A.C.A.B. – All Cops Are Bastards

ACABTratto dall’omonimo romanzo di Carlo Bonini, il film di Stefano Sollima, regista della serie TV Romanzo criminale, ci racconta la violenza urbana dal punto di vista dei “celerini”, attraverso i fatti più tragici e discussi della nostra storia recente

di Giuliano Colucci
giulianocolucci@yahoo.it

Quando un film (ma la cosa vale anche per un romanzo, per un dipinto, per un brano musicale) ti smuove qualcosa dentro, qualcosa di profondo, qualcosa di ancestrale, qualcosa che viene dalla pancia, qualcosa che ti scombussola perché hai sempre lottato per sommergerlo e perché il tuo lottare per sommergerlo si chiama senso morale, quando un film ti costringe a fare i conti con le tue convinzioni, qualunque esse siano, quando non ti lascia approvare, serenamente, qualcosa di cui sei già convinto, né ti spinge a disprezzare, infastidito, qualcosa che hai sempre avversato, ebbene, quando un film fa tutto questo, allora quel film ha già raggiunto il suo scopo, il più alto che si possa richiedere a un’opera dell’ingegno e non importa se condividi, oppure no, il suo punto di vista, se ti piace o no la morale della favola, ammesso che ve ne sia una e non è questo il caso.

In genere, quando si vogliono stigmatizzare le eccessive semplificazioni e i facili luoghi comuni, si dice che le cose non sono solo bianche o nere, ma che esiste anche il grigio. Ebbene, a un’analisi superficiale, potrebbe sembrare questo il principio guida di A.C.A.B., ma le cose non stanno esattamente così. Qui il bianco è bianchissimo e il nero nerissimo. Quello che viene messo in discussione, piuttosto, in un ribollire di pulsioni primordiali e di preoccupazioni etiche, è la certezza di ciascuno di preferire il bianco oppure il nero. Con le dovute proporzioni, le sensazioni suscitate fanno pensare a un’Arancia Meccanica, estrapolata dal contesto grottesco e straniante dell’opera kubrickiana e immersa nella routine quotidiana dei nostri giorni, nei fatti di cronaca che ci raccontano i giornali, su cui tutti discutiamo e su cui ognuno di noi esprime i propri giudizi, spesso molto netti. Questa pellicola ci getta in mezzo a quei fatti, nella nebbia dei fumogeni, in mezzo agli scontri nelle strade e fuori dallo stadio, quelli che di solito vediamo nei telegiornali, in una cornice decisamente spersonalizzante. Qui, invece, siamo costretti a immedesimarci in chi che li vive quei momenti, e allora è un poco più difficile sputare una sentenza. Non che si debba rifugiarsi nel relativismo, in quel grigio che sta fra il bianco e il nero. È tutt’altro l’effetto che fa questo film. In effetti, quel qualcosa che ti si smuove dentro è la difficoltà di guardare in faccia la realtà ed esprimere comunque un giudizio, ma un giudizio sofferto e, per questo, probabilmente, più autentico.

A.C.A.B. è un acronimo inventato dagli skinhead inglesi, che vuol dire All Cops Are Bastards, ed è diventato il grido di battaglia di tutti coloro che si scontrano con le forze dell’ordine. La trama del film, infatti, è incentrata sulle storie, tratte dall’omonimo romanzo di Carlo Bonini, di cinque poliziotti della mobile, i cosiddetti “celerini”, che attraversano, da protagonisti, gran parte della cronaca italiana degli ultimi anni, dai fatti della caserma Diaz, durante il G8 di Genova, all’uccisione del tifoso laziale Gabriele Sandri, passando per la vicenda di Giovanna Reggiani, stuprata e uccisa da un rumeno a Tor di Quinto, e per la morte dell’ispettore Raciti, negli scontri fra i tifosi di Catania e Palermo. Si parla di poliziotti, ma non aspettatevi l’agente senza macchia e senza paura, quello, per intenderci, che di solito viene interpretato da Raoul Bova, quello che affronta e sconfigge i cattivi, armato solo del proprio coraggio e della propria onestà. E non aspettatevi neppure la “guardia cattiva”, altrettanto nota alla nostra cinematografia (vedi, per fare solo un esempio recente, il finanziere interpretato da Claudio Santamaria nell’ultimo film di Crialese). Qui i poliziotti hanno nomi di battaglia, come i marines di un altro capolavoro di Kubrick (Full Metal Jacket) o come i banditi di Romanzo criminale. Hanno nomi come Cobra (Pierfrancesco Favino), Mazinga (Marco Giallini), Negro (Filippo Nigro), e già questo, in apertura di film, ti destabilizza. Pensi, infatti, che degli uomini, il cui compito è quello di mantenere l’ordine, non dovrebbero darsi nomi da guerrieri, ma immediatamente il film ti trascina dentro, in una realtà di violenza talmente selvaggia da farti sembrare perfettamente naturale che vi siano dei guerrieri. Allora incominciano quei dissidi interiori, di cui si diceva sopra, che rendono la visione di questa pellicola un’esperienza ora esaltante, ora avvilente, ora ansiogena e ora commovente, grazie all’eccellente regia del figlio d’arte Stefano Sollima, al suo esordio nel lungometraggio cinematografico, dopo ottime prove nei cortometraggi e nelle serie tv (una fra tutte Romanzo criminale), a una fotografia impeccabile, a una colonna sonora di grande impatto e a una prestazione estremamente convincente di tutti gli interpreti, fra i quali spicca un Pierfrancesco Favino da applausi.

One Response to “ A.C.A.B. – All Cops Are Bastards ”

  1. [...] violenza fisica. Ed è questo il tema centrale di ACAB, che va letto, come si deve vedere anche il film di Sollima, perché è proprio la violenza il tema centrale di tutto, una violenza che nasce dal [...]