La psicologia del linguaggio

Felice Farina guarda a Hitchcock e imposta La fisica dell’acqua come un thriller cerebrale conteso tra la mente del piccolo protagonista e gli elementi tecnici della regia
di Michele Zanlari
micheloz@iol.it
Inconsueto, straniante e anche un po’ spaventoso. Il profilo dell’ultimo film di Felice Farina non delinea solo una figura poco riconoscibile nei tratti somatici dell’ultimo cinema italiano. Farina realizza un’opera di genere che buca la cornice del thriller psicologico (un bambino che vive da solo con la madre tenta di allontanare lo zio paterno) e fa arrivare lo sguardo fino al confine in cui la narrativa cede il posto ai passi della mente.
La fisica dell’acqua colpisce molto lo spettatore per la presenza prevalente del linguaggio che però non schiaccia il messaggio della storia. È ancora possibile fare un film in Italia senza rinunciare alla forma?
«Sì, è quello che ho provato a dimostrare, ma resta un caso isolato perché in Italia si accettano solo due modalità di racconto: quella televisiva, che schiaccia tutto, e una forma di neo-neo-realismo a cui bisogna uniformarsi. A me, invece, interessava proprio il linguaggio perché il modello sui cui si forma la mia idea di cinema è quello di Hitchcock».
Il film ha un po’ “subito” il lancio in oltre 60 copie nel circuito dei multiplex. Credi che necessitasse di un pubblico differente?
«Sicuramente è stata un’uscita infelice sia come periodo – il weekend del 1° maggio – che per la fascia di mercato in cui si è inserito. È un film che piace agli spettatori che cercano il d’essai, un prodotto più da cinefili che da spettatori occasionali. Quindi alla fine ho deciso di portare in giro il film per l’Italia in prima persona e incontrare direttamente il pubblico alle proiezioni».
Come hai trovato Lorenzo Vavassori, il piccolo protagonista che dimostra una sicurezza sorprendente nelle sequenze più complesse?
«Abbiamo visto molti bambini ed è sempre un’esperienza difficile perché nella maggior parte dei casi sono i genitori a voler spingere a tutti i costi i figli, una cosa davvero sgradevole. Lorenzo mi ha colpito perché era l’unico che sembrava avere una motivazione profonda per interpretare il personaggio. E pensare che aveva solo 7 anni al momento delle riprese».
Anche perché è come se tutto il film si svolgesse nella sua testa, ed è quello che giustifica alcune scelte che a prima vista possono sembrare forzate
«Infatti, mi sono capitati spettatori che mi hanno chiesto conto della razionalità di certe scelte, ad esempio del modo duro con cui i personaggi adulti del film si rivolgono a Lorenzo. Questa è la componente psicologica della storia: il bambino legge soggettivamente il comportamento degli adulti e ne percepisce una ruvidità superiore a quello che siamo abituati a vedere nei normali polizieschi. Qui c’è un investigatore la cui componente psichica va al di là dei margini del ruolo».
In questa direzione si muove anche l’uso molto particolare della luce: prepotente nella presentazione dei personaggi, simbolico nell’avvio alla storia e determinante per tutto quel che riguarda la rimozione della verità. Come ci avete lavorato?
«Di solito non ne parlo perché coinvolge la vicenda di un caro amico e un grande maestro come Pietro Sciortino. Pietro si è ammalato ma non ha voluto rinunciare al film. Questa condizione ha indubbiamente reso particolare l’atmosfera che si è creata. Non avevo pensato in questi termini alla funzione della luce, però è vero: sono la comparsa e la scomparsa della luce a determinare la possibilità o meno di recuperare la verità rimasta nascosta nel passato».
Questa “sottrazione della verità” legata all’ambiente familiare vuole parlare anche di una condizione più generale del nostro paese?
«No, m’interessava solo mostrare che l’infanzia e i rapporti all’interno della famiglia sono spesso legati a delle mancate verità e far partire da qui la natura da thriller psicologico della sceneggiatura».
Ti è rimasta la voglia di allargare lo scenario?
«Il mio prossimo lavoro sarà qualcosa di completamente diverso. Mi è venuta la voglia, quasi un’esigenza, di raccontare in un documentario gli ultimi 30 anni di storia del nostro paese. Ricordare tutto con toni epici senza aggiungere dei commenti perché non voglio agevolare facili letture degli avvenimenti. Inserirò qualche inserto di docu-fiction ma per il resto sarà solo una successione di eventi che rivisti tutti insieme mi sembrano sconvolgenti. Come un’Iliade, senza un aggettivo di troppo».

