District9: il ritorno della fantascienza

Nella pellicola d’esordio di Neil Blomkamp, la metafora degli alieni come “immigrati” sulla Terra in cerca di una vita migliore
di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com
C’è una domanda che è sempre stata nell’aria e District9 ha finalmente risposto dopo: ma perché diavolo gli extraterrestri atterrano sempre in America? Bene, in District9 questa è la prima cosa affrontata. Sì, perché gli alieni parcheggiano la loro astronave sopra Johannesburg. Qui ci troviamo di fronte a una storia parallela rispetto alla nostra reale. Infatti gli alieni sono arrivati nei primi anni Ottanta, e se i calcoli non mentono, allora, all’epoca, in Sudafrica c’era ancora l’apartheid, la segregazione razziale. Stessa sorte ai poveri alieni, che non sono approdati sulla Terra per fare la guerra, no, scordatevi Independence Day o Guerra dei mondi, ma ci sono arrivati perché in fuga dalla fame, dalla miseria, sono dei reietti dello spazio alla ricerca di un posto dove stare. E a questo punto prende il via il film. Gli alieni, piuttosto brutti, sembrano dei gamberi, vengono piazzati all’interno di una baraccopoli alle porte di Johannesburg, il Distretto9, e qui vivranno per vent’anni, come rifugiati, profughi, disgraziati. La popolazione comincia a stufarsi di questi mostri, del loro aspetto, della loro puzza, del loro rovistare fra i cumuli dei rifiuti, degli strani traffici che si sono sviluppati alla loro baraccopoli. E poi stanno diventando troppi. I governi mondiali se li tengono per cercare di appropriarsi della loro tecnologia, militare soprattutto. Siamo ai giorni nostri, gli alieni verranno spostati in un posto più consono per loro: in mezzo al nulla a 200 km dal centro abitato più vicino: un campo di concentramento.
Incaricato di “sfrattare” gli alieni è Wikus van der Merwe, impiegato della multinazionale MNU che gestisce il trasferimento/deportazione fra le proteste degli alieni e qualche tentativo di resistenza. Tutto filerebbe liscio se Wikus non sfrattasse l’alieno sbagliato contagiandosi di uno strano virus che lo inizia a modificare geneticamente. Ergo, Wikus si sta trasformando in un gambero. Fugge e c’è solo un posto dove può nascondersi, il Distretto9, e forse lì c’è qualcuno disposto ad aiutarlo.
District9 è tante cose insieme, che sono anche la ragione del suo incredibile successo al botteghino americano, successo ancora più incredibile se si pensa che in questa pellicola non ci sono superstar da tappeto rosso, che gli effetti speciali sono ok ma non così invadenti. Forse tanta ragione del successo di questo film è che c’è una storia, una storia vera. Parliamoci chiaro, District9 segna un nuovo punto all’interno del cinema di fantascienza, un suo ritorno prepotente dopo che per anni ha inseguito il suo specchio (gli effetti speciali). Magari è una storia già sentita, ma fa sempre impressione rivedersela sbattuta sotto il naso ogni volta. Non manca occasione ogni giorno per sentirla. Pensiamo a tutti quei poveracci che si fanno il deserto a piedi, che montano su barconi di fortuna e solcano il mare con solo addosso la loro vita, con l’unica speranza di un posto migliore, che poi saremmo noi! E se la sabbia del deserto non li inghiotte prima, quando arrivano per mare li fermano, danno loro un salvagente, un po’ d’acqua e buona fortuna. District9 è un film su di noi, sui nostri giorni, siamo noi là dentro.
Certo, poi il cinema ci mette del suo. L’esordiente Neil Blomkamp (sudafricano) fa un gran lavoro, utilizzando uno stile mockumentary, e ricrea un effetto iperreale, insieme a riprese normali. C’è dentro di tutto: il reportage, il documentario, webtv, immagini di repertorio, ecc. Ha fatto bene Peter Jackson a credere in questo ragazzo.
Alla fine sedetevi e godetevi lo spettacolo, perchè sì, in Distric9 c’è anche una buona dose di spettacolo adrenalinico. Ben tornata fantascienza. Era ora.






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