Fantozzi totale
Edita da Einaudi la raccolta di racconti con cui Paolo Villaggio ha inventato il più tragico eroe della storia umana
di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com
Essere o non essere Fantozzi? Il fatto è che essere Fantozzi non vuol dire essere un buffone o una maschera, non è un dilemma amletico: essere Fantozzi vuol dire appartenere a una categoria umana dall’anima profondamente italiana. C’è poi il fatto che un po’ tutti noi siamo dei ragionier Ugo Fantozzi, avanti, ammettiamolo pure, almeno una volta nella vita lo siamo stati, magari a turno, ma pur sempre dei Fantozzi.
Bene, ecco che l’editore Einaudi presenta la raccolta di racconti Fantozzi Totale che Paolo Villaggio cominciò a scrivere per l’Europeo alla fine degli anni Sessanta, quando ancora semisconosciuto e appena sceso dalle navi da crociera dove faceva l’intrattenitore insieme al del tutto sconosciuto Silvio Berlusconi (vorrei vederlo il giorno da Fantozzi del presidente), debuttava in tv a Quelli della domenica. In questo varietà Villaggio avrebbe proposto tanti altri celebri personaggi, come il diabolico Dr. Kratz, Giandomenico Fracchia, e raccontandone le disavventure, in terza persona, il ragionier Ugo Fantozzi.
Se poi il mito si sposa con la storia allora c’è da dire che Fantozzi è veramente esistito. Sembra che fosse un collega dello stesso Villaggio quando questi lavorava all’Italsider, e pare inoltre che fosse confinato con la scrivania in un sottoscala, se entrambi lavorassero all’ufficio sinistri è difficile dirlo.
Però Fantozzi nasce così, prima racconto orale, poi scritto e alla fine, nel ‘75, al cinema con la collaborazione di Luciano Salce. Questi racconti fanno piegare in due dalle risate perchè c’è già tutto, c’è la moglie Pina, il curioso animale domestico, la figlia Mariangela, i megadirettori, i colleghi infami, la signorina Silvani, le gite organizzate, gli abbigliamenti in bermuda di lana per le serate e le fantomatiche attrezzature da campeggio, e c’è pure la nuvola personale degli impiegati, sembra pure di sentire la voce sfiatata. Sorprenderà scoprire nei primi racconti l’assenza di Filini, che compare al cinema, ma in questi racconti la sua parte è impersonata da Fracchia, coppia atomica (da leggere a tutti i costi la loro giornata di equitazione). Insomma, quello che emerge è la costante catastrofica odissea quotidiana del trascinarsi nella vita di tutti i giorni. Perchè Ugo Fantozzi è un vero perdente, di quelli che veramente non hanno mai una festa nella loro vita. Perdente autentico ma non una maschera, non è un triste picchiatello, o un avventuroso Don Chisciotte. Qui dentro c’è di più, tanto di più. La ferocia e la cattiveria che contraddistinguono l’essenza fantozziana travalica l’assurdo, e per certi aspetti è superiore, scusate l’eresia, alle disavventure del Marcovaldo di Italo Calvino. Perché Villaggio ha saputo cogliere l’inesauribile malinconia del quotidiano, come se fosse sempre una giornata grigia d’autunno. Quindi siamo davanti a letteratura, quella vera, perché il personaggio nato dalla penna di Paolo Villagio discende direttamente dai lombi de Il cappotto e Il naso di Gogol. Tutto per raccontare quello che rischiamo di essere noi, italiani medi se va bene, mediocri se dice male.
Una lettura da fare, dopodiché Berlusca forse il suo giorno da Fantozzi non lo ha mai avuto, forse lui è solo il megadirettoregalatticogranfarabutlupmannar, ma tant’è.
Però Fantozzi non muore mai.
Buona lettura.

