Nemico pubblico

Michael Mann racconta il mito di Dillinger, ma è il risultato è un prodotto paratelevisivo ben confezionato non all’altezza dei suoi capolavori
di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com
John Dillinger è stato l’ultimo eroe romantico. L’ultimo cowboy giustiziere, l’ultimo mito della frontiera. C’è poi il fatto che è vissuto davvero, fatto di carne e ossa, ed è vero che tra la fine degli anni Venti e gli inizi dei Trenta del secolo scorso era diventato una sorta di leggenda vivente. Famoso e ammirato come una star del cinema, una leggenda vivente. Di mestiere rapinava banche. Ma a renderlo famoso non era tanto questo, quanto il modo in cui le rapinava: velocissimo, elegantissimo lasciava ai clienti delle banche i loro soldi in tasca, non diceva parole volgari in presenza delle signore. A lui interessavano solo i soldi delle banche.
È su questo personaggio che Micheal Mann costruisce il suo film con Johnny Depp, bravissimo, nei panni del gangster, e Christian Bale nel ruolo dell’agente dell’FBI Melvin Purvis che gli dà caccia senza quartiere. Potremmo pure finirla qui. Sì, perchè Nemico pubblico è un grande prodotto, ben confezionato, senza sbavature apparenti ma è un prodotto e non un film. Questo dispiace perché Michael Mann è un regista che ci ha abituato bene, fin troppo bene: Manhunter, Heat, The Insider, e ci metterei anche Collateral. Micheal Mann è uno che con la macchina da presa ci sa fare e da uno così ci si deve aspettare di meglio. Nemico pubblico è un film che pretende di reggersi sulle spalle degli attori perché costruito su una storia esile. Ci sono buoni momenti, grandi sequenze ma l’insieme non è compatto, non tiene. Johnny Depp fa una buona figura mentre Christian Bale interpreta un personaggio monodimensionale con una maschera di pietra senza nessuno spessore. Tutto questo ha il limite di azzerare la descrizione e l’atmosfera del periodo in cui il gangster Dillinger agiva.
Fare paragoni non è mai cosa carina però certo tornare indietro e pensare al Dillinger di John Milius… bè quello era un altra cosa. Non che Michael Mann non possa reggere il confronto con il cinema ormonale e fisico di Milius ma è che qui l’operazione sembra paratelevisiva, basta vedere la cromatura del film interamente girato in digitale, una fotografia anonima che non disegna niente. Perché Mann c’è cascato? Forse aveva paura di rifare un Heat ambientato negli anni Trenta? Alla fine solo una gran confusione che non lascia capire dove il regista volesse andare a parare. Eppure spunti ce n’erano. Basti pensare che Dillinger rapinava banche in piena depressione con un paese, l’America, in piena crisi economica e questo avrebbe fornito il fianco a una riflessione sui soldi, sugli affari, sui rapporti malati fra istituzione e potere economico, e senza rinunciare allo spettacolo. Alla fine il film non è né buono né cattivo. Ma manca quella sana dose di cinismo che serve nell’affrontare figure storiche del genere.
Ma qualcosa a Mann è sfuggito e, forse, noi abbiamo perso qualcosa.


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