. Le testimonianze e il racconto del documentario mostrano come Albertino sia riuscito a riprendersi anche da questo scacco e con un passaggio da Torino a Roma inizia a lavorare come giornalista in Rai.

Abbiamo incontrato Mirko Capozzoli, regista del documentario e curatore del volume che lo accompagna, Fate la storia senza di me.

Come ti è successo di metterti sulle tracce della storia e della vicenda umana di Albertino Bonvicini?

«Circa sei o sette anni fa un mio amico mi fece leggere il libro di Alberto Papuzzi, Portami su quello che canta. Il libro uscì la prima volta nel 1977 e racconta una vicenda importante e prepotentemente radicata nella memoria di Torino, ovvero il processo a Giorgio Coda, dove per la prima volta in Italia, durante un processo, i malati mentali furono ascoltati come testimoni, oltre che essere le vittime dell’uso feroce dell’elettroshock cui Coda li sottoponeva regolarmente. Inizialmente volevo raccontare quella storia, quella vicenda giudiziaria, per poi rendermi conto che il racconto filmico sarebbe stato molto complicato. Nel libro di Papuzzi, in due o tre pagine si parla di quello che allora era un bambino di nove anni, Albertino Bonavicini, che entrò nel manicomio di Villa Azzurra nel 1967 per una banalità, per inefficienza della burocrazia. Questo fatto mi ha colpito subito, tanto è vero che lui era una delle prime persone che volevo contattare comunque per il documentario, vista la sua storia, ma non c’era già più. Così ho deciso di raccontare la sua storia e questo mi ha permesso di fare i conti con un periodo, quello degli anni Settanta – gli anni di piombo, il movimento del ‘77 e l’incendio del bar L’Angelo Azzurro dove morì un giovane studente, Roberto Crescenzio, caso mai risolto e che segnò la fine del movimento a Torino spalancando le porte al terrorismo – che mi ha sempre interessato e che anagraficamente non ho potuto vivere».

La storia di Albertino Bonvicini ha come sfondo quello degli anni entusiasmanti e critici del cambiamento in Italia, e lui sembra veramente viverne gli aspetti salienti.

«Della vita e delle vicende di Albertino ho scoperto un pezzo alla volta, non c’è stato nessuno che potesse raccontarmela in una volta sola, solo la madre adottiva, che si vede nel documentario, avrebbe potuto farlo, ma è una donna anziana con dei problemi di memoria, una donna che è stata veramente coraggiosa e generosa con Albertino. Il fatto è che Albertino ha avuto tante vite e tutte separate l’una dalle altre. Ogni volta che ricominciava chiudeva con il passato. E questa caratteristica mi ha condotto a dover mettere insieme i tasselli di un’esistenza che può sembrare frammentaria. Poi è vero che sembra che lui abbia giocato una partita a scacchi con il destino, molto spesso in maniera del tutto involontaria. Anche quando nel ‘77 si impegna nel movimento ha avuto un ruolo importante, i suoi compagni di allora lo raccontano come una figura carismatica ma allo stesso tempo non ideologizzata, non era imbevuto dei dogmi e degli slogan della sinistra, lui veniva direttamente dal sottoproletariato, figlio di una prostituta, abbandonato dal padre, il sentimento politico ce l’aveva addosso sulla pelle. È stato uno che ne ha combinate di tutti i colori da quando era giovane, è finito anche in un carcere minorile per poi essere affidato ai Berlanda, una famiglia bene di Torino. Ma tutti quelli che ho incontrato e che mi hanno parlato di lui gli hanno voluto veramente bene perché lui aveva un magnetismo, uno spirito che contaminava chiunque avesse intorno».

Il tuo documentario racconta una storia esplorando le vicende intime di Alberto Bonvicini, i suoi rapporti familiari, le amicizie, il lavoro, e lo fa sempre con un tocco di leggerezza.

«Mentre andavo alla scoperta di Albertino ho sentito tutto il peso della sua storia, del suo vissuto, ho capito che le cose non andavano forzate perché c’era già tutto. È stato come dare forma a un dipinto che aveva già tutti i suoi colori. Tutto è scorso con naturalezza, senza inutili o facili sensazionalismi, senza il bisogno di cercare l’affetto a tutti i costi».

Cosa ha significato per te raccontare questa storia, questa figura, e quali sono le scoperte che più ti hanno sorpreso?

«È stata una grande opportunità, è stato un modo per confrontarmi con una Storia subita perché solo letta sui libri, o vista in programmi televisivi come La notte della Repubblica di Sergio Zavoli. Ho potuto guardare negli occhi uomini e donne che in quel periodo c’erano, che l’hanno vissuto veramente come attori diretti. Ho potuto avvicinarmi a quel periodo ardente senza pregiudizi ideologici, mi sono confrontato con un centinaio di persone, alcune delle quali hanno avuto anche l’ergastolo, come alcuni esponenti di Prima Linea che ho intervistato. Poi ho potuto conoscere la famiglia cui Albertino fu affidato, i Berlanda, esponenti della Torino progressista, a casa dei quali era possibile incontrare dirigenti del PCI, e anche questa è stata una grande esperienza umana che ho vissuto. Ma è stato un modo per raccontare la mia città, Torino, e me stesso, sovrapponendomi in certi momenti alle esperienze di Albertino, come i bambini che giocano con la neve, o i momenti a Porta Palazzo, cose che ha fatto lui ma che ho fatto anch’io e che nel documentario ci sono».

Spesso i documentari richiedono un lavoro di preparazione molto lungo, tra la ricerca del materiale e la sua successiva selezione. Qual è lo stato della produzione dei documentari in Italia dal tuo punto di vista?

«Il problema grosso è la distribuzione, la possibilità di raggiungere un pubblico numeroso. Il fatto è che non c’è un’educazione al guardare i documentari, che spesso nell’immaginario collettivo vengono associati a Piero Angela o alle cose del National Geographic. Io in questa occasione sono stato fortunato perché la Film Commission di Torino e Piemonte ha un fondo per i documentari che ha finanziato il mio progetto, e inoltre l’occasione che l’editore add mi ha dato con il libro che accompagna il documentario è stata un’ulteriore opportunità. Ma anche io ho avuto momenti critici, come il trovare un produttore, che nello specifico è la Fourlab, dovermi impegnare in prima persona su tutti gli aspetti produttivi. C’è chi pensa che il documentario sia roba per sfigati, per gente che non riesce a fare il suo film e allora cerca un ripiego. Ma non è così, non lo è mai stato. Una volta la Rai dava spazio a questa forma espressiva, dedicava una fascia oraria al documentario. Oggi in tv se riesci a far passare qualche lavoro rischi che te lo facciano a spezzatino per ragioni di format del programma dove finisce. Forse bisognerebbe tentare di ridare uno spazio dignitoso per raggiungere il pubblico, perché se no si rischia veramente che ce li vediamo tra noi autori nei vari festival. Eppure io ci credo, perché mi capita sempre che persone che guardando il mio lavoro o quello di altri se ne innamorino, perché è un modo diverso di raccontare le storie, ma che riesce a coinvolgere perché racconta di vita».

Scorsese on Scorsese

Scorsese on ScorseseMichael Henry Wilson ha seguito il grande regista italo-americano per circa 40 anni, da Cannes a New York, da Roma a Parigi: il risultato sono 320 pagine e 400 illustrazioni esclusive che ne ripercorrono la parabola umana e artistica. In un’edizione di gran classe, firmata Cahiers du Cinema

Pubblicato da Cahiers du Cinema in un’edizione in lingua inglese di pregevole fattura, Scorsese on Scorsese ripercorre l’intera carriera di uno dei più grandi cineasti americani attraverso le interviste avvenute tra Scorsese e l’amico Michael Henry Wilson.

Per quasi quarant’anni, da Cannes a New York, da Roma a Parigi, l’autore ha infatti avuto il privilegio di seguire il regista in tutte le sue vicende personali e artistiche. Dal canto suo, Martin ha sempre accettato con grande entusiasmo di essere intervistato, condividendo con l’amico e confidente i suoi segreti professionali.

Scorsese on Scorsese offre quindi uno sguardo privilegiato sul processo creativo che ha caratterizzato l’opera di Scorsese, dai primi cortometraggi ai capolavori più recenti, come The Departed (2006) o Shutter Island (2010). Il volume è inoltre corredato da una ricchissima documentazione tratta dagli archivi personali del cineasta, con fotografie di famiglia, scatti realizzati sui set, sceneggiature originali, schizzi, appunti e storyboard, messi per la prima volta a disposizione del grande pubblico.

Martin Scorsese (USA, 1942) è uno tra i più prolifici registi americani, con ben 25 lungometraggi all’attivo in una carriera quarantennale che lo ha visto aggiudicarsi tutti i riconoscimenti più prestigiosi che il cinema può offrire. A partire dal successo di Taxi Driver nel 1976, film che inaugura la lunga collaborazione con Robert De Niro, Scorsese ha continuato a trarre inesauribile ispirazione dalle proprie origini italo-americane: basti pensare a Quei bravi ragazzi (1990) e Casinò (1995). Regista cinefilo con un radicato spirito d’indipendenza, è riuscito a coniugare film di cassetta come The Aviator (2004), The Departed (2006) and Shutter Island (2010) con la realizzazione di pellicole più intime e personali dedicate alla storia del cinema (Un secolo di cinema – Viaggio nel cinema americano di Martin Scorsese, 1995) e della musica (Bob Dylan, i Rolling Stones).

Michael Henry Wilson è un affermato regista e storico del cinema. Ha pubblicato, fra gli altri, A personal journey with Martin Scorsese through American movies (1997), e ha espresso la sua passione per il cinema e la storia firmando varie sceneggiature (Sesso e altre indagini, 2001, di Alan Rudolph) e propri film, da In Search Of Kundun (1998) a Reconciliation (2010). (L.G.)

Il libro segreto di Shakespeare

Il libro segreto di ShakespeareCome il film di Emmerich, Anonymous, il romanzo di John Underwood è un’avventura alla ricerca della vera identità del bardo inglese, con un finale inaspettato come la possibile vera identità del celebre drammaturgo

di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com

Il dibattito sull’identità di William Shakespeare non è nuova, ma resta pur sempre un affare intrigante e carico di mistero. Perché qualcuno avrebbe dovuto usare il nome di un probabile analfabeta, figlio di un guantaio, che al massimo sarebbe stato un discreto attore, per poter mettere in scena i propri capolavori? E soprattutto chi e perché nel corso dei secoli ha vegliato su questo mistero custodendolo con tanta tenacia?

Domande con cui si sono lambiccati il cervello personaggi di un certo rilievo: tra gli anti-stranfordiani, cioè coloro che dubitano dell’identità dello Shakespeare storico, troviamo Mark Twain, Charlie Chaplin, Orson Wells, solo per nominarne alcuni. Adesso, dopo il film di Roland Emmerich, Anonymous, appena uscito in sala, è in libreria il romanzo Il libro segreto di Shakespeare di John Underwood (Newton Compton), che promette rivelazioni sensazionali. Il nome dell’autore, Underwood, è un alias preso in prestito da uno degli attori della celebre compagnia The King’s men, sotto cui si cela Gene Ayres. L’autore costruisce una trama romanzesca in bilico tra il noir e il thriller con una buona dose di azione, ma al suo interno riesce a fornire informazioni del tutto plausibili su chi possa essere veramente il bardo inglese e sul perché il mistero della sua identità sia stato preservato nella storia anche attraverso metodi violenti. Un mistero che attraversa i secoli. Il romanzo si apre con la scomparsa del professor Desmond Lewis, in viaggio verso Berkley. Con lui sparisce anche un prezioso manoscritto che avrebbe gettato nuova luce sull’enigma di Shakespeare. A interessarsi del caso è Jake Fleming, giornalista di San Francisco, che, nonostante lo scetticismo iniziale, viene attratto da una spirale di segreti e pericoli mentre cerca di indagare sulla scomparsa dello studioso. Apparentemente si potrebbero ravvisare delle analogie con i romanzi di Dan Brown, ma qui non ci sono sette o misteri insondabili che sfociano nell’esoterico: Ayres utilizza la finzione per offrire prove a sostegno della sua tesi, fino a rivelare la possibile autentica identità del drammaturgo inglese. In un insieme di rocambolesche fughe, scienziati di fisica e una conturbante professoressa d’inglese, il romanzo si legge tutto d’un fiato verso una rivelazione incredibile.

Vale la pena citare l’avvertenza dell’autore, che precisa come i i nomi dei personaggi contemporanei e le varie associazioni fatte nel suo libro siano puramente inventate, mentre tutto il resto – personaggi e istituzioni storiche – sono reali e frutto di una ricerca minuziosa. Ricerca che a Gene Ayres è costata parecchio, visto che ha impiegato alcuni anni per trovare un editore disposto a pubblicare Il libro segreto di Shakespeare. Che i custodi di questo mistero siano ancora fra noi?

Buona lettura.

La casa per bambini speciali di Miss Peregrine

La casa per bambini specialiIl romanzo d’esordio di Ransom Riggs è una delle opere più avvincenti in circolazione. Un racconto del mistero e dell’orrore, ma anche uno sguardo al passato e alla ferocia della Seconda Guerra Mondiale con i suoi fantasmi mai scomparsi

di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com

Un’isola sconosciuta, segnata su nessuna mappa, davanti alle coste del Galles. Una casa usata come orfanotrofio che ha dato rifugio a bambini sfuggiti allo sterminio nazista. Bambini dotati di strani poteri e paurose facoltà. Adesso, all’interno di quella casa, è rimasta solo una collezione di strane e vecchie fotografie. Qui giunge Jacob, alla ricerca del mistero di questo luogo, ma per lui la cosa più agghiacciante sarà scoprire che l’isola non è disabitata e che il mistero che lui vuole comprendere ancora alberga dentro le mura della vecchia casa. E quelle inspiegabili bizzarrie rappresentate negli scatti delle fotografie saranno l’unico strumento per cominciare una spaventosa e paurosa ricerca. Sì, perché alcuni di quei misteriosi bambini non sono mai andati via dall’isola, vi sono rimasti in attesa di qualcosa o qualcuno che prima o poi arriverà.

Questo è La casa per bambini speciali di Miss Peregrine di Ransom Riggs (Rizzoli Editore). Romanzo inclassificabile che mette assieme diverse epoche mescolandole in una sapiente alternanza tra produzione fantastica e realismo, e che possiede tutte le caratteristiche per tenere incollato il lettore fino alla fine, senza tregua. Romanzo avvincente che si presenta come un imbattibile labirinto, un rebus fatto di specchi, il tutto accompagnato da angoscianti fotografie che appaiono fra le pagine del libro come illustrazioni d’epoca, ma che hanno una funzione specifica. Qui Jacob iniziarà a fare le sue scoperte sui bambini speciali, creature umane ma allo stesso tempo mostruose, forse incontenibili. Jacob non può sottrarsi alla sua ricerca, che riguarda anche suo nonno, l’unico della famiglia a essere scampato alla ferocia nazista, trovando rifugio da bambino proprio su quell’isola. Ma l’orrore del passato ha continuato a popolare i sogni di suo nonno. Chi sono quei mostri e cosa vogliono? Jacob deve trovare una risposta, qualcosa che permetta a lui e alla sua famiglia di liberarsi per sempre dagli orribili ricordi di quella casa, di quell’isola. Jacob inizia a scoprire che quei bambini forse sono ancora dentro la casa di Miss Peregrine, rinchiusi dentro un’altra dimensione, e stanno aspettando qualcosa di tremendo, pronti a colpire duramente chiunque.

Opera prima di Ransom Riggs, questo romanzo rappresenta uno dei migliori esordi di questo inizio secolo, non esageriamo. Riggs riesce a maneggiare una materia ardente catturando lo sguardo del lettore non solo con la lettura ma anche attraverso le fotografie che accompagnano la storia, foto vere rintracciate dall’autore presso collezione private. Una sfida pericolosa ma riuscita, al di fuori dei discorsi sul postmoderno: quello che si legge è un racconto dell’orrore, ma anche un resoconto storico sulla presenza del Male, o per lo meno sulla sua incarnazione secolare nel nazismo, nella storia. Paradossalmente, dentro le maglie del genere è presente la memoria, di cui il romanzo rappresenta un necessario richiamo, perché non svanisca, perché resti. Perché la memoria è un pezzo dell’anima e se si comincia a dimenticare, come Jacob scoprirà, i mostri torneranno.

Da leggere.

L’isola prigione

L'isola prigione

L’ultimo romanzo di Ottavio Cappellani racconta di una Sicilia distopica, scossa dalla comparsa di creature mostruose perché umane. Una storia che mescola insieme tanti generi – avventura, fantascienza e horror – ma che è anche una potente riflessione sul nostro presente

di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com

L’isola prigione di Ottavio Cappellani (Arnoldo Mondadori Editore) è uno dei romanzi italiani da leggere adesso. Cappellani è salito alla ribalta con i suoi romanzi che hanno per protagonista l’ineffabile gangster Lou Sciortino, ma ancora di più perché le sue storie sono tutte ambientate in Sicilia. Lui è di Catania, ma la Sicilia non fa solo da sfondo alle sue storie, ma ne è l’anima, un’anima antica, pagana, piena di mistero e di segni indecifrabili, comprensibili solo a chi ci vive. La sua è anche una Sicilia che da qualche millennio è il vero laboratorio dove si tenta la convivenza e il mescolamento di culture e civiltà diverse, proprio in mezzo al Mediterraneo, dove la breve distanza dalla terraferma è un cordone sanitario a protezione della inevitabile, e forse anche benefica, contaminazione. Un posto che a ogni fallimento ricomincia dimentico di quello che è stato prima. Sembra che la Sicilia sia l’unico pezzo di passato che esiste proiettato nel futuro e da là manda segnali a noi poveri ignari di quello che ci attende. Nel bene e nel male.

Sulla spiaggia di Catania, all’alba, un turista danese viene sbranato vivo da strane creature, sotto gli occhi del suo amico. Le indagini partono subito alla ricerca del branco selvaggio, e mentre tutti si domandano da dove siano spuntati fuori questi cani, per giunta belli grossi oltre che feroci, visto come hanno ridotto le ossa del povero scandinavo, in diretta televisiva un’inviata viene assalita e divorata, così tutti vedono la vera natura di queste bestie affamate che non sono cani, ma uomini. È un vero colpo di scena che scatena il panico, ma solo sull’isola perché il resto del mondo sembra fregarsene di quello che da quelle parti sta accadendo e lascia che le cose seguano il loro corso senza interferire. La Sicilia inizia così a regredire in un passato ancestrale, primitivo e ferino. Chi può tenta la fuga ammassandosi nei porti alla ricerca di un’imbarcazione, anche di fortuna, per trovare riparo sul continente, mentre il terrore non fa che dilagare ovunque. Dentro a questo scenario apocalittico ci sono i protagonisti della storia: Gabriele, regista di documentari, alla ricerca di una storia sensazionale; Michela che fa la guardia forestale; e il quindicenne Turuzzieddu, al quale gli uomini cannibali hanno mangiato i genitori. Sono loro tre che cominciano un viaggio pericoloso e affascinante per cercare di capire cosa stia accadendo in Sicilia, quale mistero si sia scatenato.

Il romanzo ha i tratti di una fiaba nera, un racconto fantascientifico distopico dove la realtà all’improvviso slitta su un altro piano e crea un presente parallelo, ma che a guardarlo da vicino sembra nascosto fra le maglie della nostra quotidianità. Se si richiama alla cronaca e ai fatti di questi ultimi mesi – rivolte collettive, tragedie di massa, non ultimo il dramma degli immigrati disperati, disposti a sfidare il mare pur di avere un briciolo di speranza da un’altra parte che non sia casa propria – L’isola prigione è anche qualcos’altro. Un romanzo che si legge come una storia d’avventura ma che cela una riflessione profonda, che alle volte mostra un volto cinico, un modo per sopravvivere al futuro volgendo lo sguardo al passato. Il mistero de L’isola prigione esiste e può essere svelato e Cappellani al lettore fornisce una piccola indicazione che diventa una bussola per chi naviga fra le pagine del suo romanzo e che si trova nel prologo, in cui un carcerato parla di libri. Di più non si può dire perché il resto lo dovete scoprire da soli.

Buona lettura.

Le radici del cielo

Le radici del cieloIn un’Italia post-apocalittica, tutto è stato distrutto e i pochi sopravvissuti vivono nel sottosuolo, abbandonando la superficie a creature orribili. Da Tullio Avoledo il capitolo italiano del fenomeno letterario creato dal romanzo russo Metro 2033

di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com

Le radici del cielo di Tullio Avoledo (Multiplayer.it Edizioni) è il capitolo italiano (potrebbero essercene altri) dell’universo di Metro 2033 creato dallo scrittore russo Dmitry Glukhovsky. Il progetto di Glukhovsky è cominciato sul web, dove inizialmente l’autore ha postato il suo romanzo, che è subito diventato un fenomeno mondiale da cui è stato creato un videogioco di grande successo anch’esso. In questo universo, l’anno è quello del titolo, l’umanità è stata quasi annientata dall’olocausto nucleare. Sono ormai passati vent’anni da quel giorno. Ciò che è rimasto sopravvive nascosto nel sottosuolo, nelle gallerie della metro di Mosca. Fuori non si può andare perché le radiazioni sono micidiali e il pianeta Terra è forse interamente avvolto dall’inverno nucleare. Non si sa niente, non si sa quali siano e se ci siano posti scampati alla pioggia di bombe, l’unico spazio veramente vitale è quello che si occupa con il proprio corpo e basta. Niente comunicazioni, niente comodità, c’è solo silenzio e costante pericolo. O sei cacciatore o sei preda.

Questi i presupposti di un successo mondiale che ora si sta sviluppando in molti paesi del globo, dove diversi scrittori stanno partecipando a raccontare l’anno 2033 all’interno del mondo fittizio di Metro 2033 ma cambiando location, raccontando le loro città, il loro paese. All’appello per l’Italia ha risposto Tullio Avoledo, forse tra i più innovativi e sicuramente capaci scrittori nostrani. All’inizio dell’estate lo avevamo intervistato in occasione dell’uscita di Un buon posto per morire, scritto a quattro mani insieme a Davide Boosta Dileo. Ora è di nuovo in libreria con questo Le radici del cielo.

Anche l’Italia è stata colpita dalle bombe atomiche. Roma è solo un cumulo di macerie, rovine su rovine in un paesaggio desolante e angosciante. Tra le varie comunità di sopravvissuti c’è quella che si trova nelle catacombe di San Callisto, chilometri di gallerie scavate nel tufo. È qui c’è l’ultimo rappresentate della Curia, il Camerlengo Albani. Da oltre vent’anni il soglio pontificio è vacante, ma ora arriva una notizia sconvolgente: si dice che il Patriarca di Venezia sia vivo ma tenuto prigioniero. Se l’informazione si rivelasse vera, sarebbe possibile indire un conclave ed eleggere un nuovo Papa. La missione di recupero viene affidata a un prete americano che il giorno della Tribolazione – così la Chiesa chiama il disastro nucleare – si trovava a Roma, John Daniels. A scortarlo in quella che sembra solo un’operazione suicida ci sono sei uomini appartenenti a quello che resta delle Guardie Svizzere, di fatto dei mercenari. In questo mondo dove la vita non vale niente e si tira a campare, depredando quanto risparmiato dalle radiazioni o semplicemente portandolo via a chi è più debole, padre John Daniels viene messo nuovamente a dura prova, la sua fede è forse l’unica arma che ha a disposizione per trovare un senso a quello che gli accadrà. Il viaggio ha inizio e padre Daniels e la sua scorta sono costretti a muoversi solo di notte. Il pericolo non sono solo le mortali radiazioni solari, visto che lo strato di ozono è quasi del tutto sparito, ma soprattutto le creature che si muovono in questo orizzonte orrorifico. Creature forse una volte umane o animali, ma tutte generate dalle mutazioni causate dalle radiazioni e dalle armi batteriologiche. Padre Daniels si ritrova così per la prima volta dopo anni in superficie, un luogo che non riconosce più e dove inizia a fare scoperte sconvolgenti, a partire dagli uomini che dovrebbero proteggerlo e aiutarlo nella sua missione. Perché è vero che la parola e ciò che distingue l’uomo, ma il vero uso distintivo che egli ne fa è la menzogna.

Tullio Avoledo ha scritto un grande romanzo. Al di là del fatto che esso appartenga a un progetto ben definito, di cui presto potrebbe approdare sul grande schermo l’opera seminale, Metro 2033 appunto, Le radici del cielo è un’opera che ridefinisce i confini della letteratura italiana. Finalmente arriva qualcosa che sa dire una parola nuova senza dover scimmiottare gli americani, qualcosa che non soffre di alcun complesso di inferiorità. Il fatto che i luoghi nominati siano ben noti a tutti noi, come le Catacombe, l’Eur, l’autostrada del sole, il palazzo Ducale di Urbino e la città di Venezia, e che siano descritti realisticamente in questo contesto post-apocalittico, fa capire come Le radici del cielo sposti l’asta in avanti, e mostra come la letteratura di genere, in questo caso fantascientifica, in Italia non sia solo possibile ma anche necessaria, per fuggire dalla reiterazione delle stesse tematiche, degli stessi luoghi, degli stessi finali, e svecchiare tutto scrivendo di cose che non hanno bisogno di ambientazioni esotiche.

Avoledo mescola diversi elementi innestando il tutto all’interno di una storia distopica e paurosa. Abbiamo quindi la quest, l’avventura, il racconto d’azione e d’orrore, ma vengono affrontati temi importanti come la fede nella possibilità di crescere anche in un mondo che si sbriciola come un muro bruciato e la speranza che si costruisce giorno dopo giorno, nonostante tutto. Allora anche la ricerca di quello che potrebbe essere il nuovo Papa assume un significato non solo simbolico o burocratico, ma più profondo, come le radici che egli rappresenta, quelle del cielo, appunto. Non viene risparmiato niente, ma il finale è inaspettato, da lasciare senza parole. La sola anticipazione che si può fare è quella Venezia immersa in canali secchi e che si presenta come una fortezza.

Da leggere.

La città & la città

La città & la cittàScrittore visionario che sfugge alle classificazioni di genere, China Miéville ci regala un romanzo di rara potenza, un racconto che parte da un efferato omicidio e ci conduce all’interno di due mondi, due città uguali ma distinte, dai confini invalicabili

di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com

Torna in libreria China Miéville con La città & la città (Fanucci Editore), ultimo suo romanzo a essere tradotto da noi. Sì, perché lo scrittore inglese nel frattempo ha scritto un altro paio di romanzi che speriamo seguano presto sui nostri scaffali La città % la città. China Miéville si è guadagnato nel tempo la fama di essere uno scrittore visionario che sfugge alle classificazioni di genere, anche se è spesso considerato un autore riconducibile a quel filone del fantastico che va sotto il nome di “New Weird”. Però Miéville è qualcosa di veramente inclassificabile, ogni suo lavoro è un appuntamento con qualcosa che prima non c’era e questo suo ultimo romanzo lavora proprio dentro questa dimensione. Se la cornice è fantascientifica, il dipinto è un noir in piena regola che richiama alla memoria i classici americani, quelli del hard-boiled, Chandler e Hammet su tutti.

La storia di per sé è pazzesca. Due città, simili e distinte, figlie del fallimento e del crollo del blocco sovietico, un mondo che quindi è già “post” qualcosa. Le due città condividono molto, forse tutto, coesistono nello stesso tempo, non nello stesso spazio, sono sovrapponibili ma non hanno le stesse coordinate geografiche, o sei nell’una o sei nell’altra, la simultaneità non è compresa, questo è ciò che vogliono i loro governanti. In queste due città, che sono l’una il confine invalicabile dell’altra, la realtà è quella dei nostri giorni, ma c’è una cosa che non deve mai accadere: il crimine più grande in questi luoghi e vedere un cittadino dell’altra città. Ecco, questo non deve mai accadere, ma succede.

È da questo spunto che inizia la storia vera e propria. L’ispettore Taydor Borlù è chiamato a indagare sulla brutale morte della giovane Mahalia Geary, una studentessa straniera che si scoprirà essere stata un’agitatrice politica nella città di Besźel come nella città gemella di Ul Qoma. Taydor è consapevole del divieto di superare il limite invisibile e recarsi nell’altra città, ma è costretto a farlo, e il suo gesto lo condurrà a rivelazioni inaudite circa la realtà del suo mondo.

La città & la città è una fantasmagoria letteraria, un’iperbole che celebra vecchi cliché di genere riproposti in una chiave punk alterata dalla fantasia di Miéville. Pagina dopo pagina il romanzo si rivela una detective story in piena regola e può essere seguito su più piani: quello poliziesco, appunto, o quello fantascientifico. Ma i livelli di comprensione sono molteplici e stratificati e, come per ogni opera di Miéville, altre schegge entrano nel suo universo per parlare di politica, questioni sociali, razziali. Un puzzle che si ricompone tutto all’interno di un immaginario che, volente o nolente, sta diventando collettivo.

Buona lettura.

Player One – Intervista ad Ernest Cline

Player OneIn un futuro non troppo lontano, il destino dell’umanità è chiuso all’interno di un videogioco, ma nel mondo virtuale le cose non sono quello che appaiono e il protagonista, Wade Watts, ha un gran da fare per salvare il mondo…

di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com

Player One di Ernest Cline (Isbn Edizioni) è un romanzo che si ama subito. Una volta entrati dentro bisogna arrivare alla fine. Insomma, una proposta interessante per una storia a dir poco spettacolare che mescola il sapore vintage della cultura pop degli anni 80, quando tutto sembrava destinato a non finire mai, a un futuro non certo roseo e neanche tanto lontano: siamo nel 2044 e le cose non vanno bene, ma anche qui, adesso, nel presente, non è che ce la stiamo spassando.

L’autore Ernest Cline è alla sua prima prova letteraria con Player One, ma negli Usa è diventato già un autore di culto, e se lo merita. A tanti per il momento il suo nome non dirà molto, ma è lui l’autore della sceneggiatura del film di Kyle Newman Fanboys del 2009. Anche per questa sceneggiatura Cline ha avuto un percorso tutto suo, anche travagliato, perché gli studios americani non è gente che apprezza in maniera piena la creatività. Dopo aver scritto il copione di Fanboys lo ha postato su Internet e lentamente la storia ha cominciato a destare la curiosità di molti, inclusi gli addetti ai lavori, ma tra scrittura e realizzazione sono passati ben dieci anni.

Ora c’è questo Player One, in cui Wade Watts, come gran parte dell’umanità, passa la maggior parte del suo tempo in Oasis, un videogioco collettivo dove è possibile immergersi in universo virtuale. La gente passa così il tempo per sfuggire alla paura di un mondo sull’orlo del collasso. Adesso James Halliday, il creatore di Oasis nonché eccentrico miliardario, è morto e ha destinato la sua intera fortuna al primo che scoprirà le tre chiavi nascoste dentro il gioco. L’unico indizio a disposizioni per i partecipanti, praticamente tutti, è la passione che Halliday aveva per la cultura pop degli anni 80, quella in cui era cresciuto, quella in cui i videogiochi diventarono un fenomeno di costume. Tutto il mondo assiste mentre Wade trova la prima chiave. Ora per lui si materializzano nuovi nemici, veri e virtuali, nonché la possibilità di diventare la vera speranza per la sopravvivenza del mondo.

Player one diventerà presto un film ad alto budget prodotto dalla Warner bros. Di questo e altro abbiamo parlato con l’autore, Ernest Cline.

Il film che hai scritto, Fanboys, e questo Player One richiamano costantemente la vita di un adolescente negli anni ottanta. C’è un po’ di nostalgia in questo?

«Sì, c’è in entrambi i lavori, e il fatto è molto semplice, io ero un adolescente negli anni ottanta. Ho vissuto quell’intera fantastica ondata di cose nuove che sono successe in quel periodo: le prime console per videogiochi – io avevo un Atari – la musica, i film di Guerre stellari, Ritorno al futuro, Indiana Jones. Sono cose che mi porto dietro da allora, e le ho usate sia per scrivere Fanboys che Player One».

Pensi che quello fosse un periodo migliore?

«No, non direi. Abbiamo forse perso qualcosa, ma il fatto è che negli anni ottanta le cose erano più semplici e immediate. Tutti, per lo meno nel mondo occidentale, guardavamo gli stessi film, gli stessi programmi, la musica era uguale per tutti. Era tutto diverso, ma non credo che fosse migliore di quello che c’è oggi».

Qual è l’idea che c’è dietro Player One?

«Willy Wonka, quello della Fabbrica di cioccolato. Ho pensato che invece di fare dolci Willy potesse progettare videogiochi. Era un’idea che mi girava per la testa da parecchio tempo. Ricordo uno dei miei giochi preferiti negli anni ottanta: si chiamava Adventure. All’Atari non davano spazio a chi progettava i videogiochi, così il programmatore infilò dentro il gioco il suo nome, che compariva solo se riuscivi ad arrivare alla fine, ed è una cosa vera, successa sul serio. Anche questa era una cosa che poteva fare Willy Wonka. Poi in giro non c’era una storia del genere, così mi sono deciso a scriverla io».

Il personaggio di James Halliday sembra ricalcato sui vari Bill Gates, Mark Zuckerberg, Ralph Ellison e altri tycoon dell’informatica, ma molto spesso di questi personaggi non si parla molto bene.

«Sì, è vero. James Halliday ha molto in comune con queste figure, ma lui è un personaggio positivo e negativo allo stesso tempo. Con i suoi soldi potrebbe contribuire a rendere il mondo un posto migliore, ma quando muore lascia tutto a chi vincerà una gara, le cui regole le ha stabilite lui. È un idealista e passionale, ma è anche infantile e per certi aspetti irritante».

Nel romanzo tu racconti chiaramente, attraverso il personaggio di Wade, come la gente si crei degli alias fasulli online, magari inventandosi una vita fittizia con cui tragicamente iniziano a immedesimarsi.

«A me capita di continuo, tutti i giorni. Ormai è una cosa consolidata che nella vita di tutti i giorni ci si trascina con le solite cose, il lavoro, la scuola, casa, gli amici, poi sui social network diventiamo qualcos’altro, si diventa qualcosa di alternativo alla nostra personalità, si cerca di compensare la quotidianità, più spesso riempiendola con qualcosa che si pensa possa darla maggior senso. Ma la vita vera è sempre quella che sta al di fuori dei mondi virtuali».

Tu pensi che i videogame siano diventati il vero fenomeno di intrattenimento di questi ultimi anni?

«Assolutamente. Ormai hanno superato anche il cinema. Sono sempre più realistici e coinvolgenti, un grado di immedesimazione che fa paura, lo dice un gran giocatore. Non a caso ci sono posti dove la gente si reca per disintossicarsi dal gioco. Ci sono delle vere cliniche, perché i videogame danno assuefazione. Io non ho mai sentito di qualcuno che è finito in clinica perché guardava troppi film. Questo è il rapporto nel bene e nel male».

Qual è il tuo videogioco preferito al momento?

«Portal. È un gioco di puzzle. Incredibile. Lo ripeto, usateli con cautela i videogiochi, perché hanno effetti collaterali indesiderati».

Mi consiglieresti di giocarci?

«Ti farà andare fuori di testa».

Il tuo è un romanzo di fantascienza, un genere che spesso viene criticato.

«Io non ho scritto Player One per fare contento qualcuno o per andare incontro ai gusti della gente. Ho scritto la storia che mi piaceva e basta. Penso che la fantascienza sia un grande strumento per parlare del nostro presente facendo finta che accada domani».

Per te che differenza c’è tra scrivere una sceneggiatura e un romanzo?

«Un romanzo è più difficile da scrivere, devi star lì a descrivere tutto e non farti sfuggire di mano la storia, i personaggi, le loro vite. Una sceneggiatura è più leggera, in tutti i sensi. Pensi soprattutto allo sviluppo della trama e ai dialoghi. Per tutto il resto ci sono i vari reparti che completano il tuo lavoro e un regista che gli darà una visione».

Come è stata la tua esperienza con gli studios hollywodiani?

«La prima volta, con Fanboys, è stato veramente frustrante. Combattevo ogni giorno perché c’era sempre qualcuno che voleva cambiare qualcosa, una volta volevano cambiare addirittura la storia. È stata un’esperienza per niente piacevole. Invece con Player One le cose stanno andando alla grande. Quest’estate ho finito la sceneggiatura e la Warner bros. annuncerà dopo Natale il nome del regista».

Stanno pensando a un grande film?

«Sì, vogliono fare le cose in grande. Sono entusiasti di Player One. Sarà un film con effetti speciali sensazionali. Alla Warner vogliono fare una cosa tipo Avatar».

Grazie ancora, Ernest, per il tempo che ci hai dedicato.

«Grazie a voi».

Warm Bodies

Warm BodiesIl romanzo d’esordio di Isaac Marion, da cui è già stato tratto un film che vedremo l’estate prossima, annuncia la new wave degli zombie ed è anche una storia d’amore, ovviamente sui generis

di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com

Gli zombie hanno sempre fatto paura, poverini, con quel loro aspetto dimesso e putrescente, e con la loro fame di carne viva, possibilmente umana. Per lo meno è così che sono stati sempre rappresentati, fin dalla loro comparsa cinematografica, quella dirompente nel ‘68 con il magnifico La notte dei morti viventi di George A. Romero, che non poco deve al Io sono leggenda di un altro grande, Richard Matheson. Pellicola indimenticabile, film semi-amatoriale ma di gran classe e soprattutto di gran paura nel suo magnifico bianco e nero. C’è poi che gli zombie hanno continuato a fare le loro comparsate (c’è da dire che sul grande schermo ci sono sempre stati anche in versione comica come in Zombies on Broadway del ‘45), per ritornare sporadicamente qua e là in film horror di diversa fattura, ma sicuramente in un altro film epocale: Zombi (in originale L’alba dei morti viventi) del solito Romero.

Sta di fatto che, passata la sbornia da vampiro, la prossima ondata soprannaturale sembra essere proprio quella dei morti viventi. Insomma finché c’è vita c’è speranza, e pure l’amore – sembra dirci Isaac Marion, trentenne americano che ha messo a soqquadro il mondo editoriale con il suo Warm Bodies (Fazi editore), cui seguirà anche il film già in produzione e in programmazione dal prossimo agosto. Nel film, oltre ai due protagonisti Nicholas Hoult e Teresa Palmer, ci sarà anche John Malkovich. Il tutto prodotto dalla Summit Entertainment, quella della saga di Twilight. Quindi, detto fatto, la prossima wave sarà quella degli Zombie. Infatti è in produzione un altro kolossal, World War Z con Brad Pitt e altri ne verranno, però, al di là dell’ironia, il romanzo di Marion ha una sua storia particolare e avvincente. Infatti l’embrione di Warm Bodies è stato un racconto di Marion, I Am A Zombie Filled With Love, che l’autore postò su Internet, dove divenne il racconto più cliccato, tanto da spingere Marion ad ampliare la storia fino a farla diventare un romanzo.

La storia è quella di R, uno zombie morto da poco, così che il suo aspetto non risulta disgustoso, ma può passare come quello di un manager molto stressato con la carnagione grigiastra e due profonde occhiaie nere. Per il resto R non ricorda niente della sua vita precedente, quella in cui era vivo e vegeto. In lui rimangono echi lontani di sensazioni, sentori, qualcosa che però gli sfugge sempre e che ormai, forse, non ha più importanza. Così R un giorno si ritrova a mangiare il cervello di un malcapitato, ma lentamente i ricordi della sua vittima si trasferiscono in lui, così R si ritrova innamorato di Julie e la va a cercare, tentando di proteggerla ad ogni costo, ritornando ad assaporare il significato di un’umanità che credeva persa.

Marion gioca con lo stereotipo ribaltando le situazioni e incorniciandole all’interno di un panorama orrorifico e post-apocalittico, un panorama desolante e pauroso in cui però è possibile ricavare una nicchia di speranza. Guardate, non siamo davanti a una geniale trovata commerciale, anzi, Warm Bodies è anche il ritratto di noi, oggi, che non siamo certo zombie ma viviamo in un mondo costrittivo e riduttivo. Se il film Zombi di Romero mostrava i morti viventi che andavano a sbattere contro le porte sbarrate del centro commerciale al cui interno si erano barricati quattro sopravvissuti, e voleva essere una sagace critica al consumismo sfrenato (i morti reiterano gli stessi gesti dei vivi e vanno al centro commerciale), in Warm Bodies la critica attraversa costantemente le pagine e la storia, fin dal suo incipit: “Sono uno zombie e non è così male”. La solitudine sembra essere il male della nostra epoca, questo sembra voler dire Isaac Marion con la sua ironia, così come il sentirsi spesso inadeguati con il rischio di cadere in depressione.

C’è poi il fatto che Warm Bodies è anche una storia d’amore, immancabile forse, ma molto, molto particolare. Provateci voi a uscire con uno zombie. Bè, forse, qualche volta capita pure.

Buona lettura.

Taxi Driver – Storia di un capolavoro

Taxi Driver

A 35 anni di distanza dalla sua uscita, Geoffry Macnab racconta la genesi di uno dei film più celebri della storia del cinema, che ha consacrato il mito di Martin Scorsese e Robert De Niro

di Massimiliano Pistonesi
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Taxi Driver. Storia di un capolavoro (Minimum fax) di Geoffry Macnab non è esattamente un saggio o una cronistoria di quello che è successo tra il 1975 e il 1976, quando il celebre film di Martin Scorsese venne messo in produzione, no, è un racconto vero e proprio, un viaggio dentro gli avvenimenti e le strane alchimie del caso che hanno reso questo film non solo il film di Scorsese, di Robert De Niro e del suo sceneggiatore Paul Schrader, ma il manifesto di un decennio e di un sentimento, nonché il film di New York City.

In questo senso Taxi Driver è un punto di svolta nella storia del cinema: tutto quello che lo ha preceduto sembra convergere in esso e da lì riparte traendone origine. Difficile dire se sia da intendersi oggi come film seminale, ma sicuramente si tratta di un film emblematico. Di certo, quello che oggi si può dire è che Taxi Driver è stato una possibilità per il cinema americano degli anni Settanta, anni in cui i vecchi produttori arrancavano cercando una nuova traiettoria per continuare a fare soldi, mentre una nuova generazioni di autori e filmmakers – quella di Scorsese, De Palma, Coppola, Lucas, Spielberg, Cimino, Carpenter e altri – stava riscrivendo le regole del gioco. Di fatto, stavano reinventando Hollywood.

Questo libro fa entrare dentro una storia nella storia. Ci sono le biografie parallele dei realizzatori del film, che si trovano a combattere con produttori che non credono nel progetto e sperano solo di ritrovarsi fra le mani un buon B movie. Contemporaneamente la logistica per le riprese non è delle migliori, con la produzione in piena estate, una troupe stremata dal caldo e dalle riprese notturne, e un attore, De Niro, corpo e anima del protagonista Travis Bickle, che nella sua preparazione non esita a guidare un taxi a nolo di notte. E poi gli aneddoti sulle riprese, a cominciare dalla celebre battuta di Travis che, invasato e fuori di testa, si parla allo specchio dicendosi: “ma dici a me”, che pare che De Niro abbia ripreso da un giovane Bruce Springsteen, dopo averlo visto esibirsi in un concerto in cui  il rocker si rivolgeva  al pubblico con quella battuta.

E poi c’è lei, New York, panorama ma anche forse grande protagonista di questo film. Una città che diventa presenza costante e avvolgente, ma simbolo, nella mente esaurita di Travis, del male e del lurido che ha colpito il suo paese. Le sue strade sono le vene dove scorre la rabbia. Non a caso quando a Travis viene chiesto, per diventare tassista, quale zona della città preferisca, lui risponde: I work the whole city, io lavoro tutta la città. Un film che omaggia New York, una New York, però, che non è quella delle canzoni da serenata notturna o tutta luci e spettacolo, ma la New York popolosa e popolare, quella dei muri invisibili, degli alleys e delle backstreet dove vengono occultati i cassoni dell’immondizia.

Da lì in poi il mito è cresciuto, Taxi Driver è un film che è diventato parabola, esempio di ciò che è possibile, del fatto che lo spettacolo sa raccontare la violenza, senza censure, perché se le cose esistono, vanno raccontate.

Buona lettura.

Michel Gondry – Il gioco e la vertigine

Michel GondryViaggio nella produzione artistica di un “artigiano” dell’audiovisivo capace di fare della metanarratività terreno di sperimentazione tecnico-formale ed espressiva

Michel Gondry è stato l’autore che più di ogni altro ha saputo trasformare quell’oggetto misterioso chiamato videoclip in prodotto artistico. Un “artigiano” dell’audiovisivo capace di fare della metanarratività terreno di sperimentazione tecnico-formale ed espressiva e di riprodurre – qualsiasi sia la forma adottata (videoclip, spot, documentario o lungometraggio) – i meccanismi (il)logici della mente e le fughe alle quali abbandonarsi per affrancarsi da una realtà fagocitante e ingovernabile. Attraverso le armi del gioco e del sogno, l’autore oppone alla contingenza una sorta di “caos organizzato”, specchio del cinema stesso, che diviene unica via di fuga possibile in un gioco vorticoso ed autoriflettente di scatole cinesi. Con Gondry la forma è il contenuto, le immagini sono pensieri che creano prodotti resistenti all’usura delle visioni e alla logica del flusso omogeneizzante delle forme audiovisive contemporanee per chiamare in causa lo spettatore in un gioco senza fine.

Cristiano Dalpozzo è docente di Teorie e tecniche della comunicazione audiovisiva, Scrittura creativa per i media e Copywriting presso l’Istituto Universitario Salesiano di Venezia-Verona (IUSVE). Al lavoro di ricerca affianca l’attività di copywriter, autore e regista freelance collaborando alla realizzazione di format tv, spot e videoclip per importanti artisti, agenzie e network nazionali. www.libreriauniversitaria.it

Giappone Underground – Il cinema sperimentale degli anni 60 e 70

Giappone Underground

Dai primi maestri come Takahiko Iimura e Nobuhiko Obayashi ai sodali di Koji Wakamatsu, primo fra tutti Masao Adachi, passando per l’esperienza isolata dello scrittore Yukio Mishima, fino ai nomi dei grandissimi Toshio Matsumoto e Shkji Terayama

«Vedevo film di qualsiasi genere, compresi vecchi film di repertorio. Ne vedevo centinaia in un anno. Adoravo il cinema. Ma desiderai diventare regista solamente quando, come dicevo, incontrai il mondo dei film sperimentali. Fino ad allora mi piaceva il cinema dalla prospettiva dello spettatore; il desiderio di fare film venne più tardi. Fu proprio tra la fine delle scuole superiori e l’inizio dell’università che i film del neorealismo italiano arrivarono in Giappone e mi influenzarono. Ne fui colpito come non era mai successo prima. Non so come dire. Sentivo che avrei dovuto veramente pensare più seriamente a un tipo di cinema che potesse unire completamente realtà ed espressione e coinvolgere gli spettatori. Quindi il mio punto di partenza fu il neorealismo italiano, lo sperimentalismo, l’avanguardia e i documentari. Questi generi mi affascinavano moltissimo, ma fu a questo punto che si presentarono dei problemi. Benché trovassi la libertà del mondo immaginativo e senza inibizioni dell’avanguardia estremamente attraente, questo era un mondo chiuso, i documentari, d’altro canto, benché fossero molto legati alla realtà, non trattavano in modo esauriente gli stati mentali ed erano così dipendenti dal contesto temporale che non sarebbero stati attuali in uno diverso. Mi chiedevo se il punto di scontro tra i limiti e i punti di forza dei due generi non potesse rappresentare una nuova tematica per il cinema. Detto ciò, è basilare tenere sempre ben a mente le caratteristiche essenziali del mezzo cinematografico: la qualità di documento e il senso della realtà. Forse oggi ci sono molte immagini che si possono creare senza l’ausilio di una cinepresa; ma fondamentalmente, finché la si utilizza, davanti a noi c’è una realtà. Il primo problema da affrontare quando si inizia un film è l’approccio del rapporto triangolare tra la realtà oggettiva, il mondo dell’espressione e la manipolazione soggettiva del regista». Toshio Matsumoto

Beniamino Biondi nasce nel 1977 ad Agrigento. Poeta e saggista, si occupa di teatro e cinema. Collabora con riviste di letteratura e critica cinematografica, cura rassegne di cinema d’autore e svolge attività di drammaturgo e regista teatrale. Come relatore partecipa inoltre a numerosi convegni e giornate di studio. Ha curato l’edizione delle poesie complete del filosofo Aldo Braibanti e ha pubblicato numerosi volumi di scrittura creativa e critica. Per il cinema, di lui sono usciti: Il Volto della Medusa. Il cinema di Nikos Koundouros; Fata Morgana. Il cinema catalano e la Scuola di Barcellona; Sangue nudo. Il cinema terminale di Hisayasu Sato; Messico! Cinema e rivoluzione; Cronaca di una farfalla in lutto. Scritti sul Nuovo Cinema Giapponese. www.beniaminobiondi.it

Il mercante di libri maledetti

Il mercante di libri maledettiDa settimane in vetta alle classifiche, il romanzo di Marcello Simoni è il primo capitolo di una trilogia che ha per protagonista Ignazio da Toledo. Un giallo storico fitto di mistero e di azione che riserva più di una sorpresa

di Massimiliano Pistonesi
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Il mercante di libri maledetti (Newton Compton) di Marcello Simoni è il libro italiano del momento. Un successo che da un paio di mesi sta rendendo monolitica la classifica dei libri più venduti in Italia. Un successo di cui molti parlano cercando di capirne, e spiegarne, la ragione. Forse non c’è molto da capire, Marcello Simoni ha semplicemente azzeccato la formula che mescola mistero e azione, il tutto ben dosato, e certo non è finita qui perché Il mercante di libri maledetti è il primo capitolo di una trilogia. La vicenda editoriale è del tutto atipica perché Simoni, bibliotecario con un passato da archeologo, ha pubblicato il suo libro prima in Spagna e in seconda battuta in Italia, con gli stessi risultati di apprezzamento.

Fulcro della vicenda è il protagonista, Ignazio da Toledo, mercante di reliquie, personaggio che ha un fascino misterioso come lo è il suo passato. Spagnolo mozarabico, conoscitore della cultura araba grazie al suo maestro, Gherardo da Cremona, si trova a muoversi all’interno di un mondo, siamo agli inizi del 1200, dove la ragione è un piccolo lumicino, religione e superstizione spesso si confondono e la violenza è il solo modo per farsi strada. Tutto questo Ignazio lo sa bene, ma dalla sua ha anche la conoscenza, soprattutto quella alchemica, che gli permette di muoversi in questo panorama distruttivo. Inoltre è stato anche testimone della presa di Costantinopoli da parte dei crociati, partecipando egli stesso al saccheggio che ne è conseguito, per approvvigionarsi delle sacre reliquie oggetto dei suoi traffici. Quindi nel suo passato c’è anche una certa ambiguità, e questo lo rende sicuramente un carattere magnetico. Ma nel suo passato ci sono anche dei nemici: da oltre un decennio è braccato da una setta segreta che lo vuole uccidere, così Ignazio è costretto a sopravvivere in continuo esilio e in permanente fuga. Ora però un nobile veneziano lo incarica di rintracciare un libro misterioso, l’Uter Ventorum, una richiesta che comporta per Ignazio anche la possibilità di rincontrare Vivȉen de Narbonne, suo antico amico e sodale, che credeva morto e che sembra abbia diviso l’Uter Ventorum in quattro parti nascondendole in giro per l’Europa. Inizia per Ignazio un viaggio che lo condurrà a fronteggiare molti pericoli e molte persone, tra cui un misterioso frate domenicano che sembra muovere le fila di tutta la storia. Il tutto corre verso un finale sorprendente.

Un giallo storico con una buona dose di azione all’interno di un’ambientazione storica precisa e ben ricostruita, in un medioevo popolato da bande in armi, guerre assurde, straccioni, ladri e pellegrini. Dentro a questo contesto di faida Ignazio sembra essere un personaggio moderno, contemporaneo, immerso in un’epoca nella quale sembra trovarsi a suo agio e può usare il suo sapere per ricomporre un quadro la cui figura sembra sempre sfuggire.

A questo punto non resta che aspettare il secondo capitolo.

Buona lettura.

Sono un bravo ragazzo

Sono un bravo ragazzoFrancesco Nuti si racconta in maniera schietta e lucida in un’autobiografia che ripercorre la sua parabola artistica. Dal successo alla caduta, una lenta risalita che lo sta riavvicinando al suo pubblico

di Massimiliano Pistonesi
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È appena uscito in libreria Sono un bravo ragazzo (Rizzoli Editore), autobiografia di Francesco Nuti, scritta dall’attore e regista toscano insieme al fratello Giovanni, spesso autore delle colonne sonore dei suoi film. Il libro ripercorre alcune tappe della vita e della carriera di Francesco Nuti, dagli esordi canterini dell’infanzia alle prime esperienze amatoriali come attore e monologhista, alle esperienze professionali che cominciano a incrociarsi con gli affari di cuore. Nuti ricorda un mondo, e lo fa sempre correndo sul filo della nostalgia e della brillantezza, che non c’è più. Un tempo passato fatto di giornate trascorse a giocare a biliardo nella casa del popolo di Prato, di bischerate fatte insieme agli amici, di pomeriggi passati a giocare a pallone su campi polverosi (addirittura fu convocato nella Nazionale Calcio under 14 e fu compagno di stanza di Paolo Rossi). Un bagaglio di vita ed esperienza che ha rappresentato il primo materiale grezzo su cui Nuti avrebbe costruito il suo repertorio. Nel ripercorrere quegli anni fiammeggianti, anni in cui, erano gli 80, i cosiddetti nuovi comici furoreggiavano ovunque – insieme a Nuti c’erano Benigni, Verdone, Troisi – Francesco Nuti ricorda anche di aver vissuto tutto al massimo, come se tutto dovesse durare per sempre. È un ricordo personale, in cui spesso carriera e vicenda sentimentale si sono mescolate, in una vita che diventa sempre più sopra le righe, fatta di successi ed eccessi, di paure e di invidie. Nuti era un ragazzo ritrovatosi con l’attico ai Parioli e la Ferrari, lui che come primo lavoro aveva fatto l’operaio in conceria era davvero salito sul tetto del mondo.

Oggi chi comincia a essere maturo, ad avere più di trentanni, ricorda con affetto i film di Francesco Nuti, le sue storie stralunate e sospese, favole moderne per chi Pinocchio, e non Peter Pan, lo è stato sempre, anche da grande, e i suoi personaggi leggermente immobili, surreali, che sembravano raccontare sempre la stessa storia. Tutt’oggi chi non scoppia in una risata quando ricorda Caruso Pascoski di padre polacco, Madonna che silenzio c’è stasera o ancora Io, Chiara e lo Scuro. Chi non li ricorda con affetto?

Poi è arrivato il male oscuro. Nuti non si tira mai indietro e lo ammette con disarmante tranquillità, in maniera schietta e lucida, raccontando come quel tutto che doveva durare per sempre ha cominciato ad allontanarlo dalla realtà, a farlo disconnettere con il mondo che aveva intorno. Una discesa culminata con il grave incidente domestico che nel 2006 lo ha quasi ucciso. Francesco Nuti non sembra avere alcun rammarico se non per il suo lavoro, per le cose pensate e mai realizzate o mai potute concludere, come OcchioPinocchio.

L’oggi è una lenta risalita, ma questo libro è la testimonianza che Francesco Nuti sta riemergendo, sta progettando il suo futuro, ha ricominciato a vivere. Ma una cosa è certa, l’affetto del pubblico non gli è mai mancato, anche quando gli addetti ai lavori hanno fatto di tutto per dimenticarlo, ma il suo pubblico c’è sempre stato e lo aspetta, sempre.

Serpico

cover_serpico_Layout 1Dalla penna di Peter Maas, la storia del famoso poliziotto  che ha ispirato il film di Sidney Lumet con Al Pacino. La tragica storia di un uomo che è diventato un eroe solo perché voleva rimanere onesto

di Massimiliano Pistonesi
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Capita di ritrovare delle vecchie conoscenze che continuano a farsi ricordare. È il caso di Serpico (Castelvecchi Editore) di Peter Maas, il libro da cui nel 1973 fu tratto il film di Sidney Lumet con Al Pacino. Che poi il Serpico di Maas non è proprio un romanzo. Nella sua lunga carriera di giornalista, Maas è stato un indagatore, uno di quei cronisti che stanno sempre sul pezzo, e il racconto che l’autore fa della vicenda di Frank Serpico non è un’agiografia né tantomeno il ritratto di un santino: è un racconto scarno, crudo, senza orpelli o pretese letterarie.

La vicenda inizia nel 1971, il 3 febbraio, la sera in cui Serpico, durante un’irruzione in un appartamento, viene lasciato solo dai suoi colleghi e si ritrova con un proiettile che gli esplode in faccia e finisce in ospedale grazie a un abitante del palazzo che, sentendo gli spari e trovando il poliziotto in un bagno di sangue, chiama l’ambulanza. Cosa che i colleghi di Frank si sono ben guardati dal fare, non avendo neanche coperto il loro collega durante l’irruzione. Serpico esce dall’ospedale dopo tre settimane con una sordità permanente a un orecchio ma vivo. Ma è anche un uomo sconfitto. Considerato un delatore dai suoi colleghi, inizia un pellegrinaggio in Europa nell’intento di riprendersi e cercare di evitare ulteriori rappresaglie da parte dei poliziotti corrotti che lui ha denunciato e che per questo lo hanno abbandonato e forse gli hanno anche sparato.

La storia così riprende, volgendo lo sguardo indietro, per tracciare la biografia di Frank Serpico: i genitori italiani immigrati a Brooklyn, l’esercito con il servizio in Corea, la breve carriera da detective privato, le scuole serali, l’entrata in servizio nel New York Police Departement. Dalla seconda metà degli anni Sessanta Serpico lascia la divisa e lavora in borghese e diventa quel personaggio che Al Pacino ha immortalato sul grande schermo. Personaggio che farà diventare Pacino una vera icona fra gli italoamericani, idolatrato da Sylvester Stallone e John Travolta e modello anche di Tomas Milian nella costruzione del suo ispettore Nico Giraldi.

Ma Serpico non è proprio uno stinco di santo. Fricchettone, hippy demodè, liso e trasandato, è anche un bugiardo patentato, sciupafemmine senza sosta. Ma conserva un’idea di onestà e lealtà e, trovandosi infiltrato negli ambienti criminali di strada, si ritrova a giocare entrambe le parti del buono e del cattivo. Peccato che il confine diventi più labile man mano che vede passarsi sotto il naso le bustarelle che i suoi colleghi si intascano per girarsi dall’altra parte. Così, avere a che fare con papponi, ladri, spacciatori e mafiosi comincia a diventare un gioco pericoloso perché i peggiori, Serpico, se li trova dentro casa. Allora lui fa una cosa senza senso, apre bocca e denuncia tutto. Per lui la vita apre una nuova stagione.

Questo libro andrebbe letto cominciando dalla fine, in appendice c’è una postfazione scritta da Serpico stesso nel 1996, dove l’ex poliziotto continua la sua denuncia contro la corruzione. C’è perfino una lettera scritta all’allora Presidente americano Bill Clinton, e il nostro sembra ancora tenace nella sua battaglia, ma è anche un uomo che non si fa illusioni, sa che non basta cambiare il manico della scopa per far girare meglio le cose.

Forse questo è il Serpico migliore, quello tenace, perché non è un eroe, non ha fatto niente di eclatante, ha solo fatto il suo dovere. Non aspettatevi un racconto noir o un thriller pieno di azione, no, troverete il racconto fantasticamente disconnesso ed episodico di un uomo che alla fine perde, e neanche lo fa con classe, perché è costretto a uscire di scena, quasi a scappare. Questo rende la storia di Frank Serpico una grande storia, perché è vera. E andrebbe letta.

Buona lettura.

La notte dei biplani

La notte dei biplani

Il romanzo d’avventura di Davide Morosinotto è una storia di formazione, ma anche di amicizia, ambientata durante la Grande Guerra, in un mondo dove la tecnologia si è sviluppata oltre l’incredibile

di Massimiliano Pistonesi
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Ecco un buon romanzo. La notte dei biplani (Fanucci Editore) di Davide Morosinotto è una storia densa e avventurosa che mescola fantascienza e storia e che ha il pregio di confrontarsi con un tipo di letteratura di cui troppo spesso si ritengono capaci solo gli anglosassoni.

La storia è ambientata durante la Prima Guerra Mondiale, ma subito si capisce che il mondo dove tutto succede non è il nostro. Infatti la tecnologia è molto più sviluppata, esiste Internet e la gente comunica usando le email. Questo fa sì che la guerra che si combatte sia completamente diversa da quella che noi conosciamo. L’arma più temibile sono infatti i biplani governati dai BOT, collegamenti neuronali con i quali i piloti manovrano i loro velivoli. Ma qualcosa non va: infatti i piloti sviluppano una malattia misteriosa che nessuno riesce a spiegarsi e tantomeno a curare. I protagonisti sono tre ragazzi, Arthur Maddox, un giovane benestante, Mary, una cameriera, e John, figlio di un minatore. Tre personaggi che appartengono a classi sociali diverse ma che condividono una sincera amicizia che sarà messa a dura prova dalla guerra.

Morosinotto scrive una storia che prende molto dallo steampunk, ma questa è solo la cornice, perché il suo romanzo affronta temi ben complessi. Uno su tutti la ferocia e l’orrore della guerra messa in relazione proprio allo sviluppo tecnologico. Il libro è anche un romanzo di formazione: i tre personaggi si ritrovano presi in un gioco ben più grosso di loro che li porta a sconvolgere le loro vite e i loro sogni, e a vedere da vicino la sanguinosa guerra che si sta combattendo. Il tutto parte quando i tre ragazzi ricevono dallo zio scomparso di Arthur, Richard, uno strano marchingegno dal cui funzionamento dipende la vita di molti, in un mondo che mescola gli Zeppelin tedeschi ai giornali online.

Questo romanzo potrebbe sembrare rivolto a un pubblico giovane – vista la giovane età dei suoi tre protagonisti – ma non è così, anzi. Le ricostruzioni di fantasia sfiorano il realismo e i continui rimandi tra finzione e realtà divengono uno scivoloso piano inclinato che non offre appigli. Dietro la metafora del fantastico c’è un volto umano sofferente e un richiamo pacifista ben chiaro. C’è il rapporto tra l’uomo e le macchine che ha inventato, rapporto ambiguo e tragico, infatti i generali mandano al macello migliaia di giovani solo per sperimentare armi sempre più potenti.

La notte dei biplani è un romanzo che si fa ricordare come un fuoco pirotecnico e conferma con successo che si possono raccontare storie forti anche attraverso i generi.

Buona lettura.

La regia di frontiera di John Carpenter

La regia di frontiera di John CarpenterPier Luigi Manieri propone un’analisi dell’opera del celebre regista americano, in sospeso tra autorialità e mestiere

di Massimiliano Pistonesi
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Spesso capita di dimenticarsi dei grandi autori, quelli che segnano il passo, fanno un’epoca e soprattutto lasciano il segno ma poi, vuoi perché le cose prendono un’altra piega (e già, non sai mai quando decide di mettersi male, diceva il grande Kurt Vonnegut), vuoi perché i tempi cambiano, et voilà il tuo nome finisce lentamente nel dimenticatoio. Un po’ fatichi a fare nuove opere, un po’ sei osteggiato, gli ultimi incassi non sono stati soddisfacenti, e così via. Rimane il fatto che sei sempre un grande, uno dei migliori. Di chi parliamo? Ma dell’immenso John Carpenter e del saggio a lui dedicato La regia di frontiera di John Carpenter di Pier Luigi Manieri (Elara Edizioni). Il libro fa parte di una collana che si chiama Fantascienza oggi e rende omaggio a un regista che ha attraversato l’intero arco del fantastico e, anzi, ha prediletto i generi di consumo facili, con poche concessioni alle sirene del mercato, cosa che gli ha fatto guadagnare una discreta schiera di ammiratori.

La particolarità artistica di Carpenter è quella di essere un regista poliedrico, autore delle musiche dei suoi film, di cui è spesso anche il montatore, sempre in continuo movimento tra l’artigianato del mestiere e l’autorialità. Forse a lui è applicabile come a pochi la definizione di “filmmaker”, uno capace di fare un cinema di potenza che prende allo stomaco. Quando agli inizi degli anni Settanta sulla scena produttiva hollywoodiana si affaccia la cosiddetta New Hollywood con i suoi vari Scorsese, De Palma, Spielberg, Lucas e Coppola, Carpenter ne rimane lontano, evita di fare gruppo e getta l’occhio verso la sottocultura americana, quella pop. Si nutre di fumetti, fantascienza, horror e  B-movie in bianco e nero, e metabolizza tutto in una visione e scrittura cinematografica personale, unica, d’autore appunto. La sua carriera inizia con il semi-amatoriale Dark Star, commedia fantascientifica, e continua a metà dei Settanta con Distretto 13: le brigate della morte, considerato uno dei migliori film di genere del decennio. Arriva così Halloween, la notte delle streghe, Fog e soprattutto l’irriverente e fantasticamente anarchico 1997: Fuga da New York, che vede nascere il sodalizio artistico tra il regista e l’attore Kurt Russel, che qui vestirà i panni del celebre ribelle Jena Plissken.

Il fatto di aver affrontato i generi del fantastico forse avrà messo il cinema carpenteriano in secondo piano rispetto a molta produzione contemporanea, ma rimane il fatto, e questo il libro di Manieri lo sottolinea in maniera lucida e puntuale, che John Carpenter ha sempre messo dentro le sue pellicole, tra le pieghe delle storie, una visione umana, sociale e politica che non si è mai spenta, ma che con ironia e black humour ha sempre messo alla berlina l’american way of life. Si potrebbe anche dire che il buon John Carpenter è stato un piccolo grande profeta, poco compreso in patria, ma di certo come regista è stato e rimane un gigante, un autore cult.

Buona lettura.

Ejzenštejn. Il cinema, le arti, il montaggio

Layout 1Il saggio di Antonio Somaini, edito da Einaudi, è una summa dell’opera teorica e artistica di una delle figure più importanti della storia del cinema

di Massimiliano Pistonesi
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Sergei Ejzenštejn è tutt’oggi ricordato come uno dei padri fondatori della cinematografia, teorico e sperimentatore del linguaggio cinematografico attraverso un’intensa produzione di saggi e di film, ma anche di disegni e conferenze.

Antonio Somaini licenzia ora questo libro, Ejzenštejn. Il cinema, le arti, il montaggio (Einaudi Editore), che racchiude l’intera visione del regista russo sulla settima arte. Un lavoro denso, quello di Somaini, che si è sicuramente dovuto confrontare con un’immensa mole di documenti. Va infatti ricordato che molti scritti di Ejzenštejn sono ancora inediti. L’autore non si ferma a una collezione di scritti e note di Ejzenštejn, ma va oltre e propone una visione di insieme elaborata e critica dell’intera produzione ejzenštejniana, che riguarda la sua produzione teorica insieme a quella cinematografica. In più, una serie di disegni riprodotti all’interno del volume permettono di capire il working progress della riflessione sul cinema che Ejzenštejn ha portato avanti per tutta la sua esistenza. Riflessione che ha girato intorno al fulcro nodale della possibilità del cinema di essere anche strumento di produzione di senso. Parliamo del montaggio, momento essenziale, se non addirittura unico, per cui si possa parlare di cinema. È infatti il montaggio, nella riflessione e nella concezione di Ejzenštejn, il momento fondamentale del cinema, che consente di accostare immagini fra loro anche incompatibili ma capaci di assalire lo spettatore con un’intensità inaspettata e di instillare la possibilità di ricavare un nuovo senso, di cogliere un significato che solo lo scontro/incontro fra le immagini può suggerire. Partendo da questo presupposto, Somaini ripercorre in maniera critica ed estetica le variabili e le sperimentazioni con cui Ejzenštejn ha manipolato il cinema. E in questo senso è importante avere sempre chiaro come per il regista russo questi esperimenti non siano mai stati fine a se stessi: la visione avanguardistica di Ejzenštejn è sempre stata volta a vedere fin dove si poteva arrivare, cosa e come si poteva fare. Ogni nuova introduzione tecnica nel mondo del cinema, sia per la sua produzione che per la sua fruizione, è stata sempre vista come una nuova possibilità, un ulteriore strumento che si aggiunge alla progressione del racconto per immagini. In Ejzenštejn teoria e tecnica hanno spesso coinciso, sovrapponendosi, per cui alle volte la tecnica serviva a concepire l’aspetto teorico, ma questo campo di ricerca all’interno del mondo delle immagini, assolutamente pionieristico, è sempre partito da una forte tensione idealistica, piegata alle esigenze di una rigorosità scientifica. Ejzenštejn aveva una formazione tecnico-scientifica, era ingegnere, e ha iniziato il suo apprendistato artistico come scenografo, frequentando i corsi di Mejerchol’d. Partendo dalle rappresentazioni teatrali di quest’ultimo Ejzenštejn inizia a elaborare le possibilità offerte dal montaggio e la capacità di organizzare vari frammenti disconnessi all’interno di un sistema che permetta una conduzione di senso completamente nuova. Inizia così il distacco dalla rappresentazione e dalla narrazione lineare tipica dell’Ottocento. Montaggio che rimane peculiare del cinema, ma che Ejzenštejn rintraccia anche in altre forme espressive, dal teatro alla letteratura, nella quale l’esempio eclatante è l’Ulisse di Joyce.

Di tutta questa elaborazione Ejzenštejn dà prova nelle sue opere cinematografiche degli anni Venti: da Sciopero a La corazzata Potemkin fino a Ottobre. Succede poi che nella allora Unione Sovietica si viene a consolidare il regime stalinista ed Ejzenštejn inizia un lungo pellegrinaggio in giro per il mondo, per poi tornare nella sua terra dove negli anni Trenta e girare Aleksander Nevskij, in cui abbandona in maniera evidente lo sperimentalismo precedente riuscendo a costruire una forza estetica e figurativa potente.

Somaini ci mostra come le incidenze estetiche di Ejzenštejn siano frutto di un pensiero teso a includere anche espressioni extracinematografiche, tutto sorretto da una volontà di innovare, ma prima di tutto di capire come e perché il cinema è l’arte della modernità.

Buona lettura.

Il Farinotti 2012

Cop. Farinotti 2012Il dizionario del cinema 2012 propone schede tecniche, sinossi e commenti di critica e pubblico. Ad uso e consumo di professionisti del settore e semplici appassionati della settima arte

I dizionari di cinema ormai sono diffusi da una ventina d’anni, è ora in uscita Il Farinotti 2012 (Newton Compton) di Pino e Rossella Farinotti in collaborazione con mymovies. Giunto alla sua sedicesima edizione, Il Farinotti è forse uno dei dizionari più fortunati in circolazione. Oltre alla scheda tecnica e alla sinossi dei film, viene riportato anche il giudizio della critica accompagnato dal gradimento del pubblico, e si sa quanto i due non siano spesso concordi. Inoltre, l’edizione è aggiornata fino ai film che saranno presentati al Festival Internazionale del Film di Roma 2012. Insomma il cinema a portata di mano. Un manuale da sfogliare in libertà per ripescare film dimenticati o trovare il titolo tanto cercato e soddisfare una curiosità. Insomma uno strumento di lavoro per chi ha a che fare con il cinema, ma anche un aiuto per il semplice appassionato. (M.P.)

Eymerich e i portatori di luce

Eymerich e i portatori di luce

Nell’ultima opera di Valerio Evangelista, edita da Transeuropa, una sceneggiatura ispirata al famoso Inquisitore protagonista di tanti successi letterari e una riflessione acuta e pungente sullo scenario produttivo del cinema italiano

di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com

La Transeuropa Edizioni ha da poco pubblicato un piccolo volume a firma di Valerio Evangelisti, Eymerich e i portatori di luce, nella sua collana Inaudita Big, che propone libri poco noti di autori famosi. Perché ne parliamo? Bè, questo libro contiene una sceneggiatura cinematografica, quella che Evangelisti ha ricavato da La furia di Eymerich, la graphic novel uscita nel 2003 con i fantastici disegni di Francesco Mattioli.

Valerio Evangelisti è stato uno degli artefici del rinnovamento della letteratura di genere in Italia, fin dal suo esordio letterario nella celeberrima collana Urania nel 1994 con il romanzo Nicolas Eymerich, inquisitore, dove fa la comparsa per la prima volta il famigerato Inquisitore del Regno d’Aragona, irriducibile nemico dell’eresia e degli infedeli. Personaggio criptico e ambiguo, Eymerich si presenta come il difensore della fede, siamo nel XIV secolo, e diciamo pure che ci riesce benissimo grazie a un’incrollabile fede. Di fatto è un fanatico che esercita il suo potere con una severa e cieca ferocia. Uomo impiegabile, fermo e senza pietà, che non sopporta il genere umano in generale e riesce a gestire questo suo disgusto solo organizzandolo in una gerarchia dove di volta in volta ci sono le donne, i miscredenti e via dicendo. Personaggio negativo per eccellenza, è lui il protagonista di una serie che comprende dieci romanzi, una collezione di fumetti, racconti sparsi, opere apocrife, videogame, spettacoli teatrali, canzoni rock a lui ispirate e radiodrammi che hanno vinto il Prix Italia. Insomma, un fenomeno transmediale come pochi. Sì, perché il successo di Nicolas Eymerich da Gerona, che è realmente esistito, è mondiale, con pubblicazioni in tutto il globo. Un fenomeno che si è guadagnato schiere di fan ovunque e che forse deve il suo successo proprio al caratterino di questo frate domenicano.

Le storie di Eymerich scritte Evangelisti sono un ibrido costante fra vari generi – romanzo storico, fantascienza, gotico, horror. Il tutto perfettamente fuso e sorretto da una scrittura rapida e diretta, con uno stile senza troppi fronzoli che risucchia il lettore dentro la storia.

La sceneggiatura contenuta in questo Eymerich e i portatori di luce ne è un esempio, e forse difficilmente potrebbe essere realizzata in Italia, vista la scarsezza di risorse dell’industria audiovisiva nostrana, nonché la poca esperienza nella realizzazione di un cinema spettacolare. Ma allora perché scrivere una sceneggiatura? È lo stesso Evangelisti che lo spiega nel libro. Infatti, fin dal suo esordio, il personaggio di Eymerich ha destato l’interesse di vari produttori che hanno cominciato a contendersi i diritti. Diritti che tuttora, dopo una quindicina di anni, vengono rinnovati, rappresentando una piccola e sicura fonte di reddito per il suo creatore. Evangelisti ironizza su come il suo rapporto con il cinema sia ormai a senso unico. Ripercorre i nomi fatti dai produttori di turno per interpretare l’Inquisitore, da Jeremy Irons a Gigi Proietti, e racconta come ancora oggi ci sia gente che bussa alla sua porta per avere da lui anche solo un accenno di trama per cercare di ottenere un finanziamento da Rai o Mediaset, e lui gli sbatte regolarmente la porta in faccia. Insomma, l’autore offre uno spaccato un po’ becero e misero del nostro sistema produttivo, con le tasche al verde e vestito di perbenismo rassicurante buono per le famiglie. Che poi, mi chiedo, ma quante famiglie da pubblicità di merendine, belle perfette, ci saranno in Italia? Siamo ancora un paese da cartolina. Meglio che Eymerich continui a bruciare i suoi eretici da altre parti, poi magari un giorno…

Una lettura divertita e controcorrente, una visione ravvicinata di un mondo, quello cinematografico italiano, che fa sorridere e capire quanta strada c’è ancora da fare. Un’ultima cosa invece va detta sull’editore, la Transeuropa Edizioni, famosa per essere stata, negli ottanta e soprattutto novanta, il miglior scout di giovani autori esordienti – Pier Vittorio Tondelli, Enrico Birzzi, Pino Cacucci e tanti altri. Adesso c’è anche questa nuova collana, Inaudita Big appunto, che è anche un contenitore. Utilizzando infati un codice contenuto all’interno del libro è possibile accedere, dal sito dell’editore, a una serie di contenuti extra che accompagnano il volume, come interviste, letture di brani e pezzi musicali. Un piccolo tentativo per espandere l’esperienza della lettura.

Tarantola

Tarantola

Dallo scrittore francese Thierry Jonquet, il noir avvolgente e orrorifico che ha ispirato l’ultimo film di Pedro Almodóvar, La pelle che abito

di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com

Tarantola di Thierry Jonquet (Einaudi Editore) è il romanzo che ha ispirato l’ultimo film di Pedro Almodóvar La pelle che abito. Tarantola è un noir secco, scarno, pieno di ambiguità e mistero. Inizia lentamente, ma poi comincia ad avvolgere il lettore nelle maglie della sua storia agghiacciante, carnale. Tarantola è una storia agitata da forti pulsioni, forse anche orrorifica, che si costruisce attraverso le vicende di tre personaggi: c’è Richard, chirurgo plastico che costringe la giovane Eva, bellissima, a prostituirsi – lei è la sua prigioniera, il suo giocattolo; poi c’è Alex, un ladro la cui identità è stata scoperta dalla polizia e adesso è in fuga e ha bisogno di un nuovo volto; e infine c’è Vincent, che è scomparso da quattro anni e adesso è brutalizzato da un misterioso carnefice.

Le tre storie si intrecceranno in un gioco di specchi e di richiami continui, fino alla scoperta dell’identità di Tarantola, il misterioso personaggio con cui il romanzo si apre. La storia si costruisce attraverso continui cambi di punti di vista e slittamenti del’io narrante. Le tre vicende si attraggono come calamite, sotto ognuna di esse scorre una sensazione di malattia, di macabro, ma anche di fascinazione, come quando si guarda uno spettacolo raccapricciante, ma non si riesce a distogliere lo sguardo e si rimane a fissare ipnotizzati. Alla fine si è davanti a un terribile gioco che l’autore conduce con severa perfidia, confondendo di continuo il lettore per condurlo verso un finale classicamente inaspettato. C’è poco da giocare qui dentro, bisogna lasciarsi prendere per mano e accettare di attraversare questo tunnel dell’orrore per avere la risposta finale. Jonquet gioca di continuo con i suoi personaggi presi tra devianze psicologiche e fisiche. Anime perse, o forse solo esseri al limite, alla ricerca di un’esistenza più intensa fuori da convenzioni morali. Forse non è neanche difficile capire chi sia Tarantola, ma la morbosità che ammanta questa storia rende preferibile che sia lui stesso a sollevare il velo.

Pedro Almodóvar, con il suo La pelle che abito, ha saputo cogliere proprio quegli aspetti di sadismo e morbosità che permeano il romanzo di Jonquet, ha saputo ricavarne un’opera intrigante dove la sensazione di decadenza e amoralità è offerta con una naturale sensualità, ma anche con mostruosa cattiveria. Etrambi condividono il bisogno della buona disposizione, verrebbe voglia di dire malizia, di chi guarda/legge. Il libro a tratti rimane più imperfetto rispetto al film, che invece è più compatto, ma ha dalla sua la compiacenza sfacciata di chi sa cosa è in serbo per il lettore. Quindi se vi capita di leggere Tarantola dopa aver visto il film aspettatevi qualcos’altro, magari simile ma non uguale.

Buona lettura.

Il domani che verrà

Il domani che verràL’australiano John Marsden firma un grande romanzo d’avventura – primo capitolo di una saga – che approderà presto sul grande schermo: in un mondo sconvolto da una misteriosa guerra, otto ragazzi iniziano la loro personale battaglia per rimanere vivi

di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com

Il domani che verrà di John Marsden (Fazi Editore) è il primo libro della saga The Tomorrow Series, di cui a novembre vedremo il film. Pubblicato agli inizi degli anni novanta, il romanzo ha ottenuto un grande successo di vendite e di premi e adesso viene presentato ai lettori italiani. Peccato che non sia arrivato prima, questo va detto, perché Il domani che verrà è sì un romanzo per ragazzi, ma è anche un eccezionale racconto d’avventura, teso e serrato, che scorre via tutto d’un fiato. Non è difficile capire perché ne abbiano tratto un film. In ritardo pure quello, si capisce.

Siamo in Australia, nei dintorni di Melbourne, è estate e la vita scorre placida senza grandi scosse, così otto ragazzi decidono di prendersi un break dalla monotonia della loro cittadina e vanno in campeggio, destinazione Hell, nella radura australiana, posto magico e selvaggio dove tentare nuove esperienze fuori dagli occhi vigili dei familiari. Così Ellie, la narratrice, parte in compagnia dei suoi amici per approdare in un posto fuori dal mondo. Peccato che ad attenderli ci sia un mondo completamente diverso da quello che hanno lasciato. Niente di soprannaturale o di alieno, ma ugualmente terribile perché possibilissimo e reale: al loro ritorno questi ragazzi trovano la guerra. Un esercito straniero e ignoto ha invaso il loro paese, i cittadini sono stati imprigionati e guardati a vista da soldati armati fino ai denti, le case depredate, nessuno a cui rivolgersi per chiedere aiuto, anzi. A questo punto i ragazzi vengono catapultati senza troppi complimenti nell’età adulta, costretti a farsi grandi per rimanere liberi. C’è poco da fare se non si vuole finire nelle mani degli invasori, così questi otto decidono, non senza problemi, di darsi alla macchia e iniziare a fare la guerra. È così che la voce di Ellie accompagna il lettore dentro questo nuovo mondo, in cui tutto diventa lecito perché di mezzo c’è la sopravvivenza, o vivi o morti. Ma anche fare la guerra non è un gioco, per niente, così i nostri devono imparare e alla svelta come usare le armi e le tecniche della guerriglia per non perdere la loro vita, ma soprattutto per riavere indietro il loro futuro, il loro domani.

Il presupposto distopico dell’invasione armata da parte di una potenza straniera permette la costruzione di un mondo che per certi versi richiama alla memoria il film di John Milius Alba rossa e, allo stesso tempo, ricostruisce le atmosfere de Il signore delle mosche di Willialm Golding, mentre sembra inopportuno parlare di ammiccamenti alla serie televisiva Lost (forse lo farà il film) visto che il romanzo di Marsden è uscito una decina d’anni prima. Ciò non toglie che la storia abbia un ritmo incalzante e una tensione costante nel mettere in scena come questi otto ragazzi siano costretti a combattere un nemico senza sapere chi sia e cosa veramente sia successo in quella settimana in cui sono stati disconnessi dal mondo. Senza contare che i rapporti interni al gruppo sono continuamente minacciati non solo dalla paura di crepare o di non poter mai più riabbracciare i propri cari, ma anche da conflitti emotivi come la gelosia, l’amore, l’invidia, cose normali che in questo contesto diventano devastanti e pericolose.

Il finale non si può dire, ma è apertissimo (non ve la prendete, è una serie) e preannuncia il secondo capitolo. Per adesso c’è questo primo capitolo e presto il film, quindi si può aspettare con calma.

Buona lettura.

Ruggine

Ruggine Intervista con Stefano Massaron, l’autore del romanzo da cui Daniele Gaglianone ha tratto uno dei film italiani più apprezzati all’ultima Mostra del Cinema di Venezia

di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com

Ruggine di Stefano Massaron (Einaudi Editore) è un romanzo che va letto quando si è in un momento di calma, senza troppi pensieri per la testa, perché bisogna essere pronti a essere risucchiati dentro questa storia. Una storia polverosa, dura come il ferro che qui dentro compare spesso, immobile e consumato, sempre di ammonimento per un pericolo incombente. Ruggine è la storia di tre ragazzini, di un’amicizia e dell’orrore che un adulto porta dentro la loro vita. Ma è anche una storia fatta di tanti estremi dove gli adulti, i grandi, compaiono sullo sfondo come comparse in un mondo, quello dell’infanzia, dove tutto sta per finire. Ne abbiamo parlato con l’autore anche in occasione dell’uscita del film tratto dal romanzo per la regia di Daniele Gaglianone.

Stefano, innanzitutto grazie per aver accettato la nostra intervista, potresti presentarti ai nostri lettori?

«Sono uno scrittore che ha iniziato un po’ tardi a scrivere. Le prime cose che ho scritto sono comparse su alcune riviste e antologie, la classica trafila, poi nel ‘91 ho pubblicato un racconto in un’antologia della Mondadori, Nero italiano, che raccoglieva una trentina di pezzi di autori emergenti e il mio racconto fu quello trattato meno peggio dalla critica. Poi a metà anni Novanta è arrivata una svolta. Partecipo, sempre con un racconto, alla raccolta Gioventù cannibale per Einaudi, che rappresentò un cambio di umore e percezione della letteratura italiana, fu una rivoluzione, anche se fu necessario all’inizio trovare l’etichetta pulp per presentare l’opera. Poi è arrivato il mio primo romanzo, un horror di quasi mille pagine, Residui, pubblicato da una piccola casa editrice che adesso non c’è più, l’Addiction. Mi sono dedicato anche alla scrittura di romanzi per l’infanzia per alcuni editori come De Agostini e Walt Disney. Il romanzo che ho pubblicato con quest’ultimo, Doppio clic, è arrivato in finale nel 2001 al Premio Bancarellino. Un momento importante e bello per me perché la giuria era formata da soli bambini, cioè da coloro per cui avevo scritto il romanzo. Dopo tutto questo nel 2005 è arrivato Ruggine».

Sei anche un traduttore.

«Sì, al momento ho tradotto più di cento romanzi thriller per diversi editori».

Hai cominciato come autore di genere, cosa che in Italia non rappresenta l’inizio più felice.

«Oggi l’atteggiamento degli editori è cambiato: è, anzi, l’opposto di quando ho iniziato io. Alla fine degli anni 80, scrivere horror o fantascienza significava non trovare un editore disposto anche solo a leggere quello che avevi scritto. Si poteva puntare solo sul Giallo Mondadori. A me il giallo classico non è mai piaciuto, nel senso che non è il delitto che deve giustificare la storia ma il contrario. Oggi invece capita che gli editori chiedano di più, magari si lamentano che la storia non sia abbastanza noir. In questo senso, come dicevo prima, la raccolta Gioventù cannibale fece capire come fosse possibile scrivere cose diverse anche in Italia, che non c’era bisogno di delegare niente alla letteratura straniera. Si sono fatti passi in avanti. La critica invece si è inferocita ancora di più, e non capisco perché, non riesco ancora a spiegarmi il perché di tanto astio nei confronti degli autori italiani che scrivono letteratura di genere. Forse a loro non piace che i romanzi abbiano una storia forte e un ritmo, preferiscono ancora la narrazione distratta e senza trama, così facendo invogliano molti autori a dedicarsi a questo tipo di scrittura. Sono chiusi in una autoreferenzialità salottiera compiaciuta. I critici sono disposti solo a salvare quelle incursioni che alcuni scrittori autorevoli fanno all’interno del genere, come ad esempio ha fatto Dacia Maraini, scrittrice che a me piace molto ma che con il giallo non c’entra niente, e il suo assomiglia solo a un tentativo per nobilitare il genere».

Quali sono gli autori italiani che ti piacciono?

«Ce ne sono molti. Mi piace il primo Ammanniti, Valerio Evangelisti, considero il romanzo di Simona Vinci Dei bambini non si sa niente uno dei libri più sottovalutati degli ultimi anni. Io credo nei romanzi, nei racconti che hanno una storia, un intreccio preciso e un ritmo incalzante capace di trascinare il lettore dentro le pagine. Tutto questo non è sinonimo di commerciale, anzi la capacità di intrattenimento di una storia non è quantificabile con il numero di copie che si vendono».

Ruggine è un romanzo complesso, è un racconto di formazione, è una storia nera con un forte sentimento che richiama Stephen King.

«Questo non può che farmi piacere. Appeno uscì Ruggine alcuni mi accusarono di aver ammiccato a Stand by Me di Stephen King ma il mio ego andò a mille perché era quello che volevo fare. Volevo scrivere una storia di nostalgia, di un qualcosa che rimane vivo nella memoria ma non potrà tornare mai più. E l’infanzia è il luogo e il tempo in cui questo avviene. C’è una frase in Stand by Me che ho sempre avuto in mente, quando si dice “gli amici che hai avuto a dodici anni non li avrai mai più”. Ho convissuto con i ragazzini di Ruggine per anni, perché erano i miei ricordi. Volevo una storia dove gli adulti non c’entrassero niente. Inoltre la stesura del romanzo è coincisa con un momento particolare della mia vita, mi trovavo davanti al fatto che non mi bastava più mettere insieme una storia horror, volevo fare un passo in avanti, tentare di provare un altro orizzonte sforzandomi di fare qualcosa di diverso».

Nel romanzo, come nel film, il deposito è il cuore pulsante della storia.

«Quel posto è esistito davvero, mentre altri luoghi descritti nel romanzo sono manipolati, magari resi anche peggiori rispetto alla realtà, il deposito non lo è. Era il luogo dove io giocavo da ragazzino negli anni Settanta insieme ai miei amici. I giochi di cui parlo e molte altre situazioni le ho ripescate dalla memoria. Se ci ripenso oggi mi sembra incredibile che ne siamo usciti tutti interi, che nessuno si sia mai fatto male seriamente. Era un luogo incredibile e gigantesco, penso che i nostri genitori avrebbero accettato con più facilità sapere che ci facevamo le canne piuttosto che giocare in quel luogo. Per i protagonisti di Ruggine il deposito è il mondo del possibile, non hanno il velo della realtà sugli occhi che li annebbia, hanno la forza dell’immaginazione che trasforma quel luogo ai bordi della città in un posto magnifico. Loro ce l’hanno a morte con il mostro non solo perché uccide i loro coetanei ma perché ha profanato il loro luogo magico. Non a caso Daniele Gaglianone un giorno mi chiamò per chiedermi di poter usare una frase del romanzo, quella che dice Carmine alla fine, quando guardando il deposito dice agli altri “Andiamo via, è solo ferro”. Lì comincia la nostalgia perché lì finisce la loro infanzia. Adesso al posto del deposito dove giocavo ci sono quattro palazzine e il parcheggio di una palestra».

Il romanzo è ambientato in una periferia milanese. In qualche modo in Ruggine c’è una visione sociale?

«Io sono cresciuto in periferia e ci vivo tutt’oggi, nel libro dico due o tre volte che la città dove vivono i ragazzini di Ruggine è Milano, dopodiché potrebbe essere qualsiasi altra città, le periferie non sono così diverse fra loro. Daniele Gaglianone ha girato il film a Torino e Roma e le immagini che ha tirato fuori erano quelle dei miei ricordi. Basta cambiare il nome a due vie ma la storia rimane sempre la stessa. Egoisticamente potrebbe farmi piacere e invece non ne sono contento, per niente, perché vuol dire che le cose non cambiano mai. Lo sai cosa penso? Che se fossi nato dieci anni dopo avrei scritto lo stesso Ruggine con la differenza che i ragazzini non sarebbero stati figli di immigrati siciliani, campani o pugliesi ma figli di algerini, marocchini, albanesi e cinesi. Ma la cornice sarebbe stata sempre la stessa, così come le tensioni e la rabbia dentro i casermoni di cemento. Non era una bella società allora e non lo è quella di adesso. Se vuoi, questo è il mio sguardo sociale, anche perché non sono attratto dagli interni borghesi, quei posti o quelle famiglie per bene, rassicuranti. Da un ambiente benestante non può uscire niente. L’esperienza creativa, lo stimolo a scrivere o a suonare, comunque la necessità di esprimersi in modi e forme diverse attraverso l’arte viene da chi è in difficoltà. È come per i grandi comici, non riesci a far ridere se tu non hai pianto mai».

Milano in questo senso non è mai cambiata?

«Milano è una città che al suo interno è piena di confini, di barriere. Anche un altro mio romanzo, Residui, era ambientato al Parco Lambro negli anni Ottanta, all’epoca della Milano da bere. Ma chi l’ha mai vista, quella città era da un’altra parte, quelle cose succedevano da un’altra parte, e come me anche molti altri non se ne sono accorti, non l’hanno vissuta, era solo un’immagine, una cosa fittizia. I confini fisici alle volte diventano anche mentali».

Sei stato coinvolto nella realizzazione del film tratto da Ruggine?

«Forse deluderò, ma il mio coinvolgimento è stato nullo, per una serie di motivi. Quando Ruggine è uscito nel 2005 ci fu una produzione che prese in lettura il libro ma poi non se ne fece niente perché ritenevano che un film con argomento la pedofilia non fosse una buona idea. Io smisi di pensarci finché un paio di anni fa mi chiamò la mia agente che mi disse mi stare calmo e sedermi, la Fandango aveva preso i diritti del libro. La cosa che mi fece più piacere era sapere che Daniele Gaglianone aveva chiesto di poter girare lui il film. Da quel momento sono successe molte cose. Io ho avuto un problema personale che non mi ha permesso di seguire lo sviluppo del progetto filmico. È successo pure che mi rubarono il cellulare in metropolitana, ne presi uno nuovo senza preoccuparmi di comunicare il mio nuovo numero a nessuno. A settembre dell’anno scorso mi chiama uno degli sceneggiatori del film, finalmente mi avevano trovato. Abbiamo cominciato a parlare dei cambiamenti che volevano apportare alla storia, come l’introduzione del personaggio di Carmine adulto che nel libro non c’è, ma devo dire che tutti, dagli sceneggiatori a Daniele Gaglianone, hanno avuto sempre il massimo rispetto per il mio lavoro. Daniele soprattutto si è dimostrato molto attento e ci sentivamo spesso durante le riprese. Devo dire che il fatto di non aver avuto nessun tipo di coinvolgimento mi ha permesso di vedere come altri hanno interpretato il mio lavoro».

E che giudizio ne dai?

«Guarda, io ero curioso, ma della parte della storia con gli adulti, della parte dei ragazzini, avevo paura, perché è la parte cui più ho lavorato e il romanzo a differenza del film ha per protagonisti soprattutto loro. Quando sono stato invitato a vedere il girato di alcune scene in fase di montaggio ho avuto uno shock, ma positivo. Davanti allo schermo vedevo le immagini e le atmosfere che avevo in mente, quelle che avevo vissuto nel ‘77».

Alla presentazione a Venezia come ti sei sentito?

«Ho cercato di evitare con la mia compagna il red carpet. L’idea di fare una passerella non mi andava, e siamo entrati quasi di nascosto, ma in sala ci siamo trovati seduti proprio dietro agli attori del cast così ci siamo beccati tutti i flash dei fotografi. A parte questo, sentire gli applausi durante la proiezione è stata un’esperienza veramente emozionante, un contatto diretto con il pubblico, perché se gli spettatori o i lettori sono scontenti la colpa non è loro ma dello scrittore o del regista, almeno così la penso io».

Ritornando alla critica, ti è piaciuto come hanno trattato il film?

«Vorrei solo dire una cosa rispetto all’interpretazione di Filippo Timi, che da alcuni è stata attaccata definendola sopra le righe. Bé, non credo sia così, Timi interpreta il mostro per eccellenza, l’orco delle fiabe per intenderci, perché è così che i bambini lo vedono. E quando muore emettendo un verso animale è perché muore il mostro, non un uomo. È così nel romanzo e Gaglianone lo ha capito benissimo dirigendo Timi. Forse questo aspetto è sfuggito ad alcuni critici, forse è sfuggito loro anche il senso della storia».

In Italia per te tra cinema e letteratura chi sta meglio?

«Sono messi un po’ male tutti e due. Nel campo letterario sta rallentando quel movimento di innovazione e cambiamento, qualcosa si sta fermando. Mentre nel cinema in Italia sembra che si possa fare solo la commedia ridanciana o il film palloso, manca tutta la gerarchia in mezzo. Penso che la vera difficoltà sia ancora quella di poter arrivare al pubblico, si fatica in tutti e due i campi».

Progetti per il futuro?

«Sto per terminare il mio nuovo romanzo…».

La menzogna del cinema

La menzogna del cinema Giuseppe Tornatore racconta il suo rapporto con le immagini, le storie e la settima arte. Un percorso sul filo della memoria, un tentativo per capire il senso del cinema e del raccontare per immagini

di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com

La menzogna del cinema (Bompiani editore) è la lectio doctoralis che Giuseppe Tornatore ha tenuto nel dicembre del 2009 in occasione del conferimento della laurea honoris causa che l’Università IULM di Milano ha concesso al regista siciliano. Non siamo difronte a una lezione accademica, e neanche l’intenzione di Tornatore è quella di salire in cattedra, anzi. Giuseppe Tornatore tesse un discorso apparentemente frammentario, fatto di aneddoti, ricordi, emozioni e tutto sul filo della memoria.  Siamo costantemente in presenza di domande con cui il regista interroga se stesso sul senso non tanto di cosa significhi fare un film quanto piuttosto del cinema nel suo complesso. Una visione per certi aspetti romantica ma che non dimentica mai il fatto che i processi cinematografici, dall’idea seminale all’uscita in sala, sono continuamente attraversati da diversi fattori e situazioni che rendono la realizzazione filmica un’avventura faticosa e magica di per sé. L’atto creativo però non è mai subordinato a fattori contingenti, semmai è un costante tentativo di non perdere la rotta verso una destinazione che porta dritto al pubblico, in un momento, quello della visione, che è condivisione di emozioni. Ecco, forse, per Giuseppe Tornatore il cinema è questo, è l’istante in cui il film è proiettato davanti a un pubblico, perché in quel momento esatto il cinema e il film vivono davvero.

In questo senso il cinema di Tornatore, con tutti i suoi slittamenti, successi e arresti, è un cinema volto allo spettatore. Non a caso è la realtà quella cui Tornatore guarda con maggiore attenzione, e anche ostinazione, fin dagli inizi della sua carriera iniziata come documentarista; la realtà catturata attraverso una visione paradossalmente razionale ed emotiva. La realtà, la vita, nel cinema di Tornatore è metafora della memoria, non di ricordi, ma di qualcosa che sta dentro l’anima, qualcosa di profondo e intimo che nel bene e nel male non si cancella ma rimane sempre a disposizione. Nuovo cinema Paradiso, Stanno tutti bene, Malena e perfino Una pura formalità sono film che impastano la memoria personale con la Storia, un piccolo punto dell’orizzonte, un gioco infantile ma necessario per poter trovare un motivo in più per andare avanti. In questo senso la memoria non è solo recuperare un fatto, ma richiamare un’immagine, sapere di riprendere cose che potrebbero essere anche di risulta ma che alla fine assumono una nuova essenza. È certamente questa la dote di Giuseppe Tornatore, saper costruire attraverso la memoria un discorso personale che di film in film si rinnova. Il cinema è l’artificio che consacra il Novecento come secolo delle immagini e che guarda sempre avanti.