Poeti

I Poeti di Toni D’Angelo vagano invisibili tra le folle delle città, protagonisti misconosciuti di una realtà che li ignora e non li comprende
di Antonio Napolitano
antonionapolitano80@libero.it
Cosa sono i poeti? A cosa servono? Ma soprattutto servono a qualcosa davvero?
Sporchi, lerci, immondi, maledetti, matti, stravaganti, umili, offesi, albatridenoantri, lirici romantici, stupidi istrioni, eleganti violentatori del verbo…
Fare un documentario su dei poeti è alquanto pericoloso, sia perché parole, suoni, impressioni, emozioni una macchina da presa difficilmente può coglierli nella sua pseudo eternità, sia perché fare poesia rappresenta una scelta decisa: decidere di non essere qualcosa.
Toni D’Angelo, che ha presentato il documentario Poeti nella sezione Controcampo Italiano alla 66ª Mostra Internazionale del Cinema a Venezia, è alquanto coraggioso. Non solo ha corso questo rischio trattando di poesia, ma ha rilanciato la posta in gioco, dando come titolo un sostantivo che potrebbe categorizzare uomini e donne che proprio in quanto tali una categoria non hanno.
Ma Poeti si vede con piacere non solo per la storia/le storie che si raccontano, ma anche per come le si racconta/no. Il regista accarezza l’esperienza di questi uomini senza entrarci dentro, autoescludendosi come persona fisica e facendo parlare esclusivamente lo strumento con cui racconta. Così succede anche per le musiche che scalfiscono e graffiano il ritmo romantico della narrazione o la fotografia che alterna una splendida luce chiara e definita della poesia a un livoroso e squarciante spazio visivo della quotidianità.
I poeti non ci appaiono artefatti, mai ripresi in un cer(l)ebralismo fine a se stesso. Sono essi stessi. Al di là della loro grammatica, sintassi ed espressione artistica. Poeti come i continui tram inquadrati che percorrono con straordinario ritmo continuo la città eterna. Essere poeti a Roma è completamente diverso che esserlo a Rotterdam. E la città nel documentario è una splendida attrice non protagonista che non parla mai che appare in ogni scena e la senti più che mai.
In più c’è da dire che il complesso rapporto poesia-cinema, che autori come Pasolini utilizzavano come strumento di amplificazione, qui diventa strumento di assenza. Non c’è quello scontro tra arti e mondi eterogenei che sembrerebbe scontato, ma piuttosto alternando filmati di repertorio (che sono quadri del nostro passato) a immagini quotidiane di autobus, tram, metro non emerge uno scontro né visivo né verbale ma un accettazione di piani paralleli della stessa realtà. Della stessa vita.
Il poeta è il suo contesto e la sua stanza dove ama essere ripreso non è la stanza del potere dove ospitare la puttana del re ma il luogo in cui il re vedendosi allo specchio percepisce egli stesso di essere una puttana. In questo caso il re non è semplicemente il premier di turno, ma siamo noi. Noi non poeti che non a caso non appariamo mai nel documentario. O se compariamo siamo talmente inutili, vani, vanagloriosi che non me ne sono accorto. I poeti non sono mai in mezzo alla gente. Percorrono i luoghi, li vivono, li affiancano, ma i volti delle persone normali in mezzo a loro scompaiono, si dileguano.
Quello che nella realtà invece accade al contrario. Sono i poeti ad essere invisibili e a morire nell’imbarazzo e nella povertà di una società che non li ha mai compresi né in senso intellettivo né in senso inclusivo.


[...] documentario Poeti di Toni D’Angelo, presentato nella sezione Controcampo Italiano della 66a edizione della [...]