Un paese che cambia sul ritmo dei generi

Come un esordiente, Alessandro D’Alatri riparte dalla commedia sentimentale per raccontare l’insoddisfazione giovanile legata al crollo dell’idea di futuro
di Michele Zanlari
micheloz@iol.it
Il silenzio buio del mattino, una barca nell’alba che tarda a lasciare il grigio. Poi arriva la voce fuori campo che rivela l’ansia di non accontentarsi di una sola forma di racconto, la voglia di prendere di petto la convenzione del genere e mutarlo in qualcosa di complesso, girando solo qualche vite del linguaggio per rivoltare la commedia sentimentale. Alessandro D’Alatri gira le arene estive italiane con il suo ultimo lavoro, Sul mare, raccogliendo molti spettatori – 1.000 solo nella prima uscita a Bologna e parecchi anche negli altri appuntamenti in Emilia, Lombardia e Piemonte – e raccontando un’evoluzione che l’ha condotto a soluzioni differenti rispetto a film di successo come Casomai, La febbre e Commediasexi.
Sul mare sembra il film di un esordiente per come sei ripartito da zero con attori giovani, location inedite e riprese in digitale. Come è cambiato il tuo metodo di lavoro rispetto alle esperienze precedenti?
«Siamo entrati tutti nel film con spirito adolescenziale, come se fossimo degli esordienti. Avevamo una piccola troupe e la scelta è stata quella di girare un film ad impatto zero. Per gli attori la scelta più facile poteva essere quella di volti noti, magari che hanno già fatto ruoli simili, ma non ci sono veri adolescenti nel cinema italiano per girare una storia come questa. Per questo ho cercato due esordienti come Dario Castiglio e Martina Codecasa, che hanno studiato molto per arrivare a questa possibilità. Vedere in questi giorni proiezioni di grande qualità che tengono perfettamente le luci e la profondità mi fa impressione perché abbiamo girato con una macchina digitale veramente piccolissima. Ci sono passaggi in cui non si avverte nemmeno il digitale».
In molti dialoghi tra Castiglio e la Codecasa si va oltre la lettura del testo, come se fosse sempre sospeso tra i due, una sorta di sottotesto silenzioso. È quello su cui avete lavorato?
«Trovo umiliante per l’attore che il suo mestiere si riduca solo alle battute mandate a memoria. Volevo due volti nuovi, ma anche la possibilità di impostare un lavoro in profondità. Dario e Martina sono stati bravissimi e credo che anche fisicamente riescano ad incarnare le due tipologie messe a confronto dalla sceneggiatura. In questo è stato importante il romanzo di partenza di Anna Pavignano, che permetteva di ribaltare le psicologie dei protagonisti nelle categorie di maschile e femminile. E poi sono contento perché i due ragazzi continuano a lavorare. Lei, ad esempio, in questi giorni sta girando con Crialese».
Credi che quella forma di insoddisfazione che metti in scena nel contesto sentimentale rappresenti una condizione generale che fa da specchio al momento vissuto dai giovani nel nostro paese?
«È certamente così. Non volevo fare un film “per” i giovani ma “sui” giovani. Li conosco bene e avverto questa forma d’insoddisfazione che accompagna ogni aspetto della loro collocazione sociale. Dipende tutto dalla messa in crisi del futuro. I giovani vivono la condanna dell’adesso. A questo proposito racconto sempre una cosa. Ogni mattina a Roma sul Lungotevere passo in moto davanti ad una scritta sul muro che dice: “Non c’è più il futuro di una volta”. Riassume bene il momento che stiamo vivendo».
Il film rinasce negli appuntamenti nelle arene estive dopo un lancio infelice nella settimana di Pasqua, cos’hai scoperto accompagnando la proiezione in giro per l’Italia?
«Questo è senz’altro il momento più bello del mio lavoro: incontrare il pubblico, vedere le sale piene e parlare di tutti gli aspetti del film. Quando Sul mare è stato programmato ad aprile ha incassato 500 mila euro, che è un buon risultato se si pensa a quanto è costato. Credo, però, al di là dei risultati del mio film, che il gusto del pubblico si stia spostando in modo preoccupante sulla scia della televisione. In questa stagione c’è stato un film meraviglioso e importantissimo come quello di Giorgio Diritti, L’uomo che verrà, che non ha avuto per niente il successo che meritava. Molta gente preferiva andare a vedere quei film tutti uguali che raccolgono i maggiori incassi. Mi vengono in mente anche Il profeta, Il segreto dei suoi occhi, Il nastro bianco, Cella 211, che hanno venduto pochissimi biglietti. È questo che mi preoccupa in Italia».

