The American

Rifiutato come film di apertura a Venezia, il film di Anton Corbijn racconta l’ultima missione di un sicario solitario nell’Abruzzo post terremoto, ma con esiti piuttosto deludenti
di Francesco Del Grosso
francescodelgrosso@yahoo.it
Uno dei grandi meriti che va riconosciuto all’attuale Direttore della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, Marco Müller, da aggiungere naturalmente a quello di aver risollevato e ripescato in questi anni di mandato la storica kermesse veneziana dall’oblio nel quale era precipitata, è l’estrema democrazia che caratterizza tutte le sue scelte e le sue dichiarazioni. Saper gestire contatti e mantenerli vivi nel tempo non è impresa facile, specialmente quando si deve per forza di cose scendere a compromessi, mediare oppure fare scelte che agli occhi di molti possono apparire impopolari. Ulteriore riprova ci arriva dal modo in cui ha motivato, nella conferenza stampa romana dello scorso luglio, la mancata partecipazione di The American alla 67ª edizione del Festival. A fronte della richiesta della società che ha prodotto la pellicola, capitanata da George Clooney, habitué del Lido da anni, di presentarla come apertura, il bravo Müller ha giustamente rimandato la proposta al mittente optando per il più convincente, seppur altalenante, Black Swan di Darren Aronofsky. Ma al di là dei pregi e dei difetti del thriller psicologico diretto dal regista di The Wrestler, il gap che divide i due film è oggettivamente abissale perché The American fa della mediocrità tecnica e narrativa il proprio motore portante.
Seppur realizzato appoggiandosi ad una nobile e importante iniziativa, ossia quella di ambientare le vicende del protagonista in quel di Castel del Monte, paesino nei pressi de L’Aquila, con lo scopo di portare un contributo artistico e soprattutto economico nelle casse di una terra devastata da una calamità naturale come l’Abruzzo, il film va dimenticato al più presto. Dunque, Müller non va capito ma appoggiato e sostenuto al 100% per una scelta che qualunque Direttore sano di mente e con un minimo di bagaglio alle spalle avrebbe preso. The American è frutto dell’inconsistenza e di una sceneggiatura che fa acqua da tutte le parte, tanto da riuscire persino a vanificare il potenziale drammaturgico del romanzo del quale è la trasposizione cinematografica, ossia A Very Private Gentleman di Martin Booth, per l’occasione riadattato e trasformato nei fatti, nelle location e nei personaggi di contorno. A più di vent’anni dalla sua pubblicazione e a sei dalla morte dell’autore, ci si aspettava decisamente ben altro risultato, vuoi perché dietro la macchina da presa è stato chiamato il bravissimo regista e fotografo olandese Anton Corbijn, autore del pregevole biopic sulla figura controversa di Ian Curtis dei Joy Division dal titolo Control, vuoi perché la storia del protagonista del libro, il misterioso e solitario sicario Jack, detto Mr. Farfalla, che nella pellicola prende il volto e la fisicità di George Clooney (qui alla sua peggiore interpretazione dai tempi di Out of Sight), ha sulla carta della matrice originale catturato l’attenzione dei miliardi di lettori per la capacità unica di raccontare il conflitto interiore di un uomo e il suo cammino verso la redenzione.
Già dalle prime battute, riassumibili nel pessimo prologo tra le nevi della Svezia, The American mette in evidenza tutti i limiti di un’opera che della tensione e della suspense tipica del thriller non presenta alcuna traccia. Azioni e fatti si trascinano a fatica verso un epilogo telefonato e sbrigativo, indegna conclusione di una costruzione narrativa debole e dalle dinamiche interne fragili come un castello di carte. L’impianto dialogico spesso imbarazzante e il poco spessore dei personaggi principali e secondari, gettati nel calderone per poi essere abbandonati al loro infausto destino (il meccanico interpretato da un Filippo Timi alla sua peggiore interpretazione sul grande schermo, per non parlare della prostituta e del prete interpretati rispettivamente da Violante Placido e Paolo Banacelli), contribuiscono in maniera determinante al collasso totale del film. Se la componente gialla non regge il peso, stessa cosa vale per la variante drammatica presa in corsa per sopperire alle mancanze di quello che a tutti gli effetti viene presentato come un thriller. Il percorso di redenzione del killer pentito, chiamato a fare i conti con la spiritualità, la morale, la coscienza e anche con le conseguenze dell’amore, è una one line che aggiunge carne al fuoco senza però salvare minimamente la situazione, anzi la peggiora addirittura. Quando subentra l’azione il disastro è definitivamente completato, perché la messa in scena di una sparatoria come quella al centro del film, che vede il protagonista inseguire a bordo di una vespa e neutralizzare un killer rivale, è mal girata tecnicamente fino a renderla addirittura ridicola.
Corbijn da parte sua pecca un po’ troppo di presunzione, sbagliando completamente l’approccio stilistico al plot. Asseconda i tempi dilatati che caratterizzavano già il romanzo, ma li esaspera ancora di più trasformandoli in passaggi a vuoto soporiferi e privi di consistenza visiva e narrativa. Inserisce qua e là, in maniera invasiva e stonata, movimenti di macchina elaborati (vedi ad esempio le inquadrature a piombo dall’alto) e geometriche composizioni del quadro mai funzionali, che non fanno altro che ribadire allo spettatore e agli addetti ai lavori le sue indubbie qualità di fotografo. Sul resto, ci sentiamo di stendere un velo pietoso perché finiremo soltanto con il rincarare le dosi e affossare ulteriormente un film che, anche se merita di essere dimenticato il prima possibile, verrà comunque utilizzato da molti come pietra di paragone ed esempio principe del modo peggiore di costruire e girare un thriller.





