Splice

Il regista di Cube conclude il suo progetto dopo dieci anni e crea un altro mostro, che però non fa paura
di Dafne Foderà
dafne.fodera@libero.it
«Non è umana, non del tutto», la creatura protagonista di Splice, il film scritto e diretto da Vincenzo Natali, l’autore di fantascienza canadese che ha realizzato, nel 1997, il thriller surreale, a basso costo, Cube-IlCubo, un cult per il tempo, e prodotto da Guillermo Del Toro, uno dei massimi realizzatori di horror, thriller e fantascienza.
Però, Splice non è un film di fantascienza. E Dren, così si chiama la creatura, non è un mostro che si annida nella parte più nascosta dell’uomo, non è Alien. Ma non è neanche uno degli ibridi che popolano le storie, al cinema. È più un essere che sta al centro tra l’uomo e la donna. La punta di un triangolo, il terzo lato possibile dell’umanità, forse.
Ha spiegato il regista: «Splice parla anche di un triangolo amoroso. Man mano che la storia si sviluppa, cresce la parte emotiva. Ho deciso di fare questo film subito dopo Cube – Il Cubo perché Cube parlava di un gruppo di innocenti di fronte a un orribile dilemma che li obbliga a perdere il senso dell’innocenza. La storia di Splice nasce dalle necessità dei suoi personaggi che sono direttamente responsabili del loro destino. Il mostro nasce dal desiderio di Elsa di avere un figlio, cosa di cui è incapace psicologicamente. Alla fine, l’intento di Splice è mostrare come si crea un mostro piuttosto che mostrare l’atto di ira del mostro».
Solo che non ci riesce. Che questo film sia stato in lavorazione per più di dieci anni, è evidente subito. Dalle prime scene. O almeno dalle scene che seguono la prima sequenza, uno dei momenti più intensi. Le luci si spengono e il film comincia mettendo lo spettatore subito all’interno della storia. Solo che poi lo abbandona. Lo confonde, lo fa estraniare, gli cambia punto di vista, lo costringe a non farsi più domande.
Nelle intenzioni forse la voglia di sconvolgere e mettere a disagio. Ma Splice è uscito adesso, nel 2010. Quando gli esperimenti di Clive ed Elsa sono una realtà piuttosto che una possibilità. Non qualcosa da immaginare e temere, come poteva essere dieci anni fa.
Clive, interpretato da Adrien Brody, che ha ricevuto l’Oscar come migliore attore per Il pianista di Roman Polanski, ed Elsa, interpretata da Sarah Polley, sono due scienziati ambiziosi. Sono umani, vogliono conoscere, spingersi al limite, sfidare la natura. E creano Dren, mescolando DNA umano e animale. Un errore che si intuisce fin dall’inizio. Elsa vuole un figlio. Anche Clive vuole un figlio. Ma Elsa, evidentemente, non vuole un figlio con Clive. Poi arriva Dren, una creatura terribile. Non bella e terribile, come tutti i mostri. Terribile e basta. E questo forse è il suo limite. Il limite di Dren è di non essere una contaminazione innaturale di elementi diversi; il limite di Dren è quello di non essere, veramente, mostruosa.
Ci spiega il regista, a proposito della decisione di usare una creatura fisica e non digitale: «In realtà non è mai stata una scelta. Innanzitutto sarebbe stato troppo costoso avere una Dren completamente computerizzata. Ma, cosa più importante, io sono convinto che il legame che si crea con un personaggio digitale non potrà mai essere forte come quello che si crea con un attore vero. Ho fatto tutto quanto in mio possesso per utilizzare personaggi veri ed effetti speciali meccanici. Sono un grande fan degli effetti speciali digitali ma li considero migliori quando hanno qualcosa di fisico. Non volevo che Dren fosse una creatura magica, doveva essere totalmente reale, totalmente plausibile biologicamente».
Dren non è reale. Perché il cinema non ha niente a che fare con la realtà. Il cinema è finzione. Il disagio dello spettatore davanti a Splice non è solo la sua incapacità di capire o di accettare certe parti della sua umanità. Parti celate, nascoste, parti inconfessabili. Non è il disagio di chi vede il limite dell’ansia di conoscenza tipica dell’uomo. Clive ed Elsa non sono i nuovi Ulisse. Non sono nuovi per niente. Le loro scoperte non ci sconvolgono, né ci fanno paura. I loro esperimenti, Dren stessa, sono solo privi di mistero. E prevedibili. Non ci sono colpi di scena, a parte uno. Quello che non ti aspetti. Perché non ha a che fare con la storia in sé. Una storia fragile che alla fine cambia anche genere, modificando l’oggetto della paura. Un sentimento assente per tutto il film. Perché la paura è umana. Del tutto.





