The Box e altri racconti

The Box e altri racconti

La raccolta di racconti di Richard Matheson, edita da Fanucci, ci trascina dentro l’universo insolito e avvincente di uno dei padri della letteratura fantastica del Novecento

di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com

Entrare in questa raccolta di racconti di Richard Matheson, The Box e altri racconti (Fanucci Editore), è come aprire uno scrigno magico o salire sulle montagne russe. Alla fine si è contenti di essere ancora tutti interi e quello che rimane è solo un brivido e una scarica di adrenalina. Forse è per questo che Hollywood si è messa sulle tracce di quello che Stephen King considera il suo maestro, è per questo che negli ultimi anni molti film sono stati adattati da racconti o romanzi di Matheson. Non che questa sia una frequentazione nuova, anzi, Matheson è nel cinema dagli anni cinquanta e quello che sta vivendo oggi è una seconda scoperta. Inizialmente c’è stato The Shrinking Man (sempre edito da Fanucci con il titolo Tre millimetri al giorno), portato sul grande schermo da Jack Arnold con il titolo Radiazioni BX distruzione uomo (1957), c’è stato poi il suo capolavoro Io sono leggenda, ultimamente visto con Will Smith protagonista, ma con due riduzioni, una nostrana del buon Ubaldo Ragona, L’ultimo uomo sulla terra (1962), e un’altra americana con Charlton Heston, 1975: occhi bianchi sul Pianeta Terra (1971). Senza contare che la trama di Io sono leggenda deve avere fornito più di qualche spunto a George A. Romero per La notte dei morti viventi (1968). Senza contare che un giovanissimo e sconosciuto Steven Spielberg ha usato Duel per quel piccolo immenso capolavoro che tutti conoscono o dovrebbero. E poi il nostro nei primi anni sessanta è stato sodale di Roger Corman per il quale scrisse la serie di film ispirati ai racconti di Edgar Allan Poe, e rischiò inoltre di essere lo sceneggiatore di Alfred Hitchcock per il film Gli uccelli.

Però i suoi racconti sono la vera miniera, basti pensare che molti di essi furono usati per realizzare degli episodi di The Twilight Zone, di cui anche il racconto che dà il titolo a questa raccolta, The Box, fece parte. Oggi è diventato un film di Richard Kelly con Cameron Diaz. Ma tutti i racconti di Matheson sono permeati da un forte senso di realtà ed estraniazione allo stesso tempo. Senza scomodare Freud e il suo perturbante Matheson parte sempre dal quotidiano, da situazioni domestiche e convenzionali, una coppia alle prese con i loro piccoli problemi ed ecco che qualcuno, uno sconosciuto, suona alla loro porta con l’offerta della vita e i due sciagurati gli aprono. Una meccanica dell’insolito che potrebbe sembrare banale se non ingenua ma che finito di leggere si rimane con il tarlo del “perché non c’ho pensato io?”

Se poi dovessi scegliere, a parte The Box, vi consiglierei di buttarvi subito su Una stanza per morire o Scambi indecenti dove l’American Way of Life è messa alla berlina con tutta la sua dose bigotta e falsa di perbenismo borghese. Insomma, qualcosa da leggere che forse anticiperà qualche film che vedremo prossimamente.

Buona lettura.

Tognazzi

Tognazzi

Il cofanetto, libro+Dvd, di uno dei più grandi maestri della risata. Aneddoti, curiosità e gli indimenticabili capolavori della commedia all’italiana

di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com

Arriva per Einaudi Stile Libero il cofanetto (libro+dvd) Tognazzi, curato da Valentina Pattavina, e non può che far piacere potersi gustare le immagini del grande Ugo. Immagini, beninteso, tratte dai film e non dai suoi sketch televisivi che con la memoria ci riportano a quelli fatti in compagnia di un altro grande, Raimondo Vianello, che tanto bene fecero a una Rai ancora in fasce.

Quindi chi volesse incontrare Ugo Tognazzi, conoscerlo per la prima volta, rivederlo, ricordarlo, o semplicemente avere qualche minuto di puro divertimento cercate allora di accaparrarvi questo articolo. Ne rimarrete soddisfatti. Ma tanto.

Il motivo è semplice: Ugo Tognazzi è uno dei quattro moschettieri della commedia italiana, gli altri li ricordate? Sordi, Gassman, Manfredi e Tognazzi per l’appunto. Un’altra Italia, un’altra storia, fatta in bianco e nero, ma che ancora oggi, per chi comincia a diventare un po’ maturo, sembra quasi che sia sempre stata così o addirittura che l’Italia l’abbiano fatta loro, quei quattro insieme a Totò e ai De Filippo, invece di Garibaldi.

Perché la risata e il sorriso sono nel dna degli italiani, gente fatta per l’allegria e non per il muso lungo, provate a chiederlo a un tedesco che ci guarda e vede quello che vorrebbe essere, ma non ci riesce.

Il libro che accompagna questo cofanetto è una cavalcata biografica sulla vita e sulla carriera di Ugo Tognazzi. Curiosità, aneddoti e tanto altro. Incluso il fatto che Tognazzi si chiamasse Ottavio e non Ugo come poi avrebbe deciso lui da solo stanco delle prese in giro dei compagni di classe (giuro che non lo sapevo!), o di altre cose, come l’amore per la cucina, celebri tuttora le sue ricette, gliela abbia instillata proprio il suo sodale Raimondo Vianello, o, ancora, come a lui arrivassero le sceneggiatura di terza o quarta mano con i nomi di Sordi o Gassman cancellati sopra. Però pensate un attimo a quel capolavoro di Romanzo popolare di Mario Monicelli, era stato scritto per Nino Manfredi, e il protagonista era un romano, impensabile dopo poter vedere quello che fa Tognazzi in quel film. Tra l’altro potete rivederlo proprio nel dvd che completa il cofanetto, insieme alle imperdibili scene de I mostri, Il vizietto, il supremo La grande abbuffata e, il mio preferito, Vogliamo i colonnelli, e altri. Ma Tognazzi era capace i giocare anche con il dramma come il falso scoop che lo volle capo del BR insieme, di nuovo, con Vianello. Tutto falso, ovvio, ma la dice lunga sul fatto che la risata è sempre satira, infatti le due parole sono l’anagramma dell’altra, fateci caso.

Insomma, se vi va di rilassarvi con qualche buona risata, di quelle che fanno bene all’anima, prego allora. Accomodatevi.

Buona lettura e buona visione.

Io sono Diabolik

Io sono Diabolik

L’autobigrafia di uno dei più grandi geni del crimine ci trascina dentro l’avventura della sua vita. Un brivido per questa estate, edito da Mondadori

di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com

Eccolo, è proprio lui in persona a raccontarci la sua storia, la sua vita, i suoi trucchi e tutto e di più. Di chi stiamo parlando? Ma del più cattivo e geniale uomo del crimine che si sia mai visto. Parliamo di Diabolik che di suo pugno, o così ci dicono, ha scritto la sua autobiografia, Io sono Diabolik (Mondadori).

Così il re del terrore ci fa scoprire molte cose su di lui e sul suo passato misterioso che per la cronaca ufficiale inizia il 1 novembre del 1962 quando appare il primo albo (intitolato proprio Il re del terrore) dedicato a questo eroe negativo.

Il volume è impreziosito da un prologo disegnato magistralmente dal grande Giuseppe Palumbo. Diabolik compare in un’Italia che ancora pensa che il boom economico non avrà mai fine e che tutto durerà per sempre, ma sotto la superficie scorrono torrenti magmatici pronti a scuotere tutto. Non che Diabolik fosse un elemento destabilizzatore, anche se qualche guaio con la censura lo ebbe, ma raccontava in maniera avvincente e catartica l’azione del male. Male che il nostro infligge a industriali, banchieri e altri, tutti arricchiti criminalmente. A loro vengono sottratti soldi e soprattutto gioielli. Però Diabolik non è un beniamino dei reietti, non agisce per una sorta di vendetta trasversale, no. Anzi. A Diabolik e alla sua compagna Eva Kant piace la bella vita, il lusso, e quello che ruba serve solo ad alimentare tutto questo e in più a programmare nuovi colpi sorprendenti. Insomma siamo sopra le righe, non c’è nessuna critica sociale perché tutto avviene come un regolamento di conti fra gente della stessa razza. Eccolo il senso del fantastico di Diabolik, è per questo che le sue creatrice, le sorelle Angela e Luciana Giussani, si sono permesse di creare una maschera anche ambigua, con una morale piegata alle sue egoistiche esigenze.

La dice lunga anche la genesi della figura di Diabolik ,nato osservando i pendolari che andavano a lavoro e che per passare il tempo leggevano romanzi gialli. Così le due sorelle, ma sembra che Angela Giussani ebbe la giusta intuizione, pensarono a un personaggio le cui storie durassero il tempo del trasbordo da casa a lavoro per poi finire comodamente nella tasca della giacca. Nacque così il formato Diabolik imitato poi per altri personaggi dei fumetti.

Il successo fu strepitoso e, cosa impensabile, clamoroso presso il pubblico femminile, e lo si può capire dall’evoluzione di Eva Kent che dalla bella dell’eroe diventa presto una mente indipendente e geniale quanto quella di Diabolik. Senza dimenticare il film del ‘68 diretto da Mario Bava, con John Philip Law nei panni del grande ladro e Marisa Mell in quelli di Eva Kant.

In questa autobiografia, per chi non conoscesse bene il personaggio di Diabolik, si scopre molto su di lui e sul suo passato. Per chi invece lo conosce sarà divertente rintracciare fra le pagine storie degli albi classici del passato, soprattutto l’albo Diabolik, chi sei? Anche qui il gioco è svelato, perché egli non può che rispondere Io sono Diabolik.

Buona lettura.

Leviathan

Leviathan

Scott Westerfld porta il futuro nel passato della Storia e rilancia l’idea fantascientifica del racconto d’avventura

di Massimiliano Pistonesi
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Leviathan di Scott Westerfeld (Einaudi Editore) è una lettura sorprendente sotto molti aspetti. Intanto cattura il lettore fin dalla prima pagina, poi sconvolge la storia che tutti noi conosciamo. Leviathan rompe le maglie del genere, non è solo una lettura per ragazzi, intendiamoci ci si diverte, ma ibrida molti generi con il risultato di produrre un grande racconto d’avventura.

Il set è quello della Prima Guerra Mondiale, l’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando e sua moglie sono vittime di un attento a Sarajevo con la conseguente guerra tra Austria e Serbia che tracimerà nel Primo conflitto Mondiale. Fin qui niente di strano, tutto come nei libri di storia. E’ Come Westerfeld cambia il registro degli eventi che modifica il panorama. Sì, perché questo mondo che si affaccia alla guerra è ipertecnologico, ma di una tecnologia desueta quanto sorprendente, è come se il futuro fosse stato preso al  cappio e tirato indietro nel passato. I protagonisti sono due ragazzi che si trovano sui fronti opposti: uno è Aleksander “Alek” figlio dell’arciduca assassinato, l’altra e Daryn, giovane ragazza scozzese che si spaccia il maschio Dylan al fine di poter essere arruolata nell’aviazione militare. Ma i due ragazzi rappresentano due modi vedere la storia e l’evoluzione diametralmente opposti: da una parte i cingolanti austrogermanici con i loro mezzi robotici mossi e alimentati da motori diesel e cherosene, dall’altra parte i darwinisti inglesi capaci di utilizzare la biotecnologia per creare mostri animali in grado di solcare i cieli (da cui il leviathan del titolo).

Storia alternativa dunque, forse nei paraggi della fantascienza, uno steampunk in piena regola, che mescola belle epoque e invenzioni da genio pazzo. Originale nell’intuizione e nello svolgimento. Westerfeld sorprende un’altra volta, capace di spaziare dal fantastico de I diari della mezzanotte al vampiresco VampYrus, costruisce  un’epica avvincente che con Leviathan segna solo il primo capitolo di una trilogia dove e Alek e Daryn si ritroveranno insieme. Infatti in questo primo capitolo siamo solo nel 1914 e il conflitto è ancora molto lungo, e i due  ragazzi si ritroveranno in volo insieme verso una Costantinopoli ancora non partecipe nel conflitto mondiale. L’editore Einaudi, con la sua collana Stile Libero, è riuscita a coinvolgere nel lancio del libro anche il rapper Mondo Marcio che ha composto un brano ispirato al romanzo che sarebbe il contributo italiano a quanto già fatto nei paesi anglosassoni con un booktrailer (potete vederlo su youtube) che ha spopolato in rete grazie all’utilizzo delle illustrazioni di Keith Thompson che rendono il libro già un oggetto di culto. Bè che dire, aspettiamo il secondo capitolo.

Buona lettura.

Il caratterista basilisco del Cinema Scaturchio

Il caratterista basiliscoNel romanzo di Antonio Petrocelli edito da Hacca, il mondo dello spettacolo diventa una commedia dai toni surreali ma drammaticamente realista. Che strappa più di una risata

di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com

Per favore fate la conoscenza di Jonio Castellucci, attore, attore precario per l’esattezza e pure pendolare tra Roma e casa sua, che poi è in provincia di Firenze. Incontratelo voi prima che lo incrociate in giro per strada, o dentro un magazzino mentre ammazza il tempo sperando che arrivi una scrittura, anche solo piccola piccola.

Jonio Castellucci non è un attore come tanti, lui appartiene alla nobile categoria dei caratteristi che tanta fortuna e tanto bene hanno al cinema italiano, soprattutto quello del tempo d’oro della commedia. Arte nobile quella del caratterista, merce rara, anche l’autore di questo romanzo, Il caratterista basilisco del Cinema Scaturchio (Hacca edizioni) Antonio Petrocelli è attore, con molti anni di cinema e tv alle spalle e tanto mestiere.

Il caratterista basilisco del Cinema Scaturchio non è una biografia romanzata, ma una storia vera che racconta un mondo troppo spesso visto dall’esterno come qualcosa di inarrivabile, roba che vive solo sulle pagine delle riviste, popolato da personaggi fantastici. Invece qui dentro trovate uno spezzato di quel mondo dello spettacolo che fa venire i brividi e fa pure ridere, e di gusto. Sì perché il nostro Jonio è un buono, uno che ci crede pure, è solo quello che gli sta attorno che gli crede meno. Jonio vaga da set a set, aspetta che qualcuno lo chiami per un lavoro e nel frattempo fa su e giù fra Roma e Firenze dove tiene famiglia. Per fortuna sua la moglie ha un lavoro che manda avanti la baracca perché a Jonio le cose non girano molto bene. Fra pubblicità di pannoloni per incontinenza, parti da carabinieri (tra l’altro si è fatto tutti i corpi d’arma italiani) con battute scritte da sceneggiatori che si credono Arthur Miller, e tante frustrazioni, qualche magro riconoscimento che non sono premi ma solo qualcuno che lo riconosce per strada senza però chiedergli l’autografo.

Devo essere sincero, non mi risulta di aver letto su sponde italiane un racconto che descrivesse così bene il mondo del cinema, quello non inquadrato dalla macchina da presa ma quello che sta di dietro, costituito da una strana fauna umana, ma Il caratterista basilisco si spinge un po’ più in là: è un omaggio al mestiere dell’attore, sincero, che si porta dietro tutta quella fatica che questo mestiere costa. Perché tutto chiede e niente è disposto a dare indietro. Tutti sanno, e pochi lo dicono, che oggi come oggi il cinema non lo vuole far più nessuno, meglio la tv; se si potesse scegliere poi è meglio fare la soubrette, valletta, quello che vi pare piuttosto che essere attore, perché attore vuole dire una fatica mostruosa ed essere anche un po’ sfigato: vuol dire essere in maglione di lana a ferragosto con dei fari sparati addosso, vuol dire studiare e magari essere pure bravi intanto poi il merito se lo prende un altro. Jonio è tutto questo mentre ricorda la sua vita alla vigilia del debutto di una piece teatrale e torna con la mente al suo punto fermo, il Cinema Scaturchio, dove rifugiarsi per sognare un pò. Oltre a Jonio c’è un altro personaggio fenomenale in questo romanzo: San Marcello. L’immagine del santo è appesa a fianco alla foto di Enrico Berlinguer e ogni tanto, San Marcello, parla a Jonio, ma come gli parla scopritevelo da soli. Fatevi un favore, incontratelo Jonio, gli vorrete bene.

Fantozzi totale

Fantozzi totaleEdita da Einaudi la raccolta di racconti con cui Paolo Villaggio ha inventato il più tragico eroe della storia umana

di Massimiliano Pistonesi
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Essere o non essere Fantozzi? Il fatto è che essere Fantozzi non vuol dire essere un buffone o una maschera, non è un dilemma amletico: essere Fantozzi vuol dire appartenere a una categoria umana dall’anima profondamente italiana. C’è poi il fatto che un po’ tutti noi siamo dei ragionier Ugo Fantozzi, avanti, ammettiamolo pure, almeno una volta nella vita lo siamo stati, magari a turno, ma pur sempre dei Fantozzi.

Bene, ecco che l’editore Einaudi presenta la raccolta di racconti Fantozzi Totale che Paolo Villaggio cominciò a scrivere per l’Europeo alla fine degli anni Sessanta, quando ancora semisconosciuto e appena sceso dalle navi da crociera dove faceva l’intrattenitore insieme al del tutto sconosciuto Silvio Berlusconi (vorrei vederlo il giorno da Fantozzi del presidente), debuttava in tv a Quelli della domenica. In questo varietà Villaggio avrebbe proposto tanti altri celebri personaggi, come il diabolico Dr. Kratz, Giandomenico Fracchia, e raccontandone le disavventure, in terza persona, il ragionier Ugo Fantozzi.

Se poi il mito si sposa con la storia allora c’è da dire che Fantozzi è veramente esistito. Sembra che fosse un collega dello stesso Villaggio quando questi lavorava all’Italsider, e pare inoltre che fosse confinato con la scrivania in un sottoscala, se entrambi lavorassero all’ufficio sinistri è difficile dirlo.

Però Fantozzi nasce così, prima racconto orale, poi scritto e alla fine, nel ‘75, al cinema con la collaborazione di Luciano Salce. Questi racconti fanno piegare in due dalle risate perchè c’è già tutto, c’è la moglie Pina, il curioso animale domestico, la figlia Mariangela, i megadirettori, i colleghi infami, la signorina Silvani, le gite organizzate, gli abbigliamenti in bermuda di lana per le serate e le fantomatiche attrezzature da campeggio, e c’è pure la nuvola personale degli impiegati, sembra pure di sentire la voce sfiatata. Sorprenderà scoprire nei primi racconti l’assenza di Filini, che compare al cinema, ma in questi racconti la sua parte è impersonata da Fracchia, coppia atomica (da leggere a tutti i costi la loro giornata di equitazione). Insomma, quello che emerge è la costante catastrofica odissea quotidiana del trascinarsi nella vita di tutti i giorni. Perchè Ugo Fantozzi è un vero perdente, di quelli che veramente non hanno mai una festa nella loro vita. Perdente autentico ma non una maschera, non è un triste picchiatello, o un avventuroso Don Chisciotte. Qui dentro c’è di più, tanto di più. La ferocia e la cattiveria che contraddistinguono l’essenza fantozziana travalica l’assurdo, e per certi aspetti è superiore, scusate l’eresia, alle disavventure del Marcovaldo di Italo Calvino. Perché Villaggio ha saputo cogliere l’inesauribile malinconia del quotidiano, come se fosse sempre una giornata grigia d’autunno. Quindi siamo davanti a letteratura, quella vera, perché il personaggio nato dalla penna di Paolo Villagio discende direttamente dai lombi de Il cappotto e Il naso di Gogol. Tutto per raccontare quello che rischiamo di essere noi, italiani medi se va bene, mediocri se dice male.

Una lettura da fare, dopodiché Berlusca forse il suo giorno da Fantozzi non lo ha mai avuto, forse lui è solo il megadirettoregalatticogranfarabutlupmannar, ma tant’è.

Però Fantozzi non muore mai.

Buona lettura.

Il brigadiere Leonardi

Il brigadiere Leonardi

Il personaggio creato da Carlo Lucarelli nel ‘92 diventa un fumetto che le edizioni bd arricchiscono con il contributo di sette disegnatori con sette stili diversi. Storie noir e drammatiche piene di azione

di Massimiliano Pistonesi
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Nel 1992, d’estate per l’esattezza, dalla penna di Carlo Lucarelli è nato Il brigadiere Leonardi (edizioni bd), per il settimanale ravennate Qui, sette racconti con protagonista questo carabiniere, giovane, che attraversa la quotidianità di un mondo che è rimasto senza bussola e senza regole.

Personaggio accattivante e molto noir questo Leonardi che adesso le edizioni bd trasforma in un fumetto con la partecipazioni di cinque sceneggiatori – Stefano Ascrai, Diego Cajelli, Giuseppe Di Bernardo, Mauro Smocovich – e sette disegnatori – Vanessa Belardo, Giacomo Bevilacqua, Matteo Cremona, Federico Giretti, Giorgio Pontrelli, Andrea Riccadonna, Toni Viceconti – che insieme hanno dato un volto e un’esistenza a Leonardi.

I primi anni novanta furono un periodo seminale per il nostro Lucarelli, infatti in quegli anni vedono la luce il commissario De Luca, debutta l’ispettore Coliandro e il brigadiere Leonardi, con i primi due che hanno già avuto una fortunata trasposizione televisiva quindi non si può che sperare bene per il terzo. E proprio con Coliandro che Leonardi condivide molte cose, tante, ma tutte all’opposto del divertente e impacciato poliziotto. Leonardi è un carabiniere in borghese, infilato dentro una realtà viscida, in continuo movimento su un territorio sismico (alcune storie che compongo questo libro richiamano alla memoria fatti di cronaca realmente accaduti), ma a differenza di Coliandro, Leonardi rimane profondamente colpito da ciò che vede intorno, e si muove come se cercasse di difendersi dalla realtà piuttosto che affrontarla.

Poi c’è il grande lavoro degli artisti che hanno saputo dare un volto a questo nuovo personaggio, tanti disegnatori vuol dire tanti stili ma è qui la ricchezza di questi libro, un continuo cambio di registro che trasforma e adatta ogni storia.

Non aspettatevi quindi una linea rossa che accompagni tutte le storie comprese nel volume, anzi, gustatevi queste schegge impazzite, brandelli di realtà che si costituiscono di tessuto urbano che sembra un disegno tribale, dove tutto corre ma non si riesce mai ad arrivare in tempo. Pezzi di storia che in alcuni momenti ricordano anche il poliziesco anni settanta, dove certe volte le vittime non sono tanto meglio dei carnefici. E Leonardi sembra capirlo molto bene.

Buona lettura.

La libraia di Orvieto

La libraia di Orvieto

Edito da Fanucci l’esordio narrativo di Valentina Pattavina, scrittrice già apprezzata dagli amanti della commedia all’italiana grazie alle sue biografie dei grandi mostri sacri del nostro cinema

di Massimiliano Pistonesi
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La libraia di Orvieto (Fanucci Editore) segna l’esordio narrativo di Valentina Pattavina, scrittrice già conosciuta per chi ama il cinema: sono sue, infatti, le biografie di Totò, Alberto Sordi e Paolo Villaggio (tutte targate Einaudi). Il suo primo romanzo è tante cose insieme, dramma, commedia, noir sullo sfondo della provincia. E proprio da questo si deve partire per entrare nei meandri della storia di Matilde, la protagonista, quarantenne romana, sola, in fuga dalla città e dal suo passato. La provincia italiana è stata, ed è, luogo di predilezione di tanti film della commedia italiana, ma anche luogo oscuro e misterioso di tanti fatti di cronaca nera. Insomma, un luogo dove tutti sanno e pochi parlano, dove molti preferiscono dimenticare.

La fuga di Matilde non è un modo per eludere i fantasmi del passato ma un tentativo di ripartire. Ad aiutarla nella sua impresa è un gruppo di persone, una piccola tribù di persone anziane, una comunità con abitudini e comportamenti che permettono a Matilde di inserirsi nella bella Orvieto. Grazie al professor Paolini Matilde inizia a lavorare in una piccolo libreria, realizzando così un suo vecchio sogno, e poi c’è Michele, giornalista un po’ strampalato e divertente che la coinvolge nelle indagini di una strana morte avvenuta dieci anni prima. E da qui parte la trama nera, che in un modo molto particolare toccherà anche il segreto che Matilde cela.
Ovvio, tutto si ricomporrà all’interno di questo piccolo universo di provincia, ma anche qui è il modo in cui tutto si ricompone.

Romanzo leggero e per certi aspetti anche allegro perché spinge su un punto fondamentale, quello della speranza, e come alle volte succede nella vita, quella vera di tutti i giorni, la speranza si fa trovare solo alla fine della corda, e per trovarla bisogna riuscire ad andare in fondo, nel bel mezzo di quella oscurità che perimetra l’esistenza.

I personaggi della Pattavina, anche se non sono a tutto tondo, conservano uno spirito ideale, di quella leggerezza di cui sopra, non macchiette, ma vite vissute che scavalcano il consueto tran tran quotidiano. Alla fine La libraia di Orvieto e un romanzo giallorosa frizzante, fresco, autentico.

Buona lettura.

Tarantino vs Kitano – registi senza gloria

Tarantino vs Kitano

«Per me la violenza è un soggetto assolutamente estetico» Quentin Tarantino

«La violenza è come la comicità: ci colpisce improvvisamente senza preavviso» Takeshi Kitano

Negli ultimi anni Quentin Tarantino è diventato la più grande superstar del cinema e il successo di Kill Bill ha riportato in auge il suo talento, tanto criticato per l’immoralità delle tematiche e per le scelte stilistiche tacciate di smodato citazionismo o di disonesto plagiarism. Un percorso simile nella mediatizzazione è avvenuto quasi contemporaneamente a Takeshi Kitano, che ha dovuto attendere il ‘97 (Leone d’oro ad Hana-bi) per vedersi riconosciuta una genialità che aveva fatto il suo esordio ben otto anni prima. Kitano rappresenta oggi per il Giappone quello che significa Tarantino per gli States: uno slancio verso nuove sperimentazioni, mai sprezzanti del passato, che rimpastano il Cinema in tutte le sue declinazioni e lo configurano secondo un gusto originale. È da tale confronto che nasce questo libro: da una comparazione rinnegata dagli stessi autori ma chiara nei reciproci linguaggi e nella visione del cinema. (Sovera Edizioni | Collana «Ciak si scrive. I protagonisti» | pp. 160 | euro 15,00)

L’autore

Angela Cinicolo è nata a Napoli nel 1981 e si è laureata in Storia e Critica del Cinema presso l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”. Redattrice del magazine on-line Movieplayer.it, ha collaborato con il free press romano Acchiappafilm e scrive per diverse webzine tra cui Close-Up.

L’indice

15 Prefazione  di Valerio Caprara

19 Capitolo primo. L’estetica delle contaminazioni. Impudenti evoluzioni
dal nadir del cinema contemporaneo

27 Capitolo secondo. Quentin Tarantino: iena vehemens. Da commesso outsider
a Los Angeles a guest director a Las Vegas

55 Capitolo terzo. Takeshi Kitano: la poetica della violenza. La “camminata” lungo
i guardrail metropolitani fino al cinema haiku

77 Capitolo quarto. The blood-splattered movies. I samurai
postmoderni di Tarantino e Kitano: Beatrix Kiddo e Zatōichi

93 Capitolo quinto. Ri(e)voluzioni creative. Inglorious filmakers
tra trash di qualità, trilogie incomprese e fanta-war movies esplosivi

115 Bibliografia

127 Siti consultati

129 Filmografia

La breve seconda vita di Bree Tanner

La breve seconda vita di Bree Tanner

Lo spin-off letterario della saga di vampiri più famosa del mondo consegna un nuovo personaggio insieme a Bella ed Edward

di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com

Rieccoci di nuovo, il ciclone Twilight, con il nuovo capitolo della saga Eclipse, si sta per abbattere sugli schermi italiani (30 giugno) e ad accompagnarlo, in libreria esce La breve seconda vita di Bree Tanner (Fazi Editore). Sono passati quasi due anni dall’uscita di Breaking Dawn e Stephenie Meyer aggiunge un nuovo capitolo al blockbuster editoriale che, è il caso di dirlo, ha travolto il Pianeta Terra.

Con schiere di fan ovunque pronte ad attendere le sue ultime fatiche la Meyer ricama una storia laterale alla tormentata quanto quasi impossibile relazione tra Bella ed Edward. Infatti La breve seconda vita di Bree Tanner è una storia parallela che corre a fianco di quello che viene narrato in Eclipse. La protagonista è Bree Tanner, giovane vampiro che compare alla fine di Eclipse dopo la sanguinosa battaglia tra i vampiri “neonati” e il clan dei Cullen, ma i fatti ora sono visti con gli occhi di Bree, dal suo punto di vista si scoprono nuove realtà. Questo romanzo ha due novità: la prima è quella dell’inserimento di un nuovo personaggio, la seconda riguarda un vecchio progetto che la Meyer ha sempre detto (aveva già affermato che non avrebbe più scritto di Bella ed Edward) di avere in mente, cioè scrivere Twilight dal punto di vista dei vampiri. Nato inizialmente come racconto da postare sul sito della scrittrice, ha invece preso una nuova forma, insomma si è alzato e ha camminato per conto suo. Tanto che i primi a leggerlo non sono stati i fan ma gli attori del film: per capire meglio le sfumature dei personaggi.

Sta di fatto che quello che potrebbe sembrare una mera operazione commerciale risulta alla lettura ben altra cosa, sarà forse il mestiere, ma La breve seconda vita di Bree Tanner ha dei momenti decisamente meno melodrammatici, più oscuri e intriganti rispetto all’orizzonte neoromantico di tutta la saga di Twilight. Forse siamo a una svolta per Stephenie Meyer? Glielo auguriamo.

Certo, per chi ama questa saga, è un’occasione importante che potrebbe avere anche un seguito, e comunque staremo a vedere, poiché i produttori della pellicola hanno già deliberato che l’ultimo capitolo di Twilight sul grande schermo, cioè Breaking Dawn, verrà realizzato in due film. Quindi c’è tempo, e forse Stephenie Meyer potrebbe tirare fuori qualcos’altro dal cappello magico, tanto per non far penare troppo in fan in crisi d’astinenza.

Buona lettura.

La Papessa

La papessa

Il romanzo di Donna Woolfolk Cross che ha ispirato l’omonimo film è il tentativo di far luce su uno dei personaggi più misteriosi della chiesa

di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com

Il libro della Woolfolk Cross, La papessa, ricostruisce la leggenda di Giovanna, la donna che nel nono secolo fu eletta papa nascondendo la propria identità di donna. La papessa è anche il romanzo che ha ispirato il recente film del regista tedesco Sönke Wortmann, co-produzione europea dalla fascinosa ricostruzione, seppur vero che già un altro film è stato realizzato sullo stesso soggetto nel ‘72 da Michael Anderson con Liv Ullman.

Questo romanzo è un tentativo di approfondimento storico di quella che per secoli è stata creduta una mera leggenda. Tra mascheramenti e corruzione delle fonti, la realtà storica si è confusa con il mito diventando una macchina da propaganda per i protestanti (contro il papa, ovvio) anche se per molti secoli l’esistenza di una donna papa è stata ritenuta veritiera.
L’autrice non scrive un saggio ma un romanzo, e la cosa che sicuramente potrebbe appassionare gli amanti del genere storico è l’accuratezza della ricostruzione, l’ambientazione e i personaggi.

Giovanna nasce nell’814 da un prelato inglese e una madre sassone. La piccola cresce in un ambiente feroce e crudele, in un periodo dove la vita vale poco e le guerre come le epidemie sono sempre alle porte. Ma non è solo questo, la sua condizione di donna la relega a un ruolo marginale e infimo: essendo donna lei non ha alcun diritto. E’ in questo mondo che compare un greco, Esculapio, che intuendo le doti della bambina la fa studiare assieme al fratello Giovanni. L’amore per i libri e la cultura segneranno per sempre l’esistenza di questa bambina.
Riuscendo a farsi passare per il fratello Giovanni, trucidato durante un’incursione vichinga, Giovanna si reca presso un monastero benedettino, ben accolta dal priore Rabano, dove può approfondire i suoi studi, soprattutto in medicina. Ma la giovane Giovanna conosce anche il conte Gerardo, del quale si innamorerà.
Gli anni passano e Giovanna arriva a Roma, un luogo che è solo il pallido ricordo della grandezza pagana dei tempi antichi, dove superstizione e religione si confondono, ma anche un luogo corrotto, in cui tutte le cariche ecclesiastiche inclusa quella papale sono in vendita al miglior offerente. E’ qui che Giovanna, conosciuta come Giovanni Anglico, diviene famosa presso il popolino come medico tanta che diverrà medico personale di ben due papi. In questi anni si assiste ai conflitti fra i successori di Carlo Magno, le incursioni saracene che depredano la Basilica di San Pietro, alla famosa battaglia di Ostia che il duca di Napoli Cesario vince allontanando da Roma la minaccia musulmana. Fra gli intrighi di corte Giovanna viene eletta a furor di popolo Papa con il nome di Giovanni VIII, inimicandosi non pochi potenti nobili romani. Inoltre Giovanna a Roma ritrova Gerardo che pur riconoscendola non la tradirà rivelando chi essa sia.
La vulgata vuole che l’identità di Giovanna venga smascherata nel corso di una processione pasquale durante la quale la papessa dà alla luce un bambino.

L’autrice arricchisce la sua storia inserendo alla fine del libro una dettagliata documentazione delle fonti storiche. Certo, è inevitabile che il sospetto del mito rimanga, soprattutto come storia di satira antipapale. Spesso, il mito della papessa Giovanna viene fatto corrispondere alla figura della nobile romana Marozia e sua sorella Teodora che negli stessi anni della presunta esistenza della papessa dominavano la scena politica romana conosciuta come epoca della pornocrazia romana (da cui si deduce come dominassero la scena).

Alla fine un libro avvincente, che si può leggere come buon intrattenimento anche al di fuori della storicità o meno della papessa.
Buona lettura.

Era l’anno dei mondiali

Era l'anno dei mondialiDal 10 giugno esce in edicola, in allegato al Corriere della Sera, il libro Era l’anno dei mondiali.
19 scrittori, da Osvaldo Soriano a Carlo D’Amicis, da Sandro Veronesi a Giampaolo Simi, da Paolo  Sollier a Gianluca Favetto raccontano 80 anni di Mondiali di calcio.
19 racconti, uno per ogni edizione, per svelare che ogni quattro anni il mondo cambia e il calcio cambia prima del mondo. 19 storie parallele, raccolte da baristi, albergatori, tifosi, insegnanti. E restituiti a chi crede in una vita che scorre accanto alla Storia dei grandi.

Il mare arriva a mezzanotte

Il mare arriva a mezzanotteVertiginoso e debordante, l’epocale romanzo di Steve Erickson viene riproposto da Bompiani dopo dieci anni, e nulla sembra cambiato

di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com

Il mare arriva a mezzanotte di Steve Erickson viene ora riproposto dall’editore Bompiani (tascabili Bompiani) a dieci anni di distanza dalla sua prima pubblicazione in Italia e verrebbe da dire che questo sia quasi un romanzo epocale. Epocale perché marca un passaggio preciso: quello dell’umanità. Se il momento di rottura è l’arrivo del nuovo millennio, così come è raccontato dentro questo romanzo, allora Steve Erickson non è solo un visionario ma anche un profeta della vita che sa penetrare negli anfratti dell’esistenza.

Il mare arriva a mezzanotte è un romanzo vertiginoso e debordante, ci parla di un mondo alieno ma che, pagina dopo pagina, ci accorgiamo di come sia intimamente nostro, un mondo onirico e surreale, dove immaginazione e realtà si confondono, dove verità e realtà non corrispondono mai, dove il passato invade il presente e assedia il futuro. “Dopotutto un sogno è soltanto un ricordo del futuro” dice Kristin, la protagonista diciassettenne del racconto, a un suo cliente in un hotel della memoria, in una Tokyo fuori dal tempo, un bordello dove le ragazze commerciano in ricordi e non in sesso e dove Kristin è la più richiesta perché americana. Così Kristin comincia a narrare la sua storia.
Sfuggita all’ultimo istante al ruolo di duemillesima partecipante a un suicidio di massa alla mezzanotte dell’ultimo giorno del 1999, Kristin giunge dopo un viaggio picaresco a Los Angeles dove sola e affamata risponde a un annuncio sul giornale, un annuncio strano e disperato.
L’uomo dell’annuncio non verrà mai nominato, per Kristin è solo l’Occupante, così la ragazza si ritrova nella casa dell’uomo, sempre nuda e a sua disposizione. Da qui vede il mondo da dietro un vetro, la loro relazione non è solo un bisogno di possessione ma diventa anche amore vero. La notte le antenne paraboliche delle case vicine si tingono di nero come fossero marchiate, ma la casa dove Kristin è rinchiusa nasconde una stanza, la stanza dell’Apocalisse dove l’Occupante segna le date di tragedie che sembrano non avere senso, soprattutto per la storia. E così il corpo nudo di Kristin diventa il nuovo perimetro su cui queste date vengono segnate. Lei diventa la catalizzatrice delle decine di storie  che cominciano a prendere vita e si passa dalla Parigi del sessantotto alla scena punk della New York dei fine anni settanta e poi indietro al Giappone del secondo dopoguerra. Storie che si impigliano nelle maglie del tempo divenendo simultanee e continue, ora sovrapponendosi, in un crescendo misterioso e frammentario dove a un certo punto (tema ricorrente in Erickson) inizia a farla da padrone il cinema.

Romanzo struggente e romantico, Il mare arriva a mezzanotte è fatto di sensazioni e speranze, carico del dolore di tutti coloro che cercando un momento di redenzione.
Sono passati dieci anni, e tutto sembra oggi, perché quel calendario dell’Apocalisse sembra essere senza fine, perché quante date gli si potrebbero aggiungere ancora, ancora e ancora, quante cose successe che sembrano non avere senso eppure toccano milioni di persone, quante?
Steve Erickson è un visionario e un irregolare, leggetevi il suo Zeroville e se non lo avete fatto correte a procurarvelo, speriamo solo che l’editore continui nella pubblicazione dei suoi romanzi ancora inediti qui da noi. Poi, lasciatemelo dire, Steve Erickson è uno di quegli scrittori che vorresti fosse tuo amico, da chiamare quando vuoi, magari solo per fare due chiacchiere e bere insieme un bicchiere.
Buona lettura.

E se fosse possibile

Giulia SteigerwaltAttrice di talento, Giulia Steigerwalt approda alla scrittura con il suo primo romanzo: una storia di adolescenti di oggi e di ieri da gustare come se fosse un film

di Stefano Papalia
stevenpap@hotmail.it

Giulia Steigerwalt esordisce sul grande schermo accanto a Silvio Muccino in Come te nessuno mai di Gabriele Muccino, dove interpreta il ruolo di Claudia. Da allora la sua carriera prosegue in un crescendo di successi cinematografici come L’ultimo bacioMari del sud e Sotto il sole della Toscana. Dopo qualche anno di fiction torna al cinema nel 2007 con The Eternal CitySi può fare. Un anno dopo inizia un sodalizio col regista Volfango De Biasi, che la sceglie come protagonista per Come tu mi vuoiIago, entrambi accanto a Nicolas Vaporidis. Ma la Steigerwalt è anche laureata con lode in Filosofia e ha sempre coltivato, senza mai nasconderla, la sua passione per la scrittura, attraverso sceneggiature e soggetti cinematografici.

E se fosse possibile è il suo primo romanzo e racconta la storia di una diciassettenne che, arrivata a Roma con la sua famiglia da Torino, è costretta a confrontarsi con una realtà del tutto nuova. La protagonista è Silvia, una timida adolescente in lotta tra il vissuto quotidiano di una realtà che non conosce, nuovi amici, una situazione familiare movimentata e la sua timidezza. Giunta nella nuova abitazione, inciampa in un diario scritto ottant’anni prima da Emma, la sua vecchia padrona di casa, attraverso cui riuscirà a trovare le risposte giuste da dare a se stessa e alla sua vita. Grazie alle parole di Emma, la protagonista scoprirà i punti di riferimento sempre cercati, ma non ancora trovati. Comprendendo il significato dell’amore vissuto dalla protagonista di quel diario, riuscirà a chiarirsi anche con se stessa.

Da cosa nasce la voglia di scrivere un libro?
«Per me la scrittura è sempre stata una passione. È una cosa che faccio da quando sono piccola, così quando mi è stato proposto di scrivere un romanzo mi è sembrato fosse la cosa più naturale di tutte. Tra l’altro è da qualche anno che scrivo sceneggiature e lo faccio davvero con grande entusiasmo».

Nel cinema hai esordito con un film sulla vita di alcuni liceali. In questo tuo primo libro parli proprio di una liceale. Analogia? Superstizione? Cosa?
«Beh, devo dire che sono molto legata a quella fase della mia vita. L’adolescenza ha rappresentato un periodo fondamentale e ho dei ricordi nitidi e straordinari della scuola, soprattutto del liceo. Alcuni dei miei professori, per le loro peculiarità, resteranno per sempre nella mia memoria ed è per questo che non ho potuto evitare di riportare nel libro anche qualcosa di loro».

Questo romanzo è un’autobiografia?
«No, ma come dicevo, non ho saputo, né potuto, evitare di fare alcuni riferimenti alla mia esperienza da liceale e ad esperienze di miei conoscenti. Voglio citare uno degli episodi inseriti nel libro: una delle professoresse protagoniste si chiama Adama, ma a causa dei suoi modi terroristici gli studenti l’hanno soprannominata Osama. Insomma ho voluto, e spero di esserci anche riuscita, raccontare questa storia e i suoi personaggi come l’avrei potuto fare a 17 anni».

Cosa pensi dell’amore?
«Credo che l’amore sia una cosa fondamentale per tutti, e a tutte le età. Circoscriverlo alla sola adolescenza, come un sogno che sono capaci di fare soltanto i giovani, ritengo sia un grande errore. L’amore è un sentimento che abbraccia tutto: l’età, il tempo, la vita».

La famiglia protagonista del tuo libro è una di quelle moderne, poco solida e piena d’incomprensioni. Tu cosa ne pensi?
«La mia non vuole essere una critica né tanto meno un giudizio. Ponendo al centro della storia una famiglia composta da genitori separati e con nuovi compagni e una diciassettenne che si sente trascurata e incompresa, ho voluto semplicemente fare una constatazione della realtà».

La famiglia di cui parli, si sposta da Torino a Roma. Come mai proprio Torino?
«Il motivo è davvero molto semplice. Questa scelta, infatti, è dovuta a una conversazione sostenuta qualche tempo fa con una mia amica che fa l’università a Torino, che mi ha parlato della puntualità e della precisione dei tram di questa città del nord, in confronto al caos assoluto della Capitale».

Il romanzo sembra scritto per diventare un film. Hai già ricevuto offerte o proposte da registi interessati a mettere in scena il tuo romanzo?
«A dire il vero non ho ancora ricevuto nessuna vera proposta, ma ci sono stati molti apprezzamenti e poiché sono convinta che sia scritto in uno stile molto vicino a quello con cui si stende una sceneggiatura, spero che possa diventare presto un film. Naturalmente, la parte della protagonista non la farei mai e poi mai io».

Hitchcock e la vertigine interpretativa

Hitchcock e la vertigine interpretativa

Hitchcock e la vertigine interpretativa

Il saggio di Sandro Fogli, dedicato al “maestro della suspense”, sarà presentato al Teatro Trastevere di Roma, alla presenza di volti noti del cinema e della televisione

di Dafne Foderà
dafne.fodera@libero.it

Una critica ai capolavori hitchcockiani, un’analisi non solo tecnica, ma anche delle emozioni provate davanti alle scene più celebri del regista.

Questo il filo conduttore del saggio di Sandro Fogli, Hitchcock e la vertigine interpretativa, presentato in anteprima il 19 marzo, che verrà lanciato ufficialmente il 29 maggio, a Roma, presso il Teatro Trastevere, alle ore 18.00, in via Jacopa de’ Settesoli, 3.

Durante la serata interverranno: il critico cinematografico Luigi Sardiello, relatore del convegno, e alcuni volti noti del cinema e della televisione italiana, tra i quali Elena Sofia Ricci, Neri Marcorè, Francesca Inaudi, Antonia Liskova, Luca Ward, Giada Desideri, Carlotta Natoli e Chiara Francini.

Un viaggio all’interno del mondo di Hitchcock quello di Sandro Fogli. Un saggio dedicato non solo a studiosi del genere o appassionati del settore, ma anche agli spettatori. Un’analisi critica, come sottolineato nella prefazione di Lorenzo Cuccu, docente di Cinema, Teatro e Produzione Multimediale presso l’Università degli Studi di Pisa: «Nell’esperienza di Sandro Fogli l’amore sconfinato per il cinema di “Hitch”, […], ha incrociato questa svolta critica, ne è stato nutrito, si è tradotto in studio e in consapevolezza metodologica nuova. Ne è nato il libro che esce oggi, importante perché è significativa, vivente testimonianza di quella svolta, ma insieme conferma del perdurare dell’antica passione. Una passione temperata dagli studi, però: tanto è vero che oggi Fogli lo “zio Hitch” lo chiama “Sir Alfred”! ».

Dita mignole

Dita mignole

L’opera dello scrittore romeno Filip Florian è forse il miglior romanzo tradotto nell’ultimo anno. Un caleidoscopio di storie per raccontare la ferocia della Storia come fosse una favola

di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com

Dita mignole (Fazi Editore) dello scrittore romeno Filip Florian è forse il miglior romanzo tradotto in Italia in questo scorcio di 2010. Novità assoluta che permette di entrare all’interno di un mondo letterario, quello della Romania, non molto frequentato dalle nostre parti. Certo, la letteratura dell’est ha una sua vetrina, ma nel romanzo di Florian c’è un’incandescenza surreale, un fascino conturbante per la narrazione che lascia una dolce vena malinconica ma che folgora pagina dopo pagina in un caleidoscopio di storie che di volta in volta si intrecciano e si sovrappongono, ricordando in qualche modo Una solitudine molto rumorosa di Hrabal.

Siamo all’inizio degli anni Novanta, il regime comunista di Ceausescu è crollato insieme al Muro di Berlino; in una tranquilla e isolata località montana della Romania viene rinvenuta una fossa comune piena di resti umani, resti cui enigmaticamente e inspiegabilmente mancano le dita mignole. Inizialmente si pensa a ipotesi antiche, la fossa si trova nelle vicinanze di un castrum romano, c’è chi ipotizza che quei resti siano le vittime della pestilenza che colpì secoli addietro. Ma la verità è più vicina e tragica: quei poveri corpi sono le vittime di un’esecuzione sommaria perpetrata durante il regime comunista. A cercare di svelare il mistero una pletora di personaggi. Intanto c’è il capo della polizia locale, Major Maxim, che non trova di meglio che convocare la stampa e tutti i mezzi di informazioni, proclamando di voler risolvere il caso, forse. C’è poi un giovane archeologo, Petrus, affetto da una terribile ulcera che trascorre i suoi pomeriggi piovosi in compagnia della sua proprietaria di casa che gli racconta i suoi sogni. C’è la vedova Eugenia Embury che legge il futuro nelle carte e di cui Petrus è segretamente innamorato. C’è anche un monaco con un segreto sotto il suo cappello, un fotografo, Sasa, che va in giro con il dromedario Aladin, c’è un ex detenuto e un procuratore militare. Tutti intorno alla fossa, ma ad aiutarli a capire il mistero delle dita mignole amputate arrivano dall’altra parte del pianeta Terra cinque antropologi criminali argentini specializzati in los desaparecidos.

Una ridda di personaggi che vanno a comporre un mosaico di storie, tragiche, divertenti, fantastiche. Scritto con una leggerezza favolistica il romanzo è un insieme di finzione e realtà che racconta il presente, uno sguardo ironico e lucido sull’Europa di oggi. Difficile catalogare questo Dita mignole, che parte come un giallo classico e finisce in un fuoco d’artificio, ma ricorda spesso il racconto d’avventura, una storia di pirati ambientata ai nostri giorni, un fantastico delirio.

Buona lettura.

L’uomo Gesù – La storia vera di Gesù di Nazaret

Paul-VerhoevenIl regista di Robocop e Basic Instinct, Paul Verhoeven, descrive la grande tragedia di un portatore di croce in un regno che non è mai arrivato

di Dafne Foderà
dafne.fodera@libero.it

«Venuto da molto lontano
a convertire bestie e gente. Non si può dire non sia servito a niente
perché prese la terra per mano. Vestito di sabbia e di bianco,
alcuni lo dissero santo.
Per altri ebbe meno virtù.
Si faceva chiamare Gesù». Cantava Fabrizio De André.

«Vedo Gesù come una persona», esordisce Paul Verhoeven, nel suo libro, nato, come dice egli stesso, dall’impulso a ricercare la verità. Ma la verità non è mai una sola. E forse è questo il maggior pregio di quest’opera: un’analisi lucida e storica che parte da diverse fonti, che parte non dal Vangelo, ma dai Vangeli. Un’analisi nata con l’intento di girare un film, il racconto di un regista che guarda al Nuovo Testamento come un drammaturgo, scorgendone e rivelandone i meccanismi narrativi. Il regista olandese sa bene che cosa si scrive per il lettore, come viene girata una scena solo per il punto di vista dello spettatore. Nel suo intento di mostrare esclusivamente i fatti, però, induce inevitabilmente la mente di chi legge a costruirsi la propria verità. A specchiarsi, ancora una volta, in una narrazione.

La sua premessa è chiara: Gesù era prima di tutto un uomo, con i pregi e i difetti che ne conseguono. A proposito della sua fede, Verhoeven dichiara fin dall’inizio: «mi piacerebbe credere, ma razionalmente non ci riesco». Eppure, appena comincia la sua analisi, il lettore si trova a credere alle sue parole.

Una lunga parte del testo è dedicata all’analisi narrativa delle parabole più conosciute. Afferma il regista: «Gesù descrive sempre le azioni, il comportamento dei personaggi, nelle sue parabole. Qualche volta utilizza un monologo interiore per ravvivare la trama, ma non descrive mai i sentimenti dei suoi personaggi dal di fuori». E ancora: «Le parabole di Gesù vanno prese alla lettera. Vi descrive un determinato “comportamento nel mondo”. Il padre del figliol prodigo, il proprietario della vigna, il samaritano si comportano tutti in un certo modo e quel comportamento è proprio il regno di Dio. Gesù si aspettava che, non appena questo regno di Dio fosse diventato realtà, nel mondo lo spirito di Dio sarebbe venuto su di noi e noi ci saremmo comportati in tal modo». Per Gesù, il regno di Dio è un mondo in cui tutte le cose sono misurate diversamente. Dove tutti gli operai vengono pagati un denaro, anche se hanno fatto meno ore degli altri. Dove il figlio che va via è più apprezzato di quello che è rimasto.

Le parabole erano vere e proprie finestre sul regno di Dio. Ma il regno di Dio non è mai arrivato. Questa la grande tragedia dell’uomo Gesù. Il quale, a un certo punto, si scontra con una verità che non ricordava. Quello il momento in cui il suo ruolo diventa quello che ci è stato tramandato.

«Penso che tutti i teologi concordino nel sostenere che Gesù ha predicato il regno di Dio. Ma quando Gesù fu crocifisso, e secondo la tradizione risorse a nuova vita, allora proprio quella resurrezione diventò l’elemento centrale del Cristianesimo. Quella resurrezione dimostrava che Gesù era figlio di Dio e che la sua morte aveva portato alla definitiva redenzione dell’umanità (ovviamente solo dei cristiani) dai peccati: Gesù aveva riconciliato ancora una volta Dio e il suo popolo. E così il messaggero (che proclamava il regno di Dio) si trasformò nel messaggio».

A proposito del significato della sua venuta, Verhoeven scrive: «La principale ragione della nostra dimenticanza del messaggio di Gesù riguardo all’avvento del regno di Dio è dovuta evidentemente al fatto che questo regno non è mai arrivato. Tutto ciò che Gesù si aspettava, quell’utopia a cui tutte le sue parole, similitudini e parabole facevano riferimento, non è mai diventato realtà».

Infine, il regista olandese stravolge il significato canonico dell’Ultima Cena, mostrando ancora una volta la fragilità tipicamente umana. «Quando Gesù, dopo due giorni e due notti di indicibili sofferenze spirituali, accettò finalmente la necessità della propria morte, mangiò insieme ai discepoli presenti e, durante il pasto, chiese loro di ricordarlo dopo la sua morte, ogni volta che in un pasto avrebbero spezzato il pane e bevuto il vino.  In nessun altro passo dei Vangeli la grandezza di Gesù come uomo è evidente come in occasione di questo pasto, in cui fissa la morte negli occhi, la accetta e chiede ai suoi amici di non dimenticarlo».

Perché, alla fine, Gesù è morto.  È morto, «come tutti si muore, come tutti, cambiando colore». Cantava Fabrizio De André.

Uomini si diventa

Uomini si diventa

Michael Chabon racconta cosa significa essere  uomo, nella triplice accezione di padre, marito e figlio, in un romanzo avvincente edito da Rizzoli

di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com

Michael Chabon appartiene a quell’ultima generazione di scrittori americani che hanno saputo rimescolare le carte dopo la sbornia minimalista degli anni Ottanta e che hanno spostato il confine del racconto in territori poco consueti per la letteratura mainstream. I vari Chabon, Lethem, Foster Wallace (che ci mancherà veramente), Steve Erickson, hanno saputo offrire visioni nuove ma che affondano le radici nella cultura pop, quindi cinema, fantascienza, fumetti e rock, rendendo tutto ciò vita quotidiana.

Michael Chabon ha una storia tutta sua, esordisce a ventiquattro anni con I misteri di Pittsburgh (presto sugli schermi) alla fine degli Ottanta, grande successo a cui fa seguito una fenomenale crisi nel tentativo di portare a termine il suo secondo romanzo, Fountain City, cinque anni per arrivare a niente, nel frattempo divorzia e si risposa e decide di raccontare quella fenomenale crisi che diventa un romanzo, Wonder Boy, da cui Hanson ha tratto un bel film con Michael Douglas e Tobey Maguire. Inizia per Chabon una liason con il cinema che ancora dura, fra alti e bassi. C’è lui dietro la storia di Spider-man 2, e c’è la sua mano nel prossimo kolossal in 3D della Pixar/Disney John Carter di Marte. E sempre la sua penna ha scritto la sceneggiatura per il remake in 3D (ormai non ne usciremo più) di Ventimila leghe sotto i mari. In più i fratelli Coen hanno comprato i diritti del suo ultimo romanzo  Il sindacato dei poliziotti Yiddish.

Ma adesso abbiamo a che fare con il suo quasi romanzo Uomini si diventa (Rizzoli), una raccolta di impressioni e aneddoti sul significato di essere uomo, sia come figlio che come marito e padre. Il titolo originale sicuramente è più esplicativo dove quel Uomini è Manhood, mascolo, e il resto è For Amateurs, principianti. Non siamo di fronte a un manuale o a un prontuario per essere uomo nella vita ma davanti a una finestra aperta sulla vita e a tutto quello che c’è dietro alle cose che si fanno tutti i giorni nel bene o nel male. Così Chabon ripercorre la sua vita ricordando i suoi genitori, le prime esperienze amorose e con le droghe, il rapporto con la moglie e con i figli (per la cronaca ne ha quattro). Il bello di tutto questo è che Chabon non tira mai le somme, non si ferma a fare un bilancio che, come lui fa intendere bene, sarebbe comunque disastroso e poi non avrebbe senso perché la vita si muove sempre e per fortuna sempre avanti. Tra ricordi intimi e scene esilaranti (i figli che gli domandano degli spinelli e del sesso), la conoscenza dei suoi colleghi, le sue storie e tanti, tanti fumetti, Chabon ci avvolge in un fuoco d’artificio mirabolante e avvincente. Perché è difficile essere uomini ma anche donne, padri e madri senza parlare di quell’inferno che è l’adolescenza. Insomma la vita accade e accade adesso. Per chi poi volesse leggere qualcosa in più di Michael Chabon prendetevi Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay, e poi ne riparleremo.

Buona lettura.

Guida Festival 2010

Guida Festival 2010

Arriva la quarta edizione della Guida “Festival 2010 – Un anno di eventi culturali in Italia” a cura di Andrea Romeo (Festival of Festivals, Morellini Editore, Milano; 207 pgg. € 15,90)

Distribuita in modo capillare su tutto il territorio italiano, la quarta edizione di questa guida raccoglie le più importanti manifestazioni festivaliere in Italia, raccontandone focus, tendenze e dati, in modo da fornire al lettore uno strumento unico e completo per partecipare all’evento. Gli appuntamenti sono divisi per regioni, temi (musica, cinema, culture, teatro, scienze) e date; per ciascuno di essi sono indicati luoghi, siti web, contatti e organizzazione. Poco testo descrittivo e molti indicatori grafici, per fornire al lettore, anche straniero, informazioni universalmente decifrabili circa l’ospitalità, la raggiungibilità e ogni altro elemento utile. Oltre 400 schede aggiornate per una guida pratica e facilmente consultabile. (Barbara Zorzoli)

Jamestown: l’amore ai tempi dell’apocalisse

JamestownNella migliore tradizione del racconto post-apocalittico, l’autore americano Matthew Sharpe racconta la storia di Pochaontas in un romanzo commovente, feroce e surreale, che è una parodia dei nostri giorni

di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com

Se avete visto Avatar di James Cameron, e probabilmente lo avete visto, vi consiglierei di buttare un occhio a Jamestown (Edizioni BD) di Matthew Sharpe. Le analogie fra i due ci sono, anche se a prima vista sembrano non esserci contatti tra le due opere. Intanto Avatar è un film ad alto budget pieno di effetti tanto speciali da far lasciare gli occhi sugli occhiali 3D dopo che ve li siete tolti; poi c’è che è un film pieno d’azione ambientato su un altro pianeta. In questo romanzo, Jamestown, non ci sono effetti speciali ma un puro continuo corto circuito narrativo, un libro che fa piegare in due dalle risate come se i ruoli di Steven Seagal l’interpretasse l’immenso John Belushi.

Scusa e le analogie? direte voi. Bè, la storia è la stessa: quella di Pochaontas. Perché Avatar si rifà alla storia della intrepida e coraggiosa principessa nativa americana che difese il suo popolo e la sua terra dalla minaccia predatoria del perfido uomo bianco. Ecco, Matthew Sharpe racconta quella storia in un’America non tanto lontana nel futuro devastata dalla contaminazione e dalla fine del Mondo. All’interno di questo paesaggio immobile e grigio, un gruppo di cinquanta uomini a bordo di un autobus blindato viene spedito da Manhattan in Virginia a verificare la possibilità di stabilirvi una colonia da dove ripartire alla conquista di praterie ormai sgombre dalla presenza umana. Nome della colonia da costruire: Jamestown, come il primo avamposto inglese nel Nord America.
Storia nota, la bella principessa si innamora del colono John Rolfe e insieme cercano di costruire una convivenza pacifica fra i due popoli. Ma in questo romanzo la storia è narrata nei particolari.

In Jamestown John Rolfe è un povero sfigato, un po’ intimorito dai suoi compagni di viaggio — e ne ha ben donde — Pochaontas è un po’ bruttina, sfacciata e dai pruriti sessuali in subbuglio. Insomma, non è la solita storia di cowboy e indiani, anche se qui se le danno di santa ragione con mitra automatici e frecce vecchio stile. Il povero John Rolfe e la sua compagnia fanno un viaggio surreale accerchiati da cannibali e lepri mutanti che staccano le orecchie a morsi per giungere nel luogo tanto agognato solo per ritrovarsi accerchiati da indiani leggermente scontrosi, per usare un eufemismo.

Scritto in forma di diario che offre il punto di vista dei singoli personaggi, il romanzo di Matthew Sharpe racconta la storia di un amore impossibile durante il tentativo di colonizzazione, ma l’autore avrebbe potuto farlo anche con Romeo e Giulietta, tanto sempre la stessa storia sarebbe stata, e allo stesso tempo racconta tutte le disfunzioni del vivere quotidiano dei nostri giorni non risparmiando niente, una narrazione senza tregua.
Richiamando la migliore tradizione del racconto post-apocalittico, Jamestown è un romanzo surreale, commovente e feroce, da cui dovrebbero fare un film che forse non sarà in 3D, ma diamine, ci sarebbe da divertirsi.
Buona lettura.

Nel segno di Murakami

Nel segno della pecora

A diciott’anni dalla sua prima apparizione in Italia, Einaudi ripubblica Nel segno della pecora, ultimo capitolo della “trilogia del ratto”, e riscopre i classici indimenticati del celebre autore giapponese

di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com

Chi in un momento qualsiasi della propria vita si sia imbattuto in Norwegian Wood (anche conosciuto come Tokyo Blues) di Murakami Haruki sa che la scrittura, le storie dell’autore giapponese hanno tutti i colori dell’arcobaleno. Una indefinita sensazione di gioia e malinconia accompagna i suoi personaggi e il loro bagaglio di  vita, perché Murakami è uno dei pochi scrittori in circolazione che va letto con la spina dorsale, come diceva Nabakov.
Insomma, un piacere che fa smaniare milioni di appassionati sparsi su questo pezzo di roccia e metallo che galleggia nello spazio che si chiama pianeta Terra.

Ecco appena arrivato Nel segno della pecora, che Einaudi (l’editore che ne sta pubblicando l’intera opera) ripubblica dopo la sua prima apparizione nel ‘92. Da allora questo romanzo era diventato un oggetto di culto introvabile per gli appassionati di Murakami, sì perché Nel segno della pecora chiude la così detta “trilogia del ratto” e introduce dritti dritti dentro il mondo di un altro suo romanzo, Dance Dance Dance. Qui, infatti, incontriamo il narratore, mai nominato, di queste storie e il suo amico detto il Ratto. In più vediamo Hokkaido e l’hotel del Delfino.

Un pubblicitario quasi trentenne, con qualche problema affettivo ed economico, infila dentro una newsletter la foto di un gregge di pecore ricevuta da un amico. Niente di strano, forse, se non fosse che fra quegli innocui ovini ce n’è una che sul dorso ha una macchia di caffè. Qualcuno la nota, la pecora con la macchia, e incarica il giovane pubblicitario di trovarla. Il pubblicitario sarebbe più che perplesso a esaudire un desiderio così bislacco, se non fosse che tale richiesta viene da un poco di buono, anzi, un vero boss della mala.
Inizia così un’assurda ricerca che il nostro affronta insieme a una giovane ragazza, che fa la squillo e la modella per orecchie, ne ha un paio davvero bellissime.
Nella ricerca il giovane pubblicitario incontrerà il fantomatico Uomocapra, con una parlata biascicante, insieme al suo amico, il Ratto.

Non fatevi tradire dall’inizio che sembra un diario dove succede un funerale, un divorzio, e un po’ di  vita noiosa. Il resto è solo Murakami.
Come in tutti i romanzi dell’autore giapponese i personaggi sono bizzarri e le situazioni incredibili, se non sovrannaturali, ma il tutto sembra maledettamente vero. Poi ci sono i suoi temi preferiti, la solitudine, il senso dell’amicizia, il mare e la pioggia.
Leggetevelo perché non vi farà sentire freddo, però sappiate che se vi mette sulle orme di Murakami Haruki rischiate di non poterne più fare a meno (aspettando il suo fantomatico 19Q4). Un po’ come quando si è bambini e si cerca di correre incontro all’arcobaleno. Eh, ma bisogna provarci.
Buona lettura.

Sette piccoli sospetti

Sette piccoli sospetti

Protagonisti del nuovo romanzo di Christian Frascella, edito da Fazi, sette ragazzini all’assalto della banca del loro paese: una storia tutta da ridere ma da leggere con il fiato sospeso

di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com

Christian Frascella a non conoscerlo bene sembrerebbe un tipo poco raccomandabile, uno da non frequentare per non finire nei guai. Bè, mi sbagliavo di grosso, lo confesso. Il suddetto Frascella è un personaggio incredibile, uno di quei tipi che vorresti avere per amico, magari da prendere a piccole dosi, ma un amico al quale rivolgersi.
Poi c’è che ha scritto due romanzi belli, Mia sorella è una foca monaca e l’appena uscito Sette piccoli sospetti (entrambi Fazi Editore). Il primo sarà presto un film e per il secondo c’è da attendere, ma intanto leggetevi questa storia. Quella di sette ragazzini che tengono d’occhio la banca del loro paese finché non decidono di svaligiarla. Fin qui niente di male (soprattutto l’idea di rapinare una banca), però, come sempre, qualcosa va storto in maniera imprevista, con i nostri costretti a fare i conti con qualcuno di veramente temibile.

Da Mia sorella è una foca monaca, che era una storia personale, sei passato con Sette piccoli sospetti a un’ambientazione e a un registro diversi.
«Avevo in mente questa idea: cosa succederebbe se sette ragazzini decidessero di rapinare la banca del loro paese? Poi il resto è venuto con la scrittura. L’importante è avere una buona trama poi il resto viene da sé. Così come, mentre scrivevo, è venuta fuori l’idea di ambientarlo dalle parti di Napoli. Mentre in Mia sorella è una foca monaca l’ambientazione la conoscevo bene perché è dove sono cresciuto, la provincia di Torino, qui ho cercato di qualcosa di nuovo. Con casini consequenziali come il dialetto, per il quale mi hanno dovuto aiutare».

Però è eccezionale come racconti questi sette ragazzini e il loro ambiente…
«Credo che un personaggio funzioni bene quando ha dietro un background consistente, così sono entrato nelle loro vite, li ho visti calati nel loro quotidiano, neanch’io sapevo che uno voleva fare il calciatore, un altro il prete e così via. Alla fine però dentro c’è anche qualcosa di me, più il cinema e i libri che mi sono piaciuti».

Un’altra cosa che salta all’occhio sono gli anni 80 nei quali è ambientata la storia del romanzo, però i tuoi personaggi hanno un parlato più contemporaneo.
«Non credo che esista un linguaggio universale quindi ho richiamato alla memoria come parlavo io in quel periodo, quando avevo l’età dei protagonisti della storia, poi ho prestato l’orecchio a come parlano i ragazzi oggi. Però oltre al dialogo c’è anche parecchia azione e movimento, così ogni personaggio è portatore di un atteggiamento. I personaggi bisogna farli parlare ma bisogna anche saperli far muovere».

Mia sorella è una foca monaca presto sarà un film e tu hai partecipato alla sceneggiatura, questo lavoro ti ha insegnato qualcosa?
«Ho scritto la sceneggiatura insieme a Marco Martani, che è una bestia però è un grande tecnico della sceneggiatura. Con lui ho capito quando si deve sacrificare o tagliare qualcosa, come mantenere vivo il dialogo, come costruire l’azione. Però quando abbiamo cominciato a scrivere la sceneggiatura io ero già a tre quarti della stesura del romanzo. Scrivere un film mi ha aiutato a scrivere il finale del mio romanzo, facendolo diventare tutto azione».

È cambiata molto la storia dalla pagina al film?
«Il personaggio di Mia sorella è una foca monaca è uno che si parla parecchio addosso, quindi abbiamo cercato di rendere questa sua caratteristica attraverso altre dinamiche. Con Martani ci siamo visti un po’ di film, soprattutto Trainspotting di Danny Boyle. L’inizio del film sarà con il protagonista che corre. Però non ci sono stati grandi tradimenti, anche perché altrimenti non l’avrei firmato. Quando ci sono state delle cose che non mi quadravano l’ho detto, e mi hanno ascoltato».

Senti, emozioni particolari per questa seconda prova?
«La prova del due è quella che tocca tutti dopo che il loro primo libro, disco, film è andato bene. Che dire: sono indifferente. Per scrivere Mia sorella è una foca monaca ci ho messo sette anni per Sette piccoli sospetti sette mesi. L’ho portato dal mio editore che ne è stato entusiasta ed è finita lì.
Nessuno mi ha messo fretta telefonandomi per dire che era meglio se buttavo fuori subito qualcosa di nuovo. Ora ho due romanzi sul curriculum ma da qui a dire che sono un autore ce ne vuole. Io non concepisco la scrittura come un mestiere ma come un divertimento. Mi capita di finire quasi involontariamente a tavole rotonde con altri scrittori e li senti parlare come se la narrativa sia il fine ultimo della vita e poi citano sempre qualcun altro. Ma provate a dire qualcosa di vostro, della farina del vostro sacco, senza starvene a far girare ’sti pseudo-intellettualismi… È come vedersi 8 ½ di Fellini e cercare di capire cosa voleva dire. Può pure non voler dire niente ma è bello lo stesso.
E poi io neanche ci pensavo che avrei mai pubblicato un libro. Invece adesso sono a due».

Però per il primo libro sei finito dalla Dandini.
«La peggiore intervista della storia».

Un’ultima cosa su Sette piccoli sospetti: il personaggio di Bordignon lo hai preso da I mostri di Dino Risi, vero?
«Ehmbè».

Il cinema secondo Amelio

Un film che si chiama desiderioIn Un film che si chiama desiderio, il regista percorre la storia del cinema dispensando aneddoti e ricordi che abbattono gli steccati della visione autoriale per abbracciare il punto di vista del pubblico

di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com

Alle volte ci si chiede: che piacere c’è nel fare il critico? Che sia letterario, cinematografico o altro poco importa: quel che conta è come ci si pone davanti all’oggetto da raccontare o analizzare. Certe volte varrebbe la pena di rimanersene a casa perché tanto c’è il pubblico. Già, il pubblico. Spesso pagante.
Ecco, il piacere del pubblico, starsene seduto a godersi un film, un libro, un quadro senza sofferenze, senza psicodrammi intellettuali, solo con il piacere di guardare e divertirsi, che tanto c’è molto altro di cui preoccuparsi.

Il libro di Gianni Amelio Un film chiamato desiderio (Einaudi) è questo: spettacolo. Il racconto del piacere che noi ci ostiniamo ancora a chiamare cinema. Amelio compie una cavalcata storica sul e dentro il cinema, in un saggio composto da tanti articoli senza un legame se non quello dei film, una disconnessione vertebrale che vibra in continuazione lungo la schiena regalando quel piacere di cui sopra.
Senza salire in cattedra, Amelio racconta il suo mondo e lo fa da un angolino privilegiato: quello dello spettatore. Certo, è un regista e sceneggiatore, ma qui smette quei panni per stare dalla nostra parte. Un racconto fatto di immagini e ricordi, di nomi e di luoghi che rivelano un Gianni Amelio dai gusti diversi. Uno se lo immaginerebbe bello chiuso in una visione autoriale, invece sorprende sapere che il nostro apprezza la fantascienza e gli horror in bianco e nero, che ama il cinema americano. Gusti comuni, si direbbe, gli stessi del pubblico.

In più Amelio sorprende ricordando aneddoti che riguardano i suoi colleghi e se stesso, rivelando il mondo dietro la macchina da presa come un circo umano fenomenale quanto amaro. Non mancano esperienze amare di film mancati, personaggi insopportabili e addirittura truffe da film (incredibile quella che coinvolse un ignaro Bob Rafelson). Un film che si chiama desiderio è quasi un romanzo memoir che andrebbe letto da chi ama il cinema perché dentro ce n’è parecchio.
Buona lettura.

La ragazza dai piedi di vetro

La ragazza dai piedi di vetroNel debutto dello scrittore inglese Ali Shaw, edito da Fazi, una fiaba moderna che mescola thriller, fantasy e noir agli archetipi del romanzo di formazione

di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com

Mentre leggevo questo romanzo, La ragazza dai piedi di vetro di Ali Shaw (Fazi Editore) cercavo nella testa una colonna sonora, qualcosa che accompagnasse la lettura di quelle pagine che diventavano sempre troppo poche man mano che si avvicinava la fine. Non so perché stessi cercando una musica, ma il bisogno che ci fosse qualcos’altro a sorreggere questa storia era palpabile, e lo è ancora adesso che l’ho finita di leggere.

Fuori dai solipsismi personali, La ragazza dai piedi di vetro è un romanzo che può piacere a tutti, inclusi coloro che odiano il fantasy e quelli che non vedono l’ora di arrivare alla pensione per scansare tutto lo young adult imperante. Intanto, il romanzo di Ali Shaw si nutre di tante cose, dal fantasy al thriller fino a toccare il noir con punte d’insolito. Però è una storia di formazione, un passaggio dove oltre, nel bene e nel male, si è uomini e donne.

È la storia di Midas che vive su un’isola che non ha mai lasciato, St. Hauda Land, dove le cose non sono proprio consuete, con meduse fluorescenti e boschi di licheni e piccole mucche al pascolo che prendono il volo grazie alle loro ali. Midas ha una passione: vede il mondo attraverso l’obiettivo della sua macchina fotografica, sottraendo istanti al tempo. Poi c’è Ida, una straniera arrivata sull’isola per cercare una cura alla malattia che lentamente la sta trasformando in vetro a partire dai piedi. Midas inizia ad aiutarla e intorno a loro si materializza un universo di personaggi incredibili. Per i due ragazzi il tempo scorre troppo veloce, istanti che Midas questa volta sembra non riuscire più a rubare, mentre Ida ne avrebbe veramente bisogno.

Come al solito non faccio spoiler quindi se volete sapere come va a finire andatevelo a leggere. Però una cosa vorrei dirla: non fatevi abbagliare dall’idea del magico del fantasy. La ragazza dai piedi di vetro è una storia profonda, fatta di sentimenti ed emozioni, soprattutto quando Midas piano piano diventa consapevole di sé e comprende come la vita possa fare paura e certe volte ne fa anche troppa, ma va affrontata, sempre. Anche se alle volte ci si ritrova a credere talmente tanto a una cosa che ti rimane solo quella, è l’unica speranza che resta. Hai ragione Midas, hai ragione ragazzo.

Tornando alla musica, forse All Along The Watchtower, nella versione di Jimi Hendrix, ci starebbe bene, magari sui titoli di coda. In fondo questa è una storia acida e colorata.

Buona lettura.

Il cinema di Shinya Tsukamoto

Cover Tsukamoto

Esponente di spicco del cinema indipendente giapponese, Shinya Tsukamoto si è fatto conoscere al pubblico occidentale con il film cult Tetsuo, che ne riassume immediatamente le coordinate stilistiche e poetiche. Figlio del cinema di David Cronenberg e di David Lynch, Tsukamoto ha sviluppato un’idea di cinema fondata sul corpo come metafora fragile dell’essere umano. Attraverso film quali Tokyo Fist, Bullet Ballet, A Snake of June, Vital, e la trilogia su Tetsuo, Tsukamoto ha saputo ragionare in termini efficaci sul ruolo dell’individuo all’interno della società oppressiva contemporanea, sulle relazioni sempre più effimere tra le persone, sul ruolo del sesso nella gestione della propria esistenza, tutti temi affrontati all’interno del libro da firme autorevoli quali: Raffaele Meale, Edvige Liotta, Domenico Monetti, Lorenzo Leone, Enrico Carocci, Dario Tomasi, Michele Raga, Enrico Azzano, Matteo Boscarol e Massimiliano Spanu. Prefazione di Tom Mes.

A cura di Andrea Fontana, Davide Tarò e Fabio Zanello – Pag. 150 – Euro 15,00 – Edizioni Il Foglio

Prove di felicità a Roma est

coverVite di periferia nella capitale della nostra società multietnica e precaria: al suo romanzo d’esordio, lo sceneggiatore Roan Johnson si racconta, tra sogni letterari e progetti cinematografici

di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com

Se dovete fare una scelta originale, che non sia scontata e che a sorpresa vi catapulti dentro un mondo che è quello di tutti i giorni ma che poi ve lo fa guardare con occhi diversi facendovi ridere, arrabbiare, commuovere… insomma se volte un po’ di vita vera allora andatevi a leggere Prove di felicità a Roma est di Roan Johnson. Romanzo che ha il raro dono della leggerezza e una sana dose di incoscienza, collocandosi piacevolmente fuori dal coro del sentimental-mieloso-giovanilistico da pseudo diario. No, questa è un’altra storia, quella di Lorenzo Baldacci, ventenne arrivato a Roma da un paesino toscano per prendersi un diploma in una scuola privata dove se paghi te lo regalano; ma è anche la storia di Samia, ragazza italo-marocchina che fa la cameriera nella stessa pizzeria dove Lorenzo fa il pony. E poi è la storia della periferia di Roma, quella del titolo, popolata da tante tribù e da tanta vita che corre sull’asfalto pieno di buche, dove fare qualche botto può succedere e forse, sembra strano a dirlo, qualche volta fa pure bene.
Opera prima di un ragazzo di Pisa, Roan (è italiano nonostante il nome, padre inglese, madre di Matera, e forse lui s’è pure rotto di sentirlo dire ogni volta), che fa lo sceneggiatore. L’abbiamo incontrato per parlare del suo romanzo.
Prove di felicità a Roma est è una storia che parla di ragazzi e ragazze ma esce fuori dagli schemi consueti sui cosiddetti “giovani adulti”. È una storia che volevi raccontare o è qualcosa che ti riguarda più da vicino?
«Prima di tutto è una storia che avevo dentro da anni e che in qualche modo ho sentito crescere dentro di me, finché ho capito che ero pronto per scriverla e ho iniziato. Questo lavoro di scrittura ha avuto su di me anche una funzione che potremmo dire terapeutica. Però è anche vero che il personaggio di Lorenzo, che è quello che narra la storia, è un punto vista. Un punto di vista sulla città e sulla ragazza di cui s’innamora. Samia è il personaggio più importante del romanzo, ma anche lei è uno sguardo diverso sulla nostra realtà. In questo senso la città, Roma, diventa un simbolo, una prefigurazione del nostro futuro, un osservatorio sul presente e sul domani, per cercare di capire come si svilupperà la convivenza sociale e intima tra persone di diversa estrazione e provenienza».
In molti romanzi italiani capita che le città in cui sono ambientate le storie non siano mai nominate. Tu non te ne sei fatto un problema e Roma l’hai infilata già nel titolo.
«Io sono di Pisa ma vivo a Roma da dieci anni e ho sempre abitato più o meno nelle zone dove è ambientato il romanzo. Quello che vede Lorenzo – anche lui viene dalla Toscana, ma da un paesino più favolistico – è quello che ho visto e che vedo tutt’oggi. Credo che raccontare Roma attraverso gli occhi di chi viene da fuori sia anche un’esigenza».
Tu scegli la periferia in un momento in cui le periferie sono luoghi poco raccontati, invece in Prove di felicità a Roma est la periferia diviene luogo nevralgico di storie, un po’ come faceva Pasolini.
«Il paragone mi commuove e certamente, se si va nel centro storico, Roma è la città più bella del mondo. Poi come se ne esce incontri una periferia che è brutta ma che ha un suo fascino che deriva dal pulsare della vita che ha dentro. L’umanità che popola questi luoghi è viva, non rassegnata, magari tutto è un casino ma ci si riesce a stare perché fatta di sensazioni. E poi è proprio in questa periferia che sta nascendo il futuro, quell’esperienza di convivenza tra tante realtà. Altri luoghi simbolo di questo esperimento sono già passati nell’immaginario come luoghi multiculturali, e a Roma penso a Piazza Vittorio, ma è nella periferia che circonda la città che va cercata la nuova linea di confine della realtà».
La scena che mi ha colpito di più è quella in cui Lorenzo consegna la pizza a una guardia notturna, e si accorge che è la sua professoressa di chimica, con la quale trova una sintonia particolare.
«Esatto, e il punto è che Lorenzo inizialmente non se ne rende conto: è un suo amico che gli spiega che la professoressa così facendo può fare il tempo pieno nella scuola privata per due soldi ma guadagna più punti in graduatoria, e la stessa cosa succede alla proprietaria della pizzeria in cui lavoro, che è piena di debiti e paga in nero ma almeno così facendo non licenzia nessuno. Siamo dentro una follia, ma il problema non sono le persone, i singoli, ma l’ambiente che sta intorno che è fuori controllo e cerca di manipolarci facendoci fare cose assurde. Per cui la professoressa diventa amica di Lorenzo, ma allo stesso tempo sta fregando qualche altro disgraziato cercando di soffiargli via il posto. In questa storia non volevo delle vittime, non ho voluto ridurre tutto alle solite categorie di buoni da una parte e cattivi dall’altra, mi premeva scoprire le varie sfaccettature di ciascuno, ognuno con pregi e difetti, ma pur sempre gente che prova ad andare avanti».
Roan tu sei uno sceneggiatore: in un modo o nell’altro questo ha influito sulla tua scrittura?
«Ho letto poco fa un aneddoto su Francis Scott Fritzgerald che si lamentava di come i produttori hollywoodiani cambiavano sempre i dialoghi delle sceneggiature che scriveva e chiedeva aiuto a Billy Wilder perché gli insegnasse a scriverli. Io avevo questa storia e l’ho tirata fuori. Il processo di scrittura per una sceneggiatura ha un procedimento per immagini con scelte più nette e condizionanti, mentre a me serviva un flusso di coscienza. Poi il cinema è una macchina durissima dove bisogna confrontarsi con altri: quando Paolo Virzì mi chiese di dirigere un episodio di 4-4-2, ne sono uscito stravolto. Un lavoro durissimo. Però è ovvio che qualcosa dello sceneggiatore c’è: quando ho iniziato a far leggere il romanzo tutti si complimentavano per i dialoghi, e questo per chi scrive sceneggiature è pane quotidiano».
Pensi a un film tratto dal tuo romanzo?
«Mentre scrivevo non ci volevo pensare anche per non crearmi aspettative. Con questo non voglio dire che mi dispiacerebbe, ma non vorrei dirigerlo io, mi sembrerebbe un gesto quasi incestuoso. Quando prendi una storia da un romanzo, alla fine sei costretto a fare scelte, tagliare pezzi di storia, rivedere i personaggi, e qualcosa lo bruci sempre. Scrivere un romanzo ti apre una pianura da cavalcare, ma allo stesso tempo è un inferno rispetto alla scrittura di un film, perché sei lì, da solo con il tuo mondo e basta».
Hai progetti per il futuro?
«Per quanto riguarda la scrittura, ho un paio di idee, ma al momento sono preso da un film che dovrei girare a maggio se tutto va bene».
Ci puoi accennare qualcosa?
«Non è una storia mia, parte da un fatto realmente accaduto a Pisa il primo giugno del 1970. Inizialmente volevamo farne un documentario, ma poi un produttore se ne è innamorato e ne ha voluto fare un film. Ci sono questi tre amici, dei ragazzi, che ricevono una soffiata da alcuni esponenti del movimento studentesco che gli dicono di dormire fuori casa per due o tre giorni perché ci sarà un golpe. Allora questi tre decidono di andare verso il confine con l’Austria e mentre lo fanno vedono i mezzi dell’esercito che vanno verso Roma… e non dico di più, solo che questi tre amici non fanno attenzione alle date».
Hai fatto la prova libreria con il tuo romanzo?
«Ancora no, non riesco a entrare e chiederlo o cercarlo, mi ci vogliono due giorni a decidermi di leggere le recensioni, su queste cose sono timido, ma prima o poi lo faccio».

La solitudine dei numeri primi

La-solitudine-dei-numeri-primiArriverà presto al cinema, diretto da Saverio Costanzo, il film tratto dal bestseller La solitudine dei numeri primi, dell’esordiente Paolo Giordano: una storia di amicizia e sensi di colpa in cui la matematica diventa metafora della condizione umana

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

«Se una persona si sente un vagabondo, che studi matematica» – diceva il filosofo Francis Bacon, sottolineando la stretta relazione tra pensiero scientifico e quella straordinaria sensibilità, a volte un po’ borderline, che è comunemente associata alla poesia. Dev’essere questo il caso di Paolo Giordano, scienziato italiano 27enne alle prese con un dottorato in fisica delle particelle e cinque premi letterari, primo fra i quali il Premio Strega, con il suo romanzo d’esordio La solitudine dei numeri primi.
Giordano è il più giovane scrittore ad aver vinto quest’ultimo riconoscimento letterario. Dalla sua pubblicazione in Italia (Mondadori, 2008), il libro ha venduto più di un milione di copie ed è stato tradotto in venti lingue diventando un vero e proprio cult. È attualmente in produzione anche la versione cinematografica dell’opera, diretta da Saverio Costanzo, che ha curato la sceneggiatura insieme a Giordano, e coprodotta dalla Offside di Mario Gianani e dalla francese Les Films des Tournelles, con il supporto della Film Commission Torino Piemonte. Nel cast Alba Rohrwacher e Isabella Rossellini.
Il successo mondiale del romanzo probabilmente risiede nel carattere universale dei temi di cui tratta. Come il titolo suggerisce evocativamente, il romanzo è infatti una storia di solitudine e alienazione, ma anche di “affinità elettiva”. Nella prospettiva di un fisico delle particelle, la metafora più compiuta per tale stato esistenziale ed emozionale, che è tipico dell’adolescenza, è racchiusa nella nozione matematica dei numeri primi.
Per dirla con le parole di Giordano, «I numeri primi sono divisibili soltanto per 1 e per se stessi. Se ne stanno al loro posto nell’infinita serie dei numeri naturali, schiacciati come tutti fra due, ma un passo in là rispetto agli altri. Sono numeri sospettosi e solitari […]. Tra i numeri primi ce ne sono alcuni ancora più speciali. I matematici li chiamano primi gemelli: sono coppie di numeri primi che se ne stanno vicini, anzi quasi vicini, perché fra di loro vi è sempre un numero pari che gli impedisce di toccarsi per davvero. Numeri come l’11 e il 13, come il 17 e il 19, il 41 e il 43. Se si ha la pazienza di andare avanti a contare, si scopre che queste coppie via via si diradano. Ci si imbatte in numeri primi sempre più isolati, smarriti in quello spazio silenzioso e cadenzato fatto solo di cifre e si avverte il presentimento angosciante che le coppie incontrate fino a lì fossero un fatto accidentale, che il vero destino sia quello di rimanere soli. Poi, proprio quando ci si sta per arrendere, quando non si ha più voglia di contare, ecco che ci si imbatte in altri due gemelli, avvinghiati stretti l’uno all’altro».

Alice è una ragazza anoressica segnata indelebilmente, sia nel corpo che nell’anima, da un incidente sciistico avvenuto quando era piccola. Cresciuta all’ombra di un padre estremamente ingombrante, non riesce a stabilire una relazione autentica con il mondo esterno, che sembra riuscire ad esperire solo attraverso la fotografia. Mattia è un ragazzo estremamente introverso che si rifugia negli studi scientifici per placare i suoi sensi di colpa. Nasconde infatti un terribile segreto: da bambino ha abbandonato la sorella gemella, mentalmente disabile, in un parco per andare a una festa con gli amici, per non ritrovarla mai più.
Quando Alice e Mattia si incontrano, immediatamente si riconoscono come anime gemelle. Districandosi fra le insidie del diventare adulti e le tragiche conseguenze dei loro traumi infantili, le loro vite sembrano intrecciarsi indissolubilmente, rimanendo al contempo inesorabilmente separate.

La solitudine dei numeri primi
è un romanzo di formazione capace di mescolare gli ingredienti fondamentali di una storia d’amore con riflessioni profonde sulla colpa, il dolore e la mancata accettazione di sé. Mattia e Alice sono novelli Adamo ed Eva banditi dall’Eden e condannati a sopportare, ciascuno a suo modo, il peso della punizione.
Il linguaggio scelto dall’autore per raccontare questa storia non lascia spazio a rappresentazioni stereotipate dell’universo giovanile, così comuni nella imperante narrativa per adolescenti, e non indulge mai in toni melodrammatici o espedienti retorici. Al contrario, lo stile di Giordano è semplice e lineare, spoglio e minimalista, come se l’autore usasse il linguaggio per suggerire lo stesso distacco e incapacità di esprimere i sentimenti dei suoi personaggi.
Al suo debutto letterario, Paolo Giordano mostra la padronanza e l’eleganza di uno scrittore consumato. Conosce certamente le regole della bella scrittura e, cosa ancor più importante, sa quando infrangerle. Succede lo stesso in fisica?  «La differenza è che in fisica ci sono sempre delle regole ferree su come procedere, mentre in letteratura sei tu che puoi inventare le regole da seguire», spiega l’autore. Per il resto, fisica e letteratura sembrano due facce della stessa moneta. Dopo tutto, come diceva la matematica e scrittrice Sofia Kovalevskaya, è impossibile essere un matematico senza essere un poeta nell’anima.

Twilight addicted

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La saga di Stephenie Meyer continua a spopolare: incassi record per New Moon, attesa febbrile per Eclipse e nuove indicrezioni per Breaking Dawn

di Elena Mandolini
mand.mae@libero.it

Sul sito Amazon i suoi libri risultano nella decina dei più venduti del decennio; l’autrice è al secondo posto fra gli autori più famosi, dopo la “maghetta” J.K. Rowling. Insomma, Stephenie Meyer continua a fare incetta di record, oltre che di pecunia, grazie alla saga Twilight, composta da quattro libri e nata, così la leggenda narra, da un sogno della stessa autrice fatto una notte d’estate. Intanto Robert Pattinson, Kristen Stewart e Taylor Lautner, star dei film tratti dalla saga, sono protagonisti di interviste, servizi fotografici, e si rincorrono fra le classifiche come attori emergenti più in voga dell’anno.
Nel mese di novembre è uscito il secondo capitolo, New Moon per la regia di Chris Weitz, e già nella seconda settimana di dicembre si parlava di un quinto posto negli incassi totali solo in America.
Nonostante New Moon sia appena uscito nei cinema, i fan hanno già iniziato il conto alla rovescia per Eclipse, il terzo capitolo della saga. Il film, la cui regia è stata affidata a David Slade, dovrebbe infatti uscire il 2 luglio 2010. Slade, si è praticamente visto costretto a “twitterare” tutti i giorni notizie durante la produzione del film, per dissetare i disperati orfani di Edward e Bella; giocoforza anche creare sempre più una spasmodica attesa (Come se ce ne fosse bisogno!).
È già possibile, per tutti quelli che soffrono di assenza vampiresca, vedere in anteprima una still del film, nonché la prima locandina; osservandola è già evidente quanto l’anima di Slade, ottimo regista di 30 giorni di buio, abbia preso forza durante la lavorazione.
Come se non bastasse, per il web non fanno che girare voci sul possibile regista che andrà dietro alla cinepresa per l’ultima trasposizione della saga, tratta dall’omonimo Breaking Dawn. Le fan, infatti, non fanno che scandagliare la rete alla ricerca di indiscrezioni; prime fra tutte anche la possibile intenzione di dividere il libro in due parti, vistane la mole, proprio come si farà per l’ultimo capitolo di Harry Potter. Ultimamente si è fatto il nome di Roman Polanski, che potrebbe meglio trasporre in immagini l’unica sequenza veramente horror della saga, che qui non sveliamo. Altri ancora preferirebbero Peter Jackson, vista la sua notevole esperienza nel mondo del fantastico. C’è anche chi avrebbe suggerito Len Wiseman, regista del cupo Underworld.  Fra gli annoverati, ma non fra i preferiti, è stato citato anche Quentin Tarantino, che per alcuni addetti ai lavori non sarebbe fra i più adatti per realizzare un film adolescenziale. Infine molti estimatori, nonché alcuni membri del cast, vedrebbero il genio di Tim Burton come giusto erede di Weitz e Slade. Non resta che aspettare.

La versione di Barney diventa un film

La versione di Barney

Il celebre libro di Mordecai Richler arriverà sul grande schermo, diretto dal regista di C.S.I e interpretato da Paul Giamatti e Dustin Hoffman

di Luca Adami
lucadami@hotmail.it

Il celebre scrittore canadese Mordecai Richler durante un’intervista rilasciata nel 2000, un anno prima della sua morte, commentò così l’uscita italiana della sua ultima opera, La versione di Barney:
«Probabilmente questo libro sarebbe venuto meglio senza la mia fotografia [...]. La versione di Barney non è autobiografico: mio padre non era un poliziotto, non sono stato accusato di omicidio e non sono stato sposato tre volte, ma mentre lo scrivevo mi identificavo con il protagonista».
Molte volte, infatti, questo libro era stato considerato un’autobiografia (a causa anche dell’uso perenne della prima persona): le situazioni, i sentimenti del protagonista Barney Panofsky, le avventure extraconiugali, perfino i capitoli dedicati al processo di omicidio sono descritti con tale trasporto e consapevolezza da dare adito anche nei lettori più restii a pensieri dubbiosi circa la paternità delle azioni narrate. A chiudere questo splendido cerchio d’immaginazione c’è addirittura un poscritto di Michael Panofsky, figlio di Barney, che racconta gli ultimi momenti di lucidità del padre, sofferente portatore del morbo di Alzheimer.
Insomma, tutto in questo libro porta a pensare che Richler abbia tratto spunto dalla sua vita reale ma, ad ogni modo, anche se non si può considerare un’autobiografia, di sicuro Hollywood non se l’è fatto scappare.
Questo romanzo cult, infatti, ha già cominciato il lento processo che lo vedrà trasformarsi in pellicola, con due attori d’eccezione come protagonisti: Paul Giamatti nel ruolo di Barney e Dustin Hoffman nella parte di Izzy Panofsky, suo padre.
Si conosce già il nome del regista, Richard J. Lewis, stimato regista nell’ambiente prettamente televisivo grazie alla serie C.S.I. di cui si è occupato in ben 33 episodi fra il 2000 e il 2006.
Le riprese si divideranno fra Roma, Montreal, New York e le Laurentian Mountains in Quebec: tutti luoghi cari a Richler e, neanche a dirlo, a Barney Panofsky.
La versione di Barney sarà il terzo romanzo dello scrittore canadese ad essere trasportato sul grande schermo, dopo Joshua allora e ora e L’apprendistato di Duddy Kravitz, per cui fu anche candidato agli Oscar. Restando, si spera, il più fedeli possibili alle descrizioni del libro, il film avrà l’arduo compito di mostrare in primissimo piano la storia intrecciata di Barney con gli eventi che lo circondano: gli amici, i suoi tre matrimoni, i figli, il difficile distacco dall’amico Boogie e la conseguente accusa infamante di omicidio… fino al sopraggiungere sempre più evidente della malattia cerebrale.
Paul Giamatti sarà, quindi, portato all’estremità più complessa del suo mestiere d’attore anche se, fino ad oggi, ha sempre dato ottime dimostrazioni di professionalità: quasi sempre in ruoli da caratterista ha recitato in film-capolavori quali Donnie Brasco, Il matrimonio del mio miglior amico, Harry a pezzi, Salvate il soldato Ryan, Man on the Moon e poi, ancora, in Duets, Cinderella Man e Duplicity.
Sul grande co-protagonista Dustin Hoffman, invece, si può esimersi da ulteriori presentazioni: dei mostri sacri basta il nome…
Tornando al film, sarà interessante notare come R. J. Lewis riuscirà a far trasparire nel personaggio protagonista quella sensazione di odio/amore che si evince così bene nel libro, quando il lettore è portato a provare sentimenti discordanti nei confronti del personaggio scomodo, burbero, politicamente e socialmente scorretto ma dal fondo decisamente zuccheroso che è Barney Panofsky. Un’impresa a cui, in ogni caso, vale la pena  assistere!
I tempi previsti per girare le scene sono già trascorsi e l’appuntamento con la prima visione è quindi solamente rimandato, se verranno rispettate le scadenze, a dopo la post-produzione…

Sorry, aspettando il film

Zoran Drvenkar

È il romanzo più nero dell’anno e presto sarà un film: l’autore Zoran Drvenkar ci spiega come nasce la storia di quattro trentenni alle prese con una singolare agenzia di “scuse”…

di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com

Alle volte si è un po’ imbarazzati nel pronunciare la parola capolavoro. Meglio dirla piano, sussurrando, farfugliandola fra i denti impastata con la lingua pronti a ringhiottirla giù. Beh, per quello che può valere, per quanto riguarda il romanzo
Sorry di Zoran Drvenkar (Fazi Editore, pg 490) la si può tranquillamente scrivere sui muri. Gesto da indiani metropolitani scrivere sui muri di un romanzo, ma tant’è, perché di questo stiamo parlando: di capolavoro. Sorry è una storia che torce le budella, che quando si è finito di leggerla ci si guarda intorno più contenti di essere lì, sani e salvi. Però magari la notte ti fa lasciare una luce accesa, perché non si sa mai. In più c’è che Sorry è stato selezionato alla Berlinale del 2008 come uno dei migliori romanzi adatti a una trasposizione cinematografica. E così sarà, la tedesca Ufa ne ha acquisito i diritti e presto arriverà sul grande schermo. Inutile starvelo a raccontare, vi basti sapere che quattro amici trentenni di Berlino per sbarcare il lunario decidono di aprire un’agenzia di scuse, dove la gente può rivolgersi e loro partono a porgere le scuse a chi di dovere. Iniziano a fare un mucchio di soldi finché tra i loro clienti fa la comparsa uno strano personaggio, con una richiesta di scuse molto particolare e agghiacciante, ma dietro c’è molto altro.
Ne abbiamo parlato con l’autore Zoran Drvenkar.
La cosa che mi ha colpito di più del tuo romanzo Sorry sono i personaggi di Kris, Wolf, Frauke e Tamara: uomini e donne che chiedono solo un posto al mondo, che chiedono solo di esistere. Una rappresentazione lontana dagli stereotipi di molta gioventù di oggi.
«Sono contento di sentirlo dire, a me non sono mai piaciuti gli stereotipi ed è un piacere creare personaggi che si imprimono nella mente con la loro volontà di vivere».
Che tipo di letterature e film ti piacciono?
«Leggo quasi tutto (http://drvenkar.de/inspiration/#buecher), lo stesso vale per la musica e il cinema. Sono cresciuto con l’horror e i polizieschi, e da allora mi potete sottoporre qualsiasi cosa  – se mi piace la scrittura, leggo, se la scrittura fa schifo inizio a dubitare dello scrittore, e se dubito dello scrittore e del suo modo di raccontare storie butto via il libro. Si deve sempre credere a chi scrive, non dubitarne. Si può trovare una lista di film che mi piacciono sulla mia homepage   http://drvenkar.de/inspiration/#filme. Comunque sono un fan di cose strane, un mucchio di serie televisive, ma non mi entusiasmano i vecchi film
Poi c’è la musica (http://drvenkar.de/inspiration/#musik). Non c’è colonna sonora senza musica a non c’è romanzo senza colonna sonora».
In Sorry i punti di vista slittano di continuo facendo sembrare la trama del romanzo  un labirinto. È stato naturale scriverlo con questa struttura o ha richiesto un po’ di lavoro?
«È venuto naturalmente. Ho seguito il flusso della storia, affidandomi a un misto di esperienza, riti voodoo e fortuna, per uscirne fuori senza inciampare. Mi sono sorpreso spesso con giravolte e trovate che non erano previste e sono semplicemente venute da sé. Un buon metodo per farsi paura da soli. In più mi piace proporre diversi punti di vista perché niente è mai quello che sembra veramente, e fornire qualche falsa pista è divertente. La cosa difficile è alla fine, quando bisogna portare tutto oltre il confine per far sparire la struttura e rendere il tutto come un’unica storia che avvolge il lettore senza falle o inganni».
Come ti è venuta l’idea dell’agenzia di scuse?
«Ho fatto un sogno dove ero insieme a tre amici con l’idea di aprire un’agenzia che si scusasse per gli altri e facevamo un mucchio di soldi. Poi mi sono svegliato, era tardi ed ero stanco, allora mi è capitato di scrivere il nome dell’agenzia sul palmo della mia mano: SORRY. Ci ho dormito sopra e il mattino dopo ho visto la scritta sulla mia mano e ho deciso di scrivere un romanzo di critica sociale. Non avevo la minima intenzione di scrivere un thriller. Ma come spesso succede nella vita le luci si trasformano in ombre».
In Sorry le persone che si rivolgono ai servizi dell’agenzia sembrano più interessate a questioni di impiego piuttosto che a quelli sentimentali. Il mondo del lavoro è così critico oggigiorno?
«Il mondo del lavoro è terrificante. Gente altamente qualificata che fa lavori per meno soldi di quelli che meriterebbero. E non riescono a difendersi da questo ingranaggio micidiale perché ci sono una quantità di lavoratori ansiosi e disposti ad avere di meno che aspettano fuori dalla porta e quindi tutti si ritrovano a doversi parare il culo, tirano avanti guadagnando una miseria sperando che le cose si mettano meglio. La gente non si ribella, provano ad abituarsi a tutto, questo mentre i loro capi li spremono per fare più soldi. Abbiamo bisogno di una rivoluzione, un colpo di mano di tutte queste persone competenti. Dopo sarebbe bello vedere se quei sacchi di merda dei capitalisti iniziano a capire la lezione, che ogni sedia dove sei seduto può essere presa e gettata via. Comunque non credo che un’agenzia del genere riceverebbe mai incarichi dalle aziende. I gran capi non hanno nessun rimorso per i loro errori, non gliene frega niente se non riesci più a fare la spesa oppure se ti devono sostituire con un lavoratore senza competenze che si trova a Timbuctù, che viene pagato una miseria e si accontenta di essere solo vivo. Questo non curarsene a vantaggio del profitto fa più paura di qualsiasi serial killer alla ricerca di una nuova preda».
Durante la lettura di Sorry a un certo punto sembra che la speranza scompaia dall’orizzonte. È solo una mia impressione?
«No, è così, è vero. La storia è costruita sulla mancanza di fiducia e sulla fallibilità dell’amicizia. Ma c’è una una luce e una speranza e credo che alla fine la luce e la speranza brillino su tutto».
Credo che avere a che fare con un soggetto come la pedofilia sia una cosa dura. È stato così?
«È stato terribile. Non sono riuscito a scrivere per quasi un anno. Tuttavia la pedofilia non è il tema del romanzo, c’è capitata dentro ma non avevo intenzione di usarla. C’è capitata dentro sorprendendomi. Sapevo che c’era qualcosa di oscuro che avvolgeva i due ragazzi, ma non sapevo quanto potesse essere nera. Mi ha terrorizzato a morte. Si commettono molti crimini a questo mondo ma i peggiori sono quelli commessi contro i bambini. E non fa alcuna differenza se sia violenza sessuale, percosse o psicologica, ma ho l’impressione, ed è una mia opinione, che alla gente non importi nella misura giusta. E questo mi fa bollire il sangue».
Sorry è stato selezionato alla Berlinale del 2009 come uno dei miglior romanzi adatti a essere portati sul grande schermo. Ti ha sorpreso?
«Mai sorpreso se ti piace quello che scrivi».
Ho letto che la UFA Cinema ha comprato i diritti cinematografici di Sorry, sei stato coinvolto nel progetto filmico?
«Io e il mio amico Gregor abbiamo terminato la sceneggiatura due settimane fa. Ci è piaciuto molto la scrittura. Abbiamo dovuto prendere il romanzo e rivoltarlo completamente per poterne fare un film. Non ti puoi permettere di nascondere i personaggi nella pagina, tutto deve essere alla luce, e questo ha portato a un cambio di prospettiva nella storia. La stesura della sceneggiatura è stata molto impegnativa. Non puoi nascondere il personaggio di Meybach, per esempio, quindi bisogna mostrare Maybech da subito e questo cambia la storia. Nella sceneggiatura quando Kris chiama Meybech (anche se Kris ancora non sa chi esso sia, ndr.), mentre lui e suoi amici sono nell’appartamento dove si trova la donna inchiodata al muro, e lui è nella cucina della loro villa iniziando a invadere le loro vite. Ma questo rende il tutto più tenebroso e pauroso».
Cosa ti aspetti dalla realizzazione del film?
«Milioni di spettatori, notti insonni per quei milioni di spettatori, il mio nome in ogni angolo, i miei pensieri in ogni testa. E milioni sul mio conto».
Domanda di rito: progetti per il futuro?

«Sto finendo il mio nuovo romanzo, e se tutto va bene, dovrebbe essere pubblicato il prossimo autunno».