Sette opere di misericordia

Sette-opere-di-misericordiaL’esordio dei gemelli De Serio è un film rigoroso, che lavora di sottrazione, alto e mai smaccatamente artistoide nella forma e nel contenuto. Un perfetto esempio di come il cinema di finzione possa lasciarsi contaminare da quello del reale

di Francesco Del Grosso
francescodelgrosso@yahoo.it

Li avevamo lasciati nel 2010 portare a casa l’ennesimo riconoscimento al Festival di Torino con l’emozionante Bakroman, preceduto negli anni da una cospicua filmografia equamente suddivisa tra cortometraggi e documentari che di premi, non solo in Italia ma a livello internazionale, ne aveva fatto incetta. Li ritroviamo a un anno di distanza viaggiare in lungo e in largo nel circuito festivaliero mondiale a raccogliere nuovi consensi con il loro esordio nel lungometraggio. Stiamo parlando di Gianluca e Massimiliano De Serio e di Sette opere di misericordia, presentato in anteprima all’ultima edizione di Locarno e dal 20 gennaio nelle sale nostrane in una quindicina di copie con Cinecittà Luce.

Sette opere di misericordia come sette sono le opere di misericordia corporale che un cristiano, secondo la Chiesa cattolica, deve compiere nella sua vita. Sette atti che segnano e scandiscono il racconto e allo stesso tempo il destino dei personaggi che animano una storia fatta a sua volta di storie esistenziali che si sfiorano per poi scontrarsi e infine prendersi cura l’una dell’altra tra le quattro mura di una casa. Da qui il titolo di una pellicola di straordinaria intensità che sorprende in primis per la capacità di fondere il cinema di finzione con quello del reale. Merito di una coppia di registi il cui sguardo estetico-formale va di pari passo con le intenzioni drammaturgiche e narrative, in una continua compenetrazione che non consente al primo elemento di prendere mai il sopravvento sul secondo. In una parola: equilibrio. Una componente che ha sempre caratterizzato i lavori firmati dai fratelli piemontesi e che nel battesimo sulla lunga distanza emerge in maniera chiara ed esemplare.

In Sette opere di misericordia traspare già in maniera cristallina uno stile riconoscibile, frutto tanto di una maturazione professionale quanto di una coerenza tematica che i gemelli hanno coltivato e portato avanti negli anni. In tal senso, temi e stilemi chiave della loro filmografia qui si manifestano apertamente senza compromessi, in maniera ancora più evidente per quella parte di spettatori che del cinema dei De Serio avevano apprezzato in precedenza la bellezza, la profondità e la sperimentazione. Nel film si riconosce ancora una volta lo sguardo sacro e rispettoso sull’animato e sull’inanimato, che osserva senza giudicare quello che accade nella contemplazione di un silenzio e di un gesto seppur accennato. Perché tra i due protagonisti, interpretati dalla sorpresa Olimpia Melinte e da un Roberto Herlitzka in perenne stato di grazia, non servono le parole per comunicare, come ai loro registi non accorrono ghirigori visivi per raccontarne le vicende in questa sorta di “thriller spirituale”.

La fissità della macchina da presa ne è la manifestazione visiva e concreta, la manifestazione di un approccio rigoroso, puro e rispettoso della materia corporea che viene assecondata nel suo movimento. È l’uomo a muoversi nel quadro e nello spazio, non viceversa. Lo sfondo e l’ambiente che lo circonda diventa quasi metafisico, astratto, l’ovunque nel dovunque perché sfocato e reso indecifrabile topograficamente parlando attraverso un lavoro straordinario sulle focali. In questo modo le sequenze diventano una successione di scene pittoriche che mettono una figura all’interno di un paesaggio, grazie al gusto indiscusso della composizione dell’immagine che il dna cinematografico dei due registi conserva intatto. Di conseguenza è nella messa in quadro, per quel discorso sulla compenetrazione e contaminazione, che prende forma e sostanza la narrazione, la sua struttura e i contenuti che la vanno a comporre (vedi l’identità e la sua crisi nella società contemporanea, la figura dell’immigrato, il percorso di redenzione). Un terzetto chiamato a rappresentare, secondo un progetto di linearità e sottrazione, una tipologia di cinema evocativo, stratificato, alto, ma mai smaccatamente artistoide e presuntuoso.

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