Affetti & dispetti
Il cileno Sebastián Silva mette in scena una storia ricca di sentimenti, relazioni e situazioni realistiche con ottimi interpreti e una regia eccellente
di Federico Capitoni
federico.capitoni@gmail.com
Prima cosa: non lasciarsi ingannare dal titolo del film; La nana non parla di una donna di bassa statura e la traslazione italiana – Affetti e dispetti - a opera dei soliti geni (deficienti) del marketing è un titolo ridicolo. Seconda cosa: non fidarsi della locandina che ritrae la cameriera (la tata, la nana appunto) con una maschera da gorilla; La nana non è un film comico. Se si andrà al cinema con questi due punti saldi almeno si eviterà di restare delusi quando le aspettative di trovarsi di fronte a un film sul circo saranno state disattese. L’opera del cileno Sebastián Silva è invece una storia di sentimenti, di affetti veri, di relazioni che si instaurano nonostante i piani differenti e che spesso soffrono proprio di una mancata percezione della diversità delle dimensioni che connettono.
Raquel fa la cameriera in una famiglia benestante che considera ormai, dopo oltre venti anni di servizio, la sua famiglia. Ma così non è, i componenti di quel nucleo sono i suoi datori di lavoro e pur volendole bene non mancano di farglielo notare. Lo stress e le condizioni di salute non eccellenti di Raquel spingono la padrona di casa a cercare una cameriera che possa affiancarla. Raquel vedrà in questo un pericolo per la sua considerazione (intesa in maniera fallace) come membro all’interno della famiglia e riuscirà a sbarazzarsi di ogni concorrente a suon di dispetti e scorrettezze. Finché non arriva Lucy, una ragazza così solare che imporrà a Raquel il suo punto di vista positivo sulle cose facendola – forse – cambiare.
Girato in casa del regista stesso, La nana non è un film definibile bello o memorabile ma rinfranca il fatto che possa dirsi realistico. La storia è realistica, i protagonisti lo sono (anche se Raquel è di un’acidità e di un’ostilità difficilmente riscontrabili quotidianamente); un po’ per la bravura del regista, alla sua seconda prova cinematografica; molto per quella di tutti gli attori – Catalina Saavedra in testa (miglior attrice al Sundance e a Torino) – anche quelli più piccoli, ottimi interpreti della parte di quegli adolescenti (normali) che invece nei film italiani fanno spesso pena.





