20 sigarette

Buon esordio alla regia di Aureliano Amadei, che trionfa a Venezia nella sezione Controcampo italiano con un film non retorico sull’attacco di Nassirya
di Luca Biscontini
lucabiscontini@hotmail.it
Dopo la catastrofica esperienza de Le ultime 56 ore di Claudio Fragasso, penosa pellicola che aveva indecorosamente usufruito di finanziamenti pubblici, per mettere in scena un anacronistico filmetto di genere, strumentalizzando le spinose questioni della guerra in Kossovo, temevamo fortemente con 20 sigarette di ritrovarci spettatori di un’operazione simile. C’eravamo sbagliati.
Aureliano Amadei, classe 1975, nato come attore e regista teatrale, poi divenuto documentarista, ci mostra, nel suo primo lungometraggio, una vera e propria soggettiva dell’attentato di Nassirya in Iraq. Sì, perché lui era presente durante l’attacco subito dal contingente italiano e, fortunato superstite, riesce a restituirci con lucido realismo le dinamiche della vicenda. Quindici minuti serrati, catastrofici, annichilenti, in cui l’orrore della guerra emerge netto; una sequenza in cui l’occhio dello spettatore e l’obiettivo della macchina da presa si fondono e le impennate sonore e visive fanno sobbalzare dalle sedie.
Dopo aver pubblicato, insieme a Francesco Trento, il libro Venti sigarette a Nassyria (2005), il regista, uomo di sinistra, antimilitarista, ci racconta la guerra dall’interno, ed è proprio questo elemento a fare la differenza. L’esperienza in Iraq ha scosso irrimediabilmente le sue posizioni di partenza, non provocando un mutamento radicale di vedute, ma un profondo stato d’incertezza.
Amadei spiega come sia insufficiente, dopo aver vissuto quei momenti, dichiararsi semplicemente pacifisti. Contemporaneamente però non suggerisce alternative.
Seguendo l’evoluzione del pensiero di uno dei cineasti più politicizzati del dopo guerra, Koji Wakamatsu (il suo ultimo film presentato in concorso nella scorsa edizione del Festival di Berlino è Caterpillar) – che ha diretto un centinaio di film, la maggior parte dei quali inneggianti alla lotta armata come unico strumento per realizzare una vera emancipazione della società, per poi mutare direzione verso un atteggiamento totalmente anti-militarista – non possiamo non continuare a sostenere un fermo pacifismo.
Amedei, comunque, pone delle domande che vale la pena di raccogliere. Cosa c’è oltre al pacifismo? Fermo restando l’inammissibilità delle guerre, è possibile escogitare una strategia di pensiero meno passiva e deresponsabilizzante? E che atteggiamento assumere verso quelle persone che, impegnate nei vari teatri di guerra, mettono quotidianamente a repentaglio la propria vita? É un domandare questo che si rimette all’eccesso di ciò che chiede, e perciò autentico.






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