Segreti e cataclismi

2012

Con 2012 e Gli abbracci spezzati, Emmerich e Almodovar dominano il botteghino ma strappano al pubblico qualche sbadiglio

di Sandra Capitano
sandracapitano@gmail.com

E mentre Obama, insieme con la Cina, comunica da Singapore che non ha fretta di accordarsi sulla lotta al cambiamento climatico (declassando l’attesissimo vertice di Copenaghen previsto a dicembre), ottocentomila italiani, quasi in un bramoso bisogno di catarsi collettiva, assistono all’insurrezione della natura contro l’uomo in 2012, l’ultimo film di Roland Emmerich, al primo posto questo weekend, con 5 milioni di euro d’incasso in 532 sale.
Per i restanti, forse già esausti dopo Independence Day del 1996 e The Day After Tomorrow del 2004 (sempre del tedesco Emmerich), è stato invece il fine settimana de Gli abbracci spezzati (1 milione di euro in 350 sale), dal regista spagnolo Almodovar, esperto in debolezze-umane, amore-e-passione (anche omosessuale) e segreti-di-famiglia-non-rivelati.
Ma se per 2012 la noia era oltremodo garantita, la pelicula spagnola ha tediato alla sprovvista, colpendo tutti coloro che hanno deciso di soffermarsi al primo livello di lettura.
È vero che non è uno dei suoi migliori capolavori. È vero anche che la trama ha un limitato mordente. Così come sembra plausibile sostenere che qualche sbadiglio durante i 129 minuti ci sorprende. Ma è altrettanto doveroso rimarcare che il film è un ricco condensato di riferimenti e di innumerevoli auto-citazioni. Chi non ha visto Tacchi a spillo nel lontano 1991, o Kika nel 1993, avrà ugualmente apprezzato i cinquanta secondi di primo piano che Almodovar dedica alle decoltè a spillo scamosciate rosse della Cruz, in una delle scene più teatrali del film. Anche i più disattenti, saranno riusciti a collegare che “il film nel film” altro non è che Donne sull’orlo di una crisi di nervi del 1988 e che molte delle apparizioni, sono i camei che il regista elargisce alle sue icone di sempre. Ma ciò che colpisce interamente è il tema trasversale di ogni suo film, anche qui riproposto: il segreto. Quello trattenuto e omesso per anni, ma che poi ingenuamente, viene svelato dagli stessi protagonisti, più che mai candidi e puri.  E visto che li portano alla luce con sincera lealtà, li si giustifica, così come si fa con ogni debolezza umana («L’ho fatto perché ero gelosa», confessa Blanca Portillo, tracannando gin), dimenticando che le stesse bugie dette, hanno distrutto vite, condotto alla cecità o portato a conseguenze immodificabili, solo qualche istante prima. Ma se questa verace e sfaccettata spontaneità dei personaggi (tutta spagnola) è rimasta invariata rispetto al primo-Almodovar (molto meno patinato), lo stesso non accade con la gelosia. Ne Los Abrazos Rotos è resa piatta, descrittiva o talmente estremizzata da risultare troppo pulita e quindi poco credibile e partecipata dallo spettatore (siamo lontani anni luce lontani dall’ossessione omicida di Carne tremula).
Ciò che rimane immutata è invece la passione. Ma non quella tra Lene e Mateo/Harry, (e neanche di Ernesto per Lene), quanto quella che Almodovar vive e trasmette per la sua Cruz, quale musa ispiratrice in un connubio perfetto. Ed è forse ciò che realmente si va a vedere. L’amore di un regista per la sua dea. E lei, ammettiamolo, ha sempre avuto l’eccellenza di riuscire a sdebitarsi.

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