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	<title>filmakersmagazine.it &#187; Roma Film Fest 2009</title>
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		<title>Fratelli d’Italia</title>
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		<pubDate>Fri, 07 May 2010 08:05:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Roma Film Fest 2009]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[in sala]]></category>
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		<description><![CDATA[Nel documentario di Giovannesi premiato al Festival di Roma, tre storie, tre adolescenti, tre aspetti diversi della complessa identità multietnica del Paese]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-2795" title="Fratelli d'Italia" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2010/05/Fratelli-dItalia1-400x318.jpg" alt="Fratelli d'Italia" width="400" height="318" /></p>
<p><strong>Nel documentario di Claudio Giovannesi premiato all’ultimo Festival di Roma, tre storie, tre adolescenti, tre aspetti diversi della complessa identità multietnica del Paese</strong></p>
<p>di <strong>Laura Giacalone</strong><br />
<a href="mailto:laura.giacaone@gmail.com">laura.giacaone@gmail.com</a></p>
<p>Dopo la Menzione speciale della Giuria all’ultima edizione del Festival di Roma, il<strong> </strong>documentario di Claudio Giovannesi <em>Fratelli d’Italia</em> fa la sua timida apparizione anche in sala, distribuito in 5 copie da Cinecittà Luce.</p>
<p>Il film, diviso in 3 parti, fotografa l’Italia multietnica di oggi attraverso le storie di tre studenti dell’Istituto tecnico commerciale “Paolo Toscanelli” di Ostia, una scuola particolarmente rappresentativa del “melting pot” della società contemporanea, con quasi il 30% di iscritti di origine non italiana. Se Alin, 17 anni, rumeno, in Italia da quattro anni, vive un profondo conflitto con i compagni di classe e la professoressa di italiano, Misha, 18 anni, è nata in Bielorussia ma è stata adottata da una famiglia italiana: il suo problema non è la comunicazione con i propri pari, ma il rapporto con le proprie origini, che emerge in tutta la sua drammatica complessità nel momento in cui ritrova il fratello, rimasto in Bielorussia. Infine Nader, 16 anni, è egiziano ma è nato in Italia. Per lui, romano a tutti gli effetti, perfino in certi estremismi ideologici che caratterizzano i suoi giovani coetanei, l’elemento di estraneità sembra essere rappresentato dalle convinzioni religiose della sua famiglia, che non accetta la sua ragazza italiana e lo stile di vita eccessivamente liberale del Paese.</p>
<p>Tre adolescenti diversi, tre aspetti complementari dello stesso problema: integrazione, identità e conflitto, a cui si aggiungono le normali problematiche legate alla loro giovane età, che li rendono in tutto e per tutto simili ai loro coetanei italiani. Come Winspeare con <a href="http://www.filmakersmagazine.it/archives/769"><em>Sotto il Celio azzurro</em></a>, il documentario di Giovannesi ha sicuramente il merito di accendere i riflettori su uno degli aspetti più attuali, e purtroppo problematici, della società italiana contemporanea. In un momento storico e politico in cui gli immigrati vivono sulla loro pelle le conseguenze di una politica sociale miope e xenofoba, vedendosi negati i diritti civili più elementari (emblematico lo scandaloso caso della mensa di Adro), conoscere più da vicino i protagonisti di queste ordinarie storie di integrazione sociale è un incentivo prezioso alla tolleranza e al rispetto della diversità e della ricchezza multiculturale.</p>
<p>Non sempre la resa qualitativa del linguaggio utilizzato è all’altezza delle pregevoli intenzioni dell’autore: l’ultimo episodio, complice senz’altro l’innata simpatia e capacità comunicativa di Nader, è sicuramente il migliore dei tre, sia per la qualità delle immagini che per il ritmo narrativo del racconto. Nella composita totalità dell&#8217;opera, però, il calore e l’onestà dello sguardo di Giovannesi arriva al cuore dello spettatore, ed emoziona.</p>
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		<title>Christine Cristina</title>
		<link>http://www.filmakersmagazine.it/archives/2724</link>
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		<pubDate>Thu, 06 May 2010 07:00:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Roma Film Fest 2009]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[in sala]]></category>
		<category><![CDATA[speciali]]></category>

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		<description><![CDATA[Al suo debutto come regista, Stefania Sandrelli racconta la storia di una poetessa italiana vissuta in Francia nel Trecento e lo fa con garbo e intelligenza]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-2725" title="Christine Cristina" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2010/05/Christine-Cristina-400x266.jpg" alt="Christine Cristina" width="400" height="266" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Al suo debutto come regista,</strong><strong> Stefania Sandrelli racconta la storia di una poetessa italiana vissuta in Francia nel Trecento e lo fa con garbo e intelligenza</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;">di <strong>Stefania Pala</strong><br />
<a href="mailto: stefania.pala@gmail.com">stefania.pala@gmail.com</a>
</p>
<p style="text-align: justify;">A quanto pare negli ultimi tempi il cinema ama raccontare le eroine dimenticate, nascoste nelle pieghe della storia. Nelle sale infatti è tutto un proliferare di figure femminili “scomode”. Dopo la storia di Ipazia, filosofa greca trucidata dai cristiani integralisti nel V secolo, portata sugli schermi da Amenabar con il suo <a href="http://www.filmakersmagazine.it/archives/2527">Agorà</a>, sono in arrivo altri due film ispirati rispettivamente alla papessa Giovanna e a Cristina da Pizzano, poetessa italiana vissuta in Francia nel 1300, invisa ai dotti universitari di Parigi cui ebbe il coraggio di ribellarsi con le armi dell’intelletto nella celebre disputa sul <em>Roman de la Rose, </em>troppo misogino per i suoi gusti.</p>
<p style="text-align: justify;">Candidata al David di Donatello per la sua interpretazione di <em>La prima cosa bella</em> di Virzì, Stefania Sandrelli con <em>Christine Cristina</em>, presentato in anteprima fuori concorso al Festival Internazionale del Film di Roma, firma la sua prima opera da regista. «Quando ho letto per caso la storia di Cristina, la sua forza piena di femminilità e di grazia mi toccò il cuore e provai un senso di vicinanza con una donna così lontana che mi fece pensare subito quanto fosse necessario raccontare la sua conquista avventurosa e il suo desiderio di pace, di serenità, di dignità», spiega la Sandrelli. «E ora dedico il film a tutte le donne di ieri e di oggi. Cristina non si risparmia, la sua immensa forza propositiva e il suo coraggio sono doti tipicamente femminili diventate sempre più rare in un mondo che sembra tornare indietro nel tempo dove le donne sono considerate solo merce di scambio».</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’epoca degli scandali legati alle escort e dei documentari che fanno il giro del web invitando alla riflessione, come quello raccontato dalla Zanardo ne <em>Il corpo delle donne</em>, Stefania Sandrelli è riuscita a raccontare attraverso la figura esemplare di una femminista ante litteram, la prima donna a vivere grazie alla sua penna e al suo talento, una storia quanto mai attuale. Un film magari non perfetto ma molto garbato, intelligente e ben girato oltre che coraggioso. E che esce in sole 20 copie e, come ha confessato la regista, conta molto sul passaparola. Andatelo a vedere dunque e se vi piace passate parola.</p>
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		<title>Tra le nuvole</title>
		<link>http://www.filmakersmagazine.it/archives/1283</link>
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		<pubDate>Wed, 20 Jan 2010 08:00:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Roma Film Fest 2009]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
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		<description><![CDATA[Nell'esilarante commedia di Jason Reitman, George Clooney è un cinico tagliatore di teste alle prese con la crisi globale e le sfide dell'universo femminile]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-1284" title="Up In The Air" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2009/12/Up-In-The-Air-400x265.jpg" alt="Up In The Air" width="400" height="265" /></p>
<p><strong>Nell&#8217;esilarante commedia di Jason Reitman, George Clooney è un cinico tagliatore di teste alle prese con la crisi globale e le sfide dell&#8217;universo femminile</strong></p>
<p>di <strong>Stefania Onofrillo</strong><br />
<a href="mailto: stefania.onofrillo@libero.it">stefania.onofrillo@libero.it</a></p>
<p>Una commedia capace di farci riflettere, ma anche di farci ridere. Una storia d’amore divertente e travolgente, ma anche una tragedia carica delle tensioni e dei drammi generati dalla crisi economica globale. Con <em>Tra le nuvole</em> Jason Reitman, autore e regista del film, ha costruito un’avvincente sceneggiatura, ispirandosi al protagonista di un romanzo di Walter Kirn e proponendo una storia ricca di contenuti: nell’epoca di internet e dell’esplosione dei mezzi di comunicazione di massa è sempre più difficile comunicare e impegnarsi nei rapporti interpersonali. Il film si pone anche la fatidica domanda: meglio vivere da soli o in compagnia? Andare o restare? Anche se si è convinti di non aver bisogno di nessuno forse la vita è meglio trascorrerla con qualcuno?<br />
E lo sa bene il protagonista della storia, Ryan Bingham, interpretato da George Clooney. Ryan è giunto a 45 anni senza un vero e proprio legame; viaggia per più di 300 giorni l’anno, vivendo tra aeroporti e hall di prestigiosi hotel ed è interessato solo ai suoi programmi di viaggio e alla collezione di miglia. Tutto quello di cui ha bisogno per condurre la sua vita è racchiuso all’interno di un piccolo trolley.<br />
Il lavoro di Ryan Bingham consiste nel tagliare posti di lavoro nelle aziende: rappresenta il classico salesman americano, vende sogni e nuove speranze a chi sta perdendo una carriera.<br />
Ryan ama viaggiare e apprezza proprio quel senso di precarietà che di solito la gente detesta; ma ben presto la routine e la cinica filosofia di vita di Ryan sarà scossa dalla comparsa di due donne molto diverse tra loro, che mettono in discussione il suo futuro di perenne viaggiatore: Natalie, un’ambiziosa e saccente ventitreenne neolaureata, che ne mina lo stile di vita, proponendo una rivoluzione nel suo lavoro, e Alex, un’affascinante trentacinquenne in carriera, che rappresenta un Ryan al femminile e con la quale nascerà un’immediata attrazione.<br />
Se Natalie, interpretata da Anna Kendrick, legata all’ingenuo idealismo della gioventù, presa sotto l’ala protettiva d Ryan, ne minaccia lo stile di vita, Alex scatena il desiderio di Ryan di condividere qualcosa di più profondo.<br />
Alex, interpretata da Vera Farmiga, abbraccia la filosofia di Ryan anti-legami e proprio questo essere simile a lui riuscirà a farlo innamorare.<br />
Cruciale sarà l’incontro di Ryan con la propria famiglia, in occasione del matrimonio della sorella nel Wisconsin. Ryan sarà costretto a confrontarsi con una famiglia che ha ignorato per la maggior parte della sua vita da adulto e inevitabilmente il suo personaggio mostrerà un’evoluzione e una crescita.<br />
I personaggi sono costruiti in modo estremamente reale e hanno sempre la battuta pronta. Il cambiamento interiore di Ryan si riflette in tutto il film dall’inizio alla fine.<br />
Le città nelle quali Ryan viaggia per lavoro sono state selezionate sulla base dei luoghi dove in effetti si sono realizzati i più alti tagli al personale, fenomeni di bancarotta e fallimenti aziendali, come Detroit, San Louis, Phoenix e Whichita.<br />
Il film,inoltre, riesce a dare un volto ai grandi numeri di dipendenti che quotidianamente perdono il lavoro, attraverso le testimonianze e le reazioni di persone reali, che hanno davvero perso il loro posto di lavoro.<br />
La bravura di Reitman e dell’interpretazione di Clooney ci portano a sorridere non di fronte a questa tragedia, ma del presente in cui viviamo, dove ci si lascia con un sms, si viene licenziati in videoconferenza e dove il riscatto, le nuove possibilità e i nostri sogni sono contenuti all’interno di un pacchetto contrattuale.</p>
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		<title>L&#8217;uomo che verrà</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Jan 2010 19:04:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Roma Film Fest 2009]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
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		<description><![CDATA[Vincitore del Marc’Aurelio d’Argento, l’opera seconda di Giorgio Diritti rievoca la strage di Marzabotto per ripudiare le guerre di ieri e di oggi]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-829" title="L'uomo che verrà" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2009/10/Luomo-che-verrà-400x254.jpg" alt="L'uomo che verrà" width="400" height="254" /></p>
<p><strong>Vincitore del Marc’Aurelio d’Argento, l’opera seconda di Giorgio Diritti rievoca la strage di Marzabotto per ripudiare le guerre di ieri e di oggi<br />
</strong><br />
di <strong>Gaetano Maiorino</strong><br />
<a href="mailto: gaetmaior@yahoo.it">gaetmaior@yahoo.it</a></p>
<p>Si dice che la prova fondamentale per un regista di qualità sia la sua opera seconda, il film che viene subito dopo l&#8217;entusiasmante esordio e che conduce verso un brillante avvenire o una irrecuperabile mediocrità. Dopo i quasi dodici mesi di proiezioni in tutta Italia dello stupefacente <em>Il vento fa il suo giro</em>, le scelte artistiche di Giorgio Diritti erano tra le più attese della nuova stagione cinematografica. Il Festival del Film di Roma ha tenuto a battesimo la seconda pellicola girata dal regista, e con <em>L&#8217;uomo che verrà</em> le speranze non sono state deluse.<br />
In una nazione che non ha, o non vuole più avere, memoria storica, Diritti compie un atto coraggioso e necessario, rievocando la strage di Marzabotto e raccontando gli eventi che portarono alla drammatica rappresaglia nazista nei confronti degli innocenti abitanti del paese romagnolo, in risposta all&#8217;uccisione di una pattuglia tedesca da parte dei partigiani nascosti tra le colline circostanti.<br />
La storia si concentra attorno a Martina, ultima figlia di una famiglia di contadini. La piccola non parla da quando ha perduto il fratellino di pochi giorni e osserva silenziosa gli eventi che la circondano e che coinvolgono sua madre, nuovamente incinta, suo padre e sua zia. Il punto di vista di un&#8217;innocente per antonomasia, è forse retorico, e ancor più amplificato dal mutismo della giovanissima protagonista, ma riesce tuttavia a caricare di ulteriore intensità la narrazione di Diritti.<br />
Dopo aver girato <em>Il vento fa il suo giro </em>in dialetto occitano, il regista propone al pubblico un film in dialetto bolognese, la lingua realmente parlata dai contadini locali. La ricostruzione storica messa in scena è attenta e precisa, il ritmo del film scorre lento come le giornate incerte dei vari personaggi, perfettamente interpretati, mai eroici, come la storia insegna. I numerosi piano-sequenza che accompagnano lo spettatore attraverso i luoghi della tragedia, sono i passi timorosi e rispettosi di chi si addentra nella sofferenza dei sopravvissuti e un&#8217;ultima carezza sul volto delle vittime.<br />
Quello che colpisce è comunque il modo con cui il regista riesca a non cadere nei luoghi comuni e nella facile presa di posizione, schierandosi dalla parte di chi combatte l&#8217;oppressore.<br />
La bravura di Diritti sta nel sottolineare le contraddizioni da entrambe le parti, nel non fare sconti a nessuna delle due fazioni in conflitto, prendendosi carico realmente del dolore di chi è stato brutalmente giustiziato.<br />
Il nostro paese ha bisogno di film come <em>L&#8217;uomo che verrà</em>. Ne ha bisogno per ricordare a chi sostiene le azioni militari, che non c&#8217;è nulla di naturale nel mettere contro due gruppi di uomini armati, qualsiasi siano le ideologie che li muovono; ne ha bisogno per stroncare i dibattiti sterili che ciclicamente ritornano su chi fosse dalla parte giusta durante la seconda guerra mondiale e a quale delle due fazioni ora bisogna rifarsi per legittimare la propria importanza politica. Perchè da qualsiasi parte ci si fosse trovati in quei giorni terribili, è chi sta nel mezzo che ne ha patito di più, e chi sta nel mezzo è sempre la povera gente. La semplicità degli uomini e delle donne delle campagne bolognesi è infatti schiacciata tra i folli ideali del nazismo e la rabbiosa, necessaria, ma non sempre ben orchestrata, reazione dei partigiani.<br />
<em>L&#8217;uomo che verrà</em> ha inoltre il pregio di parlare della guerra senza mostrare (se non da lontanissimo, dall&#8217;alto di un campanile) azioni di guerra. Perchè parlare della guerra non è necessariamente affondare nella carne del soldato ferito o condividere la solitudine e la paura del partigiano nascosto. Parlare della guerra è, soprattutto oggi, parlare di chi la guerra la subisce per davvero, di chi vede le proprie terre invase, la propria routine tragicamente interrotta. Era ieri la gente di Marzabotto, come è oggi la gente di Gaza, la gente di Kabul, la gente di Baghdad. È per questo che l&#8217;opera di Diritti, sebbene si concentri su un solo episodio legato alla seconda guerra mondiale, può considerarsi senza dubbio una lettura attenta del fenomeno bellico e si distacca dal suo essere temporale per diventare universale. È un atto di memoria e di commemorazione, ma anche un&#8217;opera contemporanea, attuale, ben radicata nel presente. L&#8217;impatto fisico e emotivo del conflitto sui personaggi del film, è da ritenersi emblematico.<br />
Nel proliferare di film consumati e dimenticati, che il pubblico nostrano è abituato a fruire e abbandonare nel giro di poche settimane, Diritti si inserisce con un racconto che sarà difficile rimuovere e che sarebbe bello vedere magari nelle scuole, nelle piazze, commentato a giovani ancora sufficientemente innocenti per riuscire a coglierne il profondo messaggio di pace.</p>
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		<title>Triage</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Dec 2009 11:00:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Roma Film Fest 2009]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[in sala]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel film di Tanovic sul fotoreporter traumatizzato della guerra, una riflessione sul potere della fotografia come strumento di rappresentazione e scudo dalla realtà]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-1195" title="Triage" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2009/12/Triage-400x292.jpg" alt="Triage" width="400" height="292" /></p>
<p><strong>Nel film di Tanovic sul fotoreporter traumatizzato della guerra, una riflessione sul potere della fotografia come strumento di rappresentazione e scudo dalla realtà</strong></p>
<p>di <strong>Gaetano Maiorino<br />
</strong><a href="mailto: gaetmaior@yahoo.it">gaetmaior@yahoo.it</a></p>
<p>Un&#8217;antica credenza parla della fotografia come ladra di anime. Uno scatto, un istante immortalato per sempre nella storia e nella memoria, si pensava riuscisse anche a risucchiare ciò che per molti è la linfa vitale dell&#8217;uomo. Leggende. Superstizione. Eppure se non è la foto in sé come processo chimico a svuotare dell&#8217;anima un essere umano, probabilmente ciò che viene fotografato può di sicuro causare turbamento, creare un trauma, colpire nel profondo chi fotografa.<br />
Sembra suggerire questo la storia di Mark Walsh (Colin Farrel), fotoreporter di guerra protagonista di <em>Triage</em>, ultimo film di Danis Tanovic.<br />
Concentrandosi soprattutto sui giorni successivi al suo ritorno a casa, dalla compagna Elena (Paz Vega), il regista bosniaco, con questo film tratto dal romanzo omonimo di Scott Anderson, cerca di aprire una riflessione sulla psiche umana di fronte al dolore, alla sofferenza e al senso di colpa.<br />
Insieme al suo amico e collega David, Mark ha viaggiato attraverso i più drammatici conflitti degli ultimi vent&#8217;anni, sparsi in ogni angolo del mondo, e ha riportato con la sua “arma personale”, incredibili testimonianze di eventi, massacri, disperazione, eroismo, sentimenti catturati sul campo, in prima linea.<br />
La tappa su cui si concentra il racconto di Tanovic, vede Mark e David in Kurdistan durante la guerra contro l&#8217;Iraq di Saddam Hussein, conflitto mai ben narrato sia dai media a quel tempo (fine anni 80), sia dal cinema successivamente.<br />
In un&#8217;epoca in cui la guerra sembra uno stato costante e paradossalmente inevitabile, Tanovic prova in un primo momento a mostrare l&#8217;obiettivo della macchina fotografica come un filtro, uno scudo per ripararsi, per distaccarsi dall&#8217;orrore. Ma ciò non vale soltanto per il fotoreporter, anzi, è così maggiormente per chi guarda le foto pubblicate su riviste, quotidiani, internet: le immagini senza personalità, senza individualità, sono esattamente uno schermo protettivo che permette a chi è lontano dal campo di battaglia, di mantenere questo distacco, di restare lontano.<br />
Eppure non sembra essere sufficiente. La narrazione degli scontri a cui assiste Mark si alterna con gli eventi susseguenti al suo ritorno a casa, avvenuto dopo una grave ferita subita in prima linea. Rientrato senza il suo amico, scomparso senza una spiegazione apparente, il fotoreporter non sembra più lo stesso, il dramma a cui ha assistito scalfisce la sua maschera di durezza e cinismo e la sua mente vacilla.<br />
Le sue stesse foto gli hanno rubato l&#8217;anima. Seduto nel suo salotto a guardare e riguardare quegli scatti, Mark rivive costantemente ciò che ha visto, in particolare l&#8217;esperienza nell&#8217;improvvisato pronto soccorso dei Kurdi (da cui il titolo del film) dove il dottor Talzani decide in pochi istanti, come un Dio misericordioso e allo stesso tempo senza pietà, la vita o la morte di un ferito. Lo scudo crolla.<br />
È qui che però cade rovinosamente anche il film. La tensione, l&#8217;incomunicabilità latente tra i personaggi, il mistero sulla sorte di David e su ciò che è realmente accaduto a Mark in Kurdistan, si svelano con troppa semplicità, superficialità e verbosità, grazie all&#8217;ingresso sulla scena di un personaggio tratteggiato poco e male, il nonno di Elena, uno psichiatra nella spagna franchista che ha aiutato i gerarchi fascisti a guarire dai loro sensi di colpa, che inizia con Mark una terapia per rimuovere il suo trauma. Cristopher Lee prova a creare un&#8217;aura eterea attorno a quest&#8217;uomo, ma fallisce miseramente e il medico diventa un noioso demiurgo che fin dall&#8217;inizio dice di aver capito tutto, che malamente spiega la sua idea della colpa al povero Mark e che banalmente tenta di convincerlo che la vita sia meravigliosa.<br />
Un naufragio per <em>Triage</em>. Un peccato per un film che aveva per tematica, stile e cast tutti gli ingredienti per diventare un&#8217;opera di qualità. Non bastano le citazioni colte su chi davvero sia sopravvissuto alla guerra (di Platone prima dei titoli di coda in questo caso) per parlare di filosofia.</p>
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		<title>Ballo ma sogno il cinema</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Nov 2009 11:17:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Roma Film Fest 2009]]></category>
		<category><![CDATA[conversazioni]]></category>
		<category><![CDATA[parole]]></category>
		<category><![CDATA[speciali]]></category>

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		<description><![CDATA[24enne di Taranto con la passione per la danza, Selenia Orzella racconta il suo debutto sul grande schermo con "Marpiccolo"]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-933" title="Selenia Orzella" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2009/11/Selenia-Orzella.jpg" alt="Selenia Orzella" width="400" height="300" /></p>
<p><strong>24enne di Taranto con la passione per la danza, </strong><strong>Selenia Orzella </strong><strong>racconta il suo debutto sul grande schermo con <em>Marpiccolo</em></strong></p>
<p>di <strong>Stefano Papalia</strong><br />
<a href="mailto: stevenpap@hotmail.it">stevenpap@hotmail.it</a></p>
<p>Selenia Orzella, classe ’84, nasce a Taranto dove vive fino all’età di 12 anni, quando decide di trasferirsi a Roma per frequentare l’Accademia di danza e dare un senso a quella che era la sua passione dall’età di 3 anni: il ballo. Non ha parenti che la possono ospitare nella capitale e, non potendo ancora lavorare, vive nel Convitto Nazionale dalle suore: «Mi sembrava di vivere in un carcere, mi mancava l’aria, sempre gli stessi orari, sempre le stesse facce» &#8211; confessa &#8211; «e così, appena ho potuto, all’età di 17 anni ho cercato una casa tutta mia dove poter fare quello che più mi andava e agli orari che volevo».<br />
<strong>Come è nata, quando e da cosa la passione per il cinema?</strong><br />
«È stato per caso. Insomma io ho sempre ballato e credevo che quella sarebbe stata la mia unica strada, che la mia vita avrebbe girato solo intorno alla danza. Tanto più perchè  sono nata timida, lo sono sin da piccola e non ho mai pensato di poter recitare, anzi era una cosa che avevo escluso a priori. Se non avessi ballato, avrei cantato, dipinto magari, ma recitato mai. Invece certe cose arrivano come fulmini a ciel sereno, del tutto inaspettate e in pochi istanti ti travolgono, ancor prima che te ne accorga».<br />
<strong>Qual è al momento la tua passione, il tuo sogno?<br />
</strong>«Se dovessi dire cosa c&#8217;è al centro dei miei sogni in questa fase della mia vita, avrei difficoltà a dare una risposta certa. Danza o recitazione? Non lo so davvero, direi che stanno alla pari».<br />
<strong>Come sei entrata in contatto col regista Di Robilant?<br />
</strong>«Ho sentito che stavano per iniziare i provini del film per trovare i due attori protagonisti e che si cercavano ragazzi pugliesi. Dal momento che sono di Taranto ho chiesto alla mia agenzia di capire cosa bisognasse fare per le selezioni. Ho così conosciuto il regista, partecipando ai suoi particolari provini, che sono più dei seminari, degli incontri in cui si valutano attitudini, affinità e non solo capacità dei futuri attori».<br />
<strong>Cosa ti ha regalato questa tua prima esperienza?<br />
</strong>«Mi ha regalato una valanga di emozioni che non si possono descrivere, perché perderebbero la loro essenza. Il cinema è una cosa magica, quello che fai resta nel tempo, diventa immortale. Puoi essere chiunque, qualsiasi cosa, e una volta sul set ti accorgi che è tutto diverso da come immaginavi; così anche una ragazza timida come me riesce a recitare e sentirsi a proprio agio. Devo dire che sono stata fortunata perché ho avuto un grande regista e una serie di collaboratori davvero perfetti».<br />
<strong>Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Sono nel cinema o nella danza?<br />
</strong>«Beh, ho appena iniziato una scuola di recitazione con Beatrice Bracchi e credo che questo mondo che mi ha dato tanto da subito non lo abbandonerò molto facilmente, anzi farò di tutto per approfondire e migliorarmi. Sto già partecipando alle selezioni per due casting. Cosa posso dire: speriamo bene! Dall’altra parte c’è tutta una vita passata a ballare su palchi scenici come quello di <em>Domenica in</em> o quello della fiction <em>Grandi domani</em>, che poi è anche il luogo in cui ho iniziato a pensare alla recitazione. Partecipavo a quella fiction come ballerina, ma il regista vedeva in me delle qualità di attrice tanto da farmi dire varie battute e consigliarmi di andare a scuola per tirare fuori il talento. Il ballo per ora resta la mia professione, ma sogno il cinema».</p>
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		<title>Marpiccolo</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Nov 2009 08:00:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L'Ilva e la polvere rossa, la mafia e il mare di Taranto, nell'ultimo coraggioso film di Alessandro di Robilant]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-930" title="Marpiccolo" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2009/11/Marpiccolo-400x300.jpg" alt="Marpiccolo" width="400" height="300" /></p>
<p><strong>L&#8217;Ilva e la polvere rossa, la mafia e il mare di Taranto, nell&#8217;ultimo coraggioso film di Alessandro di Robilant</strong></p>
<p>di <strong>Stefano Papalia</strong><br />
<a href="mailto: stevenpap@hotmail.it">stevenpap@hotmail.it</a></p>
<p>Sullo sfondo di <em>Marpiccolo</em>, dietro a tutti e davanti a tutto, c’è Taranto, la città del porto, la città del sud Italia e della Puglia. La città dell’Ilva, la grande industria siderurgica, criticata spesso per l’inquinamento prodotto. In conferenza stampa è lo stesso regista del film, Di Robilant, che racconta la sua personale esperienza sul set, parlando di una polvere rossa che si respira e che si poggia sulle mani. Loro, quelli che il film l’hanno girato, in questa città ci sono stati poco tempo; gli altri, quelli che lì ci vivono e che all’Ilva sono costretti a lavorare per non morire di fame, la respirano da sempre. A Taranto, la terza città più inquinata del mondo e la prima più inquinata d’Europa, il tasso di mortalità è più alto che in ogni altra parte d’Italia.<br />
È in questo clima e in questo posto fatto di cose sbagliate e di sogni di fuga, che si ambienta il film, che viene messa in scena una storia a metà tra un’onnipresente mafia locale e i sentimenti intensi che soli riescono a tenere vivi. Tutto ruota intorno alle vicende di Tiziano, l’esordiente e convincente Giulio Beranek, di professione giostraio. Lui, un ragazzo non ancora maggiorenne che è costretto a rimpiazzare il ruolo dell’uomo di casa dopo che il padre ha perduto la cognizione della realtà. Lui, ribelle perché costretto dalla vita dura che nel quartiere Paolo IV di Taranto si fa. Lui, che in tutto questo è capace di amare davvero e proteggere con tutto ciò che può, sua sorella, sua mamma e la sua ragazza Stella (l’altra giovane esordiente <a href="http://www.filmakersmagazine.it/archives/932">Selenia Orzella</a>). Lui, che si scontra con il boss locale Tonio e che per miracolo non muore, ma che poi entra in quel circolo vizioso da cui spesso non si esce più. Lui, che finisce in riformatorio per aver fatto qualcosa che non poteva evitare di fare e dove all’inizio rischia di morire, ma poi finisce col rinascere grazie all’aiuto inaspettato del direttore-professore; e alla domanda di un giornalista:  «ma sono davvero così perfetti i riformatori pugliesi?» il regista risponde: «no, ma in realtà tanto difficili come quella affrontata, è molto più facile incontrare uomini straordinari che si caricano sulle spalle intere vite, senza chiedere né ricevere nulla in cambio». Difficile scorgere la differenza tra la sensazione di prigionia di quel riformatorio e quella fuori, stretta tra i confini di una città e ancora prima di un quartiere, che non ti lascia scappare, che t’incastra e t’ingoia l’anima. Più volte viene inquadrato e messo al centro di tutto il mare, ma è un mare sporco in cui si ha paura di entrare perché «si potrebbe bere un sorso di quell’acqua e morire», un mare che non trasmette libertà, che fa solo da confine tra Taranto e il resto del mondo. E poi viene messa in risalto l’energia e la tenacia delle donne del posto che non hanno paura perché non possono averne e che lottano per la propria famiglia e per i propri figli contro i potenti e i poteri che si dimenticano di ogni cosa. All’interno del degrado e della prigionia l’unica via di scampo sembra essere la lettura, grazie a cui si può viaggiare senza doversi muovere, che ti fa vedere posti lontani anche se resti fermo. Toccante la scena in cui padre e figlio si abbracciano all’uscita dal riformatorio.<br />
Ottima e convincente la prova degli attori, soprattutto dei due esordienti assolutamente in grado di trasmettere le proprie emozioni e sensazioni. Ottime regia e scenografia, capaci di creare uno spaccato di vita in uno dei quartieri più difficili del nostro Paese. Ottimo e consigliato il libro da cui questo film prende vita: <em>Stupido </em>di Andrea Cotti, che è anche sceneggiatore.</p>
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		<title>Parnassus &#8211; L&#8217;uomo che voleva ingannare il diavolo</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Oct 2009 11:23:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Roma Film Fest 2009]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
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		<description><![CDATA[Il mito del Faust, l'inestricabile intreccio fra bene e male e un cast d'eccezione nell'ultimo film del visionario Terry Gilliam e opera postuma di Heat Ledger]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-837" title="Parnassus" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2009/10/Parnassus.jpg" alt="Parnassus" width="400" height="300" /></p>
<p><strong>Il mito del Faust, l&#8217;inestricabile intreccio fra bene e male e un cast d&#8217;eccezione nell&#8217;ultimo film del visionario Terry Gilliam e opera postuma di Heat Ledger</strong></p>
<p>di <strong>Gaetano Maiorino</strong><br />
<a href="mailto: gaetmaior@yahoo.it">gaetmaior@yahoo.it</a></p>
<p>Addio Heat. Bentornato Terry. Un senso di vuoto artistico, di speranza impossibile da mantenere, si alterna all&#8217;abbraccio che stringe di nuovo chi sembrava smarrito dietro scelte cinematografiche sbagliate e opere mal riuscite. Si può riassumere così la sensazione che si prova al termine della visione di <em>Parnassus</em>, passo d&#8217;addio del compianto Ledger e ultimo film del regista Gilliam, che mette alle spalle i fratelli Grimm e Tideland per risorgere a nuova vita (artistica) con un&#8217;opera compiuta e completa, difficile e affascinante.<br />
Faust e la sua mitologia a fare da base, il talento visionario del regista e un cast in ogni passaggio perfetto, a fare il resto.<br />
Parnassus è un vecchio imbonitore che, per conquistare la donna di cui si è innamorato, scende a patti con il diavolo: ritorna giovane e diventa immortale. Ottiene il suo scopo, ma in cambio, il demonio, interpretato da Tom Jones, chiede la vita della sua prima figlia, Valentina, nel giorno in cui compirà sedici anni. Intanto Parnassus viaggia con il suo spettacolo itinerante, &#8220;L&#8217;imaginarium&#8221;, nelle buie periferie londinesi cercando il modo di sfuggire al suo patto.<br />
Trama che non stupisce e che suona già nota, ma a questo punto Gilliam decide che questo suo film non resti soltanto la storia del bene che lotta con il male nel più retorico dei discorsi, bensì confonde il bene e il male, confonde luoghi e volti, immerge i suoi personaggi in nuovi mondi che altro non sono se non la propria coscienza (non a caso vi si entra attraverso un finto specchio), e pone il problema della scelta come linea portante della sua narrazione.<br />
La speranza di trattenere sua figlia a sé porta Parnassus a una nuova scommessa con il diavolo, chi riuscirà a conquistare cinque anime avrà come premio Valentina. Per appropriarsi dei cinque trofei, Parnassus si fa aiutare da Tony, ambiguo e sfuggente, salvato dalla sua carovana bizzarra e portato con il gruppo a recitare nello spettacolo. Il giovane è perfetto per attrarre le prede dell&#8217;Imaginarium, bravissimo a plagiarle. Ne conquista quattro e pareggia i conti con il diavolo. Poi  diventa l&#8217;ago della bilancia, l&#8217;ultima anima da ghermire, conteso tra i due sfidanti.<br />
L&#8217;espediente di Gilliam necessario per sostituire lo scomparso Ledger nell&#8217;interpretazione proprio di Tony, diventa un ulteriore spunto narrativo. I tre attori che si alternano nel ruolo, Johnny Depp, Jude Law e Colin Farrel, diventano così altri volti, nuovi volti, di Tony, che mentre da un lato cerca di portare a sé vecchie signore desiderose di nuove emozioni, si confronta con il suo sfaccettato carattere, con la sua turbolenta coscienza. Passando nello specchio di Parnassus, anche chi è in grado di manpolare le scelte altrui si deve confrontare con il proprio essere e si trova davanti alla scelta. Dentro lo specchio tutto ciò che sembra assurdo prende forma, ogni più indefinito e intimo desiderio, il bizzarro, l&#8217;impossibile che esistono dentro di noi, sono resi reali e reali sono le loro conseguenze. Lo specchio si comporta come una lente che ingigantisce ciò che è nell&#8217;animo di chi lo attraversa. Il variopinto mondo che si apre ogni volta dietro e dentro l&#8217;Imaginarium rappresenta paure e desideri e giunto il proprio turno, scegliere diviene quindi non solo schierarsi, ma determina la sopravvivenza.<br />
A Gilliam non si può chiedere certamente di replicare il capolavoro che è stato <em>Brazil</em>. Ma anche questo nuovo mondo che propone, quest&#8217;altro mondo tutto interiore, affascina, rapisce e coinvolge.<br />
Il regista si è paradossalmente trovato a dover combattere contro la fama del suo film, divenuto celebre ancor prima di uscire a causa del drammatico lutto accaduto durante le riprese. Ma il rischio che <em>Parnassus</em> diventasse soltanto l&#8217;ultimo film in cui ha recitato Heat Ledger è stato superato.</p>
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		<title>Sotto il Celio Azzurro</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Oct 2009 08:00:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Roma Film Fest 2009]]></category>
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		<description><![CDATA[Nel documentario presentato a Roma per "Alice nella città", l’educazione infantile e il dialogo fra le culture secondo Edoardo Winspeare]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-770" title="Sotto il Celio Azzurro" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2009/10/MG_0122-400x266.jpg" alt="Sotto il Celio Azzurro" width="400" height="266" /></p>
<p><strong>Nel documentario presentato a Roma per &#8220;Alice nella città&#8221;, l’educazione infantile e il dialogo fra le culture secondo Edoardo Winspeare<br />
</strong><br />
di <strong>Angelo Mozzetta<br />
</strong><a href="mailto: angelomozzetta@tiscali.it">angelomozzetta@tiscali.it<br />
</a><br />
Edoardo Winspeare, regista italiano fuori concorso al Festival di Roma 2009, ci racconta la nascita del suo documentario <em>Sotto il Celio Azzurro</em>, ambientato in un asilo romano: «L&#8217;idea non è mia ma dei produttori Graziella Bildeshaim e Paolo Carnera, che hanno entrambi un figlio lì e mi hanno chiesto di fare un documentario sull&#8217;argomento. All&#8217;inizio non ero così convinto, per cui mi sono riservato di visitare questo asilo per una settimana e prendere una decisione successivamente. Dopo quella settimana ho accettato con grande piacere, e allora abbiamo seguito per un anno la vita del Celio e abbiamo fatto questo documentario».<br />
Winspeare ci tiene a redistribuire i meriti del film: «Io compaio come regista, ma dovrebbe essere firmato, insieme a me, da Luca Benedetti e Sara Pazienti, che sono i montatori, e poi in primis dalla produttrice e dal direttore della fotografia. È un film quasi collettivo. Anche se firmo io come regista, in fondo ho fatto di più l&#8217;operatore. Il direttore della fotografia è l&#8217;ideatore e ha curato e finalizzato la fotografia. La struttura, anche se discussa insieme a me, è più un&#8217;idea dei montatori».<br />
<strong>Il tuo vero apporto alla causa è quindi più nel contenuto che nello stile?<br />
</strong>«La mia impronta è più un interesse morale, verso i giovani soprattutto. Uno sguardo di passione e di partecipazione alle vicende dei miei “fratellli umani”. Io amo molto il mio Paese, che è purtroppo sempre più volgare e cinico, e in questo senso l&#8217;esperienza di Celio Azzurro è veramente esemplare. È un raggio di luce in una notte buia. Cito sempre quella frase di Borges: “Queste persone, di cui ignoriamo l&#8217;esistenza, stanno salvando il mondo”: il tipografo che compone quella pagina che non ama, ma lo fa bene; chi è contento che sia esistito Stevenson, chi accareza un animale quando nessuno lo vede. Queste persone salvano il mondo, non i grandi eroi. È un&#8217;altra versione della frase di Brecht “Il teatro è il paese che non ha bisogno di eroi, ma di eroi quotidiani”. Questi maestri del Celio sono eroi quotidiani».<br />
<strong>Gli intenti del film allora non sono soltanto di pubblicizzazione e promozione dell&#8217;asilo in sé, quanto dello spirito che lo anima…<br />
</strong>«Intanto speriamo che il Celio si possa salvare, e poi che diventi metafora per una scuola diversa in Italia. Quello che ho imparato da questi maestri è che non è così difficile trasmettere dei valori e delle idee positive se ci si crede fino in fondo. Sta tutto lì: con la passione, con l&#8217;amore, hai già fatto il 70% del lavoro. Poi devi essere un buon pedagogo, avere una metodologia e soprattutto una grande dedizione al lavoro».<br />
<strong>Un inno al voler fare?<br />
</strong>«Sì, a voler far bene le cose. Penso spesso che una caratteristica italiana era quella di fare un buon artigianato, e loro sono dei buoni artigiani dell&#8217;educazione».<br />
<strong>Un concetto che nelle scuole italiane, di tutte le età, si trova sempre più di rado…<br />
</strong>«Conosco molto bene la realtà delle scuole perché ci ho lavorato. I maestri sono spesso stufi, scocciati, dicono che i ragazzi sono bestie, capre&#8230; però se si decide a<br />
priori che siano così, quelli verranno fuori ancora peggio. Ancora più importante in questo senso è la scuola materna, perchè è da lì che inizia tutto. In Italia si pensa sempre “Che posso fare io?”, tanto l&#8217;ambiente fa schifo, la società fa schifo, la mafia, il clientelismo, Berlusconi&#8230; quindi io non posso dare niente. Invece no. Ognuno di noi può fare qualcosa, e questi maestri non è che si ergano a fini intellettuali o inventori di un metodo, anzi: sono persone normali, dotate di un talento da pedagoghi,  che semplicemente vogliono fare bene le cose. Queste persone ci sono, e penso di averle scovate grazie a Bildeshaim e Carnera. A me piacerebbe fare un documentario del genere su un artigiano, un pescatore, un montatore. Una persona che fa bene il suo lavoro, che non si imbosca: anche con allegria, perché ci vuole. Anche con leggerezza, che dovrebbe essere la soluzione per il nostro paese. I tedeschi ad esempio riescono a fare le cose con serietà e gravità, e poi si divertono in vacanza. Noi riusciamo soltanto se manteniamo quel tono di leggerezza, specialmente da Roma in giù».<br />
<strong>A chi è dedicato il film?</strong><br />
«Il film è dedicato a Giulia, una maestra fondatrice che non c&#8217;è più. Io dedico sempre il film al santo patrono, nonostante anche questo sia un film profondamente laico, quindi San Pietro e Paolo, ma è più un mio vezzo, un po’ per scaramanzia».<br />
<strong>Hai trovato qualche disagio nel filmare soggetti che non sono attori professionisti?</strong><br />
«È stato molto divertente. Il particolare di questa scuola è che i maestri sono per metà uomini, e gli uomini si mettono più in evidenza delle donne, e hanno preso un pò la scena, però sono molto divertenti».<br />
<strong>Nessun problema allora con l&#8217;occhio gelido della macchina da presa?</strong><br />
«Assolutamente no, anche perchè sono stato lì un mese prima a conoscerli, poi giravo con persone che conoscevano il Celio già da prima. In realtà ho il problema contrario: spesso non mi identificano come regista&#8230; sono una persona discreta, non ne ho l&#8217;aria».<br />
<strong>Strutturalmente parlando, come si è sviluppata l’idea del film?</strong><br />
«C&#8217;era un&#8217;idea di struttura all&#8217;inizio, volevamo cominciare a filmare magari un certo personaggio, ma poi non è stato più possibile e abbiamo semplicemente filmato quello che succedeva lungo il corso dell’anno. Dopo le riprese, i montatori hanno pensato a uno spunto, che era quello di <em>Attenti a quei due</em>: pensare per ognuno una regressione, per mostrare che ogni maestro, ogni uomo e ogni padre deve ricordarsi che è stato bambino: i momenti più felici sono quelli dell&#8217;innocenza. Ogni maestro ha una sfilza di fotografie e musiche che lo portano dai giorni nostri a quando è neonato. Uno di loro dice: “I bambini sono felici se ricordiamo loro che anche noi siamo stati bambini”. I bambini sulla carta ci credono, ma in realtà non lo sanno. Non immaginano che anche il papà si faceva pipì nei pantaloni o giocava”. Berlusconi, D&#8217;Alema, sono stati bambini? E Napoleone o Hitler? È una maniera di provare umanità per le persone più assurde, cosa che loro non fanno molto spesso: contemplare l&#8217;uomo in tutta la sua fisiologia, oltre che complessità psicologica e profondità spirituale. Amen».</p>
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		<title>L’Italia del nostro scontento</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Oct 2009 08:46:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[speciali]]></category>

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		<description><![CDATA[Un documentario a tre voci - Elisa Fuksas, Francesca Muci e Lucrezia Le Moli - per raccontare ambiente, giovani e politica di un paese in continua trasformazione, un affresco polifonico per capire veramente chi siamo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-806" title="L'Italia del nostro scontento " src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2009/10/LItalia-del-nostro-scontento-registi-400x267.jpg" alt="L'Italia del nostro scontento " width="400" height="267" /></p>
<p><strong>Un documentario a tre voci &#8211; Elisa Fuksas, Francesca Muci e Lucrezia Le Moli &#8211; per raccontare ambiente, giovani e politica di un paese in continua trasformazione, un affresco polifonico per capire veramente chi siamo<br />
</strong><br />
di <strong>Laura Giacalone</strong><br />
<a href="mailto: laura.giacalone@gmail.com">laura.giacalone@gmail.com</a></p>
<p>Comincia con una riflessione sulla bellezza il documentario <em>L’Italia del nostro scontento</em>, presentato a Roma nella sezione L’Altro Cinema e realizzato da Elisa Fuksas, Francesca Muci e Lucrezia Le Moli a partire da un’idea di Franco Scaglia. Tre capitoli di vita italiana per raccontare l’“Ambiente”, i “Giovani” e la “Politica” del nostro paese, attraverso un collage polifonico di testimonianze spontanee e frammenti d’immagine. Se Elisa Fuksas si interroga sulla costruzione sociale del paesaggio, mettendo a confronto voci d’autore (da Winspeare a Olivero Toscani) e sguardi di periferia, Francesca Muci attraversa l’universo giovanile riproducendone la multiforme varietà geografica, sociale e politica, restituendoci l’immagine di una generazione sfuggente, variegata, ma fortemente consapevole, scissa tra la voglia di apparire e quella di cambiare. Lucrezia Le Moli fa invece il punto sulle contraddizioni politiche del nostro tempo, esplorando come gente comune e giovani professionisti, lavoratori e disoccupati esprimono, ciascuno a suo modo, idee politiche e punti di riferimento ideologici. Un affresco a tre voci, dunque, per raccontare chi siamo e dove stiamo andando. Ora visionario e immaginifico, ora fatto di parola e giornalistico, il documentario si sviluppa attraverso tre stili e tre approcci diversi, mantenendo comunque una sua straordinaria unità di fondo e una profonda comunione d’intenti.<br />
Abbiamo chiesto ad Elisa Fuksas e Francesca Muci di raccontarci le origini di questo progetto.<br />
<strong>Alcuni dei personaggi che compaiono nel capitolo &#8220;Ambiente&#8221;, da Winspeare agli abitanti di Tor Bella Monaca a Roma, dicono che oggi gli architetti disegnano senza guardare, senza vivere in prima persona il territorio che andranno a modificare. È realmente così?<br />
</strong>E.F: «Non credo che oggi gli architetti vivano separati dall’ambiente che progettano. Credo che le parole del ragazzo di Tor Bella Monaca siano semplicemente dettate dalla rabbia. A volte, come nel caso del Corviale, sempre nella periferia romana, si è arrivati a delle vere e proprie aberrazioni, tanto che l’architetto che lo ha progettato si è suicidato. Bisognerebbe esaminare i casi particolari, ma in generale posso assicurarti che gli architetti non fanno altro che camminare a piedi col naso per aria ad osservare la realtà che li circonda!».<br />
<strong>Come avete selezionato i giovani che hanno raccontato i problemi delle nuove generazioni?<br />
</strong>F.M.: «Semplicemente andando in giro in motorino. Li trovavo per strada, li fermavo e cominciavo a parlarci. Molti di loro non sapevano neanche cosa stessi girando esattamente. Ho preferito che il progetto rimanesse implicito per non alterare il loro pensiero, per lasciarli liberi di esprimere le loro idee sulla loro vita e il Paese in cui vivono».<br />
EF: «Io invece ho dovuto scartare qualche testimonianza. Non so perché (ride), ma la gente, quando si trova davanti a una telecamera, inizia a parlare di qualunque cosa, pure della lavatrice che non gli funziona. Uno, ad esempio, ce l’aveva a morte con Asor Rosa. Altri invece parlavano male della casa del vicino per invidia personale… Ma a parte questi casi, che ho deciso di non includere nel documentario, le altre sono state testimonianze preziose. Ho trovato ad esempio una classe di studenti americani molto intelligenti che mi hanno aiutato a raccontare l’Italia come un prodotto che è ancora in vendita ma che in realtà non esiste più. Tutto quello che oggi viene definito come “made in Italy” spesso fa riferimento a un prodotto che non c’è. Se ti guardi in giro, ormai il cibo è orribile, il vino è di scarsa qualità, le donne sono di plastica…».<br />
<strong>E cosa emerge dalle testimonianze raccolte?<br />
</strong>F.M.: «Innanzitutto uno scarso senso di appartenenza. Quando chiedevo ai giovani che impressione avessero del Paese dove vivono, mi rispondevano sempre riferendosi al loro quartiere. Il Paese è il loro quartiere, non c’è un senso di appartenenza che va al di là dei confini del posto in cui abitano. E poi c’è una grande voglia di apparire, di farsi conoscere. Moltissimi di quelli che ho incontrato sognavano di entrare al Grande Fratello…».<br />
<strong>Il documentario è diviso in tre parti, ciascuna realizzata da un’autrice diversa, ma c’è una grande coerenza stilistica, come fosse un’opera sola. Da cosa è dato questo senso di unitarietà? Avete lavorato insieme?<br />
</strong>E.F.: «In realtà ci siamo incontrate pochissime volte. Abbiamo lavorato separatamente. Poi la colonna sonora indubbiamente ci ha aiutato a dare al tutto un senso unitario e una coerenza di fondo. Ma anche l’autore delle musiche ha lavorato per conto suo…».<br />
F.M.: «Forse il senso di unitarietà nasce dal fatto che siamo donne e che in fondo parliamo tutte degli stessi problemi, ma poi ciascuna di noi ha il proprio sguardo sulle cose…».</p>
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