The Dark Screen

Nel volume The Dark Screen di Franco Pezzini e Angelica Tintori, la storia delle rivisitazioni cinematografiche e televisive del mito di Dracula: dai grandi cult del passato alle macedonie fumettistiche all monsters
di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com
La forza del vampiro è che nessuno crede nella sua esistenza – scriveva Bram Stoker nel 1897. Presente sotto le forme più varie nel folklore di tutti i continenti, la figura del vampiro accompagna gli incubi dell’uomo sin dalla notte dei tempi, succhiando avidamente la linfa vitale dalle arterie pulsanti dell’immaginario collettivo, per risorgere ogni volta più forte nelle innumerevoli rivisitazioni letterarie e cinematografiche a lui dedicate.
A partire dal capolavoro di Stoker, che ha definitivamente consacrato la mitologia del vampiro nei prolifici territori dell’arte (leggenda vuole che il romanzo sia frutto delle allucinazioni notturne generate da una fantomatica scorpacciata di granchi, divenendo in breve il libro più stampato al mondo dopo la Bibbia), centinaia sono state le variazioni cinematografiche sul tema.
L’eterno ritorno
Del resto Dracula è la maschera dell’eterno ritorno: non c’è dunque da stupirsi che nella sua continua rigenerazione egli sfrutti le possibilità offerte dai moderni mezzi di gestione dei miti, in primis il dispositivo narrativo della serialità insito nel grande e piccolo schermo. Dracula è l’unione di ataviche paure e moderne tecnologie, di mitologie millenarie e linguaggi contemporanei. Dracula incontra il cinema, insomma: o va al cinema, addirittura, come nella celebre scena del Dracula di Coppola in estasi di fronte alle fantasmagorie del cinematografo.
Novelli Van Helsing della storiografia vampiresca, Franco Pezzini e Angelica Tintori hanno deciso di avventurarsi in un ambiziosissimo progetto di sistematizzazione della sconfinata filmografia su Dracula. Il risultato di tale ricchissimo lavoro di ricerca è The Dark Screen, un volume di circa 700 pagine edito da Gargoyle, che, lungi da sterili impostazioni manualistiche, ci conduce per affascinanti percorsi tematici costruiti con un approccio multidisciplinare, capace di unire la critica cinematografica all’analisi socio-politica, lo studio psicanalitico e antropologico al gusto per l’aneddoto e la bella scrittura.
Come si è evoluta la figura del Principe delle Tenebre dagli albori del cinema all’era degli effetti speciali? Inseguendo il mito del vampiro attraverso le sue mille trasformazioni, gli autori partono dall’età delle origini, con la celebre lettura espressionistica del Nosferatu di Murnau (1922), ed esplorano a fondo l’età di Lugosi e della Universal addentrandosi quindi nell’era di Christopher Lee e della Hammer. A dare il via al revival neogotico del mito è poi il Dracula di Bram Stoker di Francis Ford Coppola (1992) che, dopo un decennio di sostanziale eclissi del personaggio, segna il ritorno del Grande Vampiro sul grande schermo, con una versione postmoderna, visionaria e fortemente anticonvenzionale capace di accogliere e trasfigurare riferimenti allo scenario socio-politico e culturale dei primi anni novanta (dalla Guerra del Golfo alla piaga dell’Aids).
Tutti insieme appassionatamente
Ma qual è il filo rosso che lega nel tempo le rielaborazioni fantastiche di cineasti e interpreti diversissimi tra loro? Sequel e remake sembrano seguire tre tendenze principali. In un primo momento a contendersi l’eredità di Dracula è una fitta schiera di parenti dai canini aguzzi: abbiamo quindi La figlia di Dracula (1936), Il figlio di Dracula (1943), Le spose di Dracula (1960), Mamma Dracula (1980) o addirittura Zoltan il cane di Dracula (1978), secondo un “modello familiare” inaugurato in primis dalla Universal. Ma presto il ricorso a figure secondarie inizia a mostrare i suoi limiti e viene sostituito dai modelli della “eteroconnessione” e del “ritorno”: non solo Dracula torna sulla scena, con buona pace di chi lo aveva visto trafitto inesorabilmente da un paletto di frassino, ma incontra pure tutti gli altri mostri. È il trionfo delle macedonie all monsters: d’altronde se un mostro garantisce il successo al botteghino, perché allora non raddoppiare la dose? Poco importa se tale concentrazione orrorifica, più che provocare ulteriori brividi, generi una serie di improbabili carrozzoni da luna park. Dai vari Dracula contro Frankenstein (1972) al nostro Fracchia contro Dracula (1985), da Van Helsing (2004) alla serie di Underworld (2003, 2006, 2009), il cinema abbraccia sempre più la tendenza del monsters meeting, da cui germinerà un nuovo sottogenere: quello dei monsters in action. Indirizzati per lo più a un’audience di giovanissimi, si moltiplicano infatti i fantasy-horror dalle forti connotazioni fumettistiche, ricchi di grandi combattimenti ed effetti speciali: la celebre trilogia di Blade (1998, 2002, 2004) ne è un (ottimo?) esempio.
Nelle sue tante riapparizioni, al Grande Seduttore può quindi succedere di risvegliarsi nei panni di «un culturista mesopotamico vestito da fighetto: capello cortissimo, varie collane con tanto di croce e camicia aperta sul petto muscoloso». Armati di aglio e formule magiche, toccherà inventarsi nuove strategie di sopravvivenza, perché pare che il virus del trash sia più letale di un morso sul collo…

