I giorni del coraggio: Sidney Lumet, Daniel e le persecuzioni politiche nel cinema

Cover Lumet

Filmaker’s magazine, 30 Holding e Studio Universal presentano “I giorni del coraggio”, la monografia dedicata a Sidney Lumet e distribuita insieme al DVD del film Daniel (1983), con un approfondimento sulle persecuzioni politiche nel cinema

Dopo L’imperatore del Nord (Robert Aldrich), Lili Marleen di (Reiner W. Fassbinder) e Zardoz (John Boorman), FILMAKER’s magazine, in partnership con 30Holding e Studio Universal, riscopre un classico dimenticato della cinematografia di Sidney Lumet: Daniel.

Tratta dal libro The Book of Daniel (1971) di L. Edgar Doctorow, che ne ha curato la sceneggiatura, la pellicola si ispira al caso Rosenberg, la vicenda dei coniugi Julius ed Ethel accusati di spionaggio e condannati alla sedia elettrica nel 1953. La paura del comunismo di quegli anni, la paranoia della guerra nucleare e gli idealismi degli anni 60 fanno da sfondo alla ricerca della verità sui propri genitori intrapresa da giovane Daniel (Timothy Hutton). Un viaggio nella storia sociale degli Stati Uniti che mette a confronto due generazioni per riflettere sul dissenso politico e sulle persecuzioni a cui è sottoposto.

«Quando ho scritto The Book of Daniel c’erano questioni molto più interessanti da esplorare che non l’aberrante condotta di un paio di radicali. Ero interessato ai collegamenti tra la vecchia e la nuova sinistra. Qual era il ruolo dei radicali in America? Era forse sacrificale? Perché i movimenti di sinistra distruggono sempre se stessi?» Edgar L. Doctorow

Nell’edizione monografica che accompagna il DVD, oltre allo speciale su Sidney Lumet (Quel pomeriggio di un giorno da cani, Serpico) e all’approfondimento critico su Daniel, una riflessione sui grandi combattenti del cinema libero, da Tarkovskij a Ken Loach, passando per i maestri del cinema politico italiano dagli anni 60 a oggi.

Il DVD è disponibile nelle migliori librerie e negozi homevideo a 14,99€ ed è distribuito in abbonamento insieme alla rivista. (L. G.)

Il futuro che fu – Zardoz

copertina FMM_Zardoz

FILMAKER’s magazine e Koch Media presentano la nuova edizione monografica dedicata a John Boorman e al cult sci-fi Zardoz, con un approfondimento sulla fantascienza distopica degli anni 60-70

Dopo L’imperatore del Nord di Aldrich e Lili Marleen di Fassbinder, FILMAKER’s magazine e Koch Media, azienda europea leader nella produzione e distribuzione di prodotti d’intrattenimento digitale, sono lieti di presentare l’edizione esclusiva in DVD di Zardoz.

La pellicola, pietra miliare della cinematografia fantascientifica, risale al 1973 e porta la firma del regista John Boorman (Un tranquillo week-end di paura, Il sarto di Panama). La storia si svolge sul Pianeta Terra, nell’anno 2293. In virtù di un progresso scientifico straordinario, la casta degli Immortali ha conquistato la vita eterna, in una dimensione ascetica dell’esistenza del tutto avulsa da ogni pulsione vitale. A irrompere in questo Olimpo di noia eterna, nascosto nella testa di pietra volante del dio Zardoz, è l’iconoclasta Zed (Sean Connery), che risveglierà negli Immortali la potenza delle passioni, il seme del dubbio, e riporterà al mondo la forza liberatrice della morte. Rendendo omaggio al celebre The Wonderful WiZARD of OZ, John Boorman realizza una potente opera fantascientifica, che mescola mitologia, immaginari distopici e allegorie socio-politiche, riportandoci alle origini del fantastico.

Oltre alla sezione monografica dedicata a John Boorman e all’approfondimento critico su Zardoz, con curiosità sul film e sul cast, la sezione “Fantavintage” torna alle origini del fantastico per attraversare i grandi capolavori di genere, dalle fantasmagorie di Méliès ai grandi cult degli anni 60 e 70, dalle forti valenze socio-politiche e distopiche.

Il DVD è disponibile nelle migliori librerie e negozi homevideo a 14,99€ ed è distribuito in abbonamento insieme alla rivista. (L.G.)

Dormirò quando sarò morto – Lili Marleen

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Dal 24 settembre, nelle migliori librerie e videoteche, il nuovo numero di Filmaker’s magazine dedicato a Rainer Werner Fassbinder, in abbinamento al DVD Lili Marleen: un ritratto d’autore, un’analisi del film e un approfondimento monografico su cinema e totalitarismi

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

Filmaker’s magazine continua la riscoperta di grandi capolavori dimenticati della storia del cinema con un’edizione monografica di 40 pagine dedicata a Rainer Werner Fassbinder e al film Lili Marleen, disponibile in DVD insieme alla monografia.

Il numero si articola in tre parti: il ritratto di Rainer Fassbinder contiene un approfondimento critico sulla filmografia del grande autore tedesco e un’intervista ad Hanna Schygulla. Segue un’analisi del film Lili Marleen, ambientato nella Zurigo del 1938, dove la cantante Willie e il pianista Robert Mendelsson vivono il loro idillio amoroso. Lei è un’aspirante diva tedesca di scarso talento (il cui personaggio è liberamente ispirato alla figura storica di Lale Andersen, la cantante tedesca che ottenne fama internazionale lanciando la canzone Lili Marleen), lui un ebreo, militante politico della resistenza, che aiuta i suoi compagni di sventura a fuggire dalla Germania fornendo loro passaporti falsi. Ma il sentimento che li lega è destinato ineluttabilmente a essere disgregato dagli eventi. Un grande capolavoro che mescola il melodramma d’amore alla trincea e che diventa occasione per una riflessione sempre attuale sul rapporto tra cinema e totalitarismi. Nell’ultima parte della monografia, infatti, verrà analizzato come il cinema, utilizzando gli strumenti che gli sono propri – parodia, propaganda, denuncia, film di genere – ha messo in scena le grandi dittature di ieri e di oggi.

Filmaker’s magazine sarà disponibile dal 24 settembre nel circuito delle librerie Feltrinelli, Mondadori; Ricordi, Fnac e Melbookstore e nelle migliori videoteche e centri specializzati (Euronics, Marco Polo – Expert, Comet).

Piede di Dio in DVD

Piede di dio

Dal 24 giugno il Dvd del film “Piede di Dio” di Luigi Sardiello con Emilio Solfrizzi sarà disponibile al costo di 12,90 € nelle librerie Mondadori, Feltrinelli, FNAC, Messaggerie, nei circuiti Blockbuster e nei migliori negozi homevideo.

L’edizione in DVD presenta interessanti contenuti extra che affiancano il trailer del film: un’intervista al regista dal titolo “QUANDO ERAVAMO CAMPIONI – LA STORIA DI PIEDE DI DIO” in cui si racconta la genesi del film e una scena inedita non presente nel montaggio finale.

“Piede di Dio” racconta la storia di Elia, un bizzarro diciottenne che ride sempre e non sbaglia mai un rigore, e Michele, un cinico osservatore da campetti di provincia. Quando, su una spiaggia del Salento, Michele si imbatte per caso in Elia, ne resta folgorato. Per questa strana coppia inizia un viaggio della speranza nel mondo del calcio, tra procuratori prepotenti e direttori sportivi onnipotenti, fino all’occasione del provino con una grande squadra…

Hanno scritto del film:

“Un esordio garbato e intenso” Repubblica

“Una piccola e delicata favola moderna che guarda al calcio per parlare d’altro” L’Unità

“Una pellicola lieve e straziante, di poetica semplicità, specchio del nostro Paese” Il Riformista

“Una storia di disagio, di perdenti adorabili e bizzarri, che andrebbe proiettata negli stadi” Liberazione

“Piede di Dio è un film che fa gol. Perché ride” Il Messaggero

“Piede di Dio è bel gioco a tutto campo” Il Manifesto

“Piede di Dio” ha rappresentato l’Italia al Festival NICE di Mosca e San Pietroburgo e la rappresenterà, in competizione ufficiale, al prossimo Festival Internazionale di Odessa (16/24 luglio)

Al momento ha ottenuto i seguenti premi e riconoscimenti:

COSTA IBLEA FILM FESTIVAL – Premio Rosebud miglior opera prima

SALERNO INTERNATIONAL FILM FESTIVAL Celluloide d’oro a Emilio Solfrizzi – miglior attore protagonista

OSTIA INTERNATIONAL FILM FESTIVAL Premio Miglior regista esordiente 2009: Luigi Sardiello – Premio Miglior attore protagonista 2009: Emilio Solfrizzi

SANTA MARINELLA FILM FESTIVAL Premio Speciale della Giuria – Premio Miglior attore non protagonista: Antonio Catania

PREMIO CINEMA E MUSICA (LAGONEGRO) – Miglior colonna sonora italiana

FESTIVAL DEL CINEMA PER RAGAZZI VITTORIO VENETO – Premio Speciale della Provincia di Treviso

FESTIVAL DEL CINEMA GIOVANE E DELLE OPERE PRIME – Premio Selezione Miglior Opera Prima

COMUNE DI ROMA – Targa “Sport e marginalità” 2009

LA PRIMAVERA DEL CINEMA ITALIANO – Premio Miglior regista esordiente 2009: Luigi Sardiello

NOMINATION

Ciak d’oro Migliore opera prima

Premio Flaiano: Migliore opera prima – Migliore attore protagonista

L’ultimo apache di Hollywood – L’imperatore del Nord

FMM speciale AldrichAd aprile, nelle migliori librerie e videoteche, la nuova edizione di Filmaker’s magazine in abbinamento al DVD L’imperatore del Nord: un ritratto d’autore, un’analisi del film e un approfondimento monografico sulla crisi vista dal cinema

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

A partire dal prossimo 20 aprile, Filmaker’s magazine lancia una serie di edizioni monografiche speciali di 40 pagine che usciranno in abbinamento a una collezione di classici in DVD. Per ogni uscita, l’approfondimento editoriale su un autore, un film, un tema.

A inaugurare la nuova iniziativa editoriale, realizzata in partnership con Koch Media, è lo speciale “L’utimo apache di Hollywood”, che accompagnerà il dvd L’imperatore del Nord di Robert Aldrich, un film che il grande autore americano realizzò nel 1973 per raccontare una storia di emarginazione ambientata sui treni merci del profondo Oregon.
Il numero si articola in tre parti: la sezione Robert Aldrich contiene un ritratto dell’autore, la sua filmografia completa, dichiarazioni autografe e una conversazione con Francois Truffaut. A seguire, L’imperatore del Nord: analisi critica, retroscena e approfondimenti sul film. A chiudere, il cinema della crisi: una sezione dedicata a come il cinema, negli anni, ha raccontato sul grande schermo i momenti di recessione economica e le ricadute sulle vite individuali: dagli anni della Grande Depressione del ’29, che costituiscono lo sfondo de L’imperatore del Nord, alla crisi economica attuale vista da Hollywood, passando attraverso la nueva ola del cinema argentino e il cinema di casa nostra.

Filmaker’s magazine sarà disponibile da aprile nel circuito delle librerie Feltrinelli, Mondadori; Ricordi, Fnac e Melbookstore e nelle migliori videoteche e centri specializzati (Euronics, Marco Polo – Expert, Comet).

L’antidoto

L'antidoto

Dopo la trilogia degli italiani (Manuli, Vendruscolo, Salani) Filmaker’s continua la riscoperta di piccoli cult stranieri con la satira francese sulle “fragilità” del potere

di Veronica Flora e Giovanni Iacomini
aldoflor@tin.it
jacodamus@tiscali.it

Dai tempi di Rosebud, cinematograficamente parlando, l’origine di tutto va cercata nel passato; umanamente, nell’infanzia.
Se lo slittino, simbolo di un paradiso troppo presto perduto, era la causa parecchio freudiana della frustrazione più profonda e mai sanata di Citizen Kane, genio spregiudicato del quarto potere wellesiano, così – in forma di commedia – ne L’antidoto, film di Vincent de Brus uscito inosservato nel nostro paese nel 2006, è un mite orsacchiotto di pezza, o per meglio dire la sua espressione goffa e rassicurante, a racchiudere il segreto che potrà salvare (o definitivamente mandare in malora) i grossi affari, il matrimonio e la vita più in generale del piccolo-grande tycoon francese Jacques-Alain Marty (Christian Clavier).
Appartenente alla schiera dei film francesi “per tutti”, che ormai da parecchio tempo hanno cominciato a fare da contraltare al classico film francese “parlato” e da interni, L’antidoto, con una tragicomicità impiegatizia un po’ a La cena dei cretini (dove ritroviamo lo stesso bravissimo Jacques Villeret, prematuramente scomparso nel 2005) o se vogliamo a un Fantozzi versione glamour, sembra azzardare almeno all’inizio una non acre, né inclemente, tuttavia presente critica a usi e costumi di certi ambienti economico-politici francesi, ma non solo. Uomini tutti lavoro e psicologo; mogli tutte massaggi elettrici addominali e Dior, che non riescono a comprendere la natura delle sofferenze del marito se lievemente si distacca dalla tonalità della cravatta prevista per il prossimo consiglio d’amministrazione o discorso in tv.
In tutto questo bailamme, la favola del principe e il povero fa anch’essa il suo ingresso nella storia. Al grave problema di balbuzie e anagramma involontario che colpisce Jacques-Alain proprio nel bel mezzo dell’importante scalata finanziaria a un grosso pesce dell’editoria australiana (in versione supereroe), il berluscotto d’oltralpe trova rimedio nella voce e nelle movenze di un umile, ma più che contegnoso contabile di una delle sue infinite società, André Morin (Jacques Villeret).
Dopo un avvio che sembrerebbe preludere alla rivelazione di chissà quale magagna da finanza allegra, i poveri cristi – Morin e un’amica altrettanto buona e impacciata, innamoratisi dopo esser stati lasciati entrambi dai rispettivi – si rivelano sempre più inadeguati, imbranati, mangiano robe puzzolenti come salsicce e trippa. E non possono che sognare, seppur senza malizia e ansia di potere, l’ascesa nell’area del privilegio, in un non traumatico semi-seppellimento della lotta di classe.
Lotta di classe che sembra non esistere più, perché il ligio Morin, nella puntuale critica alla società per cui lavora, trova il consenso (agevolato certamente dal fatto di “essere l’antidoto”) dei suoi padroni. L’intrigo s’ingarbuglia, le gag si moltiplicano e arriva quasi improvviso un finale conciliatorio che riesce a unire inquadrature e atmosfere di una dynasty in salsa francese con la più amena passione per la pesca lacustre e la carne alla griglia.

America oggi

Cosa è vero e cosa è falso nell’America di oggi? In uscita con Filmaker’s il dvd di Terrorists di JTerroristsay Martel, la storia dell’attentato allo sgabello più alto del mondo

di Gionata Zarantonello
jonathan@zarantonello.com

Per presentare il nuovo dvd “cult” in uscita con questo numero di Filmaker’s vi propongo un quiz ad altissima difficoltà, che assimila una commedia a un documentario… Terrorists è l’opera prima di Jay Martel (2 nomination agli Emmy Award per le serie tv di Michael Moore Tv Nation e The Awful Truth), un’autoproduzione da $ 80.000, girata con un gruppo di attori di improvvisazione teatrale. La trama verte sulle vicende di uno studente universitario dai lineamenti medio orientali che si reca in una cittadina per fare delle fotografie all’orgoglio locale: lo sgabello più alto del mondo. A seguito di un equivoco viene scambiato per un terrorista che vuole far saltare in aria il monumento. Scattano le misure di massima sicurezza che sembrano finalizzate più all’affermazione della virilità della polizia locale che alla sicurezza nazionale…

Ecco dunque il quiz: scoprire per ciascuna coppia di scene quale appartiene al documentario Farheneit 9/11 e quale al film Terrorists:

A1) Un capitano della polizia mostra la sua targa, dove invece di essere scritto “Chief of Police”, è scritto “Chef of Police”.
A2) Un inventore progetta un paracadute per lanciarsi dai grattacieli, ma in diretta al telegiornale la sua assistente fatica a indossarlo.

B1) Per un errore dell’FBI, una cittadina di provincia viene creduta obiettivo di un attentato e i cittadini confermano di nutrire forti sospetti verso i forestieri.
B2) Per un errore di interpretazione del termine “blow up” (”ingrandire” e “esplodere”), una cittadina viene messa sotto coprifuoco.

C1) Dei Marine si recano nei centri commerciali e cercano di arruolare dei poveracci, assicurando loro che anche il cantante Shaggy è stato un Marine.
C2) Approfittando del livello di allarme elevato, dei poveracci si arruolano in polizia solo per poter abusare del loro potere.

D1) A seguito di una norma del “Freedom act”, vengono messi per errore sotto controllo i telefoni di casa di alcuni poliziotti.
D2) A seguito di una norma del “Patriot act”, vengono tenuti sotto controllo dalla polizia alcuni testi nelle biblioteche.

Soluzioni:

Terrorists A1, B2, C2, D1.
Farheneit 9/11 A2, B1, C1, D2.

Buona visione.

Quell’utopia chiamata Occidente

Occidente

Con Occidente di Corso Salani Filmaker’s riscopre un altro piccolo capolavoro dimenticato del cinema italiano, a cavallo tra reportage d’autore e finzione narrativa

di Marco Giallonardi
m.giallonardi@tiscali.it

L’Occidente non esiste: solo un’idea, forse una speranza, probabilmente un’utopia. Per la ribelle rumena Malvina, che combattè il regime di Ceausescu dieci anni prima e perse tutti i suoi amici negli scontri di piazza, l’Occidente rappresentato oggi (fine degli anni 90) da Aviano, il piccolo centro del Friuli in cui si mischiano confusamente il dialetto locale e i suoi provincialismi, gli italiani che svogliatamente insegnano inglese ai ragazzi e gli americani che come nuovi colonizzatori riempiono strade e locali. Ad Aviano risiede infatti l’enorme base militare statunitense, che nel bene o nel male determina la vita dei due protagonisti del film di Corso Salani, Occidente, uscito nelle sale nel 2000, prodotto dalla Pablo di Gianluca Arcopinto e ora resuscitato da Filmaker’s magazine.
Da una parte c’è il mondo di Malvina, la sua solitudine e la sua vana ricerca di sentimenti, in un luogo che non può e non vuole riconoscerla come essere umano; dall’altra l’esistenza grigia di Alberto (interpretato dallo stesso Salani), che si trascina in noiose serate col suo gruppo di amici e rimane colpito dal fascino di Malvina, con cui instaura un non-rapporto delicato e sospeso, fatto di sguardi e silenzi, piccoli interessamenti solo accennati e mai concretizzati. In quanto Occidente, exemplum del suo funzionamento interno (secondo Salani e il suo film), Aviano impedisce sia la comunicazione che l’amore, trasformando la speranza in dramma, anche nel caso di una notizia lieta come quella di una gravidanza. D’altronde il film vuole raccontare proprio questo, il ritorno alla realtà dopo il sogno della fine del comunismo sovietico, il ritrovarsi in un Occidente che non ha nulla a che fare con quella terra promessa tanto sbandierata a Est sotto il regime.
In questa landa di solitudine e dolore si muove la macchina di Corso Salani, ultimo romantico capace di fare davvero solo il cinema che vuole fare. E si muove con pudore e rassegnazione, in cerca di una verit che riesce a trovare e a mostrare nel silenzio e nelle passeggiate infinite (retaggi di neorealismo zavattiniano), negli incontri mancati tra i due protagonisti e nei ripetuti carrelli con cui insiste a inquadrare la realtà. Quello che ne viene fuori un cinema dautore in senso stretto, personale e vero, che ha il coraggio di forzare i confini del cinema raccontando una non-storia e permettendosi di non giustificare/motivare lagire del personaggio, adottando la soluzione radicale di un finale sospeso per chiudere la vicenda, indeciso se sprofondare nel baratro della desolazione o sforzarsi di trovare la luce alla fine del tunnel. Unica, possibile interpretazione di una contemporaneit tanto afflitta quanto bisognosa di una speranza.

Che vuol dire normale?

Piovono Mucche

Piovono mucche di Luca Vendruscolo: tra humour e dramma, viaggio nel pianeta poco conosciuto dell’handicap e dell’obiezione di coscienza

di Raffaella Borgese

L’allegato di febbraio a Filmaker’s magazine è Piovono mucche di Luca Vendruscolo, film italiano, indipendente, prodotto dalla Pablo di Gianluca Arcopinto nel 2003. Sacrificato in sala ma salutato come uno dei migliori esordi (la sceneggiatura aveva vinto il Premio Solinas) degli ultimi anni dalla critica e dal pubblico che ebbe la fortuna di vederlo.
Per chi quella fortuna non l’ha avuta a suo tempo, ecco finalmente il Dvd di questa originale tragicommedia che ha come protagonisti portatori di handicap e obiettori di coscienza assegnati alla Comunità di Ismaele per svolgere il servizio civile. Tra i primi Franco, un ex-camionista burbero ma buono colpito da una terribile malattia e Renato, un criminale reso tetraplegico da un incidente. Tra i secondi Matteo, che vive prima il rifiuto e poi la completa identificazione con il gruppo. In mezzo Flora, cinica responsabile degli obiettori, costretta su di una carrozzina, bravissima a scoprire i più piccoli sotterfugi dei ragazzi e Rodovalerio, vicepresidente della Comunità, sbrigativo e pragmatico, il cui unico interesse è far tornare i conti a fine mese. Un anno di difficoltà e di risate, di fughe in pulmino e prove di immaturità, fino a quando arriva il tanto agognato ultimo giorno del servizio civile: finalmente gli obiettori sono liberi di andare via, ma qualcosa gli manca.
Il film di Vendruscolo racconta uno spaccato sempre più comune ai giovani italiani. Un’esperienza scelta a volte per convinzione, a volte solo per evitare il servizio militare e “imboscarsi”. Ad alcuni toccano biblioteche e musei, ad altri le comunità di disabili. Nel mondo degli “anormali” occorre del tempo per prendere confidenza con le persone ed il posto e la stessa cosa accade allo spettatore vedendo il film: all’inizio questo mondo sembra triste e basta; poi, man mano che si conoscono i protagonisti, ci si affeziona loro e si impara perfino a divertirsi. Grazie anche al regista, che adotta un linguaggio semplice ed essenziale, mescolando con maestria umorismo e dramma, proprio come capita nella vita reale di queste persone. Che non sono cattive ma neanche buone in modo manicheo, semplicemente sono “persone” e come tali vanno trattate.
Vendruscolo confessa che il suo sogno è che le persone credano veramente a ciò che cerca di raccontare con questo film: che l’esperienza degli obiettori, anche solo per un periodo limitato, ti insegna a vivere. E che sempre più giovani siano indotti a sperimentarla.

Dancer in The Dark

Dancer in The Dark

Grazie alla straordinaria interpretazione di Björk, Lars Von Trier mette in scena un musical scioccante e denuncia le inaccettabili crudeltà della società occidentale

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

Palma d’oro al Festival di Cannes del 2000, Dancer in the Dark di Lars Von Trier è un musical scioccante e sorprendente che suona come una potentissima elegia alla vita, grazie soprattutto alla mirabile interpretazione di Björk, che da icona rock si cala nei panni di Selma, una donna povera, socialmente indifesa, che sta perdendo  progressivamente la vista. La sua grande passione sono i musical hollywoodiani. Proprio la musica ed il ballo, infatti, sono per Selma l’unica via di fuga dalla realtà, dei sogni isolati all’interno dell’incubo della sua vita. La ragazza continua a lavorare duramente, accumulando straordinari su straordinari, per pagare l’operazione che potrà salvare il figlio, affetto dalla sua stessa malattia, dalla cecità, ma l’uomo che ospita la sua roulotte nel suo giardino, un amico poliziotto di cui si fida, approfitterà della sua menomazione per ingannarla e rubarle tutti i risparmi. Da questo momento per Selma tutto diventerà sempre più difficile.

Ancora una volta Von Trier celebra e mette in scena un mondo di poveri, idioti e dannati rigorosamente ripresi con macchina a spalla. Provata dalla fatica della vita sul set e dalla difficile convivenza professionale con il maestro danese, Björk dichiarò che “un film è un’esperienza dolorosa, al contrario della musica che è un mondo costituito di sola armonia”. Dancer in The Dark denuncia le inaccettabili crudeltà della società americana anticipando i successivi Dogville e Manderlay che castigheranno l’imperialismo, il perbenismo e l’ipocrisia yankee. Una critica beffarda della modernità che ritroviamo in forma ancor più estrema anche nella commedia  sofisticata ll grande capo.

Girotondo, giro attorno al mondo

Girotondo-giro-attorno-al-mondo

A inaugurare la serie degli “invisibili del cinema italiano” è il film cult di Davide Manuli dimenticato dalla critica e riscoperto da Filmaker’s

di Veronica Flora
aldoflor@tin.it

Girotondo, giro intorno al mondo, film del 1999 di Davide Manuli, allegato al numero di gennaio 2008 di FILMAKER’s magazine, è una favola. Lo chiede, senza alcun velo di ironia o senso del paradosso la protagonista, l’evanescente Serena (Sarah Boberg), al candido, ostinato Angelo (Luciano Curreli) nel momento del loro sfinito, ancestrale, rinascente trovarsi, per un attimo o per sempre, nel mondo o dentro la terra, questo non importa. È la fine o l’inizio della vita. Di una vita bestia, fatta prima dello slancio della giovinezza, strafatta e basta poi, quando la giovinezza comincia a sparire.
L’opera di questo regista milanese, classe ’67, che ha collaborato con Al Pacino, Milos Forman, Mike Newell, Abel Ferrara, ha conosciuto la canonica parabola assurda del «cinema italiano di qualità che nessuno vede»: finalista al Premio Solinas nel ’95, girato nel ’98, è comparso brevemente nel ’99 grazie alla Pablo di Gianluca Arcopinto. Poi, il nulla.
Il film prende quota gradualmente. Dopo un inizio che sembra in sintonia con il rallentato, afasico universo dei tre allegri amici tossici, si incammina al seguito di Angelo, dopo la morte dell’amico, nel suo viaggio nel paese delle meraviglie. Tutte le tappe del percorso iniziatico, della favola mitica, sono diligentemente rispettate. Il ritorno alle origini, a una nascita immediatamente deviata. La discesa agli inferi (ovvero la vita) e l’incontro con la diversità, con la varietà del mondo, dove follia e miseria attraversano trasversalmente fasce sociali, orizzonti di vita apparentemente diversi. Il ritorno dei fantasmi del passato. Infine, l’incontro-dénouement con la donna che salva senza salvare con la sua umana, perfetta fragilità.
Nessun personaggio si lascia incasellare in un tipologia (né in una lingua) possibile: tossico, poliziotto, prostituta, borghese frustrato, barista, madre, poeta si dibattono come pesci in un acquario per essere solo ed esclusivamente se stessi. (Quasi) nessuna scena si lascia incasellare, seguendo il flusso del pensiero umano.
Molteplici sono i riferimenti cinematografici: dal sogno di Pasolini a quello di Fellini, da Zavattini a Godard, a Buñuel, al coevo Trainspotting di Boyle. Altrettanti e diffusi in temperie, quelli letterari, poetici, filosofici.
Ma l’omaggio più esplicito è forse quello che riluce dal bianco e nero al tendone da circo, dal nomen-omen di Angelo al “pensato-parlato” con cui comunicano alcuni personaggi tra loro e con l’universo, e riconduce dritto al cuore de Il cielo sopra Berlino di Wenders.
Nel dvd allegato, anche il corto Bombay: Arthur road prison (1998), dedicato all’amico Gianluca, condannato in India a undici anni di prigione per traffico di droga. Manuli rinchiude in una macchina Titti, compagna dell’amico, insieme alla voce, disturbatissima e disperata al telefono. Il mondo fuori non esiste se non in una versione virata e intoccabile come intoccabile è la donna impassibile, dentro. Ed è solo l’ennesima estraniazione da pera. Senza nessuna via d’uscita.