Alza la testa

Alza la testa

Dopo L’aria salata Alessandro Angelini torna in Concorso al Festival di Roma con Alza la testa, la storia di un uomo ferito dalla vita e del suo desiderio di riscatto

di Tania Di Giacomantonio
tdigiacomantonio@yahoo.it

In concorso alla IV edizione del Festival di Roma, Alessandro Angelini presenta Alza la testa, con Sergio Castellitto, Gabriele Campanelli, Giorgio Colangeli. Giovane regista romano, nasce come fotoreporter, ma finisce per essere assistente alla regia e poi aiuto regista, di Nanni Moretti, Mimmo Calopresti, Cristina Comencini. Con L’aria salata, suo film d’esordio, nel 2007 è stato vincitore di due David di Donatello (miglior attore non protagonista e miglior produttore).
Come nasce l’idea del film, trae spunto da una storia vera?
«La storia non parte da un vissuto, ma non è neanche un racconto di fantasia. Questo film nasce fondamentalmente dall’osservazione, dalla mia curiosità di mettere in scena cose belle da poter raccontare. Il punto di partenza è sicuramente un uomo (interpretato da Sergio Castellitto), con la ruggine addosso: sente che le cose si stanno ormai mettendo male, ed è animato da un desiderio di riscatto, dunque si danna per mettere le cose a posto e cercare di riequilibrare il piano dissestato. Ma così facendo, si complica ancora di più la vita resa già dura dai colpi bassi ricevuti, e si allontana ancora di più da una scelta di condivisione con gli altri, perdendo tutto, nella fattispecie suo figlio, la cosa più cara che ha. Questa l’idea di partenza: un uomo che continua a sbagliare animato da un desiderio di riscatto, seguendo delle scelte che lo danneggiano».
Qual è il messaggio della tua storia?
«Il messaggio vero è un po’ sintetizzato dal titolo: alza la testa! Nel film c’è la boxe di mezzo, Castellitto ha un mediocre passato da pugile dilettante, al contrario del figlio diciassettenne che è un vero talento. Lui vuole riscattarsi attraverso i successi del ragazzo, ma la vita riserva delle sorprese e arriva il momento in cui un allenatore più bravo di lui glielo toglie. Questo è già un primo colpo perché deve abbandonarlo, quindi “alza la testa” è il grido rivolto al ragazzo, ma anche a se stesso nel senso di guarda chi hai davanti, non chiuderti non essere schivo, intento a pensare solo ai tuoi interessi. Il messaggio è realmente la storia di una caduta e di una resurrezione».
Ti senti cresciuto rispetto a L’aria salata?
«(ride) Il primo film è sicuramente qualcosa in cui arrivi senza preparazione. Tanti anni di gavetta, ma quando ti sposti fisicamente dietro la macchina da presa è tutto diverso, cambia tutto. Quindi fai il primo film con grande incoscienza, ti butti e mentre succedono le cose ti accorgi che stai lavorando. Il secondo film è realmente più difficile proprio perché ci arrivi con un’altra consapevolezza. Ho avuto la fortuna di attraversare i generi con grande libertà, mantenendo le caratteristiche che fanno parte del mio bagaglio: inizia come una commedia sgangherata, segue come un romanzo di formazione, poi diventa drammatico, con un finale imprevisto. In questo senso il secondo film è una crescita, poiché mi sono dato la possibilità di esplorare altre strade, provare cose che prima non avrei avuto il coraggio di fare».
Il direttore artistico del festival, Piera Detassis, dice che questa quarta edizione è all’insegna dell’osmosi, cioè saranno presenti film per cinefili e film d’intrattenimento. Il tuo lavoro dove lo collocheresti?
«Per me è importante sempre l’osservazione, partire da un dato reale. Non faccio film politici nel vero senso della parola, però quando si offre l’occhio alla realtà c’è sempre un’angolazione che è quella del regista e il taglio glielo dai raccontando la storia. Se diamo per assunto che il sociale è sempre politico allora sì, il mio film fa riflettere. Ma è giocato anche sull’emotività, ci son dei colpi di scena che pongono l’attenzione più sull’essere umano che sull’ambito politico/sociale».
Cosa pensi del Festival del Cinema di Roma?
«Io ci torno col secondo film, per cui abbiamo la stessa età, sono dunque contento e curioso di vedere come sarà l’accoglienza. Sono contento di partecipare e poi quando sei in concorso, sei talmente preso dall’esito delle cose, che non hai la possibilità di guardare altri film o di giudicare impostazione e organizzazione. Ho un ricordo piacevolissimo della prima edizione e poi Roma è la mia città, parla di cinema da tutti gli angoli, un festival mancava proprio, lo sento mio».
Progetti futuri?
«Per ora seguire il film, portarlo in giro, presentarlo (esce il 6 novembre con 01 Distribution) e confrontarmi con il pubblico, anche quella è una parte interessante del mio lavoro. Non dimentichiamo che i film si fanno per la gente, dunque è importante far passare un’idea, raccontare una storia e sentire le diverse interpretazioni dopo la visione. Le emozioni sbaragliano tutto, anche dopo L’aria salata avevo in mente una storia, ma poi è andata diversamente. Finché non ti metti al lavoro seriamente alla realizzazione di un film e non vedi che quella storia ti parla, non fai nulla. Non so come facciano gli altri a progettare nei dettagli il loro lavoro, è un approccio imprenditoriale che a me manca».

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