L’horror fuori dalle tenebre

Federico Zampaglione resuscita un genere quasi scomparso in Italia e tratteggia con Shadow una corrispondenza tra l’incubo e la società contemporanea
di Michele Zanlari
micheloz@iol.it
I morti camminano sulla terra. E non è poco, specie in un orizzonte cinematografico sepolto e riportato alla luce dell’oscurità attraverso l’input forse meno atteso. È Federico Zampaglione a destare il corpo putrefatto dell’horror italiano con amore per il genere e una cinefilia sottile, plasmata sull’incontro del nuovo con il classico. Succede così che il suo Shadow richiami con coerenza sia Dario Argento che Eli Roth e si affacci sul panorama dei festival internazionali come l’evoluzione contemporanea dell’oscuro legame uomo/natura/inconscio.
Dopo Nero bifamiliare hai subito dichiarato: «Se farò mai un altro film sarà un horror». Da dove viene questa passione e come hai trovato la forza per votarti ad un genere scomparso nel cinema italiano?
«Se fosse dipeso solo da me, avrei spinto più sul “nero”anche Nero bifamiliare, però il progetto era partito come una commedia e la produzione non ha voluto cambiare. In quel momento ho cominciato a pensare a Shadow, anche se musicalmente le cose che faccio sono abbastanza lontane. Però, sento l’horror come una parte della mia vita. È un genere che ho sempre amato ma che negli anni ho visto scomparire, probabilmente perché non si vende bene in tv».
In Shadow metti creativamente uno di fianco all’altro il riferimento ai classici del genere con quello all’horror contemporaneo. Quali sono i tuoi punti di partenza?
«Sono cresciuto con l’horror italiano doc: Argento, Fulci e Barilli, del quale considero un capolavoro Il profumo della signora in nero. Mi è sempre piaciuto anche il poliziottesco: era un cinema visionario molto colorato e con un pizzico di follia. Mentre oggi è tutto stereotipato e fatto per la tv».
E tra i nuovi autori?
«Mi è piaciuto molto Martyrs, anche se è un film cattivissimo, estremo e terribile. Poi c’è questo film belga che si chiama Calvaire: non ha una vera e propria sceneggiatura ma in molte immagini e nell’atmosfera ricorda il nostro cinema classico. Hanno fatto delle belle cose gli spagnoli, su tutte certamente Rec, che è un film esplosivo e divertentissimo. Sono stati anni in cui l’Europa ha dato molto, più degli Stati Uniti, con tutti questi remake spesso fatti mali e che rovinano i classici».
Al Far East di Udine hai presentato da spettatore due film molto belli come Possessed e Slice. Cosa ti affascina nell’horror asiatico?
«Ho appena comprato i cofanetti in dvd di Takashi Miike. In oriente da questo punto di vista c’è il cinema migliore del mondo. Hanno un impatto sconvolgente che mi mette molta paura. Come in Possessed, un film di grande suspense, o Slice, forse più un thriller ma con chiari riferimenti cromatici a Dario Argento».
Tornando a Shadow, come hai costruito la struttura?
«Volevo fare un film snodato e non tutto nello stesso registro. Ci sono passaggi nei sottogeneri per spiazzare lo spettatore: momenti d’azione un po’ da thriller ed altri più catacombali. Ho messo le torture ma anche molta suspense, cercando di dare una struttura a questi cambi per rendere la storia più imprevedibile».
La sceneggiatura prevede una cornice legata alla guerra. Come è entrata nel soggetto? Era il punto di partenza o è arrivato dopo?
«Diciamo a metà. Via via che andavo avanti prendeva sempre più corpo il fatto che la realtà è peggiore degli incubi. Se vai a pescare nell’immaginario dei mostri classici, in fondo in fondo così cattivi non sono mai. Se ti accorgi di quel che ha fatto l’uomo nel corso dei secoli, allora lì non si scherza più. Del resto, noi in Italia l’horror lo viviamo. Penso al successo di Draquila di Sabina Guzzanti, che credo sia veramente un horror».
Sia tu con i Tiromancino che Rob Zombie con i White Zombie siete al tempo stesso musicisti e registi di horror, ma nei film usate canzoni diverse da quelle che fate sul palco. Che tipo di esigenza sonora c’è stata rispetto alla tua musica?
«Rob Zombie usa di solito una sorta di bluegrass country, noi abbiamo preferito una musica psichedelica con dei tratti più disturbanti e con un mix di suoni dell’ambiente stesso, oltre a vecchie canzoni italiane come La strada nel bosco. Il bello di fare un film è di poter raccontare qualcosa di diverso per avventurati in altri territori, altrimenti non avrebbe senso uscire dal proprio campo».

