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	<title>filmakersmagazine.it &#187; parole</title>
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		<title>Andy Garcia tra cinema e tv</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Jul 2010 12:49:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[conversazioni]]></category>
		<category><![CDATA[parole]]></category>

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		<description><![CDATA[In occasione del RomaFictionFest, il grande cineasta cubano ripercorre la sua intensa carriera: gli esordi, la svolta definitiva con Il Padrino e il noir cult Gli intoccabili, il clan stellare di Ocean’s Eleven e le recenti produzioni indipendenti e televisive]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-3373" title="Andy Garcia" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2010/07/Andy-Garcia-262x350.jpg" alt="Andy Garcia" width="262" height="350" /></p>
<p><strong>In occasione del RomaFictionFest, il grande cineasta cubano ripercorre la sua intensa carriera: gli esordi, la svolta definitiva con <em>Il Padrino </em>e il noir cult <em>Gli intoccabili, </em>il clan stellare di <em>Ocean’s</em> <em>Eleven </em>e le recenti produzioni indipendenti e televisive</strong></p>
<p>di <strong>Cristina Locuratolo</strong><br />
<a href="mailto:%20cristina.elle@hotmail.it">cristina.elle@hotmail.it</a></p>
<p>Un artista a tutto tondo Andy Garcia, attore, regista, produttore, compositore, pittore, ma anche un uomo semplice, carismatico e coinvolgente. Nel suo incontro col pubblico al RomaFictionFest intrattiene tutti raccontando di sé e della sua straordinaria carriera, dagli esordi fino a oggi. Da quando da ragazzino ha abbondonato lo sport per questioni di salute e si è dedicato interamente al cinema, passione che lo ha “infettato” come una malattia, ispirandosi ad attori come James Cobrun, Sean Connery e Peter Sellers, ai momenti clou della sua carriera culminati ne <em>Il Padrino III.</em> Sorseggia un caffé, interagisce col pubblico, si concede generosamente come un vecchio amico che parla di sé a cuore aperto. Impeccabile nell&#8217;aspetto, indossa un paio di occhiali da intellettuale e sfoggia un paio di baffi che rivela essere non un cambio di look ma un’esigenza di copione per <em>Cristiada</em>, il film che sta girando in Messico con Eva Longoria Parker.</p>
<p>A proposito del rapporto tra cinema e televisione, Andy Garcia ha sottolineato la difficoltà, come produttore, di trovare finanziamenti al di fuori del circuito degli studios hollywoodiani. Esempio lampante è il suo ultimo lavoro <a href="http://www.filmakersmagazine.it/archives/3232"><em>City Island</em></a>, distribuito in Italia da Mikado, prodotto autonomamente per mancanza di investimenti da parte delle majors. Rimpiange gli “anni d&#8217;oro” del cinema; negli anni 60 e 70 registi del calibro di Coppola e Scorsese raccontavano grandi storie per tutti, mentre ora gli studios hanno un raggio di azione sempre più ristretto investendo solo in produzioni “sicure” e per target di pubblico ben precisi come i blockbusters per adolescenti. Il grande cinema di oggi è totalmente commerciale: <a href="http://www.filmakersmagazine.it/archives/1579"><em>Avatar</em></a>, <em>Spider Man</em>, <em>Il Signore degli anelli</em>. Così il rapporto piccolo-grande schermo si inverte: le sceneggiature di un certo spessore o trovano produzioni indipendenti o si spostano verso la tv. Sono le tv via cavo americane a distribuire le grandi storie, come la HBO e Showtime. Garcia anticipa che sta per tornare ad interpretare e dirigere una lunga serie, ancora senza titolo, a dieci anni dalla biopic <em>For Love or Country: The Arturo Sandoval Story</em>, tv-movie del 2000 nominato agli Emmy dove l’attore interpretava il famoso trombettista cubano, proiettata per l&#8217;occasione al RomaFictionFest.</p>
<p>Come regista, Andy Garcia dichiara il suo interesse verso storie più umane e meno fantastiche, non a caso gli innumerevoli progetti a cui ora sta lavorando esplorano alcuni aspetti di vite straordinarie. Il film dal titolo <em>Hemingway e Fuentes</em>, ad esempio, si focalizza sul periodo cubano del noto scrittore dell&#8217;Illinois, che nel film ha il volto di Anthony Hopkins, e della sua amicizia con il pescatore Fuentes, interpretato dallo stesso Garcia.</p>
<p>L&#8217;amore per Cuba scorre nelle vene di Andy Garcia, così come la sua passione per la musica. Cuba è musica &#8211; dice Andy &#8211; ma non è un&#8217;isola felice. «Tutti i luoghi del mondo hanno problemi ma sono liberi, Cuba no».</p>
<p>Il suo primo ricordo di Roma, durante la lavorazione de <em>Il Padrino III</em>, non è dei più felici: «Abitavo in una casa a Quarto Miglio e la prima notte uno zingaro entrò in casa mia spaventandomi a morte anche se non c’era niente da rubare, solo le mie valigie e il pianoforte che stavo cominciando a studiare. Volevo chiamare la polizia, ma non conoscevo il numero di emergenza italiano. Passai la notte in bianco e la prima mattina di lavorazione ero uno straccio».</p>
<p>Il suo segreto? Avere una “testa dura”, la stessa che gli ha permesso di diventare compositore della colonna sonora del film <em>La città</em> p<em>erduta, </em>iniziando a suonare il piano da autodidatta.</p>
<p>Del cinema italiano adora il Neorealismo e dei cineasti di oggi apprezza Tornatore, mentre tra gli attori nomina l&#8217;amico Beppe Fiorello e Giancarlo Giannini che definisce un interprete superbo. Tra i suoi maestri ispiratori ci sono Coppola, Gordon Willis (direttore della fotografia de <em>Il Padrino</em>), Sean Connery, tutti artisti con cui Garcia ha avuto l&#8217;occasone di lavorare.</p>
<p>Il fuoco sacro dell&#8217;arte è ancora vivo in Andy Garcia che ha trasmesso la sua stessa passione per il cinema alle sue figlie e che ora sembra indirizzato più verso la regia che verso la recitazione, perché &#8211; dice &#8211; ha ancora tante storie da raccontare e ama osservare il pubblico, le sue reazioni, comunicando al di fuori degli schemi imposti dalle grandi produzioni e dai film con un&#8217;anima puramente commerciale. Il RomaFictionFest Award for Artistic Excellence ha premiato la carriera di un artista che sa continuamente reinventarsi, senza cadere in sterili distinzioni tra “cinema e tv”. «Non c’è più differenza fra cinema e televisione. Esiste solo un cinema buono e uno cattivo». Andy ci insegna che non sempre “il medium è il messaggio”: l&#8217;arte può trovare diversi canali di comunicazione e forme d&#8217;espressione purché sia autentica.</p>
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		<title>L’horror fuori dalle tenebre</title>
		<link>http://www.filmakersmagazine.it/archives/3320</link>
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		<pubDate>Mon, 05 Jul 2010 10:22:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[conversazioni]]></category>
		<category><![CDATA[parole]]></category>

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		<description><![CDATA[Federico Zampaglione resuscita un genere quasi scomparso in Italia e tratteggia con Shadow una corrispondenza tra l’incubo e la società contemporanea]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong></p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-3321" title="Federico Zampaglione" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2010/07/Federico-Zampaglione-400x268.jpg" alt="Federico Zampaglione" width="400" height="268" /></p>
<p><strong>Federico Zampaglione resuscita un genere quasi scomparso in Italia e tratteggia con <em>Shadow</em> una corrispondenza tra l’incubo e la società contemporanea</strong></p>
<p>di <strong>Michele Zanlari</strong><br />
<a href="mailto:%20micheloz@iol.it">micheloz@iol.it</a></p>
<p>I morti camminano sulla terra. E non è poco, specie in un orizzonte cinematografico sepolto e riportato alla luce dell’oscurità attraverso l’input forse meno atteso. È Federico Zampaglione a destare il corpo putrefatto dell’horror italiano con amore per il genere e una cinefilia sottile, plasmata sull’incontro del nuovo con il classico. Succede così che il suo <em>Shadow</em> richiami con coerenza sia Dario Argento che Eli Roth e si affacci sul panorama dei festival internazionali come l’evoluzione contemporanea dell’oscuro legame uomo/natura/inconscio.</p>
<p><strong>Dopo <em>Nero bifamiliare</em></strong><strong> hai subito dichiarato: «Se farò mai un altro film sarà un horror». Da dove viene questa passione e come hai trovato la forza per votarti ad un genere scomparso nel cinema italiano?</strong></p>
<p>«Se fosse dipeso solo da me, avrei spinto più sul “nero”anche <em>Nero bifamiliare</em>, però il progetto era partito come una commedia e la produzione non ha voluto cambiare. In quel momento ho cominciato a pensare a <em>Shadow</em>, anche se musicalmente le cose che faccio sono abbastanza lontane. Però, sento l’horror come una parte della mia vita. È un genere che ho sempre amato ma che negli anni ho visto scomparire, probabilmente perché non si vende bene in tv».</p>
<p><strong>In <em>Shadow</em></strong><strong> metti creativamente uno di fianco all’altro il riferimento ai classici del genere con quello all’horror contemporaneo. Quali sono i tuoi punti di partenza?</strong><strong> </strong></p>
<p>«Sono cresciuto con l’horror italiano doc: Argento, Fulci e Barilli, del quale considero un capolavoro <em>Il profumo della signora in nero</em>. Mi è sempre piaciuto anche il poliziottesco: era un cinema visionario molto colorato e con un pizzico di follia. Mentre oggi è tutto stereotipato e fatto per la tv».</p>
<p><strong>E tra i nuovi autori?</strong></p>
<p>«Mi è piaciuto molto <em>Martyrs</em>, anche se è un film cattivissimo, estremo e terribile. Poi c’è questo film belga che si chiama <em>Calvaire</em>: non ha una vera e propria sceneggiatura ma in molte immagini e nell’atmosfera ricorda il nostro cinema classico. Hanno fatto delle belle cose gli spagnoli, su tutte certamente <em>Rec</em>, che è un film esplosivo e divertentissimo. Sono stati anni in cui l’Europa ha dato molto, più degli Stati Uniti, con tutti questi remake spesso fatti mali e che rovinano i classici».</p>
<p><strong>Al Far East di Udine hai presentato da spettatore due film molto belli come <em>Possessed</em></strong><strong> e </strong><strong><em>Slice.</em></strong><strong> Cosa ti affascina nell’horror asiatico?</strong></p>
<p>«Ho appena comprato i cofanetti in dvd di Takashi Miike. In oriente da questo punto di vista c’è il cinema migliore del mondo. Hanno un impatto sconvolgente che mi mette molta paura. Come in <em>Possessed</em>, un film di grande suspense, o <em>Slice</em>, forse più un thriller ma con chiari riferimenti cromatici a Dario Argento».</p>
<p><strong>Tornando a <em>Shadow</em></strong><strong>, come hai costruito la struttura?</strong></p>
<p>«Volevo fare un film snodato e non tutto nello stesso registro. Ci sono passaggi nei sottogeneri per spiazzare lo spettatore: momenti d’azione un po’ da thriller ed altri più catacombali. Ho messo le torture ma anche molta suspense, cercando di dare una struttura a questi cambi per rendere la storia più imprevedibile».</p>
<p><strong>La sceneggiatura prevede una cornice legata alla guerra. Come è entrata nel soggetto? Era il punto di partenza o è arrivato dopo?</strong></p>
<p>«Diciamo a metà. Via via che andavo avanti prendeva sempre più corpo il fatto che la realtà è peggiore degli incubi. Se vai a pescare nell’immaginario dei mostri classici, in fondo in fondo così cattivi non sono mai. Se ti accorgi di quel che ha fatto l’uomo nel corso dei secoli, allora lì non si scherza più. Del resto, noi in Italia l’horror lo viviamo. Penso al successo di <em>Draquila</em> di Sabina Guzzanti, che credo sia veramente un horror».</p>
<p><strong>Sia tu con i Tiromancino che Rob Zombie con i White Zombie siete al tempo stesso musicisti e registi di horror, ma nei film usate canzoni diverse da quelle che fate sul palco. Che tipo di esigenza sonora c’è stata rispetto alla tua musica?</strong></p>
<p>«Rob Zombie usa di solito una sorta di bluegrass country, noi abbiamo preferito una musica psichedelica con dei tratti più disturbanti e con un mix di suoni dell’ambiente stesso, oltre a vecchie canzoni italiane come <em>La strada nel bosco</em>. Il bello di fare un film è di poter raccontare qualcosa di diverso per avventurati in altri territori, altrimenti non avrebbe senso uscire dal proprio campo».</p>
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		<title>Un paese che cambia sul ritmo dei generi</title>
		<link>http://www.filmakersmagazine.it/archives/3315</link>
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		<pubDate>Mon, 05 Jul 2010 10:15:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[conversazioni]]></category>
		<category><![CDATA[parole]]></category>

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		<description><![CDATA[Come un esordiente, Alessandro D’Alatri riparte dalla commedia sentimentale per raccontare l’insoddisfazione giovanile legata al crollo dell’idea di futuro]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong></p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-3317" title="Alessandro d'Alatri" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2010/07/Alessandro-dAlatri-232x350.jpg" alt="Alessandro d'Alatri" width="232" height="350" /></p>
<p><strong>Come un esordiente, Alessandro D’Alatri riparte dalla commedia sentimentale per raccontare l’insoddisfazione giovanile legata al crollo dell’idea di futuro</strong></p>
<p>di <strong>Michele Zanlari</strong><br />
<a href="mailto:%20micheloz@iol.it">micheloz@iol.it</a></p>
<p>Il silenzio buio del mattino, una barca nell’alba che tarda a lasciare il grigio. Poi arriva la voce fuori campo che rivela l’ansia di non accontentarsi di una sola forma di racconto, la voglia di prendere di petto la convenzione del genere e mutarlo in qualcosa di complesso, girando solo qualche vite del linguaggio per rivoltare la commedia sentimentale. Alessandro D’Alatri gira le arene estive italiane con il suo ultimo lavoro, <em>Sul mare</em>, raccogliendo molti spettatori – 1.000 solo nella prima uscita a Bologna e parecchi anche negli altri appuntamenti in Emilia, Lombardia e Piemonte – e raccontando un’evoluzione che l’ha condotto a soluzioni differenti rispetto a film di successo come <em>Casomai</em>, <em>La febbre</em> e <em>Commediasexi</em>.</p>
<p><strong><em>Sul mare</em></strong><strong> sembra il film di un esordiente per come sei ripartito da zero con attori giovani, location inedite e riprese in digitale. Come è cambiato il tuo metodo di lavoro rispetto alle esperienze precedenti?</strong></p>
<p>«Siamo entrati tutti nel film con spirito adolescenziale, come se fossimo degli esordienti. Avevamo una piccola troupe e la scelta è stata quella di girare un film ad impatto zero. Per gli attori la scelta più facile poteva essere quella di volti noti, magari che hanno già fatto ruoli simili, ma non ci sono veri adolescenti nel cinema italiano per girare una storia come questa. Per questo ho cercato due esordienti come Dario Castiglio e Martina Codecasa, che hanno studiato molto per arrivare a questa possibilità. Vedere in questi giorni proiezioni di grande qualità che tengono perfettamente le luci e la profondità mi fa impressione perché abbiamo girato con una macchina digitale veramente piccolissima. Ci sono passaggi in cui non si avverte nemmeno il digitale».</p>
<p><strong>In molti dialoghi tra Castiglio e la Codecasa si va oltre la lettura del testo, come se fosse sempre sospeso tra i due, una sorta di sottotesto silenzioso. È quello su cui avete lavorato?</strong></p>
<p>«Trovo umiliante per l’attore che il suo mestiere si riduca solo alle battute mandate a memoria. Volevo due volti nuovi, ma anche la possibilità di impostare un lavoro in profondità. Dario e Martina sono stati bravissimi e credo che anche fisicamente riescano ad incarnare le due tipologie messe a confronto dalla sceneggiatura. In questo è stato importante il romanzo di partenza di Anna Pavignano, che permetteva di ribaltare le psicologie dei protagonisti nelle categorie di maschile e femminile. E poi sono contento perché i due ragazzi continuano a lavorare. Lei, ad esempio, in questi giorni sta girando con Crialese».</p>
<p><strong>Credi che quella forma di insoddisfazione che metti in scena nel contesto sentimentale rappresenti una condizione generale che fa da specchio al momento vissuto dai giovani nel nostro paese?</strong></p>
<p>«È certamente così. Non volevo fare un film “per” i giovani ma “sui” giovani. Li conosco bene e avverto questa forma d’insoddisfazione che accompagna ogni aspetto della loro collocazione sociale. Dipende tutto dalla messa in crisi del futuro. I giovani vivono la condanna dell’adesso. A questo proposito racconto sempre una cosa. Ogni mattina a Roma sul Lungotevere passo in moto davanti ad una scritta sul muro che dice: “Non c’è più il futuro di una volta”. Riassume bene il momento che stiamo vivendo».</p>
<p><strong>Il film rinasce negli appuntamenti nelle arene estive dopo un lancio infelice nella settimana di Pasqua, cos’hai scoperto accompagnando la proiezione in giro per l’Italia?</strong></p>
<p>«Questo è senz’altro il momento più bello del mio lavoro: incontrare il pubblico, vedere le sale piene e parlare di tutti gli aspetti del film. Quando <em>Sul mare</em> è stato programmato ad aprile ha incassato 500 mila euro, che è un buon risultato se si pensa a quanto è costato. Credo, però, al di là dei risultati del mio film, che il gusto del pubblico si stia spostando in modo preoccupante sulla scia della televisione. In questa stagione c’è stato un film meraviglioso e importantissimo come quello di Giorgio Diritti, <em>L’uomo che verrà</em>, che non ha avuto per niente il successo che meritava. Molta gente preferiva andare a vedere quei film tutti uguali che raccolgono i maggiori incassi. Mi vengono in mente anche <em>Il profeta</em>, <em>Il segreto dei suoi occhi</em>, <em>Il nastro bianco</em>, <em>Cella 211</em>, che hanno venduto pochissimi biglietti. È questo che mi preoccupa in Italia».</p>
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		<title>Alain Resnais, elogio della follia</title>
		<link>http://www.filmakersmagazine.it/archives/2691</link>
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		<pubDate>Tue, 04 May 2010 19:30:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[conversazioni]]></category>
		<category><![CDATA[parole]]></category>

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		<description><![CDATA[Il regista de "Gli amori folli" racconta a Filmaker's come nascono i suoi film, selvaggi e forti come erbacce tra i ciottoli grigi della città  ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-2692" title="Alain Resnais" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2010/05/Alain-Resnais.jpg" alt="Alain Resnais" width="360" height="276" /></p>
<p><strong>Alain Resnais </strong><strong>racconta a <em>Filmaker&#8217;s</em> come nascono i suoi film, selvaggi e forti come erbacce tra i ciottoli grigi della città</strong><strong><em> </em><br />
</strong></p>
<p>di <strong>Barbara Zorzoli</strong><br />
<a href="mailto:barbara.zorzoli@inwind.it">barbara.zorzoli@inwind.it</a></p>
<p>A 87 primavere, il cineasta francese Alain Resnais realizza <a href="http://www.filmakersmagazine.it/archives/2650"><em>Gli amori folli</em></a> (ispirato al romanzo <em>L’incident</em> di Christian Gailly), storia di una passione irragionevole, spuntata come l’erba sull’asfalto (a cui si riferisce il titolo originale). È tutto un rincorrersi tra Marguerite (Sabine Azema), dentista con la passione per il volo a cui viene rubata la borsa, e Georges (André Dussolier), uomo sposato che le ritrova il portafoglio e si innamora di lei dalle foto dei documenti. «Non ho un metodo, giro un film come viene».</p>
<p><strong>Allora le sue riprese devono essere avventurose…</strong><br />
«Lo è di più la preparazione: non so mai se perderò 5 o 6 Kg! Ma mi rimpolpo in fretta, con il primo ciak l’ansia sparisce».</p>
<p><strong>Come mai ha deciso di partire da un romanzo di Christian Gailly?</strong><br />
«È colpa della radio».</p>
<p><strong>Sarebbe?</strong><br />
«Per caso ho ascoltato in un programma radiofonico su France Culture e Christian Gailly era l’ospite. Mi ha colpito la sua voce affascinante e ironica. Allora ho letto i suoi romanzi e ho trovato la sua scrittura musicale; i suoi dialoghi sono assoli o duetti che aspettano solo di essere recitati».</p>
<p><strong>Perché ha intitolato il film <em>Les Herbes Folles </em>(NdR: letteralmente &#8220;le erbe folli&#8221;, mutato in italiano ne <em>Gli amori folli</em></strong><strong>)?</strong><br />
«Perché rappresenta bene queste due persone che seguono impulsi irragionevoli, come quei semi che germogliano dove nessuno si aspetta, tra le crepe dell’asfalto o tra le rocce. Siamo tutti erbacce che crescono tra i ciottoli grigi della città».</p>
<p><strong>Anche lei?</strong><br />
«Io? Sì, lo sono! Lascio crescere i miei film come erbe folli e vedo cosa succede».</p>
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		<title>Nel segno di Murakami</title>
		<link>http://www.filmakersmagazine.it/archives/2399</link>
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		<pubDate>Tue, 13 Apr 2010 09:00:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[parole]]></category>

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		<description><![CDATA[A diciott'anni dalla sua prima apparizione in Italia, Einaudi ripubblica Nel segno della pecora, ultimo capitolo della "trilogia del ratto", e riscopre i classici indimenticati del celebre autore giapponese]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-2400" title="Nel segno della pecora" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2010/04/pecora-214x350.jpg" alt="Nel segno della pecora" width="214" height="350" /></p>
<p><strong>A diciott&#8217;anni dalla sua prima apparizione in Italia, Einaudi ripubblica <em>Nel segno della pecora</em>, ultimo capitolo della &#8220;trilogia del ratto&#8221;, e riscopre i classici indimenticati del celebre autore giapponese<br />
</strong></p>
<p>di <strong>Massimiliano Pistonesi</strong><br />
<a href="mailto: m.pistonesi@gmail.com">m.pistonesi@gmail.com</a></p>
<p>Chi in un momento qualsiasi della propria vita si sia imbattuto in <em>Norwegian Wood </em>(anche conosciuto come <em>Tokyo Blues</em>) di Murakami Haruki sa che la scrittura, le storie dell&#8217;autore giapponese hanno tutti i colori dell&#8217;arcobaleno. Una indefinita sensazione di gioia e malinconia accompagna i suoi personaggi e il loro bagaglio di  vita, perché Murakami è uno dei pochi scrittori in circolazione che va letto con la spina dorsale, come diceva Nabakov.<br />
Insomma, un piacere che fa smaniare milioni di appassionati sparsi su questo pezzo di roccia e metallo che galleggia nello spazio che si chiama pianeta Terra.</p>
<p>Ecco appena arrivato <em>Nel segno della pecora</em>, che Einaudi (l&#8217;editore che ne sta pubblicando l&#8217;intera opera) ripubblica dopo la sua prima apparizione nel &#8216;92. Da allora questo romanzo era diventato un oggetto di culto introvabile per gli appassionati di Murakami, sì perché <em>Nel segno della pecora </em>chiude la così detta “trilogia del ratto” e introduce dritti dritti dentro il mondo di un altro suo romanzo, <em>Dance Dance Dance</em>. Qui, infatti, incontriamo il narratore, mai nominato, di queste storie e il suo amico detto il Ratto. In più vediamo Hokkaido e l&#8217;hotel del Delfino.</p>
<p>Un pubblicitario quasi trentenne, con qualche problema affettivo ed economico, infila dentro una newsletter la foto di un gregge di pecore ricevuta da un amico. Niente di strano, forse, se non fosse che fra quegli innocui ovini ce n&#8217;è una che sul dorso ha una macchia di caffè. Qualcuno la nota, la pecora con la macchia, e incarica il giovane pubblicitario di trovarla. Il pubblicitario sarebbe più che perplesso a esaudire un desiderio così bislacco, se non fosse che tale richiesta viene da un poco di buono, anzi, un vero boss della mala.<br />
Inizia così un&#8217;assurda ricerca che il nostro affronta insieme a una giovane ragazza, che fa la squillo e la modella per orecchie, ne ha un paio davvero bellissime.<br />
Nella ricerca il giovane pubblicitario incontrerà il fantomatico Uomocapra, con una parlata biascicante, insieme al suo amico, il Ratto.</p>
<p>Non fatevi tradire dall&#8217;inizio che sembra un diario dove succede un funerale, un divorzio, e un po&#8217; di  vita noiosa. Il resto è solo Murakami.<br />
Come in tutti i romanzi dell&#8217;autore giapponese i personaggi sono bizzarri e le situazioni incredibili, se non sovrannaturali, ma il tutto sembra maledettamente vero. Poi ci sono i suoi temi preferiti, la solitudine, il senso dell&#8217;amicizia, il mare e la pioggia.<br />
Leggetevelo perché non vi farà sentire freddo, però sappiate che se vi mette sulle orme di Murakami Haruki rischiate di non poterne più fare a meno (aspettando il suo fantomatico <em>19Q4</em>). Un po&#8217; come quando si è bambini e si cerca di correre incontro all&#8217;arcobaleno. Eh, ma bisogna provarci.<br />
Buona lettura.</p>
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		<title>Professione eroe</title>
		<link>http://www.filmakersmagazine.it/archives/2395</link>
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		<pubDate>Mon, 12 Apr 2010 12:08:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[conversazioni]]></category>
		<category><![CDATA[parole]]></category>

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		<description><![CDATA[Protagonista dello sci-fi Gamer, Gerard Butler racconta a Filmaker's vizi e virtù di un muscular action hero dal cuore tenero]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-2396" title="Richard Butler" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2010/04/Richard-Butler-400x266.jpg" alt="Richard Butler" width="400" height="266" /></p>
<p><strong>Protagonista dello sci-fi <em>Gamer</em>, G</strong><strong>erard Butler racconta a Filmaker&#8217;s vizi e virtù di un muscular action hero dal cuore tenero<br />
</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>di<strong> Barbara Zorzoli</strong><br />
<a href="mailto: barbara.zorzoli@inwind.it">barbara.zorzoli@inwind.it</a></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Se c’è una cosa che ‘Gerry’ ama fare, è mettere in imbarazzo chi ha di fianco, in questo caso la sottoscritta. È tutto sorrisi, ammiccamenti, doppi sensi e mezzi abbracci. Tranquilli, fa tutto parte del suo ‘personaggio’, uno che seduce con l’easy approach. Infondo se per gli uomini Gerard Butler (40 anni) è un “muscular action hero”, per le donne di tutto il mondo è o non è un sex symbol? Lui, da buon scozzese se ne fa un baffo, e muore dalla voglia di parlare del suo nuovo ruolo ‘pazzesco’.<br />
In <em>Gamer,</em> sci-fi ambientato nel 2034 e diretto da Brian Taylor e Mark Neveldine, infatti, Gerard è Kabel, un carcerato condannato a morte (per un delitto che non ha commesso) costretto a combattere contro la sua volontà in Slayers, un gioco online in cui giovani videogamer controllano lui e gli altri detenuti come fossero personaggi di un normale videogioco. Il premio? La libertà. Ma Kabel non è solo un giocatore invincibile, è anche il capo del movimento di resistenza che si oppone alla crudeltà del videogame.</p>
<p><strong>Toglimi un curiosità, ma come mai scegli spesso ruoli da macho?</strong><br />
«Perché mi piace sentirmi potente e film come questo mi danno una carica pazzesca».</p>
<p><strong>In effetti hai l’aria di uno che si è proprio divertito.</strong><br />
«Ed è così, perché è un ruolo molto fisico. Questo film è una perfetta combinazione di arte e violenza, un action thriller basato sull’idea del mondo dei gladiatori».</p>
<p><strong>Ti sei dovuto allenare?</strong><br />
«Sì. Ho iniziato molto prima di iniziare le riprese, con ore e ore di palestra al giorno. Quando però finisco un film così, per un po’ non voglio più muovere nemmeno un muscolo… ma non posso farlo perché tutti si aspettano da me prestazioni eccezionali!».</p>
<p><strong>Posso chiederti in che senso?</strong><br />
«Hai in mente il mio fisico scolpito quando ero Leonida in <em>300? </em>Oppure ti ricordi le romanticherie di <em>P.S. I love You</em> <em>? </em>Bene, io non sono come loro».<strong> </strong></p>
<p><strong>E come sei?</strong><br />
«Ho un bel corpo e sono romantico, ma non sono l’uomo perfetto che tutti credono. Guardami, (<em>ridacchia compiaciuto</em>) io sono solo io!»</p>
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		<title>David di Donatello: le candidature</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Apr 2010 11:31:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[parole]]></category>

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		<description><![CDATA["La prima cosa bella" di Virzì fa il pieno di nomination, seguito da "L’uomo che verrà" di Diritti, "Vincere" di Bellocchio, "Baarìa" di Tornatore e "Mine vaganti" di Ozpetek]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-2383" title="La_prima_cosa_bella" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2010/04/La_prima_cosa_bella-400x280.jpg" alt="La_prima_cosa_bella" width="400" height="280" /><strong><em>La prima cosa bella</em> di Virzì fa il pieno di nomination, seguito da <em>L’uomo che verrà</em> di Diritti, <em>Vincere </em>di Bellocchio, <em>Baarìa </em>di Tornatore e <em>Mine vaganti </em>di Ozpetek<br />
</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>di <strong>Dafne Foderà</strong><br />
<a href="mailto: dafne.fodera@libero.it">dafne.fodera@libero.it</a></p>
<p>Annunciati i nomi che si contenderanno il David di Donatello 2009/2010 il prossimo 7 maggio, alla cerimonia di premiazione che si terrà all’Auditorium della Conciliazione a Roma.<br />
Diciotto le candidature per l’opera di Paolo Virzì, <a href="http://www.filmakersmagazine.it/archives/1613"><em>La prima cosa bella</em></a>, sedici per <a href="http://www.filmakersmagazine.it/archives/828"><em>L’uomo che verrà</em></a> di Giorgio Diritti, quindici per <em>Vincere</em> di Marco Bellocchio, quattordici per<em> Baarìa</em> di Giuseppe Tornatore e tredici per <a href="http://www.filmakersmagazine.it/archives/2200"><em>Mine vaganti </em></a>di Ferzan Ozpetek. I cinque nominati per il miglior film ricevono la quasi totalità delle nominations anche nelle altre categorie.</p>
<p>Per il David al miglior regista i candidati sono: Marco Bellocchio, Giorgio Diritti, Ferzan Ozpetek, Giuseppe Tornatore e Paolo Virzì.</p>
<p>Per la categoria miglior attrice protagonista, ricevono la nomination: Margherita Buy (per <em>Lo spazio bianco</em> di Francesca Comencini), Giovanna Mezzogiorno (per <em>Vincere </em>di Marco Bellocchio), Micaela Ramazzotti (per <em>La prima cosa bella</em> di Paolo Virzì), Stefania Sandrelli (per <em>La prima cosa bella </em>di Paolo Virzì) e Greta Zuccheri Montanari (per <em>L’uomo che verrà</em> di Giorgio Diritti).</p>
<p>Per la categoria miglior attore protagonista, i candidati sono: Antonio Albanese (per <em>Questione di cuore</em> di Francesca Archibugi), Libero De Rienzo (per <em>Fortapàsc</em> di Marco Risi), Valerio Mastandrea (per <em>La prima cosa bella </em>di Paolo Virzì), Kim Rossi Stuart (per <em>Questione di cuore</em> di Francesca Archibugi) e Filippo Timi (per <em>Vincere</em> di Marco Bellocchio).</p>
<p>A contendersi il titolo di miglior film straniero sono: <em><a href="http://www.filmakersmagazine.it/archives/1253">A Serious Man</a> </em>di Joel &amp; Ethan Coen, <a href="http://www.filmakersmagazine.it/archives/1579"><em>Avatar</em></a> di James Cameron, <a href="http://www.filmakersmagazine.it/archives/622"><em>Bastardi senza gloria</em></a> di Quentin Tarantino, <a href="http://www.filmakersmagazine.it/archives/1968"><em>Invictus</em></a> di Clint Eastwood e <a href="http://www.filmakersmagazine.it/archives/1283"><em>Tra le nuvole</em></a> di Jason Reitman.</p>
<p>Sarà possibile seguire la premiazione in diretta su Raisat Cinema e Rai4 e in differita, alle ore 23 e 20, su Raiuno, durante la serata condotta da Tullio Solenghi. Una serata in cui il cinema italiano sarà protagonista. Per l&#8217;elenco completo delle candidature per ciascuna categoria: <a href="http://www.daviddidonatello.it/candi2010.htm">http://www.daviddidonatello.it/candi2010.htm</a></p>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>Sette piccoli sospetti</title>
		<link>http://www.filmakersmagazine.it/archives/2368</link>
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		<pubDate>Wed, 07 Apr 2010 09:12:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[parole]]></category>

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		<description><![CDATA[Protagonisti del nuovo romanzo di Christian Frascella, edito da Fazi, sette ragazzini all'assalto della banca del loro paese: una storia tutta da ridere ma da leggere con il fiato sospeso ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong></p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-2369" title="Sette piccoli sospetti" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2010/04/piccoli-sospetti-light-232x350.jpg" alt="Sette piccoli sospetti" width="232" height="350" /></p>
<p><strong>Protagonisti del nuovo romanzo di Christian Frascella, edito da Fazi, </strong><strong>sette ragazzini all&#8217;assalto della banca del loro paese: una storia tutta da ridere ma da leggere con il fiato sospeso </strong></p>
<p>di <strong>Massimiliano Pistonesi</strong><br />
<a href="mailto: m.pistonesi@gmail.com">m.pistonesi@gmail.com</a></p>
<p>Christian Frascella a non conoscerlo bene sembrerebbe un tipo poco raccomandabile, uno da non frequentare per non finire nei guai. Bè, mi sbagliavo di grosso, lo confesso. Il suddetto Frascella è un personaggio incredibile, uno di quei tipi che vorresti avere per amico, magari da prendere a piccole dosi, ma un amico al quale rivolgersi.<br />
Poi c&#8217;è che ha scritto due romanzi belli, <em>Mia sorella è una foca monaca</em> e l&#8217;appena uscito <em>Sette piccoli sospetti</em> (entrambi Fazi Editore). Il primo sarà presto un film e per il secondo c&#8217;è da attendere, ma intanto leggetevi questa storia. Quella di sette ragazzini che tengono d&#8217;occhio la banca del loro paese finché non decidono di svaligiarla. Fin qui niente di male (soprattutto l&#8217;idea di rapinare una banca), però, come sempre, qualcosa va storto in maniera imprevista, con i nostri costretti a fare i conti con qualcuno di veramente temibile.</p>
<p><strong>Da <em>Mia sorella è una foca monaca</em></strong><strong>, che era una storia personale, sei passato con <em>Sette piccoli sospetti</em></strong><strong> a un&#8217;ambientazione e a un registro diversi.</strong><br />
«Avevo in mente questa idea: cosa succederebbe se sette ragazzini decidessero di rapinare la banca del loro paese? Poi il resto è venuto con la scrittura. L&#8217;importante è avere una buona trama poi il resto viene da sé. Così come, mentre scrivevo, è venuta fuori l&#8217;idea di ambientarlo dalle parti di Napoli. Mentre in <em>Mia sorella è una foca monaca</em> l&#8217;ambientazione la conoscevo bene perché è dove sono cresciuto, la provincia di Torino, qui ho cercato di qualcosa di nuovo. Con casini consequenziali come il dialetto, per il quale mi hanno dovuto aiutare».</p>
<p><strong>Però è eccezionale come racconti questi sette ragazzini e il loro ambiente&#8230;</strong><br />
«Credo che un personaggio funzioni bene quando ha dietro un background consistente, così sono entrato nelle loro vite, li ho visti calati nel loro quotidiano, neanch&#8217;io sapevo che uno voleva fare il calciatore, un altro il prete e così via. Alla fine però dentro c&#8217;è anche qualcosa di me, più il cinema e i libri che mi sono piaciuti».</p>
<p><strong>Un&#8217;altra cosa che salta all&#8217;occhio sono gli anni 80 nei quali è ambientata la storia del romanzo, però i tuoi personaggi hanno un parlato più contemporaneo.</strong><br />
«Non credo che esista un linguaggio universale quindi ho richiamato alla memoria come parlavo io in quel periodo, quando avevo l&#8217;età dei protagonisti della storia, poi ho prestato l&#8217;orecchio a come parlano i ragazzi oggi. Però oltre al dialogo c&#8217;è anche parecchia azione e movimento, così ogni personaggio è portatore di un atteggiamento. I personaggi bisogna farli parlare ma bisogna anche saperli far muovere».</p>
<p><strong><em>Mia sorella è una foca monaca</em></strong><strong> presto sarà un film e tu hai partecipato alla sceneggiatura, questo lavoro ti ha insegnato qualcosa?</strong><br />
«Ho scritto la sceneggiatura insieme a Marco Martani, che è una bestia però è un grande tecnico della sceneggiatura. Con lui ho capito quando si deve sacrificare o tagliare qualcosa, come mantenere vivo il dialogo, come costruire l&#8217;azione. Però quando abbiamo cominciato a scrivere la sceneggiatura io ero già a tre quarti della stesura del romanzo. Scrivere un film mi ha aiutato a scrivere il finale del mio romanzo, facendolo diventare tutto azione».</p>
<p><strong>È cambiata molto la storia dalla pagina al film?</strong><br />
«Il personaggio di <em>Mia sorella è una foca monaca</em> è uno che si parla parecchio addosso, quindi abbiamo cercato di rendere questa sua caratteristica attraverso altre dinamiche. Con Martani ci siamo visti un po&#8217; di film, soprattutto <em>Trainspotting</em> di Danny Boyle. L&#8217;inizio del film sarà con il protagonista che corre. Però non ci sono stati grandi tradimenti, anche perché altrimenti non l&#8217;avrei firmato. Quando ci sono state delle cose che non mi quadravano l&#8217;ho detto, e mi hanno ascoltato».</p>
<p><strong>Senti, emozioni particolari per questa seconda prova?</strong><br />
«La prova del due è quella che tocca tutti dopo che il loro primo libro, disco, film è andato bene. Che dire: sono indifferente. Per scrivere <em>Mia sorella è una foca monaca </em>ci ho messo sette anni per <em>Sette piccoli sospetti</em> sette mesi. L&#8217;ho portato dal mio editore che ne è stato entusiasta ed è finita lì.<br />
Nessuno mi ha messo fretta telefonandomi per dire che era meglio se buttavo fuori subito qualcosa di nuovo. Ora ho due romanzi sul curriculum ma da qui a dire che sono un autore ce ne vuole. Io non concepisco la scrittura come un mestiere ma come un divertimento. Mi capita di finire quasi involontariamente a tavole rotonde con altri scrittori e li senti parlare come se la narrativa sia il fine ultimo della vita e poi citano sempre qualcun altro. Ma provate a dire qualcosa di vostro, della farina del vostro sacco, senza starvene a far girare &#8217;sti pseudo-intellettualismi&#8230;                 È come vedersi <em>8 ½ </em>di Fellini e cercare di capire cosa voleva dire. Può pure non voler dire niente ma è bello lo stesso.<br />
E poi io neanche ci pensavo che avrei mai pubblicato un libro. Invece adesso sono a due».</p>
<p><strong>Però per il primo libro sei finito dalla Dandini.</strong><br />
«La peggiore intervista della storia».</p>
<p><strong>Un&#8217;ultima cosa su <em>Sette piccoli sospetti</em></strong><strong>: il personaggio di Bordignon lo hai preso da <em>I</em></strong><strong> <em>mostri</em></strong><strong> di Dino Risi, vero?</strong><br />
«Ehmbè».</p>
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		<title>Il cinema secondo Amelio</title>
		<link>http://www.filmakersmagazine.it/archives/2353</link>
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		<pubDate>Fri, 02 Apr 2010 11:29:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[parole]]></category>

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		<description><![CDATA[In "Un film che si chiama desiderio", il regista percorre la storia del cinema dispensando aneddoti e ricordi che abbattono gli steccati della visione autoriale per abbracciare il punto di vista del pubblico ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-2356" title="Un film che si chiama desiderio" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2010/04/cop_amelio2-214x350.jpg" alt="Un film che si chiama desiderio" width="214" height="350" /><strong>In <em>Un film che si chiama desiderio</em>, il regista percorre la storia del cinema dispensando aneddoti e ricordi che abbattono gli steccati della visione autoriale per abbracciare il punto di vista del pubblico</strong></p>
<p style="text-align: justify;">di <strong>Massimiliano Pistonesi</strong><br />
<a href="mailto: m.pistonesi@gmail.com">m.pistonesi@gmail.com</a></p>
<p style="text-align: justify;">Alle volte ci si chiede: che piacere c&#8217;è nel fare il critico? Che sia letterario, cinematografico o altro poco importa: quel che conta è come ci si pone davanti all&#8217;oggetto da raccontare o analizzare. Certe volte varrebbe la pena di rimanersene a casa perché tanto c&#8217;è il pubblico. Già, il pubblico. Spesso pagante.<br />
Ecco, il piacere del pubblico, starsene seduto a godersi un film, un libro, un quadro senza sofferenze, senza psicodrammi intellettuali, solo con il piacere di guardare e divertirsi, che tanto c&#8217;è molto altro di cui preoccuparsi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il libro di Gianni Amelio <em>Un film chiamato desiderio</em> (Einaudi) è questo: spettacolo. Il racconto del piacere che noi ci ostiniamo ancora a chiamare cinema. Amelio compie una cavalcata storica sul e dentro il cinema, in un saggio composto da tanti articoli senza un legame se non quello dei film, una disconnessione vertebrale che vibra in continuazione lungo la schiena regalando quel piacere di cui sopra.<br />
Senza salire in cattedra, Amelio racconta il suo mondo e lo fa da un angolino privilegiato: quello dello spettatore. Certo, è un regista e sceneggiatore, ma qui smette quei panni per stare dalla nostra parte. Un racconto fatto di immagini e ricordi, di nomi e di luoghi che rivelano un Gianni Amelio dai gusti diversi. Uno se lo immaginerebbe bello chiuso in una visione autoriale, invece sorprende sapere che il nostro apprezza la fantascienza e gli horror in bianco e nero, che ama il cinema americano. Gusti comuni, si direbbe, gli stessi del pubblico.</p>
<p style="text-align: justify;">In più Amelio sorprende ricordando aneddoti che riguardano i suoi colleghi e se stesso, rivelando il mondo dietro la macchina da presa come un circo umano fenomenale quanto amaro. Non mancano esperienze amare di film mancati, personaggi insopportabili e addirittura truffe da film (incredibile quella che coinvolse un ignaro Bob Rafelson).<em> Un film che si chiama desiderio</em> è quasi un romanzo memoir che andrebbe letto da chi ama il cinema perché dentro ce n&#8217;è parecchio.<br />
Buona lettura.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>RIFF: i titoli in concorso</title>
		<link>http://www.filmakersmagazine.it/archives/2319</link>
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		<pubDate>Tue, 30 Mar 2010 12:07:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[parole]]></category>

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		<description><![CDATA[
Si terrà dall’8 al 16 aprile la IX edizione del RIFF, il Roma Independent Film Festival. Tra i principali film in concorso spiccano alcuni titoli che hanno raccolto recenti consensi in prestigiosi festival cinematografici internazionali, tra cui il film d’apertura Fish Tank di Andrea Arnold, sulle problematiche dell’adolescenza, vincitore del Premio della Giuria all’ultimo Festival [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-2320" title="RIFF logo" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2010/03/RIFF-logo-400x224.gif" alt="RIFF logo" width="400" height="224" /></p>
<p style="text-align: justify;">Si terrà dall’8 al 16 aprile la IX edizione del RIFF, il Roma Independent Film Festival. Tra i principali film in concorso spiccano alcuni titoli che hanno raccolto recenti consensi in prestigiosi festival cinematografici internazionali, tra cui il film d’apertura <em>Fish Tank</em> di Andrea Arnold, sulle problematiche dell’adolescenza, vincitore del Premio della Giuria all’ultimo Festival di Cannes e vincitore ai premi BAFTA come miglior film britannico; <em>Everyone Else</em> di Maren Ade, vincitore di un Orso d’argento allo scorso festival di Berlino, e<em> La Vergüenza</em> di David Planell, selezionato dal Festival di Malaga come miglior film spagnolo e candidato a 3 premi Goya.</p>
<p style="text-align: justify;">Molti anche i film italiani in concorso, tra i quali <em>La strategia degli affetti</em> di Dodo Fiori, <em>Velma</em> di Piero Tomaselli, <em>Amore liquido</em> di Marco Luca Cattaneo e il film di chiusura <em>18 anni dopo</em>, un road movie sul complesso rapporto tra due fratelli. Edoardo Leo, regista e attore del film, è anche coautore della sceneggiatura.</p>
<p style="text-align: justify;">Oltre alla sezione documentari internazionali, che prevede 16 titoli, grande attenzione sarà data, con una sezione speciale, ai documentari italiani: tra i 12 titoli selezionati: <em>Via Volonté numero 9</em>, di Lorenzo Scurati, prodotto dalla Fandango, sul problema casa nella periferia di Roma; <em>Terra Reloaded</em> realizzato da Beppe Grillo in collaborazione con Greenpeace, sui temi dell&#8217;ecosostenibilità, con interviste ai più autorevoli esperti mondiali in materia di energia ed economia; <em>Tutti giù per aria</em>, sulla vertenza dei lavoratori Alitalia, con contributi di Ascanio Celestini, Dario Fo e Marco Travaglio. Vinicio Capossela sarà, invece, l’interprete del docu-film <em>La faccia della terra</em>. Il documentario di Milo Adami e Luca Scivoletto <em>A Nord Est</em> è invece un’esplorazione della provincia veneta, dai sobborghi di Mestre al lago di Garda: il racconto di un mondo ai margini in una delle realtà più industrializzate e complesse d’Italia, costruito attorno alle storie di alcuni personaggi che lo abitano e ne vivono le più evidenti contraddizioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel corso del Festival verrà assegnato il Premio New Vision, attribuito ogni anno ad un’opera in concorso distintasi per l’originalità delle scelte narrative, visive e tecniche.</p>
<p style="text-align: justify;">Ampio spazio sarà riservato quest’anno alla Spagna. In collaborazione con l’Istituto Cervantes di Roma, sarà presentato, infatti, “Cine Español En Ruta”, un evento che prevede la proiezione di quattro lungometraggi in anteprima italiana con la partecipazione di Diego Rodriguez Blazquez (Associazione Cine-Ma), Ana Isabel Palacios (Associazione Cine Espanol En Ruta) e Antonio Amorós (Ministero della Cultura).</p>
<p style="text-align: justify;">A completare l’offerta del RIFF, numerosi cortometraggi, italiani e stranieri (oltre 80). Tra gli italiani, <em>8mm </em>di Pasquale D’Aiello, sul complesso tema della lotta armata politica nell’Italia degli anni 70.</p>
<p style="text-align: justify;">E poi, ancora, il Forum sul tema “I Nuovi Profili Della Produzione Cinematografica Europea Indipendente” e la presentazione dei Videoclip vincitori al PIVI (Premio Italiano Videoclip Indipendente) all&#8217;interno del MEI (Meeting Etichette Indipendenti) di Faenza.</p>
<div style="text-align: justify;">Novità di quest’anno l’istituzione del Premio Current (il network televisivo internazionale di informazione indipendente) assegnato alle opere che realizzeranno la migliore “Inchiesta Internazionale” sui temi più attuali del nostro tempo. Il premio consiste nell’acquisizione da parte del canale satellitare di Current dell’opera vincitrice, che verrà successivamente trasmessa su Current-Sky 130. <a href="http://www.riff.it/">www.riff.it</a> (<em>Laura Giacalone</em>)</div>
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