
Dopo la trilogia degli italiani (Manuli, Vendruscolo, Salani) Filmaker’s continua la riscoperta di piccoli cult stranieri con la satira francese sulle “fragilità” del potere
di Veronica Flora e Giovanni Iacomini
aldoflor@tin.it
jacodamus@tiscali.it
Dai tempi di Rosebud, cinematograficamente parlando, l’origine di tutto va cercata nel passato; umanamente, nell’infanzia.
Se lo slittino, simbolo di un paradiso troppo presto perduto, era la causa parecchio freudiana della frustrazione più profonda e mai sanata di Citizen Kane, genio spregiudicato del quarto potere wellesiano, così – in forma di commedia – ne L’antidoto, film di Vincent de Brus uscito inosservato nel nostro paese nel 2006, è un mite orsacchiotto di pezza, o per meglio dire la sua espressione goffa e rassicurante, a racchiudere il segreto che potrà salvare (o definitivamente mandare in malora) i grossi affari, il matrimonio e la vita più in generale del piccolo-grande tycoon francese Jacques-Alain Marty (Christian Clavier).
Appartenente alla schiera dei film francesi “per tutti”, che ormai da parecchio tempo hanno cominciato a fare da contraltare al classico film francese “parlato” e da interni, L’antidoto, con una tragicomicità impiegatizia un po’ a La cena dei cretini (dove ritroviamo lo stesso bravissimo Jacques Villeret, prematuramente scomparso nel 2005) o se vogliamo a un Fantozzi versione glamour, sembra azzardare almeno all’inizio una non acre, né inclemente, tuttavia presente critica a usi e costumi di certi ambienti economico-politici francesi, ma non solo. Uomini tutti lavoro e psicologo; mogli tutte massaggi elettrici addominali e Dior, che non riescono a comprendere la natura delle sofferenze del marito se lievemente si distacca dalla tonalità della cravatta prevista per il prossimo consiglio d’amministrazione o discorso in tv.
In tutto questo bailamme, la favola del principe e il povero fa anch’essa il suo ingresso nella storia. Al grave problema di balbuzie e anagramma involontario che colpisce Jacques-Alain proprio nel bel mezzo dell’importante scalata finanziaria a un grosso pesce dell’editoria australiana (in versione supereroe), il berluscotto d’oltralpe trova rimedio nella voce e nelle movenze di un umile, ma più che contegnoso contabile di una delle sue infinite società, André Morin (Jacques Villeret).
Dopo un avvio che sembrerebbe preludere alla rivelazione di chissà quale magagna da finanza allegra, i poveri cristi – Morin e un’amica altrettanto buona e impacciata, innamoratisi dopo esser stati lasciati entrambi dai rispettivi – si rivelano sempre più inadeguati, imbranati, mangiano robe puzzolenti come salsicce e trippa. E non possono che sognare, seppur senza malizia e ansia di potere, l’ascesa nell’area del privilegio, in un non traumatico semi-seppellimento della lotta di classe.
Lotta di classe che sembra non esistere più, perché il ligio Morin, nella puntuale critica alla società per cui lavora, trova il consenso (agevolato certamente dal fatto di “essere l’antidoto”) dei suoi padroni. L’intrigo s’ingarbuglia, le gag si moltiplicano e arriva quasi improvviso un finale conciliatorio che riesce a unire inquadrature e atmosfere di una dynasty in salsa francese con la più amena passione per la pesca lacustre e la carne alla griglia.
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