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	<title>filmakersmagazine.it &#187; speciali</title>
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		<title>La leggenda di Kaspar Hauser</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 10:34:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[speciali]]></category>
		<category><![CDATA[Claudia Gerini]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Manuli]]></category>
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		<description><![CDATA[In anteprima mondiale a Rotterdam, il film di Davide Manuli è la prosecuzione ideale, e radicale, del discorso estetico e poetico di "Beket". Un western post-apocalittico che riscrive la leggenda de l'enfant sauvage e ne fa la sinfonia elettronica di un mondo sopravvissuto a se stesso]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-7214" title="La leggenda di Kaspar Hauser" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2012/01/La-leggenda-di-Kaspar-Hauser1-400x226.jpg" alt="La leggenda di Kaspar Hauser" width="400" height="226" /><strong>In anteprima mondiale a Rotterdam, il film di Davide Manuli è la prosecuzione ideale, e radicale, del discorso estetico e poetico di <em>Beket</em>. Un western post-apocalittico che riscrive la leggenda de <em>l&#8217;enfant sauvage</em> e ne fa la sinfonia elettronica di un mondo sopravvissuto a se stesso</strong></p>
<p style="text-align: justify;">di <strong>Laura Giacalone</strong><br />
<a href="mailto:%20laura.giacalone@gmail.com">laura.giacalone@gmail.com</a>
</p>
<p style="text-align: justify;">Presentato in anteprima mondiale al Festival di Rotterdam il 30 gennaio, <em>La leggenda di Kaspar Hauser</em> è il terzo lungometraggio di Davide Manuli, dopo <a href="http://www.filmakersmagazine.it/archives/304"><em>Girotondo, giro attorno al mondo</em></a> (1998), film di spietata eleganza con cui Manuli irrompe prepotentemente nella scena del cinema indipendente, e <a href="http://www.filmakersmagazine.it/archives/2578"><em>Beket</em></a> (2008), rivisitazione electro-anarchica della celebre opera teatrale di Samuel Beckett <em>Aspettando</em> <em>Godot</em>, premio della critica a Locarno.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>La leggenda di Kaspar Hauser</em> prosegue idealmente il discorso estetico e poetico di <a href="http://www.filmakersmagazine.it/archives/2578"><em>Beket</em></a>, piegandolo a un’istanza di sottrazione ancor più radicale e nichilista. Anche qui, nel graffiante B/N quasi espressionista che è ormai il marchio di fabbrica del cinema di Manuli, la scena si svolge nella desolazione primordiale, o post-apocalittica, di una terra di nessuno – ancora una volta una Sardegna mélièsiana, dai contorni lunari – popolata da un pugno di grotteschi personaggi sopravvissuti all’umana, heideggeriana tragedia dell’<em>esserci</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Se, in <a href="http://www.filmakersmagazine.it/archives/2578"><em>Beket</em></a>, Freak (Luciano Curreli) e Jajà (Jerome Duranteau) vedevano volare sulle loro teste l’autobus che avrebbe dovuto portarli da Godot, il Dio manifestatosi al di là delle montagne sotto forma di sonorità musicale, qui,<em> </em>a volare sulla testa di Pusher (Vincent Gallo) nei primi vibranti <em>frame</em> del film sono dei futuristici dischi volanti che ci introducono alla dimensione rarefatta, fuori da ogni coordinata spazio-temporale, in cui Manuli colloca l’oscura vicenda del “Fanciullo d’Europa”.</p>
<p style="text-align: justify;">La storia di Kaspar Hauser, il misterioso ragazzo comparso all’improvviso in una piazza di Norimberga nel maggio del 1828, capace di dire nient’altro che il suo nome, ha ispirato migliaia di libri e molti capolavori del cinema, da <em>L’enfant sauvage</em> (1970) di Truffaut a <em>L’enigma di Kaspar Hauser </em>(1974) di Herzog. Una storia che, nel tempo, si è arricchita di una moltitudine di interpretazioni filosofiche e divagazioni cristiano-esoteriche.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel film, diviso in capitoli, Kaspar (interpretato splendidamente da Silvia Calderoni) arriva sull’isola deserta dal mare e viene affidato alle cure dello Sceriffo, un irresistibile Vincent Gallo che mastica parole da cowboy e che si occuperà della sua “educazione”, iniziandolo ai mestieri del DJ. Giacchetta Adidas e grandi cuffie alle orecchie, Kaspar si muove a scatti, seguendo le pulsazioni interiori di una musica che piega il suo corpo androgino e lo possiede come un demone. “My name is Kaspar Hauser” diventa così il <em>refrain</em> di una travolgente sinfonia elettronica destinata a esplodere, a coprire i rumori del mondo, a dare al Paradiso la forma di un dionisiaco <em>rave</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel corso della sua breve permanenza sull’isola, Kaspar incontrerà una serie di personaggi surreali, variamente disposti lungo la linea del bene e del male: il Pusher (l&#8217;&#8221;altro&#8221; Vincent Gallo, spacciatore di realtà); la Duchessa, interpretata da una Claudia Gerini particolarmente a suo agio nei panni della dark lady; Drago (Marco Lampis), singolare personaggio a metà tra un <em>freak</em> lynchiano e una creatura di Ciprì e Maresco; la Chiaroveggente (la bellissima modella Elisa Sednaoui); e il Prete, uno straordinario Fabrizio Gifuni in salsa barese, alla cui voce sono affidati i monologhi più belli e poetici del film.</p>
<p style="text-align: justify;">Su tutto, la musica ipnotica di <a href="http://www.youtube.com/watch?v=IV7EYwZc1xQ"><span style="text-decoration: underline;">Vitalic</span></a>, che si mescola ai suoni dell’isola, del vento e del mare (superbamente catturati da Francesco Liotard), e avvolge e scandisce la mirabile storia di Kaspar Hauser, restituendola interamente al suo mistero. Che Kaspar sia l’erede al trono dell’isola o un Messia naufragato sulla terra non ha più importanza. Quel che conta è il <em>qui e ora</em>: il mondo è in overdose e la Regina regna, liberando il corpo dei suoi sudditi nell’estasi di una danza senza domani.</p>
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		<title>L&#8217;arte di vincere</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 06:39:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Torino Film Fest]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[in sala]]></category>
		<category><![CDATA[speciali]]></category>
		<category><![CDATA[Aaron Sorkin]]></category>
		<category><![CDATA[Bennett Miller]]></category>
		<category><![CDATA[Brad Pitt]]></category>
		<category><![CDATA[Jonah Hill]]></category>
		<category><![CDATA[Steven Zaillian]]></category>

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		<description><![CDATA[La vera storia di Billy Beane, il manager che cambiò per sempre le regole del baseball, in un film che travalica il genere dello sport movie e conquista il pubblico. 5 nomination agli Oscar]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-7205" title="Moneyball - L'arte di vincere" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2012/01/Moneyball-Larte-di-vincere-400x266.jpg" alt="Moneyball - L'arte di vincere" width="400" height="266" /><strong>La vera storia di Billy Beane, il manager che cambiò per sempre le regole del baseball, in un film che travalica il genere dello sport movie e conquista il pubblico. 5 nomination agli Oscar</strong></p>
<p style="text-align: justify;">di <strong>Stefania Pala</strong><br />
<a href="mailto: stefania.pala@gmail.com">stefania.pala@gmail.com</a>
</p>
<p style="text-align: justify;">Fresco delle sue cinque nomination all’Oscar (miglior film, sceneggiatura, montaggio, più i due attori: Brad Pitt come protagonista e Jonah Hill come non protagonista) arriva nelle nostre sale <em>L’arte di</em> <em>vincere </em>(<em>Moneyball</em>), la storia vera di Billy Beane (Brad Pitt), il general manager degli Oakland Athletics che nel 2002 cambiò per sempre le regole del baseball americano applicando al gioco una pseudo-scienza chiamata Sabermetrics (dall’acronimo SABR che sta per Society of American Baseball Research).</p>
<p style="text-align: justify;">Scegliendo i giocatori sulla scorta dei dati messi a disposizione da software sempre più sofisticati, Beane portò la squadra più povera e sfigata delle Major Leagues a competere con super potenze come New York Yankees e Boston Red Sox. La sua convinzione era che nello sport, come nella vita, molto possa essere spiegato o addirittura previsto, studiando i dati.</p>
<p style="text-align: justify;">Partendo dal libro firmato dal giornalista Michael Lewis <em>Moneyball: The Art of Winning an Unfair Game</em> (che è stato a lungo un bestseller nella classifica del New York Times), lo sceneggiatore Aaron Sorkin (Premio Oscar per <em>The Social Network</em>), insieme a Steven Zaillian, è riuscito a parlare del baseball, lo sport americano per eccellenza, senza mai mostrarlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Bennett Miller, che ha esordito sette anni fa con il film <em>Truman Capote – A sangue freddo</em>, lascia che il gioco finisca fuori campo esaltandolo piuttosto a livello ideologico e metaforico. La storia di Billy Beane diventa così quella di un uomo e delle proprie convinzioni, della forza delle proprie idee portate avanti con coraggio e determinazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>L’arte di vincere</em> è un film unico nel suo genere: pur rispettando le regole strutturali e i cliché tipici del cinema sportivo riesce infatti a travalicarli e a stravolgerli mantenendo un ritmo sempre sostenuto. Grazie all’abilità degli interpreti e a una sceneggiatura molto solida e convincente, Miller conquista il pubblico proprio come farebbe una squadra di baseball con i propri tifosi.</p>
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		<title>Il G8 di Genova alla Berlinale 2012</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 01:14:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Berlinale]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[speciali]]></category>

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		<description><![CDATA[Il giornalismo di inchiesta di Fracassi e Lauria e "Diaz" di Daniele Vicari ricordano a Berlino "la più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dalla fine della seconda guerra mondiale"  ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-7175" title="Diaz" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2012/01/Diaz-350x350.jpg" alt="Diaz" width="350" height="350" /><strong><span>Il giornalismo di inchiesta di Fracassi e Lauria e <em>Diaz </em>di Daniele Vicari ricordano a Berlino &#8220;</span>la   più grande              sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dalla   fine della              seconda guerra mondiale&#8221;</strong><span><em><strong> </strong> </em><em></em></span></p>
<p>di <strong>Vincenzo Ianni</strong><br />
<a href="mailto:%20vincenzoianni@yahoo.it">vincenzoianni@yahoo.it</a></p>
<p style="text-align: justify;">In <strong>Panorama Dokumente</strong>, la Berlinale 2012 presenta un&#8217;area tematica tutta italiana con due film sul G8 e i movimenti anti-globalizzazione: il film <em>Diaz &#8211; Don’t Clean Up This Blood </em>di Daniele Vicari (<em>Il mio Paese</em>, <em>Il passato è una terra straniera</em>) e il documentario <em>The Summit </em>di Franco Fracassi e Massimo Lauria (giornalisti d&#8217;inchiesta già finalisti al premio Ilaria Alpi nel 2011 con <em>G-Gate</em>).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Diaz</em> </strong>tenta di mostrare da più punti di vista ciò che avvenne dal momento in cui al G8 di Genova del 2001 le autorità persero qualunque forma di autocontrollo sospendendo di fatto la legge, suggerendo che in quei giorni balenò per la prima volta una minaccia assolutamente attuale: il volto di una certa Nuova Europa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>The Summit</em> </strong>indaga sulla rete di menzogne dietro l&#8217;assassinio di Carlo Giuliani e sul ruolo degli infiltrati neo-fascisti nella escalation di violenza del luglio 2001 a Genova, analizzando la brutalità di precedenti interventi &#8220;di stato&#8221; in occasione di altri summit internazionali, da Brokdorf a Napoli, passando per Göteborg e Seattle.<br />
Nella stessa sezione altre tre aree tematiche: il mondo arabo e il Medio Oriente, con film sia documentari che di finzione che spaziano dalla perdita della terra da parte dei beduini israeliani alla condizione femminile nel mondo arabo, alle conseguenze di un&#8217;apparizione della Madonna in un villaggio copto in Egitto; &#8220;Queer Memory&#8221; con film da Germania, USA, Uganda e Indonesia (un collettivo di &#8220;Queer women&#8221; racconta la propria condizione nell&#8217;Indonesia musulmana); &#8220;Germania&#8221;, con film di famosi autori tedeschi come Andreas Dresen, Romuald Karmakar, Brigitte Kramer e Uli Schueppel.
</p>
<p style="text-align: justify;">Nella sezione <strong>Forum 2012</strong> i temi del conflitto generazionale, delle differenti &#8220;scelte di vita&#8221; e dell&#8217;ambivalenza del progresso sono declinati tra numerose pellicole provenienti da Francia, Svezia, Olanda, Polonia, Repubblica Ceca, Russia, Romania, Turchia e, naturalmente, dalla Germania per una rappresentanza europea assolutamente predominante. Non manca una interessante rappresentanza centro e sud americana con <em>La demora </em>di Rodrigo Plá (autore de <em>La Zona</em> del 2007) e con il documentario argentino <em>Escuela normal </em>di Celina Murga; e la cinematografia indipendente nord americana è presente con forza. Da sottolineare la presenza di tre pellicole giapponesi sul tema della recentissima catastrofe nucleare di Fukushima.</p>
<p style="text-align: justify;">Il tema della sezione <strong>Berlinale Shorts </strong>è per il 2012 &#8220;Say Goodbye to the Story&#8221; per indagare lo sviluppo delle forme narrative nel cinema &#8220;in breve&#8221;. Per Berlinale Shorts Special, Béla Tarr presenta <em>Magyarország 2011</em>, un film composto dalle opere di 11 autori ungheresi.</p>
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		<title>E ora dove andiamo?</title>
		<link>http://www.filmakersmagazine.it/archives/7156</link>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 07:00:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cannes]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[in sala]]></category>
		<category><![CDATA[speciali]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo il successo di Caramel, Nadine Labaki racconta le madri coraggio libanesi in un film che unisce delicatamente tragedia e commedia per lanciare un importante messaggio di pace]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-7157" title="E ora dove andiamo" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2012/01/E-ora-dove-andiamo-400x266.jpg" alt="E ora dove andiamo" width="400" height="266" /><strong>Dopo il successo di <em>Caramel</em>, Nadine Labaki racconta le madri coraggio libanesi in un film che unisce delicatamente tragedia e commedia per lanciare un importante messaggio di pace<br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;">di <strong>Stefania Pala</strong><br />
<a href="mailto:%20stefania.pala@gmail.com">stefania.pala@gmail.com</a>
</p>
<p style="text-align: justify;">Reduce dai trionfi in patria, dal festival di Cannes e da quello di Toronto (dove ha vinto il premio del pubblico) e dal favore critico conquistato negli Stati Uniti, il nuovo film della regista e attrice libanese Nadine Labaki si prepara a fare il suo ingresso nelle sale nostrane.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>E ora dove andiamo?</em>, attraverso un mix di generi tra la fiaba e il musical, riflette col sorriso sulle divisioni religiose che stritolano il Libano e l’intero Medioriente.</p>
<p style="text-align: justify;">La storia si svolge in un villaggio sperduto nelle montagne, in un’epoca e un luogo volutamente imprecisati e affida a un gruppo di donne, musulmane e cristiane, il compito di fermare il germe della guerra e dell’odio che serpeggia tra gli uomini. Sono le donne le vere eroine del film: madri, mogli, sorelle disposte a tutto pur di arrestare l’ennesimo scoppio di violenza innescata dall’eterno conflitto religioso. Donne furbe, intelligenti e coese che cercheranno di raggiungere il loro scopo ingegnandosi come possono e dando vita ad azioni esilaranti come cucinare un’intera cena a base di hashish per placare gli animi virili oppure assoldando danzatrici ucraine per distogliere mariti, fratelli e fidanzati dal pensiero della vendetta.</p>
<p style="text-align: justify;">A quattro anni dal successo internazionale di <em>Caramel</em>, Nadine Labaki è riuscita a raccontare un’altra storia in cui l’energia propositiva al femminile è di rara intensità, tanto che viene da chiedersi fino a che punto di sacrificio arriverebbero le donne per vincere i conflitti mediorientali, soprattutto alla luce delle primavere arabe. Per lei infatti il cinema è «un’arma non violenta per cambiare la realtà» e il mutamento auspicato naturalmente va in direzione di un mondo migliore, dove i conflitti lentamente scompaiano.</p>
<p style="text-align: justify;">Con una scelta coraggiosa, il film della Labaki unisce in modo delicatissimo commedia e tragedia, sorriso e pianto e riesce a far convivere pacificamente cristiani e musulmani, raccontando le madri coraggio libanesi con inediti tocchi di leggerezza.</p>
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		<title>Shame</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 07:04:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Venezia]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
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		<description><![CDATA[Dopo l’esordio con Hunger, il regista Steve McQueen torna a dirigere un grande Michael Fassbender, premiato a Venezia con la Coppa Volpi, nei panni di un personaggio estremo, succube delle sue ossessioni sessuali]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-large wp-image-7062" title="Shame" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2012/01/Shame-400x265.jpg" alt="Shame" width="400" height="265" /><strong>Dopo l’esordio con <em>Hunger, </em>il regista Steve McQueen torna a dirigere un grande Michael Fassbender, premiato a Venezia con la Coppa Volpi, nei panni di un personaggio estremo, succube delle sue ossessioni sessuali</strong></p>
<p>di <strong>Antonio Capocasale</strong><br />
<a href="mailto:capocasale.a@gmail.com">capocasale.a@gmail.com</a></p>
<p>Brandon (Michael Fassbender) è un trentenne di origini irlandesi che vive e lavora a New York. Al di là della routine lavorativa, spende gran parte del suo tempo in numerosi tentativi di soddisfare i propri istinti sessuali, ora cercando prostitute, ora approfittando di conoscenze occasionali, oppure attraverso la masturbazione. La vita di Brandon sembra però entrare in crisi radicalmente quando sua sorella Sissy (Carey Mulligan), cantante dai trascorsi autodistruttivi, si stabilisce nel suo appartamento. Brandon sfuggirà al confronto con Sissy aggirandosi per i bassifondi di New York, cercando le più estreme soddisfazioni delle proprie pulsioni…</p>
<p>Steve McQueen torna dietro la macchina da presa con un secondo protagonista “estremo” dopo il Bobby Sands, militante dell’IRA che si imponeva scioperi della fame in <em>Hunger. </em>Questa volta, il protagonista estremo non è un rivoluzionario. L’estremo Brandon, invece, appare  in tutto (ed è un punto di forza della sceneggiatura di McQueen e Abi Morgan, sapientemente costruita sui cosiddetti “tempi morti”) come il più tipico <em>everyman </em>occidentale di borghesia medio-alta, yuppie dalla vita lavorativa tanto solida quanto monotona. Si potrebbe dire che è così estremamente normale da essere in realtà – paradossalmente – fuori norma rispetto a quello che immaginiamo sia un essere umano. E quel suo essere fuori norma è reso evidente dalla sua erotomania compulsiva. Brandon non nega nulla alla propria sessualità fatta di eccessi: la web girl come la prostituta o la fiamma del suo capo, tutte le occasioni (da quelle colte pigramente al volo, con aria compassata, a quelle cercate con foga) sono buone purché non siano impegnative. Brandon, di fatto, è schiavo della sua ossessione, che gli serve anche a fuggire, forse, dalle possibilità di un confronto umano autentico. Infatti, se per un attimo il protagonista cerca, in maniera titubante, di avviare una relazione con un’affascinante collega, subito si ritrae. Per di più, quando Sissy cerca di parlargli, Brandon fugge passando la notte tra menage a trois e locali torbidi, intraprendendo quella che ha tutta l’aria di una discesa agli inferi – come testimoniano le luci rosse nella scena del locale gay – o una via crucis blasfema con tanto di pestaggio da parte di un uomo la cui ragazza è stata avvicinata dal protagonista poco prima. E la sessualità, dacché era vissuta come ricerca ossessiva del piacere, diviene nient’altro che un’esperienza pesante, dolorosa, non più contatto con un altro essere umano, ma solo con la propria solitudine. Una solitudine dimentica di chi, come Sissy, ragazza emotivamente fragile, cerca invece di avvicinarsi a Brandon.</p>
<p>Un film doloroso, intenso, per alcuni versi anche commovente (il lungo primo piano di Sissy quando in un locale si esibisce in una versione lenta e acustica di <a href="http://www.youtube.com/watch?v=EqLMJ4x-6BQ"><span style="text-decoration: underline;"><em>New York, New York</em></span></a>), senza però essere commosso: McQueen non concede nulla (o quasi) al patetico, e riesce a coinvolgere lo spettatore (e a sconcertarlo) con una regia essenziale, fatta per lo più di lunghi piani fissi, di pochi esterni plumbei e interni che sembrano prigioni per Brandon. Gli spazi sembrano ridotti a “porzioni di spazio” opprimenti: l’unico totale arioso arriva a pochi minuti dalla fine del film, in corrispondenza del solo momento catartico in cui l’anaffettività del protagonista sembra svanire, e forse insorge in lui &#8220;Shame&#8221;<em>, </em>la vergogna, quando comprende in maniera dolorosa le ricadute del suo comportamento.</p>
<p>In questo senso, ottima anche la perfomance di Fassbender (giustamente premiato con la Coppa Volpi all’ultimo Festival di Venezia), che si conferma sempre più attore versatile, capace di passare da <em>X-Men </em>a <em><a href="http://www.filmakersmagazine.it/archives/6117">A Dangerous Method</a>, </em>e qui si trova a interpretare (leggi: incarnare) un personaggio “tutto corpo”, ma senza che risulti eccessivo, sensuale ma anaffettivo, compassato.</p>
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		<title>La talpa</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 06:01:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quanto ci manca la guerra fredda! E soprattutto quanto manca al cinema. Il nuovo film di Tomas Alfredson è un elegante e raffinato gioco di specchi e di ruoli tratto dal romanzo di John le Carré]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-large wp-image-7113" title="La-talpa" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2012/01/La-talpa-400x266.jpg" alt="La-talpa" width="400" height="266" /><strong>Quanto ci manca la guerra fredda! E soprattutto quanto manca al cinema. Il nuovo film di Tomas Alfredson è un elegante e raffinato gioco di specchi e di ruoli tratto dal romanzo di John le Carré</strong></p>
<p>di<strong> Antonio Rubinetti</strong><br />
<a href="mailto:%20rubinetti.antonio@gmail.com">rubinetti.antonio@gmail.com</a></p>
<p>Londra in piena guerra fredda è un covo si spie e contro spie e l’ex agente dell’MI6 George Smiley viene incaricato di scovare la &#8220;talpa&#8221; infiltrata tra i membri dei servizi segreti britannici. Questa la sinossi dell’ultimo film di Tomas Alfredson, rivelazione del cinema scandinavo con il raffinato <em>Lasciami entrare</em>, che si confronta con un altro adattamento. Questa volta si tratta del classico spy story, <em>Tinker Tailor Soldier Spy</em> di John le Carré, romanzo del 1974 già portato sul piccolo schermo da una fortunata serie televisiva diretta da John Irvin, con la maschera di Alec Guiness nel ruolo dell&#8217;agente segreto.</p>
<p>Dopo Graham Greene, la letteratura di spionaggio britannica si è lasciata influenzare e suggestionare dalle tensioni tra i due blocchi economici in maniera assolutamente diversificata rispetto ai loro “cugini” americani, definendo una vera e propria la Golden Age del genere. In quel periodo sono sbocciati scrittori come Ian Fleming e si sono inventati fascinosi agenti segreti come 007, Herry Palmer, ma anche Modesty Blaise, per quanto riguarda il mondo dei fumetti. I personaggi di Le Carré si distanziano particolarmente dal modello James Bond, che comunque non corrispondeva alla sua stilizzazione cinematografica. Già l&#8217;Alec Leamas de <em>La spia che venne dal freddo</em>, interpretato da Richard Burton nell&#8217;omonimo film di Martin Ritt, era un personaggio quasi amletico, disilluso almeno quanto il Philip Marlowe di Raymond Chandler (volendo fare un accostamento con un altro antieroe seriale). Smiley è un uomo di mezza età di spiccata intelligenza ma incapace nella vita quotidiana, e ha in Gary Oldman un efficacissimo interprete che riprende i toni dolenti del suo Commissario Gordon nei Batman di Nolan, mutandoli nell&#8217;ambiguità fredda ma comunque malinconica dell&#8217;antieroe letterario.</p>
<p>L&#8217;approccio autoriale di Tomas Alfredson, si piega umilmente all&#8217;originale letterario, dimostrando ancora una volta la sua abilità nella trasposizione. Non è concessa nessuna semplificazione di trama, tutt’altro. Il labirintico intreccio funziona come un gioco di ruolo a puzzle la cui complessità sembra raggiungere una plasticità del racconto. Alle dinamiche narrative raccontate con cadenze a cui non siamo più abituati, senza grida, ma con intelligenza e raffinatezza, prevale l&#8217;atmosfera, l’attenzione al decòr d&#8217;epoca. Ne consegue che <em>La talpa </em>diventa una sorta de &#8220;Il grande sonno&#8221; (appunto) delle spy story. Il tutto orchestrato da una messa in scena altamente di classe, non priva di una certa nostalgia per la guerra fredda, e sostenuto da una galleria di interpreti di prima qualità: da Colin Firth a John Hurt, da Tom Hardy a Stephen Graham, senza dimenticare l’ultimo e aggiornato Sherlock Holmes televisivo, Benedict Cumberbatch, tutti impegnati in una recitazione ai limiti della perfezione.</p>
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		<title>L&#8217;industriale</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 08:04:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[cinema]]></category>
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		<category><![CDATA[Andrea Purgatori]]></category>
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		<category><![CDATA[Giuliano Montaldo]]></category>
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		<description><![CDATA[Fuori Concorso al Festival di Roma, e nei cinema italiani da venerdì 13, l’affresco più lucido dell’Italia in ginocchio. Perché quando la crisi dilaga nessuno è innocente...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-7091" title="L'industriale" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2012/01/Lindustriale1-400x266.jpg" alt="L'industriale" width="400" height="266" /><strong>Fuori Concorso al Festival di Roma, e nei cinema italiani da venerdì 13, l’affresco più lucido dell’Italia in ginocchio. Perché quando la crisi dilaga nessuno è innocente&#8230;</strong></p>
<p style="text-align: justify;">di <strong>Paola De Benedictis</strong><br />
<a href="mailto:%20guardalaluna23@hotmail.com">guardalaluna23@hotmail.com</a>
</p>
<p style="text-align: justify;">Se volete capire la portata dell’attuale crisi economica lasciate stare Tg e giornali, e pure internet, ma correte al cinema a vedere <em>L’industriale</em>, che compie il miracolo di raccontare in maniera lucida e chirurgica il disfacimento pubblico che stiamo vivendo e il dramma personale di un uomo al bivio.</p>
<p style="text-align: justify;">«Noi non scommettiamo sul futuro». Nella risposta del banchiere all’ingegner Ranieri che chiede fiducia c’è tutto il dramma del film e la sintesi fulminea dello spirito di chi ci ha governato finora.</p>
<p style="text-align: justify;">In una Torino metafisica, livida e metallica si aggira l&#8217;ingegnere quarantenne Nicola Ranieri (Pierfrancesco Favino), proprietario di una fabbrica a un passo dal fallimento a causa della crisi economica. Gravato dai debiti e respinto dalle banche, pur di non ricorrere ai soldi della perfida suocera, le tenta tutte per salvare l’azienda e non licenziare gli operai. Nel frattempo il suo matrimonio va a rotoli. La giovane moglie (Carolina Crescentini) trascurata, comincia a frequentare un ragazzo romeno che lavora nel parcheggio del suo ufficio. Ranieri vacilla, gira a vuoto, non sa cosa fare: sta perdendo la fabbrica, sua moglie e forse ha già perso se stesso. E allora diventa Otello e pure Macbeth e inevitabilmente la tragedia irrompe sulla scena. Dura un attimo l’ebbrezza della vittoria personale (il riavvicinamento alla moglie) e pubblica (con la vendita del pacchetto di minoranza della fabbrica ai tedeschi). La partita è truccata, il topolino è uscito dal labirinto per finire in gabbia.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra echi kubrickiani di <em>Eyes Wide Shut</em> e il cinema di denuncia degli anni 70, Giuliano Montaldo realizza assieme al cosceneggiatore, il giornalista Andrea Purgatori, il suo film più politico proprio perché coraggiosamente incentrato nell’uomo. In un uomo. Così realisticamente disegnato da attraversare lo schermo. C’è il tocco di Purgatori nella resa cinematografica della doppia anima del protagonista, eroica ed egoista a un tempo, e della sua progressiva chiusura interiore. Se non si “fa” semplicemente un mestiere, ma si “vive” una professione è inevitabile che perdere il lavoro voglia dire perdere anche la propria identità e di conseguenza tutte le certezze comincino a vacillare. Lo spiega bene Favino: «Il tema del lavoro mi è caro da sempre, ma bisogna sempre pensarlo in termini di identità, non solo di profitto».</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo è fuori strada chi trova che il film a un certo punto abbandoni l’istanza pubblica (la vicenda della fabbrica) per ripiegarsi eccessivamente sul privato (la crisi coniugale). È proprio da qui che bisogna cominciare: riportare il lavoro all’uomo. Riappropriarci della libertà attraverso la rivendicazione dell’integrità, anche con uno scatto d’orgoglio. Scegliere tra la sottomissione alla gelida morsa del mercato e il caldo vento dell’indignazione. (www.independnews.com)</p>
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		<title>I Taviani in concorso alla Berlinale</title>
		<link>http://www.filmakersmagazine.it/archives/7066</link>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 13:49:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Berlinale]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[speciali]]></category>
		<category><![CDATA[Angelina Jolie]]></category>
		<category><![CDATA[Meryl Streep]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo e Vittorio Taviani]]></category>
		<category><![CDATA[Werner Herzog]]></category>

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		<description><![CDATA[L'Italia torna in Concorso a Berlino con Cesare deve morire, ambientato nel carcere di Rebibbia. Per Berlinale Special, l'esordio alla regia di Angelina Jolie e i documentari di Wener Herzog. Orso d'Oro alla Carriera per Meryl Streep]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-7068" title="62_Berlinale" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2012/01/62_Berlinale-247x350.gif" alt="62_Berlinale" width="247" height="350" /><strong>L&#8217;Italia torna in Concorso a Berlino con <em>Cesare deve morire</em>, ambientato nel carcere di Rebibbia. Per Berlinale Special, l&#8217;esordio alla regia di Angelina Jolie e i documentari di Wener Herzog. Orso d&#8217;Oro alla Carriera per Meryl Streep</strong></p>
<p style="text-align: justify;">di <strong>Laura Giacalone</strong><br />
<a href="mailto: laura.giacalone@gmail.com">laura.giacalone@gmail.com</a>
</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Cesare deve morire</em>, il nuovo film di <strong>Paolo e Vittorio Taviani</strong>, sarà presentato in Concorso al prossimo Festival di Berlino (9-19 febbraio). Il film è ambientato nella sezione di alta sicurezza del <strong>carcere di Rebibbia</strong> e racconta la vita quotidiana dei detenuti, alcuni dei quali segnati dalla “fine pena mai”, impegnati nelle prove per la messa in scena del <em>Giulio Cesare</em> shakespeariano. Il film uscirà in Italia il 2 marzo distribuito da Sacher Distribuzione e prodotto da Kaos Cinematografica in collaborazione con Rai Cinema.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella sezione Berlinale Special verranno presentati, tra gli altri, la serie di documentari in quattro parti <em>Death Row</em> di <strong>Werner Herzog</strong> e l’<strong>esordio alla regia</strong> di <strong>Angelina Jolie</strong>, <em>In the Land of Blood and Honey</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ad assegnare gli Orsi di questa edizone sarà una <strong>giuria</strong> internazionale presieduta dal regista <strong>Mike Leigh</strong> e composta dal fotografo, designer e filmmaker olandese <strong>Anton Corbijn</strong>, dal regista iraniano <strong>Asghar Farhadi</strong>, l’attrice franco-britannica <strong>Charlotte Gainsbourg</strong>, l’attore statunitense <strong>Jake Gyllenhaal</strong>,<strong> </strong>il regista francese <strong>François Ozon</strong>, lo scrittore algerino<strong> Boualem Sansal </strong>e l’attrice tedesca <strong>Barbara Sukowa</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Quest&#8217;anno, inoltre, il festival rende omaggio a <strong>Meryl Streep</strong>, alla quale verrà consegnato l&#8217;Honorary Golden Bear. Per l&#8217;occasione verranno proiettati alcuni dei suoi film più celebri, da <em>Kramer contro Kramer</em> a <em>I ponti di Madison County</em>, fino all&#8217;ultimo <em>The Iron Lady</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="text-decoration: underline;">In Concorso</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Captive</em><br />
Francia/Filippine/Germania/Gran Bretagna<br />
di Brillante Mendoza (<em>Serbis</em>, <em>Kinatay</em>, <em>Lola</em>)<br />
con Isabelle Huppert, Katherine Mulville, Marc Zanetta</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Dictado</em> (<em>Childish Games</em>)<br />
Spagna<br />
di Antonio Chavarrías (<em>Susanna</em>, <em>Volverás</em>, <em>Las vidas de Celia</em>)<br />
con Juan Diego Botto, Barbara Lennie, Mágica Pérez</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Kebun binatang</em> (<em>Postcards From The Zoo</em>)<br />
Indonesia/Germania/Hong Kong, Cina<br />
di Edwin (<em>Kara</em>, <em>Anak Sebatang Pohon</em>, <em>The Blind Pig Who Wants To Fly</em>)<br />
con Ladya Cheryl, Nicholas Saputra</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Aujourd´hui</em><br />
Francia/Senegal<br />
di Alain Gomis (<em>L’Afrance</em>, <em>Andalucia</em>)<br />
con Saül Williams, Aïssa Maïga, Djolof M&#8217;bengue</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Barbara</em><br />
Germania<br />
di Christian Petzold (<em>Yella</em>, <em>Jerichow</em>, <em>Dreileben</em>)<br />
con Nina Hoss, Ronald Zehrfeld</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Cesare deve morire</em><br />
Italia<br />
di Paolo e Vittorio Taviani (<em>Padre padrone</em>, <em>La notte di San Lorenzo</em>, <em>La masseria delle allodole</em>, <em>San Michele aveva un gallo</em>)<br />
con Fabio Cavalli, Salvatore Striano</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Gnade</em><br />
Germania/Norvegia<br />
di Matthias Glasner (<em>The Free Will</em>, <em>Sexy Sadie</em>)<br />
con Jürgen Vogel, Birgit Minichmayr, Henry Stange</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Jayne Mansfield’s Car</em><br />
Russia/USA<br />
di Billy Bob Thornton (<em>Sling Blade</em>, <em>The King of Luck</em>, <em>All the Pretty Horses</em>)<br />
con Billy Bob Thornton, Robert Duvall, John Hurt, Kevin Bacon</p>
<p style="text-align: justify;"><em>L’enfant d’en haut</em> (<em>Sister</em>)<br />
Svizzera/Francia<br />
di Ursula Meier (<em>Tous à table</em>, <em>Des épaules solides</em>, <em>Home</em>)<br />
con Léa Seydoux, Kacey Mottet Klein, Gillian Anderson, Martin Compston</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Metéora </em>(<em>Meteora</em>)<br />
Germania/Grecia<br />
di Spiros Stathoulopoulos (PVC-1)<br />
con Theo Alexander, Tamila Koulieva</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Tabu</em><br />
Portogallo/Germania/Brasile/Francia<br />
di Miguel Gomes (<em>The Face You Deserve</em>, <em>Our Beloved Month Of August</em>)<br />
con Teresa Madruga, Laura Soveral, Ana Moreira, Carloto Cotta</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Csak a szél</em> (<em>Just The Wind</em>)<br />
Ungaria/Germania/Francia<br />
di Benedek Fliegauf (<em>Dealer</em>, <em>Rengeteg</em>, <em>Tejút</em>, <em>Womb</em>)<br />
con Lajos Sárkány, Katalin Toldi, Gyöngyi Lendvai, Géza Jungwirth</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Was bleibt</em> (<em>Home For The Weekend</em>)<br />
Germania<br />
di Hans-Christian Schmid (<em>Storm</em>, <em>Requiem</em>, <em>Distant Lights</em>)<br />
con Lars Eidinger, Corinna Harfouch, Sebastian Zimmler, Ernst Stötzner
</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="text-decoration: underline;">Fuori Concorso</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="text-decoration: underline;"> </span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Extremely Loud And Incredibly Close</em><br />
USA<br />
di Stephen Daldry (<em>Billy Elliot</em>, <em>The Hours</em>, <em>The Reader</em>)<br />
con Tom Hanks, Sandra Bullock, Max von Sydow, Thomas Horn</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Jin líng Shí San Chai</em> (<em>The Flowers Of War</em>)<br />
Cina<br />
di Zhang Yimou (<em>The Red Lantern</em>, <em>Hero</em>, <em>A Woman</em>, <em>A Gun And A Noodle Shop</em>)<br />
con Christian Bale, Ni Ni, Atsuro Watabe
</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="text-decoration: underline;">Berlinale Special</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Death Row</em> – Documentario in 4 parti<br />
USA<br />
di Werner Herzog (<em>Fitzcarraldo</em>, <em>Cave Of Forgotten Dreams</em>)</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Don – The King Is Back</em><br />
India/Germania<br />
di Farhan Akhtar (<em>Dil Chahta Hai</em>, <em>Lakshya</em>, <em>Don</em>)<br />
con Shah Rukh Khan, Priyanka Chopra, Boman Irani, Om Puri, Florian Lukas</p>
<p style="text-align: justify;"><em>In The Land Of Blood And Honey </em><br />
USA<br />
di Angelina Jolie (esordio alla regia)<br />
con Zana Marjanović, Goran Kostić, Rade Šrbedžija, Vanesa Glodjo</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Keyhole</em><br />
Canada<br />
di Guy Maddin (<em>My Winnipeg</em>, <em>The Saddest Music In The World</em>, <em>Brand Upon The Brain</em>)<br />
con Jason Patric, Isabella Rossellini, Udo Kier, Brooke Palsson</p>
<p style="text-align: justify;"><em>La chispa de la vida</em><br />
Spagna<br />
di Álex de la Iglesia (<em>El día de la bestia</em>, <em>Perdita Durango</em>, <em>The Last Circus</em>)<br />
con Salma Hayek, José Mota, Fernando Tejero, Blanca Portillo, Juan Luis Galiardo</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Marley </em>– Documentario<br />
Gran Bretagna/USA<br />
di Kevin Macdonald (<em>The Last King Of Scotland</em>, <em>Life In A Day</em>, <em>Touching The Void</em>)</p>
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		<title>Berlinale 2012: Les Adieux à la reine di Benoît Jacquot apre la kermesse</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Jan 2012 18:08:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Berlinale]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[speciali]]></category>
		<category><![CDATA[Benoît Jacquot]]></category>
		<category><![CDATA[Diane Kruger]]></category>
		<category><![CDATA[Léa Seydoux]]></category>
		<category><![CDATA[Virginie Ledoyen]]></category>

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		<description><![CDATA[Ad aprire la 62ª edizione del festival di Berlino, il film di Benoît Jacquot che racconta i primi giorni della Rivoluzione Francese dal punto di vista della servitù di Versailles, con Diane Kruger nel ruolo di Maria Antonietta]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-7034" title="Farewell My Queen" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2012/01/Farewell-My-Queen-400x266.jpg" alt="Farewell My Queen" width="400" height="266" />La 62ª edizione del Festival di Berlino si aprirà al Berlinale Palast il prossimo 9 febbraio con l’anteprima mondiale del film storico <em>Les Adieux à la reine</em> (<em>Farewell My Queen</em>), con Diane Kruger (<em>Inglourious Basterds</em>), Léa Seydoux (<em>Midnight in Paris</em>) e Virginie Ledoyen (<em>Army of Crime</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">Il film, diretto dal regista francese Benoît Jacquot (<em>Tosca</em>, <em>Villa Amalia</em>, <em>Deep in the Woods</em>), è tratto dall’omonimo romanzo di Chantal Thomas e racconta i primi giorni della Rivoluzione Francese dal punto di vista della servitù di Versailles, con richiami sottilmente ironici alla realtà contemporanea. Nel film, Diane Kruger interpreta il ruolo della regina Marie Antoniette. Il film è una co-produzione franco-spagnola e sarà presentato in concorso (<strong><em>L.G.</em></strong>).</p>
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		<title>The Artist</title>
		<link>http://www.filmakersmagazine.it/archives/6958</link>
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		<pubDate>Fri, 09 Dec 2011 07:00:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cannes]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[in sala]]></category>
		<category><![CDATA[speciali]]></category>
		<category><![CDATA[Bérenice Béjo]]></category>
		<category><![CDATA[Jean Dujardin]]></category>
		<category><![CDATA[Michel Hazanavicius]]></category>

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		<description><![CDATA[Michel Hazanavicious torna alle origini della settima arte con un film muto, in bianco e nero, che racconta con impagabile grazia e deliziosa ironia il passaggio al sonoro e rende omaggio ai grandi maestri del cinema]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-6959" title="The-Artist" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2011/12/The-Artist-400x266.jpg" alt="The-Artist" width="400" height="266" /><strong>Michel Hazanavicious torna alle origini della settima arte con un film muto, in bianco e nero, che racconta con impagabile grazia e deliziosa ironia il passaggio al sonoro e rende omaggio ai grandi maestri del cinema<br />
</strong>
</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">di <strong>Stefania Pala</strong><br />
<a href="mailto:%20stefania.pala@gmail.com">stefania.pala@gmail.com</a>
</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’epoca del suono che aggredisce e narcotizza, il francese Michel Hazanavicius, noto in patria per due parodie di James Bond intitolate all’agente Oss 117, torna al cinema muto con un sorprendente melò romantico sui temi della creatività artistica, il tempo che passa, la fama che dirada. 100 minuti di bianchi sfolgoranti, neri lucidissimi, grigi fuligginosi per raccontare la parabola, nella Hollywood degli anni 20, di George Valentin (Jean Dujardin), divo all’apice del successo spinto nell’ombra dall’avvento del sonoro e alla fine salvato dall’amore di una sua giovane ammiratrice, Peppy Miller (Bérenice Béjo), entrata col suo aiuto nel mondo del cinema, che col sonoro diventerà una diva.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>The Artist</em> è un commosso omaggio al cinema degli anni 20, che affidava alle immagini e alla musica tutte le emozioni, e dimostra quanta passione il regista abbia per quel cinema: «Ho voluto fare un film muto – dice Hazanavicius  – per ritornare all’essenza del cinema, puntando sui sensi e sui sentimenti». Del resto tutti i registi che dice di ammirare da sempre vengono dall’epoca del muto: Hitchcock, Lang, Ford, Lubitsch, Murnau. È con le loro immagini negli occhi che ha portato a termine l’incredibile impresa di un film muto, in bianco e nero, che con impagabile grazia e deliziosa ironia torna a una narrazione pura e assoluta.</p>
<p style="text-align: justify;">Per dare un tocco vintage alle riprese, Hazanavicius ha anche deciso di girare il film a 22 fotogrammi al secondo, così che proiettandolo normalmente a 24 fotogrammi al secondo c’è una leggera accelerazione che rievoca in modo subliminale il sapore tipico di quel decennio (i film muti erano girati a 16 fotogrammi) a partire dalla gestualità degli attori. Una specie di operazione nostalgica che non ha nulla di retrò, ma ricorda un mondo che non c’è più e che è bello ritrovare.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra le sorprese del film c’è Jack Russell, il cagnolino di Valentin, il quale, complici le salsicce di cui andava ghiotto e che Dujardin teneva nei calzini, non si stacca mai dal suo padrone, amandolo di un amore assoluto, al di là e al di fuori del linguaggio e della parola. E forse è proprio questo, in fondo, il cuore e il significato del film.</p>
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