<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>filmakersmagazine.it &#187; conversazioni</title>
	<atom:link href="http://www.filmakersmagazine.it/archives/category/conversazioni-parole/feed" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.filmakersmagazine.it</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Tue, 07 Feb 2012 13:38:05 +0000</lastBuildDate>
	<generator>http://wordpress.org/?v=2.8.4</generator>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
			<item>
		<title>Fate la storia senza di me</title>
		<link>http://www.filmakersmagazine.it/archives/6936</link>
		<comments>http://www.filmakersmagazine.it/archives/6936#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 04 Dec 2011 11:59:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Torino Film Fest]]></category>
		<category><![CDATA[Venezia]]></category>
		<category><![CDATA[conversazioni]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[speciali]]></category>
		<category><![CDATA[add]]></category>
		<category><![CDATA[Albertino Bonvicini]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Papuzzi]]></category>
		<category><![CDATA[Mirko Capozzoli]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.filmakersmagazine.it/?p=6936</guid>
		<description><![CDATA[Il documentario del regista torinese Mirko Capozzoli, presentato a Venezia e all'ultimo Torino Film Festival, esce insieme al libro-diario di Albertino Bonvicini, protagonista di anni intensi e di vicende drammatiche che hanno segnato la storia d'Italia. Un racconto leggero e profondo che colpisce per la sua necessità]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-full wp-image-6941" title="Fate la storia senza di me" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2011/12/Fate-la-storia-senza-di-me.jpg" alt="Fate la storia senza di me" width="219" height="320" /><strong>Il documentario </strong><strong>del regista torinese Mirko Capozzoli, presentato a Venezia e all&#8217;ultimo Torino Film Festival, esce insieme al libro-diario di Albertino Bonvicini, protagonista di anni intensi e di vicende drammatiche che hanno segnato la storia d&#8217;Italia. Un racconto leggero e profondo che colpisce per la sua necessità</strong></p>
<p>di <strong>Massimiliano Pistonesi</strong><br />
<a href="mailto:%20m.pistonesi@gmail.com">m.pistonesi@gmail.com</a></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Fate la storia senza di me</em> (add editore) è un libro e allo stesso tempo un documentario di Mirko Capozzoli, che contiene gli interventi scritti di Alberto Papuzzi e la voce di Fabrizio Gifuni prestata alle parole del diario di Albertino Bonvicini, la cui vicenda umana è l&#8217;assoluta protagonista di quest&#8217;opera indispensabile. Sì, avete capito bene, indispensabile perché racconta non solo una parabola umana affascinante e sconvolgente, ma perché dietro di essa si staglia la storia dell&#8217;Italia, dagli anni Sessanta fino all&#8217;inizio dei Novanta, insomma il periodo degli entusiasmi e di epocali trasformazioni, ma anche i tempi delle mutazioni più impreviste, delle sviste e dei vuoti esistenziali e culturali che hanno fatto prendere a questo paese e a molte persone svolte inattese, volute o obbligatorie. Vite che spesso non hanno avuto scelta, proprio come succede ad Albertino, che si ritrova a Villa Azzurra, il famigerato ospedale psichiatrico di Torino dove lavorava Giorgio Coda, l&#8217;apologeta dell&#8217;elettroshock come pratica terapeutica. Capozzoli non scende mai nel patetico o nel melodrammatico nel raccontare questo momento, ma usa l&#8217;ironia e il coraggio di Albertino, che da bambino si ritrova in quel luogo degli orrori dove uomini, donne e bambini venivano spogliati della loro dignità di essere umani e sottoposti a vere e proprie torture con metodi da Garage Olimpo con dieci anni d&#8217;anticipo. Albertino là dentro ci finisce per deficit della burocrazia, ci finisce come in una storia di Kafka, perché se non fosse tutto vero quello che è successo, potrebbe essere solo un racconto di Kafka.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma la storia di Albertino è anche altro: è fatta di incredibili riprese che lo porteranno dentro i tumultuosi anni Settanta, dove inizierà il suo impegno politico, e poi negli anni Ottanta, quando ingiustamente accusato dell&#8217;incendio del bar L&#8217;Angelo Azzurro finisce in galera e ci resta per più di due anni. Sono di questo periodo le pagine del diario che compongono il libro: è il periodo in cui nella vita di Albertino compare l&#8217;eroina, che cominciava a flagellare un&#8217;intera generazione. Le testimonianze e il racconto del documentario mostrano come Albertino sia riuscito a riprendersi anche da questo scacco e con un passaggio da Torino a Roma inizia a lavorare come giornalista in Rai.</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo incontrato Mirko Capozzoli, regista del documentario e curatore del volume che lo accompagna, <em>Fate la storia senza di me</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come ti è successo di metterti sulle tracce della storia e della vicenda umana di Albertino Bonvicini?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Circa sei o sette anni fa un mio amico mi fece leggere il libro di Alberto Papuzzi, <em>Portami su quello che canta</em>. Il libro uscì la prima volta nel 1977 e racconta una vicenda importante e prepotentemente radicata nella memoria di Torino, ovvero il processo a Giorgio Coda, dove per la prima volta in Italia, durante un processo, i malati mentali furono ascoltati come testimoni, oltre che essere le vittime dell&#8217;uso feroce dell&#8217;elettroshock cui Coda li sottoponeva regolarmente. Inizialmente volevo raccontare quella storia, quella vicenda giudiziaria, per poi rendermi conto che il racconto filmico sarebbe stato molto complicato. Nel libro di Papuzzi, in due o tre pagine si parla di quello che allora era un bambino di nove anni, Albertino Bonavicini, che entrò nel manicomio di Villa Azzurra nel 1967 per una banalità, per inefficienza della burocrazia. Questo fatto mi ha colpito subito, tanto è vero che lui era una delle prime persone che volevo contattare comunque per il documentario, vista la sua storia, ma non c&#8217;era già più. Così ho deciso di raccontare la sua storia e questo mi ha permesso di fare i conti con un periodo, quello degli anni Settanta &#8211; gli anni di piombo, il movimento del &#8216;77 e l&#8217;incendio del bar L&#8217;Angelo Azzurro dove morì un giovane studente, Roberto Crescenzio, caso mai risolto e che segnò la fine del movimento a Torino spalancando le porte al terrorismo &#8211; che mi ha sempre interessato e che anagraficamente non ho potuto vivere».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La storia di Albertino Bonvicini ha come sfondo quello degli anni entusiasmanti e critici del cambiamento in Italia, e lui sembra veramente viverne gli aspetti salienti.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Della vita e delle vicende di Albertino ho scoperto un pezzo alla volta, non c&#8217;è stato nessuno che potesse raccontarmela in una volta sola, solo la madre adottiva, che si vede nel documentario, avrebbe potuto farlo, ma è una donna anziana con dei problemi di memoria, una donna che è stata veramente coraggiosa e generosa con Albertino. Il fatto è che Albertino ha avuto tante vite e tutte separate l&#8217;una dalle altre. Ogni volta che ricominciava chiudeva con il passato. E questa caratteristica mi ha condotto a dover mettere insieme i tasselli di un&#8217;esistenza che può sembrare frammentaria. Poi è vero che sembra che lui abbia giocato una partita a scacchi con il destino, molto spesso in maniera del tutto involontaria. Anche quando nel &#8216;77 si impegna nel movimento ha avuto un ruolo importante, i suoi compagni di allora lo raccontano come una figura carismatica ma allo stesso tempo non ideologizzata, non era imbevuto dei dogmi e degli slogan della sinistra, lui veniva direttamente dal sottoproletariato, figlio di una prostituta, abbandonato dal padre, il sentimento politico ce l&#8217;aveva addosso sulla pelle. È stato uno che ne ha combinate di tutti i colori da quando era giovane, è finito anche in un carcere minorile per poi essere affidato ai Berlanda, una famiglia bene di Torino. Ma tutti quelli che ho incontrato e che mi hanno parlato di lui gli hanno voluto veramente bene perché lui aveva un magnetismo, uno spirito che contaminava chiunque avesse intorno».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il tuo documentario racconta una storia esplorando le vicende intime di Alberto Bonvicini, i suoi rapporti familiari, le amicizie, il lavoro, e lo fa sempre con un tocco di leggerezza.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Mentre andavo alla scoperta di Albertino ho sentito tutto il peso della sua storia, del suo vissuto, ho capito che le cose non andavano forzate perché c&#8217;era già tutto. È stato come dare forma a un dipinto che aveva già tutti i suoi colori. Tutto è scorso con naturalezza, senza inutili o facili sensazionalismi, senza il bisogno di cercare l&#8217;affetto a tutti i costi».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa ha significato per te raccontare questa storia, questa figura, e quali sono le scoperte che più ti hanno sorpreso?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«È stata una grande opportunità, è stato un modo per confrontarmi con una Storia subita perché solo letta sui libri, o vista in programmi televisivi come <em>La notte della Repubblica</em> di Sergio Zavoli. Ho potuto guardare negli occhi uomini e donne che in quel periodo c&#8217;erano, che l&#8217;hanno vissuto veramente come attori diretti. Ho potuto avvicinarmi a quel periodo ardente senza pregiudizi ideologici, mi sono confrontato con un centinaio di persone, alcune delle quali hanno avuto anche l&#8217;ergastolo, come alcuni esponenti di Prima Linea che ho intervistato. Poi ho potuto conoscere la famiglia cui Albertino fu affidato, i Berlanda, esponenti della Torino progressista, a casa dei quali era possibile incontrare dirigenti del PCI, e anche questa è stata una grande esperienza umana che ho vissuto. Ma è stato un modo per raccontare la mia città, Torino, e me stesso, sovrapponendomi in certi momenti alle esperienze di Albertino, come i bambini che giocano con la neve, o i momenti a Porta Palazzo, cose che ha fatto lui ma che ho fatto anch&#8217;io e che nel documentario ci sono».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Spesso i documentari richiedono un lavoro di preparazione molto lungo, tra la ricerca del materiale e la sua successiva selezione. Qual è lo stato della produzione dei documentari in Italia dal tuo punto di vista?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Il problema grosso è la distribuzione, la possibilità di raggiungere un pubblico numeroso. Il fatto è che non c&#8217;è un&#8217;educazione al guardare i documentari, che spesso nell&#8217;immaginario collettivo vengono associati a Piero Angela o alle cose del National Geographic. Io in questa occasione sono stato fortunato perché la Film Commission di Torino e Piemonte ha un fondo per i documentari che ha finanziato il mio progetto, e inoltre l&#8217;occasione che l&#8217;editore add mi ha dato con il libro che accompagna il documentario è stata un&#8217;ulteriore opportunità. Ma anche io ho avuto momenti critici, come il trovare un produttore, che nello specifico è la Fourlab, dovermi impegnare in prima persona su tutti gli aspetti produttivi. C&#8217;è chi pensa che il documentario sia roba per sfigati, per gente che non riesce a fare il suo film e allora cerca un ripiego. Ma non è così, non lo è mai stato. Una volta la Rai dava spazio a questa forma espressiva, dedicava una fascia oraria al documentario. Oggi in tv se riesci a far passare qualche lavoro rischi che te lo facciano a spezzatino per ragioni di format del programma dove finisce. Forse bisognerebbe tentare di ridare uno spazio dignitoso per raggiungere il pubblico, perché se no si rischia veramente che ce li vediamo tra noi autori nei vari festival. Eppure io ci credo, perché mi capita sempre che persone che guardando il mio lavoro o quello di altri se ne innamorino, perché è un modo diverso di raccontare le storie, ma che riesce a coinvolgere perché racconta di vita».</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.filmakersmagazine.it/archives/6936/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Banderas: &#8220;Soy un gato molto stanco&#8221;</title>
		<link>http://www.filmakersmagazine.it/archives/6863</link>
		<comments>http://www.filmakersmagazine.it/archives/6863#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 26 Nov 2011 09:54:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[conversazioni]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Banderas]]></category>
		<category><![CDATA[Chris Miller]]></category>
		<category><![CDATA[Jeffrey Katzenberg]]></category>
		<category><![CDATA[Salma Hayek]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.filmakersmagazine.it/?p=6863</guid>
		<description><![CDATA[Nell'insolita veste di doppiatori, Antonio Banderas e Salma Hayek ci raccontano l'avventura animata de Il Gatto con gli stivali, lo spin-off di Shrek in arrivo nelle sale italiane dal 16 dicembre]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-6865" title="Salma Hayek e Antonio Banderas" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2011/11/Salma-Hayek-e-Antonio-Banderas-400x288.jpg" alt="Salma Hayek e Antonio Banderas" width="400" height="288" /><strong>Nell&#8217;insolita veste di doppiatori, Antonio Banderas e Salma Hayek</strong><strong> ci raccontano l&#8217;avventura animata de <em>Il Gatto con gli stivali</em>, </strong><strong>lo spin-off di Shrek in arrivo nelle sale italiane dal 16 dicembre</strong></p>
<p style="text-align: justify;">di <strong>Cristina Locuratolo</strong><br />
<a href="mailto:%20cristina.elle@hotmail.it">cristina.elle@hotmail.it</a>
</p>
<p style="text-align: justify;">Arriva nelle sale italiane il 16 dicembre lo spin-off della saga animata Shrek, <em>Il Gatto con gli stivali</em>, prodotto dalla Dreamworks Animation e distribuita nel nostro Paese in circa 400 sale dalla Universal Pictures. A presentare il cartoon all&#8217;anteprima romana i doppiatori <strong>Antonio Banderas</strong> (voce protagonista nella versione italiana, inglese e spagnola della pellicola), l’attrice messicana <strong>Salma Hayek</strong>,  il regista-animatore <strong>Chris Miller</strong> e il produttore <strong>Jeffrey Katzenberg</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il film è il prequel che ci racconta come nasce la leggenda del micio “caliente”, molto prima di incontrare Shrek. Con gli stivali, simbolo d’onore, Gatto diventa un eroe, quando per salvare la sua città si imbarca in un’avventura folle con la sexy gattina Kitty Zampe di Velluto e il surreale Humpty Dumpty.</p>
<p style="text-align: justify;">Banderas dichiara di essersi sentito a suo agio nei panni di Gatto e aggiunge «È un macho fuori dai cliché, simbolo di quella diversità culturale spanish importante da sostenere in un Paese come gli Usa, così multietnico. Il <em>Gatto con gli stivali</em> è il film spanish a più alto budget mai fatto finora».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Avete sentito la responsabilità di portare sul grande schermo un personaggio così amato? </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Katzenberg</strong>: «Certo, ma abbiamo avuto la fortuna di avere in regia Chris Miller, che è stato per 10 anni nel team creativo di Shrek. Lui ha voluto prendersi questa responsabilità».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Salma Hayek e Antonio Banderas, quanto vi siete divertiti nell’interpretare questi personaggi? </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Hayek</strong>: «È stato un lavoro meraviglioso, perché per la prima volta non avevo bisogno di essere truccata. Il personaggio di Kitty è bellissimo, lei è forte, femminista, divertente».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Banderas</strong>:<strong> «</strong>Una volta dati dei parametri e dei limiti al personaggio, è tutto molto divertente, per quanto sia stancante la prima fase di animazione e anche il doppiaggio, soprattutto in una lingua diversa. Adesso andrò a Los Angeles a doppiare un corto che sarà contenuto nel dvd. Se ci sarà il sequel, comunque, vorrò fare di nuovo anche la versione italiana, perché mi piace la musicalità della lingua».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I</strong><strong>l film punta tutto sulla fratellanza e sull’amicizia. Succede a Gatto con Humpty Dumpty che ne combina di tutti i colori…</strong><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Banderas</strong>:<strong> «</strong>Se torniamo all’inizio della storia di Gatto, in Shrek, lui viene presentato come un assassino che viene agganciato da Shrek e Ciuchino. Rimane con loro perché in loro trova una famiglia e in questo film scopriamo perché è così predisposto per l’amicizia. È cresciuto in orfanotrofio, ha bisogno di essere amato».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Hai dichiarato che Gatto è molto simile a te. Per quali aspetti?</strong><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Banderas</strong>:<strong> «</strong>Davvero? E quando lo avrei detto? Scherzi a parte, mi somiglia nell’aspetto spagnoleggiante, lo abbiamo reso malagueno come me [Banderas è nato a Malaga, <em>ndr</em>], ma lui ha delle caratteristiche umane che io vorrei avere, è leale, sa perdonare, è coraggioso, io adoro questo personaggio».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quali sono state le difficoltà tecniche </strong><strong>nella realizzazione? </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Miller</strong>: «Abbiamo impiegato quattro anni per portare a termine il film. L’unica difficoltà era l’esigenza di creare dei personaggi morbidi, &#8220;pellicciosi&#8221;. Per Gatto abbiamo creato un mondo nuovo, la sceneggiatura infatti non richiama i mondi nordici delle fiabe come in Shrek, ma è ambientata in un mondo della fiabe più latino e mediterraneo».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La sceneggiatura combina elementi eterogenei, provenienti da tradizioni fiabesche differenti (Gatto, Uovo, i tre fagioli magici…), con elementi leggendari di un certo cinema western. Come è stata costruita? </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Miller</strong>:<strong> </strong><strong>«</strong>In parte<strong> </strong>c’è stato lo stesso processo creativo di Shrek. Non c’era un vero e proprio script; tutti hanno contribuito alla sceneggiatura con le proprie idee, compresi gli attori. Abbiamo trattato la storia come fosse un organismo vivente».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>C’è una città a cui vi siete ispirati per ideare il villaggio del <em>Gatto con gli stivali</em>?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Katzenberg:</strong> «Ci siamo ispirati alla Spagna e al Messico. Alla città messicana di San Miguel, in particolare».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Pensate già a un sequel?</strong></p>
<p><strong>Miller:</strong> «Tutto dipende come sempre dall’accoglienza del pubblico in sala e ovviamente dalla disponibilità di una buona storia».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Hayek</strong>: «Io e Antonio stiamo già scegliendo i nomi per i nostri gattini. Valentina, mia figlia, mi ha chiesto perché non si baciano mai…».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Banderas</strong>:<strong> «</strong>Certamente. Adesso però &#8220;soy un gato molto stanco&#8221;».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quali sono state le difficoltà nel doppiarlo nelle varie lingue?</strong> <strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Banderas</strong>:<strong></strong> «Quando doppi devi adattarti alle caratteristiche del personaggio, aggiungendo, come puoi, cose qui e là. In generale ci siamo divertiti a creare il contrasto tra il suo aspetto tenero e la vociona roca. Nella versione spagnola abbiamo calcato molto sulla &#8220;s&#8221; sonante, mentre in italiano ha solo uno spiccato accento spagnolo. Ho aggiunto qualche sospiro, qualche battuta in più qui è là»</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong><strong>Ti piace il cinema italiano? Ti piacerebbe lavorare qui?</strong><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong></strong><strong>Banderas:</strong><strong> </strong> «Io sono dell’idea che si può lavorare in qualsiasi posto, quando c’è una buona storia. Recentemente ho cambiato agente e adesso lavoro solo con chi mi trovo bene. Anni fa Sorrentino mi propose una storia su un cubano che va a cercare suo figlio negli Stati Uniti, ma non la dirigerà lui e non so quando verrò effettivamente coinvolto. Sono molti impegnato con altre produzioni e ho anche una società d’animazione».</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.filmakersmagazine.it/archives/6863/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Player One &#8211; Intervista ad Ernest Cline</title>
		<link>http://www.filmakersmagazine.it/archives/6799</link>
		<comments>http://www.filmakersmagazine.it/archives/6799#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 18 Nov 2011 19:20:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[conversazioni]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[Ernest Cline]]></category>
		<category><![CDATA[Isbn]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.filmakersmagazine.it/?p=6799</guid>
		<description><![CDATA[In un futuro non troppo lontano, il destino dell'umanità è chiuso all'interno di un videogioco, ma nel mondo virtuale le cose non sono quello che appaiono e il protagonista, Wade Watts, ha un gran da fare per salvare il mondo...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-6800" title="Player One" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2011/11/Player-One-216x350.jpg" alt="Player One" width="216" height="350" /><strong>In un futuro non troppo lontano, il destino dell&#8217;umanità è chiuso all&#8217;interno di un videogioco, ma nel mondo virtuale le cose non sono quello che appaiono e il protagonista, Wade Watts, ha un gran da fare per salvare il mondo&#8230;<br />
</strong></p>
<p>di <strong>Massimiliano Pistonesi</strong><br />
<a href="mailto:%20m.pistonesi@gmail.com">m.pistonesi@gmail.com</a></p>
<p><em>Player One </em>di Ernest Cline (Isbn Edizioni) è un romanzo che si ama subito. Una volta entrati dentro bisogna arrivare alla fine. Insomma, una proposta interessante per una storia a dir poco spettacolare che mescola il sapore vintage della cultura pop degli anni 80, quando tutto sembrava destinato a non finire mai, a un futuro non certo roseo e neanche tanto lontano: siamo nel 2044 e le cose non vanno bene, ma anche qui, adesso, nel presente, non è che ce la stiamo spassando.</p>
<p>L&#8217;autore Ernest Cline è alla sua prima prova letteraria con <em>Player One</em>, ma negli Usa è diventato già un autore di culto, e se lo merita. A tanti per il momento il suo nome non dirà molto, ma è lui l&#8217;autore della sceneggiatura del film di Kyle Newman <em>Fanboys</em> del 2009. Anche per questa sceneggiatura Cline ha avuto un percorso tutto suo, anche travagliato, perché gli studios americani non è gente che apprezza in maniera piena la creatività. Dopo aver scritto il copione di <em>Fanboys</em> lo ha postato su Internet e lentamente la storia ha cominciato a destare la curiosità di molti, inclusi gli addetti ai lavori, ma tra scrittura e realizzazione sono passati ben dieci anni.</p>
<p>Ora c&#8217;è questo <em>Player One</em>, in cui Wade Watts, come gran parte dell&#8217;umanità, passa la maggior parte del suo tempo in Oasis, un videogioco collettivo dove è possibile immergersi in universo virtuale. La gente passa così il tempo per sfuggire alla paura di un mondo sull&#8217;orlo del collasso. Adesso James Halliday, il creatore di Oasis nonché eccentrico miliardario, è morto e ha destinato la sua intera fortuna al primo che scoprirà le tre chiavi nascoste dentro il gioco. L&#8217;unico indizio a disposizioni per i partecipanti, praticamente tutti, è la passione che Halliday aveva per la cultura pop degli anni 80, quella in cui era cresciuto, quella in cui i videogiochi diventarono un fenomeno di costume. Tutto il mondo assiste mentre Wade trova la prima chiave. Ora per lui si materializzano nuovi nemici, veri e virtuali, nonché la possibilità di diventare la vera speranza per la sopravvivenza del mondo.</p>
<p><em>Player one</em> diventerà presto un film ad alto budget prodotto dalla Warner bros. Di questo e altro abbiamo parlato con l&#8217;autore, Ernest Cline.</p>
<p><strong>Il film che hai scritto, <em>Fanboys</em>, e questo <em>Player One</em> richiamano costantemente la vita di un adolescente negli anni ottanta. C&#8217;è un po&#8217; di nostalgia in questo?</strong></p>
<p>«Sì, c&#8217;è in entrambi i lavori, e il fatto è molto semplice, io ero un adolescente negli anni ottanta. Ho vissuto quell&#8217;intera fantastica ondata di cose nuove che sono successe in quel periodo: le prime console per videogiochi &#8211; io avevo un Atari &#8211; la musica, i film di <em>Guerre stellari</em>, <em>Ritorno al futuro</em>, <em>Indiana Jones</em>. Sono cose che mi porto dietro da allora, e le ho usate sia per scrivere <em>Fanboys</em> che <em>Player One</em>».</p>
<p><strong>Pensi che quello fosse un periodo migliore?</strong></p>
<p>«No, non direi. Abbiamo forse perso qualcosa, ma il fatto è che negli anni ottanta le cose erano più semplici e immediate. Tutti, per lo meno nel mondo occidentale, guardavamo gli stessi film, gli stessi programmi, la musica era uguale per tutti. Era tutto diverso, ma non credo che fosse migliore di quello che c&#8217;è oggi».</p>
<p><strong>Qual è l&#8217;idea che c&#8217;è dietro <em>Player One</em>?</strong></p>
<p>«Willy Wonka, quello della <em>Fabbrica di cioccolato</em>. Ho pensato che invece di fare dolci Willy potesse progettare videogiochi. Era un&#8217;idea che mi girava per la testa da parecchio tempo. Ricordo uno dei miei giochi preferiti negli anni ottanta: si chiamava <em>Adventure</em>. All&#8217;Atari non davano spazio a chi progettava i videogiochi, così il programmatore infilò dentro il gioco il suo nome, che compariva solo se riuscivi ad arrivare alla fine, ed è una cosa vera, successa sul serio. Anche questa era una cosa che poteva fare Willy Wonka. Poi in giro non c&#8217;era una storia del genere, così mi sono deciso a scriverla io».</p>
<p><strong>Il personaggio di James Halliday sembra ricalcato sui vari Bill Gates, Mark Zuckerberg, Ralph Ellison e altri tycoon dell&#8217;informatica, ma molto spesso di questi personaggi non si parla molto bene.</strong></p>
<p>«Sì, è vero. James Halliday ha molto in comune con queste figure, ma lui è un personaggio positivo e negativo allo stesso tempo. Con i suoi soldi potrebbe contribuire a rendere il mondo un posto migliore, ma quando muore lascia tutto a chi vincerà una gara, le cui regole le ha stabilite lui. È un idealista e passionale, ma è anche infantile e per certi aspetti irritante».</p>
<p><strong>Nel romanzo tu racconti chiaramente, attraverso il personaggio di Wade, come la gente si crei degli alias fasulli online, magari inventandosi una vita fittizia con cui tragicamente iniziano a immedesimarsi.</strong></p>
<p>«A me capita di continuo, tutti i giorni. Ormai è una cosa consolidata che nella vita di tutti i giorni ci si trascina con le solite cose, il lavoro, la scuola, casa, gli amici, poi sui social network diventiamo qualcos&#8217;altro, si diventa qualcosa di alternativo alla nostra personalità, si cerca di compensare la quotidianità, più spesso riempiendola con qualcosa che si pensa possa darla maggior senso. Ma la vita vera è sempre quella che sta al di fuori dei mondi virtuali».</p>
<p><strong>Tu pensi che i videogame siano diventati il vero fenomeno di intrattenimento di questi ultimi anni?</strong></p>
<p>«Assolutamente. Ormai hanno superato anche il cinema. Sono sempre più realistici e coinvolgenti, un grado di immedesimazione che fa paura, lo dice un gran giocatore. Non a caso ci sono posti dove la gente si reca per disintossicarsi dal gioco. Ci sono delle vere cliniche, perché i videogame danno assuefazione. Io non ho mai sentito di qualcuno che è finito in clinica perché guardava troppi film. Questo è il rapporto nel bene e nel male».</p>
<p><strong>Qual è il tuo videogioco preferito al momento?</strong></p>
<p>«<em>Portal</em>. È un gioco di puzzle. Incredibile. Lo ripeto, usateli con cautela i videogiochi, perché hanno effetti collaterali indesiderati».</p>
<p><strong>Mi consiglieresti di giocarci?</strong></p>
<p>«Ti farà andare fuori di testa».</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Il tuo è un romanzo di fantascienza, un genere che spesso viene criticato.</strong></p>
<p>«Io non ho scritto <em>Player One</em> per fare contento qualcuno o per andare incontro ai gusti della gente. Ho scritto la storia che mi piaceva e basta. Penso che la fantascienza sia un grande strumento per parlare del nostro presente facendo finta che accada domani».</p>
<p><strong>Per te che differenza c&#8217;è tra scrivere una sceneggiatura e un romanzo</strong>?</p>
<p>«Un romanzo è più difficile da scrivere, devi star lì a descrivere tutto e non farti sfuggire di mano la storia, i personaggi, le loro vite. Una sceneggiatura è più leggera, in tutti i sensi. Pensi soprattutto allo sviluppo della trama e ai dialoghi. Per tutto il resto ci sono i vari reparti che completano il tuo lavoro e un regista che gli darà una visione».</p>
<p><strong>Come è stata la tua esperienza con gli studios hollywodiani?</strong></p>
<p>«La prima volta, con <em>Fanboys</em>, è stato veramente frustrante. Combattevo ogni giorno perché c&#8217;era sempre qualcuno che voleva cambiare qualcosa, una volta volevano cambiare addirittura la storia. È stata un&#8217;esperienza per niente piacevole. Invece con <em>Player One</em> le cose stanno andando alla grande. Quest&#8217;estate ho finito la sceneggiatura e la Warner bros. annuncerà dopo Natale il nome del regista».</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Stanno pensando a un grande film?</strong></p>
<p>«Sì, vogliono fare le cose in grande. Sono entusiasti di <em>Player One</em>. Sarà un film con effetti speciali sensazionali. Alla Warner vogliono fare una cosa tipo <em>Avatar</em>».</p>
<p><strong>Grazie ancora, Ernest, per il tempo che ci hai dedicato.</strong></p>
<p>«Grazie a voi».</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.filmakersmagazine.it/archives/6799/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Il Duka in Sicilia</title>
		<link>http://www.filmakersmagazine.it/archives/5815</link>
		<comments>http://www.filmakersmagazine.it/archives/5815#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 11 Jul 2011 17:18:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[conversazioni]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.filmakersmagazine.it/?p=5815</guid>
		<description><![CDATA[Il nuovo romanzo di Vittorio Bongiorno è una travolgente storia corale che racconta una calda estate siciliana a suon di jazz]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-5816" title="Il Duka in Sicilia" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2011/07/Il-Duka-in-Sicilia-223x350.jpg" alt="Il Duka in Sicilia" width="223" height="350" /><strong>Il nuovo romanzo di Vittorio Bongiorno è una travolgente storia corale che racconta una calda estate siciliana a suon di jazz</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">di <strong>Massimiliano Pistonesi</strong><br />
<a href="mailto:%20m.pistonesi@gmail.com">m.pistonesi@gmail.com</a>
</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il Duka in Sicilia </em>è il nuovo romanzo di Vittorio Bongiorno (Einaudi Editore), una storia che ha al suo interno anche una playlist, una colonna sonora che batte il tempo alla funambolica vicenda che prende il via nel piccolo paese di Jato, in Sicilia (potete sentirne un estratto su <a href="http://www.youtube.com/watch?v=TxearHUwrFE&amp;feature=youtu.be">http://www.youtube.com/watch?v=TxearHUwrFE&amp;feature=youtu.be</a>). Vittorio Bongiorno ha già al suo attivo altri romanzi e sceneggiature, tra cui quella del film <em>Alma</em> di Massimo Volponi.</p>
<p style="text-align: justify;">È l&#8217;estate del 1970, il mondo è ancora scosso dai fremiti della ribellione giovanile, c&#8217;è ancora la guerra del Vietnam e ovunque la paura è accompagnata dall&#8217;entusiasmo della possibilità di cambiare veramente le cose. Da lì a poco inizierà la stagione dei grandi concerti inaugurati l&#8217;estate prima a Woodstock, però è anche l&#8217;anno in cui i Beatles si sciolgono. L&#8217;abbiamo detto. Tutto è in movimento. E forse le cose stanno per cambiare anche a Jato, un piccolo paese vicino Palermo. Qui si sta organizzando il Festino di San Calò, il santo “negro”, che vede in prima fila il sindaco Sciortino, ma le cose questa volta non girano bene, la curia ha deciso di chiudere la piccola chiesa parrocchiale, ormai diroccata e in rovina, e spedire il parroco, don Rocchè, da un&#8217;altra parte. Ma una possibilità per salvare la situazione c&#8217;è e la propone Miranda, uno strano impresario discografico che è convinto di realizzare il colpo della vita, convincendo gli abitanti di Jato che alla festa del patrono suonerà niente di meno che Duke Ellington. Peccato che molti da quelle parti non sappiano chi sia questo Duke Ellington. Lo sa bene invece Roy Scott, nome d&#8217;arte di Rosario Scotti, trombettista ritornato in paese per prendersi l&#8217;eredità del padre e in lotta con il fratello Pino per l&#8217;amore di Maddalena. Ma i due fratelli hanno in comune ben altro, oltre all&#8217;eredità e alla passione per la stessa donna: entrambi sono dei sognatori. Perché se Rosario tenta di insegnare il jazz ad alcuni suoi compaesani con i quali vuole mettere su una band per l&#8217;arrivo del musicista americano, Pino è convinto che in Sicilia si possa fare un grande vino, e ci crede. Ecco, <em>Il Duka in Sicilia</em> è un racconto sul possibile, sull&#8217;inspiegabile capacità di non volersi arrendere all&#8217;ovvio, di chi non accetta, o per lo meno prova a non farsi governare dal destino.</p>
<p style="text-align: justify;">La storia ha registrato che Duke Ellington in Sicilia c&#8217;è passato davvero, ha suonato a Palermo, allo stadio La Favorita in quell&#8217;estate del &#8216;70, ma forse, chi lo sa, su quel palco a Jato, mentre era da quelle parti, c&#8217;è salito sul serio, magari neanche se n&#8217;è accorto, ma quella sera ha cambiato la vita a molte persone. Il romanzo di Vittorio Bongiorno racconta proprio questo, un sogno, qualcosa di fugace che brucia via subito, ma dopo le cose non saranno più le stesse. Un romanzo che racconta una Sicilia viva, un posto di magia fuori dagli stereotipi e dai cliché con cui viene di solito rappresentata. Un posto dove, in una sera d&#8217;estate, dopo una stretta di mano, un altro jazz e poi&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Ne abbiamo parlato con l&#8217;autore.<strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Vittorio puoi raccontarci come è nata l&#8217;idea del tuo romanzo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Viene da uno spunto biografico, è una storia con cui sono praticamente cresciuto e appartiene a mio padre, che la sera in cui Duke Ellington suonò a Palermo era presente fra il pubblico. Anzi lui sostiene che era bambino e che si intrufolò sul palco perché si era smarrito e in quell&#8217;occasione toccò la giacca a Duke Ellington. Ora, basta farsi due conti per capire che mio padre nell&#8217;estate del &#8216;70 non era bambino ma probabilmente la giacca al grande jazzista gliela toccò veramente».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quindi l&#8217;aspetto biografico è stato determinante.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Sì, però, guarda, quell&#8217;evento musicale è stato un episodio unico nella storia di Palermo e dell&#8217;Italia. Avvenne all&#8217;interno di una manifestazione chiamata Palermo Pop 70 in cui per tre giorni la città fu invasa da migliaia di persone, fricchettoni per lo più. Fu un momento di grande libertà e abbandono alla gioia, al piacere di stare assieme e godersi della buona musica. Basti pensare che furono contattati i Pink Floyd e i Rolling Stones, che accettarono di partecipare, ma poi la cosa sfumò. Jimmy Page dei Led Zepplin autorizzò l&#8217;uso della sua immagine per il manifesto dell&#8217;evento. Però Duke Ellington ci fu, come anche Aretha Franklin, Phil Woods. E parteciparono anche artisti italiani tra cui, difficile a credersi, anche I Ricchi e Poveri, che contaminarono la loro musica con suoni sperimentali. Fu una grande onda psichedelica. Poi mettici che io stesso suono e avrei voluto essere un musicista».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A essere sincero non ne avevo mai sentito parlare.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«È una storia dimenticata, solo da pochi anni è stata riportata alla memoria. Io ho avuto la fortuna di avere mio padre che c&#8217;era e quindi di avere una testimonianza di prima mano. Quando ho sentito di voler raccontare questa storia ho cominciato a documentarmi, ma soprattutto a cercare le persone che in quei giorni c&#8217;erano. Alla fine, un po&#8217; come i miti antichi, mi sono nutrito di racconti orali che mi hanno aiutato a scrivere <em>Il Duka in Sicilia</em>».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Inizialmente però tu avevi scritto un soggetto cinematografico o sbaglio?</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Lo scrissi nel 2003. Dieci pagine in tutto che ho cominciato a far girare. Non mi ero neanche preoccupato di registrarlo. Fu completamente ignorato al Solinas, però vinse il Premio Sacher di quell&#8217;anno. A Nanni Moretti piacque l&#8217;idea, ma non come era impostata, e mi chiese di fare un trattamento. Poi sono successe altre cose. Mi scrisse Pupi Avati che si congratulò con me per questa storia, e successe pure che mi telefonò Roberto Benigni. Io non so se era lui o fosse uno scherzo, ma è una cosa a cui penso ogni giorno e se ora <em>Il Duka in Sicilia</em> è un romanzo lo devo anche a queste persone che mi hanno incoraggiato».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Con i tuoi personaggi descrivi e racconti una Sicilia fuori dagli stereotipi.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Io non mi definisco uno scrittore ma un cantastorie. Quello che faccio è cercare la verità e per farlo lavoro per sottrazione, devo togliere i fronzoli e le distorsioni da un immaginario falsato. Troppo spesso al cinema, in televisione, la Sicilia è rappresentata attraverso un riflesso, attraverso l&#8217;idea che tutti ne hanno, come i turisti che cercano quello che si aspettano e magari vanno in gita a Corleone a cercare i luoghi del Padrino e si dimenticano che lì sono state uccise persone innocenti. La Sicilia è un posto con molti confini, ma è piena di gente che ha cuore. Fra i miei amici ci sono musicisti che suonano in tutto il mondo, ci sono cose straordinarie da fare emergere. Io ho usato il folclore per cercare di scrivere una storia universale».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Il Duka in Sicilia</em> è un romanzo popolato da sognatori.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Senza un sogno non si va da nessuna parte. I due fratelli Rosario e Pino sognano ma lo fanno da svegli, non si chiudono in se stessi. Così Rosario, che è quello che cerca di scappare da se stesso, decide di insegnare a una banda di paese a suonare il jazz e questi non hanno neanche gli strumenti musicali, sono una banda di paese scalcinata. Pino invece è convinto che in Sicilia si possa fare un grande vino Chardonnay, un vino delicato in una terra aspra, battuta dal vento e dal sole. E lo fa, nonostante tutto. Oggi i vini siciliani sono famosi in tutto il mondo. I loro sogni sono fatti di realtà, non di illusione».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma nel romanzo non emergono solo loro due.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Man mano che scrivevo mi sono reso conto che c&#8217;era bisogno di un coro, di altre storie che accompagnassero quella di Pino e Rosario. C&#8217;è Don Rocchè, il parroco, che è un ex picciotto, uno che ha visto la luce come nei Blues Brothers, uno che crede nella possibilità di riscattarsi come l&#8217;impresario Miranda, che è un cialtrone, un ambiguo, ma anche lui crede che Duke Ellington possa suonare a Jato. Alla fine i sognatori trovano sempre chi è disposto a seguirli e quando questo succede il sogno inizia a diventare realtà».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tu pensi che la produzione letteraria in Italia stia messa meglio del nostro cinema?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Io penso che il problema vero è che noi non abbiamo un sistema capace di produrre un immaginario. Il cinema è pieno di difficoltà ma negli ultimi anni sono emersi autori come Sorrentino, Crialese, Garrone. Il fatto è che a chi tenta di innovare gli sbattono le porte in faccia. Negli anni ottanta abbiamo subito un appiattimento culturale per cui quasi tutto è stato delegato a quello che facevano gli americani e oggi ne paghiamo le conseguenze. Detto questo, credo che in Italia ci siano bravissimi sceneggiatori e registi. Il problema resta il nostro sistema, l&#8217;assenza di un&#8217;industria seria».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Senti, ma Duke Ellington come avrebbe suonato quella sera a Jato?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Ancora me lo chiedo, mi piace pensare che avrebbe fatto un miscuglio tra jazz e la fanfara. Un po&#8217; come fa il gruppo musicale Banda Ionica».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Progetti per il futuro?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Adesso sto preparando un reading tratto da <em>Il Duka in Sicilia</em>, andrò in giro per l&#8217;Italia accompagnato da un contrabbasso e campionamenti musicali. Poi vedremo».</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.filmakersmagazine.it/archives/5815/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Il carnefice</title>
		<link>http://www.filmakersmagazine.it/archives/5812</link>
		<comments>http://www.filmakersmagazine.it/archives/5812#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 07 Jul 2011 08:23:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[conversazioni]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.filmakersmagazine.it/?p=5812</guid>
		<description><![CDATA[Eccezionale prova d'esordio dell'autrice romana Francesca Bertuzzi. Un romanzo di genere dalle tinte forti, con un finale a sorprendente e adrenalinico]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-large wp-image-5813" title="Il carnefice" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2011/07/Il-carnefice-221x350.jpg" alt="Il carnefice" width="221" height="350" /><strong>Eccezionale prova d&#8217;esordio dell&#8217;autrice romana Francesca Bertuzzi. Un romanzo di genere dalle tinte forti, con un finale a sorprendente e adrenalinico</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>di <strong>Massimiliano Pistonesi</strong><br />
<a href="mailto:%20m.pistonesi@gmail.com">m.pistonesi@gmail.com</a></p>
<p><em>Il carnefice</em> di Francesca Bertuzzi (Newton &amp; Compton) è una lettura sorprendente. Non solo perché è una storia nera e cattiva che non vuole dare scampo, ma perché dentro ci sono tanti risvolti e tante atmosfere, e c&#8217;è soprattutto la voglia di mettere fuori gioco molti schemi scontati.</p>
<p>Lasciate perdere tutti quei discorsi sulla scrittura al femminile con storie con il fiocco rosa e tutto il resto, pensate invece a una bella scarica di adrenalina dopo una paura agghiacciante, qualcosa che vi fa sentire vivi e pronti all&#8217;azione, ecco questo è quello che rischiate di provare mentre vi trovate a leggere la storia di Danny, la giovane ragazza di origine africana che vive nel paesino di San Buono dove ormai è una del posto.</p>
<p>È qui prende il via la storia de <em>Il carnefice</em>, ed è qui che Danny giunge con la madre e la sorellina Khanysha, un viaggio lungo che le porta via da un inferno di violenza. Ma quello che trovano è qualcosa di mostruoso e subdolo, una nuova violenza più silenziosa e nascosta, perpetrata da quel prete che avrebbe dovuto aiutare queste povere donne. Alla fine la piccola Khanysha muore per una meningite, seguita presto dalla madre schiacciata dal dolore. Danny cresce sola ma coraggiosa, senza arrendersi al suo destino. Oggi nella sua vita ci sono pochi amici, ma fidati, una tribù di persone che cercano di aiutarsi a vicenda. Soprattutto, vicino a lei c&#8217;è Drug Machine, il proprietario del bar dove Danny lavora. In seguito a un&#8217;aggressione sventata proprio da Drug Machine, Danny è costretta a trascorrere alcuni giorni in ospedale. Quando ritorna a casa, un messaggio l&#8217;attende, una richiesta d&#8217;aiuto scritta a mano da Khanysha, che forse è viva. Danny inizia un ricerca personale dentro un mondo torbido e inaspettato. Un romanzo che ritrae un panorama dove l&#8217;orizzonte sembra non finire mai per contenere un&#8217;umanità dalle molte facce. Una storia ambientata nella provincia italiana. Ne abbiamo parlato con l&#8217;autrice, Francesca Bertuzzi.</p>
<p><strong>Professionalmente ti occupi anche di cinema, hai scritto delle sceneggiature e hai girato dei cortometraggi. La scrittura cinematografica ha influenzato il tuo modo di scrivere <em>Il carnefice</em>?</strong></p>
<p>«Sì, la tecnica della sceneggiatura mi ha portato a strutturare in maniera specifica il mio romanzo. Ogni capitolo si conclude con un gancio che è tipico della scrittura delle serie televisive. Così come la trasformazione che i personaggi hanno durante l&#8217;intera storia è molto simile a quella che avviene nei film. Inoltre il ritmo della storia, che è molto serrato e piena d&#8217;azione, è stato determinato dalla mia esperienza con il montaggio».</p>
<p><strong>La storia de <em>Il carnefice</em> ha dei risvolti pulp che sembrano derivare più che dal cinema dalle storie di Joe Lansdale.</strong></p>
<p>«Io sono una grande ammiratrice di Joe Lansdale che ho avuto la fortuna di conoscere. È stato grazie ai suoi libri che mi è venuta l&#8217;idea per questo romanzo. Quando ha saputo che lo stavo scrivendo mi ha scritto una lettera di incoraggiamento, e quando avevo dei problemi a trovare il tempo di scrivere lui mi ha dato dei consigli su come farlo».</p>
<p><strong>In questo senso l&#8217;Abruzzo che tu descrivi è molto simile al Texas di cui parla Lansdale.</strong></p>
<p>«L&#8217;Abruzzo è la terra d&#8217;origine della mia famiglia. È il luogo dove ho trascorse le estati della mia infanzia. Ci sono molte somiglianza tra la terra e le persone del Texas di Lansdale e l&#8217;Abruzzo. C&#8217;è lo stesso panorama torrido nei periodi caldi con i posti pieni di polvere secca, la gente va a caccia e usa i fucili. Inoltre le persone non sono chiuse, magari sono un po&#8217; ruvide ma hanno sempre la battuta pronta. Ecco, volevo che queste somiglianze emergessero mantenendo una loro originalità».</p>
<p><strong>Tu pensi che la letteratura italiana, che oggi offre storie che appartengono a diversi generi, sia messa meglio del nostro cinema?</strong></p>
<p>«Non vorrei fare troppa retorica su questo argomento, ma per fare cinema ci vogliono molti soldi, senza parlare dei problemi legati alla distribuzione che rimane strozzata da una concorrenza americana fortissima. Io non credo che agli sceneggiatori e ai registi italiani manchi la fantasia ma i mezzi. Basta guardare alla produzione dei cortometraggi, si fanno tutti i generi fino alla fantascienza. La storia del cinema italiano è piena di esempi di registi che hanno rinnovato i generi, da Sergio Leone a Dario Argento. Oggi il cinema è in gran parte finanziato dalla Stato e questo mette dei paletti selettivi sul tipo di progetto che si può realizzare. La letteratura è un&#8217;altra cosa. Lì l&#8217;autore è solo con la sua storia, però poi ci sono molte case editrici e librerie e poter promuovere e divulgare un libro è certamente più facile.»</p>
<p><strong>Ne<em> Il carnefice</em> ci sono situazioni che sono delle critiche sociali forti, penso alla scena tra Drug Machine e il funzionario di banca.</strong></p>
<p>«Quell&#8217;episodio è ispirato a racconti di persone che conosco che si sono ritrovate a chiedere un mutuo e poi si sono trovate schiacciate dalle condizioni delle banche, impossibilitate non solo a pagare le rate del mutuo ma costrette a subire anche l&#8217;umiliazione di non poter progredire nella loro vita. Così, diciamo, ho voluto prendermi un piccola rivincita».</p>
<p><strong>La protagonista del romanzo, Danny, è una giovane africana, è una donna che ha visto intorno a sé molta violenza e prevaricazione. Come hanno influito su di te questi elementi quando ci pensavi?</strong></p>
<p>«Io volevo che il mio personaggio fosse connotato da un forte senso della giustizia e che si comportasse di conseguenza. Lei non decide di essere una vittima e lotta contro le situazioni della vita che vorrebbero ridurla in quella condizione. Era questa l&#8217;idea che avevo mentre pensavo al personaggio. Che poi sia una donna dipende dal fatto che mi sento più a mio agio con una voce femminile».</p>
<p><strong>Danny nel romanzo vive una storia omosessuale con Bonnie. Succede perché i traumi che ha subito la inducono a scappare dagli uomini?</strong></p>
<p>«Il fatto che viva una storia omosessuale non significa che abbia un rifiuto verso gli uomini. Bonnie è la femme fatale per eccellenza, rappresenta il desiderio. Danny è schiacciata fra il desiderio di ritrovare sua sorella viva e Bonnie che la ricatta, ma non riesce a sfuggire al suo magnetismo. E tutto avviene in maniera spontanea».</p>
<p><strong>Alcuni dialoghi nel romanzo sembrano decontestualizzati rispetto all&#8217;ambientazione.</strong></p>
<p>«Questo può sembrare vero, ma la cultura si caratterizza anche attraverso i suoi aspetti derivati dalla globalizzazione. Forse è vero che sembrano americani, ma sia Danny che Drag Machine sono fan dei B-movie come lo sono io. Un mio amico mi ha fatto notare che avrei dovuto farli parlare come parlo io, e l&#8217;ho fatto. Alla fine quella è la mia voce che racconta la storia».</p>
<p><strong>Stai già lavorando al tuo prossimo romanzo.</strong></p>
<p>«La storia ce l&#8217;ho già in mente: un&#8217;altra ragazza da cacciare in un altro brutto affare».</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.filmakersmagazine.it/archives/5812/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>L&#8217;isola dei Liombruni</title>
		<link>http://www.filmakersmagazine.it/archives/5789</link>
		<comments>http://www.filmakersmagazine.it/archives/5789#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 04 Jul 2011 09:25:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[conversazioni]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.filmakersmagazine.it/?p=5789</guid>
		<description><![CDATA[L'ultimo lavoro di Giovanni De Feo è un gotico mediterraneo, un romanzo pieno di fascino, una storia fantastica fuori dal tempo e vibrante di passione]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-5790" title="L'isola dei liombruni" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2011/07/Lisola-dei-liombruni-242x350.jpg" alt="L'isola dei liombruni" width="242" height="350" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L&#8217;ultimo lavoro di Giovanni De Feo è un gotico mediterraneo, un romanzo pieno di fascino, una storia fantastica fuori dal tempo e vibrante di passione<br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;">di <strong>Massimiliano Pistonesi</strong><br />
<a href="mailto:%20m.pistonesi@gmail.com">m.pistonesi@gmail.com</a>
</p>
<p style="text-align: justify;"><em>L&#8217;isola dei Liombruni</em>, il nuovo romanzo di Giovanni De Feo (Fazi Editore), è un romanzo fantastico, ma qui la fantasia è impastata con la terra e il sale, è una storia mediterranea, lontana dagli archetipi tipici del fantasy di derivazione anglosassone, che rimane densa e intrigante.</p>
<p style="text-align: justify;">De Feo sorprende ancora con questa sua seconda opera &#8211; la prima è <em>Il mangianomi</em> &#8211; che rimane sempre nei pressi degli argomenti che sembrano stargli più cari. Ancora una volta l&#8217;adolescenza e il suo rapporto con l&#8217;età adulta. Va ricordato che Giovanni De Feo è lo sceneggiatore del film <em>L&#8217;uomo fiammifero, </em>per la regia di Marco Chiarini. Film bellissimo, forse uno dei migliori della nostra cinematografia recente per la delicatezza e il coraggio nello spezzare la routine, che una volta si sarebbe detta borghese, delle storielle da commedia che sembrano un po&#8217; troppo spesso la rimasticatura di cose già viste, già fatte.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>L&#8217;isola dei Liombruni</em> è un racconto del mistero, dell&#8217;iniziazione e quindi della sofferenza derivante dal distacco da tutte le certezze. L&#8217;isola è quella della storia, un luogo che esiste a metà tra il sogno e la realtà. Il suo mare è quel Mediterraneo dei miti, pieno di luce. È qui che vivono Smiccio e Zenzero, in modo quasi primitivo e selvaggio, ma liberi. Gli adulti sull&#8217;isola sono stati banditi, anzi sono stati fatti letteralmente fuori con il rito della carnara. Ma Smiccio e Zenzero stanno per provare una rivalità reciproca che potrebbe mettere a rischio la vita di entrambi. <em>L&#8217;isola dei Liombruni</em>, il cui nome particolare deriva da una fiaba raccontata da Calvino nella sua celebre raccolta, mescola molti generi, non ultima la multimedialità. Dopo <em>L&#8217;uomo fiammifero</em>, Giovanni De Feo ha continuato infatti la collaborazione con Marco Chiarini e insieme hanno realizzato una serie di filmati che raccontano vari episodi del romanzo, visibili sul sito <a href="http://www.liombruni.con/">www.liombruni.con</a>, dove è possibile anche scaricare dei podcast. Di tutto questo abbiamo parlato con l&#8217;autore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel tuo romanzo sembrano esserci molti riferimenti culturali, incluso Calvino, a cui è dovuto il nome Liombruni. Quali sono state le storie che in qualche modo ti hanno ispirato per <em>L&#8217;isola dei Liombruni</em>?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Diciamo <em>L’isola di Arturo</em> per la voglia di raccontare l’esperienza sensoriale e sensuale delle estati che ho vissuto da ragazzo. Per il resto, più che Calvino, un certo Buzzati, alcuni racconti e romanzi di Ray Bradbury e di Roger Zelazny, il romanzo di William Golding e <em>il Libro Tibetano dei morti</em> per la parte del sogno, o meglio del bar-do, lo stadio onirico tra la vita e la morte. Sul rapporto tra mito e infanzia la mia guida è senza dubbio Pavese, in particolar modo <em>I dialoghi con Leucò</em>».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I protagonisti sono adolescenti, ma la vita adulta preme su di loro per strapparli dal sogno che vivono, è così o è una mia impressione?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«È così anche nel sogno dell’isola, nel senso che la spensieratezza dei ragazzi ha una scadenza, che si concretizza nella scelta tra diventare immortali lì nel sogno – morendo però nel mondo ‘reale’ – o viceversa ritornare alla vita reale ma perdendo per sempre il sogno dell’isola, cioè il ricordo dell’intensità con cui si vive da ragazzi. È una scelta drastica, netta, che il protagonista del romanzo cercherà di aggirare trovando una pericolosa ‘terza via’ di cui non vi dirò&#8230;».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il progetto del romanzo include anche un&#8217;esperienza multimediale, penso al sito e ai filmati di Marco Chiarini che rappresentano alcune parti della storia. Ci puoi raccontare il senso di questo esperimento?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Lo scopo era quello di creare una promozione che divertisse me e un gruppo di altri autori/artisti/musicisti a giocare con l’immaginario del libro. Da qui le musiche, le illustrazioni dei personaggi, i “tappeti sonori” dell’isola, i podcast delle letture, e soprattutto il trailer di Chiarini che unisce un po’ tutte queste cose. Volevamo creare un mondo ‘sensoriale’ immaginifico nel quale il potenziale lettore si potesse felicemente perdere. Anche perché questa è poi l’ambizione del libro, far esperire un altrove desiderabile pur nella ferocia dei suoi contrasti».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Con il regista Chiarini hai già avuto modo di collaborare per la sceneggiatura del film <em>L&#8217;uomo fiammifero</em>, perché l&#8217;infanzia e l&#8217;adolescenza sono così cruciali nella tua narrazione, soprattutto nel momento in cui sembrano essere rivolti agli adulti?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Sì, è un paradosso, nel senso che io mi rivolgo principalmente agli adulti, eppure parlo spesso di infanzia o uso figurazioni narrative che sono – spesso a torto – associate all’infanzia. A parte le ragioni autobiografiche, credo che alla base di tutto ci sia il senso di meraviglia senza il quale la vita adulta è solo una ripetizione vuota di gesti. In tal senso la scrittura è per me la riappropriazione costante della meraviglia di vivere. Dell’adolescenza mi interessa soprattutto questo, lo stato di interstizialità tra il mondo fluido, caotico dei bambini –là dove l’immaginato e il reale comunicano continuamente – e quello razionale, rigido, più statico, degli adulti. <em>L’isola dei Liombruni </em>parla proprio della linea di confine tra questi due mondi, e di cosa succede nell’attraversarla, in un senso e nell’altro».</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.filmakersmagazine.it/archives/5789/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Un buon posto per morire</title>
		<link>http://www.filmakersmagazine.it/archives/5728</link>
		<comments>http://www.filmakersmagazine.it/archives/5728#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 24 Jun 2011 10:21:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[conversazioni]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Boosta Dileo]]></category>
		<category><![CDATA[Einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[Tullio Avoledo]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.filmakersmagazine.it/?p=5728</guid>
		<description><![CDATA[Tullio Avoledo e Davide "Boosta" Dileo ci raccontano la genesi del loro ultimo romanzo. Un'avvincente storia sulla fine del mondo, un romanzo storico "geneticamente modificato". Una corsa contro il tempo per salvare l'unico posto che abbiamo: il pianeta Terra
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-large wp-image-5731" title="Un buon posto per morire" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2011/06/Un-buon-posto-per-morire1-221x350.jpg" alt="Un buon posto per morire" width="221" height="350" /></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Tullio Avoledo e Davide &#8220;Boosta&#8221; Dileo ci raccontano la genesi del loro ultimo romanzo. </strong><strong>Un&#8217;avvincente storia sulla fine del mondo, un romanzo storico &#8220;geneticamente modificato&#8221;. Una corsa contro il tempo per salvare l&#8217;unico posto che abbiamo: il pianeta Terra<br />
</strong>
</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">di <strong>Massimiliano Pistonesi</strong><br />
<a href="mailto:%20m.pistonesi@gmail.com">m.pistonesi@gmail.com</a>
</p>
<p style="text-align: justify;">È da poco in libreria <em>Un buon posto per morire</em> (Einaudi) scritto a quattro mani da Tullio Avoledo e Davide &#8220;Boosta&#8221; Dileo. Il romanzo è tante cose insieme, e tutte sorprendenti. Prima di tutto è un racconto sulla fine del mondo, è un thriller fantascientifico, ma è anche avventura, teoria del complotto, magia, spionaggio.</p>
<p style="text-align: justify;">Tullio Avoledo, già autore tra l&#8217;altro de <em>L&#8217;elenco telefonico di Atlantide</em> e <em>L&#8217;anno dei dodici inverni</em>, e Davide &#8220;Boosta&#8221; Dileo, fondatore e tastierista dei Subsonica nonché scrittore, regista, dj, produttore, hanno lavorato insieme alla scrittura di questo romanzo palpitante ed elettrico che non lascia tregua.</p>
<p style="text-align: justify;">La storia è quella di Leonardo Contrera e Claire Madigan, che si incontrano a San Francisco al funerale dei loro figli uccisi da un killer. I due si ritrovano subito al centro di un complotto mondiale che ruota intorno a un videogame i cui giocatori vengono letteralmente catapultati all&#8217;interno di una realtà alternativa. Leonardo conosce il gioco perché il figlio glielo ha spedito prima di morire e ora lui è uno dei giocatori. Sullo sfondo c&#8217;è la minaccia del Sole Nero, un misterioso asteroide di cui pochi sono a conoscenza, che sta facendo rotta verso la Terra, e poi due entità che da secoli si fronteggiano per decidere le sorti dell&#8217;umanità. Ma sono rimasti solo trenta giorni. In mezzo, molta azione. <em>Un buon posto per morire</em> è un nuovo capitolo, fra i migliori, che amplia il panorama e l&#8217;orizzonte della letteratura italiana. Ne abbiamo parlato con i due autori.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come è nata l&#8217;idea di mettere insieme le vostre esperienze per scrivere <em>Un buon posto per morire</em>?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>D.:</strong> «Ci siamo ritrovati insieme su un palco per una fortunata coincidenza. Era un reading di Tullio e io lo accompagnavo al piano. È bastata una cena poche ore dopo per scoprirci ammiratori l&#8217;uno dell’altro e seriamente appassionati di complotti. Insomma, come non condividere la penna tra due persone che credono all’esistenza dei rettiliani?»</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>T.:</strong> «Diciamo che la stima per Davide e la voglia di lavorare a qualcosa con lui c’era già da un pezzo. Mancava solo l’occasione giusta per incontrarci <em>live </em>e scoprire a tavola, in un buon ristorante di Acqui Terme, tutte le cose che ci legavano; soprattutto la nostra infinita curiosità per il mondo e per la ricerca della verità, e anche di certe menzogne che ci vengono fatte passare per verità… Sull’esistenza dei rettiliani non ci giurerei, per quanto conosca certe persone perfette per il ruolo. Ma documentarsi sul Club Bilderberg e scavare nelle infinite lacune – volute o meno – della storia ufficiale è stato davvero inquietante. Più andavamo avanti con la scrittura e meno mi sembrava di scrivere un’opera di semplice fantasia».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Un buon posto per morire</em> sembra muoversi tra il videogame e il romanzo storico, il tutto rivolto verso il futuro. È una mia impressione o è così?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>T.: </strong>«Rispondo io? Okay. La definizione di Davide, “un romanzo storico sulla fine del mondo”, nella sua paradossalità, rappresenta una buona chiave di lettura del libro, che è un romanzo d’avventura, ma costruito con materiali veri, o perlomeno verosimili. È chiaro che Sandokan, il capitano Nemo, Sherlock Holmes e il conte Dracula non sono mai stati veri contemporanei di Giolitti o della Regina Vittoria, ma sono in qualche modo altrettanto “veri”. Quindi la definizione di romanzo storico mi sembra giusta. Ma il libro, a tratti, ha un ritmo da vero e proprio videogame. Per cui sì, in effetti si tratta di un’ibridazione. Potremmo definirlo un “romanzo storico geneticamente modificato” o un “novelgame”… L’idea, comunque, è che il lettore sia costretto a non mollare la lettura del libro fino alla fatidica parola “fine”. Che forse, poi, è un “segue alla prossima puntata”».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Vi siete sempre trovati d&#8217;accordo durante la stesura o avete avuto delle difficoltà di qualche tipo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>D.: </strong>«La scrittura è stata sorprendentemente naturale. È come se il libro avesse davvero bisogno di esser scritto e i personaggi avessero reclamato a gran voce il proprio posto. Non abbiamo incontrato difficoltà e la riprova è nel fatto che abbiamo impiegato sei mesi circa a terminare la versione 1.0. Un discreto record se consideri che lo abbiamo scritto via mail e blackberry!»</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>T.: </strong>«Concordo. Ci sono libri che nascono e crescono da soli. L’impressione che ho avuto sin dall’inizio di questa storia è stata simile a quella che uno scultore può provare davanti a un blocco di marmo, immaginando che la statua sia già lì, dentro la pietra, e il suo scalpello serva solo a portarla alla luce.<strong> </strong>Non è che i libri si scrivano da soli, in realtà, sennò che gusto ci sarebbe&#8230; Diciamo che qui l’architettura e i personaggi c’erano già, e bastava scavare un po’ per metterli in azione. Penso si senta, leggendolo».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Soprattutto, come avete messo d&#8217;accordo i vostri stili diversi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>D.: </strong>«Credo, sfortunatamente per Tullio, che ci sia stata una sorta di osmosi tra le scritture. Gli stili non hanno avuto bisogno di essere smussati ma si sono integrati con facilità».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>T.: </strong>«Macché “sfortunatamente”. La lingua, credo, è quella di questo particolare romanzo, tutto qui. Non c’era altro modo di scriverlo, o almeno di scriverlo come volevamo noi. Quindi lo stile è venuto fuori per forza uniforme, comune ai due autori.<strong> </strong>La cosa davvero simpatica è che alcuni lettori che conoscono tutti i miei romanzi hanno creduto, a volte, di identificare un capitolo o un certo passaggio come mio, e quasi sempre si sbagliavano…».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La storia del vostro romanzo si svolge in trenta giorni, i capitoli sono un vero e proprio conto alla rovescia verso la fine del mondo, ma l&#8217;azione si svolge anche su piani temporali e geografici diversi. Come avete tenuto sotto controllo tutti questi elementi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>T.: </strong>«Scrivere questo romanzo è stato come cavalcare una tempesta su una tavola da surf. Diciamo che è stato al 50% magia, al 50% sudore e per un altro 50% il lavoro di un ottimo editor, Fabiano Massimi».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I personaggi di<em> Un buon posto per morire </em>non sono proprio degli eroi senza macchia, anzi, sono persone comuni alle prese con problemi reali. E quelli che si ritrovano a dover salvare l&#8217;umanità hanno anche caratteristiche negative, perché?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>D.: </strong>«Perché voi conoscete qualche santo? Avete mai pranzato con qualcuno la cui ferita sulle mani profumi di rose? È l’umanesimo della fine dei tempi. Non è necessariamente il buono a salvare l’umanità. Il pragmatismo, quello estremo, come quello dettato dai tempi della sopravvivenza detta il codice a cui fanno riferimento i nuovi eroi».<strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>T.: </strong>«Inoltre i buoni col cappello bianco e i cattivi-cattivi sono roba da western anni 50. La storia degli ultimi anni ci ha introdotto alla raffinatezza del grigio, delle sfumature. Penso per esempio a un personaggio come il generale americano McArthur, che durante la guerra di Corea propose di nuclearizzare la Cina. Eroe? Non eroe? Un giorno provai a dire a un mio vicino, un ufficiale dell’aviazione americana, che se Truman avesse dato il via libera a McArthur il mondo d’oggi avrebbe potuto essere migliore. Ricordo che mi guardò con occhi sbigottiti. Inoltre la complessità è infinitamente più stuzzicante, dal punto di vista narrativo».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Alla base del romanzo c&#8217;è l&#8217;idea dell&#8217;Apocalisse e l&#8217;esistenza delle sette millenaristiche, aspetti affascinanti e inquietanti. Vi ha divertito affrontare questi temi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>T.: </strong>«Divertiti e inquietati. Ci sono più cose tra cielo e terra… A volte siamo rimasti davvero stupiti scoprendo che certe coincidenze che avevamo fatto accadere nel romanzo avrebbero potuto prodursi anche nella realtà. Ogni volta che aprivamo una porta scoprivamo che dietro potevano essercene altre. Che al momento abbiamo deciso di lasciare chiuse. Ma non è detta l’ultima parola. Quanto all’Apocalisse, magari nel 2012… Diciamo che sono scettico, ma ho insistito comunque perché eventuali utili del romanzo vengano accreditati con cadenza semestrale anziché annuale. Così, almeno, la prima <em>tranche</em> dei diritti, a fine 2011, siamo sicuri di vederla…».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I luoghi del romanzo sono le città dei due famosi triangoli magici, bianco e nero, con Torino come vertice di entrambi. Qui fate accadere un incontro decisivo tra Nostradamus e il Rabbi Loew, il creatore del Golem. Torino è una città da fine del mondo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>D.: </strong>«Torino è la città magica per eccellenza. Nessun posto era più adatto a raccontare un pezzo della nostra storia quanto questa città. Magia bianca, magia nera, cristianesimo, egizi, alchimisti, veggenti, filosofi, artisti: tutto e il contrario di tutto si è incontrato e scontrato in questa città».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>T.: </strong>«Mi dispiace solo che abbiamo praticamente distrutto il Museo Egizio. Però nel prossimo libro prometto che lo rimettiamo a posto».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Vi aspettate che <em>Un buon posto per morire</em> diventi un film?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>T.: </strong>«Sarebbe un peccato se non fosse così. Un film, o un videogioco. O entrambe le cose. Le premesse narrative ci sono. Basta trovare un produttore, qualche milione di euro, ed è fatta».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tullio Avoledo, prossimamente al cinema uscirà <em>Breve storia di lunghi tradimenti </em>per la regia di Davide Marengo. Come te lo aspetti?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>T.: </strong>«Proprio a Torino, durante il Salone del Libro, ho assistito all’ultimo ciak italiano del film. Poi la troupe è partita per la Colombia e la Bolivia. Ho potuto vedere anche parte del materiale montato e l’ho trovato splendido. La Crescentini è una Cecilia perfetta e Caprino è il miglior Giulio Rovedo che potessi immaginare. Quanto a Philippe Leroy nel ruolo del grande burattinaio, beh, che devo dire? È un mito della mia infanzia. Insomma, non vedo l’ora di vedere il film sul grande schermo. Certo, sarà molto diverso dal romanzo, ma conosco le regole del gioco e non mi dà nessun fastidio».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Davide Dileo, non hai paura che la scrittura ti distragga da tutte le altre cose che fai?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>D.: </strong>«Ho imparato a scrivere solo quando ho davvero qualcosa da raccontare, così non mi perdo in pagine inutili. E ho imparato ad amministrare meglio il mio tempo. Il privilegio di potere esprimere qualcosa va trattato con molto rispetto. Io gli rendo onore dormendo piuttosto poco».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quali sono i vostri progetti successivi? </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>D.: </strong>«La musica vince, ma che scrittore sarei se non dicessi che attendo con ansia Tullio per scrivere il sequel di questo romanzo?».<strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>T.: </strong>«In questi mesi sto lavorando a un progetto molto interessante con lo scrittore russo Dmitry Glukhovsky: un romanzo ambientato in Italia, ma nella cornice narrativa del mondo di <em>Metro 2033</em>, il romanzo di fantascienza che ha fatto di Dmitry uno degli autori cult della Russia moderna. Il mio sarà ambientato tra Roma e Venezia e affronterà temi per me affascinanti, come il rapporto tra una religione organizzata e quella che sembra la fine del mondo. Uscirà prima in Russia e poi in Italia, per l’editore Multiplayer.it. Ho conosciuto Dmitry giocando al videogame tratto da <em>Metro 2033</em>. Ero andato a incontrarlo solo per chiedergli di far migliorare il sistema di acquisizione delle munizioni nel gioco e invece lui mi ha parlato del progetto internazionale <em>Metro Universe</em>, e così… Credo che certe occasioni non vengano mai per caso, così questa l’ho colta al volo. Quanto a un seguito di <em>Un buon posto per morire</em>, ci sto già lavorando dentro la mia testa, che non si ferma mai. Se lavorasse altrettanto il mio fisico, avrei i pettorali scolpiti di un atleta olimpico…».</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.filmakersmagazine.it/archives/5728/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>2</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>L&#8217;Isola del Cinema, da Monicelli al Nuovo Cinema Italiano</title>
		<link>http://www.filmakersmagazine.it/archives/5565</link>
		<comments>http://www.filmakersmagazine.it/archives/5565#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 14 Jun 2011 08:09:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[conversazioni]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.filmakersmagazine.it/?p=5565</guid>
		<description><![CDATA[
Giunta alla XVII edizione, l’Isola del Cinema riapre i battenti il 16 giugno nella splendida cornice dell’isola Tiberina e accompagnerà l’estate romana fino al 4 settembre, con un programma fitto di eventi, workshop, anteprime internazionali e il meglio dell’ultima stagione cinematografica italiana. In occasione dei 150 anni dell’unità d’Italia, l’edizione di quest’anno celebra i “Talenti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-full wp-image-5566" title="Isola del Cinema" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2011/06/Isola-del-Cinema.jpg" alt="Isola del Cinema" width="425" height="284" /></p>
<p style="text-align: justify;">Giunta alla XVII edizione, l’Isola del Cinema riapre i battenti il 16 giugno nella splendida cornice dell’isola Tiberina e accompagnerà l’estate romana fino al 4 settembre, con un programma fitto di eventi, workshop, anteprime internazionali e il meglio dell’ultima stagione cinematografica italiana. In occasione dei 150 anni dell’unità d’Italia, l’edizione di quest’anno celebra i “Talenti italiani”, puntando sulle nuove leve del cinema italiano, oltre che su autori di chiara fama che hanno reso grande la storia del nostro cinema. Ne abbiamo parlato con il direttore artistico Giorgio Ginori.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il cinema italiano ha vissuto delle stagioni d&#8217;oro, </strong><strong>dal Neorealismo alla Commedia all&#8217;italiana,</strong><strong> che lo hanno reso celebre in tutto il mondo. Che momento sta attraversando il cinema italiano contemporaneo?<br />
</strong>
</p>
<p style="text-align: justify;">«Mi sembra che per certi aspetti siamo tornati a quella prima commedia all’italiana permeata dalla voglia di raccontare la società contemporanea, cioè a quell’epoca in cui la commedia all’italiana veniva fatta da persone che avevano lavorato insieme ai grandi del Neorealismo. Penso, insomma, a quella commedia all’italiana figlia del Neorealismo, capace di far sorridere e, con la leggerezza del sorriso, di portare all’attenzione dello spettatore i problemi della contemporaneità. Film come <em>Nessuno mi può giudicare</em> di Massimiliano Bruno oggi mi sembrano un esempio luminoso di questa rinnovata capacità di riflessione sui problemi della società contemporanea, trovando nella chiave del sorriso un modo per affrontare i problemi di oggi senza però appesantire la mente dello spettatore, già fin troppo provata dalle tante preoccupazioni della quotidianità».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un ruolo di primo piano avranno le opere prime, cui è dedicata un’intera sezione. Intravede delle tendenze, delle tematiche o dei linguaggi comuni tra i giovani cineasti che si avvicinano per la prima volta al mezzo cinematografico?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«È difficile individuare un filo conduttore tra i vari autori in concorso. Le opere prime che abbiamo selezionato sono molto diverse tra loro: <a href="http://www.filmakersmagazine.it/archives/5371"><em>Corpo celeste</em></a> di Alice Rohrwacher, <em><a href="http://www.filmakersmagazine.it/archives/5367">Et in terra pax</a> </em>di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini, <a href="http://www.filmakersmagazine.it/archives/5143"><em>Hai paura del buio</em></a> di Massimo Coppola, <a href="http://www.filmakersmagazine.it/archives/5195"><em>Il primo incarico</em></a> di Giorgia Cecere, <em>Into Paradiso</em> di Paola Randi, <em>L’estate di Martino</em> di Massimo Natale, <a href="http://www.filmakersmagazine.it/archives/3680"><em>La pecora nera</em></a> di Ascanio Celestini, <a href="http://www.filmakersmagazine.it/archives/4725"><em>Nessuno mi può giudicare</em></a> di Massimiliano Bruno, <a href="http://www.filmakersmagazine.it/archives/4693"><em>Tutti al mare</em></a> di Matteo Cerami. Più che individuare un filo conduttore, è possibile considerare questi film come tasselli di un mosaico, come i colori di una tavolozza volta a comporre, con lo spirito e il talento tipico degli autori italiani, il quadro di questo momento un po’ particolare che stiamo attraversando».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il festival presenterà anche opere internazionali. Sono film che hanno già trovato una distribuzione in sala o verranno presentati in anteprima?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Noi lavoriamo soprattutto su anteprime e inediti. La formula “Isola Mondo”, come ci piace chiamarla, è una formula che, attraverso il cinema, si propone di raccontare la storia di un paese, dal Giappone alla Norveglia, dalla Polonia a Israele, Cile, Venezuela, Indonesia, Cina. Si parte dal cinema e ci si guarda intorno per fotografare alcuni aspetti della vita di quel paese. Cerchiamo sempre di proporre degli inediti, film che hanno avuto difficoltà ad arrivare in Italia, che non sono mai stati visti, e invitiamo anche i distributori a partecipare alle anteprime, sperando che si innamorino di questi film, che magari non hanno mai visto o hanno perso ai festival, e che li portino nelle sale italiane».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’Isola presenta anche un fitto programma di workshop e interventi d’autore, le “Lezioni di Cinema”…</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Con il supporto dei migliori esperti del settore e delle più importanti scuole di cinema, attraverseremo le principali professioni del cinema, dalla regia alla sceneggiatura, dalla recitazione al montaggio, con autori del calibro di Giovanni Veronesi e Michele Placido. Ci piace pensare che l’Isola diventi una sorta di “sportello” di cinema. Stiamo infatti lavorando con il Ministero della Gioventù per creare una sorta di presidio, di &#8220;sportello&#8221; appunto, dove i giovani possano acquisire informazioni e avere indicazioni su come intraprendere i mestieri del cinema».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tra gli eventi speciali di quest’anno, ci sarà un omaggio al grande Monicelli. Quale lezione, secondo lei, possono trarre le nuove generazioni dall’eredità artistica e umana di questo straordinario regista italiano?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Monicelli è un gigante. Bisognerebbe vedere tutti i suoi film, è stato davvero un genio. Insieme a Veronesi presenteremo i film <em>Romanzo popolare </em>e <em>Vogliamo i colonnelli</em>, due titoli che mi indicò lo stesso Monicelli quando gli chiesi quali delle sue opere avrebbe voluto che fossero riproposte oggi. La sua lezione più grande sta nella sua straordinaria capacità di varcare la frontiera del sorriso per raccontare i problemi della società contemporanea. In questo è stato un talento eccezionale. Ogni volta che lo incontravo al quartiere Monti, non potevo fare a meno di urlargli “Mario, ti amo!”». (<strong><em>Laura Giacalone</em></strong>)</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.filmakersmagazine.it/archives/5565/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>L&#8217;Adepto</title>
		<link>http://www.filmakersmagazine.it/archives/5546</link>
		<comments>http://www.filmakersmagazine.it/archives/5546#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 08 Jun 2011 16:42:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[conversazioni]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.filmakersmagazine.it/?p=5546</guid>
		<description><![CDATA[In libreria la nuova avventura di Marco Corvino, che vede il cronista di nera alle prese con riti satanici che lo trascineranno al cuore di un mondo sconvolgente. Un romanzo che presto potrebbe approdare al grande schermo. Abbiamo incontrato il suo autore, Massimo Lugli ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-5547" title="L'adepto" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2011/06/Ladepto.gif" alt="L'adepto" width="283" height="439" /></p>
<p><strong>In libreria la nuova avventura di Marco Corvino, che vede il cronista di nera alle prese con riti satanici che lo trascineranno al cuore di un mondo sconvolgente. Un romanzo che presto potrebbe approdare al grande schermo. Abbiamo incontrato il suo autore, Massimo Lugli </strong></p>
<p>di <strong>Massimiliano Pistonesi</strong><br />
<a href="mailto:%20m.pistonesi@gmail.com">m.pistonesi@gmail.com</a></p>
<p>Torna, dopo <em>Il Carezzevole</em>, con <em>L&#8217;Adepto</em> (Newton Compton), una nuova avventura di Marco Corvino, giornalista di cronaca nera nato dalla penna di Massimo Lugli, già autore de <em>La legge di Lupo solitario</em> e <em>L&#8217;istinto del lupo</em> (sempre Newton Compton). Questa volta lo troviamo venticinque anni dopo il suo incontro con il serial killer che lo ha messo a dura prova. Molte cose sono cambiate, Marco è rimasto un cronista di nera e la sua carriera non sembra aver subito sussulti degni di nota dopo l&#8217;incontro con il Carezzevole. Ora ha quarantotto anni, un divorzio alle spalle e un figlio che fatica a vedere a causa del suo mestiere. È in questo panorama dolente che Marco Corvino continua ad andare avanti, sempre attaccato alla pratica delle arti marziali, il tai ki, cercando di trovare o dare un ordine alla sua vita. Qualcosa succede quando in una vecchia chiesa sconsacrata viene rinvenuto il corpo di un bambino orribilmente martoriato. Marco Corvino viene incaricato di seguire le indagini, cosa che fa anche se senza troppo entusiasmo. Il suo lavoro non è più quello di una volta e in più ora le sue situazioni personali lo perseguitano. Tra le altre cose gli succede anche di innamorarsi di nuovo. Ma Marco Corvino sa fare il suo lavoro, c&#8217;è nato, e il suo fiuto gli fa capire che quello che sembra un rito satanico nasconde qualcosa di più malefico, qualcosa che lo costringe a scavare a fondo e a trovare qualcosa che non immaginava, qualcosa che all&#8217;improvviso gli ributta in faccia lo stesso pericolo che aveva incontrato con il Carezzevole. In gioco, adesso, c&#8217;è la sua vita.</p>
<p>Massimo Lugli torna con un personaggio di rara efficacia, vero perché vulnerabile e alle prese con la mezza età che lo costringe a tirare le somme sulla propria vita, un uomo che ha iniziato benissimo e ora sembra arenato. Alla fine <em>L&#8217;Adepto</em> è un thriller, ma è molto altro, è una storia intimista, malinconica e inesorabile, ma che comunque il suo protagonista decide, nonostante tutto, di affrontare. Ne abbiamo parlato con l&#8217;autore, Massimo Lugli.</p>
<p><strong>Mentre <em>Il Carezzevole</em></strong><strong> era ambientato negli anni Settanta, ora ritroviamo Marco Corvino venticinque anni dopo, perché questo salto temporale così lungo?</strong></p>
<p>«Io faccio il giornalista, e lo faccio da trentasei anni ormai, e quello che volevo fare era raccontare il mondo del giornalismo, volevo raccontare come è cambiata la cronaca. Non mi sembrava il caso di fare qualcosa tipo le memorie di un cronista. Così è nato Marco Corvino, che sono io. Entrambi facciamo lo stesso mestiere e tutti e due condividiamo la passione per le arti marziali. Tra <em>Il Carezzevole</em> e <em>L&#8217;Adepto</em> è possibile vedere come sia cambiato il mestiere del giornalismo. Negli anni Settanta, quando io ho cominciato a Paese Sera, i giornalisti erano una categoria libera, fiera, anche anarchica. Oggi le cose sono diverse perché il giornalismo si è imbastardito con la televisione, internet, è diventato un lavoro più da scrivania. E poi si è gerarchizzato, il rapporto che c&#8217;è oggi tra un redattore e un suo direttore è lo stesso che passa tra un dirigente d&#8217;azienda e un suo sottoposto. Inutile dire che in questa situazione anche la libertà ne risente».</p>
<p><strong>In questo senso essere un cronista ti ha aiutato?</strong></p>
<p>«Certo. Essere un cronista vuol dire avere un osservatorio privilegiato su questo mondo, su come funzionano le cose dentro una redazione, quali sono le dinamiche professionali. Ho voluto raccontare questo mondo in maniera realistica».</p>
<p><strong>Ne <em>Il Carezzevole</em></strong><strong> hai descritto gli anni Settanta e dentro hai infilato un tematica che allora non era ancora praticata dalla letteratura di genere, quella del serial killer, adesso fai confrontare Marco Corvino con il mondo delle sette sataniche.</strong></p>
<p>«Sì, è vero, la parte che riguarda il Carezzevole è pura fantasia, tutto il resto è ispirato a fatti reali. Dopotutto è vero che all&#8217;epoca non si parlava di assassini seriali, ma c&#8217;erano, come c&#8217;erano i crimini a sfondo sessuale o satanico, solo che sembravano e venivano raccontati come un incubo».</p>
<p><strong>Marco Corvino sembra ormai disilluso nei confronti della vita e del suo lavoro, si trova a fare i conti con problemi pratici quotidiani e in più gli capita pure di innamorarsi.</strong></p>
<p>«Bé, si ritrova a fare i conti con la mezza età. Gli capitano molti problemi che molte persone hanno, come divorzi, il lavoro che non va e poi il fatto che sia un giornalista peggiora le cose. I giornalisti sono una categoria ad alto rischio per quanto riguarda la possibilità di avere una vita privata serena. Per tanti motivi, però è così. Inoltre l&#8217;amore a cinquant&#8217;anni fa male, fa un male cane. Ma capita anche quello. In più Marco Corvino è immobile, dopo un inizio professionale eccezionale si è fermato perché è rimasto terrorizzato da se stesso. E quando arrivi a cinquantanni o sei riuscito a combinare qualcosa o sei uno sfigato, bene che vada ci hai provato, e si rischia di ritrovarsi solo con un grande futuro alle spalle».</p>
<p><strong>Quanto c&#8217;è di te in Marco Corvino?</strong></p>
<p>«Io scrivo perché mi piace, perché ho delle storie da raccontare, mi ci sono voluti vent&#8217;anni per essere pubblicato, ci sono degli editori che non mi hanno neanche mai risposto e poi è successo che sono arrivato finalista al Premio Strega. Quando scrivo posso mettere qualcosa che mi riguarda ma tutte le mie storie sono piene di personaggi che ho tratto dalle conoscenze fatte grazie al mio lavoro. Ci sono poliziotti e carabinieri che si riconoscono nelle pagine dei miei romanzi, come molti miei colleghi giornalisti, tra cui alcuni molto antipatici».</p>
<p><strong>Roma compare come sfondo alle tue storie, non viene mai nominata ma è riconoscibile.</strong></p>
<p>«Roma è la mia città, ma ho cercato di non fare una ricostruzione oleografica, è stato difficile mimetizzare i suoi luoghi ma volevo che le storie che raccontava avessero un respiro più ampio, c&#8217;è una metropoli che potrebbe essere qualsiasi città del mondo. Dopodiché Roma è sempre presente. È una città che per lavoro vivo in ogni aspetto. Poi la malavita romana presenta delle peculiarità tutte sue. Il mondo dell&#8217;altra Roma, quella che vive nel buio, è fatta di cose incredibili, ospedali clandestini, bische e gioco d&#8217;azzardo, combattimenti fra uomini, satanismo».</p>
<p><strong>I diritti cinematografici de <em>Il Carezzevole</em></strong><strong> e </strong><strong><em>L&#8217;Adepto</em></strong><strong> sono stati opzionati dalla Colorado film. Ti darebbe fastidio vedere le tue storie stravolte per il grande schermo?</strong></p>
<p>«Giuro che non vedo l&#8217;ora. Amo tantissimo il cinema, non mi spaventa per niente il fatto che possano stravolgere tutto, li guarderei da spettatore. Male che vada aumenterei il mio pubblico, ci sono dei libri che sono stati letti dopo i film, come ad esempio <em>Arancia meccanica</em>. E poi la mia età mi permette di non montarmi la testa».</p>
<p><strong>Ritroveremo Marco Corvino in un&#8217;altra storia?</strong></p>
<p>«Se tutto va bene a marzo del prossimo anno penso che lo ritroveremo. Ci vuole un po&#8217; di pazienza, le arti marziali mi hanno insegnato questo, la calma e la pratica, che poi significano sapersi sacrificare. La prossima volta Marco Corvino si troverà a confrontarsi con le arti marziali estreme. Ma di più non posso dire».</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.filmakersmagazine.it/archives/5546/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Cioccolato e pistacchio</title>
		<link>http://www.filmakersmagazine.it/archives/5081</link>
		<comments>http://www.filmakersmagazine.it/archives/5081#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 26 Apr 2011 13:38:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[conversazioni]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.filmakersmagazine.it/?p=5081</guid>
		<description><![CDATA[Dalla giornalista Chiara Lico, un romanzo dalle tinte noir, un viaggio dentro un'esistenza ferita, ma anche una parabola sui nostri giorni e sulle tante precarietà dell'essere umano ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-5082" title="Cioccolato e pistacchio" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2011/04/Cioccolato-e-pistacchio-235x350.jpg" alt="Cioccolato e pistacchio" width="235" height="350" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dalla giornalista </strong><strong>Chiara Lico, un romanzo dalle tinte noir</strong><strong>, un viaggio dentro un&#8217;esistenza ferita, ma anche una parabola sui nostri giorni e sulle tante precarietà dell&#8217;essere umano<br />
</strong></p>
<p>di <strong>Massimiliano Pistonesi</strong><br />
<a href="mailto:%20m.pistonesi@gmail.com">m.pistonesi@gmail.com</a></p>
<p>Diciamocelo pure, non capita spesso di trovare una storia che ti stringe lo stomaco e dopo ti lascia senza forza. Una di quelle storie che quando le cominci corri per arrivare alla fine, che vuoi sapere come finisce. Ma più ti avvicini alla fine più cominci a rallentare, a cercare di posticipare quel momento, magari perché non vuoi smettere di starne senza, o forse perché hai paura di congedarti da quei personaggi che ti hanno tenuto compagnia durante tutto quel viaggio, che quasi ti sembra di poterli riconoscere per strada, semmai dovessi incontrarli, semmai esistessero davvero.
</p>
<p style="text-align: justify;">Quindi, se vi capita, provate a leggere <em>Cioccolato e pistacchio</em> di Chiara Lico (Alacran edizioni), perché quello che potrebbe succedervi è di entrare dentro la sua storia e così conoscere Alessandra, la protagonista, e la sua vicenda. Il romanzo di Chiara Lico è un viaggio dentro un&#8217;esistenza ferita nel modo più brutale che una donna possa subire. Perché prima Alessandra si chiamava Rossella Lao e faceva l&#8217;insegnante. Quando Rossella è sparita aveva ventotto anni, ora al suo posto c&#8217;è Alessandra, che di anni ne ha trenta, un corpo aggiustato dalla chirurgia dopo una terribile aggressione, e un lavoro come commessa precaria in un negozio di scarpe. Rossella e Alessandra sono la stessa persona, lo stesso pezzo di cuore ma due anime divise, una è il proprio passato, l&#8217;altra un futuro che non inizia mai.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarebbe limitativo raccontare oltre, perché <em>Cioccolato e pistacchio</em> è un romanzo di sensazioni, suggestioni, verrebbe voglia di dire una storia fatta di sguardi: quelli che la sua protagonista non riesce più a lanciare alla vita dopo lo stupro di gruppo subito, dopo che la sua esistenza è stata consumata in poco tempo. Non siamo davanti a un&#8217;opera che coccola la tranquillità del lettore confortandolo nelle sue convinzioni, qui non c&#8217;è spazio, o dentro o fuori, perché bisogna avere coraggio a infilarsi fra queste pagine, ma dopo, credetemi, non avrete ripensamenti. Perché <em>Cioccolato e pistacchio</em> è fatto della stessa materia della vita, quella che include il dolore ma anche la speranza, che, spesso, arriva alla fine della corda.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma l&#8217;aspetto che emerge con forza è il modo in cui questa storia è raccontata. Tutto è tenuto in prima persona, dove ricordi, immagini e il presente si mescolano. Una scrittura serrata che crea un&#8217;atmosfera sospesa, che dà l&#8217;impressione di leggere un noir, un thriller psicologico con un montaggio alternato che rende questo romanzo molto cinematografico, con i suoi flashback e stacchi. Sullo sfondo della storia compare la città di Roma, una città mosaico, che si compone di tante parti, frammenti di un panorama che corre immutevole, quasi ignaro dei suoi abitanti. Ma dentro a questa storia ci sono molte altre cose. Ne abbiamo parlato con l&#8217;autrice Chiara Lico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il tuo romanzo sembra avere una forte connotazione femminile, è così che lo hai pensato? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Nelle presentazioni del libro che ho fatto finora ho visto diverse reazioni, c&#8217;è sempre qualcuno che aggiunge qualcosa alla storia, una propria interpretazione, una propria lettura. Credo che questo sia un fatto naturale quando ci si confronta con un racconto e con il suo personaggio. Per quanto mi riguarda posso dire che è una storia femminile perché la protagonista è una donna, così come molti altri personaggi lo sono, ma quello che volevo esplorare, cercare di capire, era come si riesce a rimettere insieme i pezzi di una vita che viene colpita così duramente. È da questa domanda che sono partita. Nei fatti di cronaca degli ultimi anni hanno avuto un grande risalto le violenze e le aggressioni perpetrate a donne. Io ho cercato di vedere cosa succedeva a queste vite, dopo che le luci dei riflettori si spengono e la vita riprende il suo corso normale».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il tuo personaggio ha una risposta?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Io credo che sia molto difficile rimettere insieme una vita e andare avanti, forse certe volte non è possibile».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tu sei una giornalista, in che misura la tua professione, penso alla cronaca, ha influito sulla storia mentre la scrivevi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Per lavoro ho seguito fatti di cronaca, episodi di violenza, che hanno avuto delle risonanze anche a livello nazionale. La storia del mio romanzo non racconta alcun fatto reale, è completamente inventata, anche se realistica. La cronaca in questo senso è stato lo spunto da cui iniziare il mio lavoro, una sorta di foto, un&#8217;istantanea asettica da guardare e da cui partire. L&#8217;elemento narrativo è stato lo strumento di maggiore forza che avevo a disposizione per raccontare una vita che viene colpita in maniera inaudita e poterla analizzare attraverso tutte le sue sfumature. L&#8217;aspetto di finzione mi ha permesso di raccontare quello che non si vede dopo lo scatto di quella foto, il fatto che il passato non si cancella e prima o poi torna e si infila dentro la vita di tutti i giorni, non basta cambiare nome e cognome sulla carta d&#8217;identità».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il personaggio di Alessandra/Rossella è centrale nel tuo romanzo, ma ci sono altre aspetti che emergono.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Nel romanzo non c&#8217;è solo la violenza subita dalle donne, ci sono tante altre cose collaterali. C&#8217;è il precariato, che è la nuova condizione in cui si ritrova a vivere il personaggio di Alessandra dopo aver cambiato identità. Lei subisce la sua nuova attività lavorativa, è costretta ad abbassare la testa e a sopportare, e questo non per la violenza che ha subito, ma perché è un soggetto debole, appartiene a una categoria sempre più ampia di persone che giorno dopo giorno si vedono sempre più allontanare da diritti basilari, e che non riescono a difendersi da comportamenti di stalking e mobbing, e questo accade soprattutto se si è una donna. Poi la città in cui la storia è ambientata è Roma, ma potrebbe essere qualsiasi altro luogo. Città che ci avevano promesso sarebbero diventate più sicure, ma le cose non sono cambiate, sono rimaste come prima delle campagne elettorali. Le periferie, e non solo, sono luoghi incerti. Anche qui, una volta che si sono spente le luci, rimangono solo le parole. Ho voluto parlare anche dell&#8217;immigrazione clandestina, che è un fenomeno di emarginazione ed esclusione. Il rapporto di amicizia che Alessandra instaura con Michela non è solo l&#8217;incontro fra due donne simili ma anche un modo attraverso cui riescono a trovare un barlume di comprensione reciproca, una speranza di reificazione».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A rendere la storia del tuo romanzo davvero intrigante è la maniera in cui la storia è raccontata, con continui slittamenti temporali insieme ai passaggi tra i pensieri della protagonista e le sue parole.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«La stesura del romanzo ha richiesto una particolare attenzione e controllo. La storia è un alternarsi di flashback e flashforward, poi c&#8217;è il flusso di coscienza della protagonista. Questa particolarità mi ha richiesto del tempo per tenere tutte queste parti insieme, perché la vicenda narrata mantenesse una sua continuità e soprattutto emergessero con forza non solo i sentimenti di Alessandra ma anche il suo quotidiano. Ho lavorato sulla punteggiatura perché la parola scritta fosse il più vicino possibile al suono della voce del personaggio senza strappi e artificiosità».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il finale rimane, nonostante tutto, abbastanza enigmatico, anche se in un certo senso positivo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Parlare del finale mi sembra una cosa strana perché quando ho cominciato a scrivere avevo in mente ben chiaro come la storia iniziasse, chi fosse il personaggio di Alessandra e quanto fosse incattivita rispetto alla vita e a se stessa. La storia ha diversi snodi ma si muove come una favola per adulti, direi una favola nera. Tutto il resto si è sviluppato molto lentamente e molte cose cui non avevo pensato all&#8217;inizio sono comparse all&#8217;improvviso. Sta di fatto che il finale l&#8217;ho scritto in poco tempo. Non è un finale negativo, certamente è aperto, il fatto che compaia un bambino all&#8217;improvviso nell&#8217;esistenza di Alessandra è un fatto che è successo, per lei rappresenta un nuovo obiettivo, qualcosa che potrebbe aiutarla a trovare un senso a tutto quello che l&#8217;aspetta».</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.filmakersmagazine.it/archives/5081/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

