Il rifugio

Il rifugioOzon esplora il tema della maternità e della femminilità contemporanea, proponendo un’immagine della donna aggressiva e pericolosamente maschile

di Federico Capitoni
federico.capitoni@gmail.com

A uno dei film meno interessanti dell’anno, Il rifugio, va dato atto almeno di riuscire a tracciare un profilo davvero negativo della cara e vecchia figura dell’eroinomane. Impossibile fin dalle prime scene, molto esplicite, del film di François Ozon, non provare un senso di ripulsa e di antipatia per due giovani (ma quand’anche fossero anziani farebbe lo stesso) che buttano via la loro vita. Mousse (Isabelle Carré) si scopre incinta all’indomani della morte per overdose del suo compagno. Decidendo, con poca convinzione, di tenere il bambino, si ritira nella sua casa al mare – un luogo tranquillo, quasi antico – che le fornirà occasione anche per disintossicarsi. La pancia cresce e l’interesse degli uomini verso di lei pure. Grazie anche al fratello omosessuale del fidanzato deceduto, Mousse scopre che la maternità può donare a una donna un nuovo e imprevedibile tipo di femminilità. Questo però non basterà a renderla più sicura la ragazza, tanto che alla fine dopo il parto rifuggirà il ruolo di madre che inizialmente sembrava aver accettato, dimostrando di non aver mai superato la crisi. Senza che nessuno sappia, poi, se riprenderà a drogarsi.

Nonostante il bel girato e le poetiche inquadrature, l’indagine sul tema della maternità del regista del meraviglioso Otto donne e un mistero (lì sì che c’era una interessante esplorazione della femminilità) è superficiale e noiosa. E ci presenta una donna aggressiva. Esattamente come fanno recentemente molti film, quando tentano di mostrare la nuova femmina emancipata che – per essere tale – deve avere caratteristiche (negative) tutte maschili: ferocia, sessualità precoce e libera, (illusoria) autonomia. E infine addirittura la paura (probabilmente sconosciuta alle donne di qualche tempo fa) della genitorialità.

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