London River

Il film di Bouchareb esplora il tema dell’incontro fra le diversità e delle difficoltà delle comunicazioni familiari nella Londra degli attentati terroristici
di Elena Mandolini
mand.mae@libero.it
La storia si svolge nell’anno 2005. La vedova Elizabeth vive in una piccola isola inglese, dove coltiva la sua terra e alleva i suoi animali, mentre la figlia ventenne Jane vive a Londra per motivi di studio. Dopo gli attentati del 7 luglio, la donna non riesce più a contattare Jane: decide quindi di andare a cercarla per assicurarsi che stia bene. Col suo stesso obiettivo arriva dalla Francia Ousmane, africano in cerca di suo figlio Ali, che non vede da quando aveva sei anni. I due genitori, inevitabilmente, si incontreranno scoprendo quanto poco conoscano i loro figli.
London River, regia di Rachid Bouchareb, è un film sui rapporti interpersonali e sull’amore, ben lontano dall’intento di analizzare un fatto storico contemporaneo. L’evento drammatico che ha colpito Londra, infatti, è solo il punto di partenza; la storia si incentra sull’incontro di due persone apparentemente diverse, ma unite dagli stessi timori e ansie, che aleggiano sopra di loro e non hanno il coraggio di rivelare: ovvero che i figli siano morti nella tragedia.
Una regia semplice, quasi scarna, che predilige uno stile documentaristico ci accompagna nel corso della storia, enfatizzando i rumori di sottofondo di una Londra che tenta di riprendersi; il tutto accompagnato da una colonna sonora quasi assente.
Per quanto apparentemente diversi siano i due protagonisti, persino fortemente contrastanti nell’aspetto fisico, in realtà si scopriranno simili: amanti della natura, religiosi e fedeli alle proprie radici, ma soprattutto un fallimento come genitori. Entrambi non conoscono nulla dei propri figli; ma se per Ousmane è un percorso più naturale, visto che gli eventi culturali e storici del suo paese lo hanno portato ad andarsene dall’Africa, per Elizabeth è ben diverso. Pur avendo cresciuto la figlia, pur sentendola telefonicamente tutte le settimane, comprende che Jane le ha tenuto nascosta una parte importante della sua vita. Bouchareb racconta così, uno dei paradossi dei nostri tempi: pur vivendo nell’era della comunicazione, non riusciamo a parlare con chi più amiamo e ci è vicino.
Niente drammi, niente cliché sentimentali, il film commuove proprio per questa sua vena di realtà che lo pervade, per questo senso di oppressione e paura che aleggia per tutta la sua durata. Il tragico finale è, infatti, evidente fin dall’inizio; la bravura del regista sta nell’illudere momentaneamente i protagonisti e il pubblico con loro, che forse una speranza c’è.
Un film che funziona grazie anche alla prova attoriale di Brenda Blethyn e Sotigui Kouyatè.





