L’imbroglio nel lenzuolo

Da un romanzo di Francesco Costa, una storia che rievoca i tempi del muto e le ambiguità della figura femminile nella settima arte
di Maria Cristina Caponi
mariacristinacaponi@alice.it
Susanna e i vecchioni è una storia biblica, narrata in Daniele, 13. Il racconto verte intorno ad una donna colta all’improvviso da due guardoni, che già da tempo la spiavano mentre era intenta nelle sue abluzioni. Nella Sicilia dei primi anni del Novecento, l’ex studente di medicina Federico sceglie proprio questa vicenda edificante per iniziare la sua carriera come direttore di scena, al soldo del libidinoso produttore di origine partenopea Don Gennarino Pecoraro. Il ruolo della protagonista ricade inizialmente su Beatrice, bella scrittrice e giornalista di cui il giovane si è invaghito. Ma, appare subito lampante quanto la donna non sia assolutamente adatta a interpretare tale parte che, invece, sembra scritta su misura per la bellezza selvaggia di Marianna. Sarà proprio questa povera analfabeta, per metà fattucchiera e per metà donna di servizio in casa di Beatrice, a dare corpo al mito della casta Susanna, senza che lei non ne sappia nulla.
Ne L’imbroglio nel lenzuolo Marianna diventa il soggetto dello studio e dello scrutinio sia della macchina da presa di Federico sia di qualsiasi spettatore, che viola con atteggiamento voyeuristico la privacy della donna. Così il pubblico, tramite gli occhi dei turpi individui che nella finzione scenica spiano la casta Susanna, può tentare di possedere quel corpo immaginifico. Presi da una bramosa psicosi feticistica alcuni spettatori tenteranno perfino di espropriare Marianna/Susanna di alcuni dei suoi indumenti personali, allorché si imbatteranno per la pubblica piazza nell’oggetto del loro desiderio. Né più e né meno di quanto succede ancora ai giorni nostri nei confronti dei divi e delle starlette tanto in voga. Alla “spinta scopica” si associa poi una variante sadica, secondo cui Marianna deve essere punita, in quanto accomunata a quell’immagine a dir poco sensuale e provocante. Peccato che Marianna non sia assolutamente conscia dell’esplicita funzione illusoria del film. Per porre termine a quello che lei ritiene un frastornante e illogico crimine compiuto dal suo doppio cinematografico, la giovane non troverà niente di meglio da fare che ridurre a brandelli quella sorta di lenzuolo magico.
Alfonso Arau dimostra bravura nel tratteggiare una precisa dinamica comunicativa dell’immagine e quanto questa traiettoria enunciativa possa instaurare un dialogo metaforico tra l’interprete e il proprio ruolo sul grande schermo. Esaurita la dialettica del guardare, però, l’indifferenza nei confronti del resto della storia è assoluta. Perfino la sottotrama amorosa tra Federico e la femminista ante litteram di nome Beatrice non è in grado di veicolare alcun interesse. A questo punto è forse il caso di introdurre la questione dei vari characters tagliati con l’accetta. Al contrario di Marianna, infatti, tutti gli altri personaggi de L’imbroglio nel lenzuolo sono esseri bidimensionali, superficialmente abbozzati e – in pratica – privi di qualsiasi senso d’interiorità. Sembra quasi che l’autore de Il profumo del mosto selvatico non sia per nulla interessato ad essi e li consideri solo degli attanti che guidano la platea attraverso la parte finale della pellicola. Sarà per questo atroce scherzo della sceneggiatura che gli attori non avvertono mai la necessità di dare niente di più rispetto a quello che viene richiesto loro dal regista messicano. Maria Grazia Cucinotta – qui anche nei panni di produttrice e sceneggiatrice – si impegna al massimo, affinché la caratterizzazione del proprio personaggio sia trattata nella maniera più approfondita ed esaustiva possibile. Ci riesce a metà.






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