Lebanon

Leone d’oro all’ultimo festival di Venezia, il film dell’israeliano Samuel Moez mette in scena l’insensatezza claustrofobica della guerra
di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com
Lebanon è un film che ti prende alle viscere, è qualcosa che ti colpisce dentro senza lasciarti un attimo di tregua e non smette quando il film finisce. Lebanon è un film esperenziale che si sedimenta nella coscienza, ma non c’è niente di cerebrale o calcolato, qui non siamo di fronte a nessuna operazione contraffatta e spacciata per arte. Questo film fa arte partendo dalle emozioni, e punta dritto all’emozione più primitiva e primordiale: la paura. Perché Lebanon parla di guerra, di soldati, di giovani che vedono il loro futuro bruciato nei campi di battaglia, e anche se ce la fanno a tornare a casa, di quello che erano prima di finire al fronte non rimane più niente, perché i sogni vengono ammazzati dalla guerra.
Samuel Moaz è praticamente quasi un esordiente a quarantasette anni, e per il momento gli è capitato di vincere, tra gli altri riconoscimenti internazionali, il Leone d’Oro all’ultima Mostra d’Arte cinematografica di Venezia. Ma speriamo vivamente, scusate la presa di parte, che il successo di Lebanon continui.
La storia è ambientata nel 1982, durante la prima guerra del Libano, una pattuglia di fanteria israeliana deve dirigersi all’interno di una cittadina in territorio nemico, a scortarli un carro armato. I soldati sono tutti dei ragazzi ma lo sono soprattutto i quattro carristi, sono loro i protagonisti. Moaz affida il suo punto di vista a Smhulik, artigliere del carro armato. Tutto quello che succederà lo vedremo attraverso i suoi occhi e il visore del suo puntatore con il quale scruta il mondo esterno, i suoi commilitoni, le vittime del conflitto. Succederà che la pattuglia sbaglierà strada dirigendosi verso un punto morto, con i nemici che li iniziano ad accerchiare.
Storia di tensione, di suspense. Sì, anche, ma molto di più. La paura dicevamo, la paura che ti prende quando non sai che fare e in ballo c’è la pelle, soprattutto quando bisogna sparare al nemico e farlo fuori e il giovane Smhulik ha paura di non farcela perché prima di allora aveva solo sparato a “bidoni”. Paura di non uscirne vivi. È quello che i quattro carristi provano quando si guardano fra di loro.
Lebanon è un film radicale non solo perché racconta la guerra non dalla parte delle divise ma di uomini in carne e ossa, ma è un film estremo per la scelta di rappresentazione che il suo regista ha compiuto. Girato tutto in interni, all’interno dell’abitacolo del carro armato, il film si costruisce su tre binari, una regia stretta sui volti degli attori, dialoghi serrati, e gli esterni visti nella parzialità di un mirino. In più c’è una voce raschiosa che viene dalla radio che impartisce ordini alla truppa.
Film estremo e di paura, perché le situazioni in cui si ritrovano i personaggi di questa pellicola li costringe a scelte su cui è impossibile esprimere giudizi morali o trovare risposte umane convincenti.
In più metteteci che Lebanon è un film biografico in un certo visto che Samuel Moaz era carrista e ventenne durante la prima guerra del Libano, quindi il film non si costruisce sulla fantasia o sulle testimonianze ma arriva diretto da chi ha visto, da chi purtroppo ha dovuto sparare.
Come poterlo capire? Hai venti anni e arriva qualcuno che ti mette un fucile in mano e ti spedisce ad ammazzare quello che lui chiama nemico. E poi ti ritrovi al fronte con il dito sul grilletto e non sai cosa fare, non sai più a cosa credere. Eccola la guerra che ci racconta Lebanon, la guerra che ti sfila l’anima anche se rimani vivo, perché anche se torni a casa sano e salvo tu sei morto lì. Lebanon parla di tutte le guerre perché fino a oggi le hanno fatte gli uomini. Da vedere.





