Butterfly Zone

Arriva in sala il fantasy italiano che ha vinto il Premio Méliès. Luciano Capponi non convince, ma almeno tenta una nuova strada
di Elena Mandolini
mand.mae@libero.it
Vladimiro ha perso di recente suo padre, il Prof. Chenier. Tornato nella tenuta di campagna per organizzare il funerale e decidere se vendere o meno la proprietà, Vladimiro scopre che il padre aveva realizzato una partita di vino con l’uva del proprio orto, contaminata anni prima da una strana luce aliena. Con il ritrovato amico d’infanzia Amilcare, inizia a bere quel delizioso vino con un esito inaspettato: chi lo beve può entrare nell’aldilà per un arco di tempo ben preciso. Le conseguenze non tarderanno ad arrivare.
Butterfly Zone – Il senso della farfalla è il primo lungometraggio del regista Luciano Capponi, con cui si è aggiudicato il Premio Méliès come miglior film fantasy nell’edizione del 2009. Nel film si mescolano i tipici elementi del genere: mistero, magia, lotta fra il bene e il male e irrealtà.
Tanto di cappello al coraggio di affrontare un genere a totale appannaggio degli angloamericani, ma il film crolla proprio sul senso di irreale che pervade la storia. Scrivere un fantasy non significa mettere insieme più elementi magici e fantastici per creare situazioni assurde, tenendo a mente come giustificazione che tanto è il genere stesso che ci permette diverse licenze poetiche. Guardando Butterfly Zone, si ha l’idea che vi siano troppe fila, che poi arrivano forzatamente alla conclusione. E cosa ancor più rilevante, manca una solida idea di base: il vino dell’aldilà può dare il giusto avvio, ma poi serve qualcosa di molto potente per mandare avanti un lungometraggio. Persino alcuni dialoghi risultano letteralmente assurdi, con sequenze troppo surreali, ingiustificabili e personaggi che sembrano tanto caratteristi privi di logica. Come termine di paragone ci si potrebbe soffermare su Harry Potter o il Signore degli anelli, o ripensare a La storia infinita: sceneggiature ben scritte, con dialoghi privi di hobbit, fate, o quant’altro, che parlano in maniera sconclusionata e senza logica, con sequenze concatenate da causa ed effetto. Un po’ commedia, un po’ dramma, un po’ thriller, Capponi gioca coi dialoghi per alternare momenti di suspence a quelli più satirici, senza mai amalgamarli alla perfezione. La regia, invece, punta sui giochi fra colori e sfumature in seppia: l’aldilà è sbiadito, quasi incolore, mentre l’aldiquà è saturo di sapori e sfumature. Apprezzabile metafora, che tanto ricorda le scelte stilistiche di Tim Burton.
Gli attori giocano bene le loro carte. Pietro Ragusa e Francesco Martino, in alcune scene non riescono ad entrare nel mood, ma comunque portano a casa una buona prova. La sorpresa è Francesco Salvi: bravo, decisamente. C’è persino la bella Barbara Bouchet qui in veste di cattiva baffuta.
Per alcuni Butterfly Zone sarà la conferma che gli italiani ancora non sono in grado di girare fantasy, per altri l’inizio di una strada da provare e riprovare a percorrere. Per curiosità, e perché no, con l’intento di aiutare chi vuole far altro nel cinema italiano, si potrebbe comunque vederlo.






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