The Road

The_RoadCome potrebbe essere la vita sul pianeta dopo la catastrofe ambientale? Il film di John Hillcoat fornisce un quadro agghiacciante e, al tempo stesso, realista

di Luca Biscontini
lucabiscontini@hotmail.it

Il genere fantastico-apocalittico guadagna sempre più spazio all’interno della cinematografia contemporanea, tratteggiando un’inquietudine ormai radicata nella coscienza degli individui che, ben assuefatti all’annuncio della fine, si apprestano ad intraprendere una trionfale marcia verso il nulla.

The road, tratto dall’omonimo romanzo di Cormac McCarthy, è un film particolarmente allarmante perché, senza ricorrere a ridondanti effetti speciali o ad espedienti narrativi eccessivamente deformanti, riesce a restituire l’immagine di un futuro agghiacciante e, al tempo stesso, assai credibile.
All’indomani di una catastrofe ambientale non meglio precisata, padre (il premio Oscar Viggo Mortensen) e figlio (il ragazzino Kodi Smit-Mc Phee) vagano nelle lande desolate di un mondo spettrale, alla disperata ricerca di cibo e di un tetto dove potersi momentaneamente riparare.
I colori plumbei della fotografia, sospesi tra grigio cenere e verdino, immergono lo spettatore in una dimensione claustrofoba che marca lo scorrimento delle immagini dall’inizio alla fine, senza concedere pause al senso di angoscia. Ciò che resta della civiltà è una disumanità divenuta prassi: la distruzione rende manifesta la mostruosità che, già da sempre, albergava negli animi, e la lotta per la sopravvivenza scandisce un’esistenza privata di qualsiasi norma etica.
Colpisce l’ostinazione a voler vivere in un mondo in cui il cannibalismo è l’unica forma di sostentamento, dove la guerra totale degli uni contro gli altri è quotidiana amministrazione, dove non esiste più alcuna forma di piacere che non sia veicolata da sistematica violenza.
I protagonisti, chiaramente, sono gli unici ad aver mantenuto una quota di umanità, disposti a infliggersi la morte, piuttosto che ridursi a compiere orrori o ad esserne vittime.

Comunque, il dato costante che informa questo nutrito genere di opere letterarie, cinematografiche e quant’altro è l’abbondante dose di antropocentrismo, cioè l’ostinarsi a credere che l’umanità sia predestinata all’eternità. Riecheggia in queste considerazioni la domanda metafisica per eccellenza che il professor Martin Heidegger poneva agli studenti durante le sue lezioni: “Perché vi è, in generale, l’essente e non il nulla?”. Questa è la prima di tutte le domande. La difficoltà per il pensiero a cogliere il concetto di nulla è ciò che conduce gli individui a rimuovere il problema della fine, innescando proprio quell’atteggiamento distruttivo di cui tanto si temono le conseguenze. Dovremmo compiere quel gesto titanico che è la decisione anticipatrice della morte attraverso cui permettere il disvelarsi dell’essere e accedere a un’esistenza autentica. In realtà siamo stati risucchiati dalla tecnica che, lungi dal costituire solo un tratto dell’evoluzione umana, rappresenta uno specifico modo di relazionarsi con il mondo. Il risultato è che ci siamo bevuti l’essere e ciò che rimasto è solo l’essente, sotto forma di beni prodotti a dismisura. Non c’è più margine di decostruzione. Non ci resta che esseri fedeli alla verità di un evento, sperando che non sia troppo tardi.

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