Marpiccolo

L’Ilva e la polvere rossa, la mafia e il mare di Taranto, nell’ultimo coraggioso film di Alessandro di Robilant
di Stefano Papalia
stevenpap@hotmail.it
Sullo sfondo di Marpiccolo, dietro a tutti e davanti a tutto, c’è Taranto, la città del porto, la città del sud Italia e della Puglia. La città dell’Ilva, la grande industria siderurgica, criticata spesso per l’inquinamento prodotto. In conferenza stampa è lo stesso regista del film, Di Robilant, che racconta la sua personale esperienza sul set, parlando di una polvere rossa che si respira e che si poggia sulle mani. Loro, quelli che il film l’hanno girato, in questa città ci sono stati poco tempo; gli altri, quelli che lì ci vivono e che all’Ilva sono costretti a lavorare per non morire di fame, la respirano da sempre. A Taranto, la terza città più inquinata del mondo e la prima più inquinata d’Europa, il tasso di mortalità è più alto che in ogni altra parte d’Italia.
È in questo clima e in questo posto fatto di cose sbagliate e di sogni di fuga, che si ambienta il film, che viene messa in scena una storia a metà tra un’onnipresente mafia locale e i sentimenti intensi che soli riescono a tenere vivi. Tutto ruota intorno alle vicende di Tiziano, l’esordiente e convincente Giulio Beranek, di professione giostraio. Lui, un ragazzo non ancora maggiorenne che è costretto a rimpiazzare il ruolo dell’uomo di casa dopo che il padre ha perduto la cognizione della realtà. Lui, ribelle perché costretto dalla vita dura che nel quartiere Paolo IV di Taranto si fa. Lui, che in tutto questo è capace di amare davvero e proteggere con tutto ciò che può, sua sorella, sua mamma e la sua ragazza Stella (l’altra giovane esordiente Selenia Orzella). Lui, che si scontra con il boss locale Tonio e che per miracolo non muore, ma che poi entra in quel circolo vizioso da cui spesso non si esce più. Lui, che finisce in riformatorio per aver fatto qualcosa che non poteva evitare di fare e dove all’inizio rischia di morire, ma poi finisce col rinascere grazie all’aiuto inaspettato del direttore-professore; e alla domanda di un giornalista: «ma sono davvero così perfetti i riformatori pugliesi?» il regista risponde: «no, ma in realtà tanto difficili come quella affrontata, è molto più facile incontrare uomini straordinari che si caricano sulle spalle intere vite, senza chiedere né ricevere nulla in cambio». Difficile scorgere la differenza tra la sensazione di prigionia di quel riformatorio e quella fuori, stretta tra i confini di una città e ancora prima di un quartiere, che non ti lascia scappare, che t’incastra e t’ingoia l’anima. Più volte viene inquadrato e messo al centro di tutto il mare, ma è un mare sporco in cui si ha paura di entrare perché «si potrebbe bere un sorso di quell’acqua e morire», un mare che non trasmette libertà, che fa solo da confine tra Taranto e il resto del mondo. E poi viene messa in risalto l’energia e la tenacia delle donne del posto che non hanno paura perché non possono averne e che lottano per la propria famiglia e per i propri figli contro i potenti e i poteri che si dimenticano di ogni cosa. All’interno del degrado e della prigionia l’unica via di scampo sembra essere la lettura, grazie a cui si può viaggiare senza doversi muovere, che ti fa vedere posti lontani anche se resti fermo. Toccante la scena in cui padre e figlio si abbracciano all’uscita dal riformatorio.
Ottima e convincente la prova degli attori, soprattutto dei due esordienti assolutamente in grado di trasmettere le proprie emozioni e sensazioni. Ottime regia e scenografia, capaci di creare uno spaccato di vita in uno dei quartieri più difficili del nostro Paese. Ottimo e consigliato il libro da cui questo film prende vita: Stupido di Andrea Cotti, che è anche sceneggiatore.

