Il padre dei miei figli

Il padre dei miei figli

Con il suo secondo lungometraggio, Mia Hansen Løve si conferma un’autrice davvero molto dotata, capace di proporre un cinema profondo, lucido e sincero

di Luca Biscontini
lucabiscontini@hotmail.it

Un atto d’amore verso il cinema, prima di tutto, e poi tanto altro ancora. Il padre dei miei figli, secondo lungometraggio della giovanissima (1981) Mia Hansen Løve, è un film in cui s’intrecciano diverse tematiche che compongono un mosaico complesso, dove a brillare è la mano leggera e sapiente dell’autrice, abile nel mescolare elementi eterogenei con efficace fluidità.

Il tragico destino di Humbert Balsan, coraggioso produttore cinematografico francese (realmente esistito), costituisce lo spunto di partenza della sceneggiatura che, dopo aver messo in scena una ricostruzione abbastanza fedele della vita del protagonista, troncata da un drammatico suicidio, analizza l’economia psichica della sua famiglia, colta durante la fase di elaborazione del lutto.

Colpisce la capacità di Hansen Løve nel trattare una materia emotiva così incandescente con una sobrietà e una lucidità davvero sorprendenti, senza concedere nulla alla paccottiglia, senza ammiccare allo spettatore. La recitazione degli attori (bravissimi Louis-Do de Lencquesaing e Chiara Caselli) è sempre in sottrazione: la scelta di soffermarsi sulla quotidianità delle vite dei protagonisti è ciò che permette alla regista di sfrondare la narrazione da orpelli melodrammatici, fornendo un’interpretazione della realtà che, anche se non aderente alla biografia del produttore, risulta assai credibile. Per una volta, e lo scrivente non cesserà mai di soffermarsi su tale questione, il trauma (l’evento luttuoso) non comporta una rottura dell’ordine simbolico dove risiedono i protagonisti (la famiglia e gli amici di Balsan). Non assistiamo, finalmente, allo sprofondamento dei superstiti nella notte del mondo, “all’attraversamento del fantasma”, all’incessante litania della favoletta di Edipo a Colono, bensì alla riformulazione della situazione precedente, grazie alla giustapposizione di quella nuova, il tutto senza passare per rotture radicali: la moglie e i figli di Balsan continuano a vivere. Gli occhi di Sylvia (Chiara caselli) s’inumidiscono pudicamente, e il suo pragmatismo, la vera forza del femminile, la spinge a tentare di salvare la casa di produzione del defunto marito, compiendo l’unico gesto d’amore possibile.

La pulsione di morte cede davanti al desiderio che sa rinnovarsi, soggiornando all’interno di una rottura immanente, non concedendo alcunché alla trascendenza.
Durante una sequenza si accenna assai rapidamente all’angelo di Paul Klee che ossessionò l’opera di Walter Benjamin e, con riferimento al film, le parole del filosofo tedesco risultano più che mai illuminanti: “C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede solo una catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui egli volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso è questa tempesta”.

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