L’esordiente Giuseppe Tandoi racconta i giovani dell’Aquila dopo il terremoto, puntando tutto su amori adolescenziali e divergenze generazionali
di Elena Mandolini
mand.mae@libero.it
Sono passati quattro mesi da quel 6 aprile del 2009. L’Aquila, con i suoi sopravvissuti, cerca di risorgere dalle macerie. Nella tendopoli allestita dalla protezione civile, Lucilla è fra le giovani che sono rimaste come volontarie per aiutare i terremotati, dividendosi fra l’infermeria e il coro della chiesa; inoltre si deve occupare del nonno Carmine che spesso perde il senno. Accanto a Lucilla c’è Valeria, amica snob che si è innamorata di Sorin l’extracomunitario che le ha salvato la vita, e Don Juan, giovanile e coraggioso parroco. L’esistenza di Lucilla prenderà una nuova strada grazie a Luca che, oppresso dal padre-padrone, vede sfumare la sua carriera di cantante rock; apparentemente diversi, i due ragazzi scopriranno di avere molte affinità.
Non è un film verità, di denuncia, né tantomeno politico. La città invisibile, esordio del ventottenne Giuseppe Tandoi, racconta la speranza, l’ardore e la passione giovanile, con pochi accenni alla sofferenza. Tandoi confeziona una regia pulita e semplice con pochi virtuosismi, ma che denota già una buona padronanza del mezzo; un regista su cui si dovrebbe puntare e aiutare a crescere nel futuro prossimo. Girato realmente nella tendopoli lo scorso anno, la sceneggiatura si incentra sui problemi adolescenziali e i difficili rapporti generazionali, usando come sfondo l’Aquila distrutta, che diventa pretesto per raccontare una convivenza forzata fatta di solidarietà ma anche di intolleranza.
Sembra quasi che Tandoi abbia voluto rendere omaggio a storie e film che sono irrimediabilmente impressi nella nostra mente. Proprio come Sandy di Grease, anche Lucilla da timido anatroccolo si scoprirà splendido cigno; così Luca che cercherà di diventare un uomo degno della sua donna, ricorda il Patrick Swayze di Dirty Dancing. C’è persino posto per un nuovo Don Camillo, interpretato dal bravo Gabriele Cirilli, e un omaggio a John Belushi col personaggio di Remo, alias il promettente Nicola Nocella, con tanto di citazione esplicita de I Blues Brothers; infine la storia di Valeria e Luca, strizza l’occhio alla tragedia di Romeo e Giulietta e il musical West Side Story. Il personaggio più interessante resta quello di nonno Carmine, interpretato da Riccardo Garrone, folle ma saggio del villaggio che snocciola perle di saggezza quando non è impegnato a creare più problemi alla protezione civile.
Tandoi, assieme agli sceneggiatori Emanuele Nespeca e Mario Rellini, accenna anche al difficile rapporto con la fede, che generalmente nasce in braccio alle catastrofi: c’è chi la rafforza e chi mette in dubbio l’esistenza di un qualcosa di buono e superiore. Tutte queste tematiche, dal razzismo al rapporto coi genitori, le difficoltà in amore e la fede, sono tutte accennate senza mai andare in profondità: un peccato. La città invisibile è un film adolescenziale per un pubblico giovanile; niente di più. Il 10% del ricavato andrà per il restauro della chiesa S. Maria degli Angeli.



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