<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>filmakersmagazine.it</title>
	<atom:link href="http://www.filmakersmagazine.it/feed" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.filmakersmagazine.it</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Mon, 08 Mar 2010 21:18:05 +0000</lastBuildDate>
	<generator>http://wordpress.org/?v=2.8.4</generator>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
			<item>
		<title>8 marzo: festa della Bigelow (agli Oscar)</title>
		<link>http://www.filmakersmagazine.it/archives/2090</link>
		<comments>http://www.filmakersmagazine.it/archives/2090#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 21:15:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[in copertina]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.filmakersmagazine.it/?p=2090</guid>
		<description><![CDATA[Prima donna a vincere l'Oscar per la regia, la regina dell'action movie conquista sei statuette e batte il gettonatissimo Avatar. Migliori attori Jeff Bridges, Sandra Bullock, Christoph Waltz e Mo'nique]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-2091" title="Kathryn Bigelow" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2010/03/bigolow-400x300.jpg" alt="Kathryn Bigelow" width="400" height="300" /><strong>Prima donna a vincere l&#8217;Oscar per la regia, la regina dell&#8217;action movie conquista sei statuette e batte il gettonatissimo <em>Avatar</em>. Migliori attori Jeff Bridges, Sandra Bullock, Christoph Waltz e Mo&#8217;nique</strong></p>
<p>di <strong>Lorenzo Lamperti</strong><br />
<a href="mailto: lampe83@tiscali.it">lampe83@tiscali.it</a></p>
<p>Kathryn Bigelow è la prima donna a vincere il premio Oscar per la migliore regia, e quale edizione migliore da scegliere se non quella che combacia con l’8 marzo, festa della donna? È proprio la regista di cult movie come <em>Point Break</em> e<em> Strange Days </em>a essere la mattatrice degli Oscar 2010, conquistando ben sei statuette con il suo <em>The Hurt Locker</em>, film che definire semplicemente come “bellico” sarebbe assolutamente riduttivo e fuorviante. <em>The Hurt Locker</em> è soprattutto un ottimo film, girato in maniera magistrale da una regista affermatasi nel genere dell’action movie. Per la 58enne regista si tratta di un giusto riconoscimento non solo per il suo ultimo lavoro, ma anche per un’intera carriera spesa al disconoscimento dei cliché che prevedono che film forti, d’azione, possano essere girati solo da uomini. L’Oscar è l’ideale traguardo per un’autrice che non è mai scesa a compromessi e ha sempre continuato a fare il cinema che ama e che, importante per gli spettatori, sa fare meglio. Era prevedibile il premio per la migliore regia, un po’ meno quello più ambito per il miglior film, che i bookmakers davano in bilico tra la Bigelow e il suo ex marito James Cameron. E proprio <em>Avatar </em>è il grande sconfitto di questa edizione; nonostante l’innovativo film in 3d e capture motion abbia polverizzato tutti i record di incasso nei cinema di tutto il mondo, Cameron ha mancato tutti i premi più ambiti, smentendo chi sosteneva la possibilità di una scelta salomonica dei giurati per accontentare entrambi gli ex coniugi. Rispetto all’anno scorso i membri dell’Academy sono apparsi più illuminati, passando dall’Oscar per un film ruffiano come <em>The Millionaire</em> a un’opera forte e necessaria come <em>The Hurt Locker</em>. È stata privilegiata la qualità di una pellicola che ha avuto una distribuzione in molti paesi non eccezionale rispetto al colosso economico avatariano, che ha fornito comunque molti spunti agli attori e ai comici che hanno partecipato allo show di consegna degli Oscar, condotto in maniera divertente da Steve Martin e Alec Baldwin.</p>
<p>Tutto come previsto invece per i premi agli attori: Jeff Bridges si intasca il primo Oscar di una lunga carriera contrassegnata da quattro nominations grazie all’interpretazione del cantante country alcolizzato Bad Blake nell’ammiccante <em>Crazy Heart</em>, classico film “di servizio” per un attore dello star system. Primo Oscar anche per Sandra Bullock, che diventa anche la prima attrice a vincere contemporaneamente lo stesso anno la statuetta di migliore attrice e il Razzie Award, la Pernacchia d’Oro, per la peggiore interpretazione dell’anno in <em>Ricatto d’amore. </em>Christoph Waltz fa felice Tarantino e vince facilmente il premio per l’attore non protagonista, grazie alla sua magistrale prova nei panni di uno spietato ufficiale nazista delle SS. Come attrice non protagonista vince Mo’nique, che interpreta la madre di una giovane ragazza obesa in <em>Precious</em> di Lee Daniels, film che, appena qualche giorno fa, ha trionfato agli Spirit Awards, i premi del cinema indipendente. La bandiera italiana è tenuta alta grazie a due categorie minori: migliore fotografia a Mauro Fiore per <em>Avatar</em>, migliore colonna sonora a Michael Giacchino per il film d’animazione della Pixar, <em>Up</em>. Dimenticato completamente l’ottimo film di Jason Reitman, <em>Tra le nuvole</em>, che vedeva tra l’altro una grande interpretazione di George Clooney, nei panni di un tagliatore di teste aziendale. Il buon George si potrà consolare regalando un mazzo di mimose a Elisabetta Canalis, unica presenza italiana sul red carpet di Los Angeles. E questo la dice lunga sul momento cinematografico e, più complessivamente, culturale che il nostro paese sta vivendo.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.filmakersmagazine.it/archives/2090/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Italia Doc: Housing</title>
		<link>http://www.filmakersmagazine.it/archives/2059</link>
		<comments>http://www.filmakersmagazine.it/archives/2059#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 11:34:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[parole]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.filmakersmagazine.it/?p=2059</guid>
		<description><![CDATA[Nell’ambito della rassegna sul documentario &#8220;Italia Doc&#8221; a cura di Maurizio Di Rienzo, mercoledì 10 marzo, alle ore 16, presso la Sala Deluxe della Casa del Cinema di Roma, verrà presentato il libro “L&#8217;officina del reale &#8211; Fare un documentario: dalla progettazione al film” di Gianfranco Pannone e Mario Balsamo, edito dal Centro di Documentazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-2065" title="Housing" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2010/03/Housing1-363x350.jpg" alt="Housing" width="363" height="350" />Nell’ambito della rassegna sul documentario &#8220;Italia Doc&#8221; a cura di Maurizio Di Rienzo, mercoledì 10 marzo, alle ore 16, presso la Sala Deluxe della Casa del Cinema di Roma, verrà presentato il libro “L&#8217;officina del reale &#8211; Fare un documentario: dalla progettazione al film” di Gianfranco Pannone e Mario Balsamo, edito dal Centro di Documentazione Giornalistica. Insieme agli autori interverrà Daniele Vicari.<br />
A seguire, <em>Housing </em>di Federica Di Giacomo (91&#8242;), selezionato al Festival di Locarno 2009 (Sezione Ici&amp;Ailleurs) e al Torino Film Festival (Italiana Doc). Il film racconta l’assalto alle case popolari a Bari, dove da oltre vent&#8217;anni non si assegnavano case popolari e sono più di 3000 le famiglie che aspettano. Si scatena una guerra fra poveri, un assalto l&#8217;uno alla casa dell&#8217;altro.<br />
A seguire, l’incontro con gli autori.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.filmakersmagazine.it/archives/2059/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Oscar 2010</title>
		<link>http://www.filmakersmagazine.it/archives/2084</link>
		<comments>http://www.filmakersmagazine.it/archives/2084#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 11:23:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[parole]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.filmakersmagazine.it/?p=2084</guid>
		<description><![CDATA[The Hurt Locker di Kathryn Bigelow batte Avatar 6 a 3, Precious e Up si aggiudicano due statuette a testa, Jeff Bridges e Sandra Bullock premiati come migliori attori protagonisti. Ecco l'elenco completo dei premi]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-2085" title="Kathryn Bigelow" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2010/03/bigelow-oscar-400x294.jpg" alt="Kathryn Bigelow" width="400" height="294" /><strong><em>The Hurt Locker</em> di Kathryn Bigelow batte <em>Avatar</em> 6 a 3, <em>Precious</em> e <em>Up </em>si aggiudicano due statuette a testa, Jeff Bridges e Sandra Bullock premiati come migliori attori protagonisti. Ecco l&#8217;elenco completo dei premi<br />
</strong><br />
Miglior film: <em>The Hurt Locker</em><br />
Miglior regia:  Kathryn Bigelow per <em>The Hurt Locker</em><br />
Miglior attore protagonista:  Jeff Bridges per <em>Crazy Heart</em><br />
Miglior attrice protagonista:  Sandra Bullock per <em>The Blind Side</em><br />
Miglior attore non protagonista: Christoph Waltz per<em> Bastardi senza gloria</em><br />
Miglior attrice non protagonista:  Mo&#8217;Nique per <em>Precious<br />
</em>Miglior film straniero:<em> El secreto de sus ojos </em>di Juan José Campanella (Argentina)<br />
Miglior film d&#8217;animazione:  <em>Up</em><br />
Miglior fotografia:  Mauro Fiore per<em> Avatar</em><br />
Miglior scenografia:  Rick Carter, Robert Stromberg e Kim Sinclair per <em>Avatar</em><br />
Migliori costumi:  Sandy Powell per <em>The Young Victoria</em><br />
Miglior documentario: <em>The Cove</em> di Louie Psihoyos<br />
Miglior documentario corto: <em> Music by Prudence</em> di Roger Ross Williams<br />
Miglior montaggio:  Bob Murawski e Chris Innis per <em>The Hurt Locker</em><br />
Miglior trucco:  Barney Burman, Mindy Hall e Joel Harlow per <em>Star Trek</em><br />
Miglior colonna sonora:  Michael Giacchino per <em>Up</em><br />
Miglior canzone originale:  <em>The Weary Kind</em> di T-Bone Burnett e Ryan Bingham per<em> Crazy Heart</em><br />
Miglior corto animato:  <em>Logorama </em>di Nicolas Schmerkin<br />
Miglior cortometraggio d’azione:  <em>The New Tenants</em> di Joachim Back.<br />
Miglior montaggio del suono:  Paul N.J. Ottosson per <em>The Hurt Locker</em><br />
Miglior missaggio del suono:  Paul N.J. Ottosson e Ray Beckett per <em>The Hurt Locker</em><br />
Miglior effetti speciali:  Joe Letteri, Stephen Rosenbaum, Richard Baneham, Andy Jones per <em>Avatar</em><br />
Miglior sceneggiatura non originale:  Geoffrey Fletcher per<em> Precious</em> (tratta da <em>Push</em> di Sapphire)<br />
Miglior sceneggiatura originale:  Mark Boal per <em>The Hurt Locker</em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.filmakersmagazine.it/archives/2084/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Shutter Island</title>
		<link>http://www.filmakersmagazine.it/archives/1999</link>
		<comments>http://www.filmakersmagazine.it/archives/1999#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 05 Mar 2010 08:35:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Berlinale 2010]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[in sala]]></category>
		<category><![CDATA[speciali]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.filmakersmagazine.it/?p=1999</guid>
		<description><![CDATA[Nel cupo thriller psicologico di Scorsese con Leonardo Di Caprio, un omaggio ai grandi classici noir e un’indagine sulla violenza come elemento formativo dell’uomo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-2057" title="Shutter-Island" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2010/03/Shutter-Island-400x162.jpg" alt="Shutter-Island" width="400" height="162" /><strong>Nel cupo thriller psicologico di Scorsese con Leonardo Di Caprio, un omaggio ai grandi classici noir e un’indagine sulla violenza come elemento formativo dell’uomo<br />
</strong><br />
di <strong>Vincenzo Ianni</strong><br />
<a href="mailto: vincenzoianni@yahoo.it">vincenzoianni@yahoo.it</a></p>
<p>USA 1954. Nel pieno della guerra fredda, un ufficiale federale, Teddy Daniels (Leonardo Di Caprio) e il suo nuovo partner Chuck Aule (Mark Ruffalo) vengono inviati  su un’isola a largo della costa di Boston in un impenetrabile istituto psichiatrico criminale – l’Ashecliffe Hospital – per indagare sulla scomparsa di una paziente pluriomicida, Rachel Solando, sparita inspiegabilmente dalla sua cella senza lasciare traccia. Le indagini prendono da subito una cattiva piega: sin dal primo colloquio, il Dottor Cawley (Ben Kingsley), responsabile della clinica, non sembra essere disposto a collaborare. Daniels, intanto, è ossessionato dal pensiero della recente morte della moglie (Michelle Williams) in un incendio. Bloccati sull’isola da un uragano, i due federali continuano le indagini con il crescente sospetto di essere incappati in una sordida storia di servizi segreti ed esperimenti sui pazienti.</p>
<p>Finalmente, al quarto “tentativo” (dopo <em>Gangs of New York</em>, <em>The Aviator </em>e <em>The Departed</em>), la coppia Scorsese-Di Caprio brilla di tutta quella luce che i nomi così altisonanti ci fanno lecitamente attendere, ma che evidentemente non sempre garantiscono. Come già <em>Gone Baby Gone</em> e <em>Mystic River</em>, anche questo cupo thriller psicologico è tratto da un romanzo di Dennis Lehane, che – come racconta Scorsese – gli ha subito ricordato uno dei suoi punti di riferimento: il “classicissimo” <em>Il gabinetto del dottor Caligari</em> di Wiene. E in effetti il film è avvolto in atmosfere espressioniste, per così dire, e cosparso di amorevoli riferimenti al cinema tedesco degli anni 30 e 40, al cinema dei tedeschi emigrati a Hollywood negli anni 40 e 50, e non solo. «Mi fa immenso piacere che il mio film ricordi certi nomi: Samuel Fuller, Jacques Tourneur… il mio background è fatto sostanzialmente di certo cinema tedesco come quello di Lang soprattutto, una presenza fortissima che aleggia nel cinema di quegli anni, e Wilder. E poi Preminger… Proprio <em>Vertigine</em>, insieme a <em>Le catene della colpa</em>, sono i film che ho fatto vedere al cast prima di girare». Il film, continua il regista, è «un viaggio nella paura e nella paranoia, come quella che imperversava a New York quando ero ragazzo, tra il ’52 e il ’54, e che oggi è di nuovo molto forte. E poi c’è il tema della violenza, ma non la violenza in sé, quanto ciò che attraverso la violenza i miei personaggi riescono ad esprimere: chiunque abbia avuto a che fare con un episodio di violenza è costretto a sopportarne il peso, che lascia una traccia indelebile. Per superare e lasciarci alle spalle quegli episodi, quei segni, dobbiamo cambiare, evolverci, diventando quello che siamo. La violenza, in questo senso, è un elemento formativo, esperienza. E Leonardo Di Caprio ha colto questo aspetto in pieno ed è riuscito a dare al suo personaggio una profondità straordinaria».</p>
<p>Di Caprio, d’altro canto, ammette che la chiave della sua interpretazione è proprio quella della «violenza come strumento di indagine della natura umana. I personaggi di Martin – continua l’attore – soffrono a tal punto che rivolgono il loro cupo malessere verso gli altri: è questa la natura più profonda della violenza». Commentando il lavoro col regista e sul suo personaggio, Di Caprio aggiunge: «quando lavoro non sono mai sicuro di aver fatto abbastanza, cerco sempre di fare il possibile per arrivare all’essenza dei personaggi, con la speranza di riuscire per lo meno ad avvicinarmi a quelli che sono i miei miti: De Niro, Montgomery Clift, James Dean… Questo è sicuramente il personaggio più complesso che mi sia capitato di interpretare, è il frutto della fiducia e della responsabilità che Martin ti dà quando lavori per lui». In effetti, complici i ribaltamenti dei piani di realtà attraverso cui evolve il racconto, un Di Caprio imbolsito e segnato, non più eterno giovincello, ma novello Dorian Gray più simile alla propria sofferente rappresentazione, cesella un personaggio che gli varrà a lungo la nostra ammirazione. Salvo che il povero Leonardo non ci anneghi dentro: qualcuno gli rivolge sguardi un po’ stupiti quando si presenta alle conferenze stampa con completo e taglio anni 50… è solo marketing? Leonardo, esci dal ritratto!</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.filmakersmagazine.it/archives/1999/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>L&#8217;amante inglese</title>
		<link>http://www.filmakersmagazine.it/archives/1870</link>
		<comments>http://www.filmakersmagazine.it/archives/1870#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 09:00:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[in sala]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.filmakersmagazine.it/?p=1870</guid>
		<description><![CDATA[Dalla Francia, protagonisti due stranieri, un melò passionale che poco appassiona. Retto da un ottimo cast capitanato da Kristin Scott Thomas]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-1871" title="L'amante inglese" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2010/02/Lamante-inglese-400x201.jpg" alt="L'amante inglese" width="400" height="201" /><strong>Dalla Francia, protagonisti due stranieri, un melò passionale che poco appassiona. Retto da un ottimo cast capitanato da Kristin Scott Thomas </strong></p>
<p>di <strong>Claudio Zito</strong><br />
<a href="mailto: zito.claudio@gmail.com">zito.claudio@gmail.com</a></p>
<p>In patria è stato un grande successo di pubblico. Ma stiamo parlando della Francia, Paese che, oltre a vantare in assoluto il più alto livello medio di cultura cinematografica, sa tutelare le proprie produzioni come nessun altro. È lì che un film come <em>Welcome</em> ha potuto scatenare un dibattito tale da sollecitare una ridiscussione della legge (dal film) incriminata. Mica come da noi, dove la splendida opera di Lioret è uscita in sordina, per poi ritagliarsi, sgomitando, il meritatissimo spazio nella morsa dei filmacci natalizi imperanti. Toccherà a <em>L&#8217;amante inglese </em>ripercorrere lo stesso iter? Lecito dubitarne: il film di Catherine Corsini, rispetto al suo toccante predecessore connazionale, oltre a non affrontare questioni politiche spinose, non emoziona quasi per nulla. Colpa dello stile rigoroso, che però talvolta scivola nel melodramma violento sfuggendo al controllo dell&#8217;autrice. Del resto, la storia raccontata si presta facilmente a qualche eccesso.</p>
<p>La vicenda si può suddividere in quattro fasi: la prigione dorata, in cui la protagonista Suzanne è rinchiusa, relegata alla subordinazione dal facoltoso marito e in preda a un disagio esistenziale composito; la fuga (il titolo originale, <em>Partir</em>, è ben più pregnante di quello italiano), in cui la  repressione della donna si rivela di natura sessuale e il tradimento, consumato con l&#8217;operaio (e pregiudicato) Ivan, prende le mosse esclusivamente da un&#8217;attrazione fisica (davvero realistiche le scene di sesso); l&#8217;emergere di problemi materiali, puramente economici, che fanno regredire Suzanne fino ai confini della legalità; il finale tragico, dove un&#8217;impennata femminista allontana il sospetto moralismo di fondo.</p>
<p>Due immigrati, ma provenienti da due stati europei (lei è inglese, lui spagnolo), che vivono una storia d&#8217;amore in un Paese straniero, divisi dalla diversa classe sociale  ma uniti dalla passione come nelle commedie sofisticate. Solo che qui i toni e gli esiti sono drammatici. L&#8217;unico autoctono dei tre personaggi principali è un vero e proprio antagonista, crudele e monodimensionale, che dilapida in fretta la potenziale simpatia che meriterebbe per il tradimento di cui è vittima. Al di là di qualche semplificazione edipica (il figlio maschio sta dalla parte della madre, la femmina del padre), gli spunti interessanti non mancano, ma il dubbio è che una situazione di partenza complessa e articolata subisca un&#8217;involuzione.</p>
<p>Ciò che resta sono una breve ma significativa sequenza, dove un insetto si insinua tra i vestiti di Suzanne, che spogliandosi per scacciarlo rivela le sue pulsioni nascoste, e soprattutto la straordinaria interpretazione di Kristin Scott Thomas, aiutata da un fisico pelle e ossa, ideale per palesare i nervi scoperti della protagonista. Basteranno per conquistare l&#8217;ostico botteghino italiano?</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.filmakersmagazine.it/archives/1870/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Arrestato il regista iraniano Jafar Panahi</title>
		<link>http://www.filmakersmagazine.it/archives/2040</link>
		<comments>http://www.filmakersmagazine.it/archives/2040#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 03 Mar 2010 16:48:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[parole]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.filmakersmagazine.it/?p=2040</guid>
		<description><![CDATA[Il regista iraniano Jafar Panahi, vincitore del Leone d&#8217;oro a Venezia nel 2000 (Il cerchio) e dell’orso d’argento a Berlino nel 2006 (Offside), una delle voci più critiche del regime iraniano, è stato arrestato lunedì notte nella sua abitazione a Teheran insieme alla moglie, la figlia e una dozzina di ospiti da agenti dei servizi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-2041" title="Jafar Panhai" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2010/03/Jafar-Panhai-244x350.jpg" alt="Jafar Panhai" width="244" height="350" />Il regista iraniano Jafar Panahi, vincitore del Leone d&#8217;oro a Venezia nel 2000 (<em>Il cerchio</em>) e dell’orso d’argento a Berlino nel 2006 (<em>Offside</em>), una delle voci più critiche del regime iraniano, è stato arrestato lunedì notte nella sua abitazione a Teheran insieme alla moglie, la figlia e una dozzina di ospiti da agenti dei servizi di sicurezza. La notizia è stata diffusa da vari siti web dell’opposizione (uno per tutti irangreenvoice.com).<br />
Anche la Berlinale si unisce al coro di proteste per l’arresto di Panahi. Il direttore Dieter Kosslick ha così commentato: «Siamo sorpresi e preoccupati per il fatto che un regista che ha avuto così tanti riconoscimenti internazionali sia stato arrestato per il suo lavoro di artista». In febbraio, a Panahi è stato negato il visto d’espatrio per recarsi come ospite d’onore al Festival di Berlino per partecipare alla tavola rotonda sul tema “Presente e futuro del cinema iraniano: prospettive in Iran e all’estero”. Anche lo scorso ottobre era stato impedito a Panahi di lasciare il Paese per essere presente al Festival di Mumbai.<br />
Panahi, la moglie e la figlia erano già stati arrestati una prima volta il 30 luglio dell’anno scorso mentre prendevano parte ad una commemorazione di Neda Aqa-Soltan, la manifestante uccisa durante gli scontri e morta dopo un’agonia, le cui immagini avevano fatto il giro del mondo sulla rete. Poche ore dopo i tre erano stati rilasciati. Un altro regista iraniano critico del regime, Mohammad Rasoulof (a luglio a Roma per il Senza Frontiere Film Festival con<em> Head Wind </em>e in settembre al festival di San Sebastian con <em>White Meadows</em>), era tra le 15 persone arrestate lunedì sera nell’abitazione di Panahi.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.filmakersmagazine.it/archives/2040/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Vittorio Veneto Film Festival: i premi</title>
		<link>http://www.filmakersmagazine.it/archives/2033</link>
		<comments>http://www.filmakersmagazine.it/archives/2033#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 03 Mar 2010 11:32:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[parole]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.filmakersmagazine.it/?p=2033</guid>
		<description><![CDATA[Si è conclusa il 28 febbraio la prima edizione del Vittorio Veneto Film Festival, dedicato al cinema per ragazzi. La giuria, composta da 600 ragazzi provenienti da tutta Italia, ha scelto tra i 12 film finalisti in concorso i tre vincitori: The Crocodiles (di Christian Ditter, Germania 2009), Surprise! (di Paul Ruven, Paesi Bassi 2008) [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-2034" title="Piede di Dio" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2010/03/Piede-di-Dio-400x267.jpg" alt="Piede di Dio" width="400" height="267" />Si è conclusa il 28 febbraio la prima edizione del Vittorio Veneto Film Festival, dedicato al cinema per ragazzi. La giuria, composta da 600 ragazzi provenienti da tutta Italia, ha scelto tra i 12 film finalisti in concorso i tre vincitori: <em>The Crocodiles</em> (di Christian Ditter, Germania 2009), <em>Surprise!</em> (di Paul Ruven, Paesi Bassi 2008) e <em>Skirt Day</em> (di Jean-Paul Lilienfeld, Francia 2008).<br />
La menzione speciale va, tra gli altri, a <em>Piede di Dio</em> di Luigi Sardiello (Italia 2008), vincitore del Premio Provincia di Treviso.<br />
Il festival è stato organizzato in partnership con il Progetto “Per Fiducia” di Banca Intesa San Paolo, con l’Unicef per la sezione documentari per ragazzi e con il Centre Culturel Francais di Milano.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.filmakersmagazine.it/archives/2033/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Alice in Wonderland</title>
		<link>http://www.filmakersmagazine.it/archives/2010</link>
		<comments>http://www.filmakersmagazine.it/archives/2010#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 02 Mar 2010 08:00:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[in sala]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.filmakersmagazine.it/?p=2010</guid>
		<description><![CDATA[Il mago dell’immaginario Tim Burton e la visionaria favola di Carroll: un caleidoscopio di personaggi surreali segnati, non solo per il 3D, da una mirabile profondità]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-2011" title="Alice-in-Wonderland" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2010/03/Alice-in-Wonderland-400x225.jpg" alt="Alice-in-Wonderland" width="400" height="225" /><strong>Il mago dell’immaginario Tim Burton e la visionaria favola di Carroll: un caleidoscopio di personaggi surreali segnati, non solo per il 3D, da una mirabile profondità</strong><strong><br />
</strong><br />
di<strong> Cristina Locuratolo</strong><br />
<a href="mailto: cristina.bibbi@libero.it">cristina.bibbi@libero.it</a></p>
<p>Strano ed inevitabile incontro quello tra Lewis Carroll e Tim Burton. Il primo un bizzarro, enigmatico scrittore e matematico dell&#8217;Ottocento, con sangue per metà inglese e per metà irlandese, affetto da una  fastidiosa forma di balbuzie  e con una predilezione per gli indovinelli, i giochi di logica e la fotografia. Il secondo, un disegnatore dallo stile inconfondibile divenuto cineasta geniale, americano con lo sguardo rivolto verso l&#8217;Europa, una delle menti più creative del nostro tempo.</p>
<p>L&#8217;immaginifico e claustofobico mondo, o meglio “sottomondo” della piccola Alice Liddell (che nel film porta il cognome Kingsley), creatura letteraria di Carroll, rivive grazie al caleidoscopico sguardo di Burton. Impresa ardua per uno dei registi più amati della contemporaneità, riprendere una storia così profondamente radicata nella cultura anglosassone e mondiale, rielaborarne gli aspetti iconografici e approfondire i riferimenti psicanalitici. Ma una storia che è la celebrazione dell&#8217;immaginazione non poteva non essere affidata che a Tim Burton, il quale ha cercato di coniugare la tradizione di un&#8217;opera così viva nell&#8217;immaginario collettivo con l&#8217;innovazione delle nuove tecnologie, a cui lui in verità non aveva mai voluto prestare molta attenzione. Nasce così l&#8217;attesissimo <em>Alice in Wonderland</em> (firmato Disney), che lungi dall&#8217;essere una mera trasposizione del libro, si ispira sia ad <em>Alice nel Paese delle meraviglie</em> che al suo prosieguo. Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò, combinando lo stile e la poetica visionaria burtoniana e quello criptico e non sense di Carroll. Innanzitutto, e ciò è evidente, Burton cerca di restituire umanità ai personaggi surreali creati dallo scrittore inglese: non una semplice carrellata di “weird characters” ma personalità complesse e spesso contraddittorie. A cominciare dal Mad Hatter alias Johnny Depp; uno sguardo triste sotto il gigantesco cappello rivela tutta la tragicità di un personaggio emotivamente disturbato, che passa da momenti di improvvisa ilarità ad altri di pericolosa rabbia. La grandezza di Depp sta nel mostrare la “madness” di quest&#8217;uomo dalla personalità multipla che continua a porsi domande senza senso («Perché un corvo assomiglia ad una scrivania?») o a cercare parole che iniziano con la lettera “M”, in un modo non ingombrante o macchiettistico, ma con levità e grazia, facendosi percepire la fragilità, la tristezza, dell&#8217;inconsapevolezza (o quasi) di qualcosa che non va nella propria mente. Degna di nota anche il personaggio della Red Queen, una meravigliosa Helena Bonham Carter, perfida sovrana col vezzo di tagliare la testa a chiunque perché, in realtà, odia la sua che è troppo grande. Una dittatrice terribile che vive in perenne competizione con una sorella graziosa e ben voluta dai propri sudditi, la Regina Bianca (una ironica e marmorea Anne Hathaway).</p>
<p>Ma al di là della caratterizzazione dei personaggi, che sono il vero punto di forza della storia di Alice, c&#8217;è da dire che il regista ci regala momenti di autentico “burtonismo”. A cominciare dall&#8217;incipit, con il simbolo dell&#8217;amata Londra in primo piano, un Big Ben più gotico che mai, alle scene iniziali in cui un&#8217;Alice (l&#8217;australiana Mia Wasikowska) ormai diciannovenne partecipa a un party esclusivo pieno di ipocriti ricconi e gentlmen per niente raffinati dove verrà chiesta in sposa da un giovane insulso e conformista. Per poi arrivare al momento clou, ossia l&#8217;entrata del Bianconiglio tra i cespugli fino al precipitare di Alice nella sua tana verso Wonderland. La discesa verso il Rabbit Hole è un viaggio attraverso i ricordi di Alice, ma anche i nostri. Ritroviamo oggetti della nostra infanzia e come un lungo flashback riaffiorano altri momenti cinematografici che hanno accompagnato la nostra tenera età, dal <em>Mago di Oz</em> quando Dorothy è nella sua stanza e si dirige verso “over the rainbow” alla stessa Alice disneyana del 1951.Da allora però la piccola Alice è cresciuta, è diventata una giovane donna che deve prendere in mano la sua vita e si sente smarrita e confusa. Il ritorno a “underworld”, che lei da piccina chiamava “wonderland” le servirà per riconnettersi col suo vero “io” e per tracciare il suo destino.</p>
<p>Wonderland riletta dallo sguardo di Burton contiene elementi già presenti nella sua filmografia, è come se il regista rimescolasse la fantasia, riproponendoci, in un modo neanche troppo celato, piccoli frammenti dei suoi film, da <em>Edward Scissorhands</em> a <em>La sposa cadavere</em> passando per <em>Sleepy Hollow</em>. È senza dubbio nel design dell&#8217;immagine, nella cura del dettaglio che Burton dà il meglio di sé, e soprattutto nella contrapposizione dei mondi, tanto cara al regista nelle sue opere: qui abbiamo da un lato il mondo rosso tutto a cuori della terribile Regina con il suo esercito di carte delizioso e dall&#8217;altro il regno tutto bianco, fatto di marmo, con alberi di fiori di pesco e paesaggi mozzafiato, e una schiera di soldati composta da gigantesche pedine della scacchiera. Perfetti anche tutti gli altri personaggi di “contorno”, a cominciare dall&#8217;evanescente Stregatto, il più riuscito di tutti, e dal “fumoso” Brucaliffo. Squadra che vince non si cambia: nel film ritroviamo anche l&#8217;immancabile alter ego musicale di Burton ovvero Danny Elfman, le cui musiche si integrano pefettamente con il sottomondo e i suoi personaggi, ma anche le altre soundtracks non deludono le aspettative, in primis <em>Alice</em> di Avril Lavigne (anche se la magia delle note e dei cori di Elfman è difficile da eguagliare).<br />
Trovare una pecca a questo film è difficile, ma è anche vero che io sono di parte. Ho trovato il 3D superfluo, perché non è un film che si basa sull&#8217;effetto. Non ho apprezzato particolarmente la sfumatura fantasy che ci ha mostrato un&#8217;Alice paladina del regno come Atreiu ne <em>La storia infinita</em>. Forse il film è stato penalizzato sia dallo smisurato battage pubblicitario del film che dal finale già anticipato nelle primissime scene. Perché sì è vero che conosciamo tutti la storia, ma è altrettanto vero che la rilettura di Burton doveva rimanere una sorpresa. È probabile, inoltre, che il regista abbia dovuto trovare un compromesso con la Disney per questo film, a discapito del suo estro creativo. Ed è davvero un peccato, perché Tim avrebbe esplorato ancora più a fondo l&#8217;aspetto criptico, quello più oscuro, psichedelico, claustrofobico, “non sense” della storia (da intendersi come molteplici livelli di senso e non senza senso!). Un&#8217;Alice smarrita nella propria fantasia come Edward Bloom in <em>Big Fish</em>. Un&#8217;Alice che riporta il sogno nella realtà e la realtà nel sogno con la stessa leggiadria di una danza nella neve come in <em>Edward Mani di Forbice</em> o sotto una pioggia di fiori come in <em>Sleepy Hollow</em>. Una eterna fanciulla resa immortale dalle storie incredibili che abitano in lei.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.filmakersmagazine.it/archives/2010/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Guerra e pace</title>
		<link>http://www.filmakersmagazine.it/archives/2029</link>
		<comments>http://www.filmakersmagazine.it/archives/2029#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 02 Mar 2010 07:00:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[in sala]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.filmakersmagazine.it/?p=2029</guid>
		<description><![CDATA[In cima alla classifica, surclassando Avatar, lo spaccato familiare italiano di Giovanni Veronesi e l'epopea di Mandela tratteggiata da Clint Eastwood]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-2030" title="Genitori &amp; Figli" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2010/03/Genitori-Figli-400x265.jpg" alt="Genitori &amp; Figli" width="400" height="265" /><strong>In cima alla classifica, surclassando Avatar, lo spaccato familiare italiano di Giovanni Veronesi e l&#8217;epopea di Mandela tratteggiata da Clint Eastwood</strong></p>
<p>di<strong> Sandra Capitano</strong><br />
<a href="mailto: sandracapitano@gmail.com">sandracapitano@gmail.com</a></p>
<p>Realtà batte finzione. O forse no? Dopo sette settimane di giganti blu, occhialetti in 3d, acrobazie computerizzate, piante multicolor e animali improbabili, gli adolescenti italiani tutti iPod-grandi fratelli-urla-prime-volte-prime-delusioni, (questa volta insieme ai loro genitori), tornano a furoreggiare la classifica del nostro box-office weekend. E non solo loro.<br />
Ad accelerare il tramonto (inesorabile) del campione di incasso <em><a href="http://www.filmakersmagazine.it/archives/1579">Avatar</a> </em>(3°, con 62 milioni ad oggi), oltre al verosimile <em>Genitori &amp; Figli &#8211; Agitare bene prima dell’uso</em> di Giovanni Veronesi (1°, con 2.800.000 di euro in tre giorni), questo weekend ha imperversato anche <a href="http://www.filmakersmagazine.it/archives/1968"><em>Invictus</em>,</a> l’ultimo capolavoro di Clint Eastwood tratto da una storia vera, che, al di là di ogni aspettativa, ha conquistato il 2° posto della classifica (2 milioni di euro in tre giorni).<br />
E se <em>Genitori &amp; Figli &#8211; Agitare bene prima dell’uso</em> contiene tutti gli ingredienti tipici della realtà dei nostri tempi, con siparietti cinici e scanzonati, un po’ <em>Tempo delle mele</em>, un po’ <em>Ex</em>,  alternati a situazioni conflittuali e credibili capaci di farci identificare senza sforzo nei personaggi, differente appare la cifra stilistica di <em>Invictus</em>.<br />
Mentre Veronesi, contrariamente ai suoi <em>Manuali d’amore 1</em> e <em>2</em> (almeno nel titolo), si limita a dipingere e documentare lo spaccato della famiglia italiana (media?), quale assemblaggio di separazioni, scontri generazionali, uscite negate, liti, amanti e sotterfugi, senza somministrare vere istruzioni di comprensione o riunificazione concreta, Eastwood, portando sul grande schermo Nelson Mandela, di esempi e istruzioni di riunificazione e pace, ne esibisce eccome.<br />
Il Mandela interpretato da Freeman è infatti un uomo talmente immenso per bontà, garbo e intelligenza sopraffina, da farci credere, proprio mentre apprendiamo che anche il televoto della kermesse sanremese è probabilmente truccato, e corrotti e corruttori si mischiano indistintamente confondendoci, che forse il vero <em>Avatar</em> sia proprio lui.<br />
Esterrefatti da un Mandela-Freeman sorridente mentre devolve un terzo del suo stipendio in beneficenza (perché troppo elevato), finiamo per supporre che nuovamente di fantascienza si tratta. Frastornati per i modi gentili e l’inesauribile capacità di perdono, nonostante i ventisette anni trascorsi in carcere, ci convinciamo che davvero Pandora non l’abbiamo mai abbandonata. E quando Madiba-Freeman rifiuta con dolcezza di essere servito dalla domestica per il thé, preferendo  fare da solo, ecco che tutto si manifesta con chiarezza: non siamo in Sudafrica e non c’è nessun Ellis Park Stadium di Johannesburg, ma fra qualche istante un Toruk sorvolerà le nostre teste.<br />
Che Eastwood stia vivendo una senilità sublime, con slanci di creatività sontuosi e raffinati è stato ampiamente scritto. Ciò che sembra più evidente con <em>Invictus</em> è  l’inesauribile tendenza a non voler smettere di stupirci. Perché, ancora una volta, con tempismo strabiliante, Eastwood ci  racconta emozionando, ci appassiona senza retorica, ci educa senza stonature. In un momento storico in cui nulla sembra poterci sbalordire, questo ottantenne californiano, consegna allo schermo la storia vera di un grandioso uomo mai saccente o aggressivo, che  ringrazia, sorride, stringe mani, regala poesie, abbatte pregiudizi e unifica l’intera nazione.<br />
Non sappiamo quale fosse stato lo scopo di Eastwood mentre girava <em>Invictus</em>. Ciò che sappiamo è che nessuno può ritenersi esonerato dalla visione. Il tempo di imparare (o ricordare) i valori portanti del nostro mondo è arrivato. Ed è in questo mondo, privo di confessionali, telecamere, foreste animate e codine magiche che stiamo vivendo.<br />
Ma per chi non ne fosse del tutto persuaso, ci sono ancora 280 sale che programmano <em>Avatar</em>, nonché Alessia Marcuzzi, il lunedì, puntuale, su canale 5.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.filmakersmagazine.it/archives/2029/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>I love you Phillip Morris</title>
		<link>http://www.filmakersmagazine.it/archives/2044</link>
		<comments>http://www.filmakersmagazine.it/archives/2044#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 27 Feb 2010 16:57:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[in sala]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.filmakersmagazine.it/?p=2044</guid>
		<description><![CDATA[Il film “scandalo” che è rimasto bloccato senza un distributore per oltre un anno, nonostante il successo al Sundance Film Festival]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-2045" title="I_Love_You_Phillip_Morris" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2010/03/I_Love_You_Phillip_Morris-400x268.jpg" alt="I_Love_You_Phillip_Morris" width="400" height="268" /><strong>Il film “scandalo” che è rimasto bloccato senza un distributore per oltre un anno, nonostante il successo al Sundance Film Festival</strong></p>
<p>di <strong>Luca Adami</strong><br />
<a href="mailto: lucadami@hotmail.it">lucadami@hotmail.it</a></p>
<p>È possibile che un film acclamato dalla critica al Sundance Film Festival non trovi un distributore in Italia? È possibile che non si riconosca il talento e la versatilità di attori come Jim Carrey e Ewan McGregor in Italia? È possibile che un titolo come I love you Phillip Morris diventi magicamente Colpo di fulmine – Il mago della truffa (e non per motivi di assonanza con un famoso produttore di tabacchi)? Sì, tutto è possibile in Italia&#8230;<br />
La storia comincia lo scorso anno, quando Glenn Ficarra e John Requa scrivono e dirigono un film dai tratti fortemente comici e senza esclusione di colpi. I due erano già autori della celebre commedia Babbo bastardo e, con quest&#8217;ultimo lavoro, potevano vedersi definitivamente consacrati nel mondo delle cosiddette “alte produzioni comiche”. La trama è divertente ed è tratta da una storia vera (novella di Steve McVicker): racconta l&#8217;avventura di Steven Russell, ex poliziotto texano dotato di grande carisma, che va alla ricerca della madre biologica e compie una camaleontica trasformazione che lo porta ad essere prima un marito fedele, poi un criminale incallito, perseguitato dalla legge e perennemente in fuga. Piccolo particolare: il suddetto criminale si riscopre gay e si innamora di un uomo in carcere, Phillip Morris.<br />
Ci credereste che, proprio per quest&#8217;ultimo dettaglio della trama, il film ha subito un ritardo di oltre un anno dalla data della sua prima presentazione al momento in cui lo vedremo nelle sale italiane? Problemi con la censura nazionale&#8230; Definirlo inconcepibile non è più un&#8217;opinione personale, quindi, ma un fatto di pura logica: crediamo che il mondo sia pronto a sapere che la realtà gay non è solo una favola per adulti. Ma ovviamente di ciò non si avvede l&#8217;arcigno reparto inquisitorio italiano che dapprima decide di tagliare delle scene troppo “scabrose” e poi, ovviamente, di ritardarne l&#8217;uscita e sostituire il titolo originale con uno che di sicuro attirerà maggiormente l&#8217;interesse delle famiglie, il claudicante Colpo di fulmine – Il mago della truffa. Domanda: quanto ci interessa che un film porti gli incassi al cinema? Evidentemente al grande pubblico non molto ma agli addetti ai lavori deve stare tanto più a cuore, visto che hanno eliminato dal titolo e dalla trama ogni riferimento alla storia gay&#8230; Secondo chi di dovere, sempre che di dovere si tratti a questo punto, le famiglie italiane non sono pronte a vederlo in versione integrale. I distributori faticavano a vederne un&#8217;applicazione commerciale, avevano già escluso a priori le famiglie, barricandosi dietro la falsa scusa di “cercare l&#8217;audience giusta”.<br />
Insomma, in Italia è preferibile che si parli di una crime-story piuttosto che di una commedia-gay. I velati accenni all&#8217;omosessualità nella versione di I love you Phillip Morris all&#8217;italiana, però, non passeranno certo inosservati al pubblico attento, quello che si informa, che vuole sapere perché si parlava di questa commedia già dal 2009, quello che ha sete di scoprire quali altre scorrettezze si riversino nel mondo dell&#8217;arte cinematografica e in che modo bieco siano messe in atto.<br />
Morale della favola, il film uscirà (forse) il 2 aprile 2010&#8230; con buona grazia della censura ostracista alla quale non riusciremo mai ad abituarci.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.filmakersmagazine.it/archives/2044/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
