Shutter Island

Shutter-IslandNel cupo thriller psicologico di Scorsese con Leonardo Di Caprio, un omaggio ai grandi classici noir e un’indagine sulla violenza come elemento formativo dell’uomo

di Vincenzo Ianni
vincenzoianni@yahoo.it

USA 1954. Nel pieno della guerra fredda, un ufficiale federale, Teddy Daniels (Leonardo Di Caprio) e il suo nuovo partner Chuck Aule (Mark Ruffalo) vengono inviati  su un’isola a largo della costa di Boston in un impenetrabile istituto psichiatrico criminale – l’Ashecliffe Hospital – per indagare sulla scomparsa di una paziente pluriomicida, Rachel Solando, sparita inspiegabilmente dalla sua cella senza lasciare traccia. Le indagini prendono da subito una cattiva piega: sin dal primo colloquio, il Dottor Cawley (Ben Kingsley), responsabile della clinica, non sembra essere disposto a collaborare. Daniels, intanto, è ossessionato dal pensiero della recente morte della moglie (Michelle Williams) in un incendio. Bloccati sull’isola da un uragano, i due federali continuano le indagini con il crescente sospetto di essere incappati in una sordida storia di servizi segreti ed esperimenti sui pazienti.

Finalmente, al quarto “tentativo” (dopo Gangs of New York, The Aviator e The Departed), la coppia Scorsese-Di Caprio brilla di tutta quella luce che i nomi così altisonanti ci fanno lecitamente attendere, ma che evidentemente non sempre garantiscono. Come già Gone Baby Gone e Mystic River, anche questo cupo thriller psicologico è tratto da un romanzo di Dennis Lehane, che – come racconta Scorsese – gli ha subito ricordato uno dei suoi punti di riferimento: il “classicissimo” Il gabinetto del dottor Caligari di Wiene. E in effetti il film è avvolto in atmosfere espressioniste, per così dire, e cosparso di amorevoli riferimenti al cinema tedesco degli anni 30 e 40, al cinema dei tedeschi emigrati a Hollywood negli anni 40 e 50, e non solo. «Mi fa immenso piacere che il mio film ricordi certi nomi: Samuel Fuller, Jacques Tourneur… il mio background è fatto sostanzialmente di certo cinema tedesco come quello di Lang soprattutto, una presenza fortissima che aleggia nel cinema di quegli anni, e Wilder. E poi Preminger… Proprio Vertigine, insieme a Le catene della colpa, sono i film che ho fatto vedere al cast prima di girare». Il film, continua il regista, è «un viaggio nella paura e nella paranoia, come quella che imperversava a New York quando ero ragazzo, tra il ’52 e il ’54, e che oggi è di nuovo molto forte. E poi c’è il tema della violenza, ma non la violenza in sé, quanto ciò che attraverso la violenza i miei personaggi riescono ad esprimere: chiunque abbia avuto a che fare con un episodio di violenza è costretto a sopportarne il peso, che lascia una traccia indelebile. Per superare e lasciarci alle spalle quegli episodi, quei segni, dobbiamo cambiare, evolverci, diventando quello che siamo. La violenza, in questo senso, è un elemento formativo, esperienza. E Leonardo Di Caprio ha colto questo aspetto in pieno ed è riuscito a dare al suo personaggio una profondità straordinaria».

Di Caprio, d’altro canto, ammette che la chiave della sua interpretazione è proprio quella della «violenza come strumento di indagine della natura umana. I personaggi di Martin – continua l’attore – soffrono a tal punto che rivolgono il loro cupo malessere verso gli altri: è questa la natura più profonda della violenza». Commentando il lavoro col regista e sul suo personaggio, Di Caprio aggiunge: «quando lavoro non sono mai sicuro di aver fatto abbastanza, cerco sempre di fare il possibile per arrivare all’essenza dei personaggi, con la speranza di riuscire per lo meno ad avvicinarmi a quelli che sono i miei miti: De Niro, Montgomery Clift, James Dean… Questo è sicuramente il personaggio più complesso che mi sia capitato di interpretare, è il frutto della fiducia e della responsabilità che Martin ti dà quando lavori per lui». In effetti, complici i ribaltamenti dei piani di realtà attraverso cui evolve il racconto, un Di Caprio imbolsito e segnato, non più eterno giovincello, ma novello Dorian Gray più simile alla propria sofferente rappresentazione, cesella un personaggio che gli varrà a lungo la nostra ammirazione. Salvo che il povero Leonardo non ci anneghi dentro: qualcuno gli rivolge sguardi un po’ stupiti quando si presenta alle conferenze stampa con completo e taglio anni 50… è solo marketing? Leonardo, esci dal ritratto!

L’amante inglese

L'amante ingleseDalla Francia, protagonisti due stranieri, un melò passionale che poco appassiona. Retto da un ottimo cast capitanato da Kristin Scott Thomas

di Claudio Zito
zito.claudio@gmail.com

In patria è stato un grande successo di pubblico. Ma stiamo parlando della Francia, Paese che, oltre a vantare in assoluto il più alto livello medio di cultura cinematografica, sa tutelare le proprie produzioni come nessun altro. È lì che un film come Welcome ha potuto scatenare un dibattito tale da sollecitare una ridiscussione della legge (dal film) incriminata. Mica come da noi, dove la splendida opera di Lioret è uscita in sordina, per poi ritagliarsi, sgomitando, il meritatissimo spazio nella morsa dei filmacci natalizi imperanti. Toccherà a L’amante inglese ripercorrere lo stesso iter? Lecito dubitarne: il film di Catherine Corsini, rispetto al suo toccante predecessore connazionale, oltre a non affrontare questioni politiche spinose, non emoziona quasi per nulla. Colpa dello stile rigoroso, che però talvolta scivola nel melodramma violento sfuggendo al controllo dell’autrice. Del resto, la storia raccontata si presta facilmente a qualche eccesso.

La vicenda si può suddividere in quattro fasi: la prigione dorata, in cui la protagonista Suzanne è rinchiusa, relegata alla subordinazione dal facoltoso marito e in preda a un disagio esistenziale composito; la fuga (il titolo originale, Partir, è ben più pregnante di quello italiano), in cui la  repressione della donna si rivela di natura sessuale e il tradimento, consumato con l’operaio (e pregiudicato) Ivan, prende le mosse esclusivamente da un’attrazione fisica (davvero realistiche le scene di sesso); l’emergere di problemi materiali, puramente economici, che fanno regredire Suzanne fino ai confini della legalità; il finale tragico, dove un’impennata femminista allontana il sospetto moralismo di fondo.

Due immigrati, ma provenienti da due stati europei (lei è inglese, lui spagnolo), che vivono una storia d’amore in un Paese straniero, divisi dalla diversa classe sociale  ma uniti dalla passione come nelle commedie sofisticate. Solo che qui i toni e gli esiti sono drammatici. L’unico autoctono dei tre personaggi principali è un vero e proprio antagonista, crudele e monodimensionale, che dilapida in fretta la potenziale simpatia che meriterebbe per il tradimento di cui è vittima. Al di là di qualche semplificazione edipica (il figlio maschio sta dalla parte della madre, la femmina del padre), gli spunti interessanti non mancano, ma il dubbio è che una situazione di partenza complessa e articolata subisca un’involuzione.

Ciò che resta sono una breve ma significativa sequenza, dove un insetto si insinua tra i vestiti di Suzanne, che spogliandosi per scacciarlo rivela le sue pulsioni nascoste, e soprattutto la straordinaria interpretazione di Kristin Scott Thomas, aiutata da un fisico pelle e ossa, ideale per palesare i nervi scoperti della protagonista. Basteranno per conquistare l’ostico botteghino italiano?

Alice in Wonderland

Alice-in-WonderlandIl mago dell’immaginario Tim Burton e la visionaria favola di Carroll: un caleidoscopio di personaggi surreali segnati, non solo per il 3D, da una mirabile profondità

di Cristina Locuratolo
cristina.bibbi@libero.it

Strano ed inevitabile incontro quello tra Lewis Carroll e Tim Burton. Il primo un bizzarro, enigmatico scrittore e matematico dell’Ottocento, con sangue per metà inglese e per metà irlandese, affetto da una  fastidiosa forma di balbuzie  e con una predilezione per gli indovinelli, i giochi di logica e la fotografia. Il secondo, un disegnatore dallo stile inconfondibile divenuto cineasta geniale, americano con lo sguardo rivolto verso l’Europa, una delle menti più creative del nostro tempo.

L’immaginifico e claustofobico mondo, o meglio “sottomondo” della piccola Alice Liddell (che nel film porta il cognome Kingsley), creatura letteraria di Carroll, rivive grazie al caleidoscopico sguardo di Burton. Impresa ardua per uno dei registi più amati della contemporaneità, riprendere una storia così profondamente radicata nella cultura anglosassone e mondiale, rielaborarne gli aspetti iconografici e approfondire i riferimenti psicanalitici. Ma una storia che è la celebrazione dell’immaginazione non poteva non essere affidata che a Tim Burton, il quale ha cercato di coniugare la tradizione di un’opera così viva nell’immaginario collettivo con l’innovazione delle nuove tecnologie, a cui lui in verità non aveva mai voluto prestare molta attenzione. Nasce così l’attesissimo Alice in Wonderland (firmato Disney), che lungi dall’essere una mera trasposizione del libro, si ispira sia ad Alice nel Paese delle meraviglie che al suo prosieguo. Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò, combinando lo stile e la poetica visionaria burtoniana e quello criptico e non sense di Carroll. Innanzitutto, e ciò è evidente, Burton cerca di restituire umanità ai personaggi surreali creati dallo scrittore inglese: non una semplice carrellata di “weird characters” ma personalità complesse e spesso contraddittorie. A cominciare dal Mad Hatter alias Johnny Depp; uno sguardo triste sotto il gigantesco cappello rivela tutta la tragicità di un personaggio emotivamente disturbato, che passa da momenti di improvvisa ilarità ad altri di pericolosa rabbia. La grandezza di Depp sta nel mostrare la “madness” di quest’uomo dalla personalità multipla che continua a porsi domande senza senso («Perché un corvo assomiglia ad una scrivania?») o a cercare parole che iniziano con la lettera “M”, in un modo non ingombrante o macchiettistico, ma con levità e grazia, facendosi percepire la fragilità, la tristezza, dell’inconsapevolezza (o quasi) di qualcosa che non va nella propria mente. Degna di nota anche il personaggio della Red Queen, una meravigliosa Helena Bonham Carter, perfida sovrana col vezzo di tagliare la testa a chiunque perché, in realtà, odia la sua che è troppo grande. Una dittatrice terribile che vive in perenne competizione con una sorella graziosa e ben voluta dai propri sudditi, la Regina Bianca (una ironica e marmorea Anne Hathaway).

Ma al di là della caratterizzazione dei personaggi, che sono il vero punto di forza della storia di Alice, c’è da dire che il regista ci regala momenti di autentico “burtonismo”. A cominciare dall’incipit, con il simbolo dell’amata Londra in primo piano, un Big Ben più gotico che mai, alle scene iniziali in cui un’Alice (l’australiana Mia Wasikowska) ormai diciannovenne partecipa a un party esclusivo pieno di ipocriti ricconi e gentlmen per niente raffinati dove verrà chiesta in sposa da un giovane insulso e conformista. Per poi arrivare al momento clou, ossia l’entrata del Bianconiglio tra i cespugli fino al precipitare di Alice nella sua tana verso Wonderland. La discesa verso il Rabbit Hole è un viaggio attraverso i ricordi di Alice, ma anche i nostri. Ritroviamo oggetti della nostra infanzia e come un lungo flashback riaffiorano altri momenti cinematografici che hanno accompagnato la nostra tenera età, dal Mago di Oz quando Dorothy è nella sua stanza e si dirige verso “over the rainbow” alla stessa Alice disneyana del 1951.Da allora però la piccola Alice è cresciuta, è diventata una giovane donna che deve prendere in mano la sua vita e si sente smarrita e confusa. Il ritorno a “underworld”, che lei da piccina chiamava “wonderland” le servirà per riconnettersi col suo vero “io” e per tracciare il suo destino.

Wonderland riletta dallo sguardo di Burton contiene elementi già presenti nella sua filmografia, è come se il regista rimescolasse la fantasia, riproponendoci, in un modo neanche troppo celato, piccoli frammenti dei suoi film, da Edward Scissorhands a La sposa cadavere passando per Sleepy Hollow. È senza dubbio nel design dell’immagine, nella cura del dettaglio che Burton dà il meglio di sé, e soprattutto nella contrapposizione dei mondi, tanto cara al regista nelle sue opere: qui abbiamo da un lato il mondo rosso tutto a cuori della terribile Regina con il suo esercito di carte delizioso e dall’altro il regno tutto bianco, fatto di marmo, con alberi di fiori di pesco e paesaggi mozzafiato, e una schiera di soldati composta da gigantesche pedine della scacchiera. Perfetti anche tutti gli altri personaggi di “contorno”, a cominciare dall’evanescente Stregatto, il più riuscito di tutti, e dal “fumoso” Brucaliffo. Squadra che vince non si cambia: nel film ritroviamo anche l’immancabile alter ego musicale di Burton ovvero Danny Elfman, le cui musiche si integrano pefettamente con il sottomondo e i suoi personaggi, ma anche le altre soundtracks non deludono le aspettative, in primis Alice di Avril Lavigne (anche se la magia delle note e dei cori di Elfman è difficile da eguagliare).
Trovare una pecca a questo film è difficile, ma è anche vero che io sono di parte. Ho trovato il 3D superfluo, perché non è un film che si basa sull’effetto. Non ho apprezzato particolarmente la sfumatura fantasy che ci ha mostrato un’Alice paladina del regno come Atreiu ne La storia infinita. Forse il film è stato penalizzato sia dallo smisurato battage pubblicitario del film che dal finale già anticipato nelle primissime scene. Perché sì è vero che conosciamo tutti la storia, ma è altrettanto vero che la rilettura di Burton doveva rimanere una sorpresa. È probabile, inoltre, che il regista abbia dovuto trovare un compromesso con la Disney per questo film, a discapito del suo estro creativo. Ed è davvero un peccato, perché Tim avrebbe esplorato ancora più a fondo l’aspetto criptico, quello più oscuro, psichedelico, claustrofobico, “non sense” della storia (da intendersi come molteplici livelli di senso e non senza senso!). Un’Alice smarrita nella propria fantasia come Edward Bloom in Big Fish. Un’Alice che riporta il sogno nella realtà e la realtà nel sogno con la stessa leggiadria di una danza nella neve come in Edward Mani di Forbice o sotto una pioggia di fiori come in Sleepy Hollow. Una eterna fanciulla resa immortale dalle storie incredibili che abitano in lei.

Guerra e pace

Genitori & FigliIn cima alla classifica, surclassando Avatar, lo spaccato familiare italiano di Giovanni Veronesi e l’epopea di Mandela tratteggiata da Clint Eastwood

di Sandra Capitano
sandracapitano@gmail.com

Realtà batte finzione. O forse no? Dopo sette settimane di giganti blu, occhialetti in 3d, acrobazie computerizzate, piante multicolor e animali improbabili, gli adolescenti italiani tutti iPod-grandi fratelli-urla-prime-volte-prime-delusioni, (questa volta insieme ai loro genitori), tornano a furoreggiare la classifica del nostro box-office weekend. E non solo loro.
Ad accelerare il tramonto (inesorabile) del campione di incasso Avatar (3°, con 62 milioni ad oggi), oltre al verosimile Genitori & Figli – Agitare bene prima dell’uso di Giovanni Veronesi (1°, con 2.800.000 di euro in tre giorni), questo weekend ha imperversato anche Invictus, l’ultimo capolavoro di Clint Eastwood tratto da una storia vera, che, al di là di ogni aspettativa, ha conquistato il 2° posto della classifica (2 milioni di euro in tre giorni).
E se Genitori & Figli – Agitare bene prima dell’uso contiene tutti gli ingredienti tipici della realtà dei nostri tempi, con siparietti cinici e scanzonati, un po’ Tempo delle mele, un po’ Ex,  alternati a situazioni conflittuali e credibili capaci di farci identificare senza sforzo nei personaggi, differente appare la cifra stilistica di Invictus.
Mentre Veronesi, contrariamente ai suoi Manuali d’amore 1 e 2 (almeno nel titolo), si limita a dipingere e documentare lo spaccato della famiglia italiana (media?), quale assemblaggio di separazioni, scontri generazionali, uscite negate, liti, amanti e sotterfugi, senza somministrare vere istruzioni di comprensione o riunificazione concreta, Eastwood, portando sul grande schermo Nelson Mandela, di esempi e istruzioni di riunificazione e pace, ne esibisce eccome.
Il Mandela interpretato da Freeman è infatti un uomo talmente immenso per bontà, garbo e intelligenza sopraffina, da farci credere, proprio mentre apprendiamo che anche il televoto della kermesse sanremese è probabilmente truccato, e corrotti e corruttori si mischiano indistintamente confondendoci, che forse il vero Avatar sia proprio lui.
Esterrefatti da un Mandela-Freeman sorridente mentre devolve un terzo del suo stipendio in beneficenza (perché troppo elevato), finiamo per supporre che nuovamente di fantascienza si tratta. Frastornati per i modi gentili e l’inesauribile capacità di perdono, nonostante i ventisette anni trascorsi in carcere, ci convinciamo che davvero Pandora non l’abbiamo mai abbandonata. E quando Madiba-Freeman rifiuta con dolcezza di essere servito dalla domestica per il thé, preferendo  fare da solo, ecco che tutto si manifesta con chiarezza: non siamo in Sudafrica e non c’è nessun Ellis Park Stadium di Johannesburg, ma fra qualche istante un Toruk sorvolerà le nostre teste.
Che Eastwood stia vivendo una senilità sublime, con slanci di creatività sontuosi e raffinati è stato ampiamente scritto. Ciò che sembra più evidente con Invictus è  l’inesauribile tendenza a non voler smettere di stupirci. Perché, ancora una volta, con tempismo strabiliante, Eastwood ci  racconta emozionando, ci appassiona senza retorica, ci educa senza stonature. In un momento storico in cui nulla sembra poterci sbalordire, questo ottantenne californiano, consegna allo schermo la storia vera di un grandioso uomo mai saccente o aggressivo, che  ringrazia, sorride, stringe mani, regala poesie, abbatte pregiudizi e unifica l’intera nazione.
Non sappiamo quale fosse stato lo scopo di Eastwood mentre girava Invictus. Ciò che sappiamo è che nessuno può ritenersi esonerato dalla visione. Il tempo di imparare (o ricordare) i valori portanti del nostro mondo è arrivato. Ed è in questo mondo, privo di confessionali, telecamere, foreste animate e codine magiche che stiamo vivendo.
Ma per chi non ne fosse del tutto persuaso, ci sono ancora 280 sale che programmano Avatar, nonché Alessia Marcuzzi, il lunedì, puntuale, su canale 5.

I love you Phillip Morris

I_Love_You_Phillip_MorrisIl film “scandalo” che è rimasto bloccato senza un distributore per oltre un anno, nonostante il successo al Sundance Film Festival

di Luca Adami
lucadami@hotmail.it

È possibile che un film acclamato dalla critica al Sundance Film Festival non trovi un distributore in Italia? È possibile che non si riconosca il talento e la versatilità di attori come Jim Carrey e Ewan McGregor in Italia? È possibile che un titolo come I love you Phillip Morris diventi magicamente Colpo di fulmine – Il mago della truffa (e non per motivi di assonanza con un famoso produttore di tabacchi)? Sì, tutto è possibile in Italia…
La storia comincia lo scorso anno, quando Glenn Ficarra e John Requa scrivono e dirigono un film dai tratti fortemente comici e senza esclusione di colpi. I due erano già autori della celebre commedia Babbo bastardo e, con quest’ultimo lavoro, potevano vedersi definitivamente consacrati nel mondo delle cosiddette “alte produzioni comiche”. La trama è divertente ed è tratta da una storia vera (novella di Steve McVicker): racconta l’avventura di Steven Russell, ex poliziotto texano dotato di grande carisma, che va alla ricerca della madre biologica e compie una camaleontica trasformazione che lo porta ad essere prima un marito fedele, poi un criminale incallito, perseguitato dalla legge e perennemente in fuga. Piccolo particolare: il suddetto criminale si riscopre gay e si innamora di un uomo in carcere, Phillip Morris.
Ci credereste che, proprio per quest’ultimo dettaglio della trama, il film ha subito un ritardo di oltre un anno dalla data della sua prima presentazione al momento in cui lo vedremo nelle sale italiane? Problemi con la censura nazionale… Definirlo inconcepibile non è più un’opinione personale, quindi, ma un fatto di pura logica: crediamo che il mondo sia pronto a sapere che la realtà gay non è solo una favola per adulti. Ma ovviamente di ciò non si avvede l’arcigno reparto inquisitorio italiano che dapprima decide di tagliare delle scene troppo “scabrose” e poi, ovviamente, di ritardarne l’uscita e sostituire il titolo originale con uno che di sicuro attirerà maggiormente l’interesse delle famiglie, il claudicante Colpo di fulmine – Il mago della truffa. Domanda: quanto ci interessa che un film porti gli incassi al cinema? Evidentemente al grande pubblico non molto ma agli addetti ai lavori deve stare tanto più a cuore, visto che hanno eliminato dal titolo e dalla trama ogni riferimento alla storia gay… Secondo chi di dovere, sempre che di dovere si tratti a questo punto, le famiglie italiane non sono pronte a vederlo in versione integrale. I distributori faticavano a vederne un’applicazione commerciale, avevano già escluso a priori le famiglie, barricandosi dietro la falsa scusa di “cercare l’audience giusta”.
Insomma, in Italia è preferibile che si parli di una crime-story piuttosto che di una commedia-gay. I velati accenni all’omosessualità nella versione di I love you Phillip Morris all’italiana, però, non passeranno certo inosservati al pubblico attento, quello che si informa, che vuole sapere perché si parlava di questa commedia già dal 2009, quello che ha sete di scoprire quali altre scorrettezze si riversino nel mondo dell’arte cinematografica e in che modo bieco siano messe in atto.
Morale della favola, il film uscirà (forse) il 2 aprile 2010… con buona grazia della censura ostracista alla quale non riusciremo mai ad abituarci.

Nord

Nord890 km di neve per riconciliarsi con se stessi e con la vita: il film del norvegese Langlo è un singolare road movie premiato dalla critica e distribuito da Sacher

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

Non capita spesso di vedere film come Nord, del norvegese Rune Denstad Langlo. Un po’ perché l’imperversare di blockbuster americani e cinepanettoni fuori stagione lascia poco spazio ad altre cinematografie, un po’ perché quando si tratta di distribuire un film, qualunque sia la provenienza, la scelta cade il più delle volte su storie che poco si discostano dal rassicurante bisogno di convenzionalità di cui si presume che il pubblico sia affamato.
Ecco che Nord è invece un’isola anomala nel panorama distributivo attuale. Un film sottile, minimalista, surreale nel suo non discostarsi mai dall’iper-realtà del suo paesaggio, fatto di dialoghi essenziali, atmosfere rarefatte, lunghi silenzi amplificati dal biancore di distese innevate, momenti di svolta impercettibili unicamente sottolineati dal crescendo delle musiche. Di certo non un film di immediato appeal popolare, il che rende ancor più pregevole la scelta della Sacher di distribuirlo.
Protagonista è Jomar, un trentenne ex campione di sci che in seguito a una crisi depressiva ha mollato la sua carriera, ha lasciato che la sua compagna lo abbandonasse e trascorre tutto il suo tempo inerte, incapace di muoversi ed agire. È appena uscito dal centro psichiatrico dove era in cura quando un amico gli dice che ha un figlio di 5 anni, che vive su al Nord a 890 chilometri di distanza. Per la prima volta dopo tanto tempo Jomar prende in mano la sua vita e intraprende un viaggio in motoslitta attraverso le intemperie invernali e le immense distese gelate del paesaggio artico. Lungo la via incontrerà una serie di personaggi bizzarri e solitari: una ragazzina in cerca di compagnia, un ragazzo fuori di testa, un vecchio eremita in tenda, che lo aiuteranno, ciascuno a suo modo, a superare le intemperie della natura e della mente.
L’idea di questo singolare road movie innevato nasce da un’esperienza personale del regista, reduce egli stesso da un periodo di forte depressione, con frequenti attacchi di ansia e di panico. Vedere uno ski lift che usava da bambino è stata la molla da cui è scaturito il personaggio di Jomar. A dare il volto al corpulento Jomar è Anders Baasmo Christiansen, attore molto noto e apprezzato in Norvegia, che nel film recita prevalentemente con un cast di non professionisti, composto da amici e familiari del regista e persone incontrate in loco che svolgevano davvero il ruolo ricoperto nel film: i militari che Jomar incontra in viaggio, ad esempio, erano soldati norvegesi in partenza per l’Afghanistan.
Nord è anche il primo film di Langlo, che ha a lungo militato come regista e produttore di documentari e ha già ricevuto importanti riconoscimenti: presentato al 59° Festival di Berlino, ha vinto il premio della critica internazionale FIPRESCI – Europa Cinemas Label, è stato premiato per la Miglior Regia al Tribeca Film Festival e selezionato in concorso all’ultimo Festival di Torino.
Al di là della bellezza paesaggistica documentata e della singolarità della trama, il film è apprezzabile anche per la sua valenza metaforica e il suo messaggio di incoraggiamento e fiducia: uscire dalla depressione è un viaggio solitario e faticoso attraverso luoghi apparentemente desolati e irti di insidie, ma l’aiuto degli altri e la determinazione nei propri obiettivi sono le chiavi per portare a termine un cammino necessario e liberatorio.

Invictus

Invictus Mandela e il mondiale di Rugby del ‘95, simbolo della lotta al razzismo: una storia vera resa ancor più speciale dall’inconfondibile tocco di Clint Eastwood

di Angelo Mozzetta
angelomozzetta@tiscali.it

Tratto dal libro Ama il tuo nemico di John Carling, ecco a voi Invictus (che in origine doveva chiamarsi The Human Factor), ultima ed attesissima fatica di Eastwood, storia vera su come un Mandela (Freeman) da poco presidente e Francois Pienaar (Damon), flanker sinistro e capitano della Nazionale Sudafricana, si unirono per combattere i giganteschi strascichi di razzismo del dopo-apartheid, grazie allo sport di squadra per eccellenza: il rugby. È la vittoria di un presidente che ha rischiato tutto politicamente dove nessuno avrebbe mai immaginato di puntare, come lui stesso ammise. Non lasciamoci ingannare dalla trama: non è un film sportivo, tantomeno un’agiografia.
Invictus è la trasformazione di un’icona dell’Apartheid, la maglia verdeoro degli Springbok, in simbolo di fratellanza e unione nazionale, che nasce dall’intuizione di una delle menti del secolo, Nelson Mandela, passa per le forti braccia di Pienaar e compagni, e arriva al cuore di un’intera nazione: 62.000 allo stadio in finale contro la Nuova Zelanda, tutti gli altri, bianchi e neri, fra radio e televisione. E, come ha detto Damon: «La cosa più bella è che è successo davvero».
Eastwood dice di limitarsi a prendere i migliori artisti e tecnici, metterli in grado di dare il meglio e prendersi tutto il merito: è la modestia dei grandi. La mano del regista è sempre presente nello sviluppo dei personaggi con un occhio sempre puntato sul quotidiano: mostra Mandela, oltre che come guida spirituale, nelle sue piccole e private debolezze e sofferenze, Pienaar nel suo sentirsi solo un piccolo rugbysta di fronte a grandi trasformazioni sociali anche nei confronti dei suoi compagni di squadra, gli stessi sostenitori di Madiba come neo-razzisti al potere, incapaci di accettare i bianchi e il loro rugby. E ci regala immagini toccanti, ricostruite quasi tutte nei luoghi originali, alternate a quelle di repertorio: su tutte la visita a Robben Island da parte della Nazionale, dove Madiba è stato prigioniero 27 anni. Inoltre, la sua elezione a presidente, in campo con la maglia di Pienaar il giorno della finale, il diventare tifoso ed esperto di rugby in qualche mese sorprendendo i giocatori stessi. A racchiudere l’intera storia, ormai leggenda, l’immagine di apertura e quella dopo i titoli di coda: vedere per credere, le parole non gli rendono giustizia. Viene anche un dubbio: che la parte del rugby giocato, con il risultato scontato, sia la più noiosa?… Paradossi a parte, la ricostruzione delle azioni di gioco è curata ai limiti della maniacalità, grazie anche a un consigliere d’eccezione: Chester Williams, ala chiusa e unico giocatore nero di quel Sudafrica. Inoltre la Haka dei leggendari All Blacks in finale e il gigante centometrista Jonah Lomu che, oltre che uomo di punta degli avversari, è il giocatore-simbolo del passaggio al moderno rugby professionistico: gli appassionati riconosceranno, sulla televisione di un pub, la sua mitica meta nella semifinale contro l’Inghilterra, quando asfaltò letteralmente il malcapitato Tony Underwood. Cast eccezionale, in cui brilla di luce propria un Morgan Freeman/Mandela approvato già 16 anni orsono in un’intervista da Madiba stesso. Bene il puntiglioso ed espressivo quanto può Damon, e tutto il cast di contorno, a partire dallo staff e dalle guardie del corpo di Mandela. Progetto particolarmente sentito dal regista che, strano a dirsi per lui, a volte rischia addirittura di essere retorico.
Di epiche citazioni è piena la pellicola, chiudiamo allora con una frase non presente nel film, di Joost Van der Westhuizen, allora mediano di mischia (per i profani: è quello che introduce e rigioca il pallone che esce dalla mischia): «Il razzismo è l’intuizione di una persona in Sud Africa, alimentata dai mezzi di informazione. Per fortuna sappiamo qual è la verità e l’unico modo per dimostrarla è il campo».

Codice Genesi: The Book of Eli

Denzel_Washington in Codice GenesiUn western post-apocalittico sullo sfondo di un mondo che ha perso ogni speranza ma non quella della parola

di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com

Non siamo molto lontani dall’oggi e il mondo è stato sconvolto dall’ennesima guerra devastante, che ha lasciato un umanità disperata e sola alle prese con un paesaggio arido e contaminato dove la sopravvivenza è l’unico scopo, a ogni costo. Mangi o sei mangiato, letteralmente.
In tutto questo metteteci un viaggiatore solitario, un desperado, solo sul suo cammino, un cowboy da fine del mondo. Affidatagli la salvezza dell’umanità e poi un cattivo con la patente e la faccia di Gary Oldman e shakerate il tutto con un po’ di radiazioni nucleari e avrete Codice Genesi.
Film che lascia perplessi nel suo insieme perché se le cose si prendono estrapolandole dal contesto è tutto perfetto. È perfetto Denzel Washington, un po’ invecchiato e appesantito ma che sa fare il suo lavoro (tra l’altro eccezionali le sue scene di lotta), è perfetto Gary Oldman cattivo nato, così come la scenografia e la fotografia che decolorano il deserto del New Mexico rendendolo veramente lunare. Insomma, potrebbe esserci tutto ma alla fine sembra che non ci sia niente.
Washington è Eli che da trent’anni attraversa le macerie di un mondo distrutto diretto a ovest (il west appunto) alla ricerca di un luogo sicuro dove depositare quello che porta nascosto nel suo zaino, ovvero la cosa che potrebbe dare al mondo una nuova speranza. In questo viaggio Eli incontra e si scontra con banditi, cannibali di ogni genere ma lui riesce a batterli sempre, quasi possieda un dono sovrannaturale. Giunto in una cittadina si scontra con Carneige (Oldman), signorotto del luogo e caudillo della situazione. Neanche a dirlo, ma per un’infelice coincidenza, Carneige cerca proprio quello che Eli sta trasportando da una vita.
Mi fermo qui per non dare via niente della trama perché sarebbe come giocare con i fiammiferi, e si rischia di dover dire le cose come stanno.
Un po’ Mad Max, un po’ Ken il Guerriero ma con l’ambizione di essere The Road di Cormac McCarthy (lo distribuiranno mai in Italia il film?), Codice Genesi suona più come un’americanata, una fantascienza ridotta a mero spettacolo pretenzioso e ambizioso ma senza orizzonte. Intendiamoci, se si vuole passare un paio d’ore di divertimento va pure bene, per carità, ma non ci siamo.
I fratelli Hughes sono soliti a ritrovarsi fra le mani storie con un grande potenziale per poi vanificare tutto, ricordatevi From Hell, anche se tecnicamente sono bravissimi, ma cinema vuol dire, qualche volta, sapere raccontare una storia e tenere incollato lo spettatore alla poltrona.
Per il resto si sarebbe potuto spingere di più sull’aspetto western che nella pellicola sembra voler esplodere da un momento all’altro ma è inconsciamente tenuto sempre a bada.
Comunque vada, buon divertimento.

La bocca del lupo

La bocca del lupoUna toccante storia d’amore, un documentario memorabile: arriva in sala in film vincitore del Torino Film Festival, in concorso nella sezione Forum alla Berlinale

di Claudio Zito
zito.claudio@gmail.com

Genova è un crocevia. Porto di mare tra i più trafficati, ospita una babele di facce, lingue e accenti. Vertice del cosiddetto Triangolo industriale, contribuisce per decenni, in maniera decisiva, a trainare l’economia dello Stivale, il quale aveva cominciato a prendere forma proprio con la Spedizione partita da un sobborgo della città dalla Lanterna, quel Quarto dei Mille dove si apre e si chiude il nuovo film di Pietro Marcello.

Non poteva esserci location migliore per la struggente storia d’amore di Enzo, immigrato dalla Sicilia, e Mary, transessuale serena, in pace con il proprio corpo. Si conoscono in carcere, lui è dentro per avere ferito un poliziotto, lei per qualche grana legata alla sua tossicodipendenza. Si incontrano e non si lasciano più, nonostante lui debba trascorrere dietro le sbarre metà della sua esistenza. La sua amata lo aspetta pazientemente.

Nel frattempo, il regista si sofferma sulla città che fu di Fabrizio De André: impossibile non pensare al compianto cantautore quando si incontrano i luoghi di un’umanità ai margini, le fabbriche dismesse, la rete ferroviaria che attraversa quel mondo desolato; soprattutto quei vicoli abitati da criminali e prostitute. La scritta Via del Campo sullo sfondo è solo il suggello: ci eravamo acclimatati da tempo, nelle creuze abitate dalle Bocca di Rosa e le Princesa.

Ma l’autore in seguito abbandona la città al suo destino e torna a parlarci dei nostri eroi. Dopo aver disseminato la pellicola di indizi, raccolto e ordinato tutto il materiale che serviva, dai documentari d’epoca dell’Ansaldo o dei registi che gli hanno passato il testimone dopo averlo portato per tutto il Novecento, fino ai nastri registrati dai due amanti per comunicare di nascosto in cella, tira le fila del discorso con una lunga inquadratura frontale, dove Enzo e Mary confessano tutto ciò che è stato fin lì taciuto.

Marcello, soli trentaquattro anni, anche direttore della fotografia, regala insomma una pietra miliare alla storia del documentario italiano. Passa per la lezione di Alina Marazzi, che giustamente ringrazia nei titoli di coda, ma arriva a una cupa bellezza visiva degna delle migliori opere di non-fiction di Sokurov, senza tuttavia aver bisogno di deformare l’immagine. Mentre la voce over che ci suggerisce che vicende e persone del film appartengono ormai a un’epoca passata rende il tutto ancora più poetico e commovente.

Afterschool

AfterschoolIl ritratto dell’homo videns di Antonio Campos apre inquietanti interrogativi sulle incontrollabili devastazioni prodotte dalla moderna società dell’immagine

di Federico Capitoni
federico.capitoni@gmail.com

Ancora l’incombenza del Grande Fratello? Non proprio: stavolta l’occhio è il nostro, non quello di un padrone invisibile. È un po’ di tempo ormai che l’individuo della nostra società è diventato homo videns, un uomo che guarda molto e che ascolta poco. Antonio Campos dipinge in Afterschool un ritratto piuttosto inquietante dell’essere umano che guarda, che spia, e che soprattutto imita e riproduce ciò che ha visto, di più ancora se in età scolare.
Gli adolescenti dell’esclusivo college del New England sembrano quelli precoci e deviati di Ken Park, o quelli oscuri e spaventosi dei film di Gus Van Sant; spesso violenti, ossessionati dal sesso della pornografia, consumatori di droga. Robert è uno di quei romantici moderni, tormentato e introverso che passa le giornate davanti al PC, in particolare su Youtube. Per caso, durante un’esercitazione scolastica (ormai filmare è una materia che si studia) riprende le due ammirate compagne più grandi che muoiono in preda a orrendi spasmi per via di un’assunzione di cocaina contaminata. Ancora del video bisognerà servirsi per realizzare un documentario celebrativo delle due giovani, figlie di persone troppo importanti (soprattutto per il college) per essere accusate di tossicodipendenza. Le ragazze dunque diventano vittime, costringendo il sistema (scolastico, ma la metafora dell’ipocrisia è chiaramente sociale) a difendersi per dimostrare – indossando la maschera dell’ingenuità – la sua assoluta non complicità. Tutto quello che per i giovani sembrava divertente visto su internet diventa un incubo difficilmente digeribile nella realtà e il messaggio è chiaramente quello di sottolineare lo scarto che si crea tra il vedere un filmato che in rete ci sembra lontanissimo, però magari è girato dal nostro vicino di casa, e ciò che accade sotto i nostri veri occhi.
Afterschool è un film dai tempi lentissimi (la noia fa capolino praticamente a ogni scena), che un po’ disturba ma che non sembra aggiungere molto a ciò che sappiamo della devastante cultura dell’immagine e soprattutto di internet, un sesto potere che l’immagine la veicola in maniera incontrollabile. È forse l’ennesima fenomenologia del video che risolve nella visione (nei dettagli) l’essenza dell’uomo contemporaneo: cogito ergo zoom.

Wolfman

WolfmanNonostante un cast artistico e tecnico d’eccezione, l’uomo lupo di Johnstone delude: sceneggiatura e regia senza sorprese ed effetti davvero poco speciali

di Angelo Mozzetta
angelomozzetta@tiscali.it

Inghilterra, fine ‘800. Lawrence Talbot (Del Toro), attore di teatro, torna a casa dal ricco padre (Hopkins) e scopre che il fratello è stato ucciso in circostanze misteriose. Mentre cerca il colpevole viene ferito da un lupo mannaro e ovviamente si trasforma di conseguenza. Il mannaro è il padre che, oltre al fratello, ha ucciso anche la madre. Aggiungete ai complessi edipici del protagonista i primordi di un amore con l’ex di suo fratello, zingare chiromanti, poliziotti zelanti e finale risolutore, e Wolfman è tutto lì.
Messa così, sembra soltanto un film scontato. In realtà, è un film veramente noioso. Per cinquanta minuti non succede assolutamente nulla: una serie di cartoline vagamente burtoniane (lo scenografo è Heinrichs, Il mistero di Sleepy Hollow), qualche rumore improvviso messo qui e là per ricordare a tutti che questo è un horror, comparsate della bestia assassina che non spaventerebbero neanche un depresso sotto LSD. Poi arriva il momento della mutazione del protagonista, in cui il leggendario “creature designer” Rick Baker fa rimpiangere se stesso in Un lupo mannaro americano a Londra, passando da protesi in latex e manichini meccanici a ormai piatti e triti effettoni 3D. E allora via con schizzi di sangue e budella al vento, palazzi a fuoco e inseguimenti nei boschi. Ronf.
Non che Johnston abbia girato capolavori di introspezione (Jurassic Park III, Hidalgo), ma almeno un personaggio, fra lui e gli sceneggiatori Walker e Self, avrebbero potuto svilupparlo. Nessuna idea in regia né tantomeno in sceneggiatura, per un film che spreca un cast artistico con Benicio Del Toro, Anthony Hopkins, Emily Blunt e Hugo Weaving, e ha nel cast tecnico i già citati Baker e Heinrichs a cui si aggiunge addirittura Walter Murch, probabilmente il miglior montatore (audio e video) degli ultimi 30 anni (Apocalypse Now, Il paziente inglese, Il padrino III, L’uomo che fuggì dal futuro). Si parla tanto di crisi del cinema italiano, mai di distributori senza coraggio: nessuna produzione nostrana è andata così in basso ma, in qualsiasi multisala, Wolfman lo troveremo di certo.

Il missionario

Il missionarioProdotta da Luc Besson, una commedia tutta da ridere sulle vicende, sacre e profane, di due fratelli alle prese con una refurtiva da recuperare

di Luca Adami
lucadami@hotmail.it

Prodotto, fra gli altri, da Luc Besson, Il missionario di Roger Delattre è frutto di un lavoro di sceneggiature a sei mani di Philippe Giangreco, Roger Delattre e Jean-Marie Bigard. La storia è incentrata sull’avventura di Mario Diccara (lo stesso Jean-Marie Bigard) e suo fratello, il prete Patrick (Doudi Strajmayster). Quando Mario esce dal carcere, dopo sette anni di internamento, chiede all’unica persona fidata, appunto suo fratello Patrick, di trovargli un valido nascondiglio per sfuggire ai malavitosi con cui non ha ancora saldato tutti i conti in sospeso. Il buon prete gli consiglia di rifugiarsi da padre Etienne, in un piccolo paese dell’Ardèche. Comincia, quindi, la vera avventura di Mario che, travestito da sacerdote, si mette in viaggio e incontra subito le prime difficoltà: appena arrivato, infatti, scopre che padre Etienne è morto da poco tempo; di conseguenza, gli autoctoni credono che lui sia il nuovo parroco, venuto a sostituirlo. Nel frattempo il fratello, padre Patrick, ha l’incarico di recuperare la refurtiva rimasta nascosta per tutto il tempo in cui Mario era in prigione e cercare di venderla al miglior offerente. Tutti i punti chiave della commedia, ora, sono al loro posto e confluiscono come l’aria in una fisarmonica, dilatandosi e stringendosi a ritmo incalzante e divertente.

Questo, per Roger Delattre, è il secondo film da regista (il primo fu L’amour a l’arrache del 1997). Il missionario (o, come recita la locandina, Il mi$$ionario) è un’ottima opera d’intrattenimento comico, ben interpretata dal popolare Jean-Marie Bigard che è già noto al grande pubblico francese per spettacoli televisivi come Maguy (1985), Le dirlo (2003) e cinematografici come Les Secrets professionnels du Dr Apfelglück (1991), And now… Ladies and Gentlemen (1998) e Les Gaous (2004).
L’altro attore protagonista è David Strajmayster, noto anche con lo pseudonimo Doudi, il quale dopo una carriera come DJ, un paio d’anni in prigione e un corso d’attore alla Côté Cour, imbocca finalmente la strada giusta per il successo cinematografico. Il personaggio di padre Patrick, infatti, è volutamente esagerato e scostante ma, per dirlo in una parola, simpatico.
Negli ultimi anni dalla Francia stanno giungendo degli ottimi prodotti di genere comico, basti pensare al recente Bienvenue chez les Ch’tis di Dany Boon (da noi tradotto come Giù al nord). Ebbene, anche Il missionario riesce a guadagnarsi tale merito: un film per famiglie, divertente e frizzante.

Amabili resti

Amabili_restiDall’oltre-mondo kitsch al dramma familiare via thriller: il nuovo e insolito Peter Jackson dall’omonimo best-seller di Alice Sebold

di Vincenzo Ianni
vincenzoianni@yahoo.it

Arriva finalmente in sala anche in Italia, dopo l’ennesimo rinvio, l’attesissimo nuovo film di Peter Jackson: forse “attesissimo” è un po’ troppo, anche perché la lunga e paziente attesa (negli USA il film è nelle sale dall’11 dicembre 2009) non è caratteristica essenziale dei fan accaniti del neozelandese, i quali, benché abituati ai ritmi della faraonica trilogia de Il signore degli anelli, non avranno esitato o avuto troppi problemi a procurarsi una copia, per così dire, “in anteprima”…
Il cuore del film è Susie Salmon (Saoirse Ronan, nominata agli Oscar), la quattordicenne protagonista dell’omonimo best seller di Alice Sebold (edizioni e/o). Susie viene brutalmente assassinata mentre torna a casa dalla scuola in un pomeriggio di dicembre del 1973. Dopo la morte si ritrova sospesa in un mondo onirico, personale, che cambia in funzione di ciò che accade nel mondo che Susie ha lasciato. Susie continua a vegliare sul padre (Mark Wahlberg ) e su tutta la sua famiglia, sospesa tra la sete di vendetta sul suo assassino ancora a piede libero e il desiderio di attenuare la sofferenza indicibile dei suoi cari, come la propria per tutto ciò che non ha potuto fare e tutto ciò che non farà mai più: un bacio mai dato, un compagno di scuola lasciato ad aspettare nel luogo dell’appuntamento che non ci sarà.

Sembra tutto sommato vinta la sfida di adattare per il grande schermo un romanzo poco “cinematografico” e complesso, attraverso i generi (il thriller – perché dopo tutto si tratta proprio di un questo, un “thriller emotivo”, come dice Jackson –  il   dramma “familiare” e intimo)  e la volontà di rappresentare la vita oltre la vita in maniera da prescindere da triti tòpoi di derivazione religiosa in senso lato, cosa su cui è facile inciampare, se non precipitare, trattando argomenti come questi. Appaiono vagamente artificiosi (ma come potrebbero non esserlo?) i passaggi dall’oltre-mondo kitsch tutto effetti digitali al mondo reale del padre, della madre (Rachel Weisz che intepreta un personaggio lasciato – peccato – appena in superficie) e della sorella di Susie, un mondo che sembra tendere ad aggrovigliare gli eventi in modo tale da lasciare impuniti orribili gesti come quello compiuto dal “normalissimo” mostro, il nostro vicino di casa.

Scusa ma ti voglio sposare

Scusa_ma_ti_voglio_sposareTorna la coppia Raoul Bova e Michela Quattrociocche, diretta da Federico Moccia. Tante pecche e qualche miglioramento, per una storia che troppe volte non rispecchia la realtà

di Elena Mandolini
mand.mae@libero.it

La storia d’amore fra Alex e Niki prosegue senza intoppi; si trovano così in sintonia che iniziano una sorta di convivenza. Alex, capendo quanto sia importante per lui, le chiede di sposarlo. Come un uragano la vita della coppia verrà stravolta fra genitori apprensivi, soprattutto il padre di Niki, e le saccenti sorelle di Alex. Attorno ai due promessi, si intrecciano le storie, le delusioni ed i colpi di scena delle vite dei loro più cari amici. La coppia sembra resistere, finché non entra in scena Guido.
Federico Moccia è arrivato persino ad auto citarsi. Durante un viaggio a Parigi, Niki magicamente tira fuori dal suo zaino un lucchetto; per sua stessa affermazione, anche lei vuole suggellare così il loro amore, come in un certo film. Va bene che anche i grandi registi si divertono a giocare con le proprie pellicole, basti guardare anche Avatar con esplicite citazioni di Alien ma Moccia non se la prenda, lui non è James Cameron. Anche se vengono fatti dei progressi, molte pecche dei film precedenti restano anche in Scusa ma ti voglio sposare. Se un tempo c’erano Cenerentola e Biancaneve a farci vivere una fiaba, adesso ci sono le storie di Moccia. Principi azzurri, in questo caso un attempato ma sempre affascinante Raoul Bova, che chiedono di sposarti facendo scrivere la fatidica domanda sui ponti di Parigi, giovani ventenni che accettano di buon grado gravidanze improvvise, scene madri su di un palcoscenico davanti alla folla in delirio: troppo inverosimile, troppo distante dalla realtà. Se l’obbiettivo del regista è appunto far vivere una favola moderna alle adolescenti di oggi, vi riesce solo a metà. Dialoghi a volte che rasentano l’inverosimile, rappresentando pensieri di adolescenti così scarni, che è assurdo crederci: sicuramente hanno in testa più di quanto non venga dimostrato nel film. La storia di Diletta è quella che getta più sconcerto; un tema importante, che qui non sveliamo per rovinare il film, viene raccontato con così tanta superficialità e leggerezza, che a tratti infastidisce.
Il merito, così anche il miglioramento rispetto a lavori precedenti, è di creare un film corale, dove tutti raccontano in prima persona la loro storia, cercando così di entrare nella psicologia di ogni personaggio. Alternare le storie dei giovani ventenni con quelle di quarantenni in crisi ben equilibra il film che altrimenti sarebbe un concentrato melassa e irrealtà. Non a caso le storie meglio scritte, e interpretate, sono proprio quelle che vedono protagonisti Francesca Antonelli, Rossella Infanti e Francesco Apolloni. Strada, questa di un doppio filone, già testata da Moccia in Amore 14, dove si parla sia di ventenni, che di adolescenti. Connubio, comunque, meglio riuscito in questo film.
Fra gli attori bravi anche Cecilia Dazzi e Pino Quartullo, con uno sguardo a Michela Quattrociocche, che riesce a convincere il pubblico. Le musiche sono sempre quelle più famose ed orecchiabili, al punto tale che inevitabilmente si battono i piedi a tempo.
Attenzione, infine, al “momento Muccino”: tutti corrono, ma almeno nessuno urla.

Lourdes

LourdesDalla regista austriaca Jessica Hausner uno splendido pellegrinaggio laico attraverso gli umani misteri della fede e della speranza e il volto profano del sacro

di Gaetano Maiorino
gaetmaior@yahoo.it

Parlare di religione e di fede senza cadere negli stereotipi. Evitare esaltazione e idealizzazione del messaggio cristiano allo stesso tempo fuggendo le semplicistiche critiche figlie di un anticlericalismo superficiale. Arduo compito per chi ha come strumento di narrazione le immagini, spesso difficili da gestire semplici da enfatizzare senza controllo, retoricamente in un senso o nell’altro.
Lourdes con le sue atmosfere rarefatte, i pochi suoni di ambiente, una colonna sonora che stupisce per semplicità e bizzarria, i dialoghi a volte lenti ma profondi, gli sguardi insistiti occhi negli occhi, ha la capacità di scorgere nel profondo di personaggi complessi, emozionanti, a tratti antipatici, ma di sicuro molto vicini alla realtà. Il terzo film della regista austriaca Jessica Hausner è un film emozionante, disilluso, commovente.

Dal Festival di Venezia a quello di Rotterdam ha stupito il pubblico per la sua struttura solida, la sua disincantata visione del fenomeno religioso, la sua apertura alla fede ma con realismo e misura. Senza diventare didascalico, senza essere troppo cinico, senza schierarsi e farsi film pro o film contro. Lourdes fa riflettere su quanto dolore e speranza ci sia dietro un pellegrinaggio in un luogo sacro, ma allo stesso modo quanto di finto e di posticcio si possa incontrare compiendo il medesimo percorso, sia tra le persone che condividono il cammino, sia sui luoghi del cammino stesso.

Ci vuole capacità di discernere e fiducia nell’ignoto, ci vuole grande forza d’animo e coraggio, questo sembra comunicare lo sguardo di Christine poco credente, con un cappello rosso come aureola e un impermeabile come stola, eppure miracolata, apparentemente guarita e capace di abbandonare la sua sedia a rotelle per tornare a danzare. Ma si tratta davvero di una forza divina che l’ha rimessa in piedi? È un luogo davvero così sacro e santo la grotta dove la giovane Bernadette vide la Signora vestita di bianco?
La giovane malata di sclerosi multipla che preferisce le visite culturali, Roma più che Lourdes, ha lo sguardo di chi ha dovuto rinunciare, di chi vorrebbe ma non può, e appena in lei si riaccende una scintilla di speranza vi si aggrappa con tutte le forze. Niente di razionale nella sua rinascita, ma neppure niente di miracoloso, solo voglia di credere di poter sopraffare il destino, non importa se grazie alla scienza medica o alle abluzioni di acqua santa.

Quello che più risalta nel carattere della protagonista è la sua capacità di non arrendersi. Forse il vero messaggio cristiano cattolico non si distacca molto da quello che la regista vuole comunicarci con questa sua opera. A ben guardare la speranza è il motore della fede cristiana (oltre al mistero), ma ciò non tragga in inganno, la speranza è prima di tutto il motore della vita umana, e per questo Lourdes è prima di tutto un racconto laico la storia di una giovane donna, non di una nuova santa.
Non a caso barzellette su Gesù, la Madonna e lo Spirito Santo si mischiano con messe solenni e canti di lode, gli amori fugaci con le professioni di fede, i pettegolezzi con le preghiere, perché si può crederci o no, ma il tremendamente umano e l’incredibilmente divino convivono per forza in ciascuno di noi, se non come credenza sicuramente come retaggio culturale del mondo occidentale.
Quello che di sicuro però caratterizza la natura di ogni individuo è la voglia e il bisogno di migliorare se stessi e la propria vita con tutte le forze, e quello che vuol raccontarci Lourdes forse, è proprio questa necessità.

Le seduzioni dell’orrore

Paranormal-ActivityIl fenomeno Paranormal Activity conquista le vette del box office e fa parlare di sé: ma da dove nasce questa inspiegabile propensione al terrore?

di Sandra Capitano
sandracapitano@gmail.com

Attacchi di panico, nausea, vomito e svenimenti al prezzo di un biglietto. Perché Paranormal Activity, in soli tre giorni, non solo supera Avatar per media schermo (8900 contro 8400) ma intasa i centralini del 118, terrorizza il figlio del ministro La Russa, fa lanciare allarmi furiosi alla Mussolini e diagnosticare a Bondi che lo shock della visione provocherà problemi psicologici tra i più giovani.
Sorpassando Baciami ancora (terzo, con quasi a 7 milioni in 2 settimane), Alvin Superstar 2 (al quarto posto con 3.800.000 ad oggi) e Tra le nuvole (al quinto con 4.200.000 ad oggi), “il film che ha terrorizzato l’America” (dichiarato “per tutti” dalla commissione italiana di revisione censura, contrariamente a tutti gli altri paesi europei e all’America che lo vieta ai minori di 17 anni), seduce, sgomenta e fa parlare di sé anche nella fifona (a quanto sembra) Italia.
E non solo. Polemiche escluse, il fenomeno Paranormal Activity, come tutti i film dell’orrore, ripropone e rappresenta nuovamente l’inspiegabilità della seduzione per il brivido.
Se è vero infatti che il comportamento umano ha una naturale inclinazione verso l’allontanamento della sofferenza e il perseguimento del piacere, perché i 600.000 spettatori, già avvertiti dagli spot, hanno comunque scelto di pagare un biglietto pur di vivere ore di spavento e attimi di terrore? Curiosità e intrattenimento? Propensione masochistica verso lo strazio?
Due appaiono le ipotesi paventate dagli studiosi. Se da una parte chi va a vedere un film dell’orrore al cinema dimostra di non averne paura, riuscendo a distinguere con chiarezza realtà e finzione, dall’altra ci sono personalità che si divertono proprio vivendo la paura, senza distinguere la simulazione dalla verità. Questi non-impauriti, identificandosi con i protagonisti dell’opera cinematografica, trovano sollievo nella parte finale, quando la proiezione cinematografica ha termine.
Ad abbracciare questa tesi è anche Eduardo Andrade, studioso e ricercatore presso l’Università della California, che constata come gli spettatori dei film dell’orrore, vivano emozioni di felicità nell’ infelicità, traendo sensazioni positive attraverso le esperienze negative.
«La paura – afferma Andrade – viene vissuta come uno stato d’animo di tensione positiva, che fa sentire vivi e tende a far gioire delle proprie reazioni, proprio come per gli sport estremi».
Altre teorie enfatizzano come la motivazione alla scelta di film dell’orrore sia data dal bisogno di esorcizzare la paura stessa: aggravandola con stimoli proiettati sullo schermo la si riesce a inserire nella giusta prospettiva.
Fondamentali a questo proposito le dieci ipotesi dell’Interactive Model of Horror Film applicate empiricamente a 200 studenti di un liceo del Michigan. Secondo questo studio, coloro che riescono a fronteggiare e controllare la paura nella vita reale, sono maggiormente attratti dai film dell’orrore.
Gli adolescenti appartenenti a culture occidentali, in particolare, avendo maggiore preoccupazione verso temi come l’autonomia e la padronanza, apparirebbero più affascinati dai film dell’orrore rispetto agli adulti e ai coetanei provenienti da paesi di cultura orientale.
Ma come spiegare, invece, gli effetti collaterali, quali svenimenti e vomito, causati da Paranormal Activity e che tanto hanno fatto allarmare il Codacons?
«Lo svenimento scatenato da un’emozione violenta non è così raro né così grave come può sembrare, c’è chi sviene regolarmente alla sola vista del sangue», afferma Alberto Cortese, psicoterapeuta presso l’Istituto di Psicosintesi di Roma. «Provocata da una brusca vasodilatazione generale e dal conseguente rapido abbassamento della pressione arteriosa, la perdita di coscienza dura pochi minuti e non richiede interventi terapeutici. A suo modo – prosegue Cortese – l’assistere a un film dell’orrore è una piccola sfida che lanciamo a noi stessi, alla nostra capacità di sostenere emozioni terrorizzanti, immagini crude, elementi primordiali come il sangue, la morte, la carne, l’essere divorati. Le condizioni psicologiche e fisiche con cui l’affrontiamo sono determinanti e nessuno può decidere per noi, neanche i censori. Perfino i consigli e gli inviti di amici e familiari vanno vagliati con cura. Va ascoltata, e protetta, la nostra soggettività», conclude Cortese.
Per nostra fortuna, a rasserenare questa Italia così terrificata, accorrerà il prossimo venerdì Federico Moccia. Con le consuete 600 copie di Scusa ma ti voglio sposare, genitori apprensivi, ministri preoccupati e associazioni di categoria, potranno in conclusione essere certi che nessuno sverrà in sala. O forse no? Perché, se pur in modalità differenti, sempre di orrore si tratta.

Il concerto

Il concertoDopo il travolgente Train de vie, Radu Mihaileanu torna con una divertentissima pellicola per confrontarsi con i resti dell’ex-Unione Sovietica

di Luca Biscontini
lucabiscontini@hotmail.it

Un cigolio frastornante di ottoni smaltati, in stile Kochani orchestra, si alterna con la geometria rigorosa del concerto per violino di Tchaikovsky: Il concerto di Radu Mihaileanu presenta una sceneggiatura astuta che, mutuando l’iconografia ridondante delle scorribande kusturichiane, compiace lo spettatore con l’umorismo fracassone dell’intemperanza slava.
Ai tempi della presidenza Breznev, Andrei Filipov (Alexei Guskov) è il più grande direttore d’orchestra dell’Unione Sovietica. Vittima della tenace politica antisionista dell’epoca, viene licenziato perché si rifiuta di separarsi dai suoi musicisti ebrei. Trent’anni dopo, lavora ancora al Bolshoi, ma come addetto alle pulizie del teatro; una vicenda fortuita gli offre l’occasione per rimettere insieme i vecchi orchestrali ed esibirsi al celebre Chatelet di Parigi.
Faccende personali e riferimenti al regime sovietico s’intervallano vorticosamente, mettendo in ridicolo gli eccessi compulsivi di una dittatura che, anche se scomparsa, ancora grava sull’animo di chi l’ha vissuta.
Mihaileanu organizza l’incontro tra l’esuberanza barbarica delle popolazioni dell’est e la sobrietà compassata dell’occidente, promuovendo, un po’ alla buona, il ritornello del multiculturalismo. Se l’abilità della regia è innegabile, e convincenti risultano i contrasti emotivi messi in scena, lo strato più profondo del film appare piuttosto vacuo. «Il comunismo può durare giusto il tempo di un concerto»: questa è la battuta che Mihaileanu mette in bocca a Filipov, anche se poi, in pubblico, si affanna ad affermare che il suo film non è anticomunista, ma contro i regimi dittatoriali. Gli crediamo. Il fatto è che anche la riflessione proposta sulla convivenza delle differenze ha il fiato corto: l’eccesso di vitalità dei flussi migratori dovrebbe rianimare il mortifero relativismo postmoderno. Sottoscriveremmo, se fosse vero. In realtà la tendenza allo sfruttamento dell’attuale capitalismo imperiale (non più imperialista) consiste proprio nella “cattura” dell’eccesso di creatività della moltitudine, versione aggiornata dell’estorsione del plus-valore.
Il movimento di ri-territorializzazione del capitale supera ampiamente la capacità di destabilizzazione dei flussi migratori. Magari muteremo il colore della pelle, ma non i rapporti di produzione. Insomma, niente di nuovo sul fronte occidentale.
Ecco perché il comunismo non è solo una chimera che dura “giusto il tempo di un concerto”, ma una procedura di verità che convoca gli individui ad un impegno ostinato, senza fornire la garanzia ontologica della sua realizzazione.

Baciami ancora

Baciami ancoraDopo L’ultimo bacio, Muccino torna sul set per raccontare la realtà dei quarantenni di oggi, belli, disperati e inconfondibilmente patinati

di Sandra Capitano
sandracapitano@gmail.com

Ammettiamolo, Giovanna Mezzogiorno è un’attrice lungimirante. Quando Gabriele Muccino, due anni fa, le propose di ritrovarsi un’altra volta al fianco di Accorsi, dopo dieci anni, per il seguito/non seguito de L’ultimo bacio, fu l’unica a percepirne da subito l’odore della minestrina riscaldata, quella liofilizzata che si trova in busta al supermercato, insaporita da tristezza e aromatizzata con tonnellate di disperazione.
E non si sbagliava di certo. Perché Baciami ancora, uscito questo weekend in 600 sale italiane, si prende troppo sul serio, risultando un frivolo, circoscritto e commerciale tentativo di rappresentazione dei quarantenni italiani di oggi.
Piazzatosi al secondo posto della classifica boxoffice con un incasso 3 milioni di euro, l’ultimo film di Muccino senior, preceduto dall’inarrestabile Avatar, (ormai a 38 milioni in tre settimane), non fa che esaltare un altro sequel della classifica, molto più completo e scanzonato, ovvero l’americano Alvin Superstar 2, che con 1 milione e mezzo di euro arriva terzo, superando la storia dei quarantenni anche per media sala (5.600 di Alvin 2 contro 5.400 di Baciami ancora).
Confezionato e lanciato come il film che-farà-discutere-riflettere-pensare, Baciami ancora-senza-Mezzogiorno ha seguito il consueto iter: ospitate di tutto il cast nei canali televisivi e radiofonici di maggior ascolto, canzone sdolcinata proposta fino all’inverosimile già dal mese precedente (e chi non l’ha canticchiata?), copertine sulle riviste, interviste sui quotidiani, spot tv, anteprime per vip con attori di richiamo e photocall da tappeto rosso hollywoodiano.
Si fa quel che si può, è vero. Ma al di là di questa perfetta e macchinosa cornice promozionale, quanto i veri quarantenni italiani, tutti lavoro, casa, spesa, bollette, figli e conti per arrivare a fine mese, sono riusciti davvero ad identificarsi con Accorsi, Favino, Sanatamaria, Pasotti e le crisi di nervi della patinata realtà mucciniana?
Ancora una volta ansiosi, isterici, problematici e inspiegabilmente musoni (proprio come avveniva in Ecco fatto, Come te nessuno mai e Ricordati di me), i protagonisti del sequel de L’ultimo bacio amano urlare e disdegnano l’ascolto. Se a trent’anni erano incastrati nel duopolio matrimonio-responsabilità-figli-famiglia-casa, contro amici-avventura-viaggio, senza probabilità di sfumatura, qui gli stessi protagonisti hanno un’unica ipotesi esistenziale: il rimpianto. Che è irreparabile e senza alcuna via di scampo.
In virtù di questa emozione, Favino, Accorsi, Pasotti e Santamaria si agitano, gridano, corrono sotto la pioggia, sbattono porte, le chiudono in faccia e rivelano di non essere in grado di rimanere soli neanche per un spaiato attimo.
Nel contempo le loro case sono magnifiche. Loro sono belli. Svolgono lavori trendy che hanno scelto e che perseguono con passione. Viaggiano su auto costose, possiedono accessori sofisticati, hanno amanti affascinanti, borse Prada, vestiti griffati.
L’unico fra tutti a vivere ancora con la madre e innumerevoli confezioni di psicofarmaci e statuine religiose è Claudio Santamaria che, ironia della sorte, appare il più ponderato ed equilibrato di tutti (anche nella recitazione), ma a cui (ahimè) Muccino fa inscenare un suicidio degno di Peter Weir nel suo L’attimo fuggente (notte, pioggia, finestra aperta, schioppo di pistola).
Pur di non fare la fine del loro amico (e non rimanere soli), i protagonisti accettano  tradimenti, sgambettano sotto il diluvio universale, allestiscono dialoghi inaspriti ed esasperati alla Beautiful (de’ noantri).
Le loro vicissitudini corali (create da Muccino forse per fornirci un ventaglio di identificazioni possibili) hanno un effetto inconsistente, in cui le situazioni, prive di pathos, lasciano lo spettatore indenne e distaccato.
È vero, i tempi cinematografici tendono a semplificare tutto. Ma dopo aver visto il film, pensiamo davvero che gli unici a sentirsi in qualche modo rappresentati, siano una ristretta cerchia di quarantenni benestanti. Probabilmente gli amici dello stesso Muccino.
E Giovanna Mezzogiorno non deve essere una di loro. Proprio no.

Paranormal Activity

Paranormal ActivityIl fortunato horror low budget che ha terrorizzato anche Steven Spielberg arriva in Italia per raccontarci i fantasmi ai tempi della tecnologia digitale

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

Una telecamera digitale, un monitor, la propria camera da letto e, ovviamente, una buona intuizione: questo è quanto ci vuole per sbarcare a Hollywood con un fake documentary da 15.000 dollari, girato in una settimana, e convincere Steven Spielberg ad acquistare il progetto e a finanziare il tuo prossimo film. Ciò che è accaduto al trentanovenne Oren Peli, ex programmatore israeliano di videogiochi, sembra il sogno proibito di ogni regista indipendente.

Dopo aver girato per piccoli festival indipendenti, il suo film d’esordio, Paranormal Activity, è infatti arrivato nelle mani del regista di Schindler’s List, che pare ne sia rimasto talmente terrorizzato da interromperne la visione per riprenderla con più calma (e con qualche luce accesa) solo il giorno dopo. Da qui l’interesse della DreamWorks e la decisione della Paramount di distribuire il film (ma con un finale diverso suggerito dallo stesso Spielberg) e, forte dei 108 milioni di dollari incassati solo negli USA, di finanziare il prossimo lavoro di Oren, Area 51. Pare, inoltre, che sia in cantiere anche un sequel, ma con un budget molto più consistente.
L’idea alla base di Paranormal Activity è semplice ma geniale: Katie, fidanzata di Micah, è perseguitata da oscure presenze che si manifestano attraverso strani rumori domestici e inquietanti sussurri notturni. Micah ha allora un’intuizione: fissare una telecamera in ogni punto della casa e registrare tutto quello che accade mentre dormono. Niente sangue in bella vista, un’unica inquadratura fissa per oltre metà del film, ma ci sarà da tremare…

Il film è interamente girato all’interno della casa del regista a San Diego e, nella sua astuta artigianalità, mantiene le sue promesse, regalando allo spettatore un’escalation di emozioni da brivido. Sulla scia di The Blair Witch Project, e a un livello infinitamente superiore rispetto a Il quarto tipo – il film gioca sul labile confine che separa realtà e finzione, proponendosi come una storia vera, girata con materiale video autentico. La naturalezza estrema dei due protagonisti – attori esordienti che interpretano se stessi – e la spontaneità dei dialoghi non fanno che amplificare il senso di realtà e rafforzare la pressione psicologica, rendendo la storia davvero avvincente.
Oltre a strizzare l’occhio alle paure infantili nascoste anche nello spettatore più cinico, il film fa man bassa di tutta una serie di topoi di cui si nutre l’immaginario dell’horror, dalle case stregate agli esorcismi, dalle storie di ordinaria possessione alle porte che no, per favore, non apritele. Oran Peli gioca sapientemente con questi stereotipi e li reinventa, perché siamo nell’era digitale e adesso, i fantasmi, possiamo anche catturarli con una telecamera a spalla e guardarli in faccia come novelli Ghostbusters. Perché oggi, come dice lo stesso Oren:«impossible is nothing».

Alvin Superstar 2

Alvin Superstar 2I Chipmunks sono tornati: nel secondo capitolo della saga affronteranno nuove sfide, interpreteranno nuove hit musicali e faranno divertire bambini e adulti

di Elena Mandolini
mand.mae@libero.it

Poveri Chipmunks! Questa volta ne affronteranno di belle. E per belle si intendono le Chipette, un trio di scoiattoline che farà girare la testa ad Alvin, Simon e Theodore. Come se non bastasse, i tre cantanti pop devono tornare a scuola affrontando le tipiche sfide adolescenziali: la voglia di primeggiare e la paura di affrontare la quotidianità fra i nuovi compagni. Infine, David Seville, loro tutore e manager, si ritrova bloccato in un ospedale francese, dopo l’ennesimo disastro di Alvin: i Chipmunks si ritrovano così come tutore temporaneo il timido e insicuro cugino Toby, che contribuirà a creare ulteriori disastri.
Teneri, espressivi e musicali. Gli scoiattoli canterini più famosi irrompono ancora una volta al cinema dopo il successo del primo lungometraggio Alvin Superstar. Il film, firmato da Tim Hill, raccontava l’incontro dello sfortunato musicista David Seville con un certo trio di scoiattoli con promettenti doti canterine. Con Alvin Superstar 2, la regista Betty Thomas sposta con decisione la storia portandola su un piano più realistico fatto di innamoramenti e sfide personali. I ragazzi devono affrontare diverse sfide e non solo semplici competizioni musicali, che passano effettivamente in secondo piano; quella più dura sarà ritrovarsi e comprendersi come famiglia. Non poco per un film che si propone a un pubblico di bambini.
Una regia semplice, i cui guizzi principali sono sicuramente i momenti in cui la cinepresa segue gli scoiattoli e i loro balzi, proprio come fossero veri. Una citazione di tutto diritto va alla sceneggiatura firmata da Jon Vitti, un veterano dell’acclamata serie I Simpsons. E si sente. Il film diverte, sia bambini che adulti, regalando minuti di spasso e serenità. Deliziosa la sequenza del colpo di fulmine fra i Chipmunks e le Chipette; soprattutto la reazione di Theodore (e Alvin non si arrabbi, ma Theo è decisamente il più tenero e il meglio riuscito fra i tre). Ottime le scelte musicali, le cui canzoni vengono reinterpretate da quelle vocine che ormai fanno parte del nostro immaginario collettivo; e quindi ecco successi come You Spin Me Around o We Are Family, o quelli più recenti come Hot’n Cold e So What. La pellicola è ben costruita grazie anche all’ottima animazione, firmata Chris Bailey, che riesce a far interagire scoiattoli ed esseri umani grazie alla tecnica live action.
Un film che decisamente lascia spensierati e privi di ansie, e che anche i genitori potranno gustare con piacere.

Benicio e i segreti della luna piena

Benicio Del Toro in WolfmanA Roma per presentare l’uscita di Wolfman, Del Toro ricorda i grandi classici horror e spiega il salto dal cinema d’autore ai monster movie

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

A quasi 70 anni dalla sua prima apparizione nel film di George Waggner con Lon Cheney Jr. (The Wolf Man, 1941), l’Uomo Lupo torna sul grande schermo dal 19 febbraio per stravolgere le sembianze di un licantropo d’eccezione: a produrre e interpretare il film diretto da Joe Johnston è infatti Benicio Del Toro, che nel film è Lawrence Talbot, un nobile che torna nella casa di famiglia dopo la sparizione del fratello, per scoprire per se stesso un destino terrificante.
Nel cast, insieme all’ex Che Guevara, anche Anthony Hopkins, nei panni del temibile Sir John Talbot, Emily Blunt, nota al pubblico soprattutto per la sua performance ne Il diavolo veste Prada, e Hugo Weaving, indimenticabile interprete de Il Signore degli anelli e della trilogia di Matrix.

A Roma per presentare l’anteprima alla stampa, Benicio Del Toro ha spiegato che il film è un omaggio a tutta una serie di icone horror che hanno popolato gli incubi di intere generazioni, dall’Uomo Lupo a Dracula, dal mostro di Frankenstein all’Uomo invisibile.
Ma da dove nasce questo bisogno di “orrore” di cui si nutre l’immaginario collettivo e che torna periodicamente sugli schermi?
«Finché non scopriremo cosa accade dopo la morte, continueremo a emozionarci, a divertirci e a impaurirci con queste cose. I monster movie mettono in scena la paura di ciò che non conosciamo, che fa parte del nostro inconscio», osserva Benicio. Ma le paure, quelle vere, sono segrete: «La mia paura più grande è confessare la mia paura», continua l’attore. «Diventerebbe reale nell’istante stesso in cui la traducessi in parole».
«L’aspetto più terrorizzante, comunque, è quello umano», aggiunge Emily Blunt, che nel film interpreta la fidanzata del fratello scomparso. «Il mostro è la metafora dell’oscurità che si annida dentro ognuno di noi».

Pur muovendosi nel solco dei grandi classici horror distribuiti dalla Universal Pictures negli anni 30 e 40, il Wolfman di Johnston punta a caratterizzare la figura del “mostro” in maniera nuova rispetto al passato, rendendolo attuale anche per il pubblico di oggi: «Se nelle interpretazioni di Lon Cheney Jr. e Bela Lugosi il mostro era comunque una vittima, il mio Lawrence Talbot cerca invece di prendere il controllo del proprio destino, decide di investigare sulla scomparsa del fratello anche quando ormai è troppo tardi».
Anche la Blunt tiene a sottolineare la combattività del suo personaggio: «Gwen ha la grande capacità di vedere il bene anche nel volto del male: rappresenta la purezza e la speranza, e non è mai una vittima, neanche quando piange la morte del suo fidanzato per tutta la prima parte del film».
Entrambi gli attori cantano inoltre le lodi della costumista Milena Canonero, vincitrice di tre Oscar per i costumi di Marie Antoinette, Momenti di gloria e Barry Lyndon. «Quelli di Wolfman sono i costumi più belli che abbia mai visto», commenta la Blunt. «Milena ha fatto un lavoro davvero meticoloso per riprodurre quelle atmosfere gotiche». Benicio ironizza invece sulle interminabili sessioni di make-up cui era costretto quotidianamente: «Ci volevano tre o quattro ore per mettere tutto quel trucco, e almeno due per toglierlo: praticamente quando avevo finito erano tutti a letto da tempo… Per il resto, la mia preoccupazione era inseguire Emily Blunt conciato in quel modo senza apparire ridicolo!».

Al di là delle abilità tecniche, Del Toro esalta inoltre lo straordinario talento di Anthony Hopkins: «Quando lavori con un attore del suo calibro, non puoi fare a meno di fissarlo, tanto che a volte dimentichi le battute. È come trovarsi davanti a Marlon Brando che ti dice: “È finita la commedia” [in italiano, ndr]. Il suo modo di recitare è sempre così semplice e chiaro, e l’emozione è subito lì. È questo il tipo di semplicità a cui voglio arrivare, ma devo lavorarci un bel po’… Non ci sono ancora».
A chi gli chiede come mai, dopo tanti film d’autore, si conceda un action-horror fatto a posta per il grande pubblico, Benicio risponde: «Ogni tanto piace anche a me qualcosa di dolce: una caramella, un pezzetto di cioccolato… Anche se poi tornerò al salato: le cose dolci vanno prese a piccole dosi».

L’Italia che fu

L'uomo che verrà

Mentre Avatar continua a dominare il botteghino, seguito dal trio Reitman, Verdone, e Virzì, Nine non convince il pubblico e Diritti conquista la critica

di Sandra Capitano
sandracapitano@gmail.com

Fantascienza in 3d, comico dolce-amaro e neorealismo moderno. Sono questi i generi preferiti dagli italiani in quest’ultimo weekend cinematografico.
Se l’inarrestabile Avatar rimane infatti al primo posto, con 25 milioni di euro d’incasso in dieci i giorni di programmazione (altri 9 milioni in questi ultimi tre), non perdono posizione nemmeno le commedie e si fa strada anche qualche film dal tono decisamente più drammatico.
Il regista Reitman di Tra le nuvole (con George Clooney) conquista il secondo posto, con un incasso di 1 milione e mezzo di euro in tre giorni (e tanta nostalgia e rammarico per la frizzante sceneggiatrice Diablo Cody, che lo aveva scortato nel più spumeggiante Juno).
A seguire, ancora Io, loro e Lara di Carlo Verdone, che totalizza 14 milioni  (in 3 settimane di programmazione) e, al quarto posto, La prima cosa bella di Paolo Virzì, con 3 milioni di euro ad oggi (è in sala da due settimane).
Ad aggiudicarsi solo la sesta posizione è invece Nine il musical di Rob Marshall, che in tre giorni incassa 500.000 euro, nonostante le 250 sale in cui è attualmente programmato.
Non sono bastate, quindi, le nove-bellissime-luccicanti-e-celebri-attrici, nè tantomeno i canti, i balli e un film come Chicago in curriculum, per portare Marshall al secondo successo di botteghino per commedia musicale.
E in effetti, più che un omaggio a Fellini e al nostro cinema, sembra che Marshall abbia voluto creare una rivisitazione sin troppo romanzata (e quindi fiacca) di quella Dolce Vita che fu. In questa Italia, gli uomini, bellocci e mediterranei, «scorazzano in auto piccole e veloci, mentre le donne si aggirano per i bar alla moda di Positano», proprio come canta Kate Hudson in Cinema italiano, la canzone che fa da colonna sonora a una delle scene più sfarzose del film. Sfruttando la generalizzata visione dell’Italia all’estero, tutta pizza-pasta-passione e mandolino, Marshall costruisce un film a tratti banalotto per l’immaginario collettivo esterofilo, nonché noioso e sin troppo convenzionale per noi italiani. Partendo dal neorealismo di Rossellini, Visconti, Lattuada, De Sica, fino ad ossequiare un Fellini onirico, il Be Italian di Marshall fa dimenticare un presente in cui, l’essere italiano è raccontato anche da una nuova generazione di cineasti che, se pur con lentezza e fatica (e mancanza di fondi), sta provando a sperimentarsi, nonostante l’indimenticabile e gigantesca eredità conosciuta internazionalmente.
Oltre ai Moretti, Garrone, Sorrentino, già definiti dal Times, qualche mese fa, «i registi che stanno rinvigorendo il cinema italiano, riportandolo alla gloria, come avveniva tra 1940 e il 1950», è bene citare e far onore a registi minori, ma non per questo meno importanti. Come Giorgio Diritti, per esempio, già famoso per Il vento fa il suo giro e che proprio questo weekend ci offre una prova di grande messa in scena con il capolavoro L’uomo che verrà. Sebbene gli attori recitino in dialetto romagnolo e malgrado l’offerta di film, sempre di qualità, sia ancora elevata in questi giorni, il film ha incassato ben 150.000 euro, realizzando una delle medie per schermo più alte di tutta la classifica.
«Già dal Festival Internazionale di Roma avevamo avuto un forte consenso sia dal pubblico che dalla critica», dichiara Benedetta Caponi, direttore commerciale di Mikado, la società di distribuzione italiana del film. «La cifra stilistica di Diritti in questo film ricorda le opere di Ermanno Olmi. Attraverso una regia sobria e realistica, Diritti riesce a raccontare senza retorica  uno degli episodi più strazianti della nostra Italia di inizio secolo».
La Mikado, insieme con Agiscuola, sta realizzando proiezioni mattutine per le scuole superiori, «come ha scritto Mereghetti, L’uomo che verrà è un film necessario, con una vocazione naturale al racconto di ciò che furono i giorni di Marzabotto: il cinema ritorna così ad essere un’occasione importante per non dimenticare», conclude la Caponi.
E se L’uomo che verrà è necessario agli italiani, magari lo sarà anche per chi in Italia ci viene solo per turismo. Per far conoscere la nostra storia. Perché non siamo solo pizza-spaghetti e mandolino. E perché forse siamo in grado di riemergere con passione, attraverso differenti e freschi linguaggi cinematografici, pur non dimenticando il dolce tempo che fu.

Nine

NineRob Marshall porta sullo schermo il musical di Broadway ispirato a di Fellini e mette in scena in un surreale circo musicale il tormento e l’estasi del processo creativo

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

Il regista Rob Marshall ci tiene subito a precisarlo: «Nine non è il remake di di Fellini, non può esistere il remake di un capolavoro: il film è tratto piuttosto dal musical di Broadway liberamente ispirato all’opera di Fellini». Arriva così in Italia, con un cast d’eccezione e il suo carrozzone di lustrini e pailettes, Nine, un omaggio al grande regista italiano e all’age d’or del cinema nostrano, condito da un trionfo lussureggiante di musiche appassionate, balletti femminili all’insegna della sensualità e ricostruzioni superpatinate – e un po’ stereotipate – di un’epoca che fu.

1964, siamo negli Studios di Cinecittà. Guido Contini (Daniel Day-Lewis), acclamato regista di fama mondiale è alle prese con la produzione del suo attesissimo nono film, Italia, di cui critici e pubblico aspettano ansiosi qualche rivelazione. Ma Guido schiva la curiosità dei cronisti in conferenza stampa e le pressanti richieste della fidata costumista (Judi Dench), del produttore (Ricky Tognazzi) e della sua attrice principale nonché musa ispiratrice Carla Jenssen (Nicole Kidman), che insistono per avere quantomeno il copione. Peccato che il copione non esista neanche nella mente del regista: Guido è in preda alla più profonda crisi creativa mai attraversata, e nella dolorosa ricerca d’ispirazione che tormenta il suo spirito non può fare a meno di trasfigurare in forma di musical la realtà che lo circonda. È così che Carla (Penélope Cruz), la sua focosa amante, si traforma nella regina dei suoi strip tease più bollenti, mentre Luisa (Marion Cotillard), moglie devota e fedele, canta le ferite del suo amore tradito in una performance accorata e struggente. Anche la madre di Guido (Sophia Loren) apparirà nella sua mente visionaria per portare in scena le sue memorie di bambino, mentre la giornalista di Vogue Stephanie (Kate Hudson) tenterà di sedurlo in coreografie scatenate e Saraghina (Stacy Ferguson), al ritmo sfrenato dei tamburelli, lo riporterà ai suoi primi turbamenti amorosi di bambino. È in questo circo impazzito di donne bellissime, sublimato in una folgorante composizione di danza e musica, che Guido dovrà confrontarsi con i suoi demoni e trovare il coraggio di gridare: «Azione!».

Nei panni che furono di Marcello Mastroianni, Daniel Day-Lewis si muove con abile maestria, portando in scena il tormento e l’estasi di un grande artista e seduttore. Al suo fianco una rosa di attrici d’eccezione, ognuna incarnazione di una idea di femminilità. Per entrare nel suo personaggio di moglie devota e afflitta, Marion Cotillard dichiara di essersi ispirata alla figura di Giulietta Masina e al documentario su Apocalypse Now girato dalla moglie di Francis Ford Coppola, altro esempio di donna straordinariamente presente a fianco – o all’ombra – di un marito intrappolato in un incessante processo creativo.
Anche Penélope Cruz rivela di essersi ispirata direttamente al personaggio felliniano: «oltre all’interpretazione di Sandra Milo in mi sono servite tantissimo le ore di interviste concesse dalla stessa Milo, in cui ha spiegato nei dettagli il suo amore per Fellini».
Accanto alle grandi star internazionali, compaiono in piccole parti anche i nostri Valerio Mastandrea (nei panni del receptionist di un grande hotel), Martina Stella (l’attricetta rampante), Remo Remotti (il cardinale), Roberto Citran (il medico), Monica Scattini (la direttrice di una pensione), Elio Germano (l’assistente alla regia).
Prese le dovute distanze dalla dolce vita felliniana (giocare sui paragoni è inutile e inopportuno) e dal tripudio di stereotipi con cui gli americani sognano il Bel Paese, Nine è un musical in grande stile da godersi con leggerezza e senza porsi troppe domande, cercando di non lasciarsi condizionare da sterili intellettualismi. Preso con il giusto spirito, il film è un godibile sfoggio di grandeur, da cui sarà difficile non lasciarsi travolgere: riuscirete a resistere alla tentazione di salire sulle poltroncine improvvisando un can can sulle note di Be Italian?

Il quarto tipo

Il quarto tipoNel solco di The Blair With Project, il film di Osunsanmi gioca sul labile confine tra verità e ricostruzione ed esplora l’ultima frontiera della minaccia aliena

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

Il quarto tipo non è un sequel del film di Spielberg, ma il titolo prende spunto dalla stessa classificazione degli incontri ravvicinati con gli UFO, quella stilata dall’astrofisico Hynek nel suo The UFO Experience: A Scientific Inquiry del 1972: 1° tipo – avvistamento; 2° tipo – avvistamento con prove; 3° contatto; 4° rapimento.
Sembra che la sceneggiatura vagasse tra il 2007 e il 2008 tra le scrivanie degli executive a Hollywood e per questo fosse finita nella famigerata Black List 2008 dei film che per motivi più o meno misteriosi non vengono realizzati o distribuiti nella stagione successiva (vedi Entertainment Weekly che redige e pubblica la lista). Finalmente il film viene realizzato con l’intervento dei produttori Paul Brooks e, soprattutto, Joe Carnahan, con cui il regista e sceneggiatore Olatunde Osunsanmi aveva già lavorato come assistente.

Nell’autunno del 2000, nella cittadina di Nome, in Alaska, i pazienti della terapista Abbey Tyler, affetti da gravi disturbi del sonno, mostrano fra loro strane analogie nei sintomi legati alla loro “patologia”: prima di addormentarsi, tutti ricordano l’inquietante presenza di un gufo bianco fuori dalla finestra, ma poi il nulla, solo un senso di disperazione e angoscia terrificante. È grazie alla pratica dell’ipnosi che la dottoressa riesce ad addentrarsi nei meandri dei loro incubi rimossi e a ricostruire una verità scorcertante, che spiega il crescente numero di persone scomparse nella regione sin dagli anni 60. Ma è possibile credere all’incredibile? Per portare avanti la sua teoria, la dottoressa dovrà scontrarsi con la diffidenza delle autorità locali e fare i conti con le proprie tragedie personali.

Olatunde Osunsanmi, che nel film interpreta se stesso, ricostruisce la storia della psicologa alternando la ricostruzione dei fatti (con Milla Jovovich nei panni della dottoressa) a sequenze “reali” (o almeno questo è quello che il film vuole farci credere) con interviste alla “vera” Abbey Tyler e filmati “autentici” della sue terrificanti sedute ipnotiche.
Si tratta di un thriller fantascientifico venato di horror, portato avanti a furia di espedienti narrativi e linguistici già un po’ triti, ma che sembrano essere la bandiera della nuova onda dell’horror (e non solo): in primis, la giustapposizione di filmati che si presentano come documenti autentici e ricostruzioni fittizie di quella stessa presunta realtà. Qui la giustapposizione è addirittura ostentata, visto il diffuso ricorso allo split screen per mostrare contemporaneamente documento e rappresentazione.
Vi ricordate The Blair Witch Project (era il 1999)? Molti sono stati i film che, dieci anni dopo, hanno giocato sul labile confine tra realtà e finzione, da Cloverfield al bel District 9, a quello che viene definito il nuovo fenomeno no-budget, tra pochissimo sugli schermi in Italia, Paranormal Activity

Il quarto tipo attinge a piene mani alla tradizione della strega di Blair & co. (il concetto è chiaro: la realtà fa più paura di qualunque finzione) e mette in scena un cocktail mal shakerato, e anche un po’ stantio, di formule già viste e abbondandemente digerite. I momenti di terrore di certo non mancano (i volti di Milla e della “vera” Abbey Tyler già bastano a far scorrere un brivido sulla schiena), ma l’effetto finale – nonostante l’insistente pretesa di verità – è alquanto artificioso. Per dirla con il critico USA Owen Gleiberman, nell’alternanza di “scary-real” e “glossy-fake”, Osunsanmi tiene due piedi in una scarpa. Forse, un buon vecchio film di fintissima fantascienza ci avrebbe tolto il sonno per davvero.

Tra le nuvole

Up In The Air

Nell’esilarante commedia di Jason Reitman, George Clooney è un cinico tagliatore di teste alle prese con la crisi globale e le sfide dell’universo femminile

di Stefania Onofrillo
stefania.onofrillo@libero.it

Una commedia capace di farci riflettere, ma anche di farci ridere. Una storia d’amore divertente e travolgente, ma anche una tragedia carica delle tensioni e dei drammi generati dalla crisi economica globale. Con Tra le nuvole Jason Reitman, autore e regista del film, ha costruito un’avvincente sceneggiatura, ispirandosi al protagonista di un romanzo di Walter Kirn e proponendo una storia ricca di contenuti: nell’epoca di internet e dell’esplosione dei mezzi di comunicazione di massa è sempre più difficile comunicare e impegnarsi nei rapporti interpersonali. Il film si pone anche la fatidica domanda: meglio vivere da soli o in compagnia? Andare o restare? Anche se si è convinti di non aver bisogno di nessuno forse la vita è meglio trascorrerla con qualcuno?
E lo sa bene il protagonista della storia, Ryan Bingham, interpretato da George Clooney. Ryan è giunto a 45 anni senza un vero e proprio legame; viaggia per più di 300 giorni l’anno, vivendo tra aeroporti e hall di prestigiosi hotel ed è interessato solo ai suoi programmi di viaggio e alla collezione di miglia. Tutto quello di cui ha bisogno per condurre la sua vita è racchiuso all’interno di un piccolo trolley.
Il lavoro di Ryan Bingham consiste nel tagliare posti di lavoro nelle aziende: rappresenta il classico salesman americano, vende sogni e nuove speranze a chi sta perdendo una carriera.
Ryan ama viaggiare e apprezza proprio quel senso di precarietà che di solito la gente detesta; ma ben presto la routine e la cinica filosofia di vita di Ryan sarà scossa dalla comparsa di due donne molto diverse tra loro, che mettono in discussione il suo futuro di perenne viaggiatore: Natalie, un’ambiziosa e saccente ventitreenne neolaureata, che ne mina lo stile di vita, proponendo una rivoluzione nel suo lavoro, e Alex, un’affascinante trentacinquenne in carriera, che rappresenta un Ryan al femminile e con la quale nascerà un’immediata attrazione.
Se Natalie, interpretata da Anna Kendrick, legata all’ingenuo idealismo della gioventù, presa sotto l’ala protettiva d Ryan, ne minaccia lo stile di vita, Alex scatena il desiderio di Ryan di condividere qualcosa di più profondo.
Alex, interpretata da Vera Farmiga, abbraccia la filosofia di Ryan anti-legami e proprio questo essere simile a lui riuscirà a farlo innamorare.
Cruciale sarà l’incontro di Ryan con la propria famiglia, in occasione del matrimonio della sorella nel Wisconsin. Ryan sarà costretto a confrontarsi con una famiglia che ha ignorato per la maggior parte della sua vita da adulto e inevitabilmente il suo personaggio mostrerà un’evoluzione e una crescita.
I personaggi sono costruiti in modo estremamente reale e hanno sempre la battuta pronta. Il cambiamento interiore di Ryan si riflette in tutto il film dall’inizio alla fine.
Le città nelle quali Ryan viaggia per lavoro sono state selezionate sulla base dei luoghi dove in effetti si sono realizzati i più alti tagli al personale, fenomeni di bancarotta e fallimenti aziendali, come Detroit, San Louis, Phoenix e Whichita.
Il film,inoltre, riesce a dare un volto ai grandi numeri di dipendenti che quotidianamente perdono il lavoro, attraverso le testimonianze e le reazioni di persone reali, che hanno davvero perso il loro posto di lavoro.
La bravura di Reitman e dell’interpretazione di Clooney ci portano a sorridere non di fronte a questa tragedia, ma del presente in cui viviamo, dove ci si lascia con un sms, si viene licenziati in videoconferenza e dove il riscatto, le nuove possibilità e i nostri sogni sono contenuti all’interno di un pacchetto contrattuale.

L’uomo che verrà

L'uomo che verrà

Vincitore del Marc’Aurelio d’Argento, l’opera seconda di Giorgio Diritti rievoca la strage di Marzabotto per ripudiare le guerre di ieri e di oggi

di Gaetano Maiorino
gaetmaior@yahoo.it

Si dice che la prova fondamentale per un regista di qualità sia la sua opera seconda, il film che viene subito dopo l’entusiasmante esordio e che conduce verso un brillante avvenire o una irrecuperabile mediocrità. Dopo i quasi dodici mesi di proiezioni in tutta Italia dello stupefacente Il vento fa il suo giro, le scelte artistiche di Giorgio Diritti erano tra le più attese della nuova stagione cinematografica. Il Festival del Film di Roma ha tenuto a battesimo la seconda pellicola girata dal regista, e con L’uomo che verrà le speranze non sono state deluse.
In una nazione che non ha, o non vuole più avere, memoria storica, Diritti compie un atto coraggioso e necessario, rievocando la strage di Marzabotto e raccontando gli eventi che portarono alla drammatica rappresaglia nazista nei confronti degli innocenti abitanti del paese romagnolo, in risposta all’uccisione di una pattuglia tedesca da parte dei partigiani nascosti tra le colline circostanti.
La storia si concentra attorno a Martina, ultima figlia di una famiglia di contadini. La piccola non parla da quando ha perduto il fratellino di pochi giorni e osserva silenziosa gli eventi che la circondano e che coinvolgono sua madre, nuovamente incinta, suo padre e sua zia. Il punto di vista di un’innocente per antonomasia, è forse retorico, e ancor più amplificato dal mutismo della giovanissima protagonista, ma riesce tuttavia a caricare di ulteriore intensità la narrazione di Diritti.
Dopo aver girato Il vento fa il suo giro in dialetto occitano, il regista propone al pubblico un film in dialetto bolognese, la lingua realmente parlata dai contadini locali. La ricostruzione storica messa in scena è attenta e precisa, il ritmo del film scorre lento come le giornate incerte dei vari personaggi, perfettamente interpretati, mai eroici, come la storia insegna. I numerosi piano-sequenza che accompagnano lo spettatore attraverso i luoghi della tragedia, sono i passi timorosi e rispettosi di chi si addentra nella sofferenza dei sopravvissuti e un’ultima carezza sul volto delle vittime.
Quello che colpisce è comunque il modo con cui il regista riesca a non cadere nei luoghi comuni e nella facile presa di posizione, schierandosi dalla parte di chi combatte l’oppressore.
La bravura di Diritti sta nel sottolineare le contraddizioni da entrambe le parti, nel non fare sconti a nessuna delle due fazioni in conflitto, prendendosi carico realmente del dolore di chi è stato brutalmente giustiziato.
Il nostro paese ha bisogno di film come L’uomo che verrà. Ne ha bisogno per ricordare a chi sostiene le azioni militari, che non c’è nulla di naturale nel mettere contro due gruppi di uomini armati, qualsiasi siano le ideologie che li muovono; ne ha bisogno per stroncare i dibattiti sterili che ciclicamente ritornano su chi fosse dalla parte giusta durante la seconda guerra mondiale e a quale delle due fazioni ora bisogna rifarsi per legittimare la propria importanza politica. Perchè da qualsiasi parte ci si fosse trovati in quei giorni terribili, è chi sta nel mezzo che ne ha patito di più, e chi sta nel mezzo è sempre la povera gente. La semplicità degli uomini e delle donne delle campagne bolognesi è infatti schiacciata tra i folli ideali del nazismo e la rabbiosa, necessaria, ma non sempre ben orchestrata, reazione dei partigiani.
L’uomo che verrà ha inoltre il pregio di parlare della guerra senza mostrare (se non da lontanissimo, dall’alto di un campanile) azioni di guerra. Perchè parlare della guerra non è necessariamente affondare nella carne del soldato ferito o condividere la solitudine e la paura del partigiano nascosto. Parlare della guerra è, soprattutto oggi, parlare di chi la guerra la subisce per davvero, di chi vede le proprie terre invase, la propria routine tragicamente interrotta. Era ieri la gente di Marzabotto, come è oggi la gente di Gaza, la gente di Kabul, la gente di Baghdad. È per questo che l’opera di Diritti, sebbene si concentri su un solo episodio legato alla seconda guerra mondiale, può considerarsi senza dubbio una lettura attenta del fenomeno bellico e si distacca dal suo essere temporale per diventare universale. È un atto di memoria e di commemorazione, ma anche un’opera contemporanea, attuale, ben radicata nel presente. L’impatto fisico e emotivo del conflitto sui personaggi del film, è da ritenersi emblematico.
Nel proliferare di film consumati e dimenticati, che il pubblico nostrano è abituato a fruire e abbandonare nel giro di poche settimane, Diritti si inserisce con un racconto che sarà difficile rimuovere e che sarebbe bello vedere magari nelle scuole, nelle piazze, commentato a giovani ancora sufficientemente innocenti per riuscire a coglierne il profondo messaggio di pace.

Davide contro Golia

AvatarLa prima cosa bella di Virzì conquista il terzo posto al box office dopo la commedia di Verdone e gli incassi record di Avatar

di Sandra Capitano
sandracapitano@gmail.com

Anche l’Italia si conforma al resto del mondo. Con un incasso di 10 milioni di euro in soli tre giorni, Avatar conquista il primo posto del boxoffice italiano, così come accade, da qualche settimana, già in USA (il film è ad un totale di 430 milioni di dollari), Brasile (27 milioni di dollari), Cile (5 milioni di dollari), Messico (28 milioni di dollari), India (5 milioni di dollari), Sud Africa (4 milioni di dollari), Cina (11 milioni di dollari), Australia (58 milioni di dollari), Giappone (50 milioni di dollari), e in tutti i paesi d’Europa (45 milioni di dollari).

Follia collettiva? Avatar mania da contagio? Evento massmediale senza precedenti?
Anche. O forse, più semplicemente, James Cameron. Il regista canadese già nel 1998 aveva dato prova del suo genio cumulativo con Titanic, in cui effetti speciali, storia d’amore, evento storico realmente accaduto, romanticismo, canzone sdolcinata a ripetizione, dramma, lusso, povertà e bellezza erano stati mixati con sapiente maestria, nella realizzazione di un ingranaggio talmente perfetto da riuscire ad entusiasmare qualsiasi fascia di pubblico, di ogni paese e di qualsiasi cultura (il maggiore incasso mondiale di tutti i tempi: 1.850.300.000 $).
Dopo più di dieci anni, Cameron progetta una telecamera del valore di 100 mila dollari, dotata di due obiettivi in grado di girare in alta definizione e separatamente le immagini per ciascun occhio.
Contemporaneamente, si fa costruire un set virtuale sul suo computer per avere la libertà di ricreare le scene senza doverle girare più volte e riesce così a realizzare il vero blockbuster della globalizzazione, quello capace di spianare ogni distanza, rendendo più vicini continenti, culture, religioni al solo costo di un biglietto e di un paio di occhialini in dotazione.
Uscito in Italia con 848 copie, Avatar supera anche il record d’apertura mai battuto fino ad oggi qui da noi, quello realizzato il 19 maggio del 2006 da Il Codice da Vinci, che in soli tre giorni aveva totalizzato ben 8 milioni di euro.
«Il 70% dell’incasso italiano di Avatar è stato realizzato dai 400 schermi dotati di proiettori in 3D» afferma Matteo Nenciolini, manager della Giglio Cinematografica, l’agenzia di noleggio a cui si affidano quasi tutte le case cinematografiche italiane per distribuire i film in Toscana.
«Un evento senza precedenti. Lazio, Lombardia e Veneto sono state le regioni di maggiori affluenza, seguite da Emilia Romagna, Piemente e Toscana» continua Nenciolini.

Nonostante Roberto Faenza promulgasse con un certo allarmismo (in un’intervista a La Repubblica) la morte dei sentimenti umani, come conseguenza degli effetti speciali roboanti di Avatar, anche le commedie nostrane hanno mantenuto i primi posti della classifica questo weekend.
Carlo Verdone con Io, Loro e Lara ha incassato più di 2 milioni e mezzo di euro (per un totale ad oggi di oltre 12 milioni) slittando al secondo posto. Ottima anche l’apertura del nuovo film di Paolo Virzì, La prima cosa bella, che si piazza al terzo con un incasso di 1.400.000 milioni in tre giorni, esattamente com’era accaduto nel 2008 con il suo Tutta la vita davanti.
«I dati dimostrano che c’è ancora tanta voglia di emozioni da parte del pubblico», dichiara Nenciolini. «La prima cosa bella è un film drammatico che fa riflettere, ma è anche ironico, carico di simpatia e umorismo».
Complice l’ambientazione del film, l’ultimo di Virzì è stato visto maggiormente dai toscani, seguiti a ruota dagli abitanti del Lazio e dell’Emilia Romagna.
«Il 4 Mori di Livorno, dove è anche girata una delle scene del film, è stato il cinema che ha incassato di più in tutta Italia con La prima cosa bella, seguito dall’ Astra di Firenze. I toscani dimostrano sempre molto calore ai propri conterranei. Accade con Benigni e anche
con Pieraccioni. Tutti noi toscani abbiamo apprezzato l’ottima ricostruzione che Virzì fa di Livorno, così come l’esemplare recitazione in livornese di Valerio Mastrandrea e Claudia Pandolfi», conclude Nenciolini.
Globalizzazione dunque, ma anche curiosità e inclinazione per i film dal sapore regionalistico.
E tra le altre controproposte di Avatar di questo weekend, ottimo anche l’esordio dello stilista Tom Ford, che con il suo stilosissimo A Single Man ha incassato 250.000 in 50 sale, riuscendo a soddisfare le esigenze del pubblicopiù esteta in grado di apprezzare i patinati rifacimenti dell’America anni 60 creati dallo stilista.
Tutti accontentati dunque. E se la differenziazione è così pregiata, forse non abbiamo davvero nulla da temere, caro e impaurito Roberto Faenza.

A volte ritornano

Sex & The City 2Da Charlie’s Angels a Vita da strega, da Star Trek al nuovo sequel di Sex and the City, moltissime sono le storie ispirate ai classici dei telefilm e approdate al grande schermo

di Elena Mandolini
mand.mae@libero.it

Come una spugna, il cinema sta assorbendo più e più idee per film dal piccolo schermo. Sarà perché gli sceneggiatori americani stanno esaurendo le idee o per quella vaga sensazione nostalgica dei telefilm anni sessanta e ottanta?
Più irriverenti e maliziosi, i film prendono spunto dai telefilm o ne prendono a prestito personaggi secondari e ne introducono di nuovi. Un esempio, in tal senso, sono sicuramente i due lungometraggi dedicati alle Charlie’s Angels, che lanciarono la compianta Farrah Fawcett, Kate Jackson e Jaclyn Smith. Non più Sabrina, Jill e Kelly, ma Natalie, Dylan ed Alex. Più spiritose, aggressive, tecnologiche e decisamente hollywoodiane, la nuova generazione degli Angeli ha conquistato il pubblico, senza però scansare il ricordo delle colleghe, che vengono citate apertamente, con tanto di cameo della Smith in versione “angelo” che giunge ad aiutare una Dylan in piena crisi esistenziale.
Anche Vita da strega ha preferito puntare su un rimescolamento delle carte per non realizzare un semplice remake del telefilm, che aveva come protagonista l’attrice Elizabeth Montgomery. Nonostante la dolcezza e la bravura di Nicole Kidman, che sarebbe stata ancora più perfetta come Samantha, il film non ha ottenuto il successo sperato; un vero e proprio flop che è diventato una macchia nella meravigliosa carriera della Kidman.
Di contro vi sono trasposizioni più fedeli ai telefilm, quali Miami Vice, con Jamie Foxx e Colin Farrell, Hazzard e Starsky & Hutch, un vero e proprio prequel che racconta l’incontro fra i due poliziotti. Sempre a proposito di “inizi epocali” c’è da citare anche il nuovo Star Trek di J.J. Abrams, che vede la nascita del mitico equipaggio e il difficile rapporto fra il Capitano Kirk ed il vulcaniano Spock. Sulla scia della fantascienza e degli eroi, sono nati anche film come Hulk e Batman che, dopo esser nati come fumetto, sono stati anche telefilm di successo; più realistico il primo e ben più patinato il secondo.
E adesso? Tocca alle scatenate protagoniste di Sex and the City tornare in scena con un secondo film sulle avventure sentimentali di Carrie Bradshaw e company. In questo secondo “sequel”, si parla di ipotetiche pance di Carrie e disastri finanziari per Big; per il resto ancora riserbo totale, tranne che per l’uscita fissata per il 28 maggio.
Un’ultima chicca per i fan di 21 Jump Street, telefilm che ha lanciato uno dei più sexy e bravi attori hollywoodiani: Johnny Depp. Entro la fine dell’anno, infatti, inizieranno le riprese del film; ancora niente notizie sul cast, ma i due autori Jonah Hill e Phil Lord, parlano di una storia meno seria e più cool, alla Bad Boys.

A Single Man

A_Single_ManPer la prima volta alla regia, Tom Ford va oltre gli stereotipi delle storie gay e racconta l’importanza di trovare il senso della vita per superare il dolore e guardare avanti

di Luca Adami
lucadami@hotmail.it

A single man è stato presentato alla penultima giornata della 66ª Mostra del Cinema di Venezia, ove ha riscosso notevoli applausi. Tra gli interpreti, oltre a Colin Firth che interpreta il protagonista, troviamo la splendida Julianne Moore, Nicholas Hoult e Matthew Goode mentre, a sorpresa, al posto di guida c’è un esordiente: lo stilista Tom Ford.
Sarebbe fin troppo facile ironizzare sui fatti, creando un parallelismo fra il luogo comune dell’omosessualità nell’ambiente della moda, il regista e il personaggio principale del film, ma la realtà è che Tom Ford non è uno sprovveduto nell’ambiente cinematografico: nel 2001 ebbe una parte in Zoolander in cui interpretava se stesso mentre nel 2008 curò gli abiti di Daniel Craig per Quantum of Solace. Probabilmente il mondo hollywoodiano deve averlo colpito nel segno, dal momento che in quello stesso anno decise di intraprendere questa nuova carriera, acquistando i diritti del romanzo omonimo di Christopher Isherwood e iniziando i lavori fra ottobre e novembre. Tra l’altro il suo nome compare anche nella sceneggiatura e nella produzione, segno che il neo-nato regista non vuole lasciare niente al caso.
La trama parte in modo tragico, presentandoci nella Los Angeles del 1962 il professore universitario cinquantaduenne Geroge Falconer (Colin Firth): un uomo distrutto, depresso e incline al suicidio dopo la morte del compagno Jim (Matthew Goode) in un incidente stradale. Tom Ford ci presenta con occhio attento le ore che George trascorre durante una giornata qualunque, ricordando il passato, riflettendo sulla vita, sulle relazioni d’amore e sulle tragedie che il caso fa capitare nei momenti in cui meno ce le aspettiamo. George Falconer è un uomo che non riesce più a vedere il futuro e, attraverso un mutevole susseguirsi di flashback di felicità e quotidianità di dolore, finalmente ricomincia ad apprezzare nuovamente le piccole cose importanti, il senso della vita che lo circonda, aiutato dall’amica Charlotte (Julianne Moore) e dall’appassionato studente Kenny (Nicholas Hoult).
La storia narrata non è particolarmente complessa, anzi segue una struttura lineare e certamente non nuova: la tragedia nel passato, il presente vuoto, la ricerca del futuro nelle cose essenziali della vita. Ma il fatto che la trama non sia complicata non è un problema, bensì un utile appiglio per Tom Ford che si dimostra un regista in grado di tenere le redini di un personaggio delicato e di un film sul filo del rasoio. Colin Firth di sicuro gli ha dato una gran mano grazie alla sua eccellente interpretazione di George Falconer: i sentimenti che albergano nel personaggio sono riportati alla perfezione dal volto dell’attore, così come i suoi movimenti arrendevoli sono un balletto davanti alla macchina da presa. I complimenti, comunque, vanno rivolti all’intero cast che con la Moore, Goode e il commovente Nicholas Hoult riesce a dare completezza a un’opera che giustamente ha raccolto ovazioni e applausi sia a Venezia che in sala.
In un’intervista rilasciata lo scorso settembre, il regista Tom Ford ha dichiarato: «Il cinema è qualcosa con cui volevo confrontarmi da tempo. Senza rischi la vita è noiosa. Il settore della moda è bellissimo, ma volatile [...]. Questo film è la cosa più personale e artistica che abbia mai fatto, per me è espressione pura».

La prima cosa bella

La-prima-cosa-bellaVirzì abbandona le problematiche sociali e mette in scena una vicenda intima e corale, per raccontare le contraddizioni e la vitalità dell’amore di una madre

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

Con il suo ultimo film, La prima cosa bella, Virzì torna a casa, nella sua amata Livorno, con l’entusiasmo e la commozione di chi è reduce da un lungo periodo di esilio.
Pervasa da un soffuso sentimento di riconciliazione e riappropriazione di luoghi e sensazioni cari all’animo, si dipana così la vicenda familiare di Anna (Micaela Ramazzotti/Stefania Sandrelli) e dei suoi figli Bruno (Valerio Mastandrea) e Valeria (Claudia Pandolfi), in un arco temporale che va dagli anni 70 ad oggi. Anna è una mamma assolutamente sui generis: bella da togliere il fiato, piena di energia vitale anche quando la vita la bastona, ha la genuinità e l’aria un po’ naif di chi non sembra avere consapevolezza del proprio fascino svampito ma fatale. Tra scenate di gelosia e liti familiari, zie bisbetiche e fughe avventurose, l’infanzia di Bruno e Valeria scorre via velocemente, segnata da un amore difficile ma indomabile per quella madre dai comportamenti così eccessivi e a volte imbarazzanti. Quando i figli ormai adulti si riuniranno al capezzale della madre anziana e malata, sarà ancora una volta la vitalità sconclusionata della donna a infondere loro l’ultimo messaggio di fiducia e amore per la vita. E anche qualche sorpresa…

Con questa storia dal sapore dolceamaro, Virzì rende omaggio alla generosa vitalità dell’Italia di provincia, all’amore tra madri e figli e alla forza di certe donne, capaci di scatenare grandi passioni e grandi turbamenti, collocandosi idealmente nel solco della tradizione della commedia all’italiana.
Complice la mirabile interpretazione degli attori, alle prese con le insidie dell’accento livornese, il film cavalca l’onda delle emozioni e scava a fondo nell’intimità spesso inconfessabile delle relazioni familiari. Nella Anna di Micaela Ramazzotti emerge la complessa umanità di quelle donne in qualche modo vittime e complici della propria sensuosa corporeità, che le rende facili prede delle brame maschili e maschiliste. E ride Anna-Micaela, ride anche mentre piange, pur di proteggere l’innocenza dei suoi figli. Nella Anna matura della Sandrelli quella dolorosa complessità sembra in qualche modo attenuarsi e diventare qualcosa di diverso: è successo qualcosa nell’evoluzione del personaggio, che sfalsa un po’ la corrispondenza fra le due anime e i due volti della stessa figura, ma il film non ce lo racconta, lasciando allo spettatore il compito di colmare questa ellissi.

Rinunciando a quel sostrato di critica sociale a cui ci avevano abituato le precedenti opere dell’autore, La prima cosa bella sembra inoltre segnare un punto di svolta nella filmografia di Virzì.
Sono lontani, infatti, i tempi de La bella vita (1994), dove di scena era la crisi della classe operaia, o di Ferie d’agosto (1995), che coglieva la trasformazione sociale del paese all’indomani della discesa in campo di Berlusconi. Sono spariti i personaggi di Ovosodo (1997), My Name is Tanino (2002) e Caterina va in città (2003), con la loro critica al finto perbenismo radical chic e l’epopea dei piccoli eroi di provincia, sprovveduti e inadeguati, alla ricerca della loro normalità. Nessuna riflessione sulle seduzioni della modernità (Baci e abbracci, 1999), né sulle insidie del potere (N – io e Napoleone, 2006) o della precarietà (Tutta la vita davanti, 2008).
Ma quella di dribblare qualsivoglia problematica sociale (e in un film che percorre un quarantennio di vita italiana, gli spunti di certo non mancavano) è una scelta consapevole: «Forse per via di questo nostro periodaccio, in cui nella società ribollono sentimenti astiosi, sfiducia, risentimento, e forse anche perché il mio ultimo film, Tutta la vita davanti, mi aveva portato a confrontarmi con questioni sconfortanti del nostro tempo, e a mettere in scena personaggi anche inquietanti, stavolta son corso volentieri a rifugiarmi nel tepore del racconto di personaggi a cui voler tanto bene: il ciclo della vita, col suo mistero struggente ma anche gioioso, in una famiglia in fondo come tante. Per una volta, forse, niente problematica sociale, ma pezzi palpitanti del mio cuore».