L’Italia del nostro scontento

Un documentario a tre voci – Elisa Fuksas, Francesca Muci e Lucrezia Le Moli – per raccontare ambiente, giovani e politica di un paese in continua trasformazione, un affresco polifonico per capire veramente chi siamo
di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com
Comincia con una riflessione sulla bellezza il documentario L’Italia del nostro scontento, presentato a Roma nella sezione L’Altro Cinema e realizzato da Elisa Fuksas, Francesca Muci e Lucrezia Le Moli a partire da un’idea di Franco Scaglia. Tre capitoli di vita italiana per raccontare l’“Ambiente”, i “Giovani” e la “Politica” del nostro paese, attraverso un collage polifonico di testimonianze spontanee e frammenti d’immagine. Se Elisa Fuksas si interroga sulla costruzione sociale del paesaggio, mettendo a confronto voci d’autore (da Winspeare a Olivero Toscani) e sguardi di periferia, Francesca Muci attraversa l’universo giovanile riproducendone la multiforme varietà geografica, sociale e politica, restituendoci l’immagine di una generazione sfuggente, variegata, ma fortemente consapevole, scissa tra la voglia di apparire e quella di cambiare. Lucrezia Le Moli fa invece il punto sulle contraddizioni politiche del nostro tempo, esplorando come gente comune e giovani professionisti, lavoratori e disoccupati esprimono, ciascuno a suo modo, idee politiche e punti di riferimento ideologici. Un affresco a tre voci, dunque, per raccontare chi siamo e dove stiamo andando. Ora visionario e immaginifico, ora fatto di parola e giornalistico, il documentario si sviluppa attraverso tre stili e tre approcci diversi, mantenendo comunque una sua straordinaria unità di fondo e una profonda comunione d’intenti.
Abbiamo chiesto ad Elisa Fuksas e Francesca Muci di raccontarci le origini di questo progetto.
Alcuni dei personaggi che compaiono nel capitolo “Ambiente”, da Winspeare agli abitanti di Tor Bella Monaca a Roma, dicono che oggi gli architetti disegnano senza guardare, senza vivere in prima persona il territorio che andranno a modificare. È realmente così?
E.F: «Non credo che oggi gli architetti vivano separati dall’ambiente che progettano. Credo che le parole del ragazzo di Tor Bella Monaca siano semplicemente dettate dalla rabbia. A volte, come nel caso del Corviale, sempre nella periferia romana, si è arrivati a delle vere e proprie aberrazioni, tanto che l’architetto che lo ha progettato si è suicidato. Bisognerebbe esaminare i casi particolari, ma in generale posso assicurarti che gli architetti non fanno altro che camminare a piedi col naso per aria ad osservare la realtà che li circonda!».
Come avete selezionato i giovani che hanno raccontato i problemi delle nuove generazioni?
F.M.: «Semplicemente andando in giro in motorino. Li trovavo per strada, li fermavo e cominciavo a parlarci. Molti di loro non sapevano neanche cosa stessi girando esattamente. Ho preferito che il progetto rimanesse implicito per non alterare il loro pensiero, per lasciarli liberi di esprimere le loro idee sulla loro vita e il Paese in cui vivono».
EF: «Io invece ho dovuto scartare qualche testimonianza. Non so perché (ride), ma la gente, quando si trova davanti a una telecamera, inizia a parlare di qualunque cosa, pure della lavatrice che non gli funziona. Uno, ad esempio, ce l’aveva a morte con Asor Rosa. Altri invece parlavano male della casa del vicino per invidia personale… Ma a parte questi casi, che ho deciso di non includere nel documentario, le altre sono state testimonianze preziose. Ho trovato ad esempio una classe di studenti americani molto intelligenti che mi hanno aiutato a raccontare l’Italia come un prodotto che è ancora in vendita ma che in realtà non esiste più. Tutto quello che oggi viene definito come “made in Italy” spesso fa riferimento a un prodotto che non c’è. Se ti guardi in giro, ormai il cibo è orribile, il vino è di scarsa qualità, le donne sono di plastica…».
E cosa emerge dalle testimonianze raccolte?
F.M.: «Innanzitutto uno scarso senso di appartenenza. Quando chiedevo ai giovani che impressione avessero del Paese dove vivono, mi rispondevano sempre riferendosi al loro quartiere. Il Paese è il loro quartiere, non c’è un senso di appartenenza che va al di là dei confini del posto in cui abitano. E poi c’è una grande voglia di apparire, di farsi conoscere. Moltissimi di quelli che ho incontrato sognavano di entrare al Grande Fratello…».
Il documentario è diviso in tre parti, ciascuna realizzata da un’autrice diversa, ma c’è una grande coerenza stilistica, come fosse un’opera sola. Da cosa è dato questo senso di unitarietà? Avete lavorato insieme?
E.F.: «In realtà ci siamo incontrate pochissime volte. Abbiamo lavorato separatamente. Poi la colonna sonora indubbiamente ci ha aiutato a dare al tutto un senso unitario e una coerenza di fondo. Ma anche l’autore delle musiche ha lavorato per conto suo…».
F.M.: «Forse il senso di unitarietà nasce dal fatto che siamo donne e che in fondo parliamo tutte degli stessi problemi, ma poi ciascuna di noi ha il proprio sguardo sulle cose…».

