Che fine ha fatto Osama bin Laden?

Che fine ha fatto Osama bin LadenIl sopravvissuto alla maratona-McDonald Morgan Spurlock si riaffaccia nelle sale italiane con una pellicola che vorrebbe far discutere, ma non lo farà

di Angelo Mozzetta
angelomozzetta@tiscali.it

Torna nelle sale italiane Morgan Spurlock, l’irriverente e provocatorio documentarista/attore militante noto ai più per la sua pellicola d’tesordio Super Size Me, in cui dava prova di masochismo nutrendosi per un intero mese soltanto da McDonald, filmando il tutto e finendo in ospedale. L’italia ignora che abbia prodotto altri 5 documentari fra il primo e l’attuale Che fine ha fatto Osama Bin Laden?, che fra l’altro è del 2008, ma ormai nel Bel Paese ci abbiamo fatto il callo.

Morgan apre il film con la consueta ironia: una improvvisa paternità scatena in lui l’istinto di protezione e la voglia di far vivere il figlio in un mondo sicuro e per questo vuole stanare nientemeno che Osama Bin Laden, e progetta la caccia all’uomo sottoponendosi persino a uno specifico addestramento antiterroristico. Ma stavolta lo Spurlock regista punta più in alto, tanto nei contenuti quanto nella tenica cinematografica: la ricerca del fantomatico Numero Uno di Al-Quaeda da parte dell’inadeguato protagonista altro non è che un (sacrosanto) pretesto per analizzare e criticare la politica estera degli USA in Medio Oriente, attraverso le voci e le opinioni di gente più o meno comune di Egitto, Marocco, Palestina, Israele, Arabia Saudita, Afghanistan, Pakistan. La produzione ha, rispetto al 2004, qualche soldo in più e lo spende in effetti speciali, grazie ai quali un fittizio videogame in 3D diventa il canovaccio della narrazione e un allegorico corto di animazione mostra i veri fondamenti ($) della politica estera americana. Ogni singolo paese è analizzato come realtà a se stante e in questo senso Spurlock coglie nel segno: il mondo islamico è qualcosa di molto più complesso, variegato e profondo di 20 estremisti che bruciano una bandiera a stelle e strisce. D’altronde la gente comune ha gli stessi problemi degli occidentali, far studiare i propri figlie e regalargli un futuro migliore del proprio presente. Riesce così ad analizzare pian piano aspetti e possibili evoluzioni della più pretestuosa invenzione dell’umanità negli ultimi 20 anni: la “guerra al terrorismo”. Più correttamente, la fa analizzare agli altri ponendo le domanda giuste. Poi ad un tratto succede quello che ti aspettavi dall’inizio, ma che speravi non succedesse: il film collassa in una retorica a tratti imbarazzante, a volte affiorata ma mai esplosa del tutto, e Spurlock ci dice che la guerra non è una soluzione, che occorrono fatti e non parole, che la violenza genera violenza. Grazie Morgan, se non ce lo dicevi brancolavamo nel buio. Ultima scena, la nascita del primogenito.

Conclusione: Spurlock è migliorato tecnicamente, la pellicola scorre piacevolmente, più di una volta si ride di gusto, si riflette e quasi ci si commuove, ma la sensazione è che lui stesso abbia realizzato un film incompiuto, in cui ha affrontato un tema a lui magari a cuore ma in maniera un pò vaga, senza un’idea precisa di dove voler andare realmente a parare: capiamo l’emozione di diventare genitore, ma la saggezzza da Baci Perugina la lasciasse ad altri, che se ne trova in abbondanza. Risultato: della politica estera americana e della questione mediorientale non sappiamo una virgola di più, anche perchè Spurlock sembra aver accuratamente evitato di fare nomi importanti… ne viene fuori l’ennesimo film di (supposto) impegno civile che non sposterà né un’idea né tantomeno un voto. Ma allora cos’è? Proveremo a chiamarlo intrattenimento a tema socioculturale.

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