La strategia degli affetti

La strategia degli affettiLo smascheramento delle ipocrisie della famiglia borghese e l’incontro-scontro tra le classi sociali nell’ultimo film di Dodo Fiori

di Sandra Capitano
sandracapitano@gmail.com

Tra le pellicole italiane finanziate con i quattrini del Ministero dei Beni Culturali negli ultimi anni, realizzate – forse – con l’ingente intento di tracciare un ritratto dell’italietta dei nostri giorni, c’è un tipo di storia a copione fisso: quello in cui un microcosmo familiare, perfettamente inserito nel raffinato e facoltoso quadretto borghese snob dei SUV lucenti, dei circoli sportivi e della spesa ordinata per telefono, vive nell’assoluta incomunicabilità, all’interno di un bailamme emotivo dominato da dissapori, ipocrisie e malignità pronte a risolversi in amari e cruenti epiloghi.

Solitamente i protagonisti di queste opere cinematografiche sono una coppia di bellocci sulla quarantina, hanno i nervi a fior di pelle e si tradiscono, si lagnano e soffrono, nella generalizzata insoddisfazione di un’esistenza fatta di scelte sbagliate, rimorsi e sicuramente parecchi rimpianti. Ne La strategia degli affetti, in uscita da questo venerdì nelle nostre sale, Dodo Fiori (al suo secondo lungometraggio dopo Il silenzio intorno del 2008) si concede però una piccola variante al solito schema, mettendo in scena anche l’esemplificazione del tragico (e quanto mai temibile) rapporto padre-figlio.

È così che Paolo (Paolo Sassanelli), facoltoso e snob architetto della Roma bene, sposato da sedici anni con Carla (Marta Iacopini), non perde occasione per denigrare il figlio Matteo (Davide Nebbia), un imberbe imbranato cresciuto quasi come un animale in cattività e che non somiglia per nulla al padre e nel quale il padre non rivede nulla della sua crudeltà, scaltrezza e opportunismo. Matteo dal canto suo, cerca goffamente di compiacere Paolo, ma fino all’arrivo di Nina (Nina Torresi), una ragazza di umili origini, figlia di un amico di Paolo e che la famiglia ospiterà per saldare il suo debito con quest’ultimo.

Nonostante il film provi a riscattarsi lievemente nel finale, l’andamento dell’intera pellicola non deroga di una virgola dal copione obbligato di cui sopra. In un crescendo di luoghi comuni, frasi fatte e prevedibilità, Nina sarà l’elemento di disturbo inserito nella storia per far crollare il finto e isterico equilibrio familiare, per convincerci ancora una volta che anche i ricchi piangono e per ostentarci l’esercizio di stile sull’incontro-scontro tra classi sociali.

Se la fotografia è decorosa e la regia di medio livello, le interpretazioni dei protagonisti non si discostano dalle performance abituali da tempo riproposte nelle fiction del nostro piccolo schermo. Ad eccezione di Nina Torresi. Espressiva, angelica e coinvolgente, è stata già definita dai critici la nuova Melanie Laurent e ingaggiata da Castellitto per il suo La bellezza del somaro, che vedremo nelle sale in autunno.

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