Sotto il Celio Azzurro

Nel documentario presentato a Roma per “Alice nella città”, l’educazione infantile e il dialogo fra le culture secondo Edoardo Winspeare
di Angelo Mozzetta
angelomozzetta@tiscali.it
Edoardo Winspeare, regista italiano fuori concorso al Festival di Roma 2009, ci racconta la nascita del suo documentario Sotto il Celio Azzurro, ambientato in un asilo romano: «L’idea non è mia ma dei produttori Graziella Bildeshaim e Paolo Carnera, che hanno entrambi un figlio lì e mi hanno chiesto di fare un documentario sull’argomento. All’inizio non ero così convinto, per cui mi sono riservato di visitare questo asilo per una settimana e prendere una decisione successivamente. Dopo quella settimana ho accettato con grande piacere, e allora abbiamo seguito per un anno la vita del Celio e abbiamo fatto questo documentario».
Winspeare ci tiene a redistribuire i meriti del film: «Io compaio come regista, ma dovrebbe essere firmato, insieme a me, da Luca Benedetti e Sara Pazienti, che sono i montatori, e poi in primis dalla produttrice e dal direttore della fotografia. È un film quasi collettivo. Anche se firmo io come regista, in fondo ho fatto di più l’operatore. Il direttore della fotografia è l’ideatore e ha curato e finalizzato la fotografia. La struttura, anche se discussa insieme a me, è più un’idea dei montatori».
Il tuo vero apporto alla causa è quindi più nel contenuto che nello stile?
«La mia impronta è più un interesse morale, verso i giovani soprattutto. Uno sguardo di passione e di partecipazione alle vicende dei miei “fratellli umani”. Io amo molto il mio Paese, che è purtroppo sempre più volgare e cinico, e in questo senso l’esperienza di Celio Azzurro è veramente esemplare. È un raggio di luce in una notte buia. Cito sempre quella frase di Borges: “Queste persone, di cui ignoriamo l’esistenza, stanno salvando il mondo”: il tipografo che compone quella pagina che non ama, ma lo fa bene; chi è contento che sia esistito Stevenson, chi accareza un animale quando nessuno lo vede. Queste persone salvano il mondo, non i grandi eroi. È un’altra versione della frase di Brecht “Il teatro è il paese che non ha bisogno di eroi, ma di eroi quotidiani”. Questi maestri del Celio sono eroi quotidiani».
Gli intenti del film allora non sono soltanto di pubblicizzazione e promozione dell’asilo in sé, quanto dello spirito che lo anima…
«Intanto speriamo che il Celio si possa salvare, e poi che diventi metafora per una scuola diversa in Italia. Quello che ho imparato da questi maestri è che non è così difficile trasmettere dei valori e delle idee positive se ci si crede fino in fondo. Sta tutto lì: con la passione, con l’amore, hai già fatto il 70% del lavoro. Poi devi essere un buon pedagogo, avere una metodologia e soprattutto una grande dedizione al lavoro».
Un inno al voler fare?
«Sì, a voler far bene le cose. Penso spesso che una caratteristica italiana era quella di fare un buon artigianato, e loro sono dei buoni artigiani dell’educazione».
Un concetto che nelle scuole italiane, di tutte le età, si trova sempre più di rado…
«Conosco molto bene la realtà delle scuole perché ci ho lavorato. I maestri sono spesso stufi, scocciati, dicono che i ragazzi sono bestie, capre… però se si decide a
priori che siano così, quelli verranno fuori ancora peggio. Ancora più importante in questo senso è la scuola materna, perchè è da lì che inizia tutto. In Italia si pensa sempre “Che posso fare io?”, tanto l’ambiente fa schifo, la società fa schifo, la mafia, il clientelismo, Berlusconi… quindi io non posso dare niente. Invece no. Ognuno di noi può fare qualcosa, e questi maestri non è che si ergano a fini intellettuali o inventori di un metodo, anzi: sono persone normali, dotate di un talento da pedagoghi, che semplicemente vogliono fare bene le cose. Queste persone ci sono, e penso di averle scovate grazie a Bildeshaim e Carnera. A me piacerebbe fare un documentario del genere su un artigiano, un pescatore, un montatore. Una persona che fa bene il suo lavoro, che non si imbosca: anche con allegria, perché ci vuole. Anche con leggerezza, che dovrebbe essere la soluzione per il nostro paese. I tedeschi ad esempio riescono a fare le cose con serietà e gravità, e poi si divertono in vacanza. Noi riusciamo soltanto se manteniamo quel tono di leggerezza, specialmente da Roma in giù».
A chi è dedicato il film?
«Il film è dedicato a Giulia, una maestra fondatrice che non c’è più. Io dedico sempre il film al santo patrono, nonostante anche questo sia un film profondamente laico, quindi San Pietro e Paolo, ma è più un mio vezzo, un po’ per scaramanzia».
Hai trovato qualche disagio nel filmare soggetti che non sono attori professionisti?
«È stato molto divertente. Il particolare di questa scuola è che i maestri sono per metà uomini, e gli uomini si mettono più in evidenza delle donne, e hanno preso un pò la scena, però sono molto divertenti».
Nessun problema allora con l’occhio gelido della macchina da presa?
«Assolutamente no, anche perchè sono stato lì un mese prima a conoscerli, poi giravo con persone che conoscevano il Celio già da prima. In realtà ho il problema contrario: spesso non mi identificano come regista… sono una persona discreta, non ne ho l’aria».
Strutturalmente parlando, come si è sviluppata l’idea del film?
«C’era un’idea di struttura all’inizio, volevamo cominciare a filmare magari un certo personaggio, ma poi non è stato più possibile e abbiamo semplicemente filmato quello che succedeva lungo il corso dell’anno. Dopo le riprese, i montatori hanno pensato a uno spunto, che era quello di Attenti a quei due: pensare per ognuno una regressione, per mostrare che ogni maestro, ogni uomo e ogni padre deve ricordarsi che è stato bambino: i momenti più felici sono quelli dell’innocenza. Ogni maestro ha una sfilza di fotografie e musiche che lo portano dai giorni nostri a quando è neonato. Uno di loro dice: “I bambini sono felici se ricordiamo loro che anche noi siamo stati bambini”. I bambini sulla carta ci credono, ma in realtà non lo sanno. Non immaginano che anche il papà si faceva pipì nei pantaloni o giocava”. Berlusconi, D’Alema, sono stati bambini? E Napoleone o Hitler? È una maniera di provare umanità per le persone più assurde, cosa che loro non fanno molto spesso: contemplare l’uomo in tutta la sua fisiologia, oltre che complessità psicologica e profondità spirituale. Amen».


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