La città invisibile

La città invisibileL’esordiente Giuseppe Tandoi racconta i giovani dell’Aquila dopo il terremoto, puntando tutto su amori adolescenziali e divergenze generazionali

di Elena Mandolini
mand.mae@libero.it

Sono passati quattro mesi da quel 6 aprile del 2009.  L’Aquila, con i suoi sopravvissuti, cerca di risorgere dalle macerie. Nella tendopoli allestita dalla protezione civile, Lucilla è fra le giovani che sono rimaste come volontarie per aiutare i terremotati, dividendosi fra l’infermeria e il coro della chiesa; inoltre si deve occupare del nonno Carmine che spesso perde il senno. Accanto a Lucilla c’è Valeria, amica snob che si è innamorata di Sorin l’extracomunitario che le ha salvato la vita, e Don Juan, giovanile e coraggioso parroco. L’esistenza di Lucilla prenderà una nuova strada grazie a Luca che, oppresso dal padre-padrone, vede sfumare la sua carriera di cantante rock; apparentemente diversi, i due ragazzi scopriranno di avere molte affinità.

Non è un film verità, di denuncia, né tantomeno politico. La città invisibile, esordio del ventottenne Giuseppe Tandoi, racconta la speranza, l’ardore e la passione giovanile, con pochi accenni alla sofferenza. Tandoi confeziona una regia pulita e semplice con pochi virtuosismi, ma che denota già una buona padronanza del mezzo; un regista su cui si dovrebbe puntare e aiutare a crescere nel futuro prossimo. Girato realmente nella tendopoli lo scorso anno, la sceneggiatura si incentra sui problemi adolescenziali e i difficili rapporti generazionali, usando come sfondo l’Aquila distrutta, che diventa pretesto per raccontare una convivenza forzata fatta di solidarietà ma anche di intolleranza.

Sembra quasi che Tandoi abbia voluto rendere omaggio a storie e film che sono irrimediabilmente impressi nella nostra mente. Proprio come Sandy di Grease, anche Lucilla da timido anatroccolo si scoprirà splendido cigno; così Luca che cercherà di diventare un uomo degno della sua donna, ricorda il Patrick Swayze di Dirty Dancing. C’è persino posto per un nuovo Don Camillo, interpretato dal bravo Gabriele Cirilli, e un omaggio a John Belushi col personaggio di Remo, alias il promettente Nicola Nocella, con tanto di citazione esplicita de I Blues Brothers; infine la storia di Valeria e Luca, strizza l’occhio alla tragedia di Romeo e Giulietta e il musical West Side Story. Il personaggio più interessante resta quello di nonno Carmine, interpretato da Riccardo Garrone, folle ma saggio del villaggio che snocciola perle di saggezza quando non è impegnato a creare più problemi alla protezione civile.

Tandoi, assieme agli sceneggiatori Emanuele Nespeca e Mario Rellini, accenna anche al difficile rapporto con la fede, che generalmente nasce in braccio alle catastrofi: c’è chi la rafforza e chi mette in dubbio l’esistenza di un qualcosa di buono e superiore. Tutte queste tematiche, dal razzismo al rapporto coi genitori, le difficoltà in amore e la fede, sono tutte accennate senza mai andare in profondità: un peccato. La città invisibile è un film adolescenziale per un pubblico giovanile; niente di più. Il 10% del ricavato andrà per il restauro della chiesa S. Maria degli Angeli.

Fish Tank

Fish_Tank

Nel pluripremiato film della regista britannica Andrea Arnold, una storia di ordinaria follia adolescenziale nell’anonima periferia inglese. Da non perdere

di Silvia Frigo
aristobimba@gmail.com

Il pluripremiato film della promettente Andrea Arnold (Premio della Giuria al Festival di Cannes 2009, Miglior Film BAFTA 2010) narra una storia-non storia: la vicenda non ha propriamente un inizio e una fine, ma racconta uno spezzone di vita di quella che potrebbe essere una teenager qualunque nata nella provincia inglese.
La protagonista è Mia (Katie Jarvis): 15 anni, una madre (Kierston Wareing – In questo mondo libero) troppo giovane ancora impegnata a divertirsi e una sorella, Tyler (Rebecca Griffiths) più piccola ma decisamente precoce e incline al turpiloquio. Mia vive in una cittadina del Sussex, è stata espulsa da scuola e aspetta di essere trasferita in un istituto per ragazze “difficili”. La sua vita fatta di giorni-fotocopia comincia a cambiare quando entra in scena Connor (Michael Fassbender – Hunger, Bastardi senza gloria), il nuovo “amichetto” della madre, che con fare tra il seduttivo e il paterno la invita a portare avanti la sua passione per la danza hip-hop.
Il titolo (Fish Tank - acquario) racconta e commenta insieme l’essenza del film: l’acquario è un’immagine efficace del condominio che fa da sfondo alle vicende di Mia, è la vita stessa della ragazza, che si muove dentro confini invisibili ma ben definiti, è lo stile cinematografico, quasi una lente di ingrandimento sugli esseri viventi che popolano questo piccolo pezzo di mondo.
Il movimento della macchina da presa è studiatamente “amatoriale”, sembra che molte scene siano riprese dalla videocamera che Mia usa per registrare il suo provino di danza.
Tutto il film sa di vita, di realtà. I personaggi sono persone, con i loro lati buoni e cattivi, i loro momenti no, gli attimi di follia.
Le vicende si snodano un passo dopo l’altro, con ritmo e lentezza al tempo stesso, proprio come la quotidianità: una sensazione che nasce da un progetto ben preciso della regista, che ha scelto di girare le scene in sequenza temporale, senza rivelarne precedentemente lo svolgimento agli attori. Non è un caso che la Arnold, nella sua seppur breve carriera dietro la macchina da presa, si sia già guadagnata, oltre ai riconoscimenti per Fish Tank, il Premio della Giuria al Festival di Cannes 2006 con Rer Road e il Premio Oscar, nel 2003, per il cortometraggio Wasp.
Fish Tank si inserisce nel continuum spazio-temporale in modo fluido e spontaneo, facendo scivolare inevitabilmente lo spettatore al suo interno.
Grazie all’interpretazione credibile degli attori, dai più esperti come Fassbender all’esordiente Jarvis (che interpreta nient’altro che se stessa), all’atmosfera avvolgente, al ritmo gradevole (nonostante, forse, la durata eccessiva), si esce dalla sala con una sensazione piacevole, rientrando dolcemente nella propria vita dopo un breve e delicato viaggio in quella di qualcun altro.

Il solista

Il solista

Nel nuovo film di Joe Wright una bella storia d’amicizia tra un giornalista e un talentuoso clochard e la straordinaria prova di Robert Downey Jr. e Jamie Foxx

di Elena Mandolini
mand.mae@libero.it

Un duetto tra Robert Downey Jr. e Jamie Foxx. Questo è Il solista, nuovo film di Joe Wright. La storia si basa sul romanzo omonimo del giornalista americano Steve Lopez. Geniale scrittore, ma un disastro nei rapporti interpersonali, Lopez scrive quotidianamente per il Los Angeles Time. Un giorno incontra nel parco cittadino, sotto la statua di Beethoven, il vagabondo Nathaniel Ayers mentre suona il violino in maniera impeccabile; incuriosito dallo strano personaggio e spinto dal desiderio di scrivere un bell’articolo, inizia ad indagare. Scopre così che Nathaniel, genio del violino e un tempo giovane promessa della musica, ha deciso di lasciare la prestigiosa scuola d’arte Juilliard proprio a metà corso. Capire cosa è successo nella vita di questo autentico talento e cosa lo ha spinto ad abbandonare la sua più grande passione: questo è il nuovo obbiettivo di Steve.

Joe Wright dirige un film impeccabile che ben dosa e unisce gli elementi visivi a quelli sonori: una vera e propria sinestesia, con tanto di sequenza fra suoni e colori. La bellezza del suono, l’eleganza della musica, nonché la passione e l’amore che ne derivano, vengono qui contrapposte alla difficili vite dei clochard, al freddo asfalto, alla frenetica città. Bella anche la sceneggiatura. Così ben scritta che con pochi dialoghi e tante immagini racconta la solitaria vita di Steve e la follia di Nathaniel; proprio come dovrebbe fare ogni film che si rispetti. Notevole, in tal senso, la sequenza in cui Steve cerca Nathaniel nei bassifondi col timore di ritrovarlo morto.

Come sottofondo Wright accenna al mondo del giornalismo, filtrato attraverso l’occhio di Steve che è alla continua ricerca della storia giusta per poter essere sempre in prima pagina; qualche accenno alla crisi della carta stampata e brevi flash di diversi servizi tg sulle tragedie più importanti degli ultimi anni.

La bellezza del film però cadrebbe senza il supporto dei due attori principali. Jamie Foxx dimostra d’aver meritato l’Oscar per Ray, ma qui viene superato da Robert Downey Jr. Sarà perché l’attore stesso ha superato tante difficoltà nella sua vita, sarà perché è così naturale quando recita, ma qui è davvero impeccabile. Un film sicuramente da vedere.

The Losers

The Losers

Mescolando scene d’azione e toni leggeri dal sapore irriverente, Sylvain White mette in scena un riuscito riadattamento della serie di fumetti di Andy Diggle

di Sandra Capitano
sandracapitano@gmail.com

Quando A-Team incontra Rambo che a sua volta incontra Mission Impossible il risultato è The Losers. Incalzante, chiassoso e impietosamente violento, l’adattamento cinematografico dell’omonima serie di fumetti scritti da Andy Diggle, illustrati da Jock e pubblicati da DC Comics/Vertigo, è divertente e ben recitato e, proprio per questo, differente dai consueti action-adventure-thriller d’importazione.

A dispetto del titolo (loser, in inglese, vuol dire perdente), Clay (Jeffrey Dean Morgan), Jensen (Chris Evans), Roque (Idris Elba), Pooch (Columbus Short) e Cougarn (Oscar Jaenada), membri di una unità delle Forze Speciali inviata in missione nella giungla boliviana, perdenti non lo sono affatto.

Dopo aver scoperto di essere diventati il bersaglio di un mortale intrigo pianificato dall’interno da un nemico spietato di nome Max (Jason Patric), i cinque decidono di combattere strenuamente per dimostrare la loro innocenza e vendicarsi. Ritenuti erroneamente morti, cercheranno di stare un passo avanti a Max, nel frattempo impegnato a trascinare il mondo in una nuova guerra globale ad alta tecnologia solo per il proprio profitto. Malgrado le loro abilità individuali e collettive, i Losers avranno bisogno di aiuto per riuscire a rientrare negli Stati Uniti senza essere scoperti. Interviene così la misteriosa agente Aisha, un’agile alleata (o forse nemica) interpretata dalla splendida Zoe Salanda, la Neytiri di Avatar, irreprensibile nell’insinuare sensualità e stile all’intera pellicola.

Servendosi di movimenti di camera nervosi e di un montaggio serrato, il regista Sylvain White, già noto ai media per la produzione di video musicali e per il teen-movie Stepping-Dalla strada al palcoscenico, miscela egregiamente scene d’azione di pura adrenalina a toni leggeri dal sapore irriverente. Se infatti A-Team (uscito in Italia lo scorso 18 giugno con un incasso di più di 2 milioni di euro), quale adattamento cinematografico del celebre serial Tv degli anni 80, si mostrava più composto e serioso, qui il senso dell’umorismo e il brio richiamano incessantemente la provenienza fumettistica della pellicola e la precisa volontà di non volersi prendere troppo sul serio.

Se dunque alla sola vista del trailer stavate già immaginando le vostre cellule cerebrali distruggersi a milioni, armatevi di pop-corn big size e correte a vederlo. Il combattimento corpo a corpo tra gli illesi Dean Morgan e la Salanda a suon di bottigliate, pugni e calci in stile kung fu mentre l’albergo va a fuoco, merita l’intero prezzo del biglietto.

Il maestro e la pietra magica

Il maestro e la pietra magicaUna favola targata Disney, ma di origine russa, che ricalca i topoi della fiaba tradizionale, ma con effetti speciali e personaggi alla Peter Jackson

di Elena Mandolini
mand.mae@libero.it

Facile capire perché la Disney ha deciso di acquistare e distribuire questo fantasy russo sotto il proprio marchio. Il maestro e la pietra magica altro non è che una favola vecchio stile, che Walt Disney ha raccontato per decenni: c’è la principessa in pericolo, la strega cattiva, il valoroso guerriero e la storia d’amore con un piccolo bacio a fior di labbra.

Ivan è un giovane apprendista intagliatore, destinato a diventare Sommo Maestro di una profezia nefasta, che lo vedrebbe involontario complice della perfida Contessa di Pietra: dovrà infatti intagliare e riportare in vita la magica pietra Alatyr, che la Contessa userà per uscire dalla sua prigione di pietra e dominare il mondo. Ivan e Katja, figlia della Contessa, improvvisamente si innamorano; un evento che cambierà il destino.

Il maestro e la pietra magica, firmato dal regista Vadim Sokolovsky, è un film ambizioso sia per gli effetti speciali che per la regia. Inevitabile è da notare l’impronta de Il signore degli anelli di Peter Jackson in diverse sequenze. La Torre della Contessa, ad esempio, ricorda subito quella di Saruman. Così anche gli Ardari, suoi seguaci, che vestono e posano esattamente come i Nazgul; persino i versi che emettono sono simili. Ben realizzata, comunque, la sequenza della loro creazione.

Nonostante qualche difficoltà in alcuni passaggi della sceneggiatura, è una pellicola gradevole sicuramente adatta ai bambini, ma che potrà annoiare qualche genitore ormai abituato a cartoni che rientrano anche nelle proprie corde. Scendendo in profondità, alcune sequenze risultano infatti un po’ lente, con diversi passaggi forzati, che non aiutano a rendere piacevole il film. I personaggi sono delineati con semplicità, ma senza crearne qualcuno che resti realmente impresso. Il più riuscito fra tutti resta comunque l’amico di Ivan: impacciato con la donna amata, spalla comica e leale compagno di guerra.

Come ogni favola che si rispetti non poteva mancare la morale: in fondo anche il cuore di pietra più duro, può scoprirsi buono. Per omaggiare la Disney arriva anche un moderno specchio magico, che quando va in tilt mostra la schermata del fuori onda.

The Box

The-box

Il thriller ispirato al racconto di Matheson si pone interessanti interrogativi etici ma con una deriva fantascientifica finale non del tutto necessaria

di Federico Capitoni
federico.capitoni@gmail.com

È un’occasione non del tutto colta questa di The Box, film thriller ispirato all’omonimo racconto di Richard Matheson. Al regista di Donnie Darko, Richard Kelly, sfugge dalle mani la possibilità di fare un film veramente intenso e dalla morale profonda. Gli interrogativi etici posti all’inizio del film (e c’è un forte sbilanciamento tra la prima parte, curiosa e coinvolgente, e la seconda, eccessivamente orientata al fantastico e al fantascientifico) non vengono affrontati in maniera esaustiva esplorandone ogni sfaccettatura. Il quesito sostanziale è questo: cosa fareste se vi offrissero una strana scatola con un pulsante che, se premuto, vi dà all’istante un milione di dollari in contanti provocando al contempo la morte (altrettanto immediata) di una persona qualsiasi in un posto qualsiasi del mondo? Le risposte sono due, sì, ma le motivazioni che portano all’una e l’altra scelta sono ben di più. Si può decidere di non premere perché non si crede all’assurdità della faccenda (perché dovrebbero darmi dei soldi per premere un bottone?) ma si può decidere di premere proprio perché si crede all’assurdità della faccenda (come può morire una persona alla sola pressione di un bottone); si può scegliere di non premere perché non vorremmo mai che nessuno morisse a causa nostra ma si può scegliere di premere perché ce ne freghiamo di qualcuno che muore, abbiamo bisogno di soldi e siamo noi a non voler morire (di fame). A rifletterci davvero le possibilità si moltiplicano, ma dove il film – o, più in generale, la storia – risulta banale è nel non lasciare che il dilemma morale costituisca di per sé il racconto e invece nel puntare su tutta una questione di alieni, zombie e portali ultradimensionali. Sarebbe bastato – e sarebbe di certo stato più difficile – scrivere una storia normale, senza la fantascienza, la Nasa e gli ultracorpi di mezzo (ma gli americani non sanno rinunciare a certi modelli) in cui semplicemente venivano poste le persone di fronte alla sadica scelta e basta. Perché è ovvio che se si preme un bottone, come se si fa qualsiasi altra azione, così come se si sta immobili o se si dorme, qualcuno, da qualche parte, morirà; è il normale ciclo dell’esistenza. Non era importante creare la conseguenza (spingo, dunque uccido), era sufficiente mettere alla prova, senza che si sapesse se una sopraggiunta morte davvero fosse colpa di chi aveva egoisticamente scelto di ricevere in dono dei soldi. L’etica qui immaginata è – ed è esatta – di formulazione abelardiana: si pecca nell’intenzione, non nell’atto. Dunque non è fondamentale conoscere la conseguenza dell’atto; ciò che conta è la pulsione che ha spinto a pensare in un certo modo, ad agire in un certo modo. Nel film poi, per spettacolarizzare e dare un finale in pasto allo spettatore, le conseguenze (che nella filosofia scolastica si pagano più spesso davanti a Dio che nella vita) si fanno invece notare e sono disastrose per la coppia di coniugi Cameron Diaz e James  Marsden, due brave persone le quali cedono però alla tentazione del milione di dollari (puramente virtuali, come volevasi dimostrare, dacché non riusciranno a goderseli). Ovviamente la loro è una storia singolare, incastrata in mezzo a molte altre tutte connesse e che si passano la scatola come fosse in comodato d’uso. Curiosità da notare è che in tutti i casi raccontati è sempre la donna della coppia a schiacciare il pulsante. Cosa che forse in parte evidenzia anche la condizione spaurita del maschio odierno. È il mito di Adamo ed Eva che ritorna, solo che almeno in quel caso la donna seduceva, tentava, e l’uomo coglieva la mela. Qui fa tutto lei al cospetto di un maschio (non necessariamente più assennato, magari soltanto più spaventato) immobile con le mani incrociate sotto a un tavolo e che adesso non sembra neppure in grado di premere un bottone.

Che fine ha fatto Osama bin Laden?

Che fine ha fatto Osama bin LadenIl sopravvissuto alla maratona-McDonald Morgan Spurlock si riaffaccia nelle sale italiane con una pellicola che vorrebbe far discutere, ma non lo farà

di Angelo Mozzetta
angelomozzetta@tiscali.it

Torna nelle sale italiane Morgan Spurlock, l’irriverente e provocatorio documentarista/attore militante noto ai più per la sua pellicola d’tesordio Super Size Me, in cui dava prova di masochismo nutrendosi per un intero mese soltanto da McDonald, filmando il tutto e finendo in ospedale. L’italia ignora che abbia prodotto altri 5 documentari fra il primo e l’attuale Che fine ha fatto Osama Bin Laden?, che fra l’altro è del 2008, ma ormai nel Bel Paese ci abbiamo fatto il callo.

Morgan apre il film con la consueta ironia: una improvvisa paternità scatena in lui l’istinto di protezione e la voglia di far vivere il figlio in un mondo sicuro e per questo vuole stanare nientemeno che Osama Bin Laden, e progetta la caccia all’uomo sottoponendosi persino a uno specifico addestramento antiterroristico. Ma stavolta lo Spurlock regista punta più in alto, tanto nei contenuti quanto nella tenica cinematografica: la ricerca del fantomatico Numero Uno di Al-Quaeda da parte dell’inadeguato protagonista altro non è che un (sacrosanto) pretesto per analizzare e criticare la politica estera degli USA in Medio Oriente, attraverso le voci e le opinioni di gente più o meno comune di Egitto, Marocco, Palestina, Israele, Arabia Saudita, Afghanistan, Pakistan. La produzione ha, rispetto al 2004, qualche soldo in più e lo spende in effetti speciali, grazie ai quali un fittizio videogame in 3D diventa il canovaccio della narrazione e un allegorico corto di animazione mostra i veri fondamenti ($) della politica estera americana. Ogni singolo paese è analizzato come realtà a se stante e in questo senso Spurlock coglie nel segno: il mondo islamico è qualcosa di molto più complesso, variegato e profondo di 20 estremisti che bruciano una bandiera a stelle e strisce. D’altronde la gente comune ha gli stessi problemi degli occidentali, far studiare i propri figlie e regalargli un futuro migliore del proprio presente. Riesce così ad analizzare pian piano aspetti e possibili evoluzioni della più pretestuosa invenzione dell’umanità negli ultimi 20 anni: la “guerra al terrorismo”. Più correttamente, la fa analizzare agli altri ponendo le domanda giuste. Poi ad un tratto succede quello che ti aspettavi dall’inizio, ma che speravi non succedesse: il film collassa in una retorica a tratti imbarazzante, a volte affiorata ma mai esplosa del tutto, e Spurlock ci dice che la guerra non è una soluzione, che occorrono fatti e non parole, che la violenza genera violenza. Grazie Morgan, se non ce lo dicevi brancolavamo nel buio. Ultima scena, la nascita del primogenito.

Conclusione: Spurlock è migliorato tecnicamente, la pellicola scorre piacevolmente, più di una volta si ride di gusto, si riflette e quasi ci si commuove, ma la sensazione è che lui stesso abbia realizzato un film incompiuto, in cui ha affrontato un tema a lui magari a cuore ma in maniera un pò vaga, senza un’idea precisa di dove voler andare realmente a parare: capiamo l’emozione di diventare genitore, ma la saggezzza da Baci Perugina la lasciasse ad altri, che se ne trova in abbondanza. Risultato: della politica estera americana e della questione mediorientale non sappiamo una virgola di più, anche perchè Spurlock sembra aver accuratamente evitato di fare nomi importanti… ne viene fuori l’ennesimo film di (supposto) impegno civile che non sposterà né un’idea né tantomeno un voto. Ma allora cos’è? Proveremo a chiamarlo intrattenimento a tema socioculturale.

Toy Story 3 – La grande fuga

Toy Story 3

La Pixar chiude il ciclo con il solito capolavoro. Divertimento, risate e commozione per un nuovo grande classico

di Angelo Mozzetta
angelomozzetta@tiscali.it

Parlare di Toy Story 3 – La grande fuga significa per forza di cose parlare di storia del cinema, più precisamente della nascita e dell’evoluzione del genere meglio sviluppato degli ultimi anni, il film d’animazione in 3D, e ovviamente dell’artefice Pixar, che sempre più nell’immaginario collettivo sostituisce la Disney. Cambiano i tempi, cambiano i bambini: la fantasia si adegua.
Mai allegoria fu più azzeccatta di quella dello stesso fantastico mondo  di Toy Story: il primo film (Toy Story – Il mondo dei giocattoli, 1995) disegnato a mano e poi interamente ridigitalizzato della storia (realizzazione Pixar, distribuzione Disney…) è uno scontro-incontro fra vecchi (il Cowboy Woody) e nuovi (lo Space-Ranger Buzz) giocattoli, che alla fine si alleano per amore del loro proprietario, il piccolo Andy. Alla Pixar lo considerano “Il nostro Biancaneve e i sette nani” (Steve Jobs). Nel secondo episodio invece (Toy Story 2 – Woody e Buzz alla riscossa, 1999) Woody si rompe ed ha paura di essere abbandonato, viene tentato dalle luci della ribalta ma, grazie anche all’aiuto di Buzz e soci, rimane fedele ad Andy. L’intera progettazione avviene ormai in digitale, e la stessa Pixar abbandona lo stile narrativo da fiaba Disney: ritmo e sceneggiatura frizzante, musical all’osso, divertimento assicurato.
E arriviamo all’attualità: terzo episodio. La Pixar non ha fretta, si prende più di 10 anni e tira fuori un prodotto maturo, complesso e curatissimo. Stavolta Andy è cresciuto e sta per partire per il college, e quasi tutti i giocattoli, tranne Woody, stanno per finire in soffitta. Ma c’è un’alternativa: l’Asilo Sunnyside, che si presenta paradiso ma si rivelerà prigione. Una grande sceneggiatura mescola sapientemente nel ricco intreccio narrativo gags esilaranti in quantità industriale ad alcuni momenti di riflessione e commozione ben costruiti e collocati, ma il punto forte è certamente l’innumerevole quantità di personaggi a cui basta una sola battuta per entrare nella storia. Il nuovo linguaggio del cinema d’animazione è giunto ormai a maturazione, forse proprio con questa ora e quarantasette che incolla allo schermo senza mai stancare. Il sincretismo culturale e la fusione di registri sono stile: in Toy Story 3 – La grande fuga c’è horror, western, commedia, tragedia, dramma, melodramma, musical, spy-story, action-movie, fantascienza, documentario… ed addirittura un paio di idee ispirate al rivale Shrek: la comicità iconoclasta nel duo Barbie/Ken e la caliente modalità spagnola di Buzz. Montaggio, colonna sonora, fotografia: tutto perfetto, bello anche il doppiaggio italiano, grandissimo De Luigi/Ken.
Il finale strappa qualche lacrimuccia e ci fa mettere nei panni di un Andy ormai cresciuto ma con un po’ di nostalgia per la sua infanzia, immagine perfetta di un cinema per bambini che ormai da almeno un decennio punta anche ad un’infinita schiera di adulti Peter-Pan.
“Il primo era carino, gli altri insomma…” è diventato il luogo comune del cinema degli ultimi decenni, al pari di “Era meglio il libro…”. Nel caso di Toy Story, trilogia degna di questo nome, la qualità dei singoli episodi è invece andata crescendo ed anzi rappresenta in se stessa l’anello di congiunzione di un passaggio ormai ultimato dalla tenerezza dei grandi classici Disney alla vulcanicità del nuovo mondo Pixar che, consapevole del ruolo, non rinnega ma anzi rinnova ed omaggia la tradizione. E così, come quando c’era Walt, prima dell’inizio un piccolo corto di animazione che è un gioiello, e da solo varrebbe il doppio del prezzo del biglietto: Quando il giorno incontra la notte, che mai come nessuno miscela animazione classica Disney e 3D, ispirandosi alle visioni surrealiste di Magritte e plasmandole in gag slapstick per un inno all’amicizia e all’accettazione del diverso. E il film ancora non è cominciato…

Brotherhood

BrotheroodUn amore omosessuale all’interno di un gruppo neo-nazi nel potente film d’esordio del danese Nicolo Donato, vincitore all’ultimo festival di Roma

di Luca Biscontini
lucabiscontini@hotmail.it

Vincitore della scorsa edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, Broterhood (Fratellanza) approda nelle sale italiane in un periodo dell’anno non particolarmente vivo; eppure, a parte l’investitura romana, il film di esordio di Nicolo Donato, regista danese di origini italiane, classe 1974, presenta non pochi punti d’interesse. Forse il tema dell’omosessualità, così ampiamente portato alla ribalta negli ultimi anni, comincia a perdere carisma, anche se, considerati gli ultimi fatti verificatisi nell’ambito della rassegna cinematografica ‘Queer in action’, che avrebbe dovuto regolarmente svolgersi presso l’università La sapienza di Roma, continuare a porre la questione della libertà sessuale è da considerarsi, più che mai, cosa buona e giusta.

Deluso da un mancato avanzamento di carriera, Lars (Thure Lindhardt) decide di lasciare l’esercito e, in preda allo smarrimento, si fa risucchiare all’interno di un patetico movimento neo-nazista, prendendo parte alle becere spedizioni punitive organizzate ai danni di omosessuali, clochard, immigrati.

Le minoranze spaventano terribilmente forse perché, come diceva il professor George Falconer di A Single Man, sono invisibili, o solo perché non vi è in esse la volontà di divenire “maggioranze” e quindi, non aspirando ad alcuna forma di potere, spiazzano coloro che sotto il giogo dell’ordine e del comando sono nati e pasciuti. Ma è l’incontro tra Lars e Jimmy (David Dencik), da tempo affiliato al gruppo di estrema destra, a innescare il cortocircuito che produrrà l’inizio di un nuovo percorso di ricerca d’identità. Il loro approccio, dapprima marcato da una virile complicità (tema ricorrente nei film del maestro Johnnie To), lascia lentamente il passo a una tenerezza che li sorprende, gettandoli nel vortice di una passionale storia d’amore.

E, come ben si può comprendere, una coppia omosessuale all’interno di una smanada di picchiatori inneggianti a Hitler è come una bomba a orologeria. Gli esiti di della vicenda sono particolarmente funesti, e il male dal quale i due sembravano essersi redenti riappare pericolosamente, quasi a voler pareggiare i conti col tentativo di liberazione intrapreso. Rimaniamo sospesi, senza sapere cosa accadrà.

Mentre redigeva l’agile recensione, lo scrivente è stato sorpreso da un’agenzia dell’Adnkronos, di cui riporta il testo integrale: «Roma, 30 Giugno -  Brotherhood fa già parlare di sé, anzi scrivere: in Piazzale delle Belle Arti a Roma tutti i manifesti parapedonali del film “omo-nazi” di Nicolo Donato sono stati marchiati in rosso, con simil svastiche. Oltraggio, “ragazzata”, dissenso? Difficile dirlo, ma il film vincitore dell’ultimo Festival di Roma spera di trovare tante sottoscrizioni pure in sala…».

Butterfly Zone

Butterfly Zone

Arriva in sala il fantasy italiano che ha vinto il Premio Méliès. Luciano Capponi non convince, ma almeno tenta una nuova strada

di Elena Mandolini
mand.mae@libero.it

Vladimiro ha perso di recente suo padre, il Prof. Chenier. Tornato nella tenuta di campagna per organizzare il funerale e decidere se vendere o meno la proprietà, Vladimiro scopre che il padre aveva realizzato una partita di vino con l’uva del proprio orto, contaminata anni prima da una strana luce aliena. Con il ritrovato amico d’infanzia Amilcare, inizia a bere quel delizioso vino con un esito inaspettato: chi lo beve può entrare nell’aldilà per un arco di tempo ben preciso. Le conseguenze non tarderanno ad arrivare.

Butterfly Zone – Il senso della farfalla è il primo lungometraggio del regista Luciano Capponi, con cui si è aggiudicato il Premio Méliès come miglior film fantasy nell’edizione del 2009. Nel film si mescolano i tipici elementi del genere: mistero, magia, lotta fra il bene e il male e irrealtà.

Tanto di cappello al coraggio di affrontare un genere a totale appannaggio degli angloamericani, ma il film crolla proprio sul senso di irreale che pervade la storia. Scrivere un fantasy non significa mettere insieme più elementi magici e fantastici per creare situazioni assurde, tenendo a mente come giustificazione che tanto è il genere stesso che ci permette diverse licenze poetiche. Guardando Butterfly Zone, si ha l’idea che vi siano troppe fila, che poi arrivano forzatamente alla conclusione. E cosa ancor più rilevante, manca una solida idea di base: il vino dell’aldilà può dare il giusto avvio, ma poi serve qualcosa di molto potente per mandare avanti un lungometraggio. Persino alcuni dialoghi risultano letteralmente assurdi, con sequenze troppo surreali, ingiustificabili e personaggi che sembrano tanto caratteristi privi di logica. Come termine di paragone ci si potrebbe soffermare su Harry Potter o il Signore degli anelli, o ripensare a La storia infinita: sceneggiature ben scritte, con dialoghi privi di hobbit, fate, o quant’altro, che parlano in maniera sconclusionata e senza logica, con sequenze concatenate da causa ed effetto. Un po’ commedia, un po’ dramma, un po’ thriller, Capponi gioca coi dialoghi per alternare momenti di suspence a quelli più satirici, senza mai amalgamarli alla perfezione. La regia, invece, punta sui giochi fra colori e sfumature in seppia: l’aldilà è sbiadito, quasi incolore, mentre l’aldiquà è saturo di sapori e sfumature. Apprezzabile metafora, che tanto ricorda le scelte stilistiche di Tim Burton.

Gli attori giocano bene le loro carte. Pietro Ragusa e Francesco Martino, in alcune scene non riescono ad entrare nel mood, ma comunque portano a casa una buona prova. La sorpresa è Francesco Salvi: bravo, decisamente. C’è persino la bella Barbara Bouchet qui in veste di cattiva baffuta.

Per alcuni Butterfly Zone sarà la conferma che gli italiani ancora non sono in grado di girare fantasy, per altri l’inizio di una strada da provare e riprovare a percorrere. Per curiosità, e perché no, con l’intento di aiutare chi vuole far altro nel cinema italiano, si potrebbe comunque vederlo.

The Twilight Saga: Eclipse

DF-10639Twilight… e tre! Arriva il terzo e attesissimo capitolo della saga romantico-fantasy tratto dai best seller di Stephenie Meyer

di Silvia Frigo
aristobimba@gmail.com

Ai vertici delle classifiche sin dall’uscita del primo romanzo, nel 2005, la saga di Twilight è riuscita a guadagnarsi sul grande schermo lo stesso consenso della versione stampata: The Twilight Saga: Eclipse è il terzo episodio del racconto, e tutto lascia presagire un successo annunciato. Purtroppo per gli impazienti, la storia non porta ancora la parola fine, attesa con il quarto film, Breaking Dawn.

Dopo il momento introduttivo del primo episodio e il mood “riflessivo” del secondo, in questo film la vicenda raggiunge il suo apice: messe da parte le necessarie premesse e l’esplorazione introspettiva dei protagonisti, The Twilight Saga: Eclipse lascia finalmente spazio all’azione e alla narrazione vera e propria.

I protagonisti principali sono ancora una volta l’indisciplinata e insicura Bella Swan (Kristen Stewart), il vampiro romantico Edward Cullen (Robert Pattinson) e il licantropo dal cuore d’oro Jacob Black (Taylor Lautner), che adesso più che mai vivono il triangolo amoroso che da sempre ha creato tra loro conflitti e tensioni.
Bella si trova suo malgrado a dover definire i propri sentimenti per entrambi i ragazzi, nel difficile momento in cui una nuova minaccia incombe su di lei e sulle persone che le sono care.
L’assetata vampira Victoria (Bryce Dallas Howard), alla quale Edward ha ucciso l’amato compagno, sta creando un vero e proprio esercito di vampiri, i cosiddetti Neonati, più forti e più incontrollabili che mai, sotto la guida del suo amante Riley (Xavier Samuel), per attaccare la famiglia Cullen e vendicarsi con il sangue di Bella.
Per far fronte all’attacco, i Cullen si alleano con il branco dei Lupi, i loro nemici di sempre, ed insieme si preparano alla battaglia finale…

The Twilight Saga: Eclipse è il film che porta alla massima esplosione le due anime dei romanzi della Meyer: quella più prettamente sentimentale, che vive attraverso le vicissitudini amorose dei tre protagonisti, e quella fantasy-d’azione, che crea un mondo tutto nuovo, dotato di regole proprie.
In questo episodio più che negli altri è l’azione il filo conduttore delle vicende: Bella stessa è molto più attiva, si muove, prende decisioni.
Ed è proprio la necessità di fare delle scelte il tema maggiormente esplorato: la scelta di Bella tra l’amore e la famiglia, tra la vita eterna e le emozioni umane, tra Edward e Jacob. Le scelte di tutti i suoi coetanei e fruitori del film, che attraverso di esso imparano che ogni decisione, compreso il non prendere una posizione, porta con sé conseguenze e responsabilità.
The Twilight Saga: Eclipse è un racconto di crescita, che ha una sua poetica al di là dell’immaginario “fisso” dell’adulto, che sa ricreare l’emotività estrema e le paure dell’adolescenza. In particolare, i protagonisti si prendono molto sul serio, i dialoghi toccano picchi “surreali” di coinvolgimento emotivo, causando qualche risata agli occhi disillusi di chi ha qualche anno in più ma interpretando fedelmente gli slanci adolescenziali. Il mondo di riferimento che ne viene fuori è comunque una nuova generazione positiva, che porta avanti valori come lealtà, amore, amicizia, verginità.
Al tempo stesso, la pellicola diventa spettacolo e intrattenimento nel dar vita ai combattimenti tra vampiri e lupi, e all’atavica lotta tra bene e male.
Nell’epico scontro finale come nelle scene di preparazione alla battaglia, gli effetti speciali (curati dai Tippett Studios) rendono credibili creature come vampiri e lupi mannari, mentre i frequenti flashback ambientati in epoche diverse arricchiscono e rendono dettagliato il racconto. Si può dire che con The Twilight Saga: Eclipse il mondo fantastico creato dalla Meyer abbia acquisito una propria storia, geografia e fisica perfettamente fusi con quello reale. La regia di David Slade (30 giorni di buio, Hard Candy), pur nella continuità narrativa, lo rende diverso dai film precedenti per il ritmo veloce e la dinamicità, accompagnati e sottolineati dalle musiche di Howard Shore (tre Academy Award®, quattro Grammy e tre Golden Globe per la trilogia de Il signore degli anelli).

Nessun dubbio quindi che il terzo capitolo della saga di Twilight sarà all’altezza delle aspettative dei suoi fedelissimi fan e, perché no, di sorprendere qualche scettico con la sua atmosfera fantastica e il racconto delicato.

Affetti & dispetti

La nanaIl cileno Sebastián Silva mette in scena una storia ricca di sentimenti, relazioni e situazioni realistiche con ottimi interpreti e una regia eccellente

di Federico Capitoni
federico.capitoni@gmail.com

Prima cosa: non lasciarsi ingannare dal titolo del film; La nana non parla di una donna di bassa statura e la traslazione italiana – Affetti e dispetti - a opera dei soliti geni (deficienti) del marketing è un titolo ridicolo. Seconda cosa: non fidarsi della locandina che ritrae la cameriera (la tata, la nana appunto) con una maschera da gorilla; La nana non è un film comico. Se si andrà al cinema con questi due punti saldi almeno si eviterà di restare delusi quando le aspettative di trovarsi di fronte a un film sul circo saranno state disattese. L’opera del cileno Sebastián Silva è invece una storia di sentimenti, di affetti veri, di relazioni che si instaurano nonostante i piani differenti e che spesso soffrono proprio di una mancata percezione della diversità delle dimensioni che connettono.

Raquel fa la cameriera in una famiglia benestante che considera ormai, dopo oltre venti anni di servizio, la sua famiglia. Ma così non è, i componenti di quel nucleo sono i suoi datori di lavoro e pur volendole bene non mancano di farglielo notare. Lo stress e le condizioni di salute non eccellenti di Raquel spingono la padrona di casa a cercare una cameriera che possa affiancarla. Raquel vedrà in questo un pericolo per la sua considerazione (intesa in maniera fallace) come membro all’interno della famiglia e riuscirà a sbarazzarsi di ogni concorrente a suon di dispetti e scorrettezze. Finché non arriva Lucy, una ragazza così solare che imporrà a Raquel il suo punto di vista positivo sulle cose facendola – forse – cambiare.

Girato in casa del regista stesso, La nana non è un film definibile bello o memorabile ma rinfranca il fatto che possa dirsi realistico. La storia è realistica, i protagonisti lo sono (anche se Raquel è di un’acidità e di un’ostilità difficilmente riscontrabili quotidianamente); un po’ per la bravura del regista, alla sua seconda prova cinematografica; molto per quella di tutti gli attori – Catalina Saavedra in testa (miglior attrice al Sundance e a Torino) – anche quelli più piccoli, ottimi interpreti della parte di quegli adolescenti (normali) che invece nei film italiani fanno spesso pena.

City Island

City IslandSegreti e bugie nella esilarante commedia indipendente di Raymond De Felitta, con una lettura critica della società della (non) comunicazione

di Raffaele Serinelli
raffaeleserinelli@hotmail.com

Vincitore dell’Audience Award al Tribeca film Festival, City Island è una esilarante commedia firmata dal regista Raymond De Felitta. Vince Rizzo (Andy Garcia) vive con la sua strampalata famiglia in una zona sconosciuta ma molto bella di New York. Sospettato dalla moglie (Julianna Margulies) di coltivare una relazione clandestina, la guardia carceraria Vince, nasconde in realtà un “imbarazzante” segreto, prende lezioni di recitazione. I segreti e le bugie che stanno per sconvolgere i precari equilibri della famiglia Rizzo non finiscono qui. La figlia maggiore, espulsa dal college all’insaputa dei genitori, arrotonda la paghetta mensile facendo la spogliarellista. Dal kaos generale non si salva neanche l’adolescente secondogenito, colto, nel pieno del suo sviluppo ormonale, da una irrefrenabile attrazione per le donne obese. A complicare il quadro già confusionario, ci pensa il giovane Tony Nardella (Steven Strait), galeotto uscito dal carcere e preso in custodia dallo stesso Vince perché figlio di un’avventura precedente al suo matrimonio. L’amicizia con una ragazza che segue le stesse lezioni teatrali, potrebbe aiutare il frastornato padre di famiglia a dire tutta la verità, ma come nelle migliori commedie anche quest’ultima ha un segreto difficile da confessare.

Prodotto indipendente del cinema di stampo USA, questa commedia all’insegna degli equivoci e del non detto, risulta essere veramente divertente. Riprendendo molti dei cliché del genere, a farla da padrone è proprio l’interpretazione volutamente italianizzata del bizzarro Andy Garcia. La tranquillità del quartiere Newyorkese fa da contraltare all’irrequietudine degli animi dei Rizzo, dando vita ad una serie di esilaranti momenti di salutare comicità. Nonostante il tema di fondo sia già stato riproposto in molti dei film che rispecchiano questa categoria, De Felitta riesce a costruire una storia leggera, ma che possiede alcuni elementi di riflessione da non sottovalutare. La frustrazione della moglie di Vince, l’ossessione per i siti pornografici con soggetti obesi del figlio Vince Jr, il lavoro poco edificante della figlia più grande e la moltitudine di silenzi fanno di questa commedia un potenziale sguardo critico nei confronti di una civiltà che soffre sempre di più la mancanza di comunicazione interpersonale “vera”. La famiglia, per antonomasia l’unico posto dove rifugiarsi quando le cose sembrando non andare per il verso giusto, perde il senso ontogenetico che la caratterizza e diviene luogo di deformanti fraintendimenti. Un barlume di speranza il regista lo ripone nell’unico aspetto che desta sempre qualche perplessità, l’amicizia tra uomo e donna. Proprio nelle mani della compagna di teatro di Vince, viene affidato il compito di moralizzare, disciplinando atteggiamenti controproducenti. Ma il segreto che si cela dietro la giovane attrice rende più complicato un quadro già di per sé confusionario. Nel complesso De Felitta diverte e centra il bersaglio, dando vita ad un film che senza grandi pretese riesce a divertire e a far ridere.

Poliziotti fuori

Poliziotti fuoriUn film piacevole e divertente che scorre in modo veloce verso un epilogo annunciato, a cui arriva senza annoiare mai

di Stefano Papalia
stevenpap@hotmail.it

Tracy Morgan, alias Paul Hodges, ci mette decisamente del suo e non tradisce neanche un po’ la sua fama di mattatore. Bruce Willis, alias Jimmy Monroe, ci sta bene nei panni del detective famoso e sicuro di sé e non disdegna battute sarcastiche a cui è difficile resistere. Quello in cui s’imbattono è assolutamente inaspettato, ma lo affrontano con allegria e determinazione, senza mai perdersi d’animo, perché sono due veri duri!

Poliziotti fuori ha come protagonisti due colleghi veterani del dipartimento di polizia di New York, che si ritrovano sulle tracce di una figurina di baseball rara e in perfette condizioni, ma rubata. Nella ricerca della figurina i due vecchi amici si trovano a dover fare i conti con un gangster spietato e ossessionato dai cimeli antichi e prima di poter ritrovare l’ambita `52 Pafko, dovranno anche aiutare una bellissima donna messicana, in possesso di una chiave con cui è possibile accedere a migliaia di dollari in conti bancari off-shore e che proprio a causa di questa montagna di denaro, è già la testimone di un omicidio. Il detective Jimmy Monroe voleva soltanto incassare una bella cifra per la vendita della sua Pafko, così da poter pagare le spese dell’imminente matrimonio di sua figlia. Ma quando una cosa deve andare storta, non può certo andar dritte e la figurina viene rubata prima ancora di poter essere venduta. Paul Hodges è il complice anti-crimine di Jimmy, la cui preoccupazione per l’infedeltà della moglie gli rende difficile concentrarsi su qualsiasi altra questione, quanto mai sul crimine. Già nei guai e con nulla da perdere, esonerati dal servizio per cattiva condotta, convinti che peggio di così non possa andare, i due sbirri infrangeranno tutte le regole, fino a cercare l’aiuto di un ladro di nome Dave, alias Seann William Scott, che diventa l’unica speranza.

Il film è diretto da Kevin Smith, che come di consueto, è anche il montatore, è basato sulla sceneggiatura di Robb Cullen e Mark Cullen, è prodotto da MarcPlatt, Polly Johnsen e Michael Tadross. Adam Siegel, Robb Cullen e Mark Cullen sono, invece, i produttori esecutivi.

La troupe dietro le quinte comprende il direttore della fotografia David Klein, lo sceneggiatore Michael Shaw, la costumista Juliet Polcsa e il compositore candidato all’Oscar Harold Faltermeyer.

Alice

AliceL’opera prima di Oreste Crisostomi si ispira alla fiaba di Carroll e ai grandi maestri del cinema, ma soffre di un taglio televisivo e di dialoghi spesso banali

di Stefania Pala
stefania.pala@gmail.com

Opera prima del ventottenne ternano Oreste Crisostomi, che l’ha scritto, pensato e diretto, Alice è una commedia dalle molte ambizioni che si risolve, ahinoi, in un nulla di fatto.

Il regista si è ispirato all’Alice nel paese delle meraviglie di Carroll e ha infarcito la pellicola di citazioni cinematografiche, da Allen a Moretti, da Ozpetek ad Almodovar, arrivando persino a scomodare l’universo onirico felliniano nel tentativo di celare la totale mancanza di contenuti.

Il film racconta le vicende personali di una ragazza alle prese con l’amore, l’amicizia, la famiglia, la voglia e la difficoltà di diventare grandi.

Alice (Camilla Ferranti) vive in provincia tra famiglia grottesca, amici gay, amori illusori e la fioraia new age (cameo di Catherine Spaaak) che è una specie di grillo parlante. Troverà il suo specchio nel nerd ma simpatico Carlo (Antonio Ianniello), il classico ragazzo che non avevi mai preso in considerazione ma che si rivela su misura per te.

I dialoghi sono spesso banali, e il film soffre di inquadrature al limite dell’amatoriale e di una sceneggiatura scontata e poco originale che lascia spazio ad una carrellata di infinite ovvietà e personaggi stereotipati: il classico brutto anatroccolo che riesce a trasformarsi in cigno, la madre isterica e frustrata (Fioretta Mari) la nonna eccentrica (Gisella Sofio), il belloccio donnaiolo bastardo e per questo affascinante (Giulio Pampiglione).

Tutt’altro discorso vale invece per la fotografia vivida e brillante di Antonello Emidi, frutto di uno studio su Hopper e sul fotografo Gregory Crewdson, capace di creare immagini fulgide e vivaci che contrastano con la piattezza della sceneggiatura e della recitazione da fiction televisiva.

L’estate e le pellicole assurde

About EllyCon l’arrivo della bella stagione, le sale si svuotano e arrivano i kolossal americani. E qualche bel film indipendente

di Sandra Capitano
sandracapitano@gmail.com

«In città d’estate danno solo pellicole assurde…», rifletteva Nanni Moretti, in giro sulla sua vespa per una Roma deserta, nella scena più cult di Caro Diario.
Non è ancora agosto e le città sono tutt’altro che deserte, ma nella programmazione cinematografica di questi giorni, così come in quell’Italia morettina del ’93, qualche stramberia in atto c’è già.

E non stiamo parlando solo de L’imbroglio nel lenzuolo, improbabile coproduzione italo-spagnola, uscita questo fine settimana (e meritatamente al 16° posto della classifica) con una Maria Grazia Cucinotta super ritoccata anche nel poster. Siamo anche ben lontani dagli incubi notturni da Henry pioggia di sangue, quelli in cui Moretti immaginava di interrogare fino allo stremo il critico che aveva suggerito la visione di quell’horror-splatter. È piuttosto la dirompente e quanto mai impetuosa invasione di titoli americani a stupirci davvero. Perché tra i primi 10 posti del box office di quest’ultimo weekend, ben otto sono made in Usa.

All’inutile rivisitazione del telefilm A-Team, al primo posto con 900.000 euro d’incasso, hanno fatto seguito infatti l’horror in 3d The Hole (l’originale era del 2001, diretto dal britannico Nick Hamm), la commediola romantica 5 appuntamenti per farla innamorare (fallito tentativo di Nia Vardalos di ottenere il medesimo successo de Il mio grosso grasso matrimonio greco ), Sex and the city 2 (4°, con quasi 6 milioni), Tata matilda e il grande botto (5°, con 1 milione a oggi), Prince of Persia (6°, con 6 milioni in 5 settimane); Robin Hood (7°, con 10 milioni) e Saw VI (8°, con quasi 2 milioni).

Tranne qualche eccezione, questo noioso elenco è composto da rifacimenti di titoli conosciuti, nonché da sequel, prosecuzioni e remake che, a volerla dire tutta, né intrattengono, né sbalordiscono.
La dinamica non è nuovissima e ha anche una sua spiegazione. Essendo, quella estiva, una fase notoriamente di calo delle presenze cinematografiche in Italia (un ventesimo dell’affluenza rispetto al periodo natalizio), sono solamente le case americane a potersi permettere di rischiare, considerato che i ricavi ottenuti nel territorio italiano rappresentano semplicemente una minuscola parte del totale mondiale realizzato. Come a dire: incassare poco in Italia non fa parecchia differenza nel conteggio dello sfruttamento globalizzato del prodotto. Del resto, un calo così vertiginoso delle presenze è riscontrabile solo nella nostra penisola e per motivi, oltre che di abitudine e mentalità, strettamente legati alla singolare configurazione geografica del paese (estendendosi per lungo, è possibile raggiungere il mare in poche ore).
Laddove Inghilterra, Germania o Svezia subiscono solo una lieve flessione dunque, il territorio statunitense non patisce addirittura alcuna alterazione: il cartone Toy Story 3 questo fine settimana ha incassato più di 109 milioni di dollari.

E se le medie-grandi distribuzioni col caldo non rischiano (la Medusa ci aveva provato lo scorso anno con Un’estate ai Carabi, ma i risultati furono alquanto discutibili) le piccole case indipendenti, al contrario, tentano la sorte. Avendo più spazio a disposizione e minore competizione rispetto al sovraffollamento delle stagioni più propriamente cinematografiche, provano a rappresentare con i loro piccoli prodotti la vera controproposta ai colossi americani.
È il caso dello spagnolo Il segreto dei suoi occhi (500.000 euro in 3 settimane), dell’iraniano About Elly (24.000 euro in 3 giorni) o dell’opera prima del catanese Daniele Gangemi Una notte blu cobalto, (27.000 euro in 3 giorni). Prodotti interessanti e di notevole stile, ma che purtroppo ottengono posizioni marginali nella classifica weekend.

Soluzioni al problema? Ahimè nessuna. Se non quella di procedere come Nanni Moretti e godere più spesso del refrigerio della sala cinematografica.
L’importante è vagliare le recensioni con prudenza e tenersi preparati ad eventuali probabili incubi notturni.

Una notte blu cobalto

Una-notte-blu-cobaltoIl film d’esordio del catanese Daniele Gangemi è una favola urbana contemporanea, impreziosita da una rappresentazione della sicilianità fuori dagli schemi

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

Film d’esordio del giovane regista catanese Daniele Gangemi, Una notte blu cobalto arriva in sala districandosi tra le insidie della distribuzione cinematografica italiana dopo aver ricevuto il premio per la Migliore opera prima al 42° Worldfest International Independent Film Festival di Houston in Texas.

A metà tra racconto di formazione post-adolescenziale e ricerca d’autore, il film, ambientato a Catania, narra le vicende di Dino Malaspina (Corrado Fortuna), studente universitario fuori corso alle prese con i postumi di una delusione amorosa da cui non riesce proprio a riprendersi. La ragione del suo tormento è la fascinosa e imperscrutabile Valeria (Regina Orioli), che dinanzi ai suoi penosi tentativi di riconciliazione lo rimprovera di essere «come una biglia, che per muoversi ha bisogno di qualcuno che la spinga». Incapace di trovare una soluzione al suo malessere, Dino inizia, quasi per caso, a consegnare pizze a domicilio per la pizzeria Blu Cobalto, che ha appena aperto i battenti sotto l’egida del bizzarro proprietario Turi (Alessandro Haber), che parla solo attraverso le metafore belliche dell’Arte della guerra di Sūnzǐ. Complice l’incontro con una singolare carrellata di clienti notturni e l’effetto di una misteriosa sostanza che pare sia all’origine del successo delle pizze Blu Cobalto, Dino affronterà i fantasmi del proprio passato e troverà il modo di dare una spinta in avanti alla sua vita.

Sin dalle sequenze iniziali è subito evidente come il film calzi straordinariamente a pennello ai due protagonisti. Reduce dai successi virziniani (My name is Tanino e Caterina va in città) e televisivi (Tutti pazzi per amore), Corrado Fortuna è perfettamente a suo agio nei panni del giovane siciliano sensibile e incompreso e il suo personaggio ispira inevitabilmente una immediata empatia, soprattutto nel suo vagabondare morettianamente in Vespa per le strade di una incantevole Catania.
Battezzata anche lei da Virzì nel 1997 con Ovosodo, Regina Orioli è esattamente il suo contraltare femminile: tanto lui è timido e impacciato, quanto lei sicura di sé e conturbante. Seppur abbastanza prevedibili, insomma, le dinamiche fra i due funzionano appieno sul grande schermo. Anche le figure minori sono ben calibrate, alternando sapientemente realismo e originalità (splendido esempio di sicilianità d’altri tempi è, per citarne una, la figura dell’anziana cliente della Blu Cobalto che Dino incontra alla sua prima consegna).

Spacciatore di felicità e guerriero impenitente, anche il personaggio di Alessandro Haber ben si inserisce in questo singolare affresco urbano, che trova il suo elemento di maggiore fascino nell’atmosfera notturna, blu cobalto appunto, che pervade l’intera scena ed esalta la bellezza silenziosa del paesaggio metropolitano. Ben lontana, per fortuna, da rappresentazioni forzatamente pittoresche o stereotipate, Catania emerge in tutto il suo splendore di fabbrica culturale underground, come sottolinea tra l’altro la performance musicale della rock band “Francois e le coccinelle”, che si aggiunge alla colonna sonora firmata dal salentino Giuliano Sangiorgi, leader dei Negramaro.

Seppur con qualche perdonabile ingenuità, il film esplora inoltre il labile confine tra realtà e sogno, confondendo inesorabilmente i due piani in un finale teso a suscitare domande, più che promettere soluzioni. Pigmento magico o ingrediente stupefacente, quale sia il segreto della Blu Cobalto – e dunque l’arcano antidoto all’infelicità – resta un mistero a cui ciascuno dovrà trovare risposta.

About Elly

About Elly

Orso d’argento per la migliore regia a Berlino 2009, l’iraniano Farhadi fotografa, attraverso una storia noir, le ferite di un paese lacerato tra modernità e tradizione

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

Orso d’argento per la migliore regia al 59° Festival di Berlino, About Elly, del regista iraniano Asghar Farhadi, arriva finalmente nelle sale italiane, seguendo la fortunata scia di film come I gatti persiani di Barman Ghobadi e Donne senza uomini di Shirin Neshat, giusto per citare i più recenti.
E molti altri ancora sono i film iraniani che raccolgono consensi e riconoscimenti ai migliori festival internazionali, ma sembrano destinati a non raggiungere mai il grande pubblico. Basti pensare al bellissimo Shekarchi (The Hunter) di Rafi Pitts, in concorso all’ultimo festival di Berlino, o Shirin di Abbas Kiarostami (che pure è in sala con Copia conforme), fuori concorso a Venezia nel 2008.

Nella speranza che anche questi titoli trovino una distribuzione italiana, godiamoci intanto About Elly, un film che, pur incentrato su una storia in qualche modo noir, appare difficilmente riconducibile agli stereotipi di genere o a qualsivoglia rappresentazione “occidentalizzante” della condizione iraniana. La storia sembra un tributo all’Avventura di Michelangelo Antonioni. Anche qui la misteriosa scomparsa di una donna trasforma una rimpatriata fra amici in una villa sul Mar Caspio in un dramma in cui verità e bugia si confondono, e il sospetto prende il sopravvento sul dolore del lutto.

Nello sviluppo del racconto, le donne hanno un ruolo fondamentale: a loro sembra essere deputato il compito di rappresentare i vari volti della cultura iraniana contemporanea. Se la bellissima e vitale Sepideh (Golshifteh Farahani) è il volto, oseremmo dire femminista, dell’Iran moderno e culturalmente avanzato, le altre donne del gruppo sono invece la voce della tradizione repressiva e moralista, laddove Elly – l’insegnante scomparsa della figlia di Sepideh – è esattamente la vittima dello scontro fra queste due visioni contrapposte eppure coesistenti nell’Iran di oggi.

Straordinario è il modo in cui il film accompagna, quasi in maniera impercettibile, l’evolversi degli umori individuali e collettivi: dalla gioiosa e spensierata allegria degli inizi, al panico e alla immediata solidarietà di gruppo successiva alla scomparsa di Elly, fino alla disgregazione sociale finale, quando salvare Elly diventa, in fin dei conti, salvare la sua reputazione.
Lontano da ogni visione estetizzante dell’Iran contemporaneo, About Elly è una impeccabile e complessa fotografia di un paese lacerato tra modernità e tradizione, rivoluzione culturale e riproduzione di un sistema sociale repressivo. Assolutamente da non perdere.

A-team

A-teamIl passaggio dal piccolo al grande schermo non giova a una delle serie più popolari degli anni Ottanta. Tanta azione, ma tutto già visto

di Giacomo Visco Comandini
gviscocomandini@yahoo.it

Francamente non si sentiva il bisogno di una nuova edizione di A-Team, serie culto statunitense trasmessa dal 1979 al 1983. L’originale era perfetta tra sane scazzottate e la faccia sorniona di George Peppard. Alzi la mano chi non se la ricordi. Eppure gli incassi degli ultimi anni, con la conseguente corsa all’oro delle Majors sui remake delle serie Settanta e Ottanta, hanno fatto tristemente il resto. Ed ecco, che dopo Starsky & Hutch,  un altro pollo ben spennato è servito sul piatto.
Stessi nomi ma visi nuovi. Il gruppo è capitanato da Liam Neeson, nei panni del fumatore e sergente Hannibal Smith; Bradley Cooper, già visto ne Una notte da Leoni, è Sberla; Quinton “Rampage” Jackson, un wrestler professionista, nei panni ostici di Mr. T; e infine la vera sorpresa è Sharlto Copley, bravissimo protagonista di District 9, qui in quelli del pilota di elicotteri Murdoch. E’ l’unico che tenta di dare al proprio personaggio una impronta di originalità.
E nel solito gioco delle tre carte tra Casa Bianca ed Esercito, neanche la CIA ci va una bella figura (vedete anche il prossimo A Fair Game di Doug Liman, presentato all’ultimo festival di Cannes).

La regia è di Joe Carnhan, apprezzato mestierante, autore di Narc e Smokin’ Aces, che cerca di dare una spruzzata di modernità alla storia. Dal Vietnam dell’originale, i protagonisti sono reduci da Desert Storm, dalla prima guerra del Golfo. Ed ecco che allora si assiste ad un turbinio di cellulari, gps, droni e altre diavolerie elettroniche
Eppure gli sforzi finiscono qua. Il film ha enormi problemi di sceneggiatura. Sa tutto di già visto e sentito, forse con due battute, due, che si salvano dalla noia generale (del tipo: “sudo come una puttana in chiesa”). C’è da sottolineare che comunque Carnhan fa il suo sporco lavoro: gira delle discrete scene di azione, soprattutto quelle aeree, come un pupillo di Michael Bay. Ma è tutto il resto a mancare. In primis Liam Neeson che, nonostante i capelli brizzolati, fa veramente poco almeno per omaggiare il mitico Peppard. Non basta certamente tingersi i capelli (o forse no?) e aspirare qualche boccata di sigaro.

L’imbroglio nel lenzuolo

l'imbroglio_nel_lenzuolo

Da un romanzo di Francesco Costa, una storia che rievoca i tempi del muto e le ambiguità della figura femminile nella settima arte

di Maria Cristina Caponi
mariacristinacaponi@alice.it

Susanna e i vecchioni è una storia biblica, narrata in Daniele, 13. Il racconto verte intorno ad una donna colta all’improvviso da due guardoni, che già da tempo la spiavano mentre era intenta nelle sue abluzioni. Nella Sicilia dei primi anni del Novecento, l’ex studente di medicina Federico sceglie proprio questa vicenda edificante per iniziare la sua carriera come direttore di scena, al soldo del libidinoso produttore di origine partenopea Don Gennarino Pecoraro. Il ruolo della protagonista ricade inizialmente su Beatrice, bella scrittrice e giornalista di cui il giovane si è invaghito. Ma, appare subito lampante quanto la donna non sia assolutamente adatta a interpretare tale parte che, invece, sembra scritta su misura per la bellezza selvaggia di Marianna. Sarà proprio questa povera analfabeta, per metà fattucchiera e per metà donna di servizio in casa di Beatrice, a dare corpo al mito della casta Susanna, senza che lei non ne sappia nulla.

Ne L’imbroglio nel lenzuolo Marianna diventa il soggetto dello studio e dello scrutinio sia della macchina da presa di Federico sia di qualsiasi spettatore, che viola con atteggiamento voyeuristico la privacy della donna. Così il pubblico, tramite gli occhi dei turpi individui che nella finzione scenica spiano la casta Susanna, può tentare di possedere quel corpo immaginifico. Presi da una bramosa psicosi feticistica alcuni spettatori tenteranno perfino di espropriare Marianna/Susanna di alcuni dei suoi indumenti personali, allorché si imbatteranno per la pubblica piazza nell’oggetto del loro desiderio. Né più e né meno di quanto succede ancora ai giorni nostri nei confronti dei divi e delle starlette tanto in voga.  Alla “spinta scopica” si associa poi una variante sadica, secondo cui Marianna deve essere punita, in quanto accomunata a quell’immagine a dir poco sensuale e provocante. Peccato che Marianna non sia assolutamente conscia dell’esplicita funzione illusoria del film. Per porre termine a quello che lei ritiene un frastornante e illogico crimine compiuto dal suo doppio cinematografico, la giovane non troverà niente di meglio da fare che ridurre a brandelli quella sorta di lenzuolo magico.

Alfonso Arau dimostra bravura nel tratteggiare una precisa dinamica comunicativa dell’immagine e quanto questa traiettoria enunciativa possa instaurare un dialogo metaforico tra l’interprete e il proprio ruolo sul grande schermo. Esaurita la dialettica del guardare, però, l’indifferenza nei confronti del resto della storia è assoluta. Perfino la sottotrama amorosa tra Federico e la femminista ante litteram di nome Beatrice non è in grado di veicolare alcun interesse. A questo punto è forse il caso di introdurre la questione dei vari characters tagliati con l’accetta. Al contrario di Marianna, infatti, tutti gli altri personaggi de L’imbroglio nel lenzuolo sono esseri bidimensionali, superficialmente abbozzati e – in pratica – privi di qualsiasi senso d’interiorità. Sembra quasi che l’autore de Il profumo del mosto selvatico non sia per nulla interessato ad essi e li consideri solo degli attanti che guidano la platea attraverso la parte finale della pellicola. Sarà per questo atroce scherzo della sceneggiatura che gli attori non avvertono mai la necessità di dare niente di più rispetto a quello che viene richiesto loro dal regista messicano. Maria Grazia Cucinotta – qui anche nei panni di produttrice e sceneggiatrice – si impegna al massimo, affinché la caratterizzazione del proprio personaggio sia trattata nella maniera più approfondita ed esaustiva possibile. Ci riesce a metà.

Il padre dei miei figli

Il padre dei miei figli

Con il suo secondo lungometraggio, Mia Hansen Løve si conferma un’autrice davvero molto dotata, capace di proporre un cinema profondo, lucido e sincero

di Luca Biscontini
lucabiscontini@hotmail.it

Un atto d’amore verso il cinema, prima di tutto, e poi tanto altro ancora. Il padre dei miei figli, secondo lungometraggio della giovanissima (1981) Mia Hansen Løve, è un film in cui s’intrecciano diverse tematiche che compongono un mosaico complesso, dove a brillare è la mano leggera e sapiente dell’autrice, abile nel mescolare elementi eterogenei con efficace fluidità.

Il tragico destino di Humbert Balsan, coraggioso produttore cinematografico francese (realmente esistito), costituisce lo spunto di partenza della sceneggiatura che, dopo aver messo in scena una ricostruzione abbastanza fedele della vita del protagonista, troncata da un drammatico suicidio, analizza l’economia psichica della sua famiglia, colta durante la fase di elaborazione del lutto.

Colpisce la capacità di Hansen Løve nel trattare una materia emotiva così incandescente con una sobrietà e una lucidità davvero sorprendenti, senza concedere nulla alla paccottiglia, senza ammiccare allo spettatore. La recitazione degli attori (bravissimi Louis-Do de Lencquesaing e Chiara Caselli) è sempre in sottrazione: la scelta di soffermarsi sulla quotidianità delle vite dei protagonisti è ciò che permette alla regista di sfrondare la narrazione da orpelli melodrammatici, fornendo un’interpretazione della realtà che, anche se non aderente alla biografia del produttore, risulta assai credibile. Per una volta, e lo scrivente non cesserà mai di soffermarsi su tale questione, il trauma (l’evento luttuoso) non comporta una rottura dell’ordine simbolico dove risiedono i protagonisti (la famiglia e gli amici di Balsan). Non assistiamo, finalmente, allo sprofondamento dei superstiti nella notte del mondo, “all’attraversamento del fantasma”, all’incessante litania della favoletta di Edipo a Colono, bensì alla riformulazione della situazione precedente, grazie alla giustapposizione di quella nuova, il tutto senza passare per rotture radicali: la moglie e i figli di Balsan continuano a vivere. Gli occhi di Sylvia (Chiara caselli) s’inumidiscono pudicamente, e il suo pragmatismo, la vera forza del femminile, la spinge a tentare di salvare la casa di produzione del defunto marito, compiendo l’unico gesto d’amore possibile.

La pulsione di morte cede davanti al desiderio che sa rinnovarsi, soggiornando all’interno di una rottura immanente, non concedendo alcunché alla trascendenza.
Durante una sequenza si accenna assai rapidamente all’angelo di Paul Klee che ossessionò l’opera di Walter Benjamin e, con riferimento al film, le parole del filosofo tedesco risultano più che mai illuminanti: “C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede solo una catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui egli volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso è questa tempesta”.

Bright Star

Bright Star

La regista Premio Oscar Jane Campion racconta gli ultimi anni di John Keats. Grazia ed eleganza per un film che diventa poesia

di Elena Mandolini
mand.mae@libero.it

Una poesia raccontata per immagini. Bright Star, diretto e scritto da Jane Campion, è uno di quei film che ti coinvolge, ti commuove e non dimentichi.

La storia si sofferma sugli ultimi anni della breve vita del poeta inglese John Keats. Ciò che ci viene raccontato non è solo la sua esistenza piena di difficoltà e la malattia che lo ha portato alla morte, ma anche la nascita di un amore. Fanny Brawne, vicina di casa e completamente all’oscuro di chi sia Keats, all’inizio non riesce a sopportarne la presenza: troppo diversi. Sarà un evento tragico a portarli ad avvicinarsi, conoscersi e amarsi. Come anche in Lezioni di piano con cui la Campion ha vinto sia il Premio Oscar che la Palma D’oro, qui si parla di amore, morte e malattia dal punto di vista femminile.

Una buona sceneggiatura, correlata dal corpus degli scritti di Keats, descrive un inno alla vita, raccontando l’elaborazione del lutto, la voglia di sopravvivere, il desiderio di amare. A una prima visione potrebbe sembrare, paradossalmente, una descrizione fredda dei sentimenti, come se la Campion non volesse scandagliare in profondità i personaggi e le loro emozioni. Proprio questa assenza è la forza del film: lo spettatore la colma con le proprie esperienze, entrando così nelle profondità della storia. Non è detto che si debba sempre far dire tutto ai propri personaggi per far emozionare, cadendo magari in mielismi o dialoghi banali.

Una regia elegante fatta di tempi, ritmi e parole che scandiscono il film come fosse una poesia di Keats. Rigida a volte in molte sequenze, quasi forzando il bell’andamento della storia, comunque la Campion resta una grande regista. Un lavoro considerevole anche da parte degli attori. La brava Abbie Cornish, già vista in Paradiso+Inferno e in Elisabeth: The Golden Age, ben si adatta al ruolo della frivola Fanny; complice la somiglianza con Nicole Kidman, ha già la strada spianata per il successo. Ben Winshaw, alias John Keats, riesce a giostrarsi ed imporsi sulla scena, grazie anche agli scritti dello stesso Keats. Vera Poesia.

Sicuramente per chi vuole lasciarsi andare e vivere una storia d’amore vecchio stampo.

The Hole

The HoleRiprendendo i topoi di genere degli anni 80, Joe Dante esplora le potenzialità del 3D in una favola horror per famiglie e nostalgici

di Vincenzo Ianni
vincenzoianni@yahoo.it

Dal buco di Becker a quello di Tsai Ming-Liang fino al teen-horror di Nick Hamm… Quanti film con questo titolo conoscete? L’ultimo della seria è il The Hole in 3D di Joe Dante (anche lui come Cameron, derivato/residuato della mitica macchina cormaniana), che proprio per il titolo un po’ abusato, e per la trama sempreverde ricca di elementi già abbondantemente esplorati, ha un che di paradossalmente rassicurante.

Protagonisti i fratelli Dane e Lucas, appena trasferitisi da Brooklyn in una cittadina di provincia. Insieme alla vicina Julie, i due trovano una voragine senza fondo nel seminterrato della loro nuova casa. Una volta scoperta, la voragine libererà le forze del male che daranno vita agli incubi peggiori dei tre ragazzi, costretti ad affrontare le loro più terribili paure per poter mettere fine al mistero.

È come minimo lodevole (ma in realtà ci sembra che un commento di questo tenore sorga spontaneo solo da questa parte dell’oceano) l’esplorazione delle possibilità dell’evolversi delle tecnologie da parte di certi attempati cineasti, che lo fanno con competenza e amore per il proprio lavoro, invece di berciare sgangherate e banali invettive contro l’invasione degli alieni come fanno tanti giovani (e non più giovani) guitti di casa nostra. E il 3D di Dante non delude e diverte restando assolutamente funzionale e godibile senza mai diventare l’unica ragion d’essere di questo horror per famiglie e nostalgici. Una storia assolutamente anni 80 con tanto di cammeo (come in tutti i film di Dante) del caratterista Dick Miller: trasloco, adolescenti inquieti che trovano la cittadina quasi morta (Dane scrive un classicissimo sms agli amici lontani – «This place sucks»), minacciosi pupazzi clown, la vicina carina, un buco in cantina che materializza le proprie paure… Nostalgico, ma tutto sommato onesto e soprattutto “professionale” (non “artigianale”, attenzione), il film resta giustamente in superficie (ciò che sappiamo dei personaggi ci viene detto, raccontato con parole), e dona sorrisi di simpatia con certe sfacciataggini che nelle sceneggiature di genere non ci sono più.

Il segreto dei suoi occhi

Il segreto dei suoi occhiDall’Argentina di oggi a quella dei primi anni 70: viaggio a ritroso nella memoria individuale e sociale del Paese. Oscar 2010 per il miglior film straniero

di Claudio Zito
zito.claudio@gmail.com

Benjamin Espósito è un ex impiegato del tribunale penale, appena andato in pensione. È un uomo solo, cui rimangono il rimpianto per un amore mai dichiarato (verso una collega raccomandata, Irene Menéndez Hastings)  e  il tormento per il caso Morales -  un omicidio il cui colpevole è stato graziato dalla corrotta giustizia argentina dei primi anni settanta – e per la morte del suo miglior amico Pablo Sandoval, ucciso al posto suo durante le indagini. Benjamin non sa darsi pace, ma alla fine si accorge che, in fondo, a qualcosa si può ancora porre rimedio.

Un’indagine sulla psiche dell’uomo, in primis. Sulle passioni – per una donna, per il calcio, per il lavoro, per la giustizia  – che si tramutano in ossessioni. Ma a metà film si innesta perfettamente la riflessione sul contesto storico di riferimento. Campanella non ci mostra – come tanto cinema negli ultimi anni, a partire da Garage Olimpo – l’epoca più sanguinaria della storia del suo paese: la dittatura dei generali. Ci suggerisce piuttosto che quel periodo ha origine nella fase precedente, il tardo peronismo reazionario, segnato dall’assenza di legalità e di meritocrazia, dalla totale impunità degli uomini vicini al regime, dal diffuso degrado morale della società nel suo complesso.

Il risultato è un’opera dalla generosità non comune. C’è di tutto: noir e melò, risate e tensione, passato e presente, scrittura letteraria e cinema puro. Un allucinante piano-sequenza che parte con un’inquadratura aerea dallo spazio e termina con un inseguimento nei bagni dello stadio di Buenos Aires. Una scena seguente – l’interrogatorio – che doveva essere tra le più importanti e che appare invece tutto sommato raffazzonata. Un’ulteriore testimonianza per cui, in questo lavoro grandioso, il controllo della regia non è maniacale. Comunque, non va mai a scapito delle emozioni.

L’autore fa tesoro dell’esperienza maturata nelle serie televisive statunitensi ma conserva uno spirito squisitamente latino-americano. E realizza un disturbante capolavoro che fonde la classicità dell’origine letteraria (il romanzo La pregunta de sus ochos di Eduardo Sacheri) con il post-moderno di Lynch e Nolan, che va oltre il film della passata stagione che, nella diversità stilistica e tematica, per complessità e ambizione più gli assomiglia: The Reader. Che stramerita il prestigioso premio dell’Academy: l’Oscar 2010 per il miglior film straniero.

Tata Matilda e il grande botto

Tata Matilda e il grande botto

La tata magica è tornata. Con le sue cinque lezioni, per riportare la fede e la bellezza. Perché chi è amato è sempre bello

di Dafne Foderà
dafne.fodera@libero.it

«Ora le spiegherò come lavoro. Quando avrà bisogno di me, ma non mi vorrà, io resterò. Quando mi vorrà, ma non avrà più bisogno di me, io me ne andrò». La tata con il bastone magico entra nella vita di una nuova famiglia. Per ricordare a una madre sola e ai suoi figli che bisogna continuare ad avere fiducia, anche quando tutto sembra perduto.

«Basta un poco di zucchero e la pillola va giù», cantava Julie Andrews in Mary Poppins. A differenza del personaggio di Pamela Lindon Travers, la protagonista del secondo film dedicato a Tata Matilda, diretto da Susanna White e ideato dalla stessa Emma Thompson, che ne interpreta il ruolo della protagonista, la tata dai poteri magici, quando arriva dai bambini, mette paura non solo a loro. Appare di notte, alla porta, come un’ombra dietro di essa, alla casa di chi ha bisogno di lei. Appare senza essere chiamata. Appare all’uscio della signora Green per aiutarla a continuare a credere.
La donna, rimasta sola per la partenza del marito in guerra, deve badare ai suoi tre figli, Norman, Megsie e Vincent, che litigano in continuazione, e deve fronteggiare un cognato insistente che vuole vendere la sua fattoria, la sua casa, il suo rifugio. Come se non bastasse, a turbare il loro equilibrio arrivano i due altezzosi nipoti londinesi, Celia e Cyril Gray. Inoltre, il guardiano del villaggio continua a spaventarla con discorsi su una bomba che potrebbe cadere su di loro.
Tata Matilda sa che è il momento di arrivare, per impartire le sue cinque lezioni, valori universali in cui spesso smettiamo di credere a causa delle circostanze. Una serie di disavventure e di magie metteranno i cinque ragazzi davanti alle loro responsabilità, portandoli a crescere e a scegliere. E, perché no, ad amare quella donna così strana, che diventa più bella a ogni lezione imparata. L’aspetto della tata, infatti, migliora ogni volta che comincia a ricevere attenzioni, secondo il proverbio norvegese per cui «chi è amato è sempre bello».

A proposito della scelta del contesto, Emma Thompson ha dichiarato: «Tata Matilda è senza tempo e senza età. Chi potrebbe mai dire quante famiglie abbia visitato e per quanto tempo? Quando decidemmo di farle fare un viaggio spazio-temporale, capii subito in che periodo avrei voluto collocarla: in un periodo di guerra. Volevo che la famiglia che l’avrebbe ospitata fosse composta da un padre impegnato al fronte e da una madre occupata a mandare avanti la famiglia. Nuovi problemi per i bambini. Nuovi problemi per i genitori e cinque nuove lezioni che Tata Matilda cerca di impartire ai ragazzini».

Quando il bene torna a trionfare, la tata può andare via. Ognuno ha imparato qualcosa. Il viaggio è finito. Si torna a casa. O a casa di qualcun altro.

Saw VI

Saw VI

Il sesto capito della saga horror scioglie i misteri dei precedenti episodi e tende allo spettatore nuove diaboliche trappole

di Dafne Foderà
dafne.fodera@libero.it

L’Enigmista dice all’uomo: svegliati e scegli. E fallo subito, perché la tua vita dipende da questo. Il sangue e la carne sono quello che possiedi. Usali. Per salvarti. Durante le scene iniziali del sesto capitolo della saga è lo spettatore a chiedersi: «Che diavolo sta succedendo? Dove sono?». E si pone subito davanti a una scelta, a decidere cosa sacrificare.
Il gioco è ricominciato. Un gioco partito nel 2004, a opera di John, l’Enigmista (Tobin Bell), un malato terminale di cancro con uno scopo morale e un’abilità nell’ideare sanguinose macchinazioni di sopravvivenza, che hanno come protagonisti coloro che hanno smesso di apprezzare la vita.

La regia del sesto capitolo è stata affidata allo storico montatore della serie, Kevin Greutert. Un capitolo che cambia punto di vista, rispetto agli altri, mettendo al centro il percorso morale e personale di un nuovo personaggio, William (Peter Outerbridge), e costringendo lo spettatore a identificarsi con lui piuttosto che con le sue vittime. Vittima egli stesso, lui, però, può scegliere. Può decidere se vivere o morire, se far vivere o uccidere. Nel suo percorso di prove, incontra le trappole diaboliche dell’Enigmista, o meglio del suo erede, il detective Hoffman (Costas Mandylor). Giostre mortali, terribili corridoi, scale, chiavi nascoste in posti impossibili, gabbie. Il gioco è ricominciato. Il gioco dipende, adesso, da William.

«Arrivando per la prima volta dietro la macchina da presa – ha spiegato il regista – volevo assolutamente che Saw VI fosse il viaggio personale di un uomo e ho pensato che l’approccio migliore, per raggiungere questo obiettivo, fosse di inserire un nuovo personaggio nella serie. Amo tutti gli altri, ma ormai conosciamo bene le loro storie. Inoltre, arrivati a questo punto è difficile sorprendere il pubblico, che è preparatissimo. Io desideravo che la pellicola fosse un viaggio emotivo, in modo che gli spettatori fossero interessati a seguirla come una storia indipendente, piuttosto che chiedersi quale sarà la prossima trappola. Penso che Saw offra il meglio quando parla di una persona che affronta una serie di sfide nella sua vita».

In Saw VI trovano soluzione alcuni dei misteri in sospeso degli altri capitoli, la linea narrativa principale continua, ma l’attenzione è più sul gioco di William e di tutti coloro a lui legati. Coloro che devono decidere, abbassare o meno una leva, smettere di respirare, infliggere punizioni tremende, pur di salvarsi la vita. O salvarla a coloro che amano.
Vivere o morire. Una decisione che non è mai la stessa.

Il fascino indiscreto dell’inverosimile

Sex and the City 2In soli tre giorni Sex and the City 2 ha superato Prince of Persia e Robin Hood, collocandosi in cima alla classifica dei film più visti nel weekend

di Sandra Capitano
sandracapitano@gmail.com

Ammettiamolo. Stroncare un film come Sex and the City 2 è un po’ come attaccare il Big Mac e le patatine fritte del MacDonalds, asserendo che i grassi sono fin troppi, e si farebbe meglio a  mangiare verdure lesse, pesce al vapore e frutta di stagione. È ovvio. Ma su via, non era davvero questo lo spirito.

Il film che in Italia ha superato in soli tre giorni sia Prince of Persia (2°, con 1.065.000 euro) che Robin Hood (3°, con 802.000 euro per un totale di 9 milioni a oggi), incassando quasi 2 milioni di euro (esattamente come Sex and the city – Le ragazze sono tornate, uscito il 30 maggio 2008) è stato, già prima dell’uscita, snobbato, demolito se non addirittura schifato.
Convinti che si trattasse del sequel di capolavori bergmaniani quali Donne in attesa, Monica e il desiderio o Un’estate al mare, i critici cinematografici hanno tuonato senza esitazione il loro struggente sdegno: “cocente delusione” (Il Manifesto),  “inverosimile, inutile” (Il Corriere della sera),  “pecoreccio” (Il Foglio), “manca il sex e anche the city, è come il cinepanettone” (La Repubblica), “troppo consumismo” (l’Unità).

Tutti insieme all’unisono, hanno poi denunciato l’inattendibilità delle vicende, nonché il sequestro di persona: due ore e quindici minuti di proiezione logorante, sfibrante, interminabile, opprimente. Insomma, un vero e proprio rapimento. C’è chi infine, stizzito e adirato, ha persino fatto notare che “ben 3 di queste formidabili cretine hanno pure trovato marito!” (Il Giornale) e che tutto ciò è davvero, davvero troppo.

Ussignùr. Le vicende di Carrie, Samantha, Miranda e Charlotte sono completamente inverosimili, ma sempre lo sono state e necessariamente sempre lo saranno. Che una giornalista di una piccola rubrica settimanale, né troppo bella, né troppo simpatica, potesse permettersi, sin dalla prima stagione della serie tv, di vivere in centro Manhattan, comprare scarpe griffate da 500 dollari ogni settimana, vestire Prada, Dolce & Gabbana e Dior, consumare pasti tutti i giorni nei migliori ristoranti, non cucinare, divertirsi tra feste, vernissage, aperitivi e premiere e finire con l’accalappiarsi  l’ uomo più bello e più ricco della finanza newyorkese (Mr. Big, appunto), che non solo lascia la moglie per lei, ma la insegue  per tutta Parigi e le regale un attico con armadio da 100 metri quadri, non era esattamente neorealismo verghiano, né tanto meno una trama dai chiari riferimenti a La terra trema di Luchino Visconti. Ed è proprio questo il punto. Gli eccessivi cambi d’abito ad Abu Dabhi, i tacchi da 15 centimetri sul parquet di casa, l’ex fidanzato incontrato in un mercato affollato dell’altro capo del mondo, le donne arabe con la collezione Armani Privé sotto il burqa nero, sono tutte, senza dubbio, vicende stupide ed esasperate, capitate a quattro allegrotte ragazze viziate e un po’ infantili.

Orripilante? Triste? Trash? La domanda è piuttosto un’altra: quale donna non vorrebbe ritrovarsi in vacanza (tutto gratis, tutto compreso) con le proprie amiche in un posto da sogno? Quale non vorrebbe smettere di preoccuparsi del peso dei bagagli, poter portare vestiti da sera griffati e girare tutto il giorno con coraggiosi tacchi vertiginosi? Quale donna non vorrebbe baciare il proprio seducente ex e tornare tra le braccia del favoloso marito, in una casa strabiliante, ricevendo un brillante nero come ricompensa? Sarà anche deludente o squallido, ma la risposta è: nessuna. Perché, senza distinzione di classe sociale, età o istruzione o paese di provenienza, con Sex and the City, serie tv o lungometraggio che sia, ogni donna vola in vacanza nella zona più infantile, scorretta e amorale di se stessa, vivendo minuti di impareggiabile goduria lussuriosa e sfrenata. E mentre lo fa, spera caldamente che il piacere non si interrompa mai, sogna un terzo, un quarto e addirittura un quinto sequel, certa di comprare fra qualche mese anche i dvd, che si aggiungeranno al cofanetto delle 6 stagioni e ritrovarsi sul divano di casa a vederli, rivederli e rivederlo ancora, senza mai stancarsi veramente. Pensate ancora che le due ore e quindici minuti siano un sequestro di persona? E non venite nemmeno a raccontarci che filetto di platessa e zucchine lesse sono più appetitose di un doppio cheeseburger Royal Deluxe.

Sex & The City 2

Sex and the City 2Le fab four tornano sul grande schermo per regalare ai fan due e ore e mezzo di lusso sfrenato, umorismo politicamente scorretto e nuovi patemi sentimentali

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

A due anni di distanza dal primo debutto cinematografico, le fab four della fortunatissima serie statunitense creata da Darren Star, dall’omonimo romanzo di Candace Bushnell, tornano sul grande schermo dirette da Michael Patrick King.
La durata del sequel è da brivido (di piacere o di dolore, allo spettatore l’ardua sentenza): ben 2 ore e 26 minuti di fashion, lusso sfrenato e patemi sentimentali in quella che ormai è diventata una vera e propria saga targata New York City.

A quali avventure andranno incontro questa volta le nostre eroine? Dopo il fatidico “sì” con il fascinoso Mr. Big (Chris Noth), Carrie (Sarah Jessica Parker) dovrà fare i conti con un menage familiare in cui l’accoppiata divano&TV rischia di avere la meglio sulle “scintille” della sua vita da single. L’impeccabile Charlotte (Kristin Dais), ormai mamma a tempo pieno, dovrà invece tenere a bada la gelosia per la procace ma insostituibile tata (Alice Eve). Miranda (Cynthia Nixon) dovrà districarsi tra le difficoltà di un mondo del lavoro brutale e maschilista, mentre l’insaziabile Samantha (Kim Cattrall), alle prese con le insidie della menopausa, dovrà placare i suoi bollenti spiriti nella morigeratissima e futuristica Abu Dhabi, dove le quattro trascorreranno una vacanza da sogno all’insegna del lusso e delle tentazioni.

Tra lustrini e paillettes, grattacieli e dune, battute brillanti e momenti di fiacca, il film è esattamente ciò che ci si aspetta. Ma quello che per qualunque altra opera sarebbe un punto a sfavore, ovvero la prevedibilità, per Sex and The City 2 è un trionfo assicurato. Perché l’epopea di Carrie & co. ha un suo pubblico di fedelissimi (ebbene sì, non solo donne) che segue le avventure delle quattro inguaribili fashion-addicted con lo stesso spirito critico di un romanista ai match dei giallorossi. Ma questa volta le “maggiche” sorprendono per un motivo forse più culturale che cinematografico. Nell’epoca del crack dell’alta finanza, della crisi globale e della disoccupazione dilagante, assistere, per ben due ore e mezza, a un’ostentazione continua di sfarzo e glamour ai limiti del kitsch, più che far sognare, come minimo fa star poco comodi sulla sedia. E come se ciò non bastasse, in barba al politically correct, il film celebra sfacciatamente the American way of life in una rappresentazione piuttosto critica del “nuovo” mondo arabo (indimenticabile la scena in cui Samantha, circondata da una masnada di arabi infuriati, urla alla folla: «sì, io faccio sesso!», rischiando il linciaggio). Più che un anatema contro il diverso, o una sfacciata rimozione della realtà quotidiana, Sex and The City 2 è in realtà un amarcord dal sapore decadente, la rievocazione tutta Occidentale di una âge d’or inevitabilmente trascorsa, la celebrazione nostalgica della certezza del lieto fine. Perché, in fondo, alle fab four tutto è concesso. Almeno per due ore e mezza.

The Road

The_RoadCome potrebbe essere la vita sul pianeta dopo la catastrofe ambientale? Il film di John Hillcoat fornisce un quadro agghiacciante e, al tempo stesso, realista

di Luca Biscontini
lucabiscontini@hotmail.it

Il genere fantastico-apocalittico guadagna sempre più spazio all’interno della cinematografia contemporanea, tratteggiando un’inquietudine ormai radicata nella coscienza degli individui che, ben assuefatti all’annuncio della fine, si apprestano ad intraprendere una trionfale marcia verso il nulla.

The road, tratto dall’omonimo romanzo di Cormac McCarthy, è un film particolarmente allarmante perché, senza ricorrere a ridondanti effetti speciali o ad espedienti narrativi eccessivamente deformanti, riesce a restituire l’immagine di un futuro agghiacciante e, al tempo stesso, assai credibile.
All’indomani di una catastrofe ambientale non meglio precisata, padre (il premio Oscar Viggo Mortensen) e figlio (il ragazzino Kodi Smit-Mc Phee) vagano nelle lande desolate di un mondo spettrale, alla disperata ricerca di cibo e di un tetto dove potersi momentaneamente riparare.
I colori plumbei della fotografia, sospesi tra grigio cenere e verdino, immergono lo spettatore in una dimensione claustrofoba che marca lo scorrimento delle immagini dall’inizio alla fine, senza concedere pause al senso di angoscia. Ciò che resta della civiltà è una disumanità divenuta prassi: la distruzione rende manifesta la mostruosità che, già da sempre, albergava negli animi, e la lotta per la sopravvivenza scandisce un’esistenza privata di qualsiasi norma etica.
Colpisce l’ostinazione a voler vivere in un mondo in cui il cannibalismo è l’unica forma di sostentamento, dove la guerra totale degli uni contro gli altri è quotidiana amministrazione, dove non esiste più alcuna forma di piacere che non sia veicolata da sistematica violenza.
I protagonisti, chiaramente, sono gli unici ad aver mantenuto una quota di umanità, disposti a infliggersi la morte, piuttosto che ridursi a compiere orrori o ad esserne vittime.

Comunque, il dato costante che informa questo nutrito genere di opere letterarie, cinematografiche e quant’altro è l’abbondante dose di antropocentrismo, cioè l’ostinarsi a credere che l’umanità sia predestinata all’eternità. Riecheggia in queste considerazioni la domanda metafisica per eccellenza che il professor Martin Heidegger poneva agli studenti durante le sue lezioni: “Perché vi è, in generale, l’essente e non il nulla?”. Questa è la prima di tutte le domande. La difficoltà per il pensiero a cogliere il concetto di nulla è ciò che conduce gli individui a rimuovere il problema della fine, innescando proprio quell’atteggiamento distruttivo di cui tanto si temono le conseguenze. Dovremmo compiere quel gesto titanico che è la decisione anticipatrice della morte attraverso cui permettere il disvelarsi dell’essere e accedere a un’esistenza autentica. In realtà siamo stati risucchiati dalla tecnica che, lungi dal costituire solo un tratto dell’evoluzione umana, rappresenta uno specifico modo di relazionarsi con il mondo. Il risultato è che ci siamo bevuti l’essere e ciò che rimasto è solo l’essente, sotto forma di beni prodotti a dismisura. Non c’è più margine di decostruzione. Non ci resta che esseri fedeli alla verità di un evento, sperando che non sia troppo tardi.

La Papessa

La papessaDopo Agora, un’altra rivisitazione storica di un forte personaggio femminile. Una storia a metà tra realtà e leggenda tratta dal romanzo di Donna Woolfolk Cross

di Lorenzo Lamperti
lampe83@tiscali.it

Negli ultimi tempi al cinema abbondano le protagoniste femminili forti; si assiste sempre più spesso alla rivisitazione di eventi storici e alla riscoperta di personaggi femminili dimenticati, donne che hanno fatto la storia ma che sono state fino a ora tralasciate: ne è un esempio la filosofa Ipazia del film Agora, interpretata dal premio Oscar Rachel Weisz. Molte volte si provvede a rileggere le vicende di un’eroina già conosciuta, come è il caso dell’Elizabeth con Cate Blanchett. Talvolta i personaggi femminili rappresentati al cinema si trovano al confine tra realtà storica e mito, e hanno un’aura leggendaria. È questo il caso di Johanna, la protagonista del film La papessa di Sonke Wortmann.

Il film, prodotto dalla Constantin Film in collaborazione con la UFA, è tratto dall’omonimo romanzo della scrittrice americana Donna Worfolk Cross e racconta un episodio leggendario riguardo all’unico papa donna che avrebbe governato la Chiesa cattolica dall’853 all’855 d.C. In realtà, la maggior parte degli storici sostiene che il papa donna sia una figura immaginaria, derivante da un mito nato molto probabilmente in età medievale ma il film, e il romanzo, partono da quegli elementi che potrebbero suffragare l’ipotesi che la papessa sia realmente esistita.

Wortmann si propone di raccontare tutta la vita della papessa, Johanna, sin dalla sua infanzia, realizzando un affresco storico piuttosto elaborato. Il personaggio è incarnato da tre diverse attrici che impersonano Johanna nelle diverse fasi della sua vita, a partire dalla difficile adolescenza, nella quale un padre violento e retrogrado le impedisce di frequentare la scuola cattolica nella cattedrale di Dorstadt, favorendo invece il fratello che ha molta meno predisposizione allo studio del greco e dei testi sacri. Johanna però non si arrende, fugge di casa e arriva a Dorstadt. Qui dovrà scontrarsi con le resistenze maschiliste dei prelati e di tutto l’ambiente sociale, ma troverà anche l’amore di Gerold, un generoso cavaliere che la accoglie nella sua casa. Via via in un cammino fatto di pericoli e scelte dolorose, Johanna arriva fino a Roma travestita da uomo, e qui dovrà decidere la sua strada tra fede e amore.

La papessa si inserisce in un contesto molto florido nel cinema e nella letteratura degli ultimi anni, quello appunto della rivisitazione storica mista allo svelamento del mito, filone inaugurato da Dan Brown e il suo bestseller Il codice da Vinci. Nel film di Wortmann, comunque non ci sono misteri o complotti, solo la storia di una ragazza prima e di una donna poi, che segue il suo destino e cerca di forzare le porte che le sono sbarrate davanti a causa dei tempi e delle resistenze sociali al vedere una donna emancipata e intellettualmente attiva. Manca la componente mistica, prevale quella storica, cosa che agli spettatori tedeschi, da sempre inclini al cinema storico, piace molto. Ma il film di Wortmann è privo non solo di pathos, elemento non sempre necessario al cinema, ma anche di empatia. Il personaggio di Johanna non è sviluppato a fondo; le sue azioni, così come la sua vocazione, non sono problematizzate: insomma, sembra di assistere alla traduzione in immagini di un libro di storia. L’ambientazione riuscita, grazie anche ai mezzi di produzione che sono di tutto rispetto, non riesce a salvare un’operazione che sa molto di film televisivo, nonostante le interpretazioni di attori internazionali come Ian Glen e John Goodman. Perlomeno, rispetto alle fiction italiane, non si assiste alla descrizione della vita già conosciuta di un personaggio celebre, ma a quella di una donna leggendaria. Ma il piattume è quasi lo stesso.