Quell’utopia chiamata Occidente

Con Occidente di Corso Salani Filmaker’s riscopre un altro piccolo capolavoro dimenticato del cinema italiano, a cavallo tra reportage d’autore e finzione narrativa
di Marco Giallonardi
m.giallonardi@tiscali.it
L’Occidente non esiste: solo un’idea, forse una speranza, probabilmente un’utopia. Per la ribelle rumena Malvina, che combattè il regime di Ceausescu dieci anni prima e perse tutti i suoi amici negli scontri di piazza, l’Occidente rappresentato oggi (fine degli anni 90) da Aviano, il piccolo centro del Friuli in cui si mischiano confusamente il dialetto locale e i suoi provincialismi, gli italiani che svogliatamente insegnano inglese ai ragazzi e gli americani che come nuovi colonizzatori riempiono strade e locali. Ad Aviano risiede infatti l’enorme base militare statunitense, che nel bene o nel male determina la vita dei due protagonisti del film di Corso Salani, Occidente, uscito nelle sale nel 2000, prodotto dalla Pablo di Gianluca Arcopinto e ora resuscitato da Filmaker’s magazine.
Da una parte c’è il mondo di Malvina, la sua solitudine e la sua vana ricerca di sentimenti, in un luogo che non può e non vuole riconoscerla come essere umano; dall’altra l’esistenza grigia di Alberto (interpretato dallo stesso Salani), che si trascina in noiose serate col suo gruppo di amici e rimane colpito dal fascino di Malvina, con cui instaura un non-rapporto delicato e sospeso, fatto di sguardi e silenzi, piccoli interessamenti solo accennati e mai concretizzati. In quanto Occidente, exemplum del suo funzionamento interno (secondo Salani e il suo film), Aviano impedisce sia la comunicazione che l’amore, trasformando la speranza in dramma, anche nel caso di una notizia lieta come quella di una gravidanza. D’altronde il film vuole raccontare proprio questo, il ritorno alla realtà dopo il sogno della fine del comunismo sovietico, il ritrovarsi in un Occidente che non ha nulla a che fare con quella terra promessa tanto sbandierata a Est sotto il regime.
In questa landa di solitudine e dolore si muove la macchina di Corso Salani, ultimo romantico capace di fare davvero solo il cinema che vuole fare. E si muove con pudore e rassegnazione, in cerca di una verit che riesce a trovare e a mostrare nel silenzio e nelle passeggiate infinite (retaggi di neorealismo zavattiniano), negli incontri mancati tra i due protagonisti e nei ripetuti carrelli con cui insiste a inquadrare la realtà. Quello che ne viene fuori un cinema dautore in senso stretto, personale e vero, che ha il coraggio di forzare i confini del cinema raccontando una non-storia e permettendosi di non giustificare/motivare lagire del personaggio, adottando la soluzione radicale di un finale sospeso per chiudere la vicenda, indeciso se sprofondare nel baratro della desolazione o sforzarsi di trovare la luce alla fine del tunnel. Unica, possibile interpretazione di una contemporaneit tanto afflitta quanto bisognosa di una speranza.






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