Mission: Impossible – Protocollo fantasma

MI4-Ghost-ProtocolTornano sul grande schermo le missioni impossibili dell’agente Ethan Hunt nel quarto e adrenalinico film del fortunato franchise nato dall’omonima serie TV degli anni Sessanta. Un mix esplosivo di spionaggio e azione firmato da Brad Bird

di Francesco Del Grosso
francescodelgrosso@yahoo.it

Lo avevamo lasciato alle prese con una delicatissima e complicata operazione di recupero di una giovane collega presa in ostaggio in quel di Berlino, conclusasi nel peggiore dei modi, seguita poco dopo da un’altra andata a buon fine tra le strade di Roma e i corridoi del Vaticano, che aveva lo scopo di vendicare la perdita subita, individuare la talpa nell’Agenzia e salvare la donna che amava diventata nel frattempo “merce” preziosa di scambio per arrivare a importantissime informazioni. A sei anni di distanza dal traballante episodio diretto da J.J. Abrahms, tornano sul grande schermo le missioni impossibili dell’agente Ethan Hunt, nel quarto e adrenalinico film del fortunato franchise nato dall’omonima serie televisiva degli anni Sessanta creata da Bruce Geller. Questa volta se la dovrà vedere con il cattivone di turno per sventare la minaccia di un attacco nucleare, in un tour de force che porterà Hunt da Budapest a Mumbai, passando per Mosca e Dubai.

A vestire i panni del celebre agente dell’IMF in Mission: Impossible – Protocollo fantasma troviamo ovviamente Tom Cruise, mentre il testimone dietro la macchina da presa è passato nelle mani di Brad Bird, qui alla sua prima – e visti gli esiti, speriamo prima di una lunghissima serie – esperienza in un lungometraggio live action dopo una doppietta da Oscar nel cinema di animazione sotto il marchio Pixar, con autentici capolavori come Ratatouille e Gli Incredibili. Del resto, già con la pellicola del 2004 aveva lasciato intravedere enormi potenzialità visive e stilistiche; non restava dunque che applicarle in storie con personaggi in carne e ossa. L’occasione per fortuna è arrivata con risultati da far girare la testa agli appassionati della saga cinematografica e più in generale a quelli dell’action. Scene da manuale come quelle ambientate nel Cremlino (la goccia d’acqua e l’ologramma), nell’albergo Burj Khalifa con tanto di scalata in free clinging e successivo inseguimento fra le strade di Dubai in piena tempesta di sabbia, valgono da sole il prezzo del biglietto. E da questo punto di vista, Bird non si fa mancare davvero nulla: dalle esplosioni ai cat fight, dai combattimenti corpo a corpo alle sparatorie, dalle fughe rocambolesche ai travestimenti. Un menù ricco che sazia a volontà, senza però sfinire lo spettatore come accade con i film di Michael Bay.

Il regista statunitense firma il più spettacolare e adrenalinico tra i capitoli della quadrilogia, mescolando elementi thrilling tipici della spy story con scene d’azione visivamente sontuose e impressionanti per originalità nella costruzione, velocità di esecuzione e resa finale sul grande schermo. Un’equazione perfetta che vede il tasso di spettacolarità aumentare proporzionalmente con lo scorrere degli episodi. Ne viene fuori un mix esplosivo di suspense e accelerazioni ritmiche, che lo script dosa sapientemente nonostante qualche passaggio a vuoto sul versante narrativo (la tappa di Mumbai), che a conti fatti non influisce sul prodotto finale. Senza alcun dubbio, non c’è da strapparsi i capelli sul fronte drammaturgico, ma la scrittura e la messa in scena nel complesso gettano le basi necessarie per un film che non conosce la parola annoia e tiene incollati gli spettatori alla poltrona dal primo all’ultimo fotogramma. Al resto ci pensano la regia eclettica, un azzeccatissimo restyling del cast e degli ottimi effetti visivi.

Bird riesce là dove il creatore di Lost e regista del recente Super 8 non era riuscito, ovvero realizzare un film capace di trovare la giusta alchimia tra gli ingrediente sopraccitati. M:I 4 ha, infatti, il merito di aver trovato la misura e il compromesso tra le parti, i generi chiamati in causa e tutto quello che ruota intorno alla matrice originale, dando vita a qualcosa in grado di soddisfare i gusti e le esigenze delle diverse tipologie di pubblico. Sembra quasi di assaggiare con gli occhi e le orecchie a un cocktail che unisce l’eleganza del tocco e le atmosfere del primo episodio griffato De Palma del 1996 (che resta fino a questo momento il migliore), con la cura formale della messa in quadro stilistica e coreografica del sequel diretto quattro anni dopo da John Woo. Due sguardi e approcci narrativi e visivi diametralmente opposti, che Bird shakera in maniera impeccabile, restituendo alla platea intrattenimento di altissimo livello, divertimento allo stato puro, un ottovolante di emozioni e una serie di scambi dialogici in bilico sulla lama di un rasoio. Non ci resta che aspettare una missione sempre più impossibile, con la speranza che a raccontarcela sia ancora una volta un regista in stato di grazia come Bird.

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