Il nastro bianco

Vincitore della Palma d’Oro, il film di Haneke è un freddo esercizio intellettuale che non fa concessioni allo sguardo dello spettatore
di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com
Esce sugli schermi Il nastro bianco di Michael Haneke, Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes. Film dallo spessore fin troppo intellettuale, o forse, ed è questo il sospetto che sorge nel vederlo, pretestuosamente intellettuale, volutamente freddo e distante dalle emozioni.
Germania 1913, in un piccolo villaggio iniziano ad avvenire strani eventi criminosi che sembrano delle punizioni eseguite attraverso strani rituali. La quiete del villaggio è scossa da questi fatti e tutti cominciano a interrogarsi su chi potrebbe essere l’autore, visto che sicuramente è un membro della comunità. A essere coinvolti maggiormente nella vicenda sono il medico del paese, la famiglia baronale e padronale del posto, il pastore della chiesa e il maestro della scuola. Il tutto avviene all’interno di un mondo consolidato di convinzioni e ruoli, un mondo antico e chiuso.
Dopo aver visto Il nastro bianco viene da domandarsi come possa aver vinto un premio come la Palma d’Oro. Sì perchè il film rispecchia una visione da Festival, ovvero fatto più per concorrere a un concorso piuttosto che andare incontro ai gusti del pubblico. Sembra, ed è, una polemica ormai vecchia ma Il nastro bianco è un film troppo formale, volutamente costruito ed eccessivamente controllato nella sua presentazione e tutto a discapito della storia, che c’è e avrebbe potuto portare lontano, e della psicologia dei personaggi che sono ridotti a un’espressività monodimensionale penalizzando parecchio un’indagine, che sarebbe potuta anche essere più morbosa, che avrebbe reso questo film fastidioso e intrigante.
Per il resto è un film costruito al millimetro. La regia di Haneke è da vero mestierante e professionista; la scelta di girarlo per intero in bianco e nero è funzionale; ma soprattutto emerge una grande recitazione e direzione degli attori. Se poi vogliamo fare qualche richiamo si può vedere come questo film sia impressionista nella sua scelta, e in alcuni punti, quelli con il pastore protestante, strizzino l’occhio al Bergman di Fanny e Alexander.
Insomma, Haneke si è ritrovato per le mani un grande progetto a cui è mancato il coraggio di andare fino in fondo rischiando anche eccessi o sbavature ma avrebbe reso molto di più sul lato emozionale. Alla fine quello che manca a questo film sono proprio sentimenti ed emozioni, completamente soppressi. Anche se alla fine la denuncia che si vuole fare è ben evidente – il conformismo opprimente, il bigottismo etico della religione, il conflitto di classe con annesse ingiustizie sociali – manca quell’ammiccamento al pubblico, e si rischia di essere irritati con questo film cerebrale. Va da sé che poi i gusti non vanno discussi, ma ogni tanto una piccola concessione a chi vede si può pure fare.

