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	<title>filmakersmagazine.it &#187; conversazioni</title>
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		<title>Andy Garcia tra cinema e tv</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Jul 2010 12:49:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[conversazioni]]></category>
		<category><![CDATA[parole]]></category>

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		<description><![CDATA[In occasione del RomaFictionFest, il grande cineasta cubano ripercorre la sua intensa carriera: gli esordi, la svolta definitiva con Il Padrino e il noir cult Gli intoccabili, il clan stellare di Ocean’s Eleven e le recenti produzioni indipendenti e televisive]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-3373" title="Andy Garcia" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2010/07/Andy-Garcia-262x350.jpg" alt="Andy Garcia" width="262" height="350" /></p>
<p><strong>In occasione del RomaFictionFest, il grande cineasta cubano ripercorre la sua intensa carriera: gli esordi, la svolta definitiva con <em>Il Padrino </em>e il noir cult <em>Gli intoccabili, </em>il clan stellare di <em>Ocean’s</em> <em>Eleven </em>e le recenti produzioni indipendenti e televisive</strong></p>
<p>di <strong>Cristina Locuratolo</strong><br />
<a href="mailto:%20cristina.elle@hotmail.it">cristina.elle@hotmail.it</a></p>
<p>Un artista a tutto tondo Andy Garcia, attore, regista, produttore, compositore, pittore, ma anche un uomo semplice, carismatico e coinvolgente. Nel suo incontro col pubblico al RomaFictionFest intrattiene tutti raccontando di sé e della sua straordinaria carriera, dagli esordi fino a oggi. Da quando da ragazzino ha abbondonato lo sport per questioni di salute e si è dedicato interamente al cinema, passione che lo ha “infettato” come una malattia, ispirandosi ad attori come James Cobrun, Sean Connery e Peter Sellers, ai momenti clou della sua carriera culminati ne <em>Il Padrino III.</em> Sorseggia un caffé, interagisce col pubblico, si concede generosamente come un vecchio amico che parla di sé a cuore aperto. Impeccabile nell&#8217;aspetto, indossa un paio di occhiali da intellettuale e sfoggia un paio di baffi che rivela essere non un cambio di look ma un’esigenza di copione per <em>Cristiada</em>, il film che sta girando in Messico con Eva Longoria Parker.</p>
<p>A proposito del rapporto tra cinema e televisione, Andy Garcia ha sottolineato la difficoltà, come produttore, di trovare finanziamenti al di fuori del circuito degli studios hollywoodiani. Esempio lampante è il suo ultimo lavoro <a href="http://www.filmakersmagazine.it/archives/3232"><em>City Island</em></a>, distribuito in Italia da Mikado, prodotto autonomamente per mancanza di investimenti da parte delle majors. Rimpiange gli “anni d&#8217;oro” del cinema; negli anni 60 e 70 registi del calibro di Coppola e Scorsese raccontavano grandi storie per tutti, mentre ora gli studios hanno un raggio di azione sempre più ristretto investendo solo in produzioni “sicure” e per target di pubblico ben precisi come i blockbusters per adolescenti. Il grande cinema di oggi è totalmente commerciale: <a href="http://www.filmakersmagazine.it/archives/1579"><em>Avatar</em></a>, <em>Spider Man</em>, <em>Il Signore degli anelli</em>. Così il rapporto piccolo-grande schermo si inverte: le sceneggiature di un certo spessore o trovano produzioni indipendenti o si spostano verso la tv. Sono le tv via cavo americane a distribuire le grandi storie, come la HBO e Showtime. Garcia anticipa che sta per tornare ad interpretare e dirigere una lunga serie, ancora senza titolo, a dieci anni dalla biopic <em>For Love or Country: The Arturo Sandoval Story</em>, tv-movie del 2000 nominato agli Emmy dove l’attore interpretava il famoso trombettista cubano, proiettata per l&#8217;occasione al RomaFictionFest.</p>
<p>Come regista, Andy Garcia dichiara il suo interesse verso storie più umane e meno fantastiche, non a caso gli innumerevoli progetti a cui ora sta lavorando esplorano alcuni aspetti di vite straordinarie. Il film dal titolo <em>Hemingway e Fuentes</em>, ad esempio, si focalizza sul periodo cubano del noto scrittore dell&#8217;Illinois, che nel film ha il volto di Anthony Hopkins, e della sua amicizia con il pescatore Fuentes, interpretato dallo stesso Garcia.</p>
<p>L&#8217;amore per Cuba scorre nelle vene di Andy Garcia, così come la sua passione per la musica. Cuba è musica &#8211; dice Andy &#8211; ma non è un&#8217;isola felice. «Tutti i luoghi del mondo hanno problemi ma sono liberi, Cuba no».</p>
<p>Il suo primo ricordo di Roma, durante la lavorazione de <em>Il Padrino III</em>, non è dei più felici: «Abitavo in una casa a Quarto Miglio e la prima notte uno zingaro entrò in casa mia spaventandomi a morte anche se non c’era niente da rubare, solo le mie valigie e il pianoforte che stavo cominciando a studiare. Volevo chiamare la polizia, ma non conoscevo il numero di emergenza italiano. Passai la notte in bianco e la prima mattina di lavorazione ero uno straccio».</p>
<p>Il suo segreto? Avere una “testa dura”, la stessa che gli ha permesso di diventare compositore della colonna sonora del film <em>La città</em> p<em>erduta, </em>iniziando a suonare il piano da autodidatta.</p>
<p>Del cinema italiano adora il Neorealismo e dei cineasti di oggi apprezza Tornatore, mentre tra gli attori nomina l&#8217;amico Beppe Fiorello e Giancarlo Giannini che definisce un interprete superbo. Tra i suoi maestri ispiratori ci sono Coppola, Gordon Willis (direttore della fotografia de <em>Il Padrino</em>), Sean Connery, tutti artisti con cui Garcia ha avuto l&#8217;occasone di lavorare.</p>
<p>Il fuoco sacro dell&#8217;arte è ancora vivo in Andy Garcia che ha trasmesso la sua stessa passione per il cinema alle sue figlie e che ora sembra indirizzato più verso la regia che verso la recitazione, perché &#8211; dice &#8211; ha ancora tante storie da raccontare e ama osservare il pubblico, le sue reazioni, comunicando al di fuori degli schemi imposti dalle grandi produzioni e dai film con un&#8217;anima puramente commerciale. Il RomaFictionFest Award for Artistic Excellence ha premiato la carriera di un artista che sa continuamente reinventarsi, senza cadere in sterili distinzioni tra “cinema e tv”. «Non c’è più differenza fra cinema e televisione. Esiste solo un cinema buono e uno cattivo». Andy ci insegna che non sempre “il medium è il messaggio”: l&#8217;arte può trovare diversi canali di comunicazione e forme d&#8217;espressione purché sia autentica.</p>
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		<title>La psicologia del linguaggio</title>
		<link>http://www.filmakersmagazine.it/archives/3330</link>
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		<pubDate>Fri, 09 Jul 2010 10:51:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[conversazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Felice Farina guarda a Hitchcock e imposta La fisica dell’acqua  come un thriller cerebrale conteso tra la mente del piccolo protagonista e gli elementi tecnici della regia]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-3331" title="Felice Farina" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2010/07/Felice-Farina-233x350.jpg" alt="Felice Farina" width="233" height="350" /></p>
<p><strong>Felice Farina guarda a Hitchcock e imposta <em>La fisica dell’acqua</em></strong><strong> come un thriller cerebrale conteso tra la mente del piccolo protagonista e gli elementi tecnici della regia</strong></p>
<p>di <strong>Michele Zanlari</strong><br />
<a href="mailto:%20micheloz@iol.it">micheloz@iol.it</a></p>
<p>Inconsueto, straniante e anche un po’ spaventoso. Il profilo dell’ultimo film di Felice Farina non delinea solo una figura poco riconoscibile nei tratti somatici dell’ultimo cinema italiano. Farina realizza un’opera di genere che buca la cornice del thriller psicologico (un bambino che vive da solo con la madre tenta di allontanare lo zio paterno) e fa arrivare lo sguardo fino al confine in cui la narrativa cede il posto ai passi della mente.</p>
<p><strong><em>La fisica dell’acqua</em></strong><strong> colpisce molto lo spettatore per la presenza prevalente del linguaggio che però non schiaccia il messaggio della storia. È ancora possibile fare un film in Italia senza rinunciare alla forma?</strong></p>
<p>«Sì, è quello che ho provato a dimostrare, ma resta un caso isolato perché in Italia si accettano solo due modalità di racconto: quella televisiva, che schiaccia tutto, e una forma di neo-neo-realismo a cui bisogna uniformarsi. A me, invece, interessava proprio il linguaggio perché il modello sui cui si forma la mia idea di cinema è quello di Hitchcock».</p>
<p><strong>Il film ha un po’ “subito” il lancio in oltre 60 copie nel circuito dei multiplex. Credi che necessitasse di un pubblico differente?</strong></p>
<p>«Sicuramente è stata un’uscita infelice sia come periodo – il weekend del 1° maggio – che per la fascia di mercato in cui si è inserito. È un film che piace agli spettatori che cercano il d’essai, un prodotto più da cinefili che da spettatori occasionali. Quindi alla fine ho deciso di portare in giro il film per l’Italia in prima persona e incontrare direttamente il pubblico alle proiezioni».</p>
<p><strong>Come hai trovato Lorenzo Vavassori, il piccolo protagonista che dimostra una sicurezza sorprendente nelle sequenze più complesse?</strong></p>
<p>«Abbiamo visto molti bambini ed è sempre un’esperienza difficile perché nella maggior parte dei casi sono i genitori a voler spingere a tutti i costi i figli, una cosa davvero sgradevole. Lorenzo mi ha colpito perché era l’unico che sembrava avere una motivazione profonda per interpretare il personaggio. E pensare che aveva solo 7 anni al momento delle riprese».</p>
<p><strong>Anche perché è come se tutto il film si svolgesse nella sua testa, ed è quello che giustifica alcune scelte che a prima vista possono sembrare forzate</strong></p>
<p>«Infatti, mi sono capitati spettatori che mi hanno chiesto conto della razionalità di certe scelte, ad esempio del modo duro con cui i personaggi adulti del film si rivolgono a Lorenzo. Questa è la componente psicologica della storia: il bambino legge soggettivamente il comportamento degli adulti e ne percepisce una ruvidità superiore a quello che siamo abituati a vedere nei normali polizieschi. Qui c’è un investigatore la cui componente psichica va al di là dei margini del ruolo».</p>
<p><strong>In questa direzione si muove anche l’uso molto particolare della luce: prepotente nella presentazione dei personaggi, simbolico nell’avvio alla storia e determinante per tutto quel che riguarda la rimozione della verità. Come ci avete lavorato?</strong></p>
<p>«Di solito non ne parlo perché coinvolge la vicenda di un caro amico e un grande maestro come Pietro Sciortino. Pietro si è ammalato ma non ha voluto rinunciare al film. Questa condizione ha indubbiamente reso particolare l’atmosfera che si è creata. Non avevo pensato in questi termini alla funzione della luce, però è vero: sono la comparsa e la scomparsa della luce a determinare la possibilità o meno di recuperare la verità rimasta nascosta nel passato».</p>
<p><strong>Questa “sottrazione della verità” legata all’ambiente familiare vuole parlare anche di una condizione più generale del nostro paese?</strong></p>
<p>«No, m’interessava solo mostrare che l’infanzia e i rapporti all’interno della famiglia sono spesso legati a delle mancate verità e far partire da qui la natura da thriller psicologico della sceneggiatura».</p>
<p><strong>Ti è rimasta la voglia di allargare lo scenario?</strong></p>
<p>«Il mio prossimo lavoro sarà qualcosa di completamente diverso. Mi è venuta la voglia, quasi un’esigenza, di raccontare in un documentario gli ultimi 30 anni di storia del nostro paese. Ricordare tutto con toni epici senza aggiungere dei commenti perché non voglio agevolare facili letture degli avvenimenti. Inserirò qualche inserto di docu-fiction ma per il resto sarà solo una successione di eventi che rivisti tutti insieme mi sembrano sconvolgenti. Come un’Iliade, senza un aggettivo di troppo».</p>
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		<title>L’horror fuori dalle tenebre</title>
		<link>http://www.filmakersmagazine.it/archives/3320</link>
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		<pubDate>Mon, 05 Jul 2010 10:22:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[conversazioni]]></category>
		<category><![CDATA[parole]]></category>

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		<description><![CDATA[Federico Zampaglione resuscita un genere quasi scomparso in Italia e tratteggia con Shadow una corrispondenza tra l’incubo e la società contemporanea]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong></p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-3321" title="Federico Zampaglione" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2010/07/Federico-Zampaglione-400x268.jpg" alt="Federico Zampaglione" width="400" height="268" /></p>
<p><strong>Federico Zampaglione resuscita un genere quasi scomparso in Italia e tratteggia con <em>Shadow</em> una corrispondenza tra l’incubo e la società contemporanea</strong></p>
<p>di <strong>Michele Zanlari</strong><br />
<a href="mailto:%20micheloz@iol.it">micheloz@iol.it</a></p>
<p>I morti camminano sulla terra. E non è poco, specie in un orizzonte cinematografico sepolto e riportato alla luce dell’oscurità attraverso l’input forse meno atteso. È Federico Zampaglione a destare il corpo putrefatto dell’horror italiano con amore per il genere e una cinefilia sottile, plasmata sull’incontro del nuovo con il classico. Succede così che il suo <em>Shadow</em> richiami con coerenza sia Dario Argento che Eli Roth e si affacci sul panorama dei festival internazionali come l’evoluzione contemporanea dell’oscuro legame uomo/natura/inconscio.</p>
<p><strong>Dopo <em>Nero bifamiliare</em></strong><strong> hai subito dichiarato: «Se farò mai un altro film sarà un horror». Da dove viene questa passione e come hai trovato la forza per votarti ad un genere scomparso nel cinema italiano?</strong></p>
<p>«Se fosse dipeso solo da me, avrei spinto più sul “nero”anche <em>Nero bifamiliare</em>, però il progetto era partito come una commedia e la produzione non ha voluto cambiare. In quel momento ho cominciato a pensare a <em>Shadow</em>, anche se musicalmente le cose che faccio sono abbastanza lontane. Però, sento l’horror come una parte della mia vita. È un genere che ho sempre amato ma che negli anni ho visto scomparire, probabilmente perché non si vende bene in tv».</p>
<p><strong>In <em>Shadow</em></strong><strong> metti creativamente uno di fianco all’altro il riferimento ai classici del genere con quello all’horror contemporaneo. Quali sono i tuoi punti di partenza?</strong><strong> </strong></p>
<p>«Sono cresciuto con l’horror italiano doc: Argento, Fulci e Barilli, del quale considero un capolavoro <em>Il profumo della signora in nero</em>. Mi è sempre piaciuto anche il poliziottesco: era un cinema visionario molto colorato e con un pizzico di follia. Mentre oggi è tutto stereotipato e fatto per la tv».</p>
<p><strong>E tra i nuovi autori?</strong></p>
<p>«Mi è piaciuto molto <em>Martyrs</em>, anche se è un film cattivissimo, estremo e terribile. Poi c’è questo film belga che si chiama <em>Calvaire</em>: non ha una vera e propria sceneggiatura ma in molte immagini e nell’atmosfera ricorda il nostro cinema classico. Hanno fatto delle belle cose gli spagnoli, su tutte certamente <em>Rec</em>, che è un film esplosivo e divertentissimo. Sono stati anni in cui l’Europa ha dato molto, più degli Stati Uniti, con tutti questi remake spesso fatti mali e che rovinano i classici».</p>
<p><strong>Al Far East di Udine hai presentato da spettatore due film molto belli come <em>Possessed</em></strong><strong> e </strong><strong><em>Slice.</em></strong><strong> Cosa ti affascina nell’horror asiatico?</strong></p>
<p>«Ho appena comprato i cofanetti in dvd di Takashi Miike. In oriente da questo punto di vista c’è il cinema migliore del mondo. Hanno un impatto sconvolgente che mi mette molta paura. Come in <em>Possessed</em>, un film di grande suspense, o <em>Slice</em>, forse più un thriller ma con chiari riferimenti cromatici a Dario Argento».</p>
<p><strong>Tornando a <em>Shadow</em></strong><strong>, come hai costruito la struttura?</strong></p>
<p>«Volevo fare un film snodato e non tutto nello stesso registro. Ci sono passaggi nei sottogeneri per spiazzare lo spettatore: momenti d’azione un po’ da thriller ed altri più catacombali. Ho messo le torture ma anche molta suspense, cercando di dare una struttura a questi cambi per rendere la storia più imprevedibile».</p>
<p><strong>La sceneggiatura prevede una cornice legata alla guerra. Come è entrata nel soggetto? Era il punto di partenza o è arrivato dopo?</strong></p>
<p>«Diciamo a metà. Via via che andavo avanti prendeva sempre più corpo il fatto che la realtà è peggiore degli incubi. Se vai a pescare nell’immaginario dei mostri classici, in fondo in fondo così cattivi non sono mai. Se ti accorgi di quel che ha fatto l’uomo nel corso dei secoli, allora lì non si scherza più. Del resto, noi in Italia l’horror lo viviamo. Penso al successo di <em>Draquila</em> di Sabina Guzzanti, che credo sia veramente un horror».</p>
<p><strong>Sia tu con i Tiromancino che Rob Zombie con i White Zombie siete al tempo stesso musicisti e registi di horror, ma nei film usate canzoni diverse da quelle che fate sul palco. Che tipo di esigenza sonora c’è stata rispetto alla tua musica?</strong></p>
<p>«Rob Zombie usa di solito una sorta di bluegrass country, noi abbiamo preferito una musica psichedelica con dei tratti più disturbanti e con un mix di suoni dell’ambiente stesso, oltre a vecchie canzoni italiane come <em>La strada nel bosco</em>. Il bello di fare un film è di poter raccontare qualcosa di diverso per avventurati in altri territori, altrimenti non avrebbe senso uscire dal proprio campo».</p>
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		<title>Un paese che cambia sul ritmo dei generi</title>
		<link>http://www.filmakersmagazine.it/archives/3315</link>
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		<pubDate>Mon, 05 Jul 2010 10:15:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[conversazioni]]></category>
		<category><![CDATA[parole]]></category>

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		<description><![CDATA[Come un esordiente, Alessandro D’Alatri riparte dalla commedia sentimentale per raccontare l’insoddisfazione giovanile legata al crollo dell’idea di futuro]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong></p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-3317" title="Alessandro d'Alatri" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2010/07/Alessandro-dAlatri-232x350.jpg" alt="Alessandro d'Alatri" width="232" height="350" /></p>
<p><strong>Come un esordiente, Alessandro D’Alatri riparte dalla commedia sentimentale per raccontare l’insoddisfazione giovanile legata al crollo dell’idea di futuro</strong></p>
<p>di <strong>Michele Zanlari</strong><br />
<a href="mailto:%20micheloz@iol.it">micheloz@iol.it</a></p>
<p>Il silenzio buio del mattino, una barca nell’alba che tarda a lasciare il grigio. Poi arriva la voce fuori campo che rivela l’ansia di non accontentarsi di una sola forma di racconto, la voglia di prendere di petto la convenzione del genere e mutarlo in qualcosa di complesso, girando solo qualche vite del linguaggio per rivoltare la commedia sentimentale. Alessandro D’Alatri gira le arene estive italiane con il suo ultimo lavoro, <em>Sul mare</em>, raccogliendo molti spettatori – 1.000 solo nella prima uscita a Bologna e parecchi anche negli altri appuntamenti in Emilia, Lombardia e Piemonte – e raccontando un’evoluzione che l’ha condotto a soluzioni differenti rispetto a film di successo come <em>Casomai</em>, <em>La febbre</em> e <em>Commediasexi</em>.</p>
<p><strong><em>Sul mare</em></strong><strong> sembra il film di un esordiente per come sei ripartito da zero con attori giovani, location inedite e riprese in digitale. Come è cambiato il tuo metodo di lavoro rispetto alle esperienze precedenti?</strong></p>
<p>«Siamo entrati tutti nel film con spirito adolescenziale, come se fossimo degli esordienti. Avevamo una piccola troupe e la scelta è stata quella di girare un film ad impatto zero. Per gli attori la scelta più facile poteva essere quella di volti noti, magari che hanno già fatto ruoli simili, ma non ci sono veri adolescenti nel cinema italiano per girare una storia come questa. Per questo ho cercato due esordienti come Dario Castiglio e Martina Codecasa, che hanno studiato molto per arrivare a questa possibilità. Vedere in questi giorni proiezioni di grande qualità che tengono perfettamente le luci e la profondità mi fa impressione perché abbiamo girato con una macchina digitale veramente piccolissima. Ci sono passaggi in cui non si avverte nemmeno il digitale».</p>
<p><strong>In molti dialoghi tra Castiglio e la Codecasa si va oltre la lettura del testo, come se fosse sempre sospeso tra i due, una sorta di sottotesto silenzioso. È quello su cui avete lavorato?</strong></p>
<p>«Trovo umiliante per l’attore che il suo mestiere si riduca solo alle battute mandate a memoria. Volevo due volti nuovi, ma anche la possibilità di impostare un lavoro in profondità. Dario e Martina sono stati bravissimi e credo che anche fisicamente riescano ad incarnare le due tipologie messe a confronto dalla sceneggiatura. In questo è stato importante il romanzo di partenza di Anna Pavignano, che permetteva di ribaltare le psicologie dei protagonisti nelle categorie di maschile e femminile. E poi sono contento perché i due ragazzi continuano a lavorare. Lei, ad esempio, in questi giorni sta girando con Crialese».</p>
<p><strong>Credi che quella forma di insoddisfazione che metti in scena nel contesto sentimentale rappresenti una condizione generale che fa da specchio al momento vissuto dai giovani nel nostro paese?</strong></p>
<p>«È certamente così. Non volevo fare un film “per” i giovani ma “sui” giovani. Li conosco bene e avverto questa forma d’insoddisfazione che accompagna ogni aspetto della loro collocazione sociale. Dipende tutto dalla messa in crisi del futuro. I giovani vivono la condanna dell’adesso. A questo proposito racconto sempre una cosa. Ogni mattina a Roma sul Lungotevere passo in moto davanti ad una scritta sul muro che dice: “Non c’è più il futuro di una volta”. Riassume bene il momento che stiamo vivendo».</p>
<p><strong>Il film rinasce negli appuntamenti nelle arene estive dopo un lancio infelice nella settimana di Pasqua, cos’hai scoperto accompagnando la proiezione in giro per l’Italia?</strong></p>
<p>«Questo è senz’altro il momento più bello del mio lavoro: incontrare il pubblico, vedere le sale piene e parlare di tutti gli aspetti del film. Quando <em>Sul mare</em> è stato programmato ad aprile ha incassato 500 mila euro, che è un buon risultato se si pensa a quanto è costato. Credo, però, al di là dei risultati del mio film, che il gusto del pubblico si stia spostando in modo preoccupante sulla scia della televisione. In questa stagione c’è stato un film meraviglioso e importantissimo come quello di Giorgio Diritti, <em>L’uomo che verrà</em>, che non ha avuto per niente il successo che meritava. Molta gente preferiva andare a vedere quei film tutti uguali che raccolgono i maggiori incassi. Mi vengono in mente anche <em>Il profeta</em>, <em>Il segreto dei suoi occhi</em>, <em>Il nastro bianco</em>, <em>Cella 211</em>, che hanno venduto pochissimi biglietti. È questo che mi preoccupa in Italia».</p>
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		<title>Alain Resnais, elogio della follia</title>
		<link>http://www.filmakersmagazine.it/archives/2691</link>
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		<pubDate>Tue, 04 May 2010 19:30:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[conversazioni]]></category>
		<category><![CDATA[parole]]></category>

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		<description><![CDATA[Il regista de "Gli amori folli" racconta a Filmaker's come nascono i suoi film, selvaggi e forti come erbacce tra i ciottoli grigi della città  ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-2692" title="Alain Resnais" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2010/05/Alain-Resnais.jpg" alt="Alain Resnais" width="360" height="276" /></p>
<p><strong>Alain Resnais </strong><strong>racconta a <em>Filmaker&#8217;s</em> come nascono i suoi film, selvaggi e forti come erbacce tra i ciottoli grigi della città</strong><strong><em> </em><br />
</strong></p>
<p>di <strong>Barbara Zorzoli</strong><br />
<a href="mailto:barbara.zorzoli@inwind.it">barbara.zorzoli@inwind.it</a></p>
<p>A 87 primavere, il cineasta francese Alain Resnais realizza <a href="http://www.filmakersmagazine.it/archives/2650"><em>Gli amori folli</em></a> (ispirato al romanzo <em>L’incident</em> di Christian Gailly), storia di una passione irragionevole, spuntata come l’erba sull’asfalto (a cui si riferisce il titolo originale). È tutto un rincorrersi tra Marguerite (Sabine Azema), dentista con la passione per il volo a cui viene rubata la borsa, e Georges (André Dussolier), uomo sposato che le ritrova il portafoglio e si innamora di lei dalle foto dei documenti. «Non ho un metodo, giro un film come viene».</p>
<p><strong>Allora le sue riprese devono essere avventurose…</strong><br />
«Lo è di più la preparazione: non so mai se perderò 5 o 6 Kg! Ma mi rimpolpo in fretta, con il primo ciak l’ansia sparisce».</p>
<p><strong>Come mai ha deciso di partire da un romanzo di Christian Gailly?</strong><br />
«È colpa della radio».</p>
<p><strong>Sarebbe?</strong><br />
«Per caso ho ascoltato in un programma radiofonico su France Culture e Christian Gailly era l’ospite. Mi ha colpito la sua voce affascinante e ironica. Allora ho letto i suoi romanzi e ho trovato la sua scrittura musicale; i suoi dialoghi sono assoli o duetti che aspettano solo di essere recitati».</p>
<p><strong>Perché ha intitolato il film <em>Les Herbes Folles </em>(NdR: letteralmente &#8220;le erbe folli&#8221;, mutato in italiano ne <em>Gli amori folli</em></strong><strong>)?</strong><br />
«Perché rappresenta bene queste due persone che seguono impulsi irragionevoli, come quei semi che germogliano dove nessuno si aspetta, tra le crepe dell’asfalto o tra le rocce. Siamo tutti erbacce che crescono tra i ciottoli grigi della città».</p>
<p><strong>Anche lei?</strong><br />
«Io? Sì, lo sono! Lascio crescere i miei film come erbe folli e vedo cosa succede».</p>
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		<title>Professione eroe</title>
		<link>http://www.filmakersmagazine.it/archives/2395</link>
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		<pubDate>Mon, 12 Apr 2010 12:08:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[conversazioni]]></category>
		<category><![CDATA[parole]]></category>

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		<description><![CDATA[Protagonista dello sci-fi Gamer, Gerard Butler racconta a Filmaker's vizi e virtù di un muscular action hero dal cuore tenero]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-2396" title="Richard Butler" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2010/04/Richard-Butler-400x266.jpg" alt="Richard Butler" width="400" height="266" /></p>
<p><strong>Protagonista dello sci-fi <em>Gamer</em>, G</strong><strong>erard Butler racconta a Filmaker&#8217;s vizi e virtù di un muscular action hero dal cuore tenero<br />
</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>di<strong> Barbara Zorzoli</strong><br />
<a href="mailto: barbara.zorzoli@inwind.it">barbara.zorzoli@inwind.it</a></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Se c’è una cosa che ‘Gerry’ ama fare, è mettere in imbarazzo chi ha di fianco, in questo caso la sottoscritta. È tutto sorrisi, ammiccamenti, doppi sensi e mezzi abbracci. Tranquilli, fa tutto parte del suo ‘personaggio’, uno che seduce con l’easy approach. Infondo se per gli uomini Gerard Butler (40 anni) è un “muscular action hero”, per le donne di tutto il mondo è o non è un sex symbol? Lui, da buon scozzese se ne fa un baffo, e muore dalla voglia di parlare del suo nuovo ruolo ‘pazzesco’.<br />
In <em>Gamer,</em> sci-fi ambientato nel 2034 e diretto da Brian Taylor e Mark Neveldine, infatti, Gerard è Kabel, un carcerato condannato a morte (per un delitto che non ha commesso) costretto a combattere contro la sua volontà in Slayers, un gioco online in cui giovani videogamer controllano lui e gli altri detenuti come fossero personaggi di un normale videogioco. Il premio? La libertà. Ma Kabel non è solo un giocatore invincibile, è anche il capo del movimento di resistenza che si oppone alla crudeltà del videogame.</p>
<p><strong>Toglimi un curiosità, ma come mai scegli spesso ruoli da macho?</strong><br />
«Perché mi piace sentirmi potente e film come questo mi danno una carica pazzesca».</p>
<p><strong>In effetti hai l’aria di uno che si è proprio divertito.</strong><br />
«Ed è così, perché è un ruolo molto fisico. Questo film è una perfetta combinazione di arte e violenza, un action thriller basato sull’idea del mondo dei gladiatori».</p>
<p><strong>Ti sei dovuto allenare?</strong><br />
«Sì. Ho iniziato molto prima di iniziare le riprese, con ore e ore di palestra al giorno. Quando però finisco un film così, per un po’ non voglio più muovere nemmeno un muscolo… ma non posso farlo perché tutti si aspettano da me prestazioni eccezionali!».</p>
<p><strong>Posso chiederti in che senso?</strong><br />
«Hai in mente il mio fisico scolpito quando ero Leonida in <em>300? </em>Oppure ti ricordi le romanticherie di <em>P.S. I love You</em> <em>? </em>Bene, io non sono come loro».<strong> </strong></p>
<p><strong>E come sei?</strong><br />
«Ho un bel corpo e sono romantico, ma non sono l’uomo perfetto che tutti credono. Guardami, (<em>ridacchia compiaciuto</em>) io sono solo io!»</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Dal futuro alle foreste in 3D</title>
		<link>http://www.filmakersmagazine.it/archives/1941</link>
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		<pubDate>Tue, 23 Feb 2010 11:15:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[conversazioni]]></category>
		<category><![CDATA[parole]]></category>

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		<description><![CDATA[Le sue passioni sono la natura e i viaggi nel tempo: protagonista del film di  Richard Gabai ispirato al romanzo di Jack London, Christopher Lloyd si racconta a Filmaker's]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1942" title="Christopher Lloyd in Il richiamo della foresta" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2010/02/Christopher-Lloyd-in-Il-richiamo-della-foresta-272x350.jpg" alt="Christopher Lloyd in Il richiamo della foresta" width="190" height="245" /><strong>Le sue passioni sono la natura e i viaggi nel tempo: protagonista del film di  Richard Gabai ispirato al romanzo di Jack London, Christopher Lloyd si racconta a<em> Filmaker&#8217;s</em><br />
</strong></p>
<p>di <strong>Barbara Zorzoli</strong><br />
<a href="mailto: barbara.zorzoli@inwind.it">barbara.zorzoli@inwind.it</a></p>
<p>È un segno del destino; mentre sto scrivendo l’intervista, alla tv trasmettono il primo dei tre film della trilogia <em>Ritorno al futuro</em>. Sorrido quando sento Lloyd esclamare con quel suo tono unico: «Great Scott!» (in italiano reso con «Grande Giove!»). Non sarà giornalisticamente corretto ma devo dirlo: lo adoro! Sarà per il viso simpatico, la voce profonda o il curriculum zeppo di personaggi a dir poco strambi, come appunto il mitico Dottor Emmett Brown, l’autista ex-hippy Jim Ignatowski nella sitcom <em>Taxi</em>, il terrificante giudice Morton di <em>Chi ha incastrato Roger Rabbit?</em>, oppure lo zio Fester de <em>La famiglia Addams</em>… comunque sia Christopher Lloyd (71 anni) è un attore di talento, che ha sapientemente alternato il cinema a una florida carriera teatrale (ha preso parte a più di 200 pièce). Grande trasformista, Chris ha almeno due passioni in comune con questi suoi personaggi. Volete sapere quali? Come “Doc” ama l’idea andare a spasso nel tempo e soprattutto, come il suo nuovo personaggio in <em>Il richiamo della foresta 3D</em> di Richard Gabai (il primo film tutto live action in 3D, privo di effetti speciali o immagini create al computer), ama il Montana e la natura, ma sa che è bene averne rispetto. Lloyd, infatti, interpreta Bill, un nonno che vive sulle montagne innevate del Montana, a cui viene affidata la nipote Ryann (Ariel Gade) che vorrà tenere con sé un Husky incrociato con un lupo selvatico, nonostante gli avvertimenti sulla sua natura selvatica da lui elargiti ogni sera, attraverso la lettura del libro di Jack London <em>Il richiamo della foresta</em> (a cui si ispira la pellicola).<br />
<strong>Chris ho letto che hai una casa nel Montana come il tuo personaggio. Significa che, come lui, ami la natura e le montagne?<br />
</strong>«Sì avevo una casa, ma anni fa. Il Montana comunque è un luogo fantastico, ci si sente davvero in contatto con la natura. Ci sono splendidi panorami, foreste, laghi, la vita lì è tranquilla e la gente genuina».<br />
<strong>Sei mai stato “spaventato” dalla natura?<br />
</strong>«Mi è capitato di perdermi durante delle camminate in montagna e di non sapere più dove andare, ma poi per fortuna ne sono sempre uscito salvo. La natura va rispettata e, come sa il mio personaggio, adeguatamente temuta. Ma c’è qualcosa di magico in lei, la pace, la tranquillità, tutto si compie senza nessuno sforzo… in generale mi sento al sicuro nella natura, avvolto da una pace difficile da trovare altrove».<br />
<strong>Che tipo di uomo è il tuo personaggio?</strong><br />
«È un uomo, vedovo da poco, che vive isolato sulle montagne, in un casa senza tv, internet e altro. La sua è una scelta radicale per vivere davvero in simbiosi con i ritmi della natura».<br />
<strong>Hai letto il libro di Jack London?</strong><br />
«Sì, è una storia meravigliosa, non si parla solo di un cane, Buck, ma dell’essere umano in quanto tale e di tutto il complesso di emozioni umane».<br />
<strong>Sono curiosa di sapere se hai dei nipoti a cui racconti o leggi delle storie come questa.</strong><br />
«No, non ho nipoti, ma ho un figlioccio, l’ho visto crescere ed è stato un processo davvero meraviglioso… e questo mi ha aiutato a comprendere il rapporto nonno-nipote del film».<br />
<strong>Hai un ricordo particolare o un aneddoto dal set da raccontarmi?</strong><br />
«Abbiamo girato a Lincoln, un piccolo villaggio, e tutti si sono messi a diposizione della troupe tanto che il film è diventato è diventato un po’ di tutti una sorta di progetto della comunità!».<br />
<strong>Per finire devi togliermi un’altra curiosità: come Dr. Emmett Brown anzi, &#8220;Doc&#8221;, di <em>Ritorno al futuro</em>, hai fatto sognare mezzo mondo con l’invenzione macchina del tempo. Ma tu, hai mai sognato di viaggiare nel tempo?<br />
</strong>«Certo, andrei ovunque, specialmente nel passato, ad esempio in Gran Bretagna all’epoca dei primi celti nel 3000 A.C. per vedere con i miei occhi come è stata messa su Stonehenge! Ma anche i primi anni della comparsa dell’uomo sarebbero un viaggio affascinate…».<br />
<strong>E il futuro?</strong><br />
«…stiamo facendo progressi straordinari in ogni campo, la tecnologia avanza senza sosta, per cui sì, non sarebbe male vedere come sarà il mondo tra cento anni!».</p>
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		<title>Io, il mostro</title>
		<link>http://www.filmakersmagazine.it/archives/1928</link>
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		<pubDate>Mon, 22 Feb 2010 12:02:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[conversazioni]]></category>
		<category><![CDATA[parole]]></category>

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		<description><![CDATA[Nei panni dell’Uomo Lupo nel film di Joe Johnston, Benicio Del Toro si racconta a Filmaker’s in un’intervista esclusiva]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-1929" title="Benicio Del Toro in The Wolfman" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2010/02/Benicio-Del-Toro-in-The-Wolfman-340x350.jpg" alt="Benicio Del Toro in The Wolfman" width="340" height="350" /><strong>Nei panni dell’Uomo Lupo nel film di Joe Johnston, Benicio Del Toro si racconta a <em>Filmaker’s</em> in un’intervista esclusiva<br />
</strong><br />
di <strong>Francesco Cinquemani</strong><br />
<a href="mailto: francesco.cinquemani@gmail.com">francesco.cinquemani@gmail.com</a></p>
<p><strong>Hai interpretato tanti film. Ne produci uno ed è sui licantropi. Perché?</strong><br />
«Mi sono sempre sentito diverso. Mi è capitato spesso nel corso della vita. Intanto perché sono portoricano e sono cresciuto negli Stati Uniti. Sono un emarginato, faccio parte di una minoranza. Sono di razza latina, sono cattolico. Ho un grande senso di colpa che mi deriva dalla consapevolezza del peccato originale. Mi sono spesso sentito un mostro. È successo anche di provarlo all’interno della mia famiglia».<br />
<strong>Quando?</strong><br />
«Nell’istante esatto in cui ho detto che volevo fare l’attore. Mi hanno trattato come un pazzo. E in effetti bisogna essere folli per fare questo lavoro. La gente normale neanche lo considera un mestiere».<br />
<strong>Ti senti un mostro.</strong><br />
«Sì, (sorride) più spesso di quello che puoi pensare… un mostro e un emarginato».<br />
<strong>Anche ora?</strong><br />
«Sì, non hai una vita normale. A volte non puoi nemmeno passeggiare per strada da solo».<br />
<strong>Come scegli se interpretare un ruolo?</strong><br />
«Ci sono tre fattori che mi aiutano e che sono determinanti. Il copione, il regista e gli altri attori. Se due dei tre elementi sono validi, allora l’alchimia può portare a un buon film. Una buona storia con bravi attori. Un buon regista con una storia che funziona e attori scarsi può anche fare un capolavoro. Un buon regista senza una storia che regge e gli attori giusti, può forse riuscirci una volta, ma sarebbe un colpo di fortuna. Il vero problema in questo campo e a Hollywood è trovare una buona storia. È la cosa più difficile in questi tempi. Tanti registi bravi, tanti attori validi e così poche storie».<br />
<strong>Così può capitare di rivolgersi al passato</strong>.<br />
«È vero in <em>The Wolfman</em>, la storia funziona, andava bene negli anni 40. E regge ancora ai nostri tempi. È una grande favola nera. È romantica e horror insieme. È un archetipo. E poi ha un grande personaggio».<br />
<strong>L’uomo lupo. Ti affascina?</strong><br />
«Sì, fin da piccolo è stato sempre il mio mostro preferito. L&#8217;idea da cui è nato il film era di rendere omaggio al <em>Wolfman </em>del 1941 con Lon Chaney Jr di cui io sono sempre stato un grande fan. È stato il primo film dell&#8217;orrore che ho visto in vita mia. Gli altri si travestivano da Dracula, da Frankenstein, da Zorro, ma io da bambino ero il lupo, il lupo mannaro. Sempre il lupo. Lo sentivo vicino. Lo capivo. Era parte di me».<br />
<strong>Perché?</strong><br />
«Forse perché era il mostro del popolo. Non era nobile o borghese. Non era frutto di un esperimento sfuggito al controllo».<br />
<strong>Era una manifestazione del folclore popolare…<br />
</strong>«Sì, addirittura zigano». (Ride)<br />
<strong>Nel film si vede questo amore. Il classico Universal è affrontato con un rispetto oserei dire filologico.</strong><br />
«Sì, volevamo dargli quell’atmosfera retrò. Non stravolgerne né attualizzare il mito».<br />
<strong>È pieno di citazioni anche da altri film, tipo…</strong><br />
«Sì, <em>Il lupo mannaro di Londra,</em> <em>Il mistero del Tibet</em>…».<br />
<strong>Ma anche da altri film. Mi è sembrato di vedere un omaggio anche a un vecchio film inglese, di Terence Fisher, con Oliver Reed.</strong><br />
«<em>L’implacabile condanna</em>. Sì è il mio preferito. Sei il primo che se n’é accorto».<br />
<strong>Hai perfino la stessa frangetta di Oliver Reed e la stessa…<br />
</strong>«Camiciona bianca (ride). Che dici gli assomiglio un po’…?».<br />
<strong>A tratti sembri lui. Pure nello stile di recitazione.</strong><br />
«Mi fa piacere. Lo prendo per un complimento. Era un grande».<br />
<strong>E altri attori? I tuoi preferiti?</strong><br />
«Beh, prima c’era Mastroianni, ma se n’è andato. Poi c’è stato Brando e ci ha lasciato anche lui. Ora c’è rimasto solo Jack».<br />
<strong>Nicholson…</strong><br />
«Sì. È il più grande al mondo. Ci sono tanti attori. Grandi attori. C’è De Niro, c’è Pacino, c’è Hopkins. Loro sono grandi. Ma Jack è Jack. È unico».</p>
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		<title>Professione Stuntman</title>
		<link>http://www.filmakersmagazine.it/archives/1288</link>
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		<pubDate>Wed, 09 Dec 2009 13:12:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[conversazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Nasce la Stunt Concept International Academy, la prima accademia internazionale per stuntmen e stunt-coordinators, aperta anche alle donne. Claudio Pacifico ci racconta di cosa si tratta]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-1291" title="Claudio Pacifico " src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2009/12/Claudio-Pacifico-macchina-400x260.jpg" alt="Claudio Pacifico " width="400" height="260" /></p>
<p><strong>Nasce la Stunt Concept International Academy, la prima accademia internazionale per stuntmen e stunt-coordinators, aperta anche alle donne. Claudio Pacifico ci racconta di cosa si tratta</strong></p>
<p>di <strong>Luca Adami</strong><br />
<a href="mailto: lucadami@hotmail.it">lucadami@hotmail.it</a></p>
<p>Un uomo e il suo sogno sono i protagonisti di innumerevoli pellicole cinematografiche: c’è chi racconta storie fantastiche come accade in <em>Big Fish</em>, chi svela realtà psicologiche come Danny De Vito in <em>The Big Kahuna</em> e, sempre parlando di ‘big’, c’è chi attende con trepidazione l’inaugurazione della nuova Stunt Concept International Academy di Roma, una vera e propria scuola di formazione per stuntmen e stunt-coordinators che si propone fra gli obiettivi di base quello (e forse il più impegnativo) di diventare un nuovo punto di riferimento nel settore. A dirigerla lo stunt Claudio Pacifico, che ha partecipato tra gli altri a <em>King David</em> (1985) e <em>Giovanni Falcone</em> (1993), <em>Il talento di Mr. Ripley</em> (1999) e <em>Che – Guerriglia</em> (2008), realizzando anche come Coordinatore di Unità Stuntmen pellicole come <em>U-571</em> nel 2000 (film che gli valse la nomination al Taurus World Stunt Awards come ‘Best Water Work’) e <em>Maléna</em> di Giuseppe Tornatore. Nel 2002 ha ricevuto un’altra nomination come ‘Best Fight’ per <em>Gangs of New York</em> di Martin Scorsese. Abbiamo chiesto direttamente a lui di raccontarci l&#8217;avvio della sua carriera e la nascita della nuova accademia.<br />
<strong>Come è nata la tua attività di stuntman?</strong><br />
«Sono figlio d’arte, mio padre Benito Pacifico ha fatto questo mestiere per più di quarant’anni e purtroppo è venuto a mancare due anni fa. Da lui ho appreso il mestiere, è stato un amore a prima vista, cioè ci sono nato dentro».<br />
<strong>Che difficoltà hai incontrato nella realizzazione del progetto dell&#8217;Accademia?</strong><br />
«Moltissime. Sono ormai tredici anni che ho quest’idea e oggi fortunatamente si sta realizzando. In questi anni ho purtroppo incontrato parecchie realtà, anche politiche, che mi hanno ostacolato».<br />
<strong>E all’interno della scuola come intendi sviluppare le attività, i corsi, le attrezzature?</strong><br />
«Il circolo sportivo KiFlow ci dà la possibilità di usare la sua struttura: avremo una torretta, la palestra per la scherma, la piscina, e fuori c’è il parco per altri addestramenti specifici… insomma possiamo organizzare dei bei corsi».<br />
<strong>In riferimento alla squadra, la scuola sarà aperta anche alle donne, quindi delle future stuntwomen. Perché, secondo te, in Italia sono ancora poco considerate?</strong><br />
«Innanzitutto perché ce ne sono pochissime, e poi perché c’è un ambiente pressappochista: poche, pochissime produzioni chiamano dei veri professionisti. Il mio intento è proprio quello di creare una squadra di donne ben preparate per poter fare un lavoro più completo e molto più professionale».<br />
<strong>In un’intervista al Corriere hai detto che un bravo stuntman sa riconoscere i propri limiti, calcolare i rischi. Quindi fare lo stuntman è un modo per maturare e diventare adulti?</strong><br />
«Esatto, soprattutto per me che ho molte specializzazioni. Mi tocca avere sempre il buon senso acceso, no? Proprio per non incappare nell’onnipotenza. La realtà è che io mi sono fatto male un paio di volte nel mio mestiere, non in modo grave, ma per delle stupidaggini…».<br />
<strong>Sono cose normali: se uno sta tutto il giorno alla scrivania davanti a un PC gli viene male agli occhi, mentre se uno salta dai palazzi…</strong><br />
«Sì, è normale [ride]. Mi capita spesso di fare cose abbastanza difficili e allora il mio buon senso è quello che mi fa stare in guardia. Diventa un calcolo, una visione periferica completa di quello che stai facendo perché a volte nel fare un’azione devi calcolare anche il vento, il tempo, l’umidità, la luce, il caldo, il freddo».<br />
<strong>Recentemente hai lavorato in <em>Prince of Persia </em>della Disney e in <em>Preferisco il Paradiso</em> con Gigi Proietti. Che sensazione si prova a fare lo stuntman in un film?</strong><br />
«Magari dentro di me sono molto soddisfatto perché ho fatto tanto per quel film o per questo lavoro, però dopo la soddisfazione c’è subito l’autocritica. Mi rendo conto che tutto cambia in questa professione, non è mai la stessa cosa».<br />
<strong>Probabilmente l’accademia ti porterà via tanto tempo ma, in generale, che progetti hai per il prossimo futuro? </strong><br />
«Sull’accademia concentrerò tutte le mie forze per adesso. Se ho la possibilità o il tempo per fare altri lavori ben vengano. Ma l’accademia, intanto, è la prima tappa… il resto si vedrà».</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Vampiri d&#8217;autore</title>
		<link>http://www.filmakersmagazine.it/archives/1084</link>
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		<pubDate>Wed, 25 Nov 2009 10:45:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[conversazioni]]></category>
		<category><![CDATA[parole]]></category>

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		<description><![CDATA[Mentre gli americani preparano un remake di "Lasciami entrare", John Ajvide Lindqvist ci parla dei suoi nuovi progetti, tra cinema e letteratura]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-1085" title="John Ajvide Lindqvist" src="http://www.filmakersmagazine.it/wp-content/uploads/2009/11/John-Ajvide-Lindqvist-400x248.jpg" alt="John Ajvide Lindqvist" width="400" height="248" /></p>
<p><strong>Mentre gli americani preparano un remake di <em>Lasciami entrare</em>, John Ajvide Lindqvist ci parla dei suoi nuovi progetti, tra cinema e letteratura</strong></p>
<p>di <strong>Massimiliano Pistonesi </strong><br />
<a href="mailto: m.pistonesi@gmail.com">m.pistonesi@gmail.com</a></p>
<p>John Ajvide Lindqvist è uno scrittore fenomenale. Dal suo libro <em>Lasciami entrare</em> (tutti i suoi libri sono editi dalla Marsilio Editori) Tomas Alfredson ha tratto l&#8217;omonimo, e altrettanto bello, film. Entrambi, libro e film, sono horror, quindi siete avvisati fin da subito. Se poi diventate suoi fan godetevi anche il suo secondo romanzo <em>L&#8217;estate dei morti viventi</em> (il ragazzo vuole spaventare a tutti i costi), inutile dirlo: eccezionale anche questo.<br />
Noi, John Lindqvist, lo abbiamo incontrato e vi garantiamo che di horror questo signore non ha proprio niente, anzi. Personaggio brillante, se non addirittura buffo in qualche momento, ma sincero e aperto come le sue storie, confessa una passione per i film di Bava, Fulci e Argento.<br />
<strong>Prima di iniziare a scrivere hai fatto diversi mestieri&#8230;</strong><br />
«Volevo diventare un mago, ho vinto anche dei premi ma non è andata, così ho cominciato a fare il cabarettista, anche per strada, l&#8217;ho fatto per dodici anni. In seguito ho scritto per la tv, pezzi comici per attori».<br />
<strong>Trovi differenza tra lo scrivere per la tv e scrivere un romanzo?</strong><br />
«No, credo che invece mi abbia aiutato».<br />
<strong>Ma come sei passato dalla commedia all&#8217;horror?</strong><br />
«Intanto voglio dire che i due generi hanno più similitudini di quanto si possa pensare. Entrambi descrivono una situazione realistica con cui tutti possono relazionarsi e poi in quel contesto infilano dentro l&#8217;insolito, che nella commedia è qualcosa che fa ridere mentre nell&#8217;horror potrebbe essere un vampiro».<br />
<strong>Cosa ti ispira per iniziare una storia?</strong><br />
«Inizio sempre da un&#8217;immagine. Poi vado alla ricerca di una storia dove sistemare quell&#8217;immagine e così inizio a mettere ordine a tutte le suggestioni che provo allora sono pronto perché mi basta mettere ordine a questo caos e inizia la scrittura».<br />
<strong>Leggendo <em>Lasciami entrare </em>si provano diverse sensazioni e si sente una grande malinconia</strong><br />
«Lasciami entrare è un&#8217;autobiografia. Oscar (il protagonista di 13 anni ndr) vive nello stesso quartiere dove vivevo io quando avevo la sua età. Frequenta la mia stessa scuola e ha gli stessi problemi con i suoi coetani che avevo anch&#8217;io. In più è solo come lo ero io, l&#8217;unica cosa in cui differiamo e che io per vicino di casa non avevo un vampiro. All&#8217;epoca vedevo la vita molto cupa e provo ancora quelle sensazioni quando ritorno con la memoria a quei giorni».<br />
<strong>Quando è uscito nei cinema molti hanno parlato dell&#8217;anti-Twilight</strong><br />
«Sì, lo so che in molti l&#8217;hanno detto e potrebbe essere vero, come è vero che è anche anti-<em>Star Wars</em>, o anti-<em>Il postino</em>. Ma queste cose riguardano la critica. Per quanto mi riguarda quando Tomas Alfredson mi ha mostrato le prime scene montate di <em>Lasciami entrare</em> io ero in estasi perché vedevo quello che avevo in mente mentre scrivevo, qualcosa di orrorifico e sentimentale».<br />
<strong>Comunque nel vedere il film e leggere il romanzo si sente questa intimità</strong><br />
«Sì, è vero. Sai che molti hanno parlato di <em>Lasciami entrare </em>tirando in ballo Ingard Bergman».<br />
<strong>Ma davvero?</strong><br />
«Sì, soprattutto gli americani e i francesi. <em>Lasciami entrare</em> è il film svedese che ha incassato di più negli Stati Uniti dopo <em>Fanny e Alexander</em>».<br />
<strong>Però ora gli americani si preparano a fare un remake.</strong><br />
«Sì e sarà diretto da Matt Reeves (il regista di <em>Cloverfield</em> ndr)».<br />
<strong>Ti hanno contattato per tentare di coinvolgerti nel progetto?</strong><br />
«Con Matt Reeves ci siamo scambiati delle mail, mi ha detto che lui non vuole fare il remake del film di Alfredson, ma vuole partire da capo dal libro. La cosa mi ha fatto piacere, però la cosa finisce qui, Per quanto mi riguarda il film perfetto tratto dal mio libro lo hanno già fatto».<br />
<strong>Ti dispiace che non abbiano cercato un regista svedese per dirigerlo?</strong><br />
«Ho sempre avuto un&#8217;idea chiara al riguardo. Per me un regista non dovrebbe mai lasciare il suo paese. Prendiamo Ingard Bergman oppure Federico Fellini, non sono mai andati in America o lasciato il loro paese per fare i loro film, e questo deve significare qualcosa, no?».<br />
<strong>Anche il tuo secondo libro <em>L&#8217;estate dei morti viventi </em>diverrà presto un film</strong><br />
«Sì, anche qui si sono già fatte avanti cinque produzioni americane e inglesi per farne un film».<br />
<strong>Tutto nel segno dell&#8217;horror, vampiri, zombi&#8230;</strong><br />
«Il mio tentativo è quello di considerare queste creature in un contesto reale, voglio dire, ma se esistessero davvero cosa farebbero? Non credo che un vampiro sia così romantico come viene spesso rappresentato. E anche uno zombi che farebbe? Io penso che se ne ritornerebbe a casa sua. Sono un fan dell&#8217;horror italiano tra l&#8217;altro».<br />
<strong>I mostri siamo noi</strong><br />
«Bè non vedo in giro vampiri o zombi».<br />
<strong>Ma in Svezia come è vissuto il tuo successo internazionale?</strong><br />
«Sono tutti stupiti. Ma non per me, è che noi svedesi siamo sempre stupefatti quando qualcosa che facciamo ha risonanza fuori dai nostri confini, quando qualcuno si accorge che esistiamo».<br />
<strong>Progetti per il futuro?</strong><br />
«Scrivere, ed essere felice. Scrivere serve a tenere a bada il mio lato oscuro. E poi volevo far notare una cosa di cui nessuno si è accorto: tre capitoli di <em>Lasciami entrare</em> finiscono con una citazione della <em>Divina Commedia</em>».</p>
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