Hesher è stato qui!

Hesher è stato qui

Una straordinaria prova corale di un cast in stato di grazia per un’opera prima che regala sorrisi e commozione. Dal Sundance alle sale nostrane, un film intenso e toccante sul dolore della perdita e sulla voglia di ricominciare

di Francesco Del Grosso
francescodelgrosso@yahoo.it

«La vita è come una passeggiata sotto la pioggia: c’è chi trova riparo e chi si bagna e basta». (Grandma)

L’opera prima di Spencer Susser, Hesher è stato qui!, scorre lungo un fiume di parole e silenzi, lacrime e sorrisi, ma soprattutto di cervellotiche metafore e strampalate perle di saggezza che raccontano l’universo indecifrabile e complicato dei sentimenti. Un ventaglio di emozioni che si apre al cospetto della platea di turno, alla quale il regista statunitense regala un film capace allo stesso tempo di colpire come un pugno ben assestato alla bocca dello stomaco e di sfiorare come una tenera carezza che percorre una guancia. Il risultato è una pellicola che accorcia in maniera mirabile l’eterna dicotomia tra il dolore di una perdita e il desiderio di ricominciare, quelli di una famiglia costretta a scegliere, in un valzer incontrollabile e imprevedibile di eventi, se provare a trovare un riparo dalla pioggia o lasciare che questa continui a cadere inesorabile sulle loro esistenze.

Le esistenze in ballo sono quelle del tredicenne T.J. e di suo padre: nessuno dei due ha ancora superato il dolore per la perdita della mamma e della moglie, morta in un incidente stradale. Le cose iniziano a cambiare quando il ragazzo fa amicizia con Hesher, un ventenne ribelle, violento, sgradevole e volgare, che gli farà sia da mentore che da spina nel fianco. I suoi metodi spiccioli, senza mezze misure, spesso estremi, nascondono sotto una veste tatuata, metallara e rozza, un affetto immenso. A dare corpo e voce a quest’ultimo un Joseph Gordon-Levitt ispiratissimo e camaleontico (lo vedremo presto a grandi livelli in un’altra stupenda interpretazione in 50/50), autentica punta di diamante di un cast in stato di grazia, nel quale tutti, nessuno escluso, lasciano un segno indelebile nella mente e nel cuore dello spettatore. Una straordinaria prova corale che porta alla ribalta il talento naturale del giovane Devin Brochu (T.J), conferma l’intensità comunicativa davanti alla macchina da presa di Piper Laurie (Grandma) e Rainn Wilson (Paul), la capacità di adattamento di una Natalie Portman piacevolmente inedita (Nicole).

Un quintetto che rappresenta senza ombra di dubbio il valore aggiunto di un film nato sotto il segno dell’indipendenza, perfetto esempio di come una storia bene interpretata, scritta e diretta come questa, sia in grado di sopperire in tutto e per tutto alla mancanza di un budget. Hesher è stato qui! dimostra chiaramente che non sono i dollari fumanti a contare veramente, ma la forza intrinseca che scaturisce dalla storia e dai personaggi che la animano. Personaggi dal forte spessore drammaturgico, ben sviluppati e delineati nel loro percorso individuale e corale, che si scontrano e incontrano continuamente. Tutto il resto viene da sé, merito di una regia che sa sfruttare a pieno l’enorme potenziale empatico e narrativo messo a disposizione da una sceneggiatura davvero solida, impreziosita da capovolgimenti e cambi repentini di registro, ma soprattutto da dialoghi e momenti tanto surreali (Hersher e Grandma che fumano erba insieme nella camera da letto) quanto poetici (la corsa sotto la pioggia in bici di T.J), tanto intensi (l’epilogo del funerale) quanto irriverenti (la piscina), che permettono al film di restare in equilibrio perfetto sul filo del rasoio tra dramma e commedia.

Hugo Cabret

Hugo CabretIl nuovo film in 3D di Martin Scorsese, che ha ottenuto ben 11 nomination agli Oscar, è un appassionato ed emozionante omaggio alla settima arte e ai meccanismi della creazione del sogno

di Stefania Pala
stefania.pala@gmail.com

Basta la prima inquadratura, quella neve che cade leggera su la gare Saint Lazare dove Proust andava «a cercare il treno di Balbec», ed è subito magia. Martin Scorsese trova nelle pagine del premiatissimo libro di Brian Selznick, La straordinaria invenzione di Hugo Cabret (Mondadori), simboli e personaggi della sua smisurata passione per il grande schermo e scrive in 3D una bellissima lettera d’amore al cinema, dedicata al pioniere del fantasy George Méliès (Ben Kingsley) che – secondo le parole del regista – «ha esplorato e inventato la maggior parte di tutto ciò che ancora viene fatto al cinema».

I chiaroscuri dei disegni a carboncino che animano il libro sostituendo molti passaggi della narrazione sembrano fatti apposta per diventare immagini tridimensionali. Ambientata nella Parigi degli anni Trenta, ai tempi dell’avvento del sonoro, l’avventura di Hugo (Asa Butterfield) è quella di un ragazzino povero e ingegnoso, come gli eroi dickensiani, che, rimasto orfano, vive regolando e aggiustando il tempo degli orologi alla stazione, con il desiderio di far rivivere l’automa lasciatogli dal padre, convinto che nasconda un segreto.

Con ben 11 nomination agli Oscar, una in più di The Artist, Hugo Cabret è un film sorprendente sui meccanismi della creazione del sogno, un omaggio del cinema al cinema, che è una chiave per riconoscerci e rimetterci a posto quando siamo “rotti”. Dentro c’è il tic tac degli orologi, l’idea del mondo che si è smarrito in un labirinto e il mito dell’automa che può essere caricato solo con il sentimento: il robot ha infatti bisogno di una chiave a forma di cuore che sta appesa al collo di una bambina che si chiama Isabelle (Chloë Grace Moretz), grande divoratrice di libri che cita Heathcliff, David Copperfield e Jean Valjean. E dunque ci sono anche la letteratura, l’amore, l’amicizia, la solidarietà e la complicità tra bambini. E infine c’è il flusso sensuale delle luci della città, con la sua Tour Eiffel nel mezzo, che attraverso gli occhi di Hugo, i suoi orologi e martelletti e bordi dentellati, diventa quasi un ipertesto, una città che si può leggere.

Guardare Hugo Cabret è come immergersi nei meccanismi della creazione del sogno e lasciarsi cullare nell’illusione che tutto si possa aggiustare, anche il tempo.

Sulla strada di casa

Sulla strada di casaIn tempo di crisi e di precarietà, l’opera prima di Emiliano Corapi riflette sull’importanza di mantenere integra la propria onestà

di Stefania Pala
stefania.pala@gmail.com

Presentato in una quindicina di festival e vincitore di alcuni premi, Sulla strada di casa è un piccolo film indipendente a budget ridotto (è costato meno di 300.000 euro), che la piccola Iris film ha il merito di distribuire.

Il quarantenne Emiliano Corapi, al suo primo lungometraggio e favorito dalla partecipazione in amicizia di bravi attori, prende spunto dalla cronaca (l’idea del film gli è venuta leggendo un articolo di giornale) per raccontare come le persone “normali” possono trasformarsi in condizioni di crisi e di precarietà in criminali in erba.

Il film mette in scena un piccolo dramma: quello di Alberto (Vinicio Marchioni), un piccolo imprenditore ligure in difficoltà che, all’insaputa della moglie (Donatella Finocchiaro), comincia a fare il corriere per una potente organizzazione criminale. Solo che nel frattempo le cose si complicano e per salvare la sua famiglia, Alberto si troverà a dover affrontare Sergio (Daniele Liotti), un corriere disperato quanto lui, incaricato di prendere il suo posto. Alberto e Sergio sono due facce della stessa medaglia: due persone oneste, solo più deboli e disperate di altre, che tentano di sbarcare il lunario facendo scelte sbagliate perché le scelte giuste possono essere scomode.

Ed è proprio questo il tema centrale del film: l’importanza, la necessità e il bisogno di mantenere integro il proprio bagaglio di valori e la propria identità. Corapi è riuscito perfettamente nell’intento di «fare un film di tensione che non fosse puramente di genere ma che avesse uno spessore drammatico», per usare le parole del regista.

Sulla strada di casa ha il merito di raccontare senza didascalismi e retorica le paure, gli errori e le difficoltà di due uomini comuni. Questa guerra tra “disgraziati” ha qualcosa di ancestrale, la violenza dettata dalla disperazione è un tema classico ma quanto mai attuale in un’epoca di crisi economica e sociale come quella che stiamo vivendo. In un momento storico di grande confusione le persone faticano a non perdersi e a conservare intatta la propria integrità. E questo dovrebbe farci riflettere.

I Muppet

I MuppetI pupazzi creati da Jim Henson tornano sul grande schermo in uno show tutto da gustare, tra umorismo e nostalgia

di Elena Mandolini
mand.mae@libero.it

Walter, il più grande fan dei Muppet, è in vacanza a Los Angeles insieme agli amici Gary (Jason Segel) e Mary (Amy Adams) e scopre che il malvagio petroliere Tex Richman (Chris Cooper) vuole radere al suolo il teatro dei Muppet per estrarre il petrolio di cui è ricca la zona. Per mettere in piedi il più grande Muppet Telethon di sempre e raccogliere i 10 milioni di dollari necessari per salvare il teatro, Walter, Mary e Gary aiutano Kermit a riunire i Muppet, che hanno intrapreso strade diverse.

E chi lo avrebbe mai detto? I Muppet hanno ancora grinta e risate da vendere! Miss Piggy, Kermit, Fozzie, Gonzo e tanti altri personaggi che hanno animato i pomeriggi di diverse generazioni di bambini tornano alla riscossa. L’idea di fondo del regista James Robin è di far apparire semplici pupazzi come comici reali. Risulta un po’ difficile pensare che oggi, con un pubblico di adulti e bambini ormai abituato alla violenza e all’azione, si possa ancora ridere guardando dei pupazzi su grande schermo. Persino i più cinici, quelli che non entrerebbero mai in una sala per vedere il film, si ricrederebbero: I Muppet è un prodotto senza pretese che riesce a far ridere realmente. Non c’è un apparente legame con le vicende precedenti: la storia è completamente slegata e proprio per questo facilmente fruibile anche da chi non conosce i celebri pupazzi creati da Jim Henson.

Il film si apre sulla città di Smalltown, una caramellosa e sonnolenta cittadina dove vivono famigliole sempre allegre, che tanto ricordano le tavolate di una nota marca di biscotti e merendine, dove i bambini amano la scuola e improvvisamente l’intera città si unisce in un coro da musical. Il surrealismo regnerà sovrano per tutto il film, oltre i confini della realtà, esattamente come nei vecchi show dei Muppet. Ed è proprio questa la bellezza della storia: una favola in rosa, vista la presenza di Miss Piggy, che lancia anche qualche occhiolino derisorio ai vecchi musical stile Sette spose per sette fratelli (bellissimo film, per altro). Kermit la Rana è l’unico reale legame fra i vari protagonisti del film, raccontando le emozioni di tutti i personaggi, persino della new entry Walter. Tra costumi sgargianti, vecchie e nuove canzoni e scenografie scadenti, pian piano lo show dei Muppet riapre i battenti regalandoci i momenti più divertenti del film. Gli attori in carne e ossa, tra cui Jason Segel (conosciuto per il telefilm How I Met Your Mother) e Amy Adams (Come d’incanto, Il dubbio, Una notte al museo 2), sono deliziose spalle comiche perfettamente in sintonia con i colleghi di pezza. Tantissime le guest star che hanno prestato il loro volto “per salvare il Muppet Show” e che si sono anche divertite a farne parte. Non ne sveleremo i nomi per non togliere allo spettatore il gusto della sorpresa…

A.C.A.B. – All Cops Are Bastards

ACABTratto dall’omonimo romanzo di Carlo Bonini, il film di Stefano Sollima, regista della serie TV Romanzo criminale, ci racconta la violenza urbana dal punto di vista dei “celerini”, attraverso i fatti più tragici e discussi della nostra storia recente

di Giuliano Colucci
giulianocolucci@yahoo.it

Quando un film (ma la cosa vale anche per un romanzo, per un dipinto, per un brano musicale) ti smuove qualcosa dentro, qualcosa di profondo, qualcosa di ancestrale, qualcosa che viene dalla pancia, qualcosa che ti scombussola perché hai sempre lottato per sommergerlo e perché il tuo lottare per sommergerlo si chiama senso morale, quando un film ti costringe a fare i conti con le tue convinzioni, qualunque esse siano, quando non ti lascia approvare, serenamente, qualcosa di cui sei già convinto, né ti spinge a disprezzare, infastidito, qualcosa che hai sempre avversato, ebbene, quando un film fa tutto questo, allora quel film ha già raggiunto il suo scopo, il più alto che si possa richiedere a un’opera dell’ingegno e non importa se condividi, oppure no, il suo punto di vista, se ti piace o no la morale della favola, ammesso che ve ne sia una e non è questo il caso.

In genere, quando si vogliono stigmatizzare le eccessive semplificazioni e i facili luoghi comuni, si dice che le cose non sono solo bianche o nere, ma che esiste anche il grigio. Ebbene, a un’analisi superficiale, potrebbe sembrare questo il principio guida di A.C.A.B., ma le cose non stanno esattamente così. Qui il bianco è bianchissimo e il nero nerissimo. Quello che viene messo in discussione, piuttosto, in un ribollire di pulsioni primordiali e di preoccupazioni etiche, è la certezza di ciascuno di preferire il bianco oppure il nero. Con le dovute proporzioni, le sensazioni suscitate fanno pensare a un’Arancia Meccanica, estrapolata dal contesto grottesco e straniante dell’opera kubrickiana e immersa nella routine quotidiana dei nostri giorni, nei fatti di cronaca che ci raccontano i giornali, su cui tutti discutiamo e su cui ognuno di noi esprime i propri giudizi, spesso molto netti. Questa pellicola ci getta in mezzo a quei fatti, nella nebbia dei fumogeni, in mezzo agli scontri nelle strade e fuori dallo stadio, quelli che di solito vediamo nei telegiornali, in una cornice decisamente spersonalizzante. Qui, invece, siamo costretti a immedesimarci in chi che li vive quei momenti, e allora è un poco più difficile sputare una sentenza. Non che si debba rifugiarsi nel relativismo, in quel grigio che sta fra il bianco e il nero. È tutt’altro l’effetto che fa questo film. In effetti, quel qualcosa che ti si smuove dentro è la difficoltà di guardare in faccia la realtà ed esprimere comunque un giudizio, ma un giudizio sofferto e, per questo, probabilmente, più autentico.

A.C.A.B. è un acronimo inventato dagli skinhead inglesi, che vuol dire All Cops Are Bastards, ed è diventato il grido di battaglia di tutti coloro che si scontrano con le forze dell’ordine. La trama del film, infatti, è incentrata sulle storie, tratte dall’omonimo romanzo di Carlo Bonini, di cinque poliziotti della mobile, i cosiddetti “celerini”, che attraversano, da protagonisti, gran parte della cronaca italiana degli ultimi anni, dai fatti della caserma Diaz, durante il G8 di Genova, all’uccisione del tifoso laziale Gabriele Sandri, passando per la vicenda di Giovanna Reggiani, stuprata e uccisa da un rumeno a Tor di Quinto, e per la morte dell’ispettore Raciti, negli scontri fra i tifosi di Catania e Palermo. Si parla di poliziotti, ma non aspettatevi l’agente senza macchia e senza paura, quello, per intenderci, che di solito viene interpretato da Raoul Bova, quello che affronta e sconfigge i cattivi, armato solo del proprio coraggio e della propria onestà. E non aspettatevi neppure la “guardia cattiva”, altrettanto nota alla nostra cinematografia (vedi, per fare solo un esempio recente, il finanziere interpretato da Claudio Santamaria nell’ultimo film di Crialese). Qui i poliziotti hanno nomi di battaglia, come i marines di un altro capolavoro di Kubrick (Full Metal Jacket) o come i banditi di Romanzo criminale. Hanno nomi come Cobra (Pierfrancesco Favino), Mazinga (Marco Giallini), Negro (Filippo Nigro), e già questo, in apertura di film, ti destabilizza. Pensi, infatti, che degli uomini, il cui compito è quello di mantenere l’ordine, non dovrebbero darsi nomi da guerrieri, ma immediatamente il film ti trascina dentro, in una realtà di violenza talmente selvaggia da farti sembrare perfettamente naturale che vi siano dei guerrieri. Allora incominciano quei dissidi interiori, di cui si diceva sopra, che rendono la visione di questa pellicola un’esperienza ora esaltante, ora avvilente, ora ansiogena e ora commovente, grazie all’eccellente regia del figlio d’arte Stefano Sollima, al suo esordio nel lungometraggio cinematografico, dopo ottime prove nei cortometraggi e nelle serie tv (una fra tutte Romanzo criminale), a una fotografia impeccabile, a una colonna sonora di grande impatto e a una prestazione estremamente convincente di tutti gli interpreti, fra i quali spicca un Pierfrancesco Favino da applausi.

L’arte di vincere

Moneyball - L'arte di vincereLa vera storia di Billy Beane, il manager che cambiò per sempre le regole del baseball, in un film che travalica il genere dello sport movie e conquista il pubblico. 5 nomination agli Oscar

di Stefania Pala
stefania.pala@gmail.com

Fresco delle sue cinque nomination all’Oscar (miglior film, sceneggiatura, montaggio, più i due attori: Brad Pitt come protagonista e Jonah Hill come non protagonista) arriva nelle nostre sale L’arte di vincere (Moneyball), la storia vera di Billy Beane (Brad Pitt), il general manager degli Oakland Athletics che nel 2002 cambiò per sempre le regole del baseball americano applicando al gioco una pseudo-scienza chiamata Sabermetrics (dall’acronimo SABR che sta per Society of American Baseball Research).

Scegliendo i giocatori sulla scorta dei dati messi a disposizione da software sempre più sofisticati, Beane portò la squadra più povera e sfigata delle Major Leagues a competere con super potenze come New York Yankees e Boston Red Sox. La sua convinzione era che nello sport, come nella vita, molto possa essere spiegato o addirittura previsto, studiando i dati.

Partendo dal libro firmato dal giornalista Michael Lewis Moneyball: The Art of Winning an Unfair Game (che è stato a lungo un bestseller nella classifica del New York Times), lo sceneggiatore Aaron Sorkin (Premio Oscar per The Social Network), insieme a Steven Zaillian, è riuscito a parlare del baseball, lo sport americano per eccellenza, senza mai mostrarlo.

Bennett Miller, che ha esordito sette anni fa con il film Truman Capote – A sangue freddo, lascia che il gioco finisca fuori campo esaltandolo piuttosto a livello ideologico e metaforico. La storia di Billy Beane diventa così quella di un uomo e delle proprie convinzioni, della forza delle proprie idee portate avanti con coraggio e determinazione.

L’arte di vincere è un film unico nel suo genere: pur rispettando le regole strutturali e i cliché tipici del cinema sportivo riesce infatti a travalicarli e a stravolgerli mantenendo un ritmo sempre sostenuto. Grazie all’abilità degli interpreti e a una sceneggiatura molto solida e convincente, Miller conquista il pubblico proprio come farebbe una squadra di baseball con i propri tifosi.

Mission: Impossible – Protocollo fantasma

MI4-Ghost-ProtocolTornano sul grande schermo le missioni impossibili dell’agente Ethan Hunt nel quarto e adrenalinico film del fortunato franchise nato dall’omonima serie TV degli anni Sessanta. Un mix esplosivo di spionaggio e azione firmato da Brad Bird

di Francesco Del Grosso
francescodelgrosso@yahoo.it

Lo avevamo lasciato alle prese con una delicatissima e complicata operazione di recupero di una giovane collega presa in ostaggio in quel di Berlino, conclusasi nel peggiore dei modi, seguita poco dopo da un’altra andata a buon fine tra le strade di Roma e i corridoi del Vaticano, che aveva lo scopo di vendicare la perdita subita, individuare la talpa nell’Agenzia e salvare la donna che amava diventata nel frattempo “merce” preziosa di scambio per arrivare a importantissime informazioni. A sei anni di distanza dal traballante episodio diretto da J.J. Abrahms, tornano sul grande schermo le missioni impossibili dell’agente Ethan Hunt, nel quarto e adrenalinico film del fortunato franchise nato dall’omonima serie televisiva degli anni Sessanta creata da Bruce Geller. Questa volta se la dovrà vedere con il cattivone di turno per sventare la minaccia di un attacco nucleare, in un tour de force che porterà Hunt da Budapest a Mumbai, passando per Mosca e Dubai.

A vestire i panni del celebre agente dell’IMF in Mission: Impossible – Protocollo fantasma troviamo ovviamente Tom Cruise, mentre il testimone dietro la macchina da presa è passato nelle mani di Brad Bird, qui alla sua prima – e visti gli esiti, speriamo prima di una lunghissima serie – esperienza in un lungometraggio live action dopo una doppietta da Oscar nel cinema di animazione sotto il marchio Pixar, con autentici capolavori come Ratatouille e Gli Incredibili. Del resto, già con la pellicola del 2004 aveva lasciato intravedere enormi potenzialità visive e stilistiche; non restava dunque che applicarle in storie con personaggi in carne e ossa. L’occasione per fortuna è arrivata con risultati da far girare la testa agli appassionati della saga cinematografica e più in generale a quelli dell’action. Scene da manuale come quelle ambientate nel Cremlino (la goccia d’acqua e l’ologramma), nell’albergo Burj Khalifa con tanto di scalata in free clinging e successivo inseguimento fra le strade di Dubai in piena tempesta di sabbia, valgono da sole il prezzo del biglietto. E da questo punto di vista, Bird non si fa mancare davvero nulla: dalle esplosioni ai cat fight, dai combattimenti corpo a corpo alle sparatorie, dalle fughe rocambolesche ai travestimenti. Un menù ricco che sazia a volontà, senza però sfinire lo spettatore come accade con i film di Michael Bay.

Il regista statunitense firma il più spettacolare e adrenalinico tra i capitoli della quadrilogia, mescolando elementi thrilling tipici della spy story con scene d’azione visivamente sontuose e impressionanti per originalità nella costruzione, velocità di esecuzione e resa finale sul grande schermo. Un’equazione perfetta che vede il tasso di spettacolarità aumentare proporzionalmente con lo scorrere degli episodi. Ne viene fuori un mix esplosivo di suspense e accelerazioni ritmiche, che lo script dosa sapientemente nonostante qualche passaggio a vuoto sul versante narrativo (la tappa di Mumbai), che a conti fatti non influisce sul prodotto finale. Senza alcun dubbio, non c’è da strapparsi i capelli sul fronte drammaturgico, ma la scrittura e la messa in scena nel complesso gettano le basi necessarie per un film che non conosce la parola annoia e tiene incollati gli spettatori alla poltrona dal primo all’ultimo fotogramma. Al resto ci pensano la regia eclettica, un azzeccatissimo restyling del cast e degli ottimi effetti visivi.

Bird riesce là dove il creatore di Lost e regista del recente Super 8 non era riuscito, ovvero realizzare un film capace di trovare la giusta alchimia tra gli ingrediente sopraccitati. M:I 4 ha, infatti, il merito di aver trovato la misura e il compromesso tra le parti, i generi chiamati in causa e tutto quello che ruota intorno alla matrice originale, dando vita a qualcosa in grado di soddisfare i gusti e le esigenze delle diverse tipologie di pubblico. Sembra quasi di assaggiare con gli occhi e le orecchie a un cocktail che unisce l’eleganza del tocco e le atmosfere del primo episodio griffato De Palma del 1996 (che resta fino a questo momento il migliore), con la cura formale della messa in quadro stilistica e coreografica del sequel diretto quattro anni dopo da John Woo. Due sguardi e approcci narrativi e visivi diametralmente opposti, che Bird shakera in maniera impeccabile, restituendo alla platea intrattenimento di altissimo livello, divertimento allo stato puro, un ottovolante di emozioni e una serie di scambi dialogici in bilico sulla lama di un rasoio. Non ci resta che aspettare una missione sempre più impossibile, con la speranza che a raccontarcela sia ancora una volta un regista in stato di grazia come Bird.

Il sentiero

Il sentiero (Na Putu)L’islamismo salafita nel cuore dell’Europa. Riuscirà a sopravvivere una piccola storia d’amore alla prova di un grande conflitto di civiltà?

di Giuliano Colucci
giulianocolucci@yahoo.it

Probabilmente il titolo italiano, Il sentiero, non rende esattamente l’idea che questa pellicola vuole trasmettere. Più fedele è la resa che ne dà la versione inglese: On The Path, espressione che traduce, in modo letterale, la locuzione Na Putu, titolo originale del film. “Na Putu”, in bosniaco, vuol dire essere in cammino, inteso anche e soprattutto come cammino spirituale. E, in effetti, è di questo che parla il film, di qualcosa che è in viaggio, un viaggio tutt’altro che compiuto, ma che porta in sé tutta la speranza del cammino. È il viaggio dei due protagonisti, che si sforzano di procedere mano nella mano, anche se vanno a due velocità diverse, ma è, soprattutto, il viaggio di un intero popolo, quello bosniaco, impegnato nel difficile cammino della ricostruzione.

Jasmila Zbanic, figlia della guerra, ci mostra, infatti, una Sarajevo che cerca di ricostruire le sue case, le sue strade, i suoi palazzi, ma soprattutto cerca di ricostruire la propria identità. E allora, a prima vista, il cammino di questo popolo sembra un cammino verso l’occidente e, per tutta la prima parte del film, vediamo una Sarajevo molto diversa da quella che ci veniva raccontata dai telegiornali di qualche anno fa, una Sarajevo molto più simile a una qualunque delle nostre città. Poco a poco, però, viene fuori una realtà diversa, anch’essa in cammino, ma che sembra andare nella direzione opposta, verso l’oriente, verso la spiritualità, verso il passato. Ed è qui che il tocco dell’autrice si rivela sapientemente delicato. La Zbanic, infatti, si identifica nel punto di vista della sua protagonista Luna, una ragazza perfettamente calata in uno stile di vita occidentale, che rifiuta, con l’orgoglio della donna emancipata, l’ideologia retriva dell’islamismo salafita, quella che invece il suo compagno, Amar, vorrebbe abbracciare. Tuttavia la cineasta bosniaca, che già ci aveva commosso con il premiatissimo Grbavica, non cade mai nella trappola del giudizio univoco, particolarmente insidiosa quando si tratta di questi argomenti, soprattutto quando a farlo è una donna cresciuta lì, dove tali istanze hanno reso molto più difficile essere donna. Lei qui, invece, riesce a cogliere quell’anelito di spiritualità e di purezza che pure c’è in tali movimenti integralisti, mescolato con il fanatismo e con il cieco rifiuto del progresso. In questo modo tali questioni, apparentemente estranee alla nostra cultura, ci sembrano molto più vicine e ci fanno riflettere su quel ritorno prepotente all’elemento religioso che non è caratteristica esclusiva del mondo islamico. A ben vedere, infatti, il cammino intrapreso da Amar, il quale, per sfuggire all’anomia di una società post-bellica che non ha ancora
rimarginato le proprie ferite, si rifugia dapprima nell’alcool e poi trova protezione nei confini certi della ferrea osservanza religiosa, ricorda molto da vicino alcune vicende analoghe che accadono ogni giorno nella società occidentale, in apparenza del tutto secolarizzata. Basti pensare a colui che, qualche anno fa, si era erto a guida di tale civiltà, il presidente degli Stati Uniti George Bush, il quale, dopo aver superato i suoi problemi di alcolismo, con l’aiuto di un gruppo ultracattolico, aveva abbracciato il fondamentalismo religioso.

Oltre a tutto ciò, e in conseguenza di ciò, Il sentiero è anche una piccola storia di sentimenti privati, la storia di due ragazzi che si amano e che cercano di portare avanti il loro amore, anche quando le loro visioni del mondo prendono strade drammaticamente divergenti. E qui, ancora una volta, l’autrice mostra la sua grande capacità nel costruire delle grandi figure femminili, figure potenti e allo stesso tempo credibili, aiutata, in questo, dall’ottima interpretazione di Zrinka Cvitesic, promettente attrice croata, selezionata, per questa interpretazione, all’edizione 2010 di Shooting Stars, la kermesse che premia i migliori giovani attori d’Europa.

Sette opere di misericordia

Sette-opere-di-misericordiaL’esordio dei gemelli De Serio è un film rigoroso, che lavora di sottrazione, alto e mai smaccatamente artistoide nella forma e nel contenuto. Un perfetto esempio di come il cinema di finzione possa lasciarsi contaminare da quello del reale

di Francesco Del Grosso
francescodelgrosso@yahoo.it

Li avevamo lasciati nel 2010 portare a casa l’ennesimo riconoscimento al Festival di Torino con l’emozionante Bakroman, preceduto negli anni da una cospicua filmografia equamente suddivisa tra cortometraggi e documentari che di premi, non solo in Italia ma a livello internazionale, ne aveva fatto incetta. Li ritroviamo a un anno di distanza viaggiare in lungo e in largo nel circuito festivaliero mondiale a raccogliere nuovi consensi con il loro esordio nel lungometraggio. Stiamo parlando di Gianluca e Massimiliano De Serio e di Sette opere di misericordia, presentato in anteprima all’ultima edizione di Locarno e dal 20 gennaio nelle sale nostrane in una quindicina di copie con Cinecittà Luce.

Sette opere di misericordia come sette sono le opere di misericordia corporale che un cristiano, secondo la Chiesa cattolica, deve compiere nella sua vita. Sette atti che segnano e scandiscono il racconto e allo stesso tempo il destino dei personaggi che animano una storia fatta a sua volta di storie esistenziali che si sfiorano per poi scontrarsi e infine prendersi cura l’una dell’altra tra le quattro mura di una casa. Da qui il titolo di una pellicola di straordinaria intensità che sorprende in primis per la capacità di fondere il cinema di finzione con quello del reale. Merito di una coppia di registi il cui sguardo estetico-formale va di pari passo con le intenzioni drammaturgiche e narrative, in una continua compenetrazione che non consente al primo elemento di prendere mai il sopravvento sul secondo. In una parola: equilibrio. Una componente che ha sempre caratterizzato i lavori firmati dai fratelli piemontesi e che nel battesimo sulla lunga distanza emerge in maniera chiara ed esemplare.

In Sette opere di misericordia traspare già in maniera cristallina uno stile riconoscibile, frutto tanto di una maturazione professionale quanto di una coerenza tematica che i gemelli hanno coltivato e portato avanti negli anni. In tal senso, temi e stilemi chiave della loro filmografia qui si manifestano apertamente senza compromessi, in maniera ancora più evidente per quella parte di spettatori che del cinema dei De Serio avevano apprezzato in precedenza la bellezza, la profondità e la sperimentazione. Nel film si riconosce ancora una volta lo sguardo sacro e rispettoso sull’animato e sull’inanimato, che osserva senza giudicare quello che accade nella contemplazione di un silenzio e di un gesto seppur accennato. Perché tra i due protagonisti, interpretati dalla sorpresa Olimpia Melinte e da un Roberto Herlitzka in perenne stato di grazia, non servono le parole per comunicare, come ai loro registi non accorrono ghirigori visivi per raccontarne le vicende in questa sorta di “thriller spirituale”.

La fissità della macchina da presa ne è la manifestazione visiva e concreta, la manifestazione di un approccio rigoroso, puro e rispettoso della materia corporea che viene assecondata nel suo movimento. È l’uomo a muoversi nel quadro e nello spazio, non viceversa. Lo sfondo e l’ambiente che lo circonda diventa quasi metafisico, astratto, l’ovunque nel dovunque perché sfocato e reso indecifrabile topograficamente parlando attraverso un lavoro straordinario sulle focali. In questo modo le sequenze diventano una successione di scene pittoriche che mettono una figura all’interno di un paesaggio, grazie al gusto indiscusso della composizione dell’immagine che il dna cinematografico dei due registi conserva intatto. Di conseguenza è nella messa in quadro, per quel discorso sulla compenetrazione e contaminazione, che prende forma e sostanza la narrazione, la sua struttura e i contenuti che la vanno a comporre (vedi l’identità e la sua crisi nella società contemporanea, la figura dell’immigrato, il percorso di redenzione). Un terzetto chiamato a rappresentare, secondo un progetto di linearità e sottrazione, una tipologia di cinema evocativo, stratificato, alto, ma mai smaccatamente artistoide e presuntuoso.

E ora dove andiamo?

E ora dove andiamoDopo il successo di Caramel, Nadine Labaki racconta le madri coraggio libanesi in un film che unisce delicatamente tragedia e commedia per lanciare un importante messaggio di pace

di Stefania Pala
stefania.pala@gmail.com

Reduce dai trionfi in patria, dal festival di Cannes e da quello di Toronto (dove ha vinto il premio del pubblico) e dal favore critico conquistato negli Stati Uniti, il nuovo film della regista e attrice libanese Nadine Labaki si prepara a fare il suo ingresso nelle sale nostrane.

E ora dove andiamo?, attraverso un mix di generi tra la fiaba e il musical, riflette col sorriso sulle divisioni religiose che stritolano il Libano e l’intero Medioriente.

La storia si svolge in un villaggio sperduto nelle montagne, in un’epoca e un luogo volutamente imprecisati e affida a un gruppo di donne, musulmane e cristiane, il compito di fermare il germe della guerra e dell’odio che serpeggia tra gli uomini. Sono le donne le vere eroine del film: madri, mogli, sorelle disposte a tutto pur di arrestare l’ennesimo scoppio di violenza innescata dall’eterno conflitto religioso. Donne furbe, intelligenti e coese che cercheranno di raggiungere il loro scopo ingegnandosi come possono e dando vita ad azioni esilaranti come cucinare un’intera cena a base di hashish per placare gli animi virili oppure assoldando danzatrici ucraine per distogliere mariti, fratelli e fidanzati dal pensiero della vendetta.

A quattro anni dal successo internazionale di Caramel, Nadine Labaki è riuscita a raccontare un’altra storia in cui l’energia propositiva al femminile è di rara intensità, tanto che viene da chiedersi fino a che punto di sacrificio arriverebbero le donne per vincere i conflitti mediorientali, soprattutto alla luce delle primavere arabe. Per lei infatti il cinema è «un’arma non violenta per cambiare la realtà» e il mutamento auspicato naturalmente va in direzione di un mondo migliore, dove i conflitti lentamente scompaiano.

Con una scelta coraggiosa, il film della Labaki unisce in modo delicatissimo commedia e tragedia, sorriso e pianto e riesce a far convivere pacificamente cristiani e musulmani, raccontando le madri coraggio libanesi con inediti tocchi di leggerezza.

The Help

The-Help

Una storia di solidarietà e amicizia al femminile contro l’intolleranza e il perbenismo dell’America anni 60, nel film di Tate Taylor, tratto dal bestseller di Kathryn Stockett

di Cristina Locuratolo
cristina.elle@hotmail.it

Anni 60, Jackson, Missisippi. Eugenia “Skeeter” Phelan è una giornalista esordiente, che si distingue per talento e per una mentalità scevra da pregiudizi in una società dove la donna è  relegata al ruolo di moglie e madre, rinunciando a qualsiasi aspirazione o velleità. Skeeter è un’outsider che, incoraggiata da una famosa editrice newyorkese, coinvolge due governanti di colore che lavorano presso famiglie bianche, Aibileen e Minny, in un progetto editoriale segreto in cui vengono svelati  i soprusi e le ingiustizie che queste donne sono costrette a subire quotidianamente, smascherando il falso perbenismo e rigore sociale dietro cui si cela una comunità maschilista e razzista.

The Help è un film di denuncia sociale che, però, pone al centro della narrazione l’amicizia segreta tra donne, in cui le reciproche differenze si amalgamano dando origine a un cambiamento importante. The Help non abbandona, se non per brevi tratti, i toni leggeri della commedia dando vita a un colorato carousel di personaggi femminili straordinari: Aibileen (Viola Davis), un’eroina involontaria, dapprima invisibile come la sua storia di vita, ritrova la forza di raccontarsi e di salvarsi; Skeeter (Emma Stone), una ragazza che sta prendendo coscienza del suo enorme potenziale e sta cercando il suo posto nel mondo; Hilly (Bryce Dallas), un personaggio negativo che ha la presunzione di credere di essere nel giusto, mentre in realtà è profondamente fuorviata; Minny (Octavia Spencer), una donna che non ha paura della verità e che fronteggia il male giorno per giorno; Celia (Jessica Chastain) una Barbie esplosiva, frizzante, in apparenza frivola, in realtà con un gran cuore e lo sguardo naif di una bambina.

I colori pastello di cui è dipinta la cittadina di Greenwood rivelano l’atmosfera vibrante di quei tempi e definiscono l’ambiente come familiare e amabile, mettendone in luce la natura fittizia che non può non celare qualche segreto. Un film che fa pensare, sorridere e commuovere celebrando un trionfo fatto di intelligenza, di coraggio e di grande tenerezza verso queste eroine della vita quotidiana, quella vera.

Underworld – Il risveglio

Underworld - Il risveglioVampiri e licantropi di nuovo contro per il quarto epico scontro tra civiltà. E pare proprio che non finisca qui…

di Gaetano Maiorino
maiorino.gaetano@gmail.com

Il mondo in cui licantropi e vampiri combattevano all’ultimo morso per il predominio della propria razza è finito. Gli uomini hanno prodotto armi in grado di distruggere entrambe le discendenze di non morti e, a colpi di nitrato d’argento e concentrato di raggi ultravioletti in proiettili, hanno relegato i famelici lupi e i macabri pallidi bevitori di sangue nelle viscere umide e buie della metropoli ideale  che fa da sfondo al quarto episodio della saga di Underworld (una Vancouver tetra e irriconoscibile grazie alla magia della CGI).

Una saga che avanza nel nome e in omaggio al 3D, non si riesce a individuare alcun altro motivo per indugiare nel portare avanti una storia che si appoggia su due semplici punti cardine: morsi e sangue. Un 3D portato all’estremo ed effettivamente di altissima qualità visiva, strumento nelle mani del duo di registi svedesi Marlind e Stain per raccontare gli spettacolari duelli previsti dalla (molto) scarna sceneggiatura.

Eppure il punto di partenza potrebbe essere interessante per ridare slancio all’epopea: Selene (nuovamente interpretata da Kate Backinsale assente nel terzo episodio), dopo essere stata catturata e ibernata per dodici anni, si risveglia all’interno di un enorme laboratorio di ricerca e scappa grazie all’aiuto inaspettato di un ignoto complice. Subito si mette alla ricerca del suo compagno “ibrido” Michael da cui è stata separata con la forza tempo prima. Ci mette poco a scoprire che ad aiutarla nella fuga è stata una bambina, Nissa, cresciuta in quello stesso laboratorio, unica rappresentante di una razza “altra”, anello di congiunzione tra vampiri e lupi mannari e per questo oggetto della brama di un gruppo di lycan che vogliono usare il suo DNA per diventare invincibili.

L’aggiunta di nuovi elementi narrativi, il finale aperto, la totale assenza di alcuni personaggi chiave  in questo quarto episodio, fanno presagire ulteriori sequel. Si spera più ricchi e intensi di questo. Si ha infatti l’impressione guardando Il risveglio, che si stia ripartendo da zero. La sensazione che si prova di fronte a un primo episodio di una serie: presentazione dei protagonisti dilatata per cercare di sfaccettare i personaggi, prime schermaglie con i nemici, contestualizzazione dell’episodio, un senso di insoddisfazione per l’inconcludenza nell’immediato. Ma se per una serie si è preparati a tale inizio, giunti alla quarta puntata ci si aspetta già qualcosa in più e le sorprese invece che si presentano in questo film sono ben poche e facilmente prevedibili. Il rapporto di Selene con Nissa (senza voler svelare troppo) va ben oltre quello tra due perseguitati compagni di fuga, l’amore che ha fatto breccia nel cuore freddo della vampira guerriera diventa melenso e piatto senza i conflitti che potrebbero sorgere nell’animo di una macchina da guerra che finalmente e fatalmente si abbandona ai sentimenti, i cattivi sono tremendamente cattivi fino all’ottusità finendo quasi per diventare comparse necessarie, carne da macello.

La sorte degli eventuali capitoli cinque, sei e via dicendo, sarà data ovviamente dal risultato del box office, ma date le premesse produttive, probabilmente verremo ancora (volenti o nolenti) a trovarci di fronte alle avventure di Selene. Da salvare certamente le scene di azione, girate in maniera ineccepibile e in ottimo rapporto visivo con il 3D, funzionale in ogni occasione, mai invadente o superfluo.

Quello che si presenta al pubblico di aficionados è quindi un altro giocattolo rumoroso, figlio diretto dei videogames più che di un certo cinema fantastico/action/horror, segno evidentissimo dell’evoluzione sempre meno parallela dei due generi, che si toccano e si incrociano sempre più spesso, dando vita, è proprio il caso di dirlo, a nuove razze ibride di entertainment. C’è a chi piace.

L’ora nera

THE DARKEST HOURDisaster movie in salsa moscovita, Emile Hirsch come un pesce fuor d’acqua e alieni da Super Nintendo: il film di Chris Gorak non si salva dal collasso

di Giacomo Visco Comandini
gviscocomandini@yahoo.it

“Prendiamo Io sono leggenda, ambientiamolo a Mosca, mettiamoci un gruppo di ragazzotti americani che scorazza per la città, con in mezzo qualche spruzzatina di Independence Day”.  Sarà stato questo il pitch  che Timur Bekmambetov avrà recitato agli executive americani della Regency per spillargli un po’ di soldi. E da questo punto di vista, chapeau. Sì, perché il regista cinquantenne russo non ha sbagliato un colpo negli ultimi anni: non solo ha inventato i blockbuster sovietici con la saga fantasy-horror dei Guardiani della notte, ma è riuscito anche a costruirsi una solida carriera in America grazie al successo di Wanted, tre anni or sono. Oggi è una sorta di Michael Bay sovietico, uno dei pochi registi non europei che fanno presenza fissa ad Hollywood e che sta mettendo in piedi anche una dignitosa carriera come produttore, vedi il found footage Apollo 18 e questo L’ora nera. Complimenti allora a Bekmambetov che ha racimolato 40 milioni di dollari dagli americani, li ha fatti venire a girare direttamente a Mosca, con un cast capitanato da Emile Hirsch. Purtroppo però i meriti del produttore finiscono qui, perché il risultato finale de L’ora nera sfiora l’imbarazzo.

La storia è presto detta: due teenager americani fronteggiano una invasione aliena, sperduti nella piazza Rossa. Sono i pochi sopravvissuti a un olocausto alieno. Stop. Il film è tutto qua. Piattissima regia di Chris Gorak, la sceneggiatura è da Razzie Award con alcun approfondimento sui “cattivi”: anzi i tanti vituperati alieni non si vedono mai, e quando appaiono, la loro CGI sembra quella di un Super Nintendo. Viriamo allora sull’ironia? Neanche per idea. Gorak fa riecheggiare violini strappalacrime nei momenti di climax. E in sala scoppiano risate. Sul fronte degli attori non va meglio: Emile Hirsch è monodimensionale, in fondo non ci crede nemmeno lui. Un film bocciato senza se e senza ma. Al confronto 2012 sembra Quarto potere. Ridateci Emmerich. E il pubblico americano infatti non ha perdonato questa esperimento: solo 20 i milioni di dollari racimolati da The Darkest Hour in poco meno di un mese. Chissà in Italia come andrà…

Benvenuti al Nord

Benvenuti al NordDopo il successo del primo capitolo, arriva nelle sale l’atteso sequel di Benvenuti al Sud. Squadra che vince non si cambia, ma non basta capovolgere le situazioni per ottenere lo stesso effetto. Vedere per credere…

di Francesco Del Grosso
francescodelgrosso@yahoo.it

Squadra che vince non si cambia: lo dicono secoli di Storia e lo confermano spesso decenni di Settima Arte a tutte le latitudini. Restringendo il campo di azione alle mura amiche, il fenomeno Benvenuti al Sud, che nel 2010 ha di fatto ha risvegliato dal sonno criogenico la commedia all’italiana, è sicuramente il caso più emblematico di questa tendenza positiva registrata box office nelle ultime stagioni tricolore. Il risultato è andato ben oltre le aspettative, vista la scelta di realizzare un remake made in Italy da un exploit transalpino; Giù al Nord di Dany Boon appunto. Ma il coraggio ha alla fine ripagato, consegnando nelle tasche degli autori la bellezza di 29.868.000€ che hanno permesso al film di Luca Miniero di raggiungere il 5º posto trai i maggiori incassi in Italia di tutti i tempi.

A due anni di distanza, sulla scia di questi numeri da record, arriva finalmente nelle sale l’atteso sequel, Benvenuti al Nord, commedia nazional-popolare che tenterà in tutti i modi di superare – o quantomeno eguagliare – il bottino della pellicola del 2010. Probabilmente ci riuscirà, ma nel frattempo va registrata una considerazione legata agli effettivi esiti di un film che dal punto di vista della qualità dello script e della relativa trasposizione non conquista al 100% lo spettatore. Di fatto, l’attesa è direttamente proporzionale alla delusione del post-visione, ossia molto alta. Nonostante la scelta di puntare su quasi tutti gli ingredienti che hanno fatto la fortuna del primo film della versione nostrana, a cominciare dall’apporto dietro la macchina da presa di Miniero e di quello in scena di un cast straordinario, arricchito da un paio di new entry tra cui Paolo Rossi, il riscontro sul grande schermo mette in evidenza una perdita considerevole di brillantezza ed efficacia nella costruzione dei tempi comici, tanto sul versante dei dialoghi quanto delle gag.

Benvenuti al Sud, alla pari dell’originale francese, scaricava senza soluzione di continuità sulla platea una mitragliata di battute e situazioni comiche folgoranti e imprevedibili, figlie della satira e di un’ironia travolgente costruita sulla presa in giro dei vizi, delle differenze e dei cliché di un popolo. Come a dimostrare che su alcune cose tutto il mondo è Paese, al di là delle distanze geografiche e delle diversità socio-culturali. Questo non significa, però, che se qualcosa funziona, necessariamente quello che nasce sulla sua scia faccia altrettanto. È una regola non scritta che caratterizza molti sequel ed è una regola che purtroppo può essere applicata anche a Benvenuti al Nord. A conti fatti si ride a singhiozzo, ci si diverte solo a tratti (vedi la scena della cena a casa di Alberto a base di sushi, con tanto di tentativi di rianimazione del pesce rosso morto stecchito da parte di Mattia), grazie l’affiatamento della coppia protagonista, in un film dal quale era lecito aspettarsi molto di più. Le disavventure sentimentali, culturali e linguistiche della coppia formato da Alberto (Bisio) e Mattia (Siani) si spostano su al Nord, ma non basta soltanto rovesciare le situazioni mostrate nel 2010 nella speranza di ottenere i medesimi risultati. Questo la coppia Gaudioso-Bonifacci pare non averlo capito, al contrario nella stesura della sceneggiatura ha fatto della rievocazione il motore portante della narrazione. Il risultato è una mancanza di originalità e una penuria di intuizioni comiche davvero rilevante; demeriti che pesano come un macigno sul giudizio finale.

Shame

ShameDopo l’esordio con Hunger, il regista Steve McQueen torna a dirigere un grande Michael Fassbender, premiato a Venezia con la Coppa Volpi, nei panni di un personaggio estremo, succube delle sue ossessioni sessuali

di Antonio Capocasale
capocasale.a@gmail.com

Brandon (Michael Fassbender) è un trentenne di origini irlandesi che vive e lavora a New York. Al di là della routine lavorativa, spende gran parte del suo tempo in numerosi tentativi di soddisfare i propri istinti sessuali, ora cercando prostitute, ora approfittando di conoscenze occasionali, oppure attraverso la masturbazione. La vita di Brandon sembra però entrare in crisi radicalmente quando sua sorella Sissy (Carey Mulligan), cantante dai trascorsi autodistruttivi, si stabilisce nel suo appartamento. Brandon sfuggirà al confronto con Sissy aggirandosi per i bassifondi di New York, cercando le più estreme soddisfazioni delle proprie pulsioni…

Steve McQueen torna dietro la macchina da presa con un secondo protagonista “estremo” dopo il Bobby Sands, militante dell’IRA che si imponeva scioperi della fame in Hunger. Questa volta, il protagonista estremo non è un rivoluzionario. L’estremo Brandon, invece, appare  in tutto (ed è un punto di forza della sceneggiatura di McQueen e Abi Morgan, sapientemente costruita sui cosiddetti “tempi morti”) come il più tipico everyman occidentale di borghesia medio-alta, yuppie dalla vita lavorativa tanto solida quanto monotona. Si potrebbe dire che è così estremamente normale da essere in realtà – paradossalmente – fuori norma rispetto a quello che immaginiamo sia un essere umano. E quel suo essere fuori norma è reso evidente dalla sua erotomania compulsiva. Brandon non nega nulla alla propria sessualità fatta di eccessi: la web girl come la prostituta o la fiamma del suo capo, tutte le occasioni (da quelle colte pigramente al volo, con aria compassata, a quelle cercate con foga) sono buone purché non siano impegnative. Brandon, di fatto, è schiavo della sua ossessione, che gli serve anche a fuggire, forse, dalle possibilità di un confronto umano autentico. Infatti, se per un attimo il protagonista cerca, in maniera titubante, di avviare una relazione con un’affascinante collega, subito si ritrae. Per di più, quando Sissy cerca di parlargli, Brandon fugge passando la notte tra menage a trois e locali torbidi, intraprendendo quella che ha tutta l’aria di una discesa agli inferi – come testimoniano le luci rosse nella scena del locale gay – o una via crucis blasfema con tanto di pestaggio da parte di un uomo la cui ragazza è stata avvicinata dal protagonista poco prima. E la sessualità, dacché era vissuta come ricerca ossessiva del piacere, diviene nient’altro che un’esperienza pesante, dolorosa, non più contatto con un altro essere umano, ma solo con la propria solitudine. Una solitudine dimentica di chi, come Sissy, ragazza emotivamente fragile, cerca invece di avvicinarsi a Brandon.

Un film doloroso, intenso, per alcuni versi anche commovente (il lungo primo piano di Sissy quando in un locale si esibisce in una versione lenta e acustica di New York, New York), senza però essere commosso: McQueen non concede nulla (o quasi) al patetico, e riesce a coinvolgere lo spettatore (e a sconcertarlo) con una regia essenziale, fatta per lo più di lunghi piani fissi, di pochi esterni plumbei e interni che sembrano prigioni per Brandon. Gli spazi sembrano ridotti a “porzioni di spazio” opprimenti: l’unico totale arioso arriva a pochi minuti dalla fine del film, in corrispondenza del solo momento catartico in cui l’anaffettività del protagonista sembra svanire, e forse insorge in lui “Shame”, la vergogna, quando comprende in maniera dolorosa le ricadute del suo comportamento.

In questo senso, ottima anche la perfomance di Fassbender (giustamente premiato con la Coppa Volpi all’ultimo Festival di Venezia), che si conferma sempre più attore versatile, capace di passare da X-Men a A Dangerous Method, e qui si trova a interpretare (leggi: incarnare) un personaggio “tutto corpo”, ma senza che risulti eccessivo, sensuale ma anaffettivo, compassato.

La talpa

La-talpaQuanto ci manca la guerra fredda! E soprattutto quanto manca al cinema. Il nuovo film di Tomas Alfredson è un elegante e raffinato gioco di specchi e di ruoli tratto dal romanzo di John le Carré

di Antonio Rubinetti
rubinetti.antonio@gmail.com

Londra in piena guerra fredda è un covo si spie e contro spie e l’ex agente dell’MI6 George Smiley viene incaricato di scovare la “talpa” infiltrata tra i membri dei servizi segreti britannici. Questa la sinossi dell’ultimo film di Tomas Alfredson, rivelazione del cinema scandinavo con il raffinato Lasciami entrare, che si confronta con un altro adattamento. Questa volta si tratta del classico spy story, Tinker Tailor Soldier Spy di John le Carré, romanzo del 1974 già portato sul piccolo schermo da una fortunata serie televisiva diretta da John Irvin, con la maschera di Alec Guiness nel ruolo dell’agente segreto.

Dopo Graham Greene, la letteratura di spionaggio britannica si è lasciata influenzare e suggestionare dalle tensioni tra i due blocchi economici in maniera assolutamente diversificata rispetto ai loro “cugini” americani, definendo una vera e propria la Golden Age del genere. In quel periodo sono sbocciati scrittori come Ian Fleming e si sono inventati fascinosi agenti segreti come 007, Herry Palmer, ma anche Modesty Blaise, per quanto riguarda il mondo dei fumetti. I personaggi di Le Carré si distanziano particolarmente dal modello James Bond, che comunque non corrispondeva alla sua stilizzazione cinematografica. Già l’Alec Leamas de La spia che venne dal freddo, interpretato da Richard Burton nell’omonimo film di Martin Ritt, era un personaggio quasi amletico, disilluso almeno quanto il Philip Marlowe di Raymond Chandler (volendo fare un accostamento con un altro antieroe seriale). Smiley è un uomo di mezza età di spiccata intelligenza ma incapace nella vita quotidiana, e ha in Gary Oldman un efficacissimo interprete che riprende i toni dolenti del suo Commissario Gordon nei Batman di Nolan, mutandoli nell’ambiguità fredda ma comunque malinconica dell’antieroe letterario.

L’approccio autoriale di Tomas Alfredson, si piega umilmente all’originale letterario, dimostrando ancora una volta la sua abilità nella trasposizione. Non è concessa nessuna semplificazione di trama, tutt’altro. Il labirintico intreccio funziona come un gioco di ruolo a puzzle la cui complessità sembra raggiungere una plasticità del racconto. Alle dinamiche narrative raccontate con cadenze a cui non siamo più abituati, senza grida, ma con intelligenza e raffinatezza, prevale l’atmosfera, l’attenzione al decòr d’epoca. Ne consegue che La talpa diventa una sorta de “Il grande sonno” (appunto) delle spy story. Il tutto orchestrato da una messa in scena altamente di classe, non priva di una certa nostalgia per la guerra fredda, e sostenuto da una galleria di interpreti di prima qualità: da Colin Firth a John Hurt, da Tom Hardy a Stephen Graham, senza dimenticare l’ultimo e aggiornato Sherlock Holmes televisivo, Benedict Cumberbatch, tutti impegnati in una recitazione ai limiti della perfezione.

Non aver paura del buio

Non aver paura del buioChi ama l’horror resterà immancabilmente deluso dal nuovo film prodotto da Guillermo del Toro. Più che un classico film del terrore, un melodramma dark

di Stefania Pala
stefania.pala@gmail.com

Assente dal grande schermo da ben quattro anni, Guillermo Del Toro torna nelle vesti di produttore, dopo essersi già cimentato con il bel The Orphanage e il deludente Splice.

Remake di un horror televisivo degli anni 70 diretto da John Newland, Non aver paura del buio segna l’esordio nel lungometraggio di Troy Nixey, comic book artist e vero deus ex machina dell’operazione. Creature fantastiche, universi oscuri e il mondo dell’infanzia, ancora una volta intrecciati tra loro, sono i grandi temi che tornano nella filmografia di Del Toro che ha scritto la sceneggiatura insieme a Matthew Robbins.

Sally (Bailee Madison) è una bimba tanto solitaria quanto introversa che dopo la separazione dei genitori viene “spedita” dalla madre a vivere con il padre, Alex (Guy Pearce) e la sua nuova compagna Kim (Katie Holmes). I due vivono in un palazzo del 19° secolo, tanto affascinante quanto inquietante, che Sally, trascurata dal padre e incompresa dalla sua matrigna, comincia a esplorare nonostante gli avvertimenti del guardiano, il signor Harris (Jack Thompson). Comincia così un’avventura che la porta alla scoperta di uno scantinato segreto che si rivela abitato da creature maligne che Sally, senza volerlo, libera dalla prigionia.

Nel ricreare Non aver paura del buio, Del Toro e Nixey si sono rifatti largamente all’originale, integrandolo con alcuni elementi e visioni tipiche delle loro produzioni. In particolare la mano di Del Toro si nota nel cambiamento dell’età di Sally, non più una giovane adulta ma una ragazzina alle prese con difficoltà e orrori umani e soprannaturali, come già accaduto ai protagonisti de La spina del diavolo e Il labirinto del Fauno e nella caratterizzazione dei folletti qui riconosciuti come “fatine dei denti”, creature per le quali Del Toro pare avere una particolare fascinazione (già ce le aveva presentate, anche se in altra forma, in Hellboy II).

Per il resto la storia percorre i binari del progenitore con un gusto per la tensione psicologica più che per l’horror nudo e crudo: di scene effettivamente spaventose ce ne sono giusto un paio. L’attenzione è tutta per l’atmosfera che si tende a creare, per la desolazione che accompagna spesso la vita dei protagonisti di Del Toro, ben resa sia dalla fotografia di Oliver Stapleton che dall’accompagnamento musicale di Marco Beltrami.

Ma Non aver paura del buio, pur avendo il pregio di regalare qualche momento di altissima tensione, risente di uno script a lungo andare scontato, infarcito di cliché, a tratti surreale e persino esilarante, che ha avuto per giunta la sfortuna di approdare in sala nella stagione del boom televisivo di American Horror Story, serie tv straordinariamente superiore di fronte alla quale il film di Del Toro può definirsi al massimo un melodramma dark.

J. Edgar

J. EdgarClint Eastwood racconta un’America violenta, spietata e bugiarda attraverso la controversa biografia di John Edgar Hoover, direttore dell’FBI per 50 anni, interpretato da uno straordinario DiCaprio

di Riccardo Vanin
ricky_van@libero.it

Leonardo DiCaprio è da Oscar e questo J. Edgar, ultima fatica di Clint Eastwood, un film oscuro e solenne. Giocato su una fotografia dai toni tendenti al nero e al grigio, il film racconta cinquant’anni di storia di un’America cupa attraverso la biografia di John Edgar Hoover, potentissimo direttore dell’FBI per dal 1924 al 1972 che ricattava presidenti con registrazione e fascicoli top secret.

Clint Eastwood batte, perciò, le strade del biopic e del film politico, ma solo per accidens, come mezzo, non come scopo. L’intento principale, infatti, non è di natura biografica o storiografica, ma manifesta una forte disillusione sociale attraverso il ritratto di un Paese caratterizzato dalla violenza e dalla menzogna attraverso la vita di uno che da quello stesso Paese ha ottenuto successo e gloria, forse per merito più delle sue bassezze e contraddizioni che delle sue virtù. J. Edgar si apre con la messa in scena della violenza (l’esplosione di una bomba con la quale i rivoluzionari comunisti hanno attentato, fallendo, alla vita del procuratore generale Palmer) e ripercorre le vicende di una nazione le cui colpe si lavano con sangue innocente, come quello del piccolo Lindbergh, il cui scheletro in decomposizione, simbolo della purezza prostrata e martoriata dalle iniquità di un Paese abietto e falso, venne ritrovato per caso dopo mesi di ricerca a poche miglia dalla tenuta di famiglia.
Ed è proprio in questa terra in cui la violenza è giudice di chi ha torto o ragione, in cui il passato è senza gloria e il futuro senza speranze, che può farsi strada una personalità come quella di J. Edgar Hoover. Uomo tanto scrupoloso nel suo mestiere quanto ipocrita con gli altri e con se stesso, impacciato con le donne (che vorrebbe conquistare solo per raggiungere una posizione sociale inattaccabile), omosessuale represso, ossessionato dall’ordine e dagli archivi catalogati, Hoover ha sempre vissuto con la madre, una donna autoritaria dalla quale ha imparato tutta quella serie di valori che egli riesce a rispettare solo servendosi della menzogna, del ricatto, dell’occultamento e della trasfigurazione della verità. Egli riesce a sopravvivere nelle intricate trame politiche degli Stati Uniti per mezzo secolo solo grazie a registrazioni di rapporti sessuali extraconiugali del presidente Kennedy e di lettere d’amore (lesbico) di Eleanor Roosevelt, alla mercificazione della propria immagine attraverso millantamenti di arresti da lui mai effettuati e alla totale repressione dei propri sentimenti (come l’omosessualità) per raggiungere ordine e disciplina.

L’industriale

L'industrialeFuori Concorso al Festival di Roma, e nei cinema italiani da venerdì 13, l’affresco più lucido dell’Italia in ginocchio. Perché quando la crisi dilaga nessuno è innocente…

di Paola De Benedictis
guardalaluna23@hotmail.com

Se volete capire la portata dell’attuale crisi economica lasciate stare Tg e giornali, e pure internet, ma correte al cinema a vedere L’industriale, che compie il miracolo di raccontare in maniera lucida e chirurgica il disfacimento pubblico che stiamo vivendo e il dramma personale di un uomo al bivio.

«Noi non scommettiamo sul futuro». Nella risposta del banchiere all’ingegner Ranieri che chiede fiducia c’è tutto il dramma del film e la sintesi fulminea dello spirito di chi ci ha governato finora.

In una Torino metafisica, livida e metallica si aggira l’ingegnere quarantenne Nicola Ranieri (Pierfrancesco Favino), proprietario di una fabbrica a un passo dal fallimento a causa della crisi economica. Gravato dai debiti e respinto dalle banche, pur di non ricorrere ai soldi della perfida suocera, le tenta tutte per salvare l’azienda e non licenziare gli operai. Nel frattempo il suo matrimonio va a rotoli. La giovane moglie (Carolina Crescentini) trascurata, comincia a frequentare un ragazzo romeno che lavora nel parcheggio del suo ufficio. Ranieri vacilla, gira a vuoto, non sa cosa fare: sta perdendo la fabbrica, sua moglie e forse ha già perso se stesso. E allora diventa Otello e pure Macbeth e inevitabilmente la tragedia irrompe sulla scena. Dura un attimo l’ebbrezza della vittoria personale (il riavvicinamento alla moglie) e pubblica (con la vendita del pacchetto di minoranza della fabbrica ai tedeschi). La partita è truccata, il topolino è uscito dal labirinto per finire in gabbia.

Tra echi kubrickiani di Eyes Wide Shut e il cinema di denuncia degli anni 70, Giuliano Montaldo realizza assieme al cosceneggiatore, il giornalista Andrea Purgatori, il suo film più politico proprio perché coraggiosamente incentrato nell’uomo. In un uomo. Così realisticamente disegnato da attraversare lo schermo. C’è il tocco di Purgatori nella resa cinematografica della doppia anima del protagonista, eroica ed egoista a un tempo, e della sua progressiva chiusura interiore. Se non si “fa” semplicemente un mestiere, ma si “vive” una professione è inevitabile che perdere il lavoro voglia dire perdere anche la propria identità e di conseguenza tutte le certezze comincino a vacillare. Lo spiega bene Favino: «Il tema del lavoro mi è caro da sempre, ma bisogna sempre pensarlo in termini di identità, non solo di profitto».

Per questo è fuori strada chi trova che il film a un certo punto abbandoni l’istanza pubblica (la vicenda della fabbrica) per ripiegarsi eccessivamente sul privato (la crisi coniugale). È proprio da qui che bisogna cominciare: riportare il lavoro all’uomo. Riappropriarci della libertà attraverso la rivendicazione dell’integrità, anche con uno scatto d’orgoglio. Scegliere tra la sottomissione alla gelida morsa del mercato e il caldo vento dell’indignazione. (www.independnews.com)

La chiave di Sara

La-chiave-di-SaraTratto dal romanzo di Tatiana de Rosnay, il film di Paquet-Brenner riporta alla luce la strage del Velodromo d’Inverno nella Parigi occupata dai nazisti, intrecciandola, in maniera non sempre convincente, alla vicenda personale di una giornalista dei giorni nostri

di Marco Bruna
marco.bruna@ymail.com

Julia Jarmond (Kristin Scott Thomas), giornalista americana a Parigi, sta conducendo un’inchiesta sui drammatici fatti del Velodromo d’Inverno, il luogo in cui vennero concentrati migliaia di ebrei parigini prima di essere deportati nei campi di concentramento. Lavorando alla ricostruzione degli avvenimenti, Julia si imbatterà in Sara (Mélusine Mayance), una donna che aveva dieci anni nel luglio del 1942 e la cui storia si intreccia a quella di un appartamento acquistato ai nostri giorni dalla giovane giornalista, diventando un caso e un mistero da risolvere.

La chiave di Sara, regia di Gilles Paquet-Brenner, si svolge secondo lo schema classico del flashback: l’intera storia è un susseguirsi di avvenimenti accaduti ai giorni nostri intrecciati ai momenti drammatici degli anni delle deportazioni naziste. Il regista sceglie di legare a filo doppio i momenti della vita di Julia e quelli di Sara, tentando un parallello sulle loro condizioni e le loro scelte di vita, sui loro sentimenti e sulle loro debolezze.
Ma il rischio di banalizzare l’intera vicenda è dietro l’angolo: così, dopo la prima parte del film, realistica e credibile per via della vicenda storica e della drammatica condizione dei deportati, il resto del film diventa un melò scontato e denso di banali sequenze che si appesantiscono l’una dopo l’altra, portando lo spettatore a numerosi sbadigli.
Il tema, sconvolgente come può esserlo solo la follia umana che porta all’annientamento di milioni di persone, merita un approccio e un rispetto notevolmente diversi, merita un’indagine della vicenda molto più introspettiva e approfondita. Legare gli avvenimenti familiari di Julia, seppur importanti, con crudeltà inaudite merita almeno un po’ più di prudenza e sensibilità. Il risultato è che la pellicola presenta pochissimi spunti di interesse e forse sarebbe stata preferibile un’uscita per la televisione o in dvd: su grande schermo ci si aspetta altro.

L’incredibile storia di Winter il delfino

The Dolphin TaleUn cucciolo da salvare e una comunità pronta a tutto pur di sostenere la sua lotta per la sopravvivenza. Tenete i fazzoletti a portata di mano…

di Elena Mandolini
mand.mae@libero.it

Mentre nuota libero, un piccolo cucciolo di delfino si ritrova impigliato in una trappola per granchi che gli procura una ferita gravissima alla coda. Il primo a soccorrerlo sulla spiaggia è il giovane Sawyer (Nathan Gamble), che lo libera dalla trappola. Fra i due, inevitabilmente, nasce una connessione emotiva molto forte. Il cucciolo, che si scopre essere una femmina, viene trasportato al Clearwater Marine Hospital dove viene battezzato col nome di Winter. Purtroppo l’appassionato biologo marino Clay Haskett (Harry Connick Jr.) è costretto ad amputargli la coda pur di salvarle la vita. È solo l’inizio della lotta di Winter per la sopravvivenza. Per fortuna al suo fianco ci sarà sempre Sawyer.

Questa è la vera storia del piccolo delfino Winter e della comunità di Clearwater che si è adoperata per salvargli la vita. Sicuramente non mancherà qualche detrattore che accuserà il film di far leva su facili sentimentalismi, ma riteniamo che non sia questo il caso. L’incredibile storia di Winter il delfino di Charles Martin Smith non è solo la commovente storia di un cucciolo da salvare, ma anche un esempio per milioni di persone con gravi disabilità fisiche. Perché Winter, e il finale non è un segreto visto che campeggia anche sulla locandina del film, sopravvive grazie a una protesi che le consentirà di nuotare come se non avesse mai perso la coda. Nel corso della storia l’adorabile delfino affronta non poche difficoltà fisiche, e persino emotive, che vengono vissute da qualsiasi essere umano si trovi di fronte alla perdita di un arto. Ancora oggi Winter riceve le visite di bambini e adulti che prendono da lei il coraggio di affrontare una disabilità e sopravvivere. Inoltre, il materiale con cui è stata creata la protesi (Wintergel), ideata dal dottor Cameron McCarthy, interpretato da un formidabile Morgan Freeman, viene adesso utilizzata nella realizzazione di protesi umane.

Un forte messaggio, quindi, che il film porta con sé e che può far sognare adulti e bambini. È inevitabile non commuoversi nel momento topico in cui Winter finalmente riesce a nuotare di nuovo scampando così alla morte per soppressione. Ovviamente il film ha aggiunto un po’ di romanzo alla storia originale, inserendo la figura del bambino Sawyer e creando così maggiore appeal per il pubblico più giovane. Magari qualche bambino si immedesimerà in questo piccolo protagonista un po’ chiuso e amareggiato dalla vita, che troverà nei delfini una nuova passione da vivere. La sceneggiatura di Karen Janszen e Noam Dromi regala dialoghi semplici e veritieri e diverse perle di saggezza da conservare. Da additare, purtroppo, un paio di momenti un po’  troppo “american style”, che stonano col resto della storia. Infine, i titoli di coda vengono accompagnati dai versi spezzoni del salvataggio del delfino e dalle prove delle varie protesi.

Buon il cast. Oltre al già succitato premio Oscar Morgan Freeman, ci sono due piccole promesse del cinema: Nathan Gamble e Cozi Zuehlsdorff, che interpreta Hazel, figlia di Clay. Ovviamente spicca anche Winter nel ruolo di se stessa.

Un film da vedere, meglio se con un fazzoletto in tasca.

Immaturi – Il viaggio

 

immaturi-il-viaggio

Gli ex compagni di scuola di Paolo Genovese sbarcano a Paros per il viaggio di maturità. Fra tradimenti, doppi giochi e persino una grave malattia, il nuovo capitolo della serie strappa più di una risata, e anche qualche riflessione

di Elena Mandolini
mand.mae@libero.it

Dopo essersi ritrovati per affrontare nuovamente l’esame di maturità, i sette amici del precedente Immaturi hanno deciso di fare quel famoso viaggio di fine liceo che vent’anni prima non hanno potuto fare. La meta è Paros, un’isola della Grecia. I primi a partire sono Giorgio (Raoul Bova), Lorenzo (Ricky Memphis), Virgilio (Paolo Kessisoglu), Piero (Luca Bizzarri) ed Eleonora (Anita Caprioli). Dopo una prima notte di bagordi e disastri li raggiungeranno le rispettive compagne: Marta (Luisa Ranieri), incinta di Giorgio, Luisa (Barbara Bobulova), compagna di Ricky, e Francesca (Ambra Angiolini) che lascia a casa il neofidanzato per godersi i suoi ritrovati amici.

Un capitolo in più per gli immaturi di Paolo Genovese. Perché il nuovo film è solo questo: una piccola aggiunta alle storie e ai personaggi che abbiamo conosciuto nel precedente film. Invero, ben poco cambiano i suddetti personaggi, che alla fine della storia si ritrovano al punto di partenza; forse, in loro, c’è una maggiore consapevolezza del proprio essere, ma nulla più, tranne che per il personaggio di Eleonora che nel primo capitolo avevamo conosciuto ben poco. Allora, cos’è che decreta questo nuovo piccolo successo di Genovese?

E’ la freschezza della sceneggiatura, la semplicità di dialoghi ben scritti e di personaggi abbastanza credibili a cui ci siamo già affezionati nella precedente storia. E si ride. In più di una sequenza si ride di cuore. Soprattutto grazie a Ricky Memphis, bravissimo e, Maurizio Mattioli, altrettanto bravo. In più, rispetto al primo, c’è anche una storia più drammatica, legata alle vicende personali di Eleonora; pur trattando una malattia importante, Genovese lo fa con tatto, con rispetto, senza comunque tralasciare il dolore, soprattutto psicologico ed emotivo, che una tale malattia porta con sé. Con la stessa leggerezza, non superficialità si badi bene, con cui  affronta la malattia, il film tocca anche l’infedeltà coniugale. A differenza della condanna con cui il traditore si trova a dover fare i conti, Genovese ci racconta che chi sceglie di non confessare il “peccatello” si assume una responsabilità, perché evita la confessione intesa come liberazione dal senso di colpa e soprattutto dal lanciare la palla della decisione finale al tradito. Bravi nelle nuove versioni Paolo Kessisoglu e Raoul Bova: il primo in un ruolo quasi drammatico che gestisce alla perfezione, e Bova che abbandona i panni del playboy in favore di un uomo spaventato, imbarazzato e impacciato. Inoltre, il film di Genovese ha un ritmo e dei meccanismi che ricordano le commedie americane: un punto a suo favore per aver capito come riadattare le idee di forza della concorrenza. Non male anche il resto del cast, fra cui spicca la sensibile Eleonora di Anita Caprioli e la spumeggiante Francesca di Ambra Angiolini. Con delicatezza, le storie di questi Immaturi, che alla fin fine non si dimostreranno tali, si intrecciano e si sovrappongono, regalando quasi due ore di allegria e leggerezza.

E il finale? Beh, forse un po’ surreale, ma che lascia lo spiraglio per un probabile terzo capitolo.

Finalmente maggiorenni

Finalmente-maggiorenniTra gag scontate e umorismo alla American Pie, arriva sugli schermi la versione cinematografica di The Inbetweeners, teen movie tratto dalla serie che ha spopolato sulla tv britannica

di Lidia Parazzoli
lidiaparazzoli@libero.it

Prendete American Pie, aggiungete un tocco in stile Una notte da leoni ed ecco servito il vostro nuovo teen movie, questa volta versione british; stiamo parlando di Finalmente maggiorenni, inglesissima produzione di Christopher Young per Channel 4, la stessa dell’omonima serie TV, che in patria ha già spopolato per tre stagioni.

Il film non rischia certo di stupire per la sua originalità; pur avendo vita indipendente rispetto al suo doppio televisivo, ribadisce situazioni, cast e personaggi già visti. Gli Inbetweeners del titolo originale, che meglio renderebbe il senso, sono dei ragazzi adolescenti che attraversano un momento di passaggio (”in between”, appunto), dall’ infanzia verso l’età adulta. Li vedremo alle prese con primi amori, imbarazzi e speranze che si presentano puntualmente, come se potesse scattare in loro un orologio biologico, alla fine delle superiori. I quattro amici della periferia di Londra decidono di organizzare una vacanza estiva prima di salutarsi e prendere strade diverse. Entusiasti, partono per Creta con una buona dose di spirito goliardico e voglia di far conquiste. Ma le cose non andranno come previsto: la loro imbranataggine e una serie di sfortune, a partire dall’appartamento fatiscente in cui finiscono, gli complicherà la vita non poco. Ma la sera, finiti in uno dei locali più squallidi della città, conoscono quattro ragazze inglesi, apparentemente perfette per le loro avventure. Riusciranno i nostri nell’impresa di conquistarle?

Strano provare un senso di realismo in un film di questo genere, ma si prova nitidissimo, soprattutto per chi è stato sulle spiagge di Malia, Palma di Mallorca, Ibiza: lo spirito folle e anfetaminico di questi luoghi c’è tutto, e ritrae la vita di queste città, insaziabili produttrici di divertimento. Del resto l’idea alla base della regia di Ben Palmer, è quella di seguire con la macchina da presa i ragazzi, spiandoli da dietro alle spalle, restando lì con loro in ogni momento. Si scelgono anche dei tempi meno serrati e si moderano le battute (presenti a raffica nella serie), puntando invece sulla narrazione e sulle relazioni tra i ragazzi, sulla loro voglia di vivere e cambiare.

Innegabile tuttavia il senso di fastidio che si respira nella scelta ormai consueta, nei teen movies, di dividere il mondo tra sfigati e non, puntando sulla comicità che può scaturire da questa visione del mondo. C’è speranza anche per il secchione bruttino? Per la ragazza obesa? Per il bamboccione goffo? Questa la domanda che serpeggia alla base della trama del film e che certo porta ai momenti più divertenti del film, che accompagnano gli sforzi titanici dei ragazzi per esser meno “out” e un po’ più “fighi”. Rimane, purtroppo, un senso di amarezza nel vedere che tutto si riduca a una visione così semplicistica della vita.

Alvin Superstar 3 – Si salvi chi può

Alvin Superstar_3

Tra rimandi letterari e cinematografici e nuove rivisitazioni musicali,  la terza avventura dei Chipmunks stenta a decollare. Si salvi chi può…

di Elena Mandolini

mand.mae@libero.it

La terza avventura dei Chipmunks e delle Chipettes inizia su una lussuosa nave da crociera, che li porterà agli International Musica Awards. Purtroppo, disobbedendo a Dave (Jason Lee) e giocando con un aquilone rubato a un bambino, i sei scoiattoli finiscono per naufragare su un’isola deserta, almeno in apparenza. Sperando che Dave arriverà per salvarli, Alvin e i suoi amici, abituati alle comodità della vita, si troveranno, a modo loro, a combattere contro la natura selvaggia…

Ben poche sono le idee originali su cui si fonda la sceneggiatura di Jonathan Aibel e Glenn Berger. Alvin Superstar 3 – Si salvi chi può s’incentra sul passaggio dall’infanzia all’adolescenza, sul dover affrontare le responsabilità e il relativo abbandono al “giardino di infanzia”. Ben poco, però, insegna il nuovo film di Mike Mitchell (Shrek e vissero felici e contenti), che risulta banale, scontato e stereotipato, e dove l’azione e la verve di Alvin diventano preponderanti su tutto il resto. Se nei primi due episodi della serie cinematografica lo scoiattolo suscitava simpatia e tenerezza, qui diventa la brutta copia di un personaggio da videocassetta. Decisamente pieno di cliché tutta la prima parte del film, dove primeggia l’eterna e consueta lotta fra Chipmunks e Chipettes a suon di successi musicali: visto talmente tante volte che alla fine stona irrimediabilmente. Nella seconda parte della storia, ovvero dallo sbarco dei naufraghi sull’isola, sono evidenti continui rimandi e parodie a classici letterari e cinematografici di genere. Ovviamente c’è Robinson Crusoe, Titanic, Totoro e Cast Away con Tom Hanks che viene sbeffeggiato per la sua amicizia con la palla “Winston” attraverso una isolana che usa palloni e palloncini per creare i suoi unici compagni di sopravvivenza. C’è addirittura un richiamo al telefilm Lost, legato al mistero di una oscura abitante dell’isola, che i bambini non potranno sicuramente cogliere. Sicuramente l’intento del regista era quello di far interagire scoiattoli e scoiattoline dopo il divertente incontro-scontro nel precedente Alvin Superstar 2; forse avrebbe dovuto ricercare ben altro background, perché l’isola proprio non funziona. Neanche le disavventure del tenero Theodor servono a risollevare le sorti del film, che strappa solo qualche leggera risatina nel corso della sua durata. Non manca neanche e per l’ennesima esasperante volta, il ritorno del cattivo Ian Hawke, interpretato da David Cross, il perfido ex impresario pronto a tutto pur di sfruttare il loro impareggiabile talento. Per l’occasione si è unita al gruppo Jenny Slate, ex del cast del Saturday Night Live, nel ruolo della naufraga Zoe.

Da annoverare la colonna sonora comprendente le relative versioni chipmunksiane di successi come il tormentone Bad romance di Lady Gaga oppure l’immortale Real Wild Child (Wild One), Survivor delle Destiny’s Child e Trouble di Pink. Mike Mitchell dirige, quindi, il peggiore film dedicato ai Chipmunks. Persino per il pubblico adulto che ama i film d’animazione risulterebbe un po’ indigesto.

Il figlio di Babbo Natale

Il figlio di Babbo NataleDopo il cult movie burtoniano Nightmare Before Christmas, ci pensano la Sony e la Aardman Animation a salvare il Natale, escogitando soluzioni inedite e inventando personaggi piacevolissimi

di Cristina Locuratolo
cristina.elle@hotmail.it

Il figlio di Babbo Natale è una lieta sorpresa, di quelle che si trovano sotto l’albero e sono destinate a diventare un classico da vedere e rivedere. La magia del Natale, quella su cui si interrogava lo scheletro in stop motion di Tim Burton, torna a essere un interrogativo per i bambini di tutto il mondo che, in questo cartoon, si pongono domande sull’operato di Babbo Natale, il quale, inspiegabilmente, attraversa l’intero globo, da una parte all’altra, in una sola notte, recapitando con puntualità milioni di regali.

Dai creatori di Wallace & Gromit, storico cartone inglese, ha origine questo film interamente realizzato in CGI, che ha il pregio di reinventare la storia più tradizionale che esiste, arricchendola di un nuovo (anti)eroe, un goffo e anticonvenzionale seguace di Santa Claus, Arthur. Il cuore della storia sono indubbiamente i personaggi, merito della sceneggiatura brillante di Peter Baynham, già creatore di Borat, e della stessa regista Sarah Smith che dirige il film con Barry Cook. La figura di Babbo Natale non viene solo “svecchiata”, ma umanizzata; lungi dall’essere una figura mitologica, il vecchio panciuto dalla barba bianca subisce lo stress da lavoro come tutti gli adulti e non è immune alla crescente tecnologizzazione del mondo. Arthur, il figlio più piccolo, andando controcorrente, in realtà recupera l’antico e autentico spirito natalizio e il suo segreto racchiuso nel dono stesso, simbolo d’amore che fa da ponte tra chi regala e chi riceve. Il cartoon è estremamente curato, oltre che nella scrittura, nella realizzazione dei personaggi e il 3D pur non essendo indispensabile, risulta piacevole. Semplicità e magia rendono Il figlio di Babbo Natale una favola squisita per grandi e piccini. Imperdibili le voci dei doppiatori nella versione originale: James McAvoy, Bill Nighy, Hugh Laurie, Jim Broadbent, Imelda Staunton.

Le Idi di Marzo

Le Idi di MarzoDopo Venezia, arriva nelle sale italiane l’ultimo film di George Clooney, che parte dalla politica per raccontare una storia universale, dal sapore shakespeariano, fatta di tradimenti, giochi di potere e compromessi

di Cristina Locuratolo
cristina.elle@hotmail.it

Le Idi di Marzo è un film classico e asciutto, ben diretto, ben scritto, ben interpretato. Non c’è che dire, Clooney sa girare un film politico che poi tanto politico non è, come ha affermato lo stesso regista-attore nel corso della conferenza stampa all’ultimo festival di Venezia. La storia, infatti, è universale, parla di tradimenti, giochi di potere, compromesso.

La pellicola presenta una trama circolare che ruota attorno a Stephen (un Ryan Gosling da lodare), giovane idealista che lavora per Morris (Clooney), governatore in corsa per la carica presidenziale. Nel cast attori del calibro di Philip Seymour Hoffman e Paul Giamatti, Evan Rachel Wood e Marisa Tomei. Liberamente ispirato all’opera teatrale Farragut North di Beau Willimon, Le Idi di Marzo conserva l’impostazione teatrale ma non ne mantiene la staticità anzi coinvolge lo spettatore regalando momenti di suspence degni di un thriller. Se lo scenario è quello politico, lo scontro è tra vita reale e ideali. Il dramma, dal sapore shakespeariano, si esprime nei dialoghi brillanti e nei volti dei protagonisti, pedine di un gioco che essi manovrano ma che è tuttavia più grande di loro.

Tuttavia Le Idi di Marzo volge il suo sguardo oltre la corruzione politica e la crisi di valori, pur restando ancorato all’ambiente politico, evidenzia l’importanza della responsabilità, dell’integrità morale, della lealtà nelle scelte che la vita impone ad ogni singolo individuo. La fitta rete di intrighi, su cui è costruita l’intera opera, è tessuta ad arte da Clooney che confeziona un film di genere impeccabile, dimostrandosi un abile conoscitore del mondo politico americano e dei suoi retroscena. La storia compie un doppio movimento: ad un’ascesa corrisponde una discesa, è l’inevitabile destino umano costellato di vittorie e sconfitte, dove la verità non viene perseguita ma messa a tacere sotto un cumulo di segreti e bugie.

Sherlock Holmes: Gioco di ombre

Sherlock Homes_Gioco di ombreContrariamente a quanto succede di solito, il sequel firmato da Guy Ritchie è persino migliore del primo capitolo, con la coppia Downey Jr. & Law più in forma che mai

di Elena Mandolini
mand.mae@libero.it

Bombe esplodono a Strasburgo e Vienna, uno scandalo investe un magnate indiano del cotone e un industriale americano dell’acciaio muore misteriosamente. Cosa hanno in comune questi eventi? Sul serio l’insurrezione anarchica è la chiave di tutto? Per Sherlock Holmes (Robert Downey Jr.) solo un nome può nascondersi dietro tutto questo: il professor Moriarty (Jared Harris). Uomo di scienza e dall’intelligenza sopraffina che eguaglia quella dell’investigatore londinese, Moriarty si rivela un nemico decisamente pericoloso. Holmes, ovviamente, non si lascia scoraggiare e insieme al fidato Watson (Jude Law), novello sposino, decide di scoprire il piano ingegnoso di Moriarty per tentare di fermarlo.

Guy Ritchie sforna la seconda avventura su Sherlock Holmes dal titolo Gioco di ombre, con la sceneggiatura firmata dai coniugi Mulroney. Se nel primo episodio poteva esserci qualche lacuna, qualche momento di noia, qui non succede nulla del genere. La trama è ben congegnata, la sceneggiatura è articolata e scritta senza cadute di stile e i siparietti comici fra Holmes e Watson fanno realmente ridere e non risultano troppo artefatti. Sicuramente la trama del primo Sherlock risentiva della presentazione dei personaggi, rivisitati non poco dal regista, e di una storia a volte troppo complicata. Con Gioco di ombre, Ritchie si è divertito a giocare con la storia e i personaggi, e il risultato si vede. Holmes e Moriarty sono la duplice faccia di una stessa medaglia: se il primo usa l’intelletto a scopo benefico, il secondo si ingegna per un sordido tornaconto personale. Nel corso del film i due uomini si scontreranno in più di un’occasione, soprattutto giocando con le loro menti eccelse, dando vita a momenti decisamente accattivanti (in tal senso è ben girata soprattutto la sequenza della partita a scacchi fra i due nemici). Il personaggio di Holmes vive, quindi, in funzione della sua nemesi, che diventa per lui quasi un’ossessione. Una pecca la si potrebbe riscontrare nell’eccesso visivo con cui Ritchie rappresenta l’acuta intelligenza del suo protagonista: a volte sembra sfiorare la preveggenza. Diverso, invece, il percorso del Dottor Watson, che sembra quasi un secondo Holmes, in quanto continua a sviluppare un acuto senso dell’osservazione e della deduzione. Delizioso anche il personaggio secondario della zingara Sim, affascinante gitana che ricorda molto la cacciatrice Kate Beckinsale di Van Helsing, interpretata dalla brava Noomi Rapace, protagonista della Trilogia Millennium. E che dire delle disavventure della neo Signora Watson? Una divertente ciliegina sulla torta.

La bella trama è sicuramente sostenuta dalla seducente fotografia di Philippe Rousselot, che ha saputo ricostruire in chiave gotica le maggiori città europee, e dall’impeccabile colonna sonora del genio Hans Zimmer. Un occhio di riguardo Ritchie lo ha riservato alle scene action e alle accurate esplosioni: sarebbe venuto fuori un bel 3D.

Robert Downey Jr. e Jude Law si dimostrano, come già nel precedente episodio, perfetti nell’intesa attoriale. Bravo anche Jared Harris che crea un Moriarty sobrio, elegante e per questo ancor più pericoloso. In conclusione, Gioco di ombre è un film che cattura e diverte. Da vedere.

ll gatto con gli stivali

Il gatto con gli stivali Direttamente dall’universo di Shrek, arriva sul grande schermo un nuovo eroe felino, protagonista di una favola western dal sapore latino, complice la voce suadente di Antonio Banderas. Dal 16 dicembre al cinema

di Cristina Locuratolo
cristina.elle@hotmail.it

Era dai tempi de Gli Aristogatti di casa Disney che sul grande schermo non si vedeva una storia felina così avvincente. Dimenticate Garfield (anche se qualche somiglianza fisica c’è) e il prototipo del gatto pigro, viziato e mangione. Il gatto con gli stivali di Chris Miller, nuovo cartoon firmato Dreamworks è lo spin-off della celebre saga animata Shrek, ovvero l’antefatto che precede l’incontro tra il gatto leggendario e l’orco verde. Svincolatasi dalla celebre fiaba di Perrault da cui il micione con gli stivali prende spunto, qui Gatto diventa l’alter ego del suo doppiatore (nella versione originale e in quella italiana e spagnola), Antonio Banderas. Come lui, infatti, Gatto sa brandire una spada (Zorro), è un abile ballerino di flamenco (come lo stesso attore ci ha dimostrato a Broadway e in diversi suoi film) e rappresenta perfettamente il latin lover, insomma un micio-macho, piccolo e tenero, dagli occhioni dolci e la voce incredibilmente sexy.

Ad affiancarlo una gattina mascherata, Kitty Zampe di Velluto, molto scaltra e attraente come una Catwoman senza artigli ma dal pelo e i baffi autentici, che ha la voce dell’attrice messicana Salma Hayek (in Italia quella di Francesca Guadagno) e l’Uovo Humpty Dumpty (doppiato da Zach Galifianakis, in Italia da Alessandro Quarta), catapultato dal mondo surreale di Lewis Carroll al villaggio spagnoleggiante, San Ricardo. Tanti gli elementi fiabeschi (Gatto, Uovo, i tre fagioli magici, Mamma Oca), presi da tradizione letterarie differenti per provenienza e autori, sapientemente orchestrati e combinati con riferimenti squisitamente cinematografici, dalla citazione del film cult di Fincher Fight Club alla rilettura dei miti del cinema western.

Le ambientazioni ricreate riproducono fedelmente lo spirito latino del protagonista, sono cariche di colore, dense, brillanti, in modo tale che l’atmosfera della storia traspaia nell’architettura della città, nei vicoli contorti, nelle case color terra non allineate e illuminate da una luce calda. Ne Il gatto con gli stivali si mescolano commedia, romanticismo, avventura e leggenda, trasportando un personaggio noto in direzioni totalmente nuove e inaspettate, dandogli un Uovo come fratello ad esempio, che è ciò di quanto più lontano si possa immaginare da un gatto spadaccino, e una mamma in carne ed ossa che parla spagnolo. Il merito di questo cartoon è proprio quello di avere un’originalità tutta sua, pur partendo da personaggi e storie già esistenti, andando oltre la favola stessa.

Finalmente la felicità

Finalmente la felicitàArriva nelle sale l’ultimo film di Pieraccioni, una commedia semplice e senza pretese che lancia alla sfida al cine-panettone doc

di Stefania Pala
stefania.pala@gmail.com

Sarà un duello all’ultimo spettatore quello tra i due cine-panettoni che puntualmente arrivano nelle nostre sale la settimana prima di Natale. Toccherà a Leonardo Pieraccioni dover sfidare dall’alto delle sue 600 copie distribuite da Medusa il cine-panettone doc (Vacanze di Natale a Cortina della Filmauro), forte di ben 750 copie. E che vinca il migliore (cioè il meno peggio).

Finalmente la felicità, scritto insieme a Giovanni Veronesi, ripropone l’ormai inossidabile formula “pieraccioniana”: un giovane imbranato alle prese con una donna troppo bella che finirà, non si sa come, per coglierne l’inspiegabile fascino. Tutto parte da C’è posta per te, il programma di Maria De Filippi. Qui Benedetto Parisi (Pieraccioni), professore di musica a Lucca, scopre che la defunta madre aveva adottato a distanza una ragazzina brasiliana che negli anni è diventata una splendida ragazza (Ariadna Romero) di circa vent’anni desiderosa di conoscerlo. Benedetto partirà con questa sorellina acquisita per la Sardegna insieme all’amico Sandrino (Rocco Papaleo) a bordo del suo pullman turistico panoramico.

«L’idea mi è venuta quando Domenico Costanzo (uno degli autori del soggetto) mi ha detto che sua madre aveva appunto adottato una bambina brasiliana a distanza e che lui sognava di conoscerla», spiega Pieraccioni. Finalmente la felicità è un inno alla musica, una commedia semplice e lieta, in puro stile pieraccioniano. Non ci aspettavamo certo il graffio di Monicelli, ma qualche variazione sul tema e qualche guizzo in più non ci sarebbero dispiaciuti.

Vacanze di Natale a Cortina

Vacanze di Natale a CortinaLa commedia natalizia firmata De Laurentiis torna alle origini e fa tappa di nuovo a Cortina, privilegiando una comicità più genuina e un ritmo narrativo più sostenuto che in passato

di Cristina Locuratolo
cristina.elle@hotmail.it

Dopo innumerevoli mete esotiche, da New York al Sudafrica, quest’anno il cinepanettone di Neri Parenti fa una lunghissima marcia indietro fino a  a Cortina, dove la tradizione cinematografica natalizia iniziò, nel lontano 1983. Un ritorno necessario, a detta dello stesso regista, per recuperare quell’italianità che si era un po’ persa in giro per il mondo. Un Natale squisitamente italiano, con l’albero e le riunioni di famiglia, i vari dialetti da nord a sud, e una località veneta nota per il turismo invernale. Protagonisti, un gruppo variopinto di personaggi dell’Italia di oggi che scelgono la regina delle Dolomiti per trascorrere in pieno relax (o almeno così credono) le vacanze di Natale.

In testa, ovviamente, l’immancabile Christian De Sica, questa volta nei panni di un avvocato che sceglie di abbandonare la vita da fedifrago per dedicarsi alla moglie (Sabrina Ferilli) e alle figlie. C’è poi Lando, un giovane siciliano interpretato da Dario Bandiera, che trova lavoro come autista grazie alla raccomandazione politica dell’ingegnere Brigatti (Ivano Marescotti), un manager spregiudicato e trasformista che deve chiudere in tempo record un grande accordo con un potente uomo russo sposato con Galina (Olga Kent), una donna molto attraente. Non mancano i battibecchi familiari tra due coppie di parenti: Massimo (Ricky Memphis) e Brunella (Valeria Graci), Andrea (Giuseppe Giacobazzi) e Wanda (Katia Follesa). Qualche cameo degno di nota, dal Principe Emanuele Filiberto di Savoia ai vip nostrani, Simona Ventura, Alfonso Signorini e l’allenatore di calcio Cesare Prandelli

C’è forse un vento nuovo quest’anno nella commedia natalizia. In primis c’è un approccio più vicino alla realtà, in quanto si rappresentano non più solo i ricconi, ma le persone di tutti i giorni con una vita comune. In secondo luogo c’è una differenza di ritmi: vi è una comicità più genuina e meno volgare, più incentrata sulla commedia, e quindi sulla parola, che sulle gag meccaniche degli anni passati. A sceneggiare la pellicola insieme a Parenti ci sono i Vanzina che firmarono lo script di Vacanze di Natale ’95; la tecnica di scrittura in questo film si avvicina di più al serial americano (pur restando ancora molto lontano) o al film di genere, adeguandosi ai ritmi dello spettacolo televisivo, dando vita a una comicità meno diluita rispetto ai film precedenti.  In definitiva questo appuntamento tricolore si rivela più riuscito dei natali in trasferta. Del resto il (cine)panettone è una nostra specialità.